Mi hanno regalato questo libro poco fa
e, nel mezzo delle feste, ci ho messo tre giorni a leggerlo con tutto quel che
avevo da fare, anche se sono un centinaio di pagine scarse! Non mi dispiace però, non volevo che finisse.
Il titolo (titolo originale: Historia de Mix, de Max y de Mex) dice già tutto, per questo, e perché comunque non riuscirei a parlarne in maniera decente, non scriverò una recensione nel vero senso della parola.
Vi lascio solo alcune delle frasi che ho
sottolineato perché sono quelle che mi sono piaciute di più:
«Potrei dire che Mix è il gatto di Max,
oppure che Max è l’umano di Mix, ma […] non è giusto che una persona sia
padrona di un’altra persona o di un animale, quindi diciamo che Max e Mix, o
Mix e Max, si vogliono bene.»
«Max si prendeva cura di Mix, e Mix si
prendeva cura della dispensa, perché i topi non si avvicinassero alla scatola
di cereali al cioccolato, i preferiti di Max.
«Anche se non c’erano topi in casa, Mix
svolgeva volentieri il compito di guardiano della dispensa, perché sapeva che
Max era suo amico e un amico si prende cura di ciò che piace all’altro.»
«Per tutto il tempo – lungo o breve, non
importa, perché la vita si misura dall’intensità con cui si vive – che il gatto
e il topo trascorsero assieme, Mix vide con gli occhi del suo piccolo amico e
Mex fu forte grazie al vigore del suo amico grande.
«E i due furono felici, perché sapevano
che i veri amici condividono il meglio che hanno.»
So che molto probabilmente in pochi leggeranno questo post, ma volevo dire che ho postato una piccola storia originale intitolata "Penny Bell e Jack on the Road" (la trovate più in basso, nella lista delle storie, la prima dall'alto).
Devo dire che mi fa piacere averla scritta, soprattutto perché mi piace l'idea di scrivere una storia per bambini che però può anche essere tranquillamente letta dagli adulti o dai ragazzi e avere un significato anche per loro.
Se vi va di leggerla, magari avrà un significato per voi...
Questo
è uno di quei famosi libri che mi attraggono dalla copertina, e in questo caso
anche dal titolo (un ragazzo quando l’ha visto credeva che stessi seriamente
leggendo un manuale di “cose da salvare in caso d’incendio”!). La quarta di
copertina, poi, è decisamente astuta, perché ti incuriosisce, e tutti questi
elementi hanno fatto sì che io lo desiderassi ardentemente.
Alla
prima pagina, dopo averlo comprato, ho scoperto che il titolo originale è
“Vaclav & Lena”…
Fantasia, portami via
A
parte questa piccola delusione questo romanzo ha i suoi lati negativi e
positivi, come quasi tutti gli altri
romanzi che ho letto, ma devo dire che, a dispetto di molte delle recensioni
che ho letto in giro, mi è piaciuto molto. Non posso negare che ci siano delle
cose che mi hanno lasciata un po’ perplessa, e altre che mi hanno infastidita,
ma sono cose davvero minime e lo considero un libro del tutto degno di stare
nel mio scaffale (che ultimamente si sta riempiendo ad una velocità allarmante,
forse dovrei darmi una regolata).
La
trama
Vaclav
e Lena sono due bambini che vivono a New York, entrambi emigranti russi. Vaclav
abita in una casa bifamiliare assieme a sua madre e suo padre, Lena in un
appartamento assieme alla zia, che si vocifera faccia la spogliarellista.
Vaclav vuole diventare un mago famoso da grande, come Harry Houdini, e Lena è
una bambina timida che ancora non parla bene l’inglese.
Un
giorno Lena è assente a scuola, e nessuno la vede per molti giorni, così la
madre di Vaclav decide di andare a vedere come sta la piccola. Sta via diverse
ore, e quando torna è molto turbata e non vuole raccontare a suo figlio che
cosa è successo. Lena e Vaclav non si vedranno più per molti anni.
