giovedì 22 giugno 2017

Penna alla mano #4: Forze e debolezze

Ho un progetto in corso che non so quando vedrà la luce. Sono contenta di aver ultimato il precedente romanzo, ma adesso che ne ho preso le distanze non lo sento più mio. Non so che cosa succederà, ma per il momento rimane lì nel cassetto, preferisco dedicarmi ad altro. Un giorno vorrei pubblicare ancora, magari qualcosa di più lungo di un racconto, ma sicuramente voglio che sia una storia con cui sono perfettamente ‘allineata’, a cui credo con tutta ma stessa senza sforzo.
Mi è capitato, trovandomi così in difficoltà con il precedente racconto, di pensare perché il lavoro in cui mi ero lanciata con tanto entusiasmo ora non mi soddisfi più. Non è tanto una questione di stile, più che altro credo che sia l’intento della storia, il motivo per cui l’ho scritta, ciò in cui non credo più. Se ci ripenso la trovo immatura, incompleta, e per un po’ ho pensato a quali fossero i suoi punti di forza e quali i punti deboli.
Ho scoperto che quelli del romanzo coincidono con i miei punti forti e deboli, quelli che ho nella scrittura. È stato un esercizio utile perché mi ha permesso di abbandonare il particolare per vedere il quadro generale, e ho capito meglio quali sono qualità e difetti del mio processo creativo.

Fortuna che non sono una persona modesta.
Non che mi reputi una fuoriclasse, ma non fatico a trovare dei punti di forza, il che mi fa pensare che credo in me stessa quanto basta per creare un mix tra umiltà e capacità. Non amo le persone che fingono di buttarsi giù solo per sentirsi dire «Mannò!, che dici? Sei così bravo!», quindi cerco di non comportarmi così.
Ecco, una prima qualità di cui sono fiera è l’immaginazione. Ho sempre un mucchio di idee, non ho bisogno di sforzarmi per trovarne una, nascono naturalmente. Un’idea per una storia può scaturire da qualcosa che vedo in giro, da una conversazione con qualcuno, o da una riflessione. D’un tratto un concetto si trasforma nell’idea adatta ad un racconto. Me li scrivo tutti, questi spunti, perché sono talmente tanti che rischio di dimenticarli.
Questo prima di iniziare a scrivere. Per quanto riguarda la parte pratica mi hanno fatto i complimenti per i dialoghi, che risultano credibili e in linea con il carattere, l’estrazione sociale dei personaggi, e le situazioni.
Mi sono resa conto inoltre che riguardo alla trama seguo molto l’istinto. La pianifico inizialmente, e la faccio andare avanti seguendo uno schema che conosco già, ma se qualcosa non mi convince non lo forzo. Non mi spaventa uscire dai binari che ho preconfezionato, se sento che è la cosa giusta da fare. A questo proposito mi è capitato di dover rivoluzionare completamente una storia (magari dall’inizio e dopo un sacco di pagine già scritte, perché farmi mancare questo brivido?!) per una piccola modifica che ho scelto di fare in seguito. Nemmeno questo mi spaventa; posso apportare modifiche gigantesche per sistemare un dettaglio, il tempo o la fatica che mi occuperà non mi interessano – anzi, non mi pesano. Peno che questo sia un insegnamento che mi ha dato tempo fa la mia professoressa di arte. Piuttosto di continuare a insistere su un dettaglio errato, cercando sistemarlo a poco a poco, mi diceva di andare di gomma e rifare tutto per ottenere i risultati che cercavo.
Ultimo pregio, anche questo di cui sono orgogliosa, è che ascolto i consigli. Nonostante a volte detesti il mio carattere, che esplode a tradimento come un vulcano attivo in attesa solo di una scusa per eruttare, sono piuttosto razionale. Dopo la lettura di una storia da parte di più persone analizzo le problematiche trovate da ognuna di loro e cerco di migliorarla in base a quelle, suddividendo fa le critiche che riguardano il gusto personale e quelle che sottolineano un problema oggettivo della storia. Ricevere critiche mi dispiace, ovvio, ma le ascolto tutte senza cercare giustificazioni né arrabbiarmi, e dopo aver aggiustato il tiro in base a queste i risultati se vedono sempre.

