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domenica 12 ottobre 2014

Quelli che ce l'hanno fatta

   Iniziamo con il dire che questo è un post importante (una volta ogni tanto ci vuole!, direte voi).
   Man mano che si va avanti diventa sempre più impegnativo tenere le redini di tutto quanto. E non parlo solo per me, parlo in generale.
   Quando siamo piccoli il tempo abbonda. Anche il ragazzo più impegnato ha una marea di tempo che può decidere di usare per lo studio o per qualcos’altro. Una volta dosato il numero di ore che è giusto dedicare allo studio e quali quelle da dedicare a noi stessi, ci rendiamo conto che spazio per le nostre passioni ce n’è a iosa. C’è chi si impegna nella musica, chi nello sport, chi pensa all’arte, agli amici, chi naviga su internet. E poi c’è chi legge e/o scrive.
   (Immagino che la maggior parte delle persone che capitano da queste parti siano se non aspiranti scrittori, come minimo lettori in erba. A meno che non siate qui per le gif stupide che, lo ammetto, servono solo a darmi visibilità.)
   Quando si iniziano ad avere più responsabilità, tuttavia, è facile mettere da parte qualcosa che non è la priorità assoluta per dedicarci a qualcosa che sentiamo indispensabile. Ed ecco che all’improvviso per impegni di lavoro smettiamo di andare a lezione di canto, che comunque è solo un hobby. O per passare del tempo in più con la nostra metà che, eccheppalle non riusciamo mai a vederci!, rinunciamo a quella mezz’ora che dedichiamo al disegno. Oppure dato che siamo veramente stanchi e vogliamo solo rimbambirci davanti alla tv, chi ce lo fa fare di metterci a scrivere?
   Ebbene, sono tutte cose vere. No, non vi prenderò in giro, non vi dirò che poco alla volta le giornate sembreranno più lunghe, perché non è così. Casomai, andando avanti, le giornate si fanno più corte.
 
 
   Non c’è una soluzione, lo ammetto. Tuttavia vi dirò, se avete una passione che per un motivo o per l’altro fate fatica a coltivare, non mettetela da parte perché «eh, ho impegni più importanti.» Piuttosto dedicatevi anche solo poche ore alla settimana, risicate il tempo che avete a disposizione qua e là, ma non rinunciatevi.
   Tanto più che, se è una vera passione che vi rende soddisfatti e felici di voi stessi, presto o tardi tornerà a bussare alla porta.
   In questi ultimi mesi mi sono dovuta sforzare di scrivere qualcosa, e chiaramente non tutti i giorni riesco a scrivere. A volte manca semplicemente il tempo, altre e più controverse volte manca l’ispirazione o la voglia. Però una cosa devo dirla: da quando ho ricominciato a scrivere sono molto più contenta. Non scrivo solo questo blog, che per quanto viene letto potrei anche scrivere un diario!, ma scrivo anche fanfiction e sto cercando di portare avanti una storia mia.
 
 
   Parentesi filosofica a parte, ho iniziato a scrivere questo post per parlare di una cosa in particolare: quelli che ce l’hanno fatta.
   Esistono centinaia di persone che ogni anno esordiscono pubblicando il loro primo libro, ma dato che io mi sono avvicinata alla scrittura soprattutto grazie alle fanfiction (nonostante deboli tentativi che farebbero ridere i polli quando ero alle elementari e alle medie), vorrei parlare di autori di EFP che hanno pubblicato qualcosa, e segnalarvi qualche titolo.
   Tutti quelli che vado a segnalarvi sono titoli Originali, quindi non fanfiction bensì vere storie inventante di sana pianta dagli autori. Non che io abbia nulla in contrario alle fanfiction che, rimaneggiate, diventano vere storie e vengono pubblicate (sì, esistono e lo sappiamo tutti), ma diciamo che ammiro di più colui che inventa qualcosa dal nulla e mi sembra anche più onesto in un certo senso – meglio però non dilungarsi ora nel discorso.
 
