domenica 11 novembre 2018

Furore - John Steinbeck


“Non è se possiamo, è se vogliamo. […] Perché se è ‘possiamo’, allora non possiamo niente, manco andare in California né niente; ma se è ‘vogliamo’, be’, allora facciamo come vogliamo.”

Lo so, questa frase infonde speranza. Ma non fatevi ingannare, la speranza è l’ultima cosa che si trova in “Furore”. O meglio, si trova, ma appena appena, giusto un goccio e solo dopo che ti è stata strappata via. Te la ripropongono solo per sadismo, immagino, perché è come se Steinbeck te la infilasse a forza sotto le unghie, assieme al sale grosso.
Dopo aver capito l’andazzo del romanzo ho cominciato a leggerlo aspettandomi il peggio in ogni pagina, e neanche così è stato abbastanza.

Negli anni ’30 molte zone del centro degli Stati Uniti vennero colpite da quella che chiamarono Dust Bowl, una serie di tempeste di sabbia che per anni impedirono agli agricoltori di coltivare la terra. La maggior parte delle famiglie finirono per indebitarsi e persero le proprietà, così buona parte della popolazione migrò in California, dove si diceva cercassero moltissimi braccianti.
Il romanzo narra del viaggio della famiglia Joad, che parte dall’Oklahoma carica di tutti gli ultimi loro possedimenti, su un vecchio furgoncino vendutogli a un prezzo disonesto. Macinano un kilometro dopo l’altro, in un viaggio estenuante, che si porta via gli anziani nonni a causa del dolore di lasciare la propria terra, unite alla fatica della traversata. La famiglia inizia così a disgregarsi, soprattutto quando le voci che cominciano ad arrivare alle loro orecchie dicono che di lavoro, in California, non ce n’è. I Joad non vogliono crederci – perché dovrebbero prendersi la briga di stampare volantini e far girare la notizia, se di braccianti non hanno bisogno? – e raggiungono la California.
È dura scoprire che le voci sono vere. Che le persone come loro, che hanno dovuto abbandonare le loro case, vivono ai margini della città, in baraccopoli sporche e miserabili, che procurano vergogna al solo vederle, per lo stato in cui sono ridotte e in cui si sono ridotti coloro che abitano. È dura scoprire che le persone che abitano le città li disprezzano, li chiamano okie, li credono fannulloni, ladri, agitatori di masse. Tutti pensano sempre il peggio di loro, che vivono nella sporcizia per scelta, e non perché non possono comprarsi neanche del sapone, che non vogliano lavorare ma piuttosto mangiare a sbafo, che desiderano paghe più alte per vivere nella bambagia, quando la verità è che con trenta centesimi al giorno non possono neanche sfamarci la famiglia.
I Joad si ritrovano insieme a moltissimi altri, centinaia, forse migliaia, a lottare per ottenere un lavoro. Lavori duri, malpagati, lavori che dai più disperati vengono accettati solo per un pasto caldo e un luogo dove dormire all’asciutto – sia anche un vagone abbandonato del treno o un baracca. Ed è allora che la rabbia cresce, quando i bambini hanno fame e gli uomini sono costretti a umiliarsi e non rispondere agli insulti per non finire in prigione, quando si abbassa la testa per non perdere il posto e ci si fa chiamare “maledetti okie”. La rabbia cresce ed esplode quando i grandi proprietari tacciono sullo stipendio e ti fanno pagare anche il sacco che usi per raccogliere il loro cotone. E quando chi ha il coraggio di alzare la voce viene ucciso e sul giornale annunciano solo di aver trovato l’ennesimo barbone morto a causa del freddo; e i campi dove sono montate le tende vengono dati alle fiamme; e i colpevoli non vengono mai trovati; e la polizia arresta invece chi vuole formare un sindacato con falsa accusa di vagabondaggio.
È allora che i grappoli del furore sono maturi.

Penso di aver parlato talmente tanto di questo romanzo, con così tante persone e così spesso, mentre lo leggevo, che adesso che mi trovo a scriverne la recensione non so più cosa dire.
…sul serio.
Vediamo cosa viene fuori con un po’ di flusso di coscienza.

