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martedì 10 gennaio 2017

Colpa delle stelle – John Green

Arrivo sempre in ritardo con i best seller, e questo non ha fatto eccezione. Avevo adocchiato questo libro tempo addietro e, ad un tratto, nel web ho visto esplodere la sua fama. Solo dopo parecchio tempo mi sono decisa a leggerlo.
Conosco l’autore, John Green, da una decina d’anni. I suoi romanzi scritti a quattro mani, in collaborazione con autori di libri per ragazzi molto conosciuti negli USA, sono alcuni dei primi che mi hanno fatta discostare dal genere fantasy, in un periodo in cui il fantasy cominciava ad andarmi stretto e mi guardavo attorno in cerca di qualcos’altro. Avevo quattordici anni e le storie di Green si avvicinavano così tanto alla storia d’amore che sospiravo per avere, che alla fine ho amato i suoi libri.
Quando ho preso in mano questo romanzo una parte di me sperava di potersi immergere di nuovo in quella nube rosa, un po’ opaca, che avvolge un po’ tutti durante l’adolescenza. Volevo sentire il cuore palpitare senza riserve, struggermi un po’ di fronte al romanticismo acerbo, idealizzato, se vogliamo puro, che abbiamo solo a sedici o diciotto anni.
Purtroppo non è stato così. Quindi questa recensione serve in pratica a spiegarvi come mai l’amatissimo “Colpa delle stelle” non mi è piaciuto e, anzi, mi ha proprio fatta arrabbiare.

Hazel Grace Lancaster ha un cancro alla tiroide al quarto stadio, con “una nutrita colonia satellite nei polmoni” che le impedisce di respirare. Per questo motivo deve sempre avere con sé una bombola di ossigeno che le consenta di sopravvivere. Al gruppo di supporto che ha iniziato a frequentare per far contenti i suoi genitori conosce Augustus Waters, un sopravvissuto ad un osteosarcoma che lo ha restituito alla sua famiglia più allegro ed entusiasta di prima, anche se con una gamba in meno.
Un po’ per il suo fascino, un po’ per il suo carattere, Hazel si infatua subito di Gus e, dopo aver superato diversi ostacoli medici e non, fanno un viaggio ad Amsterdam per conoscere Peter Van Houten, autore di “Un imperiale afflizione”, il libro preferito di Hazel. Dato che il libro si interrompe a metà di una frase, a simboleggiare l’imprevedibilità della vita, la ragazza vorrebbe delle risposte sulla fine del romanzo, che narra di un’adolescente malata di cancro. I due scoprono però che Van Houten è ormai un uomo perso, alcolizzato e incattivito dalla vita, e si godono il loro viaggio senza più pensare a lui.
Augustus rivela ad Hazel di aver fatto dei controlli medici e di essere di nuovo malato. Al ritorno a casa Gus inizia la chemioterapia e altre cure sperimentali, che tuttavia non hanno effetto. Il ragazzo muore dopo molte sofferenze.

Avevo visto il film “Colpa delle stelle” perché un’amica che di solito non ama i film romantici – come me, d’altronde – mi aveva detto che era carino. L’ho guardato, ed era davvero carino! Mi è piaciuta la storia, la morale che vi ho trovato, gli attori e la comicità sottile. Mi aspettavo che il libro fosse molto più di questo e, forse, proprio per questo motivo mi ha delusa. Ho investito sin troppe speranze in lui.
Questo libro è pessimista dalla prima all’ultima pagina, a partire dalla sua protagonista.

Hazel è una ragazza matura, poco incline a raccontarsi favole sulla sua vita perché sa che prima o poi dovrà morire. Ha deciso che non vuole causare più dolore del necessario, quindi limita le sue amicizie a mere conoscenze e fa tutto quello che i suoi genitori vogliono per renderli felici.
Molti forse hanno visto schiettezza nei modi di Hazel, io ci ho visto cinismo e anche una piccola dose di bastardaggine. Capisco che lei voglia essere onesta con le persone che la amano, ma non sopporto che si rivolga ai suoi genitori facendogli notare bruscamente che prima o poi lei morirà e loro rimarranno soli e tristi, e non sopporto che dica al suo fidanzato morente che è inutile sperare di fare grandi cose nella vita, che tanto sta morendo.
Hazel per prima dovrebbe sapere che cosa si prova a covare ancora della speranza, la speranza che ha anche lei di guarire e vivere. Perché deve distruggere quella degli altri, persone che lei dice di amare? Quando una situazione è disperata tutti se ne rendono conto, nel libro sappiamo bene che Augustus morirà, lo sa lui, lo sa Hazel, lo sanno i suoi parenti, quindi è inutile anche distruggere le sue ultime speranze. A cosa serve farlo? Per non farlo illudere troppo? Sognare è l’ultima cosa che gli resta. Morirà, e nessuno sa che cosa succederà dopo alla sua anima, sempre che ne abbiamo una, quindi perché togliergli l’unica felicità che può avere nei suoi ultimi giorni? La possibilità di sperare, sognare, illudersi. Pensieri sciocchi, ma che non fanno male a nessuno.

John Green
Il personaggio di August era il mio preferito. Un giovane idealista, convinto che avrebbe cambiato il mondo facendo qualcosa di grande! Non siamo un po’ tutti così a diciassette anni? Almeno una volta nella vita pensiamo che avremo l’opportunità di fare qualcosa di importante, di diventare famosi e amati da tutto il mondo, e solo con il tempo ci rendiamo conto che la maggior parte di noi sarà incasellata nella società e ci sono pochissime probabilità di uscire dalla propria casella. Tuttavia l’esperienza ci insegna ad apprezzare i piccoli gesti di coraggio che ci sono richiesti tutti i giorni, le azioni eroiche che non cambiano il mondo ma fanno bene a noi e ai nostri cari. Quella casella che alcuni trovano angusta può così perdere d’importanza fino a scomparire.
Augustus non vive abbastanza da imparare questa lezione, ma il suo personaggio è talmente puro e pieno di ottimismo e gioia che mi ha conquistata.
Alla fine del libro Hazel lo ha reso come lei. Lo ha reso una di quelle persone che, quando si sogna in grande, affonda le tue speranze con una sola frase jolly a cui nessuno può ribattere: «Tanto è inutile. Prima o poi moriremo tutti». Bene, è vero. Ma mi riservo ancora il diritto di vivere, dato che sono viva. Di godere di tutte le cose buone e belle che ci sono e prendere anche quelle cattive, così potrò capire la differenza. E chi se ne frega se alla fine morirò! Di certo non renderò la mia esistenza piatta, come la protagonista di questo libro insegna, solo perché so che accadrà.
Io sono dalla parte di Augustus Waters, e non capisco come delle gente abbia potuto trovare romantico il rapporto fra lui ed Hazel. Il modo in cui lei lo schiaccia e distrugge tutto ciò che di bello esiste in lui mi ha oltremodo infastidita! Passiamo un libro intero a bearci della battute di Gus, del suo modo di fare curioso, come se fosse su un palcoscenico, del suo carattere estroverso che mette allegria a tutti. Alla fine lui però muore, ed è diventata una persona sterile, triste, perché anche se cerca di non darlo a vedere ha smesso di chiudere gli occhi e sognare in grande, anche solo per quel poco tempo che gli resta.
Perché tanto a che serve?