Ma si sa, la severità più inflessibile viene proprio da noi stessi, e trovo anche parecchi difetti nel mio modo di scrivere. La maggior parte sono più evidenti a me, problemi che riguardano il primo abbozzo di trama o la primissima stesura del testo. Nonostante questo sono difetti da correggere sicuramente, perché al lettore arrivano, seppur in maniera molto vaga.
Spesso mi capita, mentre organizzo la trama, di creare dei nodi che poi non riesco a sciogliere. Mi capita di intrecciare tanto le vicende da non trovare più io stessa il famoso bandolo della matassa,  più semplicemente di mettere i miei personaggi in situazioni tanto terribili che solo un deus ex machina può salvarli – il problema è che io odio i deus ex machina, perché sono proprio l’ultimo appiglio a cui l’autore può aggrapparsi e, a mio parere, sono segno di una scrittura che deve ancora maturare. Per risolvere queste magagne mi ritrovo a dover fare modifiche che non avrei voluto fare, che però la maggior parte delle volte mi portano via del tempo. Come ho detto prima non mi dispiace rimboccarmi le maniche e modificare una buona parte di testo, ma un conto è farlo perché senti che è la cosa giusta da fare, un altro è dover sistemare lì dove c'è uno sbaglio. So che è per la buona riuscita della storia, tuttavia via mi rendo conto che se solo riuscissi ad organizzare subito tutto al meglio, non mi ritroverei con questi problemi.
Poi c’è la mancanza di organizzazione e le lunghe tempistiche. Ci metto tanto a scrivere, forse proprio perché fatico a pensare ad uno schema pratico da seguire. Penso che se riuscissi a trovare un metodo andrei molto più veloce, ma fin’ora quelli che ho provato non hanno dato i risultati sperati. Avevo sentito dire ad esempio che scrivere tot parole al giorno aiutava a tenersi allenati, a non ‘staccarsi’ dalla storia, e per qualche mese l’ho fatto, per un precedente progetto. Ho terminato in tempo record ma mi sono resa conto che scrivere era diventato un processo meccanico. Le pagine che sfornavo diligentemente mancavano di anima, erano un puro esercizio senza cuore.
Oltre alle cose più pratiche trovo un altro difetto della mia scrittura, che si può definire forse di stile. Credo che i miei personaggi non spicchino particolarmente. A volte mi sembra che abbiano un carattere nebuloso, che non influisce sulla trama, quando invece secondo me il carattere dei personaggi dovrebbe avere molto peso. Tutto dipende dalle scelte dei protagonisti, la storia si dipana seguendo i percorsi determinati dalle loro azioni. Ma cosa determina le loro azioni? Il carattere, e tutto ciò che vi è legato. Il background culturale, l’infanzia, i desideri e le passioni, le paure, le esperienze e gli insegnamenti ricevuti dalla vita. Tutto questo a volte manca nei miei personaggi, me ne rendo conto, e rimangono macchie indistinte. Le loro motivazioni sono forti, ma mancano di spessore.
Ultimo mio cruccio è l’impazienza. Quando devo revisionare una storia sono molto frettolosa, vorrei farlo subito quando invece sarebbe meglio lasciarla da parte… a lievitare, come una pagnottina. Se non aspetto e non mi distacco dalla storia rischio di essere ancora troppo coinvolta e di non vedere ciò che va migliorato, quindi di presentare ai lettori una storia che non esprima tutto il suo potenziale.