La prima cosa che mi viene mente riguarda il linguaggio. Ne avevo avuto già un bellissimo esempio, di questo tratto di Steinbeck, con “Uomini e topi”. Un linguaggio semplice, grezzo, ma che arriva dritto al punto. Sapevo che quel breve romanzo era scritto per adattarsi in seguito a spettacolo teatrale indirizzato soprattutto alla classe medio/bassa, con un’istruzione piuttosto limitata, e pensavo fosse quella la ragione di tanta semplicità, ma non è così.
Essendo “Furore” un romanzo di più ampio respiro sono stata in grado di cogliere lo stile dell’autore, in questa scelta. Il linguaggio di Steinbeck si può definire ‘terra terra’, se vogliamo, grossolano, a volte proprio grammaticalmente sbagliato. Nei dialoghi è normale, essendo i protagonisti mezzadri che hanno un’istruzione minima, che venga utilizzato un linguaggio di questo genere, o il romanzo risulterebbe non veritiero, artificioso e forse addirittura fastidioso. Ma anche nel narrato Steinbeck sceglie di allinearsi a questo modo di parlare, limandolo appena, un modo spiccio ma estremamente schietto e diretto.
La cosa che mi è piaciuta di più di questo modo di scrivere è come contrasta con la profondità degli argomenti trattati. Esposte con questo linguaggio le lunghe dissertazioni che spesso occupano interi capitoli, creano una contrapposizione netta e quasi paradossale, eppure bellissima da leggere proprio per questo motivo. Credo di aver trovato, in questo romanzo, gli argomenti più profondi e toccanti di cui io abbia mai letto, come la vita e la morte, la colpa, il peccato, la povertà e ciò che si è disposti a fare per i propri cari, il dolore non fisico ma spirituale. In breve, la natura umana, che è ciò che Steinbeck riesce a tirare fuori in ogni occasione, in ogni storia, anche quella che ad una prima occhiata può sembrare unicamente un romanzo sociale. E togliere quella patina di sacralità da argomenti tanto complessi, che mai a mio parere riusciremo a comprendere fino in fondo, li rende in qualche modo più accessibili, più comprensibili. E ci fa anche rendere conto che è il pensiero fine a se stesso ciò che accomuna tutti gli uomini, che non importa il ceto sociale, la cultura, l’intelligenza. Ogni persona, in ogni epoca, è proprietaria di un mondo interiore immenso.

L’avete mai visto un fagiano, che vola tutto teso, bello con quelle penne disegnate e tutte dipinte, e pure gli occhi dipinti? Poi, bum! Lo raccattate, ed è solo un cencio insanguinato, e allora capite che avete sfasciato qualcosa che era meglio di voi; e manco mangiarlo vi cambia niente, perché avete sfasciato qualcosa che stava dentro di voi, e non la potrete riaggiustare.

E dopo questo stralcio non mi sento di dire più niente. Non c’è più niente che io possa dire che vada oltre, dopo questa frase (Steinbeck è riuscito a uccidere qualsiasi tentativo di spiegare il suo romanzo, con un estratto come questo).
Una delle più meravigliose del libro, per me, e che volevo condividere.

domenica 21 ottobre 2018

Libri per uccidere il furore


A volte quando cerco il titolo di un post mi sento una che cerca una strategia di marketing. Il titolo di un post dovrebbe incuriosire, spingere le persone ad aprire la pagina, a voler scoprire cosa nasconde l’articolo. In questo caso mi sento un po’ di aver toppato, perché sembra che stia per parlare di manuali di auto aiuto (“Problemi a controllare la rabbia? Non uccidere il tuo vicino, uccidi il furore!”).
Eppure non mi sentirei di intitolarlo in altro modo, non mi viene in mente nulla di più veritiero in questo post, perché sto per dirvi con quali libri ho schiacciato nello stomaco ‘i grappoli di furore’ che John Steinbeck ha prima seminato con cura (forse da quando l’anno scorso lessi “Uomini e topi”), ha guardato germogliare uno dopo l’altro, come germogliava il mio desiderio di avere tra le mani il suo romanzo, ha guardato i fiori sbocciare mentre giravo le pagine e, infine, ha visto il frutto nascere. E questo frutto era troppo amaro per essere mangiato tutto in una volta, ti faceva sul serio arrabbiare ed era meglio, decisamente meglio, intervallarlo con un sapore meno acre.
(L’introduzione non intendeva essere così lunga, è solo che quando parlo di “Furore”, di qui a qualche giorno – settimana – non riesco a essere breve. Merita un post tutto suo ovviamente, l’unica domanda è se riuscirò a scriverlo o mi dilungherò nell’intento.)