 
   Comunque vada non importa, di Eleonora C. Caruso
   Questo è l’unico libro che non ho ancora letto, che non è mai stato pubblicato su EFP (almeno non che io sappia), e del quale mi limito solo a fare segnalazione.
   Conosco il libro poiché, alla sua uscita, EFP lo segnalò in bacheca.
   Di lui so solo che parla di una ragazza appassionata di fumetti, che esce di casa solo per comprane di nuovi. In pratica un otaku italiana.
   In ogni modo, Eleonora – CaskaLangley – Caruso ha pubblicato la sua storia, sicuramente aiutata dalla pratica che ha fatto su EFP.
 
 
   Lividi, di Annick Emdin
   Parecchio tempo fa avevo recensito con toni entusiastici una storia trovata nella sezione noir di EFP. Intitolata “La moda del lento”, l’autrice era Vera Lynn. Ora la storia non si trova più su EFP ma si può acquistare tranquillamente il formato cartaceo.
   Ovviamente lo consiglio ancora a tutti, e se qualcuno volesse più informazioni vi invito a leggere la recensione che ne feci parecchio tempo fa: “Meravigliose tenebre”.
 
   Hyacinthe, di Primavere Rouge
   Questo è un caso singolare e mi dispiace molto che alla fine l’autrice non sia riuscita a pubblicare il romanzo (maggiori informazioni su ciò che è successo potete trovarle direttamente sulla pagina della storia). In parole povere aveva interrotto la pubblicazione su EFP a pochi capitoli dalla fine ma ha da poco ricominciato daccapo, revisionando il tutto, poiché non ha raggiunto con l’editore un accordo che la convincesse.
   Molto tempo fa ho iniziato a leggere “Hyacinthe”, un’Originale storica ambientata a Parigi appena prima dello scoppiare della Rivoluzione. La vicenda segue principalmente la storia di Etienne, un povero ragazzo del popolo, e Andres, un nobile che s’innamora di lui. Oltre a questa ci sono le storie parallele di tutti i personaggi di contorno, che così di contorno poi tanto non sono.
   Non mi dilungherò a parlarne qui perché, prima di tutto, non ho ancora finito di leggerla e poi perché quando sarà che – finalmente – riesco a finire questa storia, voglio dedicarvi un intero, lunghissimo post. Nel frattempo non posso che consigliarvi di andare a leggerla.
 
 
   Di carne e di carta, di Mirya
   C’è davvero bisogno di dire qualcosa? Oltre al fatto che amo Mirya e che leggerò qualsiasi cosa lei decida di scrivere, fosse anche la lista della spesa.
   Tanto per cambiare, ho recensito anche “Di carne e di carta” e, pochi giorni fa, ho scoperto con stupore che quest’estate Mirya ne ha fatto prima un e-book e poi un cartaceo. Aveva già detto, nel suo blog, che le avevano proposto di pubblicare tempo fa, ma l’offerta non le interessava. Devo dire di essere proprio contenta che abbia deciso per il self publishing!
   Chiaramente, questo libro avrà un posto d’onore fra i miei scaffali e lo farò leggere a tutti quelli che conosco!
 
   Insomma ragazzi, tutto questo per dire: loro ce l’hanno fatta. Quindi possiamo farcela anche noi!

giovedì 3 luglio 2014

Due in uno

   Non aggiorno il blog da un po’, ma solamente perché non ho avuto molto con cui aggiornare.
   Volevo scrivere una recensione su una bella storia online che seguo da molto e che finalmente si è conclusa. Il problema è che il suo aggiornamento e la relativa conclusione sono durate così tanto, che certamente dovrei rileggerla per scrivere una recensione come si deve.
   Poi volevo scrivere un paio di pensieri riguardo ad un libro che mi è piaciuto molto. Il problema è che è passato fin troppo tempo perché io possa recensire con la stessa passione con cui l’ho letto, molto probabilmente cercherei di analizzarlo e di rimanere fredda e distaccato.
   Ho deciso quindi di segnalarvi soltanto queste due belle letture, molto diverse fra loro, dicendo qualche parolina su ognuna e lasciando a voi la scelta di leggerli o meno, come si fa con le quarte di copertina.