Ora
Vaclav è cresciuto, ha diciassette anni, una fidanzata americana, e sta ancora
cercando di diventare un mago famoso (con risultati migliori di quando aveva
dici anni). Lena vive con la sua madre adottiva e, un giorno, decide di cercare
Vaclav per chiedergli aiuto per cercare i suoi genitori in Russia.
Quando
i due ragazzi si ritrovano, fra loro torna subito l’affetto che avevano da
bambini e s’innamorano. Un pomeriggio, soli a casa di Vaclav, i due stanno per
fare l’amore ma vengono scoperti dalla madre di lui, Rasia, e allora Lena
fugge, ricordando cos’è successo quel giorno di tanti anni prima quando è improvvisamente socmparsa dalla vita di Vaclav.
Il
ragazzo scopre che nella casa della zia di Lena c’era un uomo che molestava la
bambina, e quando poi va a trovare la donna per chiederle informazioni riguardo ai genitori di Lena scopre
che sua madre era una prostituta e tossicodipendente, e
che era morta in prigione. Vaclav va a trovare Lena e le racconta che i suoi
genitori erano due studenti universitari, rimasti uccisi durante le proteste
politiche.
Come
avrete forse notato, all’inizio della trama ero piuttosto presa; ho dovuto persino
regolare il mio apporto di poeticità, perché in fondo volevo solo descrivere la
trama senza fronzoli. Alla fine invece il tono si fa molto più pragmatico. Perché?
Be’,
principalmente perché la fine mi ha delusa. In generale la seconda parte del
racconto mi ha delusa molto, la parte nella quale i protagonisti sono
adolescenti, per intenderci.
Inoltre
credo che la fine sia stata scritta in modo decisamente affrettato.
Anche
se, effettivamente, la trama di questo libro è inesistente, ed è formato da
circa trecento pagine perché è tutto un gran descrivere e divagare, la parte
descrittiva/divagante è quella che mi è piaciuta di più. Quando invece gli
avvenimenti hanno iniziato a farsi più importanti e, in teoria, più
interessanti, il libro per me ha perso molto del suo fascino.
Ancora
non so spiegarmi il motivo di questo.
Haley Tanner
Detto fra parentesi,
mi sembra una bellissima ragazza
Lo
stile
Ho
amato moltissimo lo stile dell’autrice. In questo non posso fare nessuna
critica e anzi, è proprio grazie allo stile che il libro mi è piaciuto così tanto.
A
mio parere è stata bravissima a trasmettere quelle sensazioni particolari
tipiche dell’infanzia e dell’adolescenza, in cui tutti ci possiamo riconoscere.
Per
tutta la prima parte del libro
mi sembrava di viaggiare in un mondo diverso, dove tutte le cose reali e
negative premono attorno a noi attraverso una bolla; sappiamo che ci
sono, ma la nostra bolla ci protegge da loro con una patina sottilissima, tuttavia riusciamo ad
andare avanti lo stesso, aggrappandoci alle nostre speranze, ai nostri sogni,
ai desideri.
Una
cosa molto bella che l’autrice ha fatto, secondo me, è come ha sottolineato la
cultura russa sradicata dal proprio paese e trasportata in America. In effetti,
non tanto la cultura russa nello specifico ma l’idea di una famiglia che
prova a mantenere la propria cultura, le usanze e la propria identità in un paese totalmente diverso. Una cosa del genere si nota solo nella
vita di tutti i giorni, e sono stupita di come la Tanner ha reso bene l'idea. Credo
che mi sia piaciuto molto per via delle mie origini sudamericane, e devo
ammettere che mi sono riconosciuta in molti dei comportamenti di Vaclav, da
bambino, soprattutto quando corregge gli strafalcioni linguistici di sua madre
Rasia.