Longbourn House – Jo Baker

Non appena ho scoperto dell’esistenza di questo libro, ho pensato che sia una fortuna che Jane Austen sia una delle scrittrici i cui lavori suscitano ancora curiosità. I suoi libri e quelli di pochi altri (Arthur Conan Doyle, Shakesperare e Lewis Carroll sono i primi che mi vengono in mente) nonostante gli anni trascorsi continuano ad essere oggetto di ricerca. Ma non solo, le loro opere sono spunto per raccontare le stesse vicende in altro contesto. Così è nato il film “Romeo + Giulietta” (che personalmente trovo geniale, nella sua semplicità), per non parlare di tutti i rimaneggiamenti in chiave horror/comica/psicologica/quant’altro che ha subito “Alice nel paese delle meraviglie”, ad esempio.
In questo concetto nasce “Longbourn House”, dell’autrice inglese nonché studiosa di Jane Austen, Jo Baker. Longbourn è la casa nella quale vivono i Bennet, la famiglia protagonista di “Orgoglio e pregiudizio”. Questo romanzo viene venduto come la stessa storia, ma dal punto di vista dei domestici della casa (una sorta di “Downton Abbey” alla Jane Austen), ma dopo averlo letto mi sento di dire che non è affatto così.
Sarah lavora sin da bambina a Longbourn, sorvegliata dalla severa ma gentile Mrs Hill, ma proprio perché non ha conosciuto altro dalla vita se non il lavoro e pochissime soddisfazioni, ha il desiderio di conoscere di più. Un desiderio che a noi può sembrare scontato ma che, all’epoca, non lo è affatto. I ruoli a casa Longbourn sono decisi, i confini ben tracciati – così come nel resto della società – e la gente comune si accontenta di ciò che ha perché non le viene mai detto che potrebbe avere di più. All’arrivo del valletto James, gli orizzonti di Sarah si allargano: lui ha viaggiato, anche se non vuole dire perché, dove e in quale occasione. E quella consapevolezza di volere di più dalla vita, di poterlo pretendere per se stessa e di dover solo raccogliere il coraggio necessario per ottenerlo, cresce in lei di pari passo con lo svelarsi dei segreti che Longbourn House nasconde.
In caso siate fan di Jane Austen, o di “Orgoglio e pregiudizio”, mi sento di consigliarvi questo libro, nonostante i protagonisti della Austen non ne escano con un ritratto lusinghiero come nell’originale. Anche in caso vi piacessero i libri storici, o questa particolare ambientazione, ve lo consiglio. Inizia come un romanzo tranquillo, in cui sembra di sapere a cosa si va incontro – una tresca o due con nulla più che un bacio come frutto della colpevolezza, un segreto riportato alla luce dopo anni – ma non è così. “Longbourn House” dà vita a personaggi profondi, a legami che durano anni e che vanno oltre le convenzioni. Dà spazio alla natura umana nella sua fragilità più grande e non si può fare a meno di affezionarsi ai personaggi, anche quelli che Jane Austen ha nominato solo una volta, nel suo romanzo.


Resta con me fino all’ultima canzone – Leila Sales

Sì, lo so, questo è un titolo del cavolo. Non so proprio perché lo abbiano intitolato così, un libro che in origine si chiamava “This song will save your life”. Preferisco ricordarlo con il suo nome originale.
Allora, piccola premessa: ho la nomea, fra gli amici, di amare le storie drammatiche. Sono quella che si guarda film/legge libri solo se c’è un morto, un malato terminale, una qualunque situazione drammatica possibilmente angosciante. Non è così, lo giuro. Cioè, forse, ma penso sempre che se non c’è un nodo da scogliere la narrazione non può farmi traboccare il cuore di arcobaleni, e quindi tanto vale non leggerlo/guardarlo.
Questo libro prometteva di essere tranquillo, divertente, leggero. Uno YA senza pretese, che arrivava dritto a quell’angolino del petto che l’adolescenza ha lasciato dentro di me, facendomi sognare per un po’. Prometteva. Ma ha infranto qualsiasi promessa. Una mia cara amica si è messa a ridere quando le ho detto che lo stavo leggendo perché sembrava leggero, e nel primo capitolo la protagonista tenta il suicidio… (“La tragedia ti perseguita anche quando non la vuoi, è un cane vagabondo a cui hai dato del cibo.” Queste sono state le sue parole.)
Elise è sempre stata timida e ha difficoltà a fare amicizie. Questo l’ha allontanata moltissimo dai suoi coetanei e a scuola si sente invisibile. In pochi le parlano, se lo fanno molte volte è per prenderla in giro, e quando è al centro dell’attenzione è per via di scherzi architettati a suoi danni. Elise vorrebbe solo avere degli amici, vorrebbe smettere di essere invisibile, vorrebbe sapere cosa dire quando si trova insieme ad altri ragazzi. Cosa che inizia a fare quando per caso, durante una passeggiata notturna di nascosto dai suoi genitori, trova lo Start, una discoteca di musica rock/alternative. Lì incontra persone che hanno i suoi stessi interessi, ragazzi più grandi che riescono a capire come a volte il liceo possa essere crudele, e si trovano bene con lei in quanto Elise è molto intelligente e matura per una ragazza della sua età. Allo Start, Elise diventa amica del dj, un ragazzo che all’inizio la affascina, ma più di tutto scopre che le piace fare la dj. Un padre musicista e una vita ad ascoltare musica rock la aiutano sicuramente nell’impresa, e rimboccandosi le maniche Elise scopre una passione che davvero la può salvare. E scopre anche come muoversi in mezzo al marasma di problemi che un’adolescente timida e un po’ stravagante, come lei, può avere.
Niente di più. Niente di meno. Un libro che affronta tematiche profonde, che non è scontato, dotato di una prosa leggera. Il libro perfetto per perdersi un po’, anche se all’inizio è stato un po’ scioccante – dopo un titolo del genere – sapere che una delle tematiche affrontate è il suicidio adolescenziale. Warning: explicit content.