   La storia online è – ovviamente – frutto dei lidi di EFP, ma non una delle solite fanfiction che leggo, questa volta è un’originale. Titolo “Abominum”, genere romantico, nota particolare raccolta.
   Questa non è una storia per omofobici! O forse, è proprio una storia che dovrebbero leggere le persone omofobiche per avere un altro punto di vista.
   Quattro storie diverse tutte ambientate in diverse città d’Italia: Milano, Firenze, Bologna, Roma. Compaiono qui personaggi di ogni sorta, dall’uomo gay che vorrebbe dei figli a quello che reprime la sua sessualità, da quello insospettabile a quello che si comporta come Jack di “Will e Grace”. Le storie vanno avanti ognuna a piccoli passi, alternandosi, facendoci scoprire pian piano una piccola porzione di storia e di personaggi.

   Il libro che ho letto invece è “Diario di scuola”, di Daniel Pennac. Racconto, ma più che altro sorta di confessione dell’autore, ci racconta di come, prima di diventare lo scrittore e l’insegnante di francese, Daniel Pennacchioni era un somaro.
   Incredibile scoperta!
   Ebbene sì, il pluri-pubblicato Pennac faceva fatica a capire l’alfabeto da bambino, la grammatica più avanti e ogni singola materia alle superiori, tanto che dovette ripetere la maturità. Poi, l’illuminazione, all’università: la studio non era più inconcepibile, lo scoglio di memorizzare era stato limato dalle ore di lettura di romanzi e da pochi, abili professori che ebbero fiducia in lui.
   Consiglio questo libro a tutti coloro che sono stati somari, che si sono ogni tanto sentiti somari, o che sono stati i migliori della classe. Ma soprattutto lo consiglio ai professori. La maggior parte dei professori sono spesso stati, immagino, alunni medio-capaci, e non hanno la più pallida idea di com’è sentirsi somari. Io stessa non lo sapevo bene prima di leggere questo libro, immaginavo solo che alcuni dei compagni che ho incontrato lungo il periodo scolastico fossero pigri, ma non è così. Non ve lo spiego perché il libro lo fa molto meglio, io farei solo un gran casino.
   Ho cominciato a sentirmi somara all’università. Non mi ritrovavo nell’ambiente, nelle persone che mi circondavano, nei professori così terribilmente simili a quelli che avevo alle superiori, se non ancor più anonimi. Questo libro mi ha fatto capire però che posso riprovarci quando voglio, che prima o poi troverò la facoltà che fa per me, e che troverò dentro di me qualcosa che mi spronerà a mettercela tutta.
Daniel Pennac
Il Professore Somaro

giovedì 12 gennaio 2012

Pendolari in amore

   Quando una vena prende il sopravvento sulle altre non si può fare a meno di seguirla.
   Sarà perché ho degli scatti di fuffosità, o magari perché è già da un bel po’ che non mi immergo in un qualsiasi fatato mondo rosa (credo che l’ultima volta sia stato con “Twilight” e dopo l’iniziale cieca emozione ho capito che c’era qualcosa che non andava in un vampiro che brilla); comunque sia tutta questa assenza di rose rosate mi ha portato in una sezione di EFP che non frequento spesso: le originali romantiche.
   Già di mio non leggo tantissime originali, e trovo molte di quelle romantiche un po’ troppo… non frivole, ma più adatte ad un pubblico di teenagers.
   Per saltare a pié pari il problema di ritrovarmi con un sacco di storie piene di errori grammaticali e fusti tenebrosi ho deciso di affidarmi al buon senso comune, e ho scelto un’autrice del fandom molto rinomata. Parliamo della donna che ha sfornato almeno millemila storie in un petosecondo, che ha fatto venire attacchi di cuore anche alle più vissute lettrici, e che ha incantato con i suoi personaggi così umani. Ebbene sì, parliamo di fallsofarc.