Per
di più il modo di parlare grammaticalmente scorretto di Rasia e Lena mi è
fantastico, anche se io detesto in genere quando – soprattutto nei
libri, perché è imperdonabile – trovi l’italiano
correggiuto. Questo è diverso però, è come sentir parlare qualcuno con l’accento
straniero, che è qualcosa che mi ha sempre affascinata.
I
personaggi
Per
la prima volta dopo “Il giardino segreto” (quindi sono passati parecchi mesi,
almeno due credo) non posso lamentarmi di personaggi bambini che si comportano
come adulti.
Lena
e Vaclav, da bambini, sono decisamente bambineschi. Oserei dire meravigliosamente bambineschi. I loro
pensieri riguardo al mondo degli adulti, i loro piani architettati al dettaglio
per fare uno spettacolo di magia, il modo in cui si rapportano fra loro e con gli
altri, sono molto naturali. Sono bambini veri, ma non per questo meno complessi
come personaggi, o stereotipati.
La
loro evoluzione da adolescenti poi è perfetta. A parte tutte le paure, i
complessi, le indecisioni tipiche dell’età (meglio conosciute come pippe mentali), che sono scontate e non
sono nulla per cui darei un particolare riconoscimento all’autrice, una cosa
che ho pensato subito è che, da dei bambini come Vaclav e Lena, era logico che
venissero fuori dei personaggi così, da ragazzi. Mi spiego meglio: il carattere
dei personaggi si è evoluto ed è cambiato da quando erano bambini, ma sono
sempre rimasti la stessa persona. Credo che sia molto facile snaturare un
personaggio in una storia che va avanti per anni, per di più in una storia come
questa, dove il salto dall’infanzia all’adolescenza non è graduale ma
improvviso. Si rischia, credo, di cambiare completamente il personaggio.
Cosa
mi è rimasto
Sono
una persona che, soprattutto per certi argomenti, si sciocca facilmente.
Infatti una delle cose che mi è rimasta più impressa del libro è la storia di
Lena.
Non
trattate, con me, argomenti delicati tipo bambini o animali maltrattati o
rischio avere strane e orribili reazioni facciali.
Ecco un esmepio pratico.
Io, quando leggevo "Ingannevole è il cuore più di ogni cosa"
di J.T. Leroy
Purtroppo
la scoperta del passato di Lena coincide con la fine brusca e troppo
affrettata, quindi devo ammettere che non sopporto quella parte di libro. Sì
insomma, lo trancerei a metà per quel che mi riguarda, ignorando bellamente la
seconda parte. Come fai a trattare un argomento così delicato in maniera così superficiale?!
Se
questo libro si fosse fermato un po’ prima, o al contrario si fosse dilungato
con più calma su certi passaggi, sarebbe uno dei miei preferiti in assoluto.
Conclusione: non
completamente bocciato, non completamente assolto.
Ho
sempre sentito parlare di “Coraline”, così come ho sempre sentito parlare di
Neil Gaiman (probabilmente grazie alla sua assidua collaborazione con Amanda
Palmer; se c’è una donna di cui mi sono mai infatuata, questa è lei) e ho
voluto leggerlo per curiosità – fra l’altro leggere il libro in inglese mi ha
permesso di confermare la mia vecchia teoria sulla punteggiatura di Frances
Hodgson Burnett,che avevo esposto nella
recensione di “Il giardino segreto”.
La
trama
Coraline
– che tutti pronunciano erratamente Caroline, il che mi ha fatto sorridere più
di una volta – Jones si è appena trasferita con i suoi genitori in una nuova
casa. I signori Jones, a volte troppo presi dal loro lavoro, lasciano spesso
che Coraline giochi da sola, e la bambina si diverte a esplorare il giardino e
la casa.
