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domenica 5 agosto 2018

Il lato oscuro

Dopo tanti mesi (da febbraio mi pare) torno su questi lidi. Si vede che ogni tanto ho bisogno di una pausa dal blog.
Nonostante il precedente post inviti alla lettura, di libri in questo periodo ne ho letti pochissimi. Mi è venuto il blocco del lettore dopo essermi arenata a metà di “Via col vento”, vinta dalla malignità e cocciutaggine della protagonista – non sono sicura che si possa detestare Rossella, forse c’è una legge che lo impedisce e io ero l’unica a non saperlo, perché ho sempre sentito solo parole entusiaste su di lei ma, dopo averla letta, non me ne spiego il motivo. Ancora non mi sono ripresa del tutto, anche se “Ritratto in seppia” della Allende sta aiutando parecchio.
Un po’ per questo, un po’ perché si vede che non era il momento giusto, ho smesso di aggiornare. Non è stato volontario, semplicemente non avevo ispirazione per scrivere i post. Ma non mi andava di forzarli, e quindi eccomi qui dopo tanto, tanto tempo.

Una delle cose che mi è sempre piaciuta dello scrivere è la revisione del testo. Lo so, che tanti autori la detestano, o la vedono con orrore, o forse che la considerano una delle parti più noiose, meno creative, una delle cose legate ai doveri dello scrivere, più che ai piaceri. Eppure a me non è mai pesato particolarmente rileggere, correggere, fare considerazioni su tutti gli aspetti della storia e modificare lì dove necessario, anche grandi porzioni di testo. Mi è sempre piaciuto revisionare, sia sulle mie storie che su quelle altrui, di cui magari mi veniva richiesto un parere o una piccola correzione.
Non ho mai creduto veramente nei corsi di scrittura creativa, perché mi sembra che la scrittura sia qualcosa che non si può insegnare. Nella mia esperienza ciò che serve per migliorare nella scrittura è leggere tantissimo e fare pratica tutte le volte che si può. Inoltre sono convinta che ci voglia quel certo non-so-ché, una sensibilità particolare, un’idea, un modo di mettere le parole una dietro all’altra e riuscire a infondere a ognuna di esse una scintilla, e tutte messe assieme quelle scintille fanno dei fuochi d’artificio. Mica cose che si insegnano a un corso!
Ma per editare ci sono delle regole, mi sono detta. Quindi ho deciso di iscrivermi ad un corso di editoria.
Poi ho scoperto che, di regole, è come se non ce ne fossero.

Ho quasi sempre sentito parlare con sospetto degli editori, di alcuni grandi editori persino con biasimo, di quelli piccoli invece con grande ammirazione. Sono indubbiamente realtà diverse ed operano con modalità molto differenti e a volte, mi viene da pensare, con fini differenti (oltre a quello economico s’intende). Be’ sappiate intanto che non sono passata al lato oscuro, anzi sappiate che non c’è nessun lato oscuro.
Tutti gli insegnanti del corso erano persone che da anni lavorano nel settore e se c’è qualcosa che ho notato con immenso piacere è che tutti – non uno escluso – si sono dimostrati entusiasti del loro lavoro. Così come noi corsisti, impazienti di imparare e capire quello che a volte sembra un mondo popolato da leggi proprie, che i lettori spesso non capiscono e chi aspira a scrivere capisce ancora meno e guarda con diffidenza, quasi le case editrici fossero un ostacolo alla pubblicazione e non il tramite.
Inizialmente devo ammettere che anche io partivo con un’idea dell’editore un po’ falsata. Falsata da ciò che vedo in libreria, dalle catene di distribuzione, dai grandi gruppi editoriali che costringono le piccole realtà a sgomitare per sopravvivere, dai romanzi che cavalcano la cresta dell’onda della moda del momento. Ma non è solo quello, per fortuna, l’editoria. Certo ci sono molte cose che ho capito e con le quali non mi trovo d’accordo, tuttavia non posso chiudere gli occhi davanti a un fatto: chi lavora in ambiente editoriale è, prima di tutto, un lettore appassionato.

Sembra scontato da dire ma vale la pena ricordarlo, ogni tanto.
Sono lettori appassionati i professori che ci hanno tenuto lezioni sull’editing e la correzione di bozze, sulla grafica del libro, sulla filiera della distribuzione, sul marketing e la vendita del prodotto. Lo sono, o non si sarebbero avvicinati a quel mondo, perché è uno di quelli difficili da raggiungere e che non paga così tanto o così in fretta. Così come sono lettori appassionati tutti i corsisti, che se riusciranno a ritagliarsi il loro spazio in quel settore sarà una gran fortuna, perché ho conosciuto persone che desiderano davvero dare il loro contributo per scoprire opere bellissime e farle conoscere a tutti, persone che vorrebbero che tutti quanti capissero quanto è bello prendere in mano un libro e perdervisi.
E l’ho capito che non è così romantico, che si tratta soprattutto di duro lavoro, di leggere tantissimo e trovare pochissimo di veramente bello, di passare tanto tempo a fare ricerche sui più svariati argomenti, e scervellarsi su una parola o una virgola, e di scontrarsi con chi ti dice che non crede in un romanzo che ti ha entusiasmato, e cercare di essere il più empatici possibile con gli autori che ti hanno affidato la loro opera e magari sono un tantino restii ad accogliere suggerimenti, e un sacco di altre cose che abbiamo solo percepito, durante questo corso.
Però, alla fine, dopo tutto questo lavoro, ecco nascere qualcosa di meraviglioso: un libro. Che non è più solo dell’autore, ma è anche degli editor che ci hanno lavorato e hanno passato ore intere a parlare con gli scrittori di questo o quel personaggio o solo di una frase o di un punto. È del grafico che ha impaginato e pensato alla copertina, ai colori, al soggetto, così come del marketing che lo ha lanciato sul mercato e dei librai che lo hanno scelto in mezzo a centinaia di altri.
Ma soprattutto è anche dei lettori, quelli che si perderanno dentro i fuochi d’artificio.