   C’è una vasta scelta di storie nell’account di fallsofarc, e quando decisi di sceglierne una mi ritrovai più nei guai del previsto. Inizialmente optai per “Lezioni di seduzione”, perché era la più popolare, ma dopo qualche capitolo smisi perché mi sono rotta dei 'belli e dannati', anche se poi si scopre che hanno un cuore d’oro, sono timidi, e che da bambini erano cicciosi e brufolosi. Così ho trovato qualcosa che sembrava più alla mia portata, qualcosa che avrei potuto apprezzare meglio.
   Per una che ha fatto la pendolare per anni e che continuerà a preferire l’autobus alla macchina perché così può ficcarsi le cuffie nelle orecchie ed estraniarsi dal resto del mondo, Linea 97 è un sogno. Un sogno ad occhi aperti puntati sullo schermo.
   All’inizio mi ha colpita di più la trama, perché un misterioso ragazzo con il cappuccio calato sulla testa è intrigantissimo! L’inizio della narrazione è facile da seguire, logico e quasi ovvio: due anime sole che ogni giorno si sfiorano su un autobus e un bel dì succede qualcosa di inaspettato e, track! ...facile da intuire no? Si scontrano. Cominciano a parlarsi, a conoscersi, a piacersi. La tensione rimane alta per parecchi capitoli mentre scopriamo sempre più cose sui protagonisti. Danielle, introversa e chiusa in sé stessa, e Peter, perennemente con il cappuccio sulla testa, che cosa avrà da nascondere? La voglia di soddisfare proprio questa domanda ci fa correre fino al capitolo rivelatore, nel quale Peter scopre (involontariamente) la cicatrice che gli deturpa metà corpo.
   Dopo questa rivelazione, che  in sostanza mi è parsa la più grande di tutta la storia, anche se l'autrice ne infila altre qua e là che però non hanno la stessa emozione, purtroppo la vicenda perde un po’ della sua dinamicità. C’è un continuo tira e molla fra Peter e Danielle, uno schema che diventa ripetitivo: tutti sono allegri, Peter dice qualcosa di stupido, Danielle si risente, momento di disperazione collettiva, poi chiacchiera a cuore aperto e successiva riconciliazione. Fine del cerchio che però è in perpetuo movimento, e ricomincerà con lo stesso programma fra qualche capitolo.
   La storia si risolleva, con mia grande allegria, verso la fine, quando tutto sembra andare a scatafascio. Scusate il francesismo ma, a questo punto, sono cazzi! Danielle è davanti a una scelta, è di fronte a quel dannato bivio che non si sa mai da che parte porterà, e chi di noi non lo ha mai sperimentato? Il classico “O una cosa o l’altra”, entrambe hanno punti pro e contro.
   Solitamente i finali non scontati sono quelli che amo di più, e questo non mi ha colta del tutto di sorpresa, però ci sono alcuni elementi che lo rendono veritiero, non la solita favoletta che finisce con il “E vissero felici e contenti”. Danielle e Peter hanno vissuto e faticato negli anni che l’autrice non ci ha descritto, preferendo un salto in avanti nel tempo, e anche se il fatto che si sposano fa tanto Disney ci sono elementi che ci fanno supporre anche una buona dose di vita vera per loro.

   Per quanto riguarda lo stile, assolutamente adatto alla storia: leggero, scorrevole, mai pesante, intrspezione quant basta per conoscere i personaggi.
   L'unica cosa che mi ha dato fastidio sono stati i dialoghi, per i quali sono molto pignola. Nessun ragazzo di oggi usa più certe espressioni, troppo costruite, troppo da libro stampato.

   Come sempre sono nemica dei protagonisti, che in questa storia sono un tantino stereotipati, e infatti il mio personaggio preferito è la matrigna, Janis. Semplicemente è il prototipo della matrigna cattiva, è antipatica, pigra, falsa e fa apparire Danielle ancora più sola e disperata (e insopportabilmente vittimista). Che cosa c'è di più stereotipato di questo? Non ci sono cambiamenti nelle matrigne fin da quando è uscito Biancaneve. Quindi perché mi piace tanto Janis? Il fatto è che all’improvviso, quando pensiamo di averla inquadrata, viene svelato un lato diverso del suo carattere, un lato sensibile che, matrigne o no, tutti abbiamo. In questo modo il personaggio è davvero a tutto tondo.

