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| Busti di Virginia Woolf, Roma, Collezione privata. |
Di recente mi è capitato di
leggere autori considerati mostri sacri della letteratura. Alcuni hanno vinto
premi ambiti, altri sono considerati fra gli autori contemporanei più
interessanti, altri ancora hanno sfornato classici senza tempo. Quelli più
famosi e ‘intellettuali’ sono autori cui mi avvicino con fatica e un certo
timore, per la loro stazza letteraria. Scopro però che alcuni sono
piacevolmente leggeri, più leggeri di quanto mi aspettassi, altri sono
incomprensibili. Ma una cosa li accomuna tutti, vengono considerati grandi
scrittori. Faccio qualche nome, giusto per capire di cosa stiamo parlando:
L’ultimo libro che ho finito di
leggere è di Gabriel Garcia Marquez, ed è arrivato subito dopo Joseph Conrad.
Prima ancora ho avuto l’occasione di scoprire Don Delillo, Margaret Atwood,
John Steinbeck. Questo è il tenore delle mie letture al momento, anche se
intervallate con qualche cosa di più leggero ogni tanto (dopo il viaggio nella
jungla di Conrad, ci vuole!).
Non posso dire che tutti i
romanzi mi siano piaciuti, ma non posso negare che gli autori siano
particolarmente talentuosi. Quindi mi sono chiesta, che cosa fa di un autore un
grande autore?
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| Charles Dickens, Centennials Park, Sydney |
Ovviamente non so darmi una
risposta, anzi questo post è più un pensare a voce alta, cercare di raggruppare
i pensieri per trarne qualche cosa. Scusate se vi tedio con post balordamente
pesanti durante le preparazioni per il Natale (sto odiando l’albero,
impossibile da collocare in una stanza senza che rompa le palline di Natale),
ma nonostante le feste mi faccio questa domanda.
Pensando alla mia esperienza di
grande autrice- no, bazinga!
Pensando, piuttosto, alla mia esperienza di lettrice, mi è difficile capire
quando sono di fronte ad un autore… diciamo autorevole. Uno di quelli che si
capiscono bene solo grazie ad una preparazione, e nei cui libri si scoprono
sempre nuovi significati sepolti sempre più in profondità. Insomma, autori
intellettualoidi, che nel migliore dei casi ti fanno due balle così a forza di
leggerli, nel peggiore ti fondono le idee nel cervello e ti lasciano senza
sicurezze.
Ma che differenza c’è fra McCourt
che racconta la miseria dell’Irlanda del secolo scorso, e Hugo che racconta
quella della Francia del secolo ancora prima? Che differenza fra le storie di
amore e magia della Allende e le saghe familiari di Garcìa Màrquez?
Io credo che la differenza stia
nello scopo. Questi artisti hanno voluto una doppia lettura dei loro romanzi,
che può essere sociale, intellettuale, che può essere lo studio dell’animo
umano, ma pur sempre un qualcosa di celato dietro pagine appartenente innocue
che raccontano una storia. Il messaggio che hanno veicolato arriva allora forte
e chiaro ai lettori, mette in discussione verità che oggi o in passato avevano
bisogno di essere messe in discussione, questioni lontane dal mero vivere e che
siamo tutti troppo occupati per prendere in considerazione.
Poi si può essere d’accordo o
meno, si può apprezzare o meno lo stile, la trama e i personaggi che, in questi
casi, sono un supporto ad un’idea invece che l’idea stessa. Forse è questa la
differenza fra un autore che è un colosso della scrittura e un bravissimo
autore di narrativa che è capace, coinvolgente ma non scatena particolare
dibattito. Forse bisogna essere un colosso nelle idee, nel pensiero, nel
coraggio di esprimere la propria opinione.
E dopo tutto ciò, accenderò
il mio albero di Natale.