Una buona parte del libro vuole criticare quel buonismo che prende tutti noi quando una persona viene a mancare. Quando qualcuno non c’è più allora si dimenticano i suoi difetti e si ricorda solo quanto era meravigliosa. Tutti coloro che l’hanno conosciuta, anche solo superficialmente, si dicono enormemente rattristate e scuotono la testa sconsolate. Sì, è sbagliato, a mio parere è irrispettoso e un po’ sciocco comportarsi così, ma detesto ancora Hazel che si arrabbia con queste persone che ricordano Gus e soffrono per la perdita nell’unico modo in cui possono farlo.
Qui il libro lascia un messaggio che condivido: i funerali sono per i vivi, non per i morti.
Tutto ciò che facciamo e diciamo quando qualcuno viene a mancare è, per la maggior parte, facciata. Ma è necessario, perché in un momento di turbamento tale l’unica cosa in cui possiamo forse trovare un minimo di conforto è sapere che le cose andranno in un certo modo, un modo programmato. Quindi ci vestiamo a lutto, ascoltiamo l’omelia e ci facciamo a vicenda le condoglianze.
Alla morte di Augutus la protagonista è disgustata dai messaggi di condoglianze sulla pagina facebook del ragazzo, tanto da rispondere a uno di quelli con una frase che di sensibile e rispettoso ha ben poco. La sua frase viene ignorata e alla fine si perde nel marasma di commenti. Sceglie in seguito di non leggere il discorso, profondamente toccante, che aveva preparato per Augutus e che gli aveva letto quando era ancora in vita, ma fa un discorso tranquillo, prevedibile forse, ma che accontenta i presenti proprio per la sua normalità.
Meglio così. La memoria di chi non c’è più non verrà sigillata nell’ora e mezza in cui il prete ha parlato, ma continuerà con noi. Quindi meglio far passare i funerali il più in fretta e piattamente possibile.

Rimane il fatto che, anche con questo piccolo gesto alla fine del romanzo, ho detestato Hazel con tutte le mie forze. Arrogante, si sente superiore a tutto e tutti perché sa che prima o poi morirà, come se questo ti rendesse in qualche modo più consapevole. L’unica cosa che la salva in extermis è il fatto di avere sedici anni, giusto perché a quell’età alcuni sono spocchiosi non per scelta ma a causa degli ormoni. Ma anche così, non mi è piaciuta.
Passerò molto tempo a chiedermi come ha fatto questo libro ad avere successo, come alcuni hanno giudicato romantica la storia dei protagonisti e perché a qualcuno dovrebbe piacere una ragazza che ti dice che “stai per morire, inutile raccontarsi storie”.
Ma il magico mondo dell’editoria raramente risponde a queste domande.

Vi consiglio il film, il cui messaggio può essere riassunto nella frase sopra.

lunedì 18 gennaio 2016

Psicologia da bestseller

Tempo fa, quando impazzava la moda di “Twilight”, avevo letto l’ennesima recensione che però, a differenza di molte che puntavano a svilire il libro o ad innalzarlo a poetica, voleva analizzarlo da un punto di vista sociale e psicologico.
Non ho le competenze adatte per fare qualcosa di analogo, ma volevo soffermarmi su alcuni elementi che si trovano soprattutto nella narrativa indirizzata ad un giovane pubblico femminile, e che sembrano essere la chiave per il successo di questi romanzi (ovviamente quando supportati da un buon editore o da un buon passaparola in caso di autopubblicazione).
 
Chiariamo, prima di tutto, di che genere di romanzi sto parlando. Non intendo offendere nessuno, lettore o autore che sia, quando dico che questi sono romanzi che potremmo definire popolari, o di evasione. Di certo non entreranno nella storia della letteratura e non verranno assegnati come lettura agli studenti del 3000 a.C. Non credo che apportino particolare beneficio al lettore, per i motivi che poi spiegherò, perché non gli offrono nessuna crescita a livello culturale e letterario, né portano un messaggio di particolare importanza. Rischiano di diventare addirittura un danno se diventano fenomeno di massa, poiché vengono considerati ad un livello superiore di ciò che sono in realtà, ossia un passatempo, un divertimento a mio parere.
Sono sempre stata fermamente convinta di una cosa: leggere è un piacere e ognuno ha il diritto di leggere ciò che vuole, ma è anche giusto prendere coscienza di ciò che si sta leggendo. Insomma, non pensate di avere il Sacro Graal della letteratura fra le mani con l’ultimo best seller di Dan Brown. Capito ciò, Dan Brown non è nemmeno così malaccio. C’è infinitamente di meglio come c’è infinitamente di peggio.
Quindi ecco, parliamo di libri piuttosto commerciali, che raggiungono le più alte classifiche di vendita. La domanda che spesso in molti si pongono è: come mai? E qui cercherò una risposta pseudoscientifica.
 