   In conclusione “Linea 97” è una storia che definisco godibile, anche con tutti i cliché del caso è piacevole e non sempre risulta scontata come potrebbe sembrare dalla mia cinica recensione (abbiate pazienza, anche io ho un cuore ma il Natale mi ha succhiato via le ultime stille di bontà, per di più ho finito la storia diverse settimane fa e adesso ragiono a mente fredda e calcolatrice).
   Se vi va di immergervi in una storia romantica e dolce, dimenticare per un po’ tutto quel che vi circonda, ed essere certi che tutti vivano felici e contenti, fallsofarc ha preparato per voi la storia adatta. Possibilmente gustatela prima di fare dei viaggi in autobus.

venerdì 2 settembre 2011

Meravigliose tenebre

Qualche anno fa mi imbattei in una storia di cui non ricordo il titolo, forse era “Charlie Blood”, ma non ne sono del tutto certa. Nella sezione “Noir” di EFP a volte le storie muffivano un pochino, e se mi capitava di farci un salto vedevo sempre quella storia lì, sempre in prima pagina. Mi ero persino data la pena di aprirla una volta ma si vede che ero insofferente perché, viste le gravi carenze di conoscenza di HTML che questa storia riporta, l’avevo richiusa al volo (che volete, sono fatta così, a volte tutte le storie mi sembrano indegne, altre volte mi sembrano tutte capolavori).
Qualche mese fa ho trovato una storia intitolata “La moda del lento” di Vera Lynn. Be’, 'La moda del lento' è una canzone di uno dei miei gruppi preferiti, i Baustelle. Potevo resistere? Non avevo idea del fatto che si trattasse della stessa storia, ‘l’altra’ me l’ero scordata. Si vede comunque che ero in un mood differente, perché me ne fregai altamente dell’HTML e lessi un capitolo dopo l’altro.

All’inizio ero incerta, un po’ confusa da tutto quello che succedeva nella storia: non riuscivo a capire, le immagini mi si affastellavano nella mente, e io ero totalmente concentrata su un istante da non capire che si trattava dai una miriade di istanti differenti tutti legati l’uno all’altro da un filo sottile, ma apparentemente divisi e senza controllo. Dopo tre pagine la lista dei capitoli scorreva sotto i miei occhi più veloce di un centometrista.
La storia aveva molti elementi per piacermi, risvegliava il mio lato oscuro! Primo fra tutti le citazioni a inizio capitolo, io amo le citazioni! Di qualcunque genere. Poi questa strana relazione fra Maurice e Charlie, i due protagonisti, così simili nei loro drammi, nel loro tormento interiore, che tentano assieme di andare avanti, con qualcosa fra le mani che è un surrogato di amore, qualcosa che credono di comandare, che credono di poter gettare via senza problemi quando non ne avranno più bisogno. Notti di sesso e violenza, notti intere a cercarsi. E credono ancora di poter gettare via l’altro quando gli andrà. Ma questa cosa gli sta sfuggendo dalle mani, sta diventando maledettamente importante per loro, senza che nemmeno se ne rendano conto.

Il punto di forza di questa fanfiction sono i personaggi. Primo fra tutti, mi sono letteralmente innamorata di Maurice -Mauricjie- Jurìc. Dalla descrizione sembra l’essere umano più infimo del mondo, e probabilmente se lo vedessi per strada cambierei marciapiede. Ha un aspetto affascinante ma un viso cattivo e sporco, ha una voce sensuale ma usa parole malvagie, i suoi occhi sono capaci di perforarti da una parte all’altra e tu, ferito, non puoi distogliere lo sguardo da tutta la miseria che si porta dietro, e da tutta la bellezza che racchiude. E' uguale nel suo modo di essere: rozzo, vive nel caos, paga i ragazzini per fare sesso con loro -o paga un ragazzino per fare l’amore con lui- ma poi scopri che è colto, che sa tante cose sulla filosofia, che ama la letteratura, scopri che lavora alla NY Public Library e che, se solo vuole, può parlare in maniera tanto forbita da non farti capire un accidenti. Può farti sentire in Paradiso e trattarti come un re, e allo stesso tempo può spedirti nell’Inferno più nero con solo una parola o un gesto.