Ho riletto il post e, sebbene mi dia un colpo in testa nel leggere l’ultima parte riguardo a tutto ciò in cui potrei migliorare, sono contenta sia di aver trovato delle qualità che dei difetti nel mio modo di scrivere.
Significa che riesco ad essere obiettiva con me stessa, non cerco scuse e voglio migliorarmi, ma vedo anche motivi di orgoglio e so di essere cresciuta in questo ambito della mia vita. Credo sia importante trovare una via di mezzo o si rischia di abbattersi o, al contrario, di pensare di essere già arrivati quando, in realtà, non si sono fatti che pochi passi.
Io ho fatto alcuni passi. A volte ho evitato la caduta, altre sono inciampata. L’importate è sapere come e perché si è rovinati a terra, per impedire che accada di nuovo. Ecco, il post che avete appena letto è servito a questo.

martedì 13 giugno 2017

Carta straccia #3: Il ristorante degli amori ritrovati – Ito Ogawa

Era da parecchio, per fortuna, che non incappavo in un libro da inserire in questa rubrica. Questo romanzo ha riportato in auge Carta straccia nel modo peggiore possibile: avevo grandi aspettative per “Il ristorante degli amori ritrovati”, pensavo davvero che sarebbe stata un’ottima lettura, una di quelle che ti scaldano l’animo e ti fanno venire voglia di rimanere a casa, con la coperta addosso (o un ventilatore, che in questo momento sarebbe più gradito), un tè caldo in una mano (coca cola ghiacciata) e un libro nell’altra.
Ma mi sbagliavo. Non è quel tipo di libro. Ma almeno c’è una nota positiva, lo cancellerò dal Kindle e sarò libera di dimenticarmene.

Ringo è appassionata di cucina e conosce tutto sia della cucina tradizionale giapponese, perché la nonna le ha insegnato tutto quello che sa, che di quella etnica, perché ha lavorato in diversi ristoranti e fatto esperienza.
Il giorno in cui il suo fidanzato scompare, portandosi via tutte le loro cose, a Ringo non resta altro da fare se non tornare nel piccolo paese di montagna dal quale proviene. Peccato che lì abiti ancora sua madre, con la quale non è mai andata d’accordo.
Dopo qualche momento di indecisione Ringo pensa di mettere a frutto le sue conoscenze in cucina e ristuttura il granaio della madre per farne un ristorante. Realizzato con materiali di recupero e deciso a utilizzare i prodotti che la terra può offrire, il ristorante prende vita e, con il suo menù peculiare, attira molti clienti. Infatti Ringo decide che Il ristorante lumaca servirà solo un gruppo, una coppia o un cliente alla volta, per il quale il menù sarà personalizzato a seconda dell’occasione.
Sembra una coincidenza ma, dopo aver mangiato al Ristorante lumaca, gli avventori trovano l’amore, riprendono contatti con qualcuno che credevano di aver perduto, o rimettono in sesto la loro vita riuscendo infine a lasciarsi alle spalle i dolori passati.
Proprio questo accade alla madre di Ringo, che ritrova il suo grande amore di quando era ragazza. Scopre però allo stesso tempo di essere malata e che le restano pochi mesi di vita. Dopo aver conosciuto meglio sua madre, Ringo si rimbocca le maniche e prepara il menù per il giorno del suo matrimonio.
La madre di Ringo muore poco dopo e la ragazza, che serberà nel cuore il suo ricordo, si getta a capofitto nel suo lavoro al ristorante. Cucinare la rende felice e mangiare ciò che prepara rende felici gli altri, decide quindi che essere una cuoca sarà il suo futuro.