 
Mi concentro sui libri indirizzati ad un giovane pubblico femminile perché sono quelli con cui ho più familiarità. Sì, li ho letti, sì, ce li ho ancora a casa (anche se alcuni sono andati perduti negli anni), sì, spesso e volentieri mi sono piaciuti. Con l’andare avanti del tempo ho cambiato gusti, sono maturata come lettrice e/o come persona, o chissà cosa è successo, fatto sta che adesso aborro quel genere di libri. Mi capita di leggerli ogni tanto, soprattutto per ritrovare quella sensazione di ‘perdutamente innamorata’ che mi causavano, ma hanno perso qualsiasi fascino su di me, e anzi spesso mi fanno arrabbiare e annoiare.
Ma nel tempo ci sono cose che non sono cambiate, cioè alcuni dettagli di questi romanzi, che penso siano la chiave per renderli fruibili a più lettrici possibile.
 
Una protagonista femminile in cui identificarsi
Solitamente la protagonista è una ragazza adolescente, pressoché la stessa fascia di età cui è destinato il libro. Penso sia normale aiutare il lettore ad immedesimarsi, ma in alcuni casi questa volontà diventa talmente importante da annientare il personaggio. Nascono così protagoniste senza un vero carattere.
Entrare in contatto con personaggi del genere è, in un primo momento, molto facile, perché non hanno un carattere che potrebbe entrare in contrasto con il lettore. Non hanno capacità né interessi particolari, sono simpatiche, intelligenti e un po’ di timide, insomma un ritratto standard in cui ci si può calare facilmente durante l’adolescenza.
Purtroppo ne risente il romanzo, poiché non è mai piacevole in realtà trovarsi a leggere di personaggi senza una personalità definita.
 
Un protagonista maschile protettivo
Passiamo quindi al protagonista maschile, che c’è sempre. È bello, misterioso e irraggiungibile. Si interessa alla nostra protagonista in barba a chissà quale legge dell’attrazione, dato che lei ha un non-carattere. Anche lui è standard, incarna tutto ciò che un’adolescente può desiderare in un ragazzo.
Un fatto che trovo inquietante è che la stragrande maggioranza siano terribilmente gelosi, protettivi al limite dello stalking (a volte vanno oltre allo stalking), e che la protagonista subisca senza dire una parola e, anzi, essendone addirittura lusingata. Penso che anche questo sia un aspetto che catturi l’immaginazione di una lettrice, più che altro per farla sospirare un po’ sulla storia d’amore, ma viene affrontato nella maniera sbagliata. Un pizzico di gelosia è una cosa, fa anche un po’ bene all’ego e alla coppia sentirsi desiderati e desiderare al punto di essere un poco gelosi, ma non deve sfociare nell’ossessione perché rischia di portare un messaggio sbagliato.
Una trama e uno stile semplici
La trama molte volte fa da sfondo alla storia d’amore, più che il contrario. Succede quindi che sia molto semplice, o che diventi centrale solo alla fine.
In questo caso i personaggi sono abbastanza costretti dalla situazione a seguire un certo percorso, vuoi per salvare i propri cari, vuoi per la loro storia d’amore, i protagonisti non devono effettuare scelte, più che altro si trovano alle strette e vengono costretti a reagire dagli eventi e a seguire l’unica via possibile.
Non deve esserci quindi alcuno sforzo da parte del lettore per comprendere la trama. Anche qui ne risente il romanzo poiché non c’è davvero una crescita del personaggio, uno svilupparsi della vicenda, quindi rimane molto lineare e spesso scontato.
Stessa cosa per lo stile. Nulla di ricercato né di originale, persino il vocabolario si limita a parole semplici e comuni, paragoni scontati e nessuna ricerca di uno stile personale. Altro stratagemma per avvicinare anche i lettori meno esperti.
 
Questo fanno i best seller, vendono non solo a chi è già appassionato di libri ma anche e forse soprattutto a chi non legge così tanto, o a chi non legge affatto. Parlando di ragazzi, quindi, penso che siano queste le parole chiave per un best seller: immedesimazione e facilità.
Non qualcosa di cui essere particolarmente allegri, per essere sinceri.

giovedì 5 novembre 2015

Abbasso la sezione per ragazzi!

Quando ero ragazzina e mi trovavo nella mia fase fantasy a livello acuto, in libreria gironzolavo sempre nel reparto dedicato ai ragazzi. Lì ho trovato moltissimi libri che ho amato e tutt’ora adoro e conservo gelosamente nella mia libreria – o per meglio dire nei mobili che si sono ritrovati loro malgrado ad essere librerie, dato che non so più dove mettere i libri.
Poco tempo fa mi è capitato di vedere, nella biblioteca dove vado di solito, il terzo libro della saga “Abarat”, di Clive Barker, negli scaffali dedicati a bambini e ragazzi.
Non conoscete questo titolo? Lo sapevo. Non lo conosce quasi nessuno, non ho mai incontrato nessuno che lo conoscesse, anzi di solito sono io a consigliarlo a tutti (se qualcuno di voi lo conosce me lo dica, lo lovverò).
Vi basti sapere che è dello stesso autore che ha scritto “Hellraiser”. Nel libro ci sono mostri con dieci occhi sparpagliati sulla faccia, altri con tre bocche che possono parlare con gli insetti e ci vivono pure, personaggi malvagi che schiavizzano bambini e altri che uccidono gente con i propri incubi. Non so di cosa fosse fatto Barker quando lo ha scritto, ma di certo era roba potente. E vi parlo solo del primo libro. Nelle sue intenzioni “Abarat” dovrebbe essere un pentalogia che, mannaggia a lui!, non è ancora finita. Comunque sia ho già letto l’ultima uscita in inglese e vi confermo che segue lo stesso andazzo del primo e del secondo libro.
Quindi la mia domanda è: perché si trova nel reparto bambini?
A questa domanda ne sono seguite altre, e da queste è nato il post che state leggendo.
 
 
Fino a quando abbiamo nove o dieci anni è giusto che i libri abbiano un’età consigliata. Quando i bambini sono piccoli anche due o tre anni fanno la differenza e magari si rischia di comprare un libro troppo semplice o troppo complesso.
Credo che si possano dividere per età fino alla preadolescenza, quando poi nei bambini vengono sparati ormoni come si aprono gli idranti su una folla. Spuntano i brufoli, i ragazzini cominciano a chiudersi in camera e a dire che i genitori gli fanno due palle così (posso appurarlo con la mia dolce nipote, che a volte desidero lanciare fuori dalla finestra, e non ha nemmeno quindici anni).
Quando si cominciano ad avere undici o dodici anni, allora mettere dei paletti sulle letture può essere più complicato. Ci sono romanzi con temi delicati che vengono però trattati con un’ottica comprensibile, ci sono libri dalla trama semplice e una prosa complessa. Inoltre si deve prendere in considerazione la maturità che un ragazzino di quell’età sta conquistando, che è del tutto soggettiva.
 
