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lunedì 9 gennaio 2023

La montagna

   Dopo tanti anni di assenza è difficile trovare un modo per iniziare. Mi pare di essere in uno di quei film indipendenti dalla comicità un po’ particolare, in cui i personaggi si guardano in silenzio per un attimo e non sanno cosa dire. Perché dopo quattro anni, cosa si può dire?
   Fortuna che scrivere è diverso da parlare. Intanto il primo paragrafo è scivolato fuori dalla tastiera con facilità disarmante.
   Da qui non può che essere tutto in discesa.

   Questo blog è sempre stato il mio piccolo angolino libero, in cui fare ciò che più mi aggrada. Non ci sono regole prestabilite, se ci sono le ho decise io e se non riesco più ad adattarmici le cambio. Da qualche mese ormai sentivo la tentazione di ricominciare a scrivere, nonostante possa non sembrare il momento più adatto. Di tempo per leggere ne avrò poco, per scrivere ancora meno, e avrò così tanti di quei pensieri che potrebbe essere complicato tirare fuori la matassa dalla mente e svolgerla a beneficio di una persona esterna – o a mio beneficio, se è per questo.
   Le novità son presto dette: Il Fidanzato ha ricevuto una promozione a Il Marito e Noi Due stiamo per diventare Noi tre. A breve. Brevissimo. Da un momento all’altro, tanto che mi sento come una bomba a orologeria. Nonostante questo, o forse – chissà – proprio per questo, il desiderio di scrivere e di leggere e di parlare di libri si è amplificato fino a raggiungere proporzioni elefantiache ed eccomi qui. Magari, in un momento in cui tutto sta per cambiare, ho bisogno di fare qualcosa per me, di ricordarmi che è mio dovere ritagliarmi un pezzettino che è solo mio.
   Da qui non può che essere tutto in salita, ma per fortuna mio marito mi ha fatto conoscere le meraviglie della montagna – a me, che sono un’amante del mare – e le salite non fanno più così orrore.

   Quindi parliamo di libri.
   Non avevo un’idea precisa di ciò che avrei detto quando ho iniziato a scrivere questo post, ma le parole si srotolano da sole sulla pagina e ora è come guardare una vallata dall’alto: non se ne capisce la portata quando si è in fondo, ma sulla cima se ne gode il panorama e si notano le forme, i sentieri già percorsi e la strada per ridiscendere, ed è subito chiaro che cosa si debba fare.
   Negli ultimi anni ho ricominciato a rileggere libri già letti, cosa che prima evitavo con cura. Ho scoperto che non mi dispiace e vorrei dedicarvi un post a parte. La rilettura è un argomento che va trattato con i dovuti modi, si merita un suo post.
   Un’altra abitudine che ho preso è quella di leggere saggi. Prima non leggevo saggi. Non sapevo su cosa buttarmi, temevo che fossero noiosi, o complessi, o forse non avevo ricevuto la spinta necessaria a uscire dalla mia comfort zone, ovvero i romanzi. Be’ non so come è iniziata, non ricordo, fatto sta che adesso metà della mia wishlist è composta da saggi e mi sembra di non averne mai abbastanza.
   Come al solito comunque sono molto severa con ogni libro che ha la sventura di capitare sotto il mio scrutinio (è una fortuna che io non faccia l’insegnante o sarei quella stretta di voti che tutti gli studenti odiano) e, dando un’occhiata alle lettura degli ultimi anni, quelle che mi sono rimaste impresse a distanza di anni sono davvero poche.