Meh…
Che dire? Avevo accennato al fatto di aver avuto un sacco di speranze per questo romanzo, e infatti è così. È molto strano perché sono state deluse al massimo ma, allo stesso tempo, non lo sono state. La storia ha tutte le caratteristiche per essere un gran bella storia, ma è riuscita a rovinare tutto con un solo elemento: lo stile.
Ito Ogawa
Non mi sono informata sull’autrice ma forse si tratta di un’esordiente. Il fatto è che sembra di leggere un esordiente, si capisce che è un esordiente e, se non lo è, allora è nei guai. Ogni cosa si svolge troppo in fretta e con troppa facilità. Non c’è una vera e propria trama, non ci sono problematiche che i protagonisti affrontano, il pettine non giunge mai al fantomatico nodo (forse alla fine, con la notiza della morte imminente della madre, ma il tutto nelle ultime venti o trenta pagine). Sembra un resoconto dei fatti, per di più stilato da una persona rancorosa e superba.
Ringo passa quattro quinti di libro a detestare sua madre e, quando scopre che lei è malata, ogni risentimento passa come per magia. Invece di cogliere questo momento come un’opportunità per affrontarsi, capirsi, spiegarsi, le due donne non fanno che guardarsi da lontano e sperare di essere più vicine, cosa che non accade, ma si comportano come se avessero risolto i problemi che le separano da sempre.
Ho voluto leggere questo libro perché parlava di cucinare, di cibo, della bellezza di preparare un buon pasto per le persone che amiamo, di come il cibo e la cucina siano parte fondamentale di ciò che siamo. Peccato sembrasse il menù di un ristorante. Volevo immergermi per qualche attimo nell’atmosfera tranquilla di quando fai lievitare una focaccia e intanto la casa si riempie dell’odore della pasta, o il vapore della verdura che si alza quando togli il coperchio e avverti tutto il profumo degli ingredienti freschi, o ancora il rumore della carne che sfrigola quando la metti sull’olio bollente e comincia a rilasciare i succhi. Questo intendo io per romanzo che parla di cucina, l'atmosfera magica che si crea quando si cucina con passione e si assaggia (incuranti delle calorie!) un piatto preparato con amore.
L’unica nota positiva sta nell’ambientazione. Siamo in un piccolo paese di montagna perso in mezzo al Giappone. La vita segue il ritmo della natura e tutto è più tranquillo, silenzioso, lontano dal caos e dalla fretta irrazionale della città. Le persone sono più semplici, cortesi, e il paesaggio di cui si può godere ogni giorno è un regalo.

Conclusione? Non leggetelo.
Davvero, mi capita raramente di dirlo ma questa è una di quelle volte. Non leggetelo, perché vedere un romanzo pieno di possibilità rovinato così è ancora peggio di trovarne uno che ne è completamente privo.

Nonostante le mie critiche pare che in Giappone abbia avuto successo,
tanto che ne è stato tratto un film.

martedì 6 giugno 2017

Oceano mare – Alessandro Baricco

Quando ho aperto il blog pensavo che avrei recensito ogni singolo libro e che sarebbe stato bellissimo. Poi mi sono resa conto che leggo troppi libri per poterli recensire tutti, quindi ho deciso di parlare solo di quelli che mi sono piaciuti molto, o che non mi sono piaciuti affatto. Poi ho visto che non sempre ho qualcosa da dire su una lettura, perché mi lascia un po’… meh. Non mi è dispiaciuta, ma non mi è nemmeno piaciuta, quindi ne verrebbe una recensione scialba. E questi sono i motivi per cui di solito non scrivo recensioni.
Poi leggo Baricco, e mi ricordo che ci sono libri di cui non riesco a parlare.
Potrei dirvi della trama di “Oceano mare”, dei personaggi, del finale, dello stile, ma non hanno ancora inventato delle parole adatte a descrivere cosa significano certi romanzi. Una cosa simile mi è successa con “Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano”, ma all’epoca non avevo un blog. Adesso che mi sento quasi in dovere di spargere il germe della lettura a più persone possibili, mi chiedo come si possa parlare di un libro talmente impenetrabile come questo.
Dopo tanto pensarci ho capito che non si può.
Quindi lascerò parlare il libro stesso.