Non so se questo corso cambierà qualcosa per me. Intanto ha cambiato il mio modo di vedere gli editori, e di approcciarmi allo scrivere.
Mi ha fatto capire che un giorno, se invierò un manoscritto a una qualunque redazione e questa lo vorrà pubblicare, avrò già trovato qualcuno a cui il mio lavoro è piaciuto, qualcuno che ci ha creduto. E magari è una sola persona, ma va bene anche così. Perché dopo di me, che ho investito tempo, speranze, e mi sono rimboccata le maniche e mi sono messa in gioco per inviare il mio libro a qualcun altro, c’è stato quel lettore. Quell’unico lettore che lavora in una redazione e ha voluto mettersi in gioco a sua volta, dicendo che il mio romanzo dovrebbe essere letto.
  Ci sarebbe molto da dire ancora su questo argomento – abbastanza da riempirci un libro, tu pensa! – ma l’ultima cosa che mi viene da dire è questa: forse, se gli autori e i lettori che puntano il dito contro le case editrici, perché loro sono il male e si approfittano di tutto e tutti, se si fermassero un attimo a pensarci capirebbero che non è proprio così. E magari un giorno, se noi lettori per primi smettessimo di comprare ai parenti per Natale l’ultimo best seller perché siamo sicuri che leggeranno solo quello, o il libro che va di moda perché “vediamo che dice, per essere così venduto”, o la biografia del calciatore scritta da un ghost writer o chi più ne ha più ne metta, allora forse riusciremmo a ritrovare quell’editoria di qualità che adesso è solo di nicchia, e che tutti ricordano con un’espressione sognante che manco Homer Simpson con la ciambella.

lunedì 20 marzo 2017

Penna alla mano #1: I jolly dell’arte

Ho notato che sto parlando molto più spesso di aspetti più tecnici della scrittura, aspetti che potrebbero interessare più chi scrive che chi legge. Per questo ho deciso di creare la rubrica Penna alla mano, in cui blaterare di scrittura, annessi e connessi.
Quindi, cominciamo!

Chiunque voglia produrre arte prima o poi incappa in alcuni termini che potrebbero mettere soggezione: creatività, ispirazione e talento.
Penso che tutti quanti vengano usati ormai troppo spesso, tanto che in alcuni contesti perdono il loro significato principale e, sebbene sappiamo benissimo che cosa significhino, vengono interpretate in maniera sottilmente diversa. La creatività diventa sinonimo di novità, l’ispirazione si traduce in idea e il talento viene tirato in ballo molto spesso solo quando si ha una già conquistata fama.
È difficile definire questi elementi, ma dato che mi domando spesso cosa siano, be’, sarà il caso di farlo.


Queste parole sono abusate proprio per il fatto che è difficile assegnare loro un significato univoco, che tutti interpretino in un solo modo. Accade con tutte le parole che descrivono qualcosa di astratto e non dobbiamo stupircene, tuttavia quando un critico o anche solo qualcuno che commenta un’opera si avvale di uno di questi termini è difficile, se non si è d’accordo, dare una diversa opinione, perché è difficile capire che cosa un critico intenda per ‘talento’, ‘creatività’ o ‘ispirazione’.
Inoltre come si fa a misurare la creatività di qualcosa, o il talento di qualcuno, come si fa a capire quanto è dato dall’ispirazione e quanto dal lavoro? Non si può. Quando leggo una recensione e vedo usare questi termini non capisco esattamente cosa vogliano dire, vi vedo solo un blando complimento, quasi come se il recensore volesse tirarsi fuori da un impiccio. Dico talento per adulare l’artista e dico creativo per descrivere l’opera. Lo dico perché non so che cosa dire.
Se un giorno scrivessi qui sul blog che Caravaggio aveva un grande talento a cosa servirebbe? Tutti sanno della sua bravura, ma come posso dimostrare che la sua era un’inclinazione naturale? E anche facendolo, cosa cambia? La mia critica, se basata unicamente su questo fatto, diventa sterile, una sottolineatura dell’ovvio. Sappiamo tutti che Caravaggio era molto capace, ma perché dovrei apprezzare i suoi dipinti? Tuttavia nessuno può dire che non ho ragione e la mia critica potrebbe anche essere apprezzata da qualcuno che non si pone certe domande (come fa la sottoscritta mandando il proprio cervello in pappa).
Ecco perché questi sono termini jolly.

La creatività credo sia l’unica, fra queste doti, a poter essere coltivata. La creatività è un muscolo da allenare e non viene usata solo per creare, ma per la vita. Io la vedo come qualcosa che ci permette di affrontare una situazione e risolverla in modo diverso ogni volta, a seconda delle necessità e delle possibilità. La creatività è arrivare alla stessa soluzione percorrendo strade nuove e sempre diverse, senza fossilizzarsi su un percorso definito.
Diverso è il discorso per gli altri due. Se essere creativi è qualcosa che dipende da noi, l’ispirazione e il talento sono incontrollabili, o comunque innati. Soprattutto il secondo.
Il talento è la capacità di fare qualcosa e ottenere buoni risultati con relativa facilità, laddove altri devono impegnarsi. Ho sentito moltissime volte parlare di talento, persone chiedersi se ne hanno abbastanza, altri chiedersi se è indispensabile, io stessa mi sono fatta queste domande. Io credo che non lo sia. Credo che il talento sia utile per fare qualsiasi cosa, anche scrivere, ma chi ne fosse sprovvisto non deve disperare. Chi non ha talento ripiega su studio e passione e in questo modo può raggiungere gli stessi risultati. Chi ha talento… be’, è fortunato.
La più difficile per me da capire è l’ispirazione. Nel suo blog Scrivere è vivere, Grazia Gironella aveva scritto un post sull’ispirazione, dicendo che è diversa per ognuno di noi. Sono d’accordo e forse è per questo che l’ispirazione, in questo post, è il mio argomento preferito. Non c’è modo di definirla perché è personale, in un certo senso è creata da noi perché arriva dai recessi più profondi del nostro essere, plasmata così come abbiamo bisogno di riceverla. Più che sembrarmi una dote mi sembra un momento fugace, tutto mio: il momento in cui sono tranquilla, particolarmente di buon umore, parole e idee arrivano senza sforzo e sono soddisfatta del mio lavoro. È uno stato d’animo che posso cercare di raggiungere, ma che alla fine arriverà con i suoi tempi e sul quale non ho alcun controllo reale. Questo non mi impedisce lo stesso di scrivere, perché se scrivessi solamente quando sono ispirata scriverei pochissimo.