   Ho lasciato con Steinbeck e riprendo con Steinbeck: La valle dell’Eden. Autore per me ormai collaudato, non ha deluso neanche questa volta. A distanza di anni del romanzo ricordo le atmosfere, più che la trama: un’America soleggiata, calda, una famiglia che basa la sua esistenza sui valori di una volta, su delle sicurezze stoiche che, di lì a qualche anno, verranno smembrate, soppiantate dalla rivoluzione culturale e sessuale degli anni ‘60. Mi ricordo un’America che non scende a patti, che vede le cose bianche o nere, e sono in pochi coloro che accettano un mondo fatto di compromessi, di sfumature e di verità relative. Il protagonista è uno di loro, bollato come ragazzo ribelle dall’animo oscuro, si scontra con il padre e il fratello, entrambi troppo attaccati al sogno americano, alla patina che lo riveste, per accettare che il mondo non è così semplice. Eppure, legati indissolubilmente, i due fratelli incarnano uno la cecità di fronte al cambiamento, l’altro la curiosità per lo stesso.
   Una lettura che ricordo sempre con piacere è Nel guscio di Ian McEwan. Storia di un Amleto senza nome che assiste impotente al complotto della madre e dello zio per uccidere suo padre. Impotente perché assiste a tutto ciò dall’interno del proprio guscio: il grembo della madre. Il suo unico potere? Venire al mondo. Di questo libro ho anche visto la trasposizione teatrale, un lungo monologo recitato benissimo da Marco Bonadei. Ora, non mi intendo di teatro, ma essere soli sul palco, parlare per due ore e non annoiare è certamente una sfida. Consigliatissimo il libro e, a chi piace, anche lo spettacolo.
   Un romanzo cui sono legata più da un punto di vista sentimentale, probabilmente, è They both die at the end, di Adam Silevera. Forse perché l’ho comprato a New York, durante il viaggio del matrimonio/luna di miele. Visitare un paio di librerie storiche era nelle tappe del viaggio e, alla Strand, ho comprato questo YA di cui avevo già sentito parlare e che ancora non era arrivato in Italia (ora c’è, con il titolo L’ultima notte della nostra vita, mi pare). Storia godibile e, come si nota dal titolo, dal finale tragico ma che in qualche modo va bene così. Uno di quei finali amari che vorresti fosse diverso ma, allo stesso tempo, sai che quel finale è quello giusto – purtroppo.
   Altra autrice che per me è già intoccabile e di cui leggerei anche la lista della spesa è Amélie Nothombe, di cui ho scoperto Sabotaggio d’amore. Uno dei suoi libricini sottili, che rischiano di passare inosservati o incompresi. Personalmente è un’autrice che mi mette in soggezione, forse per la misura immensa del suo ego, o forse per il fatto che può addirittura permetterselo, un ego così smisurato. Una volta ragionai sul fatto che alcuni degli artisti più bravi sono quelli che, di persona, sembrano più antipatici. La Nothombe sembra così. Perché avere la presunzione di scrivere un romanzo su un periodo della propria infanzia durato pochi mesi e che, a posteriori, può essere considerato irrilevante, richiede una fortissima convinzione di essere interessanti. E ci vogliono tanto fegato ed egocentrismo per farlo. E tanto talento anche.
   Uno dei primi saggi su cui mi sono lanciata è stato un classico di un tema a me caro, il femminismo. Ho pensato di iniziare dalle basi e leggere Il secondo sesso, di Simone de Beauvoir. Una pietra miliare, posso dire a posteriori, che tuttavia va collocata nel suo tempo. La Beauvoir è decisamente all’avanguardia sulla maggior parte dei temi trattati, ma ancora figlia sul tempo per altri. Nonostante questo ritengo che sia una lettura base per chiunque voglia affacciarsi su questo tema, o sarebbe come voler correre ancor prima di aver imparato a camminare.
   Per rimanere in tema saggi, uno di tutt’altra natura ma considerato un classico di quella tematica è Armi, acciaio e malattie, di Jared Diamond. L’autore, geografo e antropologo, illustra come l’evoluzione delle popolazioni sia intrinsecamente legata al luogo in cui si sono sviluppate. Le popolazioni dell’Eurasia hanno avuto uno sviluppo più veloce rispetto a quelle isolate dell’Oceania, o a quelle dei climi meno favorevoli come l’Africa e le Americhe. Diamond spiega cosa ha favorito questo sviluppo e cosa lo ha ostacolato, con un linguaggio estremamente chiaro. L’unica critica che si può muovere al libro è che, verso la fine, diventa un poco ripetitivo: le cause che secondo l’autore vanno a inficiare sullo sviluppo tecnologico sono sempre le stesse, e sebbene ci siano differenze fra un continente e l’altro, ovviamente, il succo della questione rimane lo stesso e la lettura si fa monotona negli ultimi capitoli.
   Avevo accennato tempo fa al fatto che la cultura giapponese mi affascina. È difficile trovare romanzi di autori giapponesi che non siano i soliti due o tre che vengono citati da vent’anni, così mi sono informata e ho deciso di iniziare dai classici moderni. Ho scovato Yukio Mishima, un personaggio particolare la cui vita è stata una fitta rete di contraddizioni, ma la cui penna mi ha conquistata. Ho letto Confessioni di una maschera, romanzo d’esordio in cui sceglie di rivelare le proprie passioni omosessuali e, in alcuni casi, particolarmente estreme (un interesse anche troppo entusiastico nei confronti del sangue, dei martiri e delle ferite), insieme alle proprie insicurezze adolescenziali, alle paure e alla brama contraddittoria di vivere per sempre e allo stesso tempo di morire gloriosamente. Si intravede la figura di un giovane che, nonostante le stranezze, suscita tenerezza e in alcuni casi compassione. Non so se abbia scritto altri libri autobiografici, in ogni caso sono curiosa di conoscere questo autore un po’ folle e un po’ timido in queste pagine si rivela con sincerità e coraggio.
   Per tornare ai saggi ho letto qualcosa che non mi sarei mai aspettata di leggere, anche solo un paio di anni fa. L’unica regola è che non ci sono regole, intervista dell’autrice Erin Meyer a Reed Hastings, fondatore di Netflix. Ho fatto l’abbonamento a Netflix, cedendo alle pressioni, poco prima dell’inizio della pandemia – quindi una decisione che si è rivelata fortuita nei lunghi mesi di reclusione – e quando ho visto questo titolo ho pensato che sarebbe stato interessante leggere la storia dell’azienda. Peccato che non si tratti della storia dell’azienda, ma della sua politica. Se lo avessi capito prima probabilmente non lo avrei letto, ma per fortuna non l’ho capito e ho scoperto una cosa nuova su di me: mi interessa questo argomento. Hastings racconta delle strategie che utilizza con i suoi collaboratori per fare in modo di avere un’azienda di successo. Alcune possono sembrare bislacche a noi italiani visto che la cultura del lavoro negli USA è molto diversa, ma i principi su cui si basa sono universali e molti sono applicabili anche qui. Sono abbastanza convinta che da qualche parte il signor Hastings voglia mettere in buona luce il suo prodotto, e che forse ci sono alcune cose non dette, ma non si può ignorare il fatto che egli ha, effettivamente, fondato un’azienda di videonoleggio e, mentre Blockbuster affondava, Netflix faceva il botto. Il libro offre anche uno spaccato su com’è lavorare negli Stati Uniti, il che fa venire un po’ voglia di tenersi alla larga da quel posto, ma rimane comunque una lettura interessante.
   Per avvicinarmi alle lettura più recenti, infine, ecco Cecità di José Saramago. L’autore non ha bisogno di presentazioni, e forse la storia è arrivata nel momento giusto: né troppo addentro alla pandemia da non permettere di concentrarsi sulla narrazione, né troppo al di fuori da non ricordare la situazione come fosse ieri. Durante i mesi di lockdown vedevo sul web tanta gente, una volta passata la fase di shock iniziale, cominciare a consigliare alcuni libri da leggere a tema ‘malattia’, alcuni dei più gettonati erano La peste di Camus e L’ombra dello scorpione di King. Mi chiedo ora perché nessuno abbia parlato di Cecità. La trama è semplicissima, nel mondo si diffonde una malattia che rende ciechi dall’oggi al domani e la società collassa nel giro di un paio di settimane. È impressionante il fatto che Saramago abbia descritto alcune delle situazioni che si vengono a creare senza aver vissuto in prima persona una pandemia (almeno, non credo che l’abbia vissuta, ma avrà sicuramente sentito storie sull’influenza spagnola e magari, chissà, si è rifatto a quelle). Prima l’incredulità, la sensazione che non possa capitare a noi, poi il panico quando inizia a diventare virale. La costruzione di centri di raccolta per i malati, la paura dei sani nei confronti degli infetti, che si trasforma in vera e propria violenza pur di scampare al contagio. Le misure insufficienti che vengono prese dal governo e la gestione inefficace di fronte a una situazione così grave e sconosciuta. Infine – e qui per fortuna sfociamo nella pura ipotesi perché non siamo arrivati a tanto – la violenza senza quartiere che si genera in una situazione disperata, ciò che si è disposti a fare per sopravvivere, quanto si può scendere a patti con la propria umanità per conservare la propria vita. Ancora non mi sento di consigliare questo romanzo a tutti, proprio per la vicinanza con un fenomeno che ha così radicalmente cambiato le nostre abitudini e concezioni, e che per il resto della vita segnerà uno spartiacque. Non leggetelo, se ancora non avete preso le distanze.
   Appena qualche mese fa, infine, ho letto La vegetariana, di Han Kang. Anche questo libro è stato scelto per curiosità nei confronti della letteratura estera. Leggo molti autori americani e inglesi, che si prendono larga fetta del mercato, e ovviamente italiani. Gli europei poi arrivano più facilmente in Italia, per una questione puramente geografica immagino, ma ci sono dei luoghi che rimangono nel lato oscuro della luna. Di libri di autori sudamericani, ad esempio, si parla pochissimo, di romanzi di autori di origine africana ancora meno, e gli autori asiatici si devono andare a cercare per trovare qualcosa. Fortuna che oggi la ricerca è più semplice, così ho deciso di leggere La vegetariana, ricordando il successo che aveva avuto e pensando che, dato che non ho mai letto nulla di un autore coreano, potevo iniziare da lì. Ho avuto un graditissima sorpresa, tanto che ho già in wishlist il prossimo libro della Kang nella sua traduzione inglese (perché non è edito in Italia). La cosa che più mi ha rapita è lo stile secco dell’autrice, in linea con la storia che racconta. Il modo spoglio e pacato di raccontare la storia di una donna che sceglie di spogliarsi di tutto ciò che è inutile, e mentre lo fa si rende conto che ogni cosa, in fondo, è inutile. Abbandonate le convenzioni, a iniziare dal modo di mangiare, la protagonista decide di lasciarsi andare solo a ciò che veramente desidera, senza pensare alle conseguenze o ai giudizi altrui. Ogni piccola libertà che si prende è come togliere uno strato alla realtà e scoprire che c’è un altro strato che può levare, un altra usanza irragionevole di cui, si rende conto, può fare a meno. E così avanti fino a raggiungere il nocciolo, fino a spogliarsi completamente di ciò che ritiene superfluo.