A presto con un post su “Furore”. Sì, perché in tutto ciò io ancora sto pensando a quello.

lunedì 8 ottobre 2018

Eternal war, Vita Nova - Livio Gambarini

Finalmente sto postando una recensione, mi sembra un secolo che non ne posto una.
In quanto a letture avevo già accennato a quanto quest’anno stavo faticando a leggere, più per mancanza d’ispirazione che di tempo, quindi i libri che ho portato a termine sono, con tutta probabilità, dei libri eccezionali già solo per aver tenuto la mia attenzione alta. Tuttavia di questi libri eccezionali ancora non ne ho recensito nessuno – questo sì per mancanza di tempo.
Sono qui per rimediare.

Qualche settimana fa mi è arrivata una richiesta di lettura da parte di un autore, che ringrazio per essersi ricordato di me e avermi dato la possibilità di leggere la seconda parte della sua serie, un fantasy storico ambientato nella seconda metà del 1200 con protagonista Guido Cavalcanti (sì, quel Guido Cavalcanti). Forse qualcuno ricorderà la recensione del primo volume, che trovate qui, e se non ricordo male era più entusiastica di quanto io stessa mi aspettassi all’inizio.
In ogni caso adesso vi ammorberò con un sacco di ammore per il secondo volume, perché “Eternal war, Vita Nova” di Livio Gambarini, è ancora meglio.

Avevamo lasciato un Guido felice e soddisfatto della propria esistenza, appena sposato con l’amata Bice degli Uberti e sfuggito per un pelo al controllo dell’Ancestrarca Chiaranima. Urge subito un chiarimento: gli Ancestrarchi sono spiriti che rappresentano le famiglie più importanti. Tramite l’influenza che hanno sul Pater Familias possono aiutare la stirpe a crescere in potenza e ricchezza. Assieme a molti spiriti, che altro non sono se non lo specchio di ciò che accade nel nostro mondo, si muovono in una sorta di universo parallelo, profondamente legato alla nostra quotidianità, le Lande dello Spirito.
L’Ancestrarca della famiglia Cavalcanti, Kabal, si ritrova ad un bivio quando Guido è in pericolo di vita e sceglie di donargli il potere di viaggiare nelle Lande dello Spirito. In questo modo lo salva, ma adesso Guido può vedere con i propri occhi la corruzione e il male che albergano nel mondo, che nelle Lande non sono nascosti ma, al contrario, bene in vista ad influenzare le decisioni degli esseri umani. Disgustato da ciò che vede, Guido sceglie di recidere il suo legame con Kabal, per non essere più un burattino nelle sue mani e non sottostare a nessuna influenza. Scopre così che nulla, nella sua vita, è mai stato semplice e naturale, nemmeno innamorarsi della sua adorata Bice. Così, per liberarsi dell’ultimo spirito – il più forte – che lo comanda, ingaggia una battaglia contro Amore stesso e vince. Nelle Lande il suo petto è solcato da una cavità profonda, laddove ha estirpato l’amore.
Adesso Guido è un uomo libero da legami e costrizioni. E scoprirà se la sua scelta è stata giusta o se dovrà pentirsene.

Oh be’, avrete già capito che mi è piaciuto. Non sono capace di scrivere riassunti quando un romanzo non mi ha entusiasmata, escono freddi e incolori e fatico a scriverli, penso si noti subito. Questo è venuto fuori praticamente da solo.
Allora, difficile non fare spoiler data la complessità della storia, ma cercherò di non farlo. Ricordo che nel primo volume una delle cose che mi era dispiaciuta di più era il fatto che sembrasse affrettato, perché mi sarebbe piaciuto dilungarmi di più e conoscere meglio i personaggi e il mondo in cui si muovono. Qui l’autore ha esaudito il mio desiderio come se mi avesse sentita esprimerlo, infatti abbiamo modo di conoscere meglio i personaggi, di sondare le loro sfaccettature e scavare in quelle che, nel primo libro, sembravano quasi maschere, inoltre capiamo meglio come funziona il mondo fantastico nel quale si muovono.
In questo volume scopriamo che Kabal non è il personaggio cinico e persino un po’ malvagio che abbiamo conosciuto – almeno, non solo. Dimostra un reale desiderio di proteggere Guido e la sua famiglia, un desiderio che a volte va oltre la brama di potere. Allo stesso tempo anche Guido, che nel primo romanzo pareva quasi un ingenuo, unicamente controllato da Kabal, tira fuori un carattere pieno e completo, in grado di mutare i sentimenti che ho provato per il personaggio (all’inizio mi inteneriva, poi l’ho odiato, poi compatito, vi lascio scoprire da soli il perché).
L’unica difficoltà che ho trovato nella lettura è stata l’abbondanza di personaggi. Forse perché ho letto la prima parte tempo fa, ma a volte me li confondevo e all’inizio ho faticato a riallacciare tutti i fili per una lettura scorrevole. In effetti il romanzo è molto complesso, sia per trama che per ambientazione, tuttavia l’autore ha saputo inserire nei posti e nei modi giusti richiami a quanto successo in passato.