“Edel, c’è un modo di fare degli uomini che non facciano del male?”
Se la deve esser chiesta anche Dio, questa, al momento buono.

Ha 38 anni, Bartleboom. Lui pensa che da qualche parte, nel mondo, incontrerà un giorno una donna che, da sempre, è la sua donna. […]Quasi ogni giorno, ormai da anni, prende la penna in mano e le scrive. Non ha nomi e non ha indirizzi da mettere sulle buste: ma ha una vita da raccontare. E a chi, se non a lei? Lui pensa che quando si incontreranno sarà bello posarle sul grembo una scatola di mogano piena di lettere e dirle
“Ti aspettavo.”

La natura ha una sua perfezione sorprendente e questo è il risultato di una somma di limiti. La natura è perfetta perché non è infinita.

Aveva perso un po’ di quello smalto… gli si era appannata l’anima, se capite cosa voglio dire. Era come se si fosse aspettato qualcosa di diverso, lui, di proprio diverso. Non era preparato a quella normalità lì.


martedì 30 maggio 2017

Classics today: cosa scriverebbero gli autori del passato se fossero qui oggi?

A volte penso a come sarebbe il mondo se non avessimo inventato i soldi, o se avessimo scoperto l’America nel 1800, il classico se avessimo ucciso Hitler prima che scoppiasse la Seconda Guerra mondiale o come farei a spiegare a un uomo del passato come funzionano le cose oggi.
Questa volta mi sono domandata: se i grandi autori classici fossero vivi oggi, con il loro genio intattato e non disintegrato da cose logiche come “Non-sarebbero-la-stessa-persona”, che tipo di libri potrebbero scrivere? E che tipo di autori potrebbero essere?