   Dopo questa che era decisamente una scalata di titoli, vi lascio in pace ad ammirare la vallata, sperando che magari abbiate trovato qualche titolo di vostro gradimento. Non c’è molto altro da dire, se non che spero di tornare presto a scrivere con regolarità, anche se la vita ci mette sempre in mezzo lo zampino. E questa volta non posso che esserne felice.

lunedì 28 agosto 2017

Praga

Ogni tanto vi ammorbo con dei post diversi dal solito, questo potrebbe persino essere utile! A voi un piccolo prontuario di informazioni su una delle più belle città che io abbia mai visitato e che ho visto per la prima volta quest’estate: Praga!
Se avete in programma un viaggio e non sapete quale meta scegliere, vi consiglio Praga. Se un giorno il Diavolo vi tenterà e vorrete spendere quel gruzzolo che giace lì per cose importanti come la pensione, andate a Praga. Ne varrà la pena, e forse scoprirete che volete passare lì, dopotutto, gli anni della pensione.

Il cimitero ebraico
Prima cosa da sapere su Praga, è molto piccola e i mezzi di trasporto sono sì utili ma, a volte, superflui. Quando ho prenotato l’albergo ero preoccupata perché si trovava nella zona di Praga2, mentre la zona da visitare era a Praga1. Siccome il prezzo era buono ho pensato “Pazienza anche se è un po’ lontano, ci sono sempre i mezzi pubblici”. Una volta lì ho scoperto che le zone non sono assegnate per distanza dal centro. Tanto per farvi capire, il primo giorno a pranzo io e Il Fidanzato abbiamo visto che una delle nostre mete culinarie (la birreria U Fleku) era poco distante dall’hotel. Abbiamo deciso di andarci a piedi e, dopo mangiato, abbiamo visto che il centro era a quindici minuti di cammino da lì. Insomma, abbiamo fatto una passeggiata giusto per digerire e ci siamo ritrovati in pieno centro storico! Morale della favola? Non spaventatevi se trovate alloggi a Praga5 o Praga6, quattro fermate di metro e siete in centro.
Seconda cosa che mi ha colpita della città: il 90% degli edifici sono meravigliose costruzioni storiche! E qui si richiede una deviazione.
Per una serie di vicissitudini al mio compagno hanno regalato almeno una ventina di guide del National Geographic, quindi prima di visitare la città mi sono letta gran parte del libricino e ho scoperto che Praga è stata una delle città europee meno colpite dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, quindi tantissimi edifici risalgono all’epoca romanica o rinascimentale, mentre la maggior parte delle facciate è degli anni ‘20 o ‘30 del secolo scorso. Sono state rifatte per seguire il gusto dell’epoca, ma dato che gli edifici erano ancora in ottime condizioni, non hanno ritenuto necessario abbatterli.
Girare per le strade è bellissimo, in ogni dove ci sono palazzi con decorazioni splendide e tutte diverse!

Il palazzo reale
Ci sono due quartieri che mi sono piaciuti moltissimo, la Città vecchia (Stare Mesto) e il quartiere ebraico (Josefov).
Nella Città Vecchia l’attrazione più importante è la piazza detta appunto “della città vecchia”, nella quale potersi rilassare e dove attendere lo scoccare dell’ora dell’Orologio Astronomico, che si trova all’esterno del municipio. Già di per sé è un bellissimo orologio, ma ogni ora si aziona un meccanismo e si possono vedere i pupazzi situati ai lati e all’interno della struttura muoversi.
Attaccata a Stare Mesto c’è Mala Strana, il quartiere minore. In queste stradine ci si perde facilmente, ma va bene lo stesso perché sono tutte vie molto piccole, tortuose e pittoresche, dove si possono trovare bei negozi, bar o ristoranti. In questa zona l’ultimo giorno io e il mio compagno abbiamo scovato una caffetteria che vendeva cioccolatini artigianali. Abbiamo fatto la seconda colazione, come gli hobbit, e anche comprato dei regali commestibili!
Da qui Josefov è a due passi, ed è ricca di monumenti da visitare.
A questo punto ci tengo a precisare una cosa, ogni singola visita è a pagamento, anche quelle agli edifici sacri. Per il giro delle sinagoghe abbiamo pagato poco più di 10 € a testa. Non molto, se penso che abbiamo visitato cinque o sei sinagoghe, il cimitero ebraico (decisamente suggestivo!) e ci siamo imbattuti in un signore anziano, nella sinagoga Vecchia Nuova, che ci ha raccontato un po’ di storia. L’ha tirata per le lunghe, è vero, ma è stato comunque piacevole incontrarlo! Abbiamo scoperto che la leggenda narra che le pietre della sinagoga Vecchia Nuova sono arrivate direttamente da Gerusalemme, trasportate dagli angeli. Inoltre ci ha spiegato che la torre appena fuori dall’edifico è fornita di due orologi per un motivo ben preciso: quello più in basso era per gli ebrei, che leggono l’ora al contrario, infatti le lancette scorrono verso sinistra, invece quello più in alto era stato installato lì perché anche tutti gli altri potessero leggerlo, ed è lì situato perché si vedesse da oltre le mura del quartiere ebraico.
A Josefov pullulano ovunque rimandi alla leggenda del golem. Io ho comprato un magnete a forma di golem da attaccare al frigo, per arricchire la mia collezione di magneti da ogni parte del mondo, ma c’erano bar e ristoranti dedicati al golem e al rabbino che lo creò, Judah Loew, disegni, fumetti e quant’altro.
Vista dal Ponte Carlo
Ultima info da guida, ossia un altro posto bellissimo da visitare: il castello di Praga! La strada che porta al castello è una via in salita, tortuosa, con i marciapiedi stretti, curve che impediscono la visuale ed è piena di piccoli negozi che vendono oggetti in legno, burattini, vari gadget della città (l’oggettistica più in voga è quella con Alfons Mucha) e ristorantini. Insomma, l’ho adorata. Lungo tutta la strada il castello incombe su di noi, arroccato su un altura e, quando vi si arriva, la prima cosa che vien voglia di fare è rivolgere lo sguardo alla città sottostante, che si estende tutta ai nostri piedi (in quel momento si capisce come mai il castello sorge proprio lì, in effetti era una sistemazione strategica). In un museo che si trova nella piazza sulla quale dà anche il castello, una guardia museale molto gentile ci ha portati fino alla finestra dalla quale abbiamo potuto vedere il cambio della guardia, che viene fatto tutti i giorni ma solo a mezzogiorno. Altre cose da vedere all’interno sono di sicuro la Cattedrale di San Vito, talmente alta da far venire il torcicollo a forza di osservare le guglie più alte, il Palazzo Reale, che dimostra che l’architettura più è semplice più comunica un senso di solennità, e il mio preferito: il Vicolo d’Oro. In questa stradina gli alchimisti avevano aperto i loro negozi, alla ricerca della formula per trovare la Pietra Filosofale, oggi c’è un museo di armi e armature medioevali e ogni casetta è una ricostruzione delle case realmente esistenti, con tanto di cartello di presentazione degli abitanti.
Uscendo dal castello si può riattraversare la Moldava passando dal Ponte Carlo, che vene costruito per rimpiazzare un ponte più antico distrutto a causa di un’inondazione. Il ponte è pieno di statue di santi e la struttura è ormai annerita dal tempo, ma trovo che faccia parte del suo fascino.