Ricordo che uno dei momenti che più mi erano piaciuti nel primo libro – con quella sensazione da guilty pelasure mentre leggevo – era l’apparizione di Dante. Senza dubbio oggi è più conosciuto di Cavalcanti ed era stato divertente trovarlo nella narrazione, ma qui gli viene dato più spazio.
Quando compaiono personaggi storici reali nei libri ho sempre timore che vengano trattati con troppo riguardo, come se non si volesse intaccare l’aura di importanza che i secoli gli hanno costruito intorno. Preferisco quando viene invece mostrato il loro lato più umano, ed è ciò che ho trovato per Dante in Eternal war. Mentre leggevo mi è tornato in mente Benigni in Tutto Dante, che diceva di come noi oggi lo pensiamo serio e austero, e dobbiamo sforzarci per immaginarlo come una persona. Livio Gambarini è riuscito a fare questo, è riuscito a mantenere il poeta e a unirvi l’uomo, quello con il quale potersi confrontare, quello che si può capire senza aver studiato alcunché.
Ciò detto, devo ammettere che un’infarinatura o almeno un vago ricordo delle lezioni di italiano possono rendere questo libro ancor più godibile. Infatti rileggere i sonetti di Cavalcanti in chiave di lettura fantasy, o leggere della genesi di “Tanto gentile e tanto onesta pare”, mi è piaciuto moltissimo.

In ultimo vorrei spendere due parole sulle Lande dello Spirito, questa sorta di universo invisibile, che riflette senza inganni ciò che siamo. Leggere di questo mondo è bellissimo, è come entrare in un paese delle meraviglie, ma più cupo e inquietantemente realistico. La immagino con i contorni sfocati e i colori distorti, a volte più spenti altre più cangianti di quanto non siano nella realtà.
Ammetto che anche queste descrizioni sono complesse da leggere, perché l’autore parla di un mondo con regole proprie, dove tutto è simbolico. Mi viene difficile persino da spiegare, ma nelle scene ambientate nelle Lande mi sembra che mi sfugga sempre qualcosa.

Penso di non aver trovato, finora, un fantasy per adulti così accurato, sia nel linguaggio che nella ricerca storica. Mi piace come racconta e immagina avvenimenti che probabilmente la maggior parte di noi conosce tramite i libri di scuola. Mi piace immaginare che sia davvero andata così.
Vi lascio con un piccolo estratto, una descrizione di ciò accade nelle Lande alla presenza del Papa, e che ha destato la mia attenzione. L’ho adorata per la sua genialità, per i dettagli, per l’umorismo.
Insomma, per sicurezza ve lo dico chiaramente: procuratevi Eternal war, giusto per farvi un regalo.



Cercando di non farsi accecare dalla dannata luce di gloria, Kabal strizzò le palpebre e guardò in su. Dopo alcuni istanti, dal bruciore accecante emerse la forma del Sovrano della Chiesa.
Era un gigantesco fiore con la base cinta da una corona d’oro, da cui si innalzavano centinaia di petali simili a cappelli vescovili di velluto candido. Dalla punta di ogni petalo si irraggiava un filo lucido, che saliva a scomparire oltre l’oculo della cupola.
Dagli interstizi tra i petali stillava una densa melma nera, che colava ad ammucchiarsi sul pavimento. Spiriti alacri con mani di vanga la spingevano in cumuli mollicci agli angoli del salone, dove ecclesiasti incappucciati erano intenti a divorarla, bruciarla e tramutarla in inchiostro santo; quella in eccesso spariva semplicemente in larghe fenditure sul pavimento.
Kabal toccò la spalla di Portinum: “Deh, non ti pare che l’ultimo Pontifex producesse più melma di questo?”

lunedì 3 settembre 2018

Siedi e goditi il viaggio

Lo so, ho appena scritto un post sul viaggio a Parigi e adesso, a giudicare dal titolo di questo, ve ne voglio propinare un altro. Ma questa volta è diverso, questi sono viaggi letterari.
Come già accennato ho faticato a leggere in questi ultimi mesi, ma ci sono alcuni dei pochi libri che ho letto che mi hanno trasportata. E in queste settimane in cui si fanno i conti su come sono andate le vacanze, io vi racconto dei viaggi supplementari che ho fatto seduta sul divano!