Spesso ci si domanda se si hanno le capacità per scrivere, o dipingere, o fare musica o installazioni artistiche, di design e chi più ne ha più ne metta. Ci mettiamo sempre di mezzo questi termini che, in fondo, non sappiamo descrivere e che sono un mistero per tutti. Sembra che senza non sia possibile fare qualcosa degno di nota.
Scrivere questo post mi ha fatta riflettere. Certo essere creativi, ispirati e talentuosi può aiutare, ma alla fine le uniche cose davvero fondamentali per riuscire sono lo studio e la passione. Molto più inquadrabili, molto più terrene se vogliamo, più comprensibili e semplici. Il resto è un jolly e non è detto che capiti nel nostro mazzo, ma abbiamo comunque tutte le possibilità di giocare una buona partita.

martedì 21 febbraio 2017

Fra me e me

Non guardo moltissima tv, nella maggior parte dei casi la accendo quando stiro/stendo/attento alla mia massa grassa facendo addominali, quindi non la guardo che per qualche minuto, e nemmeno tutti i giorni. È stato proprio un caso, quindi, che trovassi su La5 un documentario sugli autori irlandesi.
Ovviamente si è parlato anche di Joyce e della tecnica del flusso di coscienza e, anche se non ne so moltissimo, immagino che si possa definire un monologo interiore estremizzato.
Ho iniziato a pensare a questa tecnica e da qui è nato il post.

Prima di tutto, perché un autore dovrebbe usare il monologo interiore?
A mio parere è un modo per far conoscere meglio il protagonista. Questa tecnica esplora i suoi pensieri ma non solo, ci dà una visione del suo carattere per mezzo di molti fattori. Ad esempio il modo in cui parla a sé stesso, un linguaggio che sicuramente è più colloquiale, più svelto di come invece parla con gli altri. L'autore può anche farci capire cosa il personaggio pensa di sé stesso, come si considera, se ha dei problemi o è relativamente in pace con la sua vita. Capiamo di più sulla sua psiche, cosa che può essere utile anche ai fini della trama ma, oltre a questo, arricchisce il personaggio.
Un altro modo in cui il monologo interiore può esserci utile è per spezzare la narrazione, in una scena descrittiva ad esempio. Se usata con ingegno può essere un puntello ad una scena d’azione, in cui alternare azione e pensiero frenetico del personaggio che si trova a rischio. L’arma risulta comunque a doppio taglio, perché spezzare la narrazione troppo spesso può renderla frammentaria, difficile da seguire, quindi penso che sia una tecnica da usare con parsimonia.
Non amo dover lasciare ‘in sospeso’ ogni due minuti ciò che accade per conoscere il pensiero del protagonista, quindi penso che si debba usare solo se necessario.

Una delle cose più interessanti del monologo interiore, cui ho pensato scrivendo questo post, è la sua versatilità. Può essere usato in moltissimi modi e dare quindi il taglio che preferiamo ad un romanzo. Il più classico dei metodi prevede una frase rifinita, un pensiero del protagonista confezionato per renderlo fruibile al lettore, di solito scritto in corsivo o fra virgolette, ma il documentario su Joyce mi ha fatta riflettere.
Il monologo interiore più onesto, se vogliamo, è quello che viene utilizzato in “Finnegan’s wake”, una sfilza di parole, pensieri, canzoni, immagini una dietro l’altra senza un apparente ordine logico, ma che costituiscono in effetti i nostri pensieri. Non esiste, in realtà, un modo concreto per illustrare un ragionamento, e questo significa che un autore può sbizzarrirsi per cercare di metterlo su carta.
Si tratta di un modo estremo, che poco ha a che vedere con la narrativa e molto con la letteratura, a mio parere, quindi ho deciso di restare dell'idea di conciliare un pensiero ad una frase comprensibile da un ipotetico lettore.
Potremmo comunque interrompere la narrazione all'improvviso e scrivere una sorta di mini flusso di coscienza, ignorando le regole grammaticali più elementari per dare l’idea di un pensiero volatile, appena percepito,
sarà chiaro?, forse dovrei cercare qualche esempio sui libri o chi legge non capirà, questo post è confuso lo dovrei rileggere, oddio ma quando mi ci metto? E prima lo finisco e poi lo rileggo o lo rileggo subito? Libri, libri in cui cercare esempi... oddio un sacco dei miei libri sono ancora negli scatoloni, come faccio?
Questo solo per farvi un esempio, e non molto distante dalla realtà.
Un metodo che non interrompe la narrazione è quello di rendere il pensiero del personaggio un personaggio stesso, il che introduce anche un discorso riguardo alla doppia personalità, che l’autore può utilizzare come meglio crede, ovviamente in un romanzo che vi si adatta, o per un personaggio che necessita di questa sfumatura. Ad esempio Gollum nel Signore degli anelli parla con Smeagol, ma altro non è che un monologo interiore. Un altro esempio è quello del protagonista del film “The lady in the van”, adattamento di un’opera teatrale di Alan Bennett, in cui l’autore stesso parla con un altro sé, poiché divide l’uomo dallo scrittore.