Passando ora a cose diverse, qualche curiosità.
Adoro assaggiare il cibo che non conosco e da questo punto di vista a Praga mi sono trovata benissimo! Oltre a mangiare bene a prezzi modici ho assaggiato piatti che non avevo mai mangiato. I nuovi sapori stanno nelle piccole cose, non tanto nei piatti di carne, che sono una rivisitazione dei nostri stufai (il famoso gulash non è altro che quello) ma ho scoperto la una salsina bianca al rafano piccantissima e, per la seconda volta in vita mia, ho apprezzato una birra! Non amo il sapore amarognolo della maggior parte delle birre, ma quella che servono a Praga è meno amara, molto corposa, una birra scura che persino io ho bevuto più che volentieri. In ceco si chiama ‘pivo’ e viene solo 35 corone (meno dell’acqua, circa 1,30 €)! Oltre a queste cose dovete assolutamente assaggiare un dolce tipico, il trdlo. Si tratta di un impasto dolce a base di farina e spezie, che viene arrotolato e cotto allo spiedo, finisce per assomigliare a un cannoncino gigantesco. Può essere servito così, oppure con qualcosa all’interno. Io l’ho preso con dentro della frutta e sopra del gelato alla crema, buonissimo!
Altre curiosità che ho notato è che le guardie museali erano tutti anziani. Non anziani come un sessantenne che si avvicina alla pensione, anziani come una persona che si è già ritirata da tempo. Non so se si tratti effettivamente di lavoratori o di un servizio per gli anziani, che comunque li tiene impegnati in un lavoro poco faticoso (c’erano sedie in ogni stanza dove potevano riposarsi), oppure se l’età per il pensionamento è molto, molto più avanzata rispetto alla nostra. Fatto sta che è una cosa che ho trovato curiosa.

Ora vi lascio, dopo questo post lunghissimo che potrebbe avervi ammorbato, ma nel caso qualcuno di voi abbia in programma un viaggio a Praga, be’… divertitevi! Avete fatto un’ottima scelta!

martedì 7 febbraio 2017

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AVVENURA
Tutti i lettori hanno un genere che preferiscono, e anche gli autori. Infatti molto spesso si parla di un autore affermato come «uno scrittore di thriller» o, «un’autrice di libri di fantascienza». Però se ripenso a ciò che ho scritto io e che mi piace scrivere, non saprei collocarmi in un nessun genere. Ho scritto racconti horror, thriller, una storia ambientata in un presente distopico e, una volta, un racconto con ambientazione storica. Amo cambiare genere, così come amo provare nuovi ristoranti e visitare sempre una città diversa.
Mi piace cambiare e non voglio inserirmi in nessuna categoria. Ma mi chiedo, sarà una cosa buona?

Trovare un genere che piace e su cui preferiamo scrivere la maggior parte dei racconti o romanzi che abbiamo in mente ha i suoi vantaggi. Si imparano più in fretta gli stilemi, quali sono e come usarli, quali sono i più apprezzati e quali sono diventati scontati. Si può avere più consapevolezza di ciò che stiamo scrivendo, capire se è un lavoro originale o se ricalca i vecchi classici del genere. Però in questo modo un autore rischia, con il tempo, di ripetersi. Non possiamo pretendere che tutti i romanzi siano meravigliosi se le tematiche, i personaggi, le situazioni – che per forza di cosa devono seguire le linee guida del genere che ha scelto – sono simili fra loro.
Scrivendo questo post ho pensato a quale sarebbe ‘il male minore’: rischiare di ripetersi o non avere una completa visione del genere che si sceglie? Alla fine mi sono arresa perché questa è una di quelle domande che non hanno risposta. O meglio, che hanno quella riposta detestabile che si applica per molti – troppi – casi: dipende.
Dipende da cosa vogliamo come autori.
FANTASY
A meno di non essere dei geni tutti dobbiamo applicarci e impegnarci. Avere un genere di riferimento su cui basarsi e costruire solide fondamenta per la propria scrittura è il modo più sicuro, veloce e semplice per farlo. Se vogliamo diventare il prossimo autore di punta di una casa editrice, allora probabilmente dovremmo trovare un nostro genere, studiarlo a dovere e applicarci quasi esclusivamente a quello per eccellere e ottenere dei risultati. Se non ci interessa poi così tanto pubblicare, o non vogliamo farlo il prima possibile, o ancora siamo una di quelle rarissime persone che scrivono per sé stesse e sono contente così, allora non c’è obbligo di trovare una collocazione. Possiamo permetterci di sperimentare, il che ci dà la possibilità di conoscere un po’ tutto – ma badate, un po’ meno.

Il discorso mi spinge verso una domanda. So che cosa sto facendo, ma che cosa è mio desiderio fare? Quali sono le mie priorità nella scrittura, che cosa voglio da me stessa come autrice?
Ammetto che mi piacerebbe poter rendere questa passione se non un lavoro che porta guadagno, almeno una parte del mio lavoro, dargli una sede più centrale nella mia vita. Ma non voglio forzarmi, non voglio che diventi una missione, voglio che sia un obiettivo. Darò alla mia scrittura lo spazio e i tempi che gli ci vogliono per maturare. In questo momento è ancora in una fase esplorativa, deve conoscere il mondo e capire qual è il suo posto. Quindi ora va così: sperimento, viaggio, conosco, e forse un giorno mi fermerò sull’isolotto che ho trovato più bello.