In un’intervista un signore che aveva letto, da bambino, “Lo hobbit”, ricorda la recensione che ne scrisse per suo padre, che aveva una piccola casa editrice ed era amico di Tolkien. Da bambino, lo consigliava ad altri bambini di circa nove anni. Rimasi basita quando vidi questa intervista perché io avevo letto “Lo hobbit” alle medie e lo avevo trovato un bel mattoncino, per quanto piacevole.
Questa è la prova che un ragazzino può leggere, comprendere e apprezzare molto più di quel che immaginiamo. Chiudere la loro immaginazione e la passione per la lettura nella ‘sezione per ragazzi’ non è giusto. Dovremmo solo informarci prima sui che libri vogliono leggere e, nel caso non siano adatti, non comprarglieli. Se non parlano di argomenti troppo adulti per la loro età, è un problema che siano faticosi da leggere? Davvero dobbiamo proteggerli dai classici perché sono pesanti, dai romanzi di formazione perché potrebbero avere qualche contenuto che li porta a farsi delle domande?
A volte mi sembra che dividere la sezione ‘per ragazzi’ dalle altre sia come dare un fermo alla lettura. Prima o poi questi ragazzi si stuferanno delle letture consigliate che, per l’80%, sono tutte abbastanza simili le une alle altre. Inoltre proteggerli dai libri brutti e cattivi non adatti a loro non è compito della libreria, bensì dei genitori o di chi vuole comprare loro un libro. Dando un’occhiata veloce queste persone possono capire subito che va bene “Harry Potter” e un po’ meno “Trono di spade”.
Cosa c’è di meglio di leggere un libro un poco ostico ma che ci piace, arrivare alla fine e vedere che ce l’abbiamo fatta? Più facciamo fatica a ottenere qualcosa, più siamo soddisfatti quando arriviamo al traguardo. Perché rendere la lettura qualcosa di facile? Qualcosa di scontato, senza emozione di per sé? Se diamo ai ragazzi libri facili non gli stiamo rendendo più comoda la vita, li stiamo allontanando dalla lettura. Leggere qualcosa che un team di esperti ha considerato adatto alla loro età significa fargli leggere qualcosa su concetti già assimilati. Vuol dire non scoprire. Mentre invece i libri servono proprio a quello, fare esperienze su qualcosa di nuovo.
 
 
Non mi aspettavo che questo post uscisse così ricco di contenuti, ma alla fine così è stato. Almeno, a me sembra ricco – forse è un’idea mia.
Le conclusioni che ne traggo sono le seguenti: Rivoluzione! Aboliamo le sezioni per ragazzi!
A parte gli scherzi, credo che sarebbe un buon modo per rendere la lettura più interessante per chi vi si avvicina da molto giovane. Forse farebbe bene anche ad alcuni adulti, pieni di libri seri e impegnativi, prendere in mano un romanzo e scoprire che si tratta di un libricino semplice, di poche pretese, che tuttavia li conquista.

mercoledì 17 giugno 2015

Shadowhunters, Città di ossa – Cassandra Clare

Non mi sono mai piaciuti fino in fondo i blog che leggono libri di dubbia qualità solo per poterli recensire con ironia e cattiveria, tuttavia ammetto di essermela andata a cercare, questa volta. Sapevo che “Shadowhunters” non era il mio genere preferito, tuttavia ho deciso di leggerlo lo stesso. Perchè? Mah, direi che è perché a volte mi ostino a credere al gusto della massa, dicendomi «se è piaciuto a così tanta gente, qualcosa di buono lo avrà!»
Non credo imparerò mai la lezione. Non la voglio imparare. Ogni tanto ho bisogno leggere libri che so come andranno a finire e che parlano di ragazze sfigatelle che diventano reginette del ballo scolastico (pre-adolescente mode: ON).
Comunque sarebbe sbagliato dire che non mi è piaciuto per niente, infatti ci sono degli elementi che sono stati piacevoli, inaspettati e interessanti. Purtroppo si mischiano ad uno stile semplicistico, delle situazione scontate, spiegazioni confusionarie e una trama già trita e ritrita.
 
Clarissa – Clary – Fray ha quindici anni e abita con la madre artista, Jocelyn, a New York. La sua è la vita di una qualsiasi adolescente, ma viene scossa quando assiste ad un soprannaturale omicidio di cui lei sola riesce a vedere vittima e carnefici. Inizialmente non sa cosa fare e tenta di tenere ogni cosa nascosta, persino al suo migliore amico Simon e all’amico di famiglia Luke, per lei alla stregua di un padre, ma soprattutto a sua madre, perché sa che non sopporta quel genere di fantasie. Ogni suo intento svanisce quando, un giorno, trova la casa distrutta e sua madre scomparsa.
Inaspettatamente, in suo aiuto accorre uno dei carnefici invisibili agli occhi degli altri, Jace, che la trae in salvo e decide di ospitarla all’istituto dove vive. Lì, Clary viene a sapere dell’esistenza di un mondo invisibile, fatto di demoni e angeli, e dei ‘discendenti’ di questi sulla terra. Gli Shadowhunters sono cacciatori di demoni, per metà angeli, mentre altre creature come vampiri, licantropi e fate sono per metà demoni.
Grazie all’aiuto di Jace, degli altri ragazzi dell’istituto e anche del suo migliore amico Simon, Clary scopre che sua madre era una Shadowhunter, che ha preferito fuggire da quel mondo per proteggerla. A rapirla è probabilmente stato Valentine, uno Shadowhunter ribelle che voleva impossessarsi della Coppa Mortale, un potente oggetto magico, per scopi oscuri.
Dopo ricerche e corse lungo la città Clary ritrova sua madre, e scopre che Valentine non è altri che suo padre, che lei credeva morto, e che Jace, di cui si era nel frattempo innamorata, è suo fratello. Non riescono a salvare la Coppa dalle mani di Valentine, ma recuperano Jocelyn, e Clary capisce che non potrà più ricominciare una vita normale.
 