Durante
una di queste esplorazioni Coraline trova una porta che, all’apparenza, è stata
murata molto tempo fa, ma a volte si apre esclusivamente per lei, per farla
entrare in un mondo nuovo: è come essere ancora a casa sua, solo che ci sono
altri genitori, altri vicini, molte bellissime sorprese da scoprire, e sembra
che tutti vogliano solo compiacerla e farla divertire. I suoi ‘altri genitori’,
in special modo la sua altra madre, è disposta a darle tutto, a darle l’amore e
le attenzioni che i veri genitori di Coraline non le hanno mai dato, ma ad una
condizione: come tutti gli abitanti di quel curioso, parallelo mondo, anche
Coraline dovrà portare cuciti sugli occhi dei bottoni.
Resasi
conto di come l’altra madre in realtà voglia solo tenerla prigioniera, Coraline
cerca di fuggire, ma quando torna a casa si rende conto che lei ha preso i suoi
veri genitori. Così Coraline si fa coraggio, per amore dei suoi veri mamma e
papà, e passa nuovamente attraverso la porta per salvarli. Grazie solo alla sua
astuzia, al suo coraggio, e all’aiuto inaspettato di un gatto parlante,
Coraline riuscirà a trovare le anime dei bambini che l’altra madre ha rapito
prima di lei, e a ritrovare i suoi genitori e riportarli a casa.
Il
cliché del sogno
Uno
dei motivi per cui mi è piaciuta la storia è che in un certo senso risolve il
problema con “la solita scusa del sogno”, per intenderci quella che viene usata
in “Le cronache di Narnia” di C. S. Lewis o in “Il mago di Oz”, di Frank L.
Baum.
Solitamente
io detesto la scusa del “era tutto un sogno” perché penso sempre che per
giustificare una grande avventura lo scrittore poteva inventarsi qualcosa di
meglio, poteva renderla in un certo senso vera,
e non degradarla a pura fantasia che nella realtà non potrà mai accadere.
Neil
Gaiman ha, in parte, usato questa sorta di “scusa”, ma è anche riuscito a
rendere l’avventura di Coraline estremamente vera. Infatti solo per i suoi genitori non è successo niente, ma
quando Coraline torna nel suo mondo deve ancora affrontare un’ultima battaglia
con l’altra madre, estremamente reale.
Questa
è una delle cose che ho apprezzato di più nel libro, perché spesso i libri per
bambini di questo tipo risolvono tutto, alla fine, facendo capire che si è
trattato solo di una fantasia. Non che la fantasia non sia da incoraggiare, al
contrario!, ma perché privare un bambino della speranza di poterla vivere sul serio, un’avventura così? Più ci si
crede, più la si immagina con contorni vividi, e più l’avventura è vera ed
emozionante.
Neil Gaiman
Lo
stile
Pur
essendo un libro per bambini “Coraline” ha elementi davvero spaventosi. Immaginare,
prima di tutto, una persona da associare alla propria madre che poi si scopre
essere un mostro è piuttosto inquietante. Inoltre alcune scene erano talmente
crude, e crudeli per certi versi, da poter essere definite persino horror,
secondo me.
Nonostante
questo lo stile ben si adatta ad un bambino. È semplice e scorrevole, ma non
per questo non può essere apprezzato anche da un adulto.
Ciò
che non mi è piaciuto molto della storia è che sembrava, in qualche modo,
scostante. Pareva non seguire un’idea precisa, come se la trama venisse decisa
un po’ a caso pagina per pagina.
Coraline
e la porta magica
Il
film di animazione del 2009, diretto da Henry Selick (The Nightmare Before
Christmas, James e la pesca gigante), è stato veramente carino. Certo, adattato
ad un pubblico di bambini più di quanto non lo sia il libro – e ciò preclude le
scene troppo terrificanti – ma lo stesso godibilissimo.
La
cosa che mi è piaciuta di più è stata l’invenzione di Wybie, anche se spesso
non parla o parla troppo o ha quel collo stranamente piegato che mi fa
istantaneamente venire male solo a guardarlo. Nel libro, infatti, Coraline è un
po’ solitaria; assieme a Wybie tutto quanto è più divertente e movimentato.