HORROR

lunedì 5 dicembre 2016

I sopravvissuti


La gif dice tutto.
Sì, sono viva. Senza tediarvi troppo, vi dico solo che ho impegnato il 99% delle mie energie prima per cercare casa, poi per compare la prescelta e in seguito per ristrutturarla. Ora che siamo in dirittura d’arrivo sento finalmente di stare tornando in una dimensione di normalità.
Riprendo quindi il blog!, che, devo ammettere, mi è mancato parecchio. Riprendo i commenti ai blog che seguo, che ho continuato a leggere con interesse ma saltuariamente e sempre fra un minuto di tempo e l’altro, per cui non ho mai avuto davvero tempo di lasciare un commento agli articoli.
In questo periodo mi sono concentrata su altre priorità, lasciando il resto in standby. Ho fatto come quegli animali che regolano l’afflusso di sangue solo agli organi vitali per sopravvivere in casi estremi. Ho rallentato l’afflusso di tutto ciò che non era essenziale e ho diminuito persino le letture (ora capite come la situazione era spossante!).
La maggior parte dei libri che leggevo finivano per stancarmi presto e li ho lasciati perdere senza troppi rimorsi. Pochissimi hanno resistito, e di questi ancora meno sono quelli che ricordo con piacere. A loro va dedicato in premio questo post, dato che sono scampati al libricidio.
Quindi ecco a voi, con tutti gli onori, i sopravvissuti.

Jonathan Stange e Mr. Norell, di Susanna Clarke
All'inizio dell'Ottocento, della magia inglese rimangono quasi solo leggende come quella di Re Corvo, il grande mago capace di fondere la sapienza delle fate con la ragione umana. Ma dalle regioni del Nord un tempo visitate da elfi e folletti appare il signor Norrell, capace di far parlare le statue della cattedrale di York: la notizia sembra segnare il ritorno della magia in Inghilterra, e Norrell si trasferisce a Londra per offrire i suoi servizi magici al governo, impegnato nella guerra contro Napoleone. Ma una profezia parla di due maghi che faranno rinascere la magia inglese. Uno dei due maghi è Norrell. E l'altro chi è?

Con tutto il rispetto per chi scrive le quarte di copertina, ma questa è davvero pessima.
Non rende affatto giustizia al libro, allo stile, al linguaggio, alla trama, proprio a niente! Ho letto questo romanzo dopo averne letto la recensione sul blog “La Leggivendola”, che adoro e seguo da anni. Mi fido ciecamente delle sue recensioni e, sebbene a volte i miei gusti vadano altrove, quando trovo qualche libro che mi sembra interessante e che lei ha recensito bene la curiosità aumenta e la voglia di leggero è irresistibile.
Infatti l’ho letto.
Che dire di “Jonathan Strange e Mr. Norell”? Il commento a caldo che avevo da fare, non molto approfondito né ricercato, a chi mi chiedeva come andava la mia lettura in quel periodo, era: «È come se Jane Austen avesse deciso di lasciar perdere i matrimoni degli ereditieri e si fosse dedicata al fantasy». Ed è proprio così, per diversi motivi.
Il linguaggio della Clarke è minuzioso, elaborato, e ci riporta in un’epoca che solo i romanzi ottocenteschi sanno ormai evocare. Trovo questo particolare interessante perché l’autrice poteva benissimo adattare i toni ad una più moderna scrittura, invece ha deciso di rimanere fedele all’epoca in cui si svolge la vicenda. Mi rendo conto che non sempre si può fare (un romanzo in latino ambientato nell’epoca d’oro dell’impero romano non è il massimo, ebbene sì), ma quando se ne ha la possibilità questo dettaglio aumenta la magia del romanzo. Mi è capitato di leggere romanzi storici ma nessuno utilizzava un linguaggio così fedele all’epoca trattata. Penso che una scelta come questa sia da lodare perché non è affatto facile scrivere in un linguaggio così lontano da noi per un libro che oltre ad essere lungo tratta anche temi piuttosto estranei all’epoca.
La trama è complessa e prosegue senza fretta, proprio come nelle epopee familiari di fine ottocento. Conosciamo a fondo i personaggi, la loro vita e coloro che gli si muovono attorno. Di ognuno leggiamo le disavventure e, alla fine, anche quelli che consideravamo semplici comparse hanno modo di avere un ruolo decisivo. Nessuno è lì per caso, nessuna pagina è scritta a vuoto.
La storia si chiude con una drammaticità inaspettata. Non ci sono vincitori né vinti, non esiste nessuno che ne esca completamente pulito. L’ho trovato un romanzo massiccio, che si scopre essere alla fine molto più di quello che appare. Non è solo un fantasy, non è solo un’avventura, né una prova di stile eccellente, è una storia complessa capace di incantare il lettore. Personalmente mi ha trasmesso l’idea dell’esistenza di forze a noi incomprensibili, cose “più grandi di noi” con le quali abbiamo a che fare e di cui scorgiamo un barlume di quando in qua, ma che non potremo mai capire del tutto.

La breve favolosa vita di Oscar Wao, di Junot Dìaz
“La breve e favolosa vita di Oscar Wao”: già dal titolo si capisce che il romanzo non avrà un lieto fine classico. Ma non importa. Perché la vita di Oscar - ribattezzato Wao da un amico dominicano che storpia il nome di Wilde – è davvero favolosa. Da favola. Da favola letteraria, magica e realistica al tempo stesso. Nasce e cresce nel New Jersey, il grasso, poco attraente, intelligente e parecchio eccitato Oscar. Sua madre Belicia è una ex reginetta di bellezza scappata da Santo Domingo perché perseguitata dal clan del dittatore Trujillo, la sorella, Lola, è una ragazza dolce, assennata e insieme spericolata come tutte le dominicane di Diaz. L'intero albero genealogico di Oscar, come quello di altre migliaia di dominicani, è composto da figure torturate, espropriate, martirizzate.

Altro libro, altro blog. Mi deve perdonare l’autrice se non ricordo esattamente quale, di tutti quelli che leggo, sia quello che mi ha regalato questa perla. (Se sai di essere tu, fatti avanti.)
Ciò che più mi piace della letteratura sudamericana è il cosiddetto ‘realismo magico’. Se avete letto un romanzo qualsiasi di Isabel Allende o Gabriel Garcia Marquez sapete a cosa mi riferisco. Spiegarlo mi risulta complicato. In questi libri accadono fatti inspiegabili, appunto magici, che tutti accettano senza farsi patemi e andando avanti con la vita, pensando che in fondo ci sono cose peggiori da sopportare, un po’ come i familiari di Banjamin Button non si sono mai fatti un problema del loro pargolo vecchio e brutto. Junot Dìaz ha smorzato questi toni, ha reso tutto un po’ più moderno, più reale e meno magico, tuttavia il romanzo è come circondato da un alone di romanticismo, come se stessimo leggendo una fiaba.
I personaggi sono estremamente umani, adorabili nella forza che tirano fuori tutti i giorni per andare avanti e commoventi nei madornali errori che compiono. Ho amato tutti i personaggi di questo romanzo, dal migliore amico di Oscar, il tipico sciupafemmine dominicano, alla svampita e bellissima Belicia che, da giovane, faceva girare la testa a tutti gli uomini del paese ma era innamorata dell’unico sbagliato. Il protagonista, Oscar, rimane solo una parte di questo folle e ricco affresco ma la cosa non mi infastidiva. Mentre leggevo pensavo che avrei voluto conoscere uno come lui, un ragazzo impacciato e romantico, e che gli sarei stata amica. Poi mi sono resa conto che proprio quella era la sua condanna. Il povero Oscar veniva sempre friendzonato, un po’ per colpa sua, un po’ per malignità della ragazza che era oggetto del suo interesse spesso.
Ma vi dico una cosa (concedetemi lo spoiler o saltate questa riga, se volete leggere il libro). Alla fine della sua vita avrà conosciuto l’amore.