Cominciamo dalle cose buone, perché sono di meno.
L’autrice ha pensato bene a tutti i meccanismi del mondo che ha creato perché nulla è lasciato al caso, il che è una cosa ammirevole perché ci sono parecchi libri – più di quanti immaginiamo – che hanno contraddizioni interne che rendono impossibile la trama, e causano nel lettore “l’effetto WTF?!”.
Altra cosa ben riuscita sono i personaggi. Anche se la densità della trama non permette un’introspezione ampia dei personaggi, questa si intuisce al di sotto dei loro comportamenti, dei meccanismi con i quali si rapportano, inoltre risultano nel carattere e nelle reazioni estremamente realistici. Il mio preferito è stato di gran lunga Simon, dolce e simpatico, ma all’occorrenza anche coraggioso, e dato che un personaggio non è completo se non ha dei difetti, ecco quelli di Simon: non sa quando smettere di scherzare e, quando vuole, sa essere schietto fino a ferire le persone.
In questo libro non esiste il bene e il male, ottima cosa se pensiamo che è indirizzato ad un pubblico di ragazzi, dove la maggior parte dei libri contengono fazioni distinte, il bello e il brutto, il bianco e il nero e così via. Jocelyn, la madre della protagonista, fugge proprio da quelli che sono i cosiddetti buoni, e Valentine, nemico per eccellenza, faceva parte delle loro schiere. Questa è una cosa che adoro vedere nei libri, perché non c’è mai un solo punto di vista.
Oltre a questo i dialoghi non mi sono dispiaciuti, sono abbastanza realistici e strappano un sorriso ma, a parte queste cose, gli altri sono tutti difetti.
 
Cassandra Clare
In primis, la sovrabbondanza di informazioni. Ancora non credo di aver capito bene le divisioni fra demoni, demoni veramente brutti e cattivi, demoni ma non troppo perché in fondo prima erano esseri umani, e ancora demoni che prima erano esseri umani ma sono stati trasformati male e quindi sono cattivi lo stesso!, insomma, un marasma di informazioni che al lettore servono solo in parte, perché non sono utili alla trama. Aggiungono qualcosa al mondo creato dalla Clare, e sono belli in quanto ‘particolare in più’, ma queste informazioni devono essere date con parsimonia, non tutte assieme, oppure deve essere fatta una scernita fra quelle che sono veramente utili e quelle che si possono eliminare.
Secondo difetto è il prevedibilissimo e noiosissimo triangolo amoroso, che si può intuire fin dal principio e, francamente, ci si chiede con quale scusa la stessa protagonista non lo veda – perché non lo vede, lei, fino a quando non glielo dicono a chiare lettere.
Il colpo di scena finale, poi, lo avevano già fatto in Gerre Stellari.  Badate che io non sono un’amante di Guerre Stellari, ne ho visto solo uno e poi sono scappata dal cinema a metà film (avevo sbagliato sala…), tuttavia lo conosco e quando l’ho letto in “Shadowhunters” avevo intuito dal principio della scena quale fosse la grande rivelazione che stavano per farci. Come in tutto il resto del libro, lunica a non capirlo è la protagonista.
A questo proposito, penso che la protagonista sia fin troppo ingenua. Clary non si rende conto che Simon è da anni innamorato di lei. Non si rende conto, pur sapendo che Valentine è suo padre, che è anche il padre di Jace, nonostante questi continui a chiamarlo «mio padre». Non si rende conto che sua madre a delle cicatrici bianche quasi invisibili su tutto il corpo, o comunque sembra farci caso solo quando gli altri glielo fanno notare. Insomma, l’ingenuità che dovrebbe causare simpatia è portata all’estremo e Clary sembra solamente stordita.
Come ho già detto lo stile è acerbo, semplice e un po’ frettoloso in alcuni punti, mentre si dilunga nelle parti ritenute più interessanti, ad esempio quando parla della storia d’amore fra Jace e Clary. Inoltre ho fatto davvero fatica a leggere le ultime pagine, nonostante fossero quelle più dense di avvenimenti – forse perché mi ero un po’ stufata del libro in generale.
Una cosa che non mi è piaciuta per niente è che alla fine tutti i personaggi, anche quelli che con Clary avevano avuto litigi, screzi e antipatie, la trovino simpatica. La cosa non ha senso né per la trama, né per l’evoluzione dei personaggi. Clary non ha fatto nulla per mettere pace fra lei e questi personaggi, anzi ne ha quasi fatto uccidere uno e non ha mai fatto segreto della sua antipatia verso l’altro, quindi non ha senso che all’improvviso si stiano simpatici, si perdonino e si facciano le moine solo perché il libro sta per finire!
 
E qui mi fermo. Questi sono solo giudizi personali, non pretendo di avere la verità fatta recensione fra le mani. Di sicuro non faccio parte della fetta di pubblico cui è destinato questo libro, perché in giro ho letto solo – solo! – recensioni positive per “Shadowhunters”.
Non ho intenzione di leggere il secondo, proprio mi passa la voglia anche solo a pensarci, nonostante in molti assicurino che il bello arriva nei seguenti libri. So però che ne faranno una serie televisiva e quella, chissà, potrebbe anche essere piacevole da guardare, perché l’unica domanda che mi è rimasta in testa di tutto il libro è se i mezzi demoni alla fine verranno accettati, o se il razzismo demoniaco continuerà a dilagare.
 
Questa è un'immagine del film di qualche anno fa.
Facendo la ricerca mi sono chiesta più e più volte come mai gli Shadowhunters
vestano solo di pelle... e perché il cattivo dev'essere sempre figo (notare addominali in vista).
 

domenica 14 giugno 2015

Il fantasma del mulino

Orbene, non la tirerò per le lunghe perché ne ho già parlato e, anche se mi sembra di non essere stata logorroica, è possibile che lo sia stata, e mi dispiace rompervi ancora le scatole con i miei sproloqui.
A Febbraio ho partecipato ad un concorso per racconti e da poco il mio lavoro, “Il fantasma del mulino”, è stato pubblicato da Sem Edizioni in formato digitale.
Inutili dirvi quanto sono contenta di questo! Mi sembra di aver fatto un primo passo verso la direzione giusta e questa pubblicazione mi dimostra che non sono così scarsa come a volte, presa dallo sconforto, ho creduto di essere. Ovviamente non mollerò il lavoro per vivere di scrittura (a meno che con ‘vivere’ non intenda sotto un ponte), tuttavia mi sento elettrizzata. Il mio sogno di essere letta si avvicina e questo traguardo non fa altro che rafforzare in me la voglia di provarci ancora, migliorami, e continuare ad essere ottimista senza arrendermi.
 