La violenza di questa storia non lascia indifferenti, non la consiglio ai deboli di stomaco e nemmeno a chi ha troppi preconcetti. Per farla breve: parla di omosessuali, di schiavi, di sesso violento, parla di pedofilia e di infanzie gettate nel cesso. Parla di droga e di mafia, e questo probabilmente è il meno.
Senza risparmiarci una parola di tutta questa amara realtà, facendo scorrere fino all’ultima goccia di sangue che possiamo sopportare, Vera Lynn, autrice di questa magnifica opera (perché, con un paio di aggiustamenti, la considererei anche da pubblicazione e anche se l'ho già letta la comprerei), ci immerge nel mondo stretto di Charlie e Maurice, dove sembra esistano solo loro e il resto del mondo sia solo una massa sfocata.
Il linguaggio è eccellente, non tralascia nulla, si adatta ai sobborghi che popola e alla labbra da cui scaturisce, ma si innalza come se descrivesse momenti sacri in tutta quella miseria.
Charlie, anche se è il protagonista, mi lascia un po’ indifferente. Chi ha conquistato il mio cuore è l’oscuro demone di nome Maurice, e Charlie invece è solo un personaggio per me fin troppo compatito dagli altri. Perde un po’ del suo fascino con tutto questo compatirlo.

All’inizio sembra che tutto quanto ruoti attorno alla relazione fra Charlie e Maurice, e le cose sembrano appianarsi ad un tratto. Sembra che tutto stia andando bene ma, capita già molte volte nella narrazione: tutto scorre liscio come petrolio nell’oceano, proprio con quel gusto amaro, e ad un tratto succede qualcosa che non ci aspettavamo. Tutto cambia: un pungo tirato con troppa forza, un nenonato, un rapimento.
Il fatto che alla fine ogni cosa si intrecci in un giallo veloce e improvviso, rende la storia ancora migliore.

Purtroppo il finale non mi è piaciuto molto, sembra affrettato, quasi come se l’autrice non avesse più le forze per terminare la storia in maniera completa e l’abbia rattoppata alla bell’e meglio. Questo è l’unico rimpianto che ho e l’unica cosa che non apprezzo in “La moda del lento”.

A parte questo posso solo consigliare di leggere a chiunque voglia una storia che faccia accapponare la pelle. Una storia dove niente è scontato, dove il mondo è crudele e dove il sangue e le lacrime scorrono a generosi fiotti. Il gusto di questa storia è agrodolce, ti lascia impietrito dall’orrore e dall’angoscia, e ancor più impietrito dalla dolcezza che c’è nei suoi personaggi, nei loro gesti, nelle loro parole. Nella loro umanità, che è tanto simile a quella di ognuno di noi.
In mezzo a tutta quella realtà viene da chiedersi come si possa ancora vivere, e infatti ci sembra che tutti stiano sopravvivendo, aggrappati alla vita con tanta forza da scarnificarsi le mani e fare incrinare le unghie. Ma poi arriva una carezza, una parola detta con riguardo, degli occhi che ti osservano e vedono dentro di te, e allora quel gusto acre della storia si trasforma in speranza, e inevitabilmente in un sorriso sulle labbra del lettore.
Rimarrete affascinati da Charlie, da Maruce, da Phemie, e agghiacciati da loro al tempo stesso. “La moda del lento” è una storia che mi resterà sempre nel cuore, in un angolo buio probabilmente, nell’angolo tenebroso che abbiamo tutti dentro, ma rimarrà aggrappata lì per sempre perché l’ho realmente amata.


Citazioni:

“«La risoluzione del finito… le teorie di Feuerbach…»
«Ma ti levi…»
«Abbiamo risolto interi sistemi filosofici con una scopata, Charlie, idiota. E’ un momento solenne.»”

“«Mi sa che i grandi pensatori tedeschi non scopavano come si deve.»
«Mi secca ammetterlo, ma ritengo questa prospettiva, seppur prettamente teoretica, non dottrina ma aletheia.»
«Ma parla come mangi…»”

Dal cp. 12 “Jamin-a”

domenica 31 luglio 2011

Quando a vincere è la trama -di carne.