Questi sono i modi che conosco io per usare il monologo interiore. Forse ce ne sono altri, nel caso sarei molto curiosa di conoscerli!
E voi, come lettori e/o come scrittori, che ne pensate di questa tecnica? Vi piace o vi infastidisce trovarla in un romanzo? La usate o cercate di evitarla a tutti i costi?


martedì 7 febbraio 2017

Pagemaster

AVVENURA
Tutti i lettori hanno un genere che preferiscono, e anche gli autori. Infatti molto spesso si parla di un autore affermato come «uno scrittore di thriller» o, «un’autrice di libri di fantascienza». Però se ripenso a ciò che ho scritto io e che mi piace scrivere, non saprei collocarmi in un nessun genere. Ho scritto racconti horror, thriller, una storia ambientata in un presente distopico e, una volta, un racconto con ambientazione storica. Amo cambiare genere, così come amo provare nuovi ristoranti e visitare sempre una città diversa.
Mi piace cambiare e non voglio inserirmi in nessuna categoria. Ma mi chiedo, sarà una cosa buona?

Trovare un genere che piace e su cui preferiamo scrivere la maggior parte dei racconti o romanzi che abbiamo in mente ha i suoi vantaggi. Si imparano più in fretta gli stilemi, quali sono e come usarli, quali sono i più apprezzati e quali sono diventati scontati. Si può avere più consapevolezza di ciò che stiamo scrivendo, capire se è un lavoro originale o se ricalca i vecchi classici del genere. Però in questo modo un autore rischia, con il tempo, di ripetersi. Non possiamo pretendere che tutti i romanzi siano meravigliosi se le tematiche, i personaggi, le situazioni – che per forza di cosa devono seguire le linee guida del genere che ha scelto – sono simili fra loro.
Scrivendo questo post ho pensato a quale sarebbe ‘il male minore’: rischiare di ripetersi o non avere una completa visione del genere che si sceglie? Alla fine mi sono arresa perché questa è una di quelle domande che non hanno risposta. O meglio, che hanno quella riposta detestabile che si applica per molti – troppi – casi: dipende.
Dipende da cosa vogliamo come autori.
FANTASY
A meno di non essere dei geni tutti dobbiamo applicarci e impegnarci. Avere un genere di riferimento su cui basarsi e costruire solide fondamenta per la propria scrittura è il modo più sicuro, veloce e semplice per farlo. Se vogliamo diventare il prossimo autore di punta di una casa editrice, allora probabilmente dovremmo trovare un nostro genere, studiarlo a dovere e applicarci quasi esclusivamente a quello per eccellere e ottenere dei risultati. Se non ci interessa poi così tanto pubblicare, o non vogliamo farlo il prima possibile, o ancora siamo una di quelle rarissime persone che scrivono per sé stesse e sono contente così, allora non c’è obbligo di trovare una collocazione. Possiamo permetterci di sperimentare, il che ci dà la possibilità di conoscere un po’ tutto – ma badate, un po’ meno.

Il discorso mi spinge verso una domanda. So che cosa sto facendo, ma che cosa è mio desiderio fare? Quali sono le mie priorità nella scrittura, che cosa voglio da me stessa come autrice?
Ammetto che mi piacerebbe poter rendere questa passione se non un lavoro che porta guadagno, almeno una parte del mio lavoro, dargli una sede più centrale nella mia vita. Ma non voglio forzarmi, non voglio che diventi una missione, voglio che sia un obiettivo. Darò alla mia scrittura lo spazio e i tempi che gli ci vogliono per maturare. In questo momento è ancora in una fase esplorativa, deve conoscere il mondo e capire qual è il suo posto. Quindi ora va così: sperimento, viaggio, conosco, e forse un giorno mi fermerò sull’isolotto che ho trovato più bello.

HORROR

lunedì 16 gennaio 2017

La vita segreta dei personaggi

Quando mi viene in mente un’idea per una storia, fosse anche solo una frase, me la scrivo per non dimenticarla e, se non continua a ronzarmi in testa, la lascio lì in attesa del suo momento. Dopo la pausa forzata dei precedenti mesi tutto sta ricominciando a girare e anche la mia voglia di scrivere è tornata. Piano piano, in sordina, si è fatta un giro negli angoli più remoti del mio cervello senza farsi notare, ha toccato qualche neurone per far vedere che era ancora viva e, per un po’, ha gironzolato guardando come un osservatore curioso che aria tirava. Quando ha capito che era tornata la calma si è installata nel suo giaciglio e ha cominciato a bombardarmi: la voglia di scrivere si è fatta sentire e ho dovuto rispondere al suo richiamo.
Per prima cosa ho ricercato nella memoria una storia che sentivo di voler raccontare più delle altre e, aiutata dal fedele file word in cui appunto ogni cosa, ho trovato quest’idea che, da diversi anni, attendeva paziente che mi decidessi a riprenderla. Dato che era assolutamente abbozzata ho pensato a cosa mi va di scrivere in questo momento e, in base a quello che mi piace di più, ho cominciato a delineare la trama, l’ambientazione e i personaggi.
Dopo tutta questa pappardella siamo arrivati al punto, l’argomento di cui volevo parlare nel post: i personaggi. (Per qualche motivo sento come il dovere di fare una sorta di introduzione, in alcuni post.) Ho iniziato a pensare alla costruzione dei miei e questo mi ha fatta riflettere su come sia utile e, non solo, necessario, creare più di una facciata da appiccicare sul personaggio per manovrarlo come un pupazzo, ma una vera e propria vita fittizia in cui potrà muoversi libero.