Non ricordo com’è nato il racconto, so solo di aver pensato che volevo scrivere una storia con protagonisti dei bambini, che mostrasse come da piccoli la realtà appare distorta, fantasiosa e incredibile. Un adulto può affrontare una realtà terribile e uscirne distrutto, mentre un bambino ha la capacità di vedere la stessa realtà in maniera differente, e quindi può riuscire ad affrontarla e a superarla.
Non che io abbia pensato razionalmente a tutte queste cose all’inizio del racconto, ma la consapevolezza del tema della storia, se così vogliamo definirlo, è arrivata in corso d’opera.
Vi lascio alla sinossi, scritta dalla Sem Edizioni, che, anche se secondo me spoilera parecchio (cosa che mi dispiace un po’), è quella ufficiale che compare su tutti i siti, quindi non voglio cambiarla.
Trovate il link ad Amazon nella colonna a lato.
 
 
Un vecchio mulino abbandonato. Tre bambini inseparabili. E un fantasma tornato dall’aldilà. Una favola? No, perché la paura è reale e trasforma il gioco in un dramma. Pamela, Leonardo e Michele hanno poco più di sette e nove anni. Stanno sfuggendo a un paio di bulli di paese che si vogliono vendicare di uno sgarbo. Non hanno scampo. L’unico rifugio possibile è un mulino diroccato che si fa sempre più vicino. Ha un aspetto macabro, inquietante. Una leggenda popolare narra che è abitato da un fantasma. Ma i fantasmi non esistono. Peccato si materializzi. Ha la forma e lo sguardo di un assassino.

lunedì 20 aprile 2015

Tra le righe #4: Peggy Sue

Come insegna “Kill Bill” esistono due tipi di supereroi, quelli che sono nati così e quelli che lo diventano. Ad esempio Superman è nato Superman e si nasconde dietro la maschera di Clark Kent, non come Peter Parker, che deve indossare una maschera per trasformarsi in Spiderman.
Nutro una certa simpatia per i supereroi nati come supereroi, forse perché mi piace l’idea che si debbano confondere con le persone normali e siano loro stessi solamente quando vivono avventure. Per questo motivo ho scelto un personaggio che è nato con un superpotere, Peggy Sue.
La saga di “Peggy Sue e gli Invisibili” è del francese Serge Brussolo, che ha all’attivo qualcosa centomila romanzi per ragazzi, di cui la metà sono dedicati alle avventure di Peggy Sue. Io ho letto cinque o sei libri di questa saga quando andavo alle medie, ed era una delle mie preferite.
Ogni tanto mi ricordo che esiste quando la vedo in libreria e mi viene voglia di comprare tutti i seguiti che ancora non ho letto, ma ho paura che lo stile che mi piaceva tanto da ragazzina mi sembri oggi troppo semplice, e dato che Peggy Sue è stata la mia eroina preferita per circa due anni non voglio rovinarmi l’immagine che ho di lei.
 
Serge Brussolo
Peggye Sue è nata con un potere che la isola dalle altre persone e dalla sua stessa famiglia, e la fa sembrare strana: lei è la sola, nel mondo, ad essere capace di vedere gli Invisibili.
Gli Invisibili sono fantasmi che possono assumere qualsiasi forma, passare attraverso le pareti, volare da un posto all’altro, e possono interagire con gli umani proprio come le persone normali, ma noi non possiamo vederli. Sono creature malvagie e con un pessimo senso dell’umorismo, che si divertono a causare incidenti, far litigare le persone, e quanto di più malvagio possono architettare – possibilmente con delle vittime umane coinvolte.
Da quando è bambina Peggy Sue li vede combinare disastri ma, quando prova a raccontarlo agli adulti, loro la prendono per pazza. Peggy decide allora saggiamente di starsene in silenzio, e di combattere gli Invisibili da sola. La sola arma che può usare contro di loro è l’astuzia e la caparbietà.
Nel corso dei libri si uniscono a Peggy vari personaggi che la aiuteranno a combattere i fantasmi. Primo fra tutti il cane blu, un piccolo randagio divenuto telepatico e di una sfumatura bluastra a seguito di una disavventura con un sole blu che rende intelligenti. Poi arriverà Sebastian, il fidanzato di Peggy, che, colpito da una maledizione nel deserto, si trasforma in sabbia se non è abbastanza idratato. Infine la simpaticissima nonna di Peggy, una vecchina che non si stupisce davanti a niente.
Peggy Sue è un personaggio ben costruito, assieme a tutto il suo mondo vagamente spastico.  È una ragazza che sta crescendo e ha le ansie e le preoccupazioni che hanno tutti gli adolescenti, ma visto l’atteggiamento delle persone nei suoi confronti (i più la credono pazza, anche i suoi genitori) è diventata empatica, sensibile ma anche coriacea a tutto ciò che la vita le riserva.
 
Nonostante l’intera saga di Peggy Sue sia un libro per ragazzi, e abbia sicuramente molti elementi stilistici che ben si adattano ad una lettura leggera, l’ho sempre trovata un po’ inquietante. Diciamo che è per ragazzini che non si spaventano facilmente.
Per leggerla si deve essere un po’ come la sua protagonista, perché una cosa è certa: se anche Peggy si spaventa trova sempre il coraggio di giungere alla fine.
 