Citazioni
Vi
lascio con una personale traduzione di un paio delle mie frasi preferite dette
nel libro, sperando di non storpiare troppo il vero significato delle parole e
il loro stile (perdonatemi, non sono una traduttrice professionista).
«“Ora,
voi persone avete dei nomi. Questo è
perché non sapete chi siete. Noi sappiamo chi siamo, quindi non abbiamo bisogno
di nomi.”»
«“Quando
sei spaventato ma lo fai lo stesso [ciò che ti spaventa], quello è coraggio.”»
Bene,
bene, bene… Il fatto che io qui a postare questa recensione significa che ho
finito di leggere il mio primo libro in inglese. Ciò mi rende particolarmente
orgogliosa di me, permettete che mi vanti ed esulti per un attimo.
Ou Yeah. Ou Yeah.
Fatto.
A
parte questo, come mai mi sono fatta il mazzo a leggere un libro in inglese
quando potevo leggerlo in italiano? Molto semplice: costava 3,50 €.
Adesso
mi prendete per tirchia, e sapete una cosa? Avete ragione. Diciamo che c’è
crisi, e se vedo che un libro costa 3,50 (quando di solito un libro lo pago sui
dieci euro, minimo) mi si illuminano
gli occhi come se Babbo Natale in persona distribuisse caramelle.
Inoltre
mi piace l’inglese, molto, moltissimo. Leggere un libro in inglese è sempre
stato un desiderio e una sorta di sfida contro me stessa. Sono fiera di averla
portata a termine!
Questioni
linguistiche a parte, fino a poco fa non avevo idea che “Il giardino segreto”
fosse un libro. Quando l’ho adocchiato nella sezione dei libri in lingua (già
pensavo di comprarmene uno, dovevo solo avere la spinta necessaria) l’ho
fissato per un minuto intero per capire se era “Il giardino segreto” che conosco
io.
Per
inciso, “Il giardino segreto” che conosco io è un film del 1993 (c’è anche una
versione più vecchia, degli anni ’40 se non erro, ma io conosco solo quella del
’93) che ho visto da piccola e mi è sempre piaciuto. Se volete vi lascio il
trailer, magari a qualcuno viene voglia di vederlo.
Quando
mi sono resa conto che era proprio quel
“Il giardino segreto” l’ho comprato
(facendo fuori un sacco di monetine da cinque e da dieci centesimi. Evvai!).
Mi
sono piacevolmente resa conto che non sono poi così male in inglese, e anche se
ci ho messo più del solito a leggerlo, l’ho fatto senza troppe difficoltà. Mi
sono gustata la trama e lo stile, ed ecco cosa ne penso.
La
trama
Siamo
all’inizio del ‘900 e Mary Lennox è una bambina di dieci anni, figlia di una
coppia inglese che vive in India. I suoi genitori la affidano completamente
alla bambinaia e lei cresce viziata, piuttosto antipatica e lontana da ogni
forma di affetto. Quando entrambi i genitori muoiono di colera viene mandata in
Inghilterra, al maniero di Misselthwaite, da suo zio Archibald Craven.
Lì
scopre dell’esistenza di un misterioso giardino che, dieci anni prima, era
stato chiuso a chiave perché era il giardino tanto amato dalla defunta moglie
di Lord Archibald che, dopo la morte della moglie, è divenuto un uomo cupo e
triste. Trovata la chiave del Gardino Segreto Mary e Dickon, un ragazzino di
campagna, cominciano a prendersi cura delle piante, pensando di fare di quel
luogo un posto meraviglioso, pieno di fiori, alberi e animali, dove giocare in
segreto.