Per capirci meglio, dividiamo i concetti di cui ho appena parlato. Uno è la facciata, quello che serve al lettore per visualizzare il personaggio. Fra questi elementi possiamo mettere il sesso, l’aspetto fisico, la nazionalità, la classe sociale, un accenno sul carattere, e tutto quello che indirizza il nostro personaggio a muoversi in un determinato modo.
Ad esempio posso decidere di presentare:

[…] una signorina di tutto rispetto, Miss Gwendoline Burbridge, che poteva giurare sulla Cattedrale di St. Mary di non aver mai e poi mai ballato un lento con un uomo che non fosse suo padre, il Colonnello. Non era una ragazza bruttina, aveva invece tratti graziosi, gli occhi verdi, le fossette sulle guance e lunghe gambe che nascondeva sotto gonne alla caviglia. Ma lei non si curava di quelle sciocchezze e, ogni volta che se ne presentava l’occasione, ricordava al mondo di tutti gli inviti che aveva rifiutato nelle sale da ballo dai più affascinanti giovani.

Da questo piccolo ritratto possiamo già farci un’idea di com’è Miss Burbridge, e abbiamo in mente che tipo di personaggio sarà e come influenzerà la storia o sarà influenzata da essa. Ad esempio potrebbe essere un’antagonista e, da rigida ragazza quale ci è sembrata, spifferare al Colonello di tutte le volte che suo fratello è uscito di nascosto. Oppure potrebbe essere lei la protagonista, e trovarsi nel bel mezzo di un dilemma che metterà in discussione tutti i suoi ideali.
Il lettore si ritrova con questo personaggio e, che più avanti mostri altre sfaccettature o meno, è come se fosse davanti ad un fatto compiuto. Ma non sarebbe meglio se lettore e autore potessero capirlo? Spiegarsi come mai si comporta in un determinato modo, perché fa certe scelte. Tutto questo è dato dal background del personaggio, che ci fornisce più elementi per comprenderlo e sentirlo più umano, simile a noi, meno prodotto costruito senz’anima.
In questo background dei personaggi io metterei l’infanzia, la famiglia e gli amici, gli incontri, e alcune esperienze che ha vissuto e lo hanno cambiato. Forse non sono elementi utili alla trama, ma il bravo autore saprà inserirli nella narrazione delicatamente. Sono dettagli utili al personaggio e sta all’autore decidere se sono abbastanza importanti da farli conoscere, se vuole rendere il suo personaggio una maschera o un tuttotondo.
Per tornare alla nostra Miss Burbridge:

Gwendoline tolse le forcine dai capelli e rimise tutto in ordine nel mobile da toletta. Si mise a letto e quasi spense la luce, salvo poi fermare la mano a metà gesto e prendere il libricino che Mr. Dolan aveva tanto insistito per consegnarle. Sbuffò piano nel prenderlo fra le mani. Era una di quelle edizioni economiche che si compravano per due spiccioli ed era chiaro che era stata letta molte volte da qualcuno che aveva poca cura per i libri.
In quella lo sguardo della ragazza cadde sulle fotografie che teneva sul comò. Erano tutte di cugini, vecchi zii, nonni, e tutti ostentavano uno sguardo severo. Tranne quella della zia Matilde. Sorrideva all’obbiettivo come aveva sempre sorriso ai suoi nipoti. Era l’unica foto sua, in casa; sua madre aveva fatto gettare via tutte le altre quando la sorella era fuggita con quello “yankee senza vergogna”, più di quindici anni prima.
A volte a Gwendoline mancava ancora. Lei era l’unica a ridere delle marachelle dei nipoti, a imbastire un tè all’ultimo momento, ad accennare passi di danza in mezzo alla strada e ad ascoltare quando nessun altro sembrava disposto a farlo. Non aveva mai visto l’uomo con il quale era scappata, il capitano di un mercantile che era partito da New York, ma sperava che fosse bello. Aveva capito poco di quel che era successo, da bambina, e ora parlarne rendeva sua madre irritabile quindi non ne parlavano mai. La notizia della morte della zia era arrivata con quattro mesi di ritardo, solo pochi anni dopo la sua scomparsa, e sua madre non aveva versato nemmeno una lacrima.
Gwendoline aprì il libro di Mr. Dolan, chiedendosi se ne fosse davvero valsa la pena.

In questo brano già entriamo in contatto con una Miss Burbridge diversa, più umana. Ha una madre molto severa, che non esita a ripudiare la sorella in seguito a uno scandalo. La stessa figura della zia è vista dalla protagonista come una donna libera e allegra, che però ha pagato le conseguenze delle sue scelte. Possiamo solo fare ipotesi, così come farà il lettore, ma forse è per questo che la protagonista ha scelto una strada diversa. Ha guardato il mondo e l’ambiente in cui si trova e ha visto che le ragazze che seguono i loro desideri sono malviste, ne ha avuto una riprova nella sua famiglia, quindi non accetta nemmeno uno ballo.
Il piccolo aneddoto della zia non è legato alla trama ma ci è utile per capire il personaggio, che prima appariva poco attraente. Con un background acquista spessore, non è più solo una facciata. Vedendo cosa c’è dietro alle apparenze comprendiamo il personaggio e, se fosse inserito in una storia, potrebbe anche iniziare a piacerci.

Ecco perché l’autore dovrebbe costruire una vita, seppur fittizia, per i propri personaggi. Non basta una facciata per muoverli come burattini, hanno bisogno di tutta un’esistenza di contorno per muoversi da soli, perché il lettore possa entrare in contatto con loro, vedere che cosa accade dietro le quinte della trama.
Questo è quello che mi propongo di fare per i miei personaggi, perché questo è quello che preferisco trovare in un romanzo. Mi piace pensare che, oltre ciò che leggo nelle pagine, il personaggio abbia una vita propria. Ora, non pensate che stia diventando pazza, so benissimo che i personaggi dei libri non esistono, ma come insegna Silente “solo perché lo stiamo immaginando non significa che non sia reale”.