Wonder, di R. J. Palacio
È la storia di Auggie, nato con una tremenda deformazione facciale, che, dopo anni passati protetto dalla sua famiglia per la prima volta affronta il mondo della scuola. Come sarà accettato dai compagni? Dagli insegnanti? Chi si siederà di fianco a lui nella mensa? Chi lo guarderà dritto negli occhi? E chi lo scruterà di nascosto facendo battute? Chi farà di tutto per non essere seduto vicino a lui? Chi sarà suo amico? Un protagonista sfortunato ma tenace, una famiglia meravigliosa, degli amici veri aiuteranno August durante l'anno scolastico che finirà in modo trionfante per lui. Il racconto di un bambino che trova il suo ruolo nel mondo. Il libro è diviso in otto parti, ciascuna raccontata da un personaggio e introdotta da una canzone (o da una citazione) che gli fa da sfondo e da colonna sonora, creando una polifonia di suoni, sentimenti ed emozioni.

Questo è un libro per bambini. Ogni tanto mi capita di leggerli e spesso li trovo carini, anche se effettivamente adatti ad una certa fascia di età. “Wonder” invece è un libro per tutti, forse più per gli adulti che per i bambini.
Ho trovato interessantissimo pensare a come reagisco io di fronte ad una persona con problemi fisici che la rendono poco attraente. Personalmente se noto qualcuno con una deformazione cerco di mantenere gli occhi puntati altrove, non perché mi causi fastidio ma perché penso che potrei metterla a disagio, fissandola. Forse il mio atteggiamento viene confuso con qualcosa di orribile come il disgusto, e questo libro mi ha fatto riflettere molto su cosa potremmo fare per rendere meno pesante a queste persone il semplice gesto che noi diamo per scontato di uscire di casa. Inoltre mi ha fatto riflettere perché sempre più spesso, oggi, si sentono notizie di persone con handicap fisici o mentali che vengono maltrattate dai cosiddetti ‘normodotati’ (che tanto normo poi non sono, a mio parere, se trovano divertimento nell’umiliare una persona malata).
Consiglio questo libro a tutti. Rimane una narrazione per bambini e rende alcune questioni complesse molto più semplici di quanto in realtà non siano, le spoglia delle complicazioni di cui le rivestono gli adulti per esaminarle all’osso e renderle comprensibili anche ai più piccoli. Tuttavia non è un male perché ci mette di fronte ai fatti nudi e crudi e ci costringe a rispondere a delle domande semplici, senza via di scampo. Perché rifuggiamo da chi è diverso? Perché a volte ci sentiamo a disagio di fronte a persone con un handicap?
Forse leggendo “Wonder” qualcuno di noi riuscirà a darsi una risposta, e a trovare una soluzione.

Qualcuno di voi ha letto uno di questi libri? Mi auguri di sì perché li ho trovati tutti meravigliosi, in modo diverso. E se non li avete letti, vi ho incuriosito?

Awww, sono felice di essere tornata!

sabato 5 marzo 2016

Imperativo

Lavoro in un call center e la maggior parte dei miei colleghi sono della mia generazione. Siamo tutti fra i venti e i trent’anni e per fortuna c’è un buon feeling. Siamo abituati a portarci qualcosa da fare per quando ci sono dei ‘tempi morti’, durante i quali le chiamate scarseggiano o sono del tutto assenti. Come potete intuire spesso mi porto un libro.
Ormai i colleghi sono abituati a vedermi divorare un volume dopo l’altro, hanno accolto l’arrivo del kindle e osservano placidamente come ogni dieci o quindici giorni cambi il titolo del romanzo che ho sottobraccio. Mi è capitato spesso che mi dicessero “Ma l’altro l’hai già finito?” o “Oddio, quello è un mattone!”.
Da un po’ la maggioranza è giunta alla conclusione che «Patty, sei troppo intelligente!». Cerco di dissuaderli da questa idea malsana e, quando gli chiedo come mai dovrei esserlo, mi rispondono che per forza deve essere così: leggo tantissimo.
Non è la prima volta che mi capita di sentire una cosa del genere. Le persone che leggono sono considerate intelligenti, ma penso che sia un concetto sbagliato (e cercherò di convincere i miei colleghi, prima che scoprano da soli l’amara verità e rimangano delusi dal mio normalissimo intelletto).
 
Leggere è positivo sotto moltissimi punti di vista. Aiuta a rilassarsi, liberare la mente, imparare cose nuove, accrescere il lessico, è semplicemente bello perché scopriamo mondi e storie prima sconosciuti, allena la fantasia e non ultimo ci dà sempre spunto per imbastire una conversazione o un’idea di cosa fare nel tempo libero se per caso non abbiamo nulla in mente.
Questo non ha però nulla a che vedere con l’intelligenza. L’intelligenza si calcola su molti altri fattori, se volete sapere quanto una persona è intelligente calcolate il numero del suo QI, non il numero dei suoi scaffali della libreria. Indubbiamente leggere può aiutare a diventare più colti e più ricettivi, ma lo stesso fanno le parole crociate mi dicono.
Si dovrebbe togliere dalla testa quest’idea del fatto che leggere è da persone intelligenti, penso che dia un’immagine sbagliata della lettura. È come se la chiudesse in una sfera di privilegiati, come se fosse una capacità innata. Rende la lettura qualcosa a cui non tutti possono accedere, il che non è assolutamente vero.
In Italia poi dovremmo essere ancor più motivati a incoraggiare la lettura, e quindi scacciare questo sciocco luogo comune che vuole che uno debba per forza essere intelligente se prende in mano un libro. Purtroppo penso che sia un luogo comune della nostra penisola, perché la cultura qui è diventata davvero di nicchia. Mi spiace dirlo, ma è così.
Ogni volta che mi capita di leggere delle statistiche rabbrividisco, perché secondo questi studi gli italiani che leggono sono pochissimi, quelli che vanno ai musei anche meno, quelli che si dedicano a qualsiasi tipo di attività culturale sono bestie rare. Per forza le persone quando salgono in metropolitana e vedono qualcuno con un libro pensano che sia un genio, perché è diventata una cosa particolare. La stragrande maggioranza ascolta musica o gioca con lo smartphone. Non voglio dire che ascoltare musica o stare su whatsapp sia sbagliato, è solo quello che fa la maggior parte della gente. Chi legge ormai è considerato una mosca bianca, e questo è negativo.
Lo scrivo nero su bianco perché sia ben chiaro:
 
Leggere è per tutti.
Per leggere non si deve avere alcun talento particolare.
Non ci vuole molto a imparare a leggere.
Leggere è bello.
Leggete.
 