Forte della lettura di “Linee”, che consiglio a tutti i fan di Twilight che non amano i canoni del genere e vogliono qualcosa di razionale, ho iniziato a leggere la creazione originale di Mirya, “Di carne e di carta”, un romantico quanto cervellotico scritto.
Non sono rimasta delusa dai primi capitoli, ma man mano che si andava avanti lo stile del racconto diventava davvero troppo pesante, tanto che a volte mi sono chiesta «Ma quando finisce?», ma nonostante questo volevo terminare di leggere, perché a parte lo stile la storia era davvero interessante.
Mi rendo conto di come è difficile creare una storia originale, che presenti chiaramente ai lettori le situazioni e i personaggi senza lasciarsi sfuggire nulla che l’autore, conoscendo la sua creazione, dà per scontato. Nelle fanfictions questo lavoro viene risparmiato agli autori perché i personaggi e molto spesso anche la trama sono già delineati, così come gli aspetti caratterizzanti di quel mondo che rielaborano. Credo che uno dei difetti maggiori di “Di carne e di carta” stia proprio nel voler sodisfare questo bisogno di rimarcare sempre i dettagli.
Sono davvero le troppe ripetizioni di concetti già bene esposti in precedenza. In alcuni casi queste ripetizioni sono appropriate, lo sono state soprattutto per comprendere la psicologia di Leonardo e il motivo per cui adotta un comportamento tanto allergico a Chiara. Anzi, direi che mi è piaciuto moltissimo quel passo (capitolo 18; Forse, prima sillaba: for him and for her) nel quale viene spiegata ogni cosa, proprio per la ripetizione di frasi già dette in passato. Ma in ogni capitolo troviamo più passi della storia ripresi, a volte come autocitazioni a volte come gli stessi concetti detti in maniera differente. Dopo un po’ questo stile, diventa ridondante e addirittura noioso.
La seconda cosa che critico alla storia è il fatto di avere dialoghi poco credibili. Sarà che sono fissata con questo, ma un dialogo bello, per me, è un dialogo credibile. E un dialogo credibile è composto da parole che usiamo tutti i giorni. Qualcuno potrebbe obbiettare che i protagonisti sono due studiosi molto preparati ma, data una piccola esperienza in materia, non ho mai sentito un professore -anche universitario- parlare in quel modo. E’ troppo artificioso, troppo costruito, non mi è piaciuto. Soprattutto perché la maggior parte dei dialoghi sono conversazioni in preda alle emozioni, sono rabbiose, o sono passionali, o sono confessioni a cuore aperto. Non credo che quando ci si confessi a cuore aperto, per quanto eruditi si possa essere, si faccia caso alla sintassi, come fanno invece i personaggi di Mirya, e soprattutto Leonardo.
A parte questo, ho amato la trama e i vari colpi di scena che ci sono stati.
L’inizio, con l’entrata di Leonardo e la prima litigata fra lui e Chiara, è stato subito coinvolgente. A parte il fatto che ognuna di noi donzelle vorrebbe che il suo relatore  della tesi fosse un sexy ventinovenne (a questo proposito, per qualche motivo mi viene in mente Luca Argentero quando penso a Leonardo, anche se non ha gli occhi azzurri), e questo rende coinvolgente già di suo la storia e permette a tutte le studentesse di immergersi nella fantasia -andiamo, ammettetelo, chi di voi non ha fatto un pensiero su qualche prof? Io ho avuto quello di filosofia alle superiori per fantasticare sull'uso delle scrivanie, tanto per rimanere in tema Mirya. Ma questo inizio, anche se forse è un po’ scontato, è stato piacevole da leggere.
Il senso poi di qualcosa di già visto diminuisce quando, andando avanti, l’antipatia di Leonardo nei confronti di Chiara, diventa più acuta e ingiustificata. Mirya ha trascinato questa curiosità fino alla fine della storia, molto abilmente devo dire, mettendoci anche delle ipotesi tanto incredibili quanto errate (mi riferisco al supposto complesso di Edipo di Leonardo), ma che ci stavano assolutamente.
La scoperta finale che Leonardo si era fatto un idea errata dell’amore può sembrare semplicistica detta così, ma nei capitoli del pranzo di Natale a casa Villani tutto si ricopre di tensione e le rivelazioni che vengono fatte sono incredibili. Lascia senza fiato la fine del capitolo 17, “Il viaggio”, quando Renato Villani annuncia con calma imperturbabile che lui e la madre di Leonardo, coppia notoriamente perfetta, sono separati.
Ecco, quelli della cena di Natale sono stati senza dubbio i miei capitoli preferiti! Lo stile ci stava bene e la storia era finalmente al suo nodo critico, dopo tante ipotesi e curiosità. E dopo che il nodo critico si dipana e spiega molte cose, la storia non finisce mica, e fino alle ultime righe Mirya ci lascia pieni di incertezze, e in un certo senso lascia finire la storia a noi.
Com’è andata fra Ragazzina e Mr. Supposta? Questa è una delle cose che preferisco di questo racconto, perché la risposta la sappiamo solo noi. E anche se è diversa da quella che l’autrice immagina e non ci ha fatto leggere, va bene lo stesso, perché è tutta una questione di ‘forse’. Un forse che sta ad ogni lettore mandare avanti con la propria fantasia, a seconda dell'umore del giorno, immagino!
Il tema in sé comunque è già una tentazione troppo forte per non destare l'attenzione di lettrici accanite. Chi non si è mai lasicata cullare nell'ullusione e nella speranza di vivere una storia d'amore come quelle di carta? Nella mia breve esperienza resta comunque magnifico scoprire che sono molto meglio le storie di carne.
Bene, questa storia ha diverse falle per entrare a far parte delle mie Preferite, sarebbe contro natura, per me, mettercela. Ma si prende un posto di tutto rispetto fra le Ricordate.
Consiglio caldamente "Di carne e di carta" a chi vuole una storia cervellotica e, sì, anche un po’ ripiena di idealismo, ma dalla quale, nonstante tutto, si riesce a farsi trasportare.