Quindi niente facciate, più personaggi vivi

giovedì 7 aprile 2016

Altre cose che si imparano dai libri

La prima cosa che ti dirà un autore, un manuale di scrittura creativa, o anche solo qualcuno con un po’ di buonsenso, è che per imparare a scrivere si deve leggere. Penso che tutti gli aspiranti scrittori lo facciano senza che gli venga neanche detto, perché sono convinta che prima di essere autori si diventi lettori.
Un autore che non ama leggere non è un vero autore a mio avviso. Chi non è amante dei libri e della lettura e non potrà mai trasmettere in uno scritto tutte le emozioni che si celano dietro un romanzo, perché è il primo a non comprenderle o provarle.
Si può essere lettori senza essere autori, ma non il contrario.
La domanda però è un’altra: in che modo la lettura può aiutarmi come autore?
 
 
La prima cosa cui dobbiamo fare attenzione è il genere di cui vogliamo scrivere. Quasi certamente se vogliamo scrivere un fantasy è perché ci piace e avremmo letto milioni di libri fantasy. Lo stesso vale per la fantascienza, il giallo, il romanzo storico o d’amore. Il primissimo modo in cui la lettura ci aiuta è facendoci conoscere i canoni del genere, che sono la cosa fondamentale per scrivere un romanzo. Credo che un autore in erba, o comunque un esordiente, se scrive un romanzo di genere debba cercare di attenersi alle linee guida del genere cui si è avvicinato, quindi deve conoscerlo bene.
Un autore dovrebbe avere un vocabolario ampio, che poi il suo stile sia incasellato in un certo tipo di narrazione, che magari usa termini desueti o giovanili per scelta, quello è un altro discorso. Rimane il fatto che penso sia dovere di uno scrittore avere un grande ventaglio di scelte lessicali. E come si arricchisce un vocabolario se non leggendo? Le parole nuove che incontriamo nei libri andrebbero cercate sul dizionario, perché potrebbero sempre tornare utili.
Punto dolente di molti sono i dialoghi. Uno dei metodi più semplici per scriverli, almeno per me, è riportare alla mente conversazioni che ho già sentito, quindi prendere spunto dalla realtà. Ma non dobbiamo dimenticare che un dialogo, per quanto sia credibile, va letto e non ascoltato. Dobbiamo renderlo naturale ma lasciargli comunque le caratteristiche di un buon dialogo scritto, piacevole da leggere. In questo possiamo prendere esempio dai libri.
 
Penso che queste siano le cose tecniche che tutti possono imparare dai libri semplicemente leggendoli. Poi mi sembra scontato dire che i libri insegnano molto di più, sia in termini di scrittura che personali.
Mi sembra scontato, però l’ho detto.

sabato 6 febbraio 2016

On writing - Stephen King

Il Fidanzato questo Natale mi ha regalato “On writing”, e ha azzeccato tutto ciò che poteva azzeccare. Quale regalo migliore per un lettore, di un libro? E per un estimatore di Stephen King, un romanzo di Stephen King? E per un aspirante autore, un manuale di scrittura? Ecco, “On writing” incarna tutto questo in un paio di centinaia di pagine!
Leggerlo è stato divertente, istruttivo, illuminante, interessante. Uno stile diverso da quello dei romanzi, giustamente, ma non perché si tratta di un manuale ci troviamo davanti ad un testo noioso, prettamente didattico. Leggere “On writing” è stato come prendere fiato per prepararsi ad un’apnea di concentrazione, saltare dal trampolino e rendersi conto che si è atterrati su una collina ricca di aria fresca.
Ho trovato bello il fatto di aggiungere una parte riguardo alla vita dell’autore, perché oltre ad essere spassosa ti fa anche pensare a come tu ti sei avvicinato alla scrittura. Motiva molto, si innesca una catena di ricordi, legati a sogni, speranze, legate al fatto che sì, amo scrivere, ed è proprio quello che farò non appena chiuso questo libro.
Consiglio di leggerlo a chiunque abbia questo sogno nel cassetto, o anche fuori dal cassetto e stia cercando di renderlo reale. Non è tecnico come altri manuali, tuttavia di manuali tecnici che ne sono a bizzeffe. E dato che la scrittura è anche una questione di cuore è bello che ci sia anche un manuale che lo dice chiaro e tondo.
 
Leggere tantissimo, scrivere tantissimo
Può effettivamente sembrare scontato, ma va detto. Se si vuole scrivere non si deve essere lettori pigri, perché dai romanzi altrui si può apprendere moltissimo. Inoltre ci sono autori che ispirano, che danno esempio, e leggerli è il primo passo per poi produrre qualcosa di nostro. Prima di amare la scrittura si deve imparare ad amare la lettura.
Per scrivere un libro, poi, si deve scrivere. Anche questo può sembrare scontato. Quel che consiglia King è di non aspettare l’ispirazione, non sperare che la prima stesura sia perfetta, cominciare a mettere per iscritto una parola dopo l’altra, anche quando non ci convince, anche se non ci sembra il massimo o quando ci siamo spremuti come un limone per dieci misere righe. Continuare, perché prima o poi la storia uscirà da sola, andremo avanti portati dall’entusiasmo, dalla voglia, dalla curiosità. Se invece non scriviamo niente, nulla potrà andare avanti.
 
Scrivere qualcosa che ci piace
Penso che questo consiglio sia seguito un po’ da tutti in maniera automatica. Ovviamente è meglio scrivere di qualcosa che ci appassiona, perché lo faremo con la voglia di arrivare alla fine.
Credo che un autore alla prime armi voglia scrivere perché si è innamorato di un genere o uno stile, e la prima cosa che si fa è voler emulare quel che abbiamo amato. Forse inconsciamente, o forse proprio con l’intenzione di fare un omaggio.
 