Pensavo a Machiavelli, perché sono passata davanti ad una vecchia edizione di “La mandragola”, e ricordando il personaggio storico non ho potuto fare a meno di immaginarlo in una versione contemporanea.
Secondo me se fosse nato ai giorni nostri Machiavelli farebbe il giornalista e scriverebbe saggi e piccoli phamplet di stampo politico (non mi spingo a dire per quale partito potrebbe parteggiare, perché non me ne intendo né di politica attuale, né delle preferenze di Machiavelli in merito). Lo immagino un personaggio pubblico restio, che tiene alla sua privacy e non vuole farsi vedere alle trasmissioni in tv, preferendo magari la radio e i social.
Da qui ho iniziato ad immaginare alcuni altri autori e il primo che mi è venuto in mente è stato William Shakespeare. Immaginarlo nella Londra odierna è stato divertente.
Ecco come sarebbe Shakespeare oggi!
Per qualche motivo la prima immagine di lui che ho avuto è mentre cammina a Camden Town guardandosi attorno pensieroso. Entra in uno Starbucks, si prende un cappuccino e lì, a dove si può restare ore senza che nessuno ti disturbi o ti cacci, si mette a pensare alla sua prossima piéce teatrale. Potrebbe parlare di due giovani innamorati di etnie oggi in contrasto (lei si chiama Juliet, lui Rashid), o magari di un ragazzo che, sotto l’effetto di droghe, riceve una visita dal fantasma del padre che gli rivela di essere stato assassinato dallo zio, e tutto per la multinazionale che possedeva. Quante idee, quanto poco tempo per realizzarle! Finisce il suo cappuccino e se ne torna nello studio, a scrivere.
Da qui il passo verso altri autori, altre epoche e nazionalità, è stato breve. Non ho mai letto nulla di Cervantes, né il famoso Don Chisciotte né qualunque altra cosa abbia scritto. Comunque immagino che la sua fortuna sarebbe simile a quella di Palahniuk.
Comincia a scrivere questa lunga saga con protagonista il tipico ‘nuovo ricco’, lo ridicolizza, lo usa come espediente per una spassosa satira della società moderna, ma nessuno se ne rende conto per un po’ di anni. Poi un giorno qualcuno scopre questo romanzo pubblicato da una piccola casa editrice e ne vede tutto il potenziale. Il libro viene ripubblicato ed è un successo! Di lì a qualche anno un de Cervantes in mocassini griffati firma un contratto per cedere i diritti del libro e farne un film omonimo, intitolato “L’ingegnoso yuppie Don Chisciotte de la Mancha”.
Per la francia ero tentata di scegliere Hugo come autore da trasportare nel presente, poi ho pensato che, date le varie volte in cui l’ho citato, sarebbe meglio lasciarlo in pace. Il secondo che mi è venuto in mente è stato, ancora una volta, un autore che non conosco bene. Forse è più facile portare in questo secolo persone di cui non conosco bene la storia e l’opera, perché con qualcuno che conosco meglio sarebbe più faticoso e mi verrebbero in mente un sacco di problematiche legate allo stile o simili. Invece con il marchese De Sade la fantasia vola.
Prima edizione del Don Chisciotte.
Oggi uscirebbe presto anche l'edizione
tascabile.
Un ricco esponente della Parigi bene, magari figlio di un politico di spicco, il cui scopo sin da giovane sembra essere quello di distruggere il buon nome della famiglia e i cui colpi di testa finiscono sulle prime pagine dei giornali di gossip. I suoi libri non sarebbero romanzi, bensì sottili saggi, o racconti che nascondono – neanche tanto velatamente – un messaggio impudico. I critici lo stroncherebbero come uno scrittore di pornografia oscena, le masse lo conoscerebbero più che per il suo lavoro per lo scalpore che fa. La sua scia di fans difenderebbe a spada tratta ogni scelta dell’autore, ma immagino che oggi la sua fama non sarebbe duratura. Come ogni fama di oggi si estinguerebbe dopo qualche anno, e non per mancanza di talento, bensì perché nella nostra epoca mi sembra che tutto sia passeggero, in primis le notizie che infiammano i tabloid, che vengono sostituite in fretta con novità più scottanti.
Infine ecco un autore di cui ho letto qualcosa. La “Anna Karenina” di Tolstoj ai giorni nostri avrebbe ben altri problemi che non il tradimento del marito e l’affidamento del figlio, ma abbiamo ancora delle stazioni non del tutto in sicurezza che potrebbero garantire una fine al romanzo – anche se per essere più moderni dovrebbe ricorrere alla metro.
Per quanto riguarda l’autore invece, vedo Tolstoj come un paladino dei diritti civili, intento a scrivere mattoni che invece di attaccare la situazione della donna preferiscono temi più caldi, ad esempio la tutela dell’ambiente e i diritti degli animali, la tecnologia da cui ormai dipendiamo anche troppo e i diritti delle minoranze. Diventerebbe subito famoso secondo me, e a differenza di Machiavelli sarebbe ben lieto di esporre le sue idee al pubblico. Avrebbe un codazzo di estimatori e intellettuali che lo venerano, e il suo modo di vestire un po’ scialbo sarebbe considerato un suo tratto distintivo.

Ed ecco qui, cinque autori per cinque epoche storiche, di cinque nazionalità diverse, immaginati nel mondo di oggi dove tutto sembra più vicino e nulla impossibile, ma sempre troppo complesso! E ora, secondo voi, se i grandi autori del passato vivessero oggi, che ‘tipo’ di autori potrebbero diventare?