 

domenica 28 febbraio 2016

Acheron books

Buondì a tutti, questo è un post piccolo, con qualche informazione.
Intanto vi dico subito che i post sono rallentati perché sono molto impegnata oltre che a fare le solite cose che fanno tutti, anche a scrivere e a cercare casa. Ma non vi preoccupate, i post ci sono, molti sono già pronti, devo solo prendermi un attimo con calma per rileggerli e postarli.
Tuttavia devo ammettere che mi piace avere dei tempi lunghini fra un post e l’altro, perché non vedo il motivo di rimpinzare il blog di articoli che non mi interessano davvero o che ho dovuto scrivere di fretta.
 
Vorrei ringraziare la casa editrice Acheron Books, per avermi inviato il romanzo fantasy storico di Livio Gambarini, “Eternal war”. Quindi aspettatevi presto una recensione, perché ho appena iniziato a leggere il libro e penso che non mi ci vorrà molto per ultimarlo, oltre che per scriverne una recensione.
Approfitto per ringraziare la Acheron Books e vi lascio un link al loro sito qui. Dopo essere andata a leggere di cosa si trattava il romanzo di Gambarini e aver accettato l’offerta di recensire il libro sono andata a dare un’occhiata al loro catalogo. Ho trovato dei romanzi molto curiosi e delle copertine stupende, quindi se siete curiosi anche voi ecco, spero troviate qualcosa che vi piaccia.
 
E dopo questo piccolo post informativo vi lascio e vi auguro buonsalve (che va bene per il mattino, il pomeriggio e la sera!).

mercoledì 6 gennaio 2016

Una strada perigliosa per un luogo più bello

Questo post sarà piuttosto ingarbugliato, perché ho delle osservazioni da fare che già nella mia testa hanno una forma confusa. Metterle per iscritto, in un modo comprensibile per altro, potrebbe essere più complicato del previsto.
Vi è mai capitato di leggere un libro bellissimo, di cui vi siete innamorati, ma di voler cambiare qualche dettaglio nella trama o nei personaggi? Magari per far finire bene una vicenda triste, o per rendere meglio giustizia al protagonista.
A me è capitato moltissime volte. Mi immergo così tanto nel libro da affezionarmici, e desiderare che tutto vada bene. Purtroppo non sempre è così, e mi ritrovo a pensare che vorrei tanto avere il numero di telefono dell’autore (o, in caso di autore scomparso, avere un passaggio per l’aldilà) per chiedergli di cambiare una o due cosine, giusto per non far terminare il tutto in una valle di lacrime, o anche solo per cambiare quel particolare che proprio non mi va giù.
D’altro canto mi domando: il libro che ho amato funzionerebbe allo stesso modo? Forse sarebbe troppo perfetto, soprattutto per me che detesto i finali troppo rose e fiori (coerenza mode: ON). Quando mi soffermo a pensarci mi dico che in fondo so benissimo anche io che quello è il modo giusto di far andare avanti la narrazione. Non sarebbe altrettanto potente altrimenti. Mi viene quindi di pensare che esistono storie che hanno un’anima propria, che quasi vivono di vita propria. Per quanto un lettore o un autore stesso vogliano cambiarla c’è sempre qualcosa che non li convince nella versione edulcorata e magari più ottimista o con una fine più allegra che ne hanno nella loro testa.
 
Per quanto riguarda le mie esperienze da lettrice posso dire che ci sono moltissimi romanzi che avrei voluto cambiare.
Il primo che mi viene in mente è “I mille autunni di Jacob De Zoet”, di David Mitchell, nel quale alla fine il protagonista (attenzione, spoiler in arrivo!) in un modo o nell’altro perde l’amore della sua vita. Ecco, Jacob De Zoet mi piaceva così tanto che avrei tanto voluto che potesse rimanere assieme alla sua bella, perché la loro storia d’amore mi emozionava. Tuttavia finendo il libro, seppur con grande rammarico, mi sono resa conto che non sarebbe potuta andare diversamente. Non sarebbe stato altrettanto onesto, immediato, di pancia, se fosse finita in un altro modo. Per quanto mi riguarda la storia deve seguire quel corso.
Oltre a quello mi vengono mente “22/11/‘64” di Stephen King, che ha una storia analoga, o “Il profumo” di Patrik Suskind. Sicuramente ce ne sono moltissimi altri, che però adesso non mi sovvengono.
La penso allo stesso modo riguardo a certe storie che ho scritto. Vi dirò di più! Certe volte pianifico la storia perché prenda una certa piega ma, ad un tratto, mi rendo conto che anche se da un punto di vista tecnico la trama non è malaccio, deve comunque prendere una strada differente. Vuoi per i personaggi, che altrimenti verrebbero snaturati, vuoi per le atmosfere, vuoi per quello che la storia comincia a trasmettere e per ciò che vi ho riversato, ma ora è come se gli fossero cresciute le sue gambette e stesse decidendo da sola dove andare.
Forse è una strada più perigliosa, ma è quella che alla fine porterà in un luogo più bello.

venerdì 27 marzo 2015

Se avessi un Tardis

Non sono una fan di “Doctor Who”, non l’ho mai guardato e non ho voglia di farlo perché, cacchio!, otto stagioni sono tante. Comunque so di cosa parla e so che il tanto amato Dottore viaggia con una cabina della polizia inglese, chiamata Tardis, dove e quando vuole.
Quindi ecco la mia grande idea: glielo chiederò in prestito! E con il Tardis potrò andare ovunque e incontrare tutti gli scrittori che voglio!
Ma chi sarebbero? Cosa potrei dire loro, e cosa farei assieme a loro? So che sembra incredibile, ma ci ho pensato seriamente. Ora non mi resta che contattare Il Dottore e farmi prestare questo Tardis.
 
Roald Dahl
Roald Dahl
La mia prima tappa sarebbe senza dubbio lui, l’idolo incontrastato della mia infanzia!
Se lo incontrassi gli offrirei un ricco pranzo e mi farei raccontare di quando era bambino e andava in vacanza a Oslo, di tutte le sue avventure nei collegi inglesi, e di quando ha fatto il pilota di aerei durante la Seconda Guerra mondiale.
 
J. R. R. Tolkien
Il posto in cui preferirei incontrarlo è l’Università dove insegnava, il suo ufficio di professore. Mi vestirei come un’allieva molto anni ’50, mi farei la coda di cavallo, prenderei un paio di libri sottobraccio, e mi avvierei lì.
Ho letto da qualche parte che Tolkien amava parlare dei suoi personaggi e delle sue storie tanto che, si dice, alla sua ennesima uscita sulla Terra di Mezzo un collega scrittore abbia esclamato: «Basta! Ancora con questi cavolo di elfi?!» Be’ Tolkien, non ti preoccupare, potrai trovare in me un’attenta e avida ascoltatrice.
 
Isabel Allende
Isabel Allende
Tornando nel presente, ci terrei molto ad andare a trovare Isabel direttamente a casa sua. Il vantaggio è che potremmo parlare in spagnolo (per quanto i miei parenti mi prendano in giro per il mio pessimo accento), e nel frattempo passeggiare sulla spiaggia, sulla riva dell’oceano.
Ho l’impressione che non le domanderei nulla sui suoi libri, perché i suoi sono di quelli sui quali vorrei tenere un’aura di mistero. Questo comunque non toglie che poi dovrebbe autografarmi una copia di “La città delle bestie”.
 