Vocaboli spontanei e vocabolario adatto
La poetica non è qualcosa che appartenga molto a King. Certo è evocativo, ma non è particolarmente poetico, utilizza un linguaggio immediato, conciso, senza fronzoli. Può piacere o non piacere, questa è solo una questione di gusti.
Nella sua esperienza – che direi è vastissima, più di così non possiamo chiedere insomma – consiglia di usare il vocabolario che siamo abituati ad usare tutti i giorni. Solo perché stiamo scrivendo un libro non significa che dobbiamo adottare termini più bassi o più alti di quelli a cui siamo abituati. È giusto cercare le parole più adatte, infatti il dizionario deve essere sempre alla mano, ma non volere a tutti i costi una parola astrusa solo perché è astrusa, o per farci belli agli occhi del lettore. Nessun lettore, leggendo dei vocaboli ricercati, penserà “Ma tu guarda che bravo Pinco Pallo, è così colto!”.
Inoltre dobbiamo ricordarci di utilizzare un vocabolario adatto alla situazione e ai personaggi, perché un contadino nato negli anni ’30 non potrà mai parlare come un ragazzino del ’70.
 
Verosimiglianza
Altrove, non in questo manuale, avevo letto che King consigliava di ascoltare le persone quando parlano fra loro, nei bar, nei negozi, o attingere alla propria esperienza personale quando si deve scrivere un dialogo, per fare sì che sia il più realistico possibile. Infatti uno dei suoi consigli è di rendere i dialoghi veri, perché non c’è nulla di peggio che leggere dei dialoghi terribili in un bel romanzo.
Allo stesso tempo dobbiamo fare attenzione a rendere le azioni dei nostri personaggi verosimili, dare loro le giuste leve per reagire e costruire la trama. Oltre che rispettare la realtà intorno alla quale costruiamo la nostra storia.
 
Non pianificare
Un consiglio che io, onestamente, non credo seguirò, è questo: non pianificare la trama, lasciare che si sviluppi da sola piano piano.
Ora, io scommetto che ci sono autori che sono capacissimi di farlo, ma io non sono uno di quelli (come se fossi un autore, oh! *sbarella*). Ci ho provato, immaginando appunto che le cose sarebbero andate avanti da sole, ma non è stato così. Però immagino che, se si vuole, si può provare questo metodo e vedere che ne esce.
Per me non funziona, ma per voi, chissà…
 
 
Trovare un significato, non partire dal significato
Mi piace che le storie abbiano un significato, un messaggio da passare, e non siano meri racconti. Però è anche vero che ognuno legge nei libri il significato che vuole, quindi voler dare un certo significato ad una storia non è così facile come può sembrare.
Trovo che questo consiglio sia molto azzeccato, per una questione molto semplice. Tutti noi abbiamo opinioni sul mondo che ci circonda, e se vogliamo scrivere un romanzo ci portiamo dietro quel bagaglio di esperienze, idee e appunto opinioni che abbiamo tutti i giorni da quando apriamo gli occhi al mattino. Cercare un significato prima di scrivere un libro è come tentare di bere il latte di cocco senza aver prima rotto il guscio.
Il significato c’è, non è quello il problema, perché diamo significato a tutto nella nostra vita. Ma nella nostra storia dobbiamo scoprirlo man mano, dobbiamo rompere il guscio e tirarlo fuori, perché è sempre stato lì nella nostra mente. Gettarlo nel libro, anche in maniera inconsapevole, è inevitabile.
 
Seconda stesura = prima stesura – 10%
Non c’è molto da dire su questo, mi sembra chiaro. King tende a tagliare, in revisione. Io penso che dipenda da molti fattori e scommetto che ci sono ottimi autori che invece di togliere qualcosa aggiungono testo, alla seconda stesura.
Dobbiamo solo capire che tipo di autori siamo. (Io taglio.)
 
Scrivere perché…
L’ultimo consiglio di questo manuale, al quale viene dedicato un capitolo intero, è quello che può sembrare più ovvio. Oggi però, in un mondo in cui esiste il self-publising (che non nego sia una grande idea e di certo non è nato per caso, ma come tutto ha i suoi risvolti positivi e negativi), è bene ricordarlo.
Non scrivete per rendere il posto un mondo migliore, per i soldi, per dimostrare agli altri qualcosa, perché sembra facile. Scrivete perché amate farlo. Perché tutto di quel processo vi affascina e vi fa sentire bene, perché è ciò a cui pensate con più entusiasmo!
Se si scrive così, allora è la cosa giusta da fare.

lunedì 1 febbraio 2016

I libri migliori hanno le peggiori recensioni

Negli ultimi tempi mi sto impegnando molto a scrivere racconti più o meno lunghi (non dico romanzi per non tirarmi la sfiga addosso, dato che ne ho uno in corso di cui scorgo a malapena la metà), e in contemporanea mando avanti il blog. Le recensioni, che hanno sempre fatto parte di questo spazio da quando il blog è nato, mi sembrano diverse da un tempo.
Sicuramente dipenderà dal fatto che sono passati gli anni e si cambia anche nei giudizi e nelle letture. Cambia anche il modo di scrivere, e già solo lo scrivere dona una prospettiva differente su ciò che leggiamo. Ma spesso mi domando in che modo avere una passione per la scrittura influenza la lettura e le eventuali recensioni di un romanzo. È fuor di dubbio che si ha un approccio più tecnico, si tende a porsi più domande durante le lettura.
Innanzitutto però diciamo ci sono due tipi di romanzi, e in primis in base a questo la mia lettura e la conseguente recensione è influenzata. I romanzi che mi piacciono e quelli che non mi piacciono.
Molto semplice.
 
Per i libri che mi piacciono fila sempre tutto molto liscio. Vengo talmente presa che me ne frego dei dettagli tecnici, di farmi mille domande sulla trama, di chiedermi come mai un personaggio funziona così bene eccetera eccetera. Queste cose passano in secondo piano e, quando mi ritrovo a recensire un libro che ho amato, spesso diventa un’ode in suo onore, sbrodolante aggettivi superlativi, dall’aria solenne e nostalgica.
Con i libri che invece non mi piacciono sono pignola oltre ogni dire. Riesco a trovare tutto ciò che mi infastidisce, che si parli di trama, personaggi, tecnica, messaggio che recepisco, qualsiasi cosa! I poveri libri in questione si trovano così dissezionati – vivisezionati, vista la crudeltà che mostro nei loro confronti – fin nei minimi dettagli.
Quindi ecco, non lo avevo mai pensato in maniera chiara, non me ne ero mai resa conto, ma scrivere questo post mi ha fatta rendere conto di una cosa: non sono affatto oggettiva. Poco male. In fondo non è il mio lavoro e, anzi, è proprio per dire la mia in libertà che ho aperto il blog. Il politically correct non farà mai parte di questo spazio, che invece serve proprio per dire ciò che penso, senza offendere certo, ma con una serenità che un professionista non sempre può permettersi.
 