giovedì 25 maggio 2017

Penna alla mano #3: Il blocco dello scrittore

Sono certa che fra i blog che seguo questo sia un argomento che si è trattato parecchie volte, solo che io ho mancato i post giusti. Non ne ho mai parlato, e in effetti è strano perché a quale autore o aspirante tale non è mai capitato di avere il blocco dello scrittore? Probabilmente viene anche ai blogger, ai giornalisti e quelli che scrivono le quarte di copertina, ma io non ne ho mai parlato.
Eccomi qui a rimediare.
Qualche anno fa ho smesso di scrivere per un po’, perché semplicemente non ne avevo voglia. È stato subito dopo il periodo in cui scrivevo tantissimo, le parole venivano fuori da sole e io sentivo di aver appena scoperto qualcosa di meraviglioso. Leggevo e scrivevo molto, ero sommersa dalle parole e tutto era fantastico e facile. È stato come l’inizio di una relazione: le cose vengono da sé e i piccoli screzi non esistono. Pian piano ho iniziato a rallentare, sempre di più, sempre di più, e un bel giorno mi sono fermata.
Non è stato premeditato, non è stato sofferto, non è stato voluto. È successo e basta. Per qualche mese ho preso le distanze e poi la voglia di scrivere è tornata da sola, sbocciata con una consapevolezza diversa, più matura – mi piace pensarlo – e forte di ciò che avevo imparato.
Eppure io quello non l’ho mai considerato un blocco dello scrittore. Non mi sentivo bloccata, penso che fosse una semplice fase del mio percorso. Credo che il blocco sia diverso, credo che sia la difficoltà nello scrivere quando desideri scrivere. Spremi le meningi e quello che ne esce non ti piace, rileggi, correggi, cancelli tutto e riprovi, ma niente. Sei bloccato.
In questi casi, cosa si può fare?


Ho letto pochissimi manuali di scrittura creativa, ma non ricordo di aver letto del famoso blocco in nessuno di questi. Mi è successo eccome, svariate volte, durante la stesura di racconti lunghi o, più raramente, romanzi. Si arriva ad un certo punto in cui la storia è avviata, l’entusiasmo iniziale si è placato e si cominciano ad avvertire i nodi che vengono al pettine. In questi momenti nessuno ti insegna cosa fare per superare lo scoglio. Quindi, che fare?
Ecco quello che faccio io.

Guida Personalissima per Superare il Blocco dello Scrittore (i risultati possono variare)
Come prima reazione c’è il rifiuto – così insegnano gli psicologi, almeno. Non mi capacito del perché ciò che scrivo faccia acqua da tutte le interlinee. Mi incaponisco su un punto, lo scrivo e lo riscrivo, provo su pc, su carta, provo a fumettarlo, ci penso la notte prima di andare a dormire, sperando che un sogno mi dia indicazioni precise su come fare.
Dopo un po’, niente. Non sono andata avanti, letteralmente, di una virgola.
A questo punto mi prendo una pausa. Pochi giorni, niente di impegnativo, non inizio nuovi progetti, cerco di non pensarci e magari preparo una torta. Torno alla carica con una tazza di tè e il mio dolce, in assetto da battaglia, non appena ho qualche ora libera. Rileggo ciò che ho scritto da qualche pagina alla fine. Riprendo contatto con la storia, la rileggo sforzandomi di correggere poco o niente.
A volte basta questo. Sul serio, ricomincio così, tornando indietro e riprendendo la corsa con nuovo slancio.
Se questo non dovesse bastare vado alla ricerca di un libro a seconda dell’umore del momento. Non deve essere per forza un libro che somiglia a ciò che sto scrivendo, deve solo essere un libro bello. In questi casi scelgo solitamente autori che conosco già, che so di adorare alla follia. Per un po’ mi dedico a loro e, quando la voglia di scrivere ha raggiunto limiti insopportabili (della serie: penso solo a scrivere, tutto il giorno, tutti i giorni), mi metto al lavoro. All’inizio con un un po’ di fatica, ma poi sempre più facilmente, riprendo il viaggio.

In sostanza per superare il blocco dello scrittore devo prendere le distanze, cercare ispirazioni in lavori altrui, respirare un poco di aria fresca anche solo per qualche giorno e poi ricominciare con nuova lena.
Per voi funziona così? O ci sono altre Guide Personalissime di cui dovrei sapere?