 

giovedì 21 agosto 2014

Papà Gambalunga - Jean Webster

   Prima di leggere questo libro, se qualcuno mi avesse detto che poteva proiettarmi nel passato per una giornata, a quando avevo cinque anni, avrei risposto subito di sì. Sarei stata curiosa di rivivere una giornata tipo della mia infanzia con il senno di poi, per ricordare che cosa facevo e com’erano le cose una decina di anni fa, quando a me tutto sembrava grande – le persone erano tutte alte, le stanze tutte grandi e quella zia ora sempre musona e acida, solare e divertente. Sarebbe curioso rivedere tutto con una consapevolezza più adulta, no?
   Lo pensavo, ma ho cambiato idea.
   Se me lo domandassero ora, risponderei di no senza riserve! È più bello lasciare le nostre passioni infantili nella bruma dorata e poco dettagliata cui appartengono ora, anche solo per non rischiare di rimanere delusi dalla realtà. Se non indaghiamo oltre, potremmo ad ogni momento pescare uno qualsiasi di quei ricordi e godercelo appieno, senza vederne gli spigoli e gli angoli bui.
   Sono decisamente andata a immergermi in un angolo buio, leggendo questo libro, ma ho imparato la lezione e credo che da ora in po’ non mi fionderò a bomba su tutti i classici da cui hanno preso spunto per i cartoni animati che guardavo da bambina.
  Come ad esempio “Papà Gambalunga”.
 
 
   Uno dei ricordi che ci portiamo dietro di più a lungo sono i programmi che guardavamo da piccoli.
   Mia madre mi racconta ancora oggi con occhi rapiti di quando guardava i Flinestones o ascoltava per radio i racconti a puntate. Io ricordo che uno dei cardini della mia giornata era guardare i cartoni animati prima di andare a scuola (o litigarmi il telecomando con mio papà che voleva vedere il telegiornale. Vinceva sempre lui, anche se io cercavo di convincerlo dicendo «Ma succedono solo cose brutte!» Chissà perché la cosa non lo tangeva).
   Per questo motivo, immagino, quando sono venuta a sapere che “Papà Gambalunga” era in realtà un romanzo ne sono stata elettrizzata. Non appena ne ho avuta in mano una copia ho iniziato a leggerla, chiedendomi come avevo fatto a non scoprirlo prima.
 
   Dire che sono rimasta delusa da questo libro è un eufemismo. Non è che io sia delusa, si è delusi quando non va come ci si aspetta. Questo libro non va e basta! Tanto per capirci, non ho nemmeno bisogno di raccontarvi la trama, perché a parte due avvenimenti all’inizio e alla fine del libro, non succede proprio un cavolo!
   Una forma epistolare disordinata e decisamente infantile è stata scelta per il romanzo. Dovrebbe semplicemente essere una lettera al mese, e questo mi porta a pensare che ogni capitolo sia formato da una lettera, che racconta cos’è accaduto nei trenta giorni passati e basta. Invece no, forse non era abbastanza divertente da scrivere, in quel modo! È come se ogni lettera venisse cominciata e ripresa ogni tre o quattro giorni, con aggiornamenti sulle date e postille. Più che delle lettere sembrano un diario. A questo punto, mi dico, sarebbe stato molto meglio un diario: almeno avrebbe avuto senso!
 
Jean Webster
 
   Jerusha Abbott è una delle orfanelle più grandi al John Grier’s Institute, studia e aiuta all’orfanotrofio. I suoi risultati scolastici vengono notati da un misterioso benefattore dell’orfanotrofio, che si propone di pagarle la retta dell’università in cambio di suo notizie ogni mese.
   Jerusha inizia così a scrivere le lettere, raccontando come va la vita universitaria. Il nomignolo che sceglie per il suo benefattore è Papà Gambalunga, poiché di lui ha visto solo la sua ombra stagliarsi sulla parete al tramontare del sole, e le gambe dell’uomo erano particolarmente allungate.
   Dopo quattro anni di serena università, Jerusha – che alla terza o quarta lettera cambia nome in Judy, non si sa perché – non sembra aver maturato alcuno spessore come personaggio. È piatta e prevedibile, nelle sue lettere passa tutto il tempo a raccontare di cosa fa con le sue amiche nell’istituto e con altri amici durante le vacanze estive. Non accade nulla di rilevante fino alla fine, quando un suo caro amico di cui parla spesso la chiede in sposa. Jerusha rifiuta, senza nemmeno sapere il perché, dato che anche lei è infatuata dell’uomo, e scrive a Papà Gambalunga per chiedere consiglio. È allora che scopre che Papà Gambalunga è l’uomo di cui è innamorata.
   Fine.
 
   Quando mi sono lamentata della piattezza del romanzo, mia mamma mi ha sgridata e mi ha detto: «Non stai pensando quadirmensionalmente Patty!»
   A suo parere Judy e Papà Gambalunga non potevano stare assieme senza dare scandalo, perché lui era una sorta di tutore, per questo lui ha tenuto la sua identità segreta.
   Insomma, mi sta bene, ma anche se il libro è ambientato in un epoca in cui tutte le cose divertenti erano proibite, anticristiane o scandalose, non significa che non debba succedere assolutamente nulla!
   Allora, tanto per essere chiari – credo che sia la prima volta che lo dico – non leggete questo libro. Dico sul serio. Non leggetelo. Sarebbe una perdita di tempo, di denaro e arrecherebbe solo quel malessere impotente di cui siamo vittime noi lettori seriali: la sensazione che sia tutto sbagliato, ma noi non possiamo farci nulla!
 
Judy Abbott
come voglio ricordarla:
nel cartone animato!
 

giovedì 2 gennaio 2014

Hunger Games La ragazza di fuoco - Suzanne Collins

   Sarà la ferma decisione di tornare a scrivere, o le vacanze natalizie che mi permettono più tempo libero, ma leggo come un treno e non voglio fermarmi. Questo implica che abbiamo, a distanza di non molto, un’altra recensione.
   Come potete ricordare avevo recensito il primo Hunger Games con entusiasmo, e ora a distanza di quasi un anno mi ritrovo a leggere il secondo. Forse a causa della leggera immaturità che ho riscontrato nel primo libro, non sono impazzita per comprare il secondo appena dopo averlo finito, e probabilmente è per questo che ho aspettato così tanto tempo per leggerlo. In effetti “Hunger games – La ragazza di fuoco” è il regalo di un’amica per Natale, per cui non è vero neanche che l’ho comprato. Comunque sia ho apprezzato moltissimo il regalo e ho letto con avidità.