Non so a cosa sia dovuto, ma ci sono libri profondamente legati al luogo che raccontano. Magari non tanto per la trama, che potrebbe benissimo svolgersi altrove con minime differenze, ma soprattutto perché l’autore sembra amare quel luogo.
Penso sia questa la differenza fondamentale, quando senti che un romanzo è scritto per appartenere a un determinato posto. Lo leggi, e mentre lo leggi ti rendi conto che i personaggi, l’atmosfera, le sensazioni, non sarebbero le stesse, non funzionerebbero, se il romanzo fosse ambientato altrove. Penso che sia perché l’autore sente profondamente quella città o quel paese, lo ha vissuto e apprezzato, e forse il romanzo che stiamo leggendo non è tanto una storia quanto il risultato di un profondo legame con quel luogo.
E quindi eccoli, i romanzi che mi hanno fatta viaggiare!

American gods – Neil Gaiman
Fin’ora di Gaiman ho letto solo storie per bambini e, anche se questo romanzo l’avevo in wish list da tempo immemore, a farmi decidere una volta per tutte è l’aver visto la prima stagione della serie tv, che più che una storia è un capolavoro di fotografia, quasi un’opera d’arte! (La consiglio, si vede?) Questo è il primo romanzo “per grandi” che ho letto di questo autore, e adesso che conosco questo lato del suo stile non lo lascerò andare mai più.
Può sembrare scontato che un libro con già nel titolo ha la parola ‘America’ sia effettivamente legato all’America, eppure io ci ho trovato più di un semplice legame dovuto alla trama. Per forza di cose è ambientato negli Stati Uniti, ma come già detto non basta che una storia sia ambientata in un determinato posto per sentirlo, quel posto.
Io non simpatizzo per gli USA, come a volte sento fare a qualcuno, come se fosse ancora la terra promessa dell’inizio del secolo scorso. Penso che sia un paese molto diverso dal nostro, con molte possibilità e molti difetti, come tutti i paesi immagino. Eppure con “American gods” mi sono ritrovata a scoprire un aspetto che comprendo e sento di più.
La trama è molto fantasy e neanche per sbaglio parla di come si vive negli Stati Uniti, ma pone l’accento sulle migrazioni avvenute per secoli in queste terre. Forse è per questo motivo che la storia mi ha presa così tanto, perché l’idea che l’America e il suo popolo come lo conosciamo oggi si sia formato tramite migrazioni in fondo è il concetto che a noi Europei arriva per primo. Forse anche all’autore, che è inglese, questo concetto affascina, anche perché tutto si basa sul fatto che gli uomini, viaggiando, hanno portato con loro il proprio credo: i propri dèi.
“American gods” non è quel libro che consiglierei a tutti, perché non sempre è di facile lettura e deve anche piacere il genere per goderlo appieno. Tuttavia è una di quelle storie che vorrei tutti leggessero, perché vi ho trovato dei passaggi di delicatezza e intensità incredibili.

Fair play – Tove Jansson
Quest’anno per il mio compleanno io e Il Fidanzato siamo andati un giorno a Camogli (mi sogno ancora il fritto misto e la focaccia al formaggio!). Mentre passeggiavamo siamo passati vicino a una libreria con i romanzi esposti e, dato che se c’è una libreria indipendente io ci devo entrare per forza, allora ci siamo entrati. Il Fidanzato ha colto l’occasione per un ulteriore regalo, punzecchiandomi affinché scegliessi un libro. La scelta è caduta su questo romanzetto sottile, edito da Iperborea, che si è rivelato più complesso di quanto immaginassi.
Tove Jansson era finlandese e, dopo aver letto questo libro, penso che amasse i paesaggi della Finlandia o, più in generale, del nord. La trama del romanzo è praticamente inesistente, sono stralci di vita di una coppia di donne ormai quasi anziane, due artiste che vivono su un’isola e che condividono una casa, il loro tempo, le loro idee e delle abitudini rassicuranti. Spicca la personalità delle protagoniste, perché è grazie a loro se la storia prende corpo. Personalmente io ho trovato anche un altro protagonista in “Fair play”. Il luogo dove si svolgono gli eventi.
Un’isola quasi del tutto disabitata, incantata di quell’incanto che hanno le terre aspre, in cui vivere non è così semplice, ma non per questo non priva di fascino. Nelle descrizioni del mare, delle nebbie, dei temporali, che pur non erano il punto focale del romanzo – per niente – avrei voluto essere lì. In mezzo al freddo e alla tempesta, ad ascoltare le assi del soffitto che scricchiolavano, guardare fuori dalla finestra e vedere il mare in tumulto, ascoltare l’ululato del vento e attendere il mattino dopo per ritrovare la calma e il paesaggio freddo di fronte agli occhi.
Non c’è un motivo particolare per cui “Fair play” non potrebbe essere ambientato in un altro luogo. Ma, di fatto, non potrebbe esserlo.