Mary,
spesso, ode un pianto nel maniero che il personale di servizio nega in
continuazione. Scopre che si tratta di suo cugino Colin, un bambino della sua
età che non è mai uscito di casa, non sa camminare e crede di dover morire in
giovane età perché tutti hanno sempre detto che così sarebbe accaduto. Grazie
alle storie riguardo al Giardino Segreto Mary riesce a infondere in Colin un
po’ di vitalità e, assieme a Dickon, lo portano fuori all’aria aperta, dentro
al giardino dove Colin ridiventa forte e comincia a camminare.
La
primavera è arrivata: il Giardino Segreto brulica di vita, così come i bambini.
Colin ha imparato a camminare ed è diventato più forte, ma tiene segreta a
tutti la faccenda per fare una sorpresa a suo padre. Quando Archibald Craven è
di ritorno a Misselthwaite scopre che suo figlio è un bambino sano e forte, e
recupera la voglia di vivere e di amarlo.
Frances Hodgson Burnett
Le
storie di questo genere mi affascinano sempre: due bambini si mettono a
coltivare rose per fare di un giardino abbandonato da dieci anni il loro
rifugio segreto. È una specie di sogno! Chi, da bambino, non lo ha mai
desiderato?
Personalmente,
nelle mie peregrinazioni lungo i viottoli di campagna alla veneranda età di
dieci anni, trovare un luogo misterioso e solitario dove allestire una sorta di
Quartiere Generale con i miei amichetti era una speranza che non si è mai
spenta. Tutt’oggi, se trovassi un luogo così, me ne innamorerei, ne sono sicurissima!
Forse
è per questo ricordo dell’infanzia che mi piace molto l’idea dell’esistenza di
un Giardino Segreto. Una storia che vi ruota attorno non può che esaltarmi.
Questo
libro si gioca magistralmente i due grandi segreti che ha scelto di raccontare.
Quello del giardino fa un po’ da pretesto alla storia, e poi c’è il secondo
segreto, un po’ più inquietante ma proprio per questo interessante: ovviamente
parlo della storia di Colin. Pensare ad un bambino che è vissuto per dieci anni
sotto una campana di vetro nella convinzione di dover morire – peraltro un
bambino, c’è da dirlo, antipaticissimo e molto viziato – è qualcosa di molto
triste, sì, ma è anche elettrizzante. Dà alla storia quel non so che di cupo,
ritorto, oscuro; anche se Colin diventa quasi subito un personaggio positivo,
in seguito. Tuttavia c’è quel che basta di oscurità per tenerci incollati alle
pagine. La storia di Colin sembra una reminiscenza dell’ultimo periodo dell’ottocento:
i poeti maledetti assieme a Dorian Gray, Mr. Hyde e compagnia bella.
Personaggi
Sebbene
il personaggio principale al principio sia Mary Lennox, l’autrice la tralascia
verso la fine, cosa che mi dispiace molto. La Burnett si concentra interamente
su Colin, mantenendo pochi altri personaggi attorno a lui: primo fra tutti
Dickon, poi Ben Weatherstaff e infine la signora Sowerby.
Non
mi è piaciuto molto come la scrittrice ha improvvisamente abbandonato certi
personaggi per dare più importanza ad altri: è come se non sapesse gestire il
tempo da dedicare ad ognuno di loro. Così sono stati tralasciati due dei miei
personaggi preferiti: Mary Lennox, per cui non ci sono scuse dato che – in
teoria – sarebbe la protagonista, e Martha Sowerby cui all’inizio viene
dedicato molto spazio anche se non è fra i personaggi principali, e poi,
improvvisamente, scompare.
Il
mio personaggio preferito in assoluto, tuttavia, sono lieta di dire che rimane
costante: Dickon. Un po’ perché il mio lato fangirl
è sbucato fuori quando si trattava di Dickon e Mary assieme, un po’ perché come
personaggio è veramente affascinante, lui è di sicuro quello che mi piacerebbe
incontrare.