   La prima cosa da dire di questa seconda prova di Suzanne Collins è che il libro è sicuramente più maturo del primo, sia a livello di personaggi che di trama. Sia perché Katniss è meno petulante e più simpatica, sia perché l’argomentazione è più ampia. Non si tratta più di salvare sé stessi e i propri cari, si tratta di salvare un popolo. In particolare la popolazione di Panem.
   Sono contenta perché, finalmente, ho trovato una protagonista che mi piace. Ammetto di nuovo che, se dovessi mai incontrare Katniss, le tirerei un ceffone dopo dieci minuti per la sua incredibile cocciutaggine e stupidità (insomma, si può che passa un intero libro a vedere che tutti le danno una mano e a non rendersi conto di nulla?!), ma lo farei con rispetto. Il personaggio di Katniss è molto migliorato dal libro precedente, intanto adesso non fa più la finta tonta riguardo ai sentimenti di Peeta e Gale, e non sfoggia la sua superiorità intellettuale di fronte agli abitanti di Capitol City. Inoltre Katniss ha incarnato una delle mie più profonde fantasie letterarie: un protagonista che non vuole essere protagonista. Almeno all’inizio. Katniss è la pedina fondamentale della rivoluzione dei distretti di Panem, ma non vuole esserlo. Per buona parte del libro desidera scappare e voltare le spalle a tutti, salvando quelli che ama e mandando a quel paese gli altri. Questa diatriba, in realtà, continua a roderla per tutto il libro e solo nelle ultime pagine si rende conto di essere lei quella che deve portare avanti la rivoluzione, altrimenti non lo farà nessuno. Per il resto del tempo, all’inespressa domanda: «Katniss, invece di vivere la tua vita da vincitrice, ti andrebbe di metterti in pericolo per migliaia di sconosciuti, mettendo così a rischio te stessa e chi ami?», lei risponde:
 
   Insomma, dove altro la trovate una protagonista come lei? Katniss prima di rassegnarsi ad essere Ghiandaia Imitatrice della rivoluzione è egoista, impulsiva, pensa solo a salvare Peeta e per lei gli altri possono anche crepare. Insomma è una persona reale, che non ha sempre intenti nobili e prende decisioni sagge e coraggiose.
   Continuando a parlare di personaggi, ecco, non si può avere tutto dalla vita. Perché Peeta, che nello scorso libro mi era piaciuto tanto, adesso comincia a stancare. Il bravo ragazzo che non farebbe male ad una mosca nella situazione del precedente libro era molto interessante. Ci si domanda come si comporterà una persona con il suo carattere negli Hunger Games. Ma ora che non si tratta più solo di “giochi” ma di vera rivoluzione, Peeta dovrebbe tirare fuori quel suo innato charme di cui tanto si vocifera e usarlo contro il presidente Snow. Invece lui riesce a ferirsi innumerevoli volte, dimostrare quanto è sensibile, quanto è innamorato di Katniss, e alla fine riesce anche a farsi catturare. Peeta, a mio parere, sarebbe un personaggio interessantissimo se gli permettessero di giocare d’astuzia. Come carne da macello nell’arena è sprecato! Lui dovrebbe essere colui che guida la rivoluzione dall’interno, con le sue parole infiammanti e la sua astuzia. Nell’arena, fa solo la figura del babbeo.
 
   A questo proposito arriviamo ad un altro punto che mi sta molto a cuore.
  La politica è la chiave di questo secondo libro. Ricorda moltissimo “1984” di George Orwell (probabile che vi sia almeno un po’ ispirato). La società è controllata, più che dalla forza, dalla psicologia, e quando Katniss entra in questo meccanismo le viene chiesto di fingere per la popolazione, per tenerla sotto controllo. Ho trovato molto interessante questo fatto, che nel libro precedente era stato appena accennato, e infatti la parte del libro che ho preferito è quella in cui sono fuori dall’arena.
   Solo una cosa ho trovato inconcepibile ma, purtroppo, è uno dei perni del libro. Un uomo che manipola la popolazione con leva psicologica – terrore e speranza – come il presidente Snow, non potrebbe mai indire degli Hunger Games come questi. Il compito di Snow è quello di tenere i Distretti in ordine e allietare Capitol City con i giochi. Usando vecchi tributi Snow crea agitazione fra i Distretti perché annuncia apertamente di essere a conoscenza dell’imminente idea di ribellione e avere tutta l’intenzione di combatterla, annunciando che "anche i più forti non possono competere con Capitol City". Inoltre manda a morte i precedenti vincitori, amati da tutta Capitol City, e così nemmeno alla capitale piacciono i settantacinquesimi Hunger Games. Sono dei giochi controproducenti, tanto che un uomo intelligente come Snow non li avrebbe mai organizzati. Il punto di quei giochi era uccidere Katniss, questo è logico, ma ci sono moltissimi modi per ucciderla o renderla inoffensiva. Snow, che tanto ama la psicologia, non userebbe la violenza.
   Il libro poteva essere molto più interessante se Katniss avesse guidato consapevolmente la rivoluzione da fuori l’arena.
 
Jennifer Lawrence, com'è comprensibile interpreta Katniss nel film.
 
   La storia comunque è bella anche così, e queste sono preferenze personali. Ci tengo poi a precisare che ho apprezzato moltissimo tutti i nuovi personaggi, e l’idea dell’arena/orologio era fantastica! Anche il finale mi è piaciuto molto, e adesso sono curiosa di sapere come andrà a finire.
 
   Ho visto anche il film, di “Hunger Games – La ragazza di fuoco”. Consiglio a tutti anche il film, se non altro perché ci sono un sacco di attori meritevoli, fra cui Jennifer Lawrence e Woody Harrelson (che sta meglio con i capelli lunghi che non dal vero), ma anche Philip Seymour Hoffman e Stanley Tucci. Soprattutto la Lawrence, è un’attrice fantastica e piena di talento. Devo ammettere che sono curiosa di vederla in altri film, e spero che ne faccia a valanghe. Penso che sia una donna di cui potrei anche innamorarmi!
   Comunque sia, non chiedetemi se è meglio film o il libro perché non vi so rispondere. Entrambi sono molto belli ma forse, per quel che sono, è riuscito meglio il film.