La banda di Asakusa – Yasunari Kawabata
Ho un debole per il Giappone. Ma non come ce l’ho per Parigi, ho un debole per tutto il Giappone! Per le tradizioni che convivono con il progresso incalzante, per la frenesia delle grandi città e la pace delle campagne, per le abitudini così diverse dalle nostre. Mi piace che in Giappone facciano alcune cose con calma, come se fossero sempre alla ricerca della pace interiore, e mi affascina che ne facciano altre in tutta fretta ed efficienza, fino all’esaurimento nervoso. Mi piacciono i film delicati e malinconici, e gli anime che passano metà puntata a gridare (aMMori del momento: “Attacco dei giganti” e “My hero academia”). In parole povere, del Giappone mi piacciono le sue contraddizioni.
Non ricordo come mai ho sentito parlare di questo romanzo ma, leggendo che era ambientato in un quartiere di Tokyo, mi sono incuriosita e l’ho letto. Nonostante la mia fascinazione, infatti, non ho mai trovato un autore giapponese che mi piacesse davvero (ho letto la Yoshimoto, Ito Ogawa, Murakami e ho ancora da leggere il recente nobel Kazuo Ishiguro).
Almeno fino ad ora.
“La banda di Asakusa”, a differenza dei romanzi di cui vi ho parlato prima, ha una reale relazione con la trama. Infatti l’autore si era prefissato proprio di scrivere un romanzo ambientato ad Asakusa, un quartiere di Tokyo molto antico nel quale aveva vissuto per tanti anni. Non definirei questo libro un romanzo, ma penso di non aver mai letto una dichiarazione d’amore ad un luogo, prima. Yasunari Kawabata rende Asakusa alla stregua di una persona, delinea infatti non solo la geografia e la storia del quartiere, ma anche le sue peculiarità, i difetti, le brutture e le bellezze, in un susseguirsi di vicende che a volte diventano flusso di pensiero, ragionamento, e poi tornano racconto e poi di nuovo flusso.
Ho trovato splendido il fatto che un autore abbia scritto così tanto su questa piccola città nella città. Trovo sempre bello quando un artista comunica il proprio amore per qualcosa di inaspettato come un quartiere cittadino.

lunedì 13 agosto 2018

Parigi

Sapete che ogni tanto vi allieto con i resoconti delle mie vacanze, quindi ecco quella di quest’anno – e quale periodo migliore dell’estate per parlare di vacanze?
Quest’anno sono andata a Parigi. O meglio, sono tornata a Parigi. Erano anni che volevo farlo, penso da quasi dieci anni. È una di quelle città di cui mi sono innamorata per la sua atmosfera, più che per la visita in sé. Certo, visitare la città è stato bellissimo, sono stati bellissimi i musei, guardare fuori dai finestrini della metro quando viaggiava sopra la città, perdersi nelle stradicciole di Montmartre. Eppure quel che ricordo meglio è la sensazione che tutto sia tranquillo, come se mi trovassi in una piccola porzione di spazio dove tutto va bene, una bolla allegra.
Per me Parigi non è la città dell’amore. Non è neanche la città che da qualche anno è tristemente nota per gli attentati (perché sì, mi hanno anche detto: “Vai a Parigi? Sei pazza!”). Per me è la città della primavera. Perché mi dà le stesse sensazioni che mi dà la primavera. Un pomeriggio di primavera, per essere più precisi. Un pomeriggio al parco, con la temperatura perfetta e il tempo che sembra scorrere con regole diverse. Non hai impegni per la serata, non devi andare da nessuna parte e quindi ti fermi nel tuo angolo preferito e, appena prima di ascoltare la musica, o leggere un libro, o fare qualunque cosa tu sia andato lì a fare, respiri una grossa boccata d’aria e ti rilassi.

Un piccolo scorcio della camera.
Già dal trombone e dal lampadario capite che era bellissimo!