 
Chiariti questi punti, penso che sia inevitabile per qualcuno che scrive avere un approccio più pragmatico ad un romanzo. Ma è una cosa buona?
Se si trattasse solo di scrivere recensioni sarebbe una cosa ottima. Un lettore/autore che analizza un libro può avere una comprensione a mio parere più completa di un testo, e magari notare sottigliezze che all’occhio di un lettore medio sfuggono. In questo modo sicuramente la sua recensione potrà essere più ricca, interessante, accattivante, o semplicemente fornire più pareri sul romanzo in questione.
Ma leggere non si tratta solo di analizzare un testo, si tratta prima di tutto di un passaggio di emozioni. Conoscere le tecniche per scrivere, maneggiarle con più o meno sapienza, possono intaccare la lettura? Possono rovinare un poco quello scambio emotivo?
Dalla mia esperienza devo dire che, purtroppo, sì. Faccio molta più fatica di prima ad amare incondizionatamente un romanzo. Non so se dipenda dal fatto che ho maturato un gusto più ricercato, più… snob?, o proprio dal fatto che mi sto impegnando molto di più nella scrittura, ma è così.
Mi viene da pensare che sia un piccolo prezzo da pagare per portare avanti la mia passione per scrivere. Ma d’altronde mi dico che il mondo è pieno di romanzi, e di certo non ficco il naso nelle pagine con l’intento di rimanere delusa, perciò leggo con entusiasmo e ottimismo in attesa di trovare il prossimo libro che mi conquisterà. Quindi è un prezzo che posso pagare senza troppi patemi, soprattutto perché le sempre più rare volte in cui trovo una storia che mi fa perdere la testa e non riesco affatto a recensirlo in maniera oggettiva, sono le migliori.
Ecco la crudele verità, lettori di questo blog: diffidate delle mie recensioni, quelle più sconclusionate, disordinate e romantiche sono quelle dei libri più belli.

mercoledì 6 gennaio 2016

Una strada perigliosa per un luogo più bello

Questo post sarà piuttosto ingarbugliato, perché ho delle osservazioni da fare che già nella mia testa hanno una forma confusa. Metterle per iscritto, in un modo comprensibile per altro, potrebbe essere più complicato del previsto.
Vi è mai capitato di leggere un libro bellissimo, di cui vi siete innamorati, ma di voler cambiare qualche dettaglio nella trama o nei personaggi? Magari per far finire bene una vicenda triste, o per rendere meglio giustizia al protagonista.
A me è capitato moltissime volte. Mi immergo così tanto nel libro da affezionarmici, e desiderare che tutto vada bene. Purtroppo non sempre è così, e mi ritrovo a pensare che vorrei tanto avere il numero di telefono dell’autore (o, in caso di autore scomparso, avere un passaggio per l’aldilà) per chiedergli di cambiare una o due cosine, giusto per non far terminare il tutto in una valle di lacrime, o anche solo per cambiare quel particolare che proprio non mi va giù.
D’altro canto mi domando: il libro che ho amato funzionerebbe allo stesso modo? Forse sarebbe troppo perfetto, soprattutto per me che detesto i finali troppo rose e fiori (coerenza mode: ON). Quando mi soffermo a pensarci mi dico che in fondo so benissimo anche io che quello è il modo giusto di far andare avanti la narrazione. Non sarebbe altrettanto potente altrimenti. Mi viene quindi di pensare che esistono storie che hanno un’anima propria, che quasi vivono di vita propria. Per quanto un lettore o un autore stesso vogliano cambiarla c’è sempre qualcosa che non li convince nella versione edulcorata e magari più ottimista o con una fine più allegra che ne hanno nella loro testa.
 
Per quanto riguarda le mie esperienze da lettrice posso dire che ci sono moltissimi romanzi che avrei voluto cambiare.
Il primo che mi viene in mente è “I mille autunni di Jacob De Zoet”, di David Mitchell, nel quale alla fine il protagonista (attenzione, spoiler in arrivo!) in un modo o nell’altro perde l’amore della sua vita. Ecco, Jacob De Zoet mi piaceva così tanto che avrei tanto voluto che potesse rimanere assieme alla sua bella, perché la loro storia d’amore mi emozionava. Tuttavia finendo il libro, seppur con grande rammarico, mi sono resa conto che non sarebbe potuta andare diversamente. Non sarebbe stato altrettanto onesto, immediato, di pancia, se fosse finita in un altro modo. Per quanto mi riguarda la storia deve seguire quel corso.
Oltre a quello mi vengono mente “22/11/‘64” di Stephen King, che ha una storia analoga, o “Il profumo” di Patrik Suskind. Sicuramente ce ne sono moltissimi altri, che però adesso non mi sovvengono.
La penso allo stesso modo riguardo a certe storie che ho scritto. Vi dirò di più! Certe volte pianifico la storia perché prenda una certa piega ma, ad un tratto, mi rendo conto che anche se da un punto di vista tecnico la trama non è malaccio, deve comunque prendere una strada differente. Vuoi per i personaggi, che altrimenti verrebbero snaturati, vuoi per le atmosfere, vuoi per quello che la storia comincia a trasmettere e per ciò che vi ho riversato, ma ora è come se gli fossero cresciute le sue gambette e stesse decidendo da sola dove andare.
Forse è una strada più perigliosa, ma è quella che alla fine porterà in un luogo più bello.