Jane Austen
Chiaramente, questa è una tappa obbligata. Prima o poi doveva saltare fuori.
Credo che lei sia l’autrice che più avrei curiosità ad incontrare per conoscere il suo carattere. Non si può negare che, oltre ad una grande scrittrice, sia stata una donna insolita. Mai sposata, decide di intraprendere una carriera che, all’epoca, era tutta maschile.
L’immagino come una persona forte e determinata, consapevole del proprio ruolo ma decisa a ottenere tutto ciò che può. Andremmo in una sala da tè e faremmo merenda con tè e biscotti, molto british.
 
Clive Barker
Clive Barker
Okay, lo ammetto. Andrei da lui solo per rubare uno dei suoi quadri (possibilmente quello che ritrae tutte le isole di Abarat, da appendere esattamente al centro del salotto!). Tuttavia mi sembra anche un ottimo candidato per uscire a bere qualcosa. Faremmo tardi al bar e parleremmo di libri e di arte tutta la sera!
 
J. K. Rowling
Anche questo, si sapeva, era scontato.
Metterei la Rowling sotto di brutto, perché prima dovrebbe autografare tutti e sette i miei libri di Harry Potter, poi la costringerei a rivelarmi gli oscuri segreti di ogni personaggio e, infine, ad organizzare una pizzata con gli attori dei film.
(Ma com’è che ci metto sempre in mezzo il cibo?! Fermatemi.)
 
Dante
Potrei risultare poco popolare, fra gli studenti, o fin troppo scontata per i letterati. Rimane il fatto che se potessi andrei subito a trovare Dante. Magari niente cibo in questa occasione, perché devo ammettere che le bettole fiorentine del 1300 non mi allettano molto.
La cosa che mi piacerebbe più di tutte è sfatare, anche per me, questo mito di Dante. Non perché non sia un autore notevole, ma perché è stato anche un semplice uomo. Lo conosco come autore, come grande della letteratura italiana, appunto come mito. Mi piacerebbe, quindi, incontrare l’uomo nella sua semplicità.
 
Stephen King
Stephen King
Dato che fare tutti questi viaggi da sola sarebbe noioso, mi sembra giusto farmi accompagnare da qualcuno. Sceglierei Il Fidanzato, dato che mi appoggia in tutto, e poi non mi sembra giusto negargli dei viaggi nello spazio-tempo storico, quando un Tardis ci viene offerto con così tanta generosità.
Per premiarlo della sua pazienza e bontà – perché non è mica da tutti mettersi in frac per Jane Austen e in palandrana da contadino medioevale per Dante – lo porterei a conoscere Stephen King, il suo autore preferito. Penso che andrebbero d’accordo, passerebbero tutto il tempo a parlare di musica metal.

lunedì 22 dicembre 2014

Raison d’être

   Ciao a tutti i lettori. So che non sono in moltissimi a leggere “Changes. Chances” ma, come si sul dire: pochi ma buoni. Questo post è rivolto a quei pochi, buoni lettori che seguono il blog o che anche solo gli danno un’occhiata ogni tanto.
   (Certo, pure se diventati tanti a me non dispiace per nulla, siatene consapevoli.)
 
   Sto scrivendo questo post per parlare dei cambiamenti subìti dal blog nell’ultimo mese.
   Oltre ad aver aggiunto delle pagine indipendenti che potete vedere in cima ci sarà un cambiamento nell’organizzazione. Ho deciso di tenere delle rubriche mensili e, soprattutto, di rendermi disponibile per autori e case editrici a leggere opere già pubblicate o in via di pubblicazione, per poi scriverne recensioni o semplicemente dare il mio parere.
   Ci tengo a precisare che non lo faccio per ricevere libri gratis, né intendo recensire positivamente tutte le opere che leggo perché non sarebbe corretto da parte mia e nessuno né gioverebbe. Lo faccio perché mi piace, ho già letto libri per amici e commentato con tutta la sincerità possibile, e penso che per un autore anche solo una piccola pubblicità come quella che può offrire questo blog è sempre meglio di niente, o no?
 
   I soliti post riguardo a varie opinioni libresche, recensioni di libri e fanfiction, e tutto ciò che mi passa per la mente non sono certo eliminati, ma verranno integrati con le rubriche.
   Mi piacerebbe riuscire anche a cambiare la grafica ma per quello ci vuole tempo (per me, poi, che comprendo la grafica quanto un mango comprende la musica lirica, figuriamoci!).
 
   Non vedo l’ora che sia il nuovo anno, perché tutto comincerà allora! In fondo questo blog si chiama “Changes. Chances” e l’avevo incominciato per i tanti cambiamenti che stavo passando. Adesso è ora che anche il blog cambi, per essere fedele alla sua raison d’être.
   Ne approfitto per augurare a tutti un felice Natale e un anno nuovo più entusiasmante, allegro e ricco di affetto di quello precedente (e così via per gli anni futuri).
 
 

lunedì 20 ottobre 2014

Il quadernino di Snoopy e Woodstock

   Chiamatemi folle – ma chi non lo è, visto da vicino? – ma quando leggo ho un sacco di piccole abitudini e/o manie.
   Ad esempio quando inizio a leggere sposto sempre il segnalibro sul capitolo successivo, così già che ci sono posso dare una sbirciatina al titolo, oppure prima di cominciare vado sempre a guardare quante pagine ci sono in totale, cose così insomma.
 
   Una cosa che faccio e che mi piace parecchio è sottolineare le frasi che mi colpiscono di più. Molti mi crocifiggerebbero per questo, lo so: sottolineo e faccio anche l’orecchia alla pagina, così non rischio di perdere la citazione!
   Se il libro non è mio ovviamente non lo faccio, ma quando è mio chi me lo vieta? A me non dà fastidio e anzi, i libri vissuti hanno più fascino!
   Comunque sia, parecchio tempo fa una mia cara amica mi ha regalato un quadernino blu, con disegnato Snoopy che se la dorme seduto ad un banco assieme a Woodstock. Dato che io scarabocchio su qualunque foglio mi capiti fra le mani, avevo deciso di tenermi buono il quadernino per qualcosa di importante, per non farlo diventare l’ennesimo quaderno scarabocchiato. Così mi è venuto in mente di scriverci le citazioni dei libri che leggo.
 
 
   Non sono nemmeno lontanamente vicina a finirlo, sono a poco più di metà, ma ogni tanto mi piace prendere il mio quaderno e leggere qualche estratto. In questo modo mi sembra di ricordare le sensazioni che un libro mi ha fatto provare mentre lo leggevo, anche se sono passati, e ricordo benissimo quello che mi ha lasciato e insegnato.
   Le citazioni mi piacciono moltissimo, tanto che ho deciso che ad ogni libro letto ne sceglierò una da lasciare in cima al blog. Le citazioni degli ultimi due libri letti potete leggere in cima alla pagina, ma che mi dite di voi? Avete qualche citazione che vi passa per la testa in questo momento?