sabato 14 maggio 2011

Piccoli pezzi di vita e di testi con immagini correlate

Senza preavviso alcuno e nemmeno una vaga idea di come andrà avanti questa storia mi sono lanciata nella mia prima originale da pubblicare su EFP.
S'intitola "La fine del destino" ed è scritta in una forma che sperimento ora per la prima volta: il diario. Ho tenuto anch'io un diario certo, ma era quando andavo alle elementari.




A parte questo ho iniziato una storia originale un po' più elaborata che, se gli déi pagani vogliono, riuscirò a portare a termine. A dir la verità anche questa è del tutto campata per aria e anche questa sperimenta un genere scabroso e noir con uno stile che non avevo mai utilizzato prima. E' frammentario e cattivo come le tematiche che tratta.


Poi: è un periodo in cui mi annoio parecchio e francamente credo che la ragione di tutto ciò sia frutto della mia stessa vita che non mi soddisfa. Ma perchè? Immagino che ci siano periodi come questo, no? Passerà.
Nel frattempo: io sono un genio nel vedere il bicchiere mezzo pieno a meno che non si tratti di vita o di morte. E qui non si tratta di morte, bensì di vita. Quindi è inutile stare aspettare che passi ora che ci penso meglio. Vado a riprendermi la mia allegria, che deve assolutamente coincidere con la primavera! E' una stagione bella quanto corta, non la si può sprecare pensando a cose depressive!
... e che cazzo!


Che altro? Ah già... Ho sviluppato una cotta pazzesca per Benjamin Barnes. Già immagino che il mio racconto di adesso venga pubblicato, ottenga un successo mondiale e Quentin Trantino o Robert Rodriguez ne traggano un film visionario con lui nella parte di protagonista. Ovviamente quando questo avverrà la mia cotta sarà già bella che passata, ma potrò lo stesso raccontargli delle mie pseudo-manie infantili in ritardo a 19 anni, facendo vergognare chi mi conosce.
Come sono orgogliosa di questo!


Be' non resta che una cosa da dire: vorrei poter dare ordini inutili ai Boy Scout.