C’è
quasi sempre, nei libri, un personaggio talmente bello che vorrei fosse vero e,
possibilmente, anche un mio amico (come ad esempio Willy Wonka della “Fabbrica
di cioccolato”); questa volta è Dickon, con il quale farei lunghe scampagnate
nei prati, e lui mi insegnerebbe il linguaggio degli animali.
Il
comportamento dei bambini è molto naturale. Mi capita spesso di leggere storie
(o anche guardare film, a volte) nei quali i bambini o sono troppo seriosi e si
comportano come adulti, o sono esageratamente infantili, tanto da sembrare
usciti da qualche brutto telefilm di serie B nei quali si capisce che recitano.
Qui invece sono molto ben delineati e, verso la fine del libro, con i loro
giochi e i loro pensieri, mi hanno fatta sorridere più di una volta.
Excursus:
Sono
convinta che si debba scrivere di cose che si conoscono e se non si conoscono è
meglio informarsi, non sparare a caso.
Gli
autori che vogliono usare come personaggi principali dei bambini devono stare
molto attenti perché, è vero che siamo stati tutti bambini, ma se, da adulto,
non hai a che fare con loro (magari i figli, magari lavori con i bambini)
allora è quasi inevitabile cadere in certi cliché con dei personaggi e creare
dei bambini che non si comportano affatto come tali.
Lo
stile
Lo
stile della Burnett mi è piaciuto moltissimo: mi ha dato una sensazione di
calma e spensieratezza; mi fa sentire come se anche la peggiore delle
situazioni avesse il suo lato positivo.
Parte
della magia del libro sta nell’ambientazione. Non solo il tempo storico, anche
se ovviamente aiuta parecchio (non riesco ad immaginare che una storia del
genere abbia luogo nel XXI secolo, l’era tecnologica nella quale i bimbi
giocano con il Nintendo), ma anche e soprattutto il paesaggio della brughiera,
che la Burnett pare dipingere con un pennello fra le pagine. Grazie alle
descrizioni accurate ma dal taglio decisamente letterario, quasi nostalgiche, sono
riuscita a immaginare benissimo la brughiera, anche se effettivamente non l’ho
mai vista; le immense distese solitarie, il colore grigiastro della nebbia. E
poi l’arrivo della primavera: i colori dei fiori, i versi degli animali, il
sole caldo e il vento fresco.
L’unica
cosa che non mi è piaciuta dello stile forse è da annoverare alla sintassi
inglese, però mi è sembrato che questa donna sia fin troppo avara di virgole.
Non lo so, perché questo è il primo libro in inglese che leggo, ma mi rifarò
presto, anche perché ci ho preso gusto a leggere in inglese, e potrò dire se la
mia impressione è un mero fatto linguistico o è proprio la Burnett che odiava
le cesure.
Visto
che siamo in tema di cesure ecco un’altra cosa che non mi è piaciuta: la fine
del libro. Troppo brusca, veramente come se qualcuno l’avesse tagliata via.
Sembrava che il libro fosse finito perché non aveva più voglia di scrivere.
In
conclusione
“Il
giardino segreto” è uno di quei romanzi che non hanno un limite di età preciso.
Può essere apprezzato dai bambini, così come dai ragazzi e dagli adulti, a mio
parere. Ha per protagonisti dei bambini, e quindi sarebbe molto facile per un
bambino immedesimarsi nella storia, ma narra in maniera semplice fatti che sono
il riflesso del comportamento degli adulti, per cui la storia è interessante
anche per un adulto. Insomma, leggibile veramente da chiunque.
Inoltre,
lo dico di nuovo: trovare un luogo segreto dove giocare è sempre stato una
sorta di sogno. Da piccola, quando mi alzavo dal letto, immaginavo che storie
come questa mi sarebbero capitate di lì a poche ore. Era solo questione di
trovare una vecchia chiave nascosta da dieci anni.