Ma passiamo alle cose concrete!
Ho offerto la mia vita a Air BnB, soprattutto dopo aver visto i prezzi di certi appartamenti. Quello che abbiamo scelto era in una buona posizione, non troppo centrale ma vicino alla metropolitana, e anche qui se hai la metro vicino puoi fare quello che ti pare.
Era spettacoloso!, lo abbiamo scelto per quello. Molto bohémien, per calarci meglio nella parte. Era un monolocale ricavato da una soffitta pieno zeppo di cianfrusaglie, mobili antichi, strumenti di ogni sorta appesi alle pareti, quadri e foto antiche, vecchie lampade, e – per qualche motivo – una miriade di specchi (ne ho contati almeno undici). Da lì si vedevano i tetti della città e, complici anche gli strumenti, mi aspettavo di vedere Romeo ‘er mejo del colosseo’ con la banda a suonare jazz sul tetto di fianco.
Musée d'Orsay
Per quanto riguarda i musei,sul sito del Louvre e del Musée d’Orsay ci sono scritti i giorni in cui fare le visite gratuite, ma nel caso non foste così fortunati da capitare da quelle parti proprio in quei giorni è meglio prenotare online direttamente sul sito del museo (anche se dovete registrarvi e tutto, ma non ci vuole molto).
Se siete appassionati di arte o semplicemente meticolosi nelle visite, prendetevi un intero pomeriggio per il Louvre. Accaparratevi una cartina appena entrati e cercate di capirci qualcosa: è immenso e labirintico. Meno impegnativo ma, a mio parere, più suggestivo, è il Musée d’Orsay, i cui soffitti altissimi e la possibilità di passare lungo quelle che una volta erano la struttura della vecchia stazione, rendono la visita più completa e più bella.
Altro museo da visitare assolutamente è il Musée Rodin, soprattutto i giardini. Mi sarebbe piaciuto che le statue all’esterno fossero più curate, ma sembra che la natura prenda facilmente il sopravvento sulle opere. Comunque gironzolare lungo il parco, fra gli alberi e i sentierini, e scoprire le diverse statue è un’esperienza da fare!
Altro luogo da visitare è certamente il cimitero di Père Lachaise, io l'ho trovato meraviglioso. Suggestivo, tranquillo ma nonostante tutto molto solenne (come si conviene a un luogo di culto).



Due quartieri hanno avuto la mia totale attenzione in questo viaggio: quello latino e Montmartre.
Il primo è il classico quartiere medioevale, è la parte più vecchia della città e prende questo nome perché un tempo era il quartiere abitato dagli studiosi, che parlavano quotidianamente latino. Questa è una delle zone che non hanno subito riqualificazioni urbanistiche e infatti si possono ritrovare strade piccole e tortuose, vecchi palazzi affastellati uno vicino all’altro e un’atmosfera vivace dovuta ai tanti ristoranti e negozi.
Montmartre è più ariosa, ma non per questo più facile da percorrere, infatti sorge su una collina e passeggiare per il quartiere… be’, diciamo che è un esercizio! Se non ricordo male fino alla fine dell’800 era considerata una zona povera, vi sorgevano ancora vigneti, cascine e le baracche dei più poveri. Pian piano però la città si è allargata e anche la collina di Montmartre è stata riqualificata con vere strade e anche lì le cascine sono state sostituite da palazzi.
La più grande e ambiziosa opera è la basilica del Sacré Coeur, sicuramente da visitare. Se avete tempo fermatevi sui gradini ad ascoltare qualcuno dei tanti musicisti che si esibiscono da quelle parti. Prima di arrivare alla basilica c’è una lunga salita piena di negozietti di souvenir e, dopo aver salito tutti i gradini ed essere passati di fianco all’edificio, si accede a delle stradine piene di ristoranti.
Se poi avete voglia di esplorare il quartiere potete andare alla ricerca del “Muro dei ti amo”, in una zona molto più tranquilla, lontana dalle masse di turisti.



Mi sono affezionata a Île de la cité, tanto che ho insistito con Il Fidanzato a fermarci nel parchetto che sta proprio sulla punta dell’isola, al quale si può accedere dal Pont Neuf (mi sono affezionata anche a lui: non sapevo, prima, che ci si potesse affezionare a un ponte).
Ovviamente è stato d’obbligo un salto alla Tour Eiffel, rigorosamente di sera perché è più suggestiva. Altra tappa è stata Notre Dame, ma questa volta non mi sono limitata a visitare l’interno della cattedrale. Se avete la possibilità consiglio caldamente una visita alle torri, dalle quali si ha una vista sulla città molto bella. Inoltre si possono vedere i famosi garogoyle e – è stata una vera sorpresa – accedere al campanile!



Insomma, Parigi è una città da vedere almeno una volta nella vita. La sua storia è scritta in ogni quartiere, edificio, in ogni piazza. Si divide fra gli acciottolati stretti e le casupole dipinte a colori pastello, agli opulenti palazzi barocchi, fino ai boulevard e le piazze napoleoniche, che non descriverei in altro modo se non monumentali.
Non so se ci tornerò ancora, a Parigi, perché ci sono così tanti posti da conoscere, visitare, scoprire. Ma di certo avrà sempre un posto di riguardo fra le mie città preferite, grazie all’atmosfera magica che vi si respira.
Quella, e il fatto che lì ho scoperto il frappuccino e il chai tea latte: Starbucks rulleggia.