martedì 29 maggio 2012

Verso EFP e oltre

   Non so nemmeno perché sto scrivendo questo post. Perché non so nemmeno cosa scriverci. Insomma, non mi pare vero di aver scritto una storia. Cioè, so che può sembrare strano detto da una persona che scrive tre o quattro fanfiction alla volta. Questo non toglie che siano solo fanfiction.
   Oh, qui si prospetta un discorso più lungo del previsto…

   Solo fanfiction.
   Cinque anni fa (quando ho conosciuto il Favoloso Mondo di EFP) non avrei mai detto che «sono solo fanfiction», perché le fanfiction erano quel che mi impegnavo tanto per scrivere, quindi non ci si poteva applicare davanti la parola solo, sarebbe stato come dire «Sono solo i figli che ho partorito con dolore e fatica e che amo con tutta me stessa», o «Sono solo qualcosa di talmente importante per me che ci passo le giornate».
   Adesso che sono finalmente riuscita a scrivere (la prima bozza, okay, però intanto è finita) una storia in tutto e per tutto inventata da me, le fanfiction hanno perso un poco della loro magia, perché al momento sono fomentata da altro. Non si possono assolutamente paragonare le due cose, chi scrive fanfiction e originali lo sa.
   Le fanfiction hanno un carattere giocoso, anche se le iniziamo con le più serie intenzioni. Ci divertiamo a sconvolgere e muovere i fili di marionette non nostre, lasciate incustodite per un momento da qualcun altro. E noi sappiamo, in fondo, che quei personaggi non ci appartengono, che per quanto ci sforziamo non li conosciamo fino in fondo.
   Le storie originali, al contrario, possono iniziare come un gioco, qualcosa della serie «Ma sì, proviamo.» Quando poi scriviamo una pagina, tre pagine, dieci pagine, succedono varie cose: impariamo a conoscere i nostri personaggi, li facciamo sempre più reali e con una personalità magari distante dalla nostra, ma che conosciamo bene, come si conosce un migliore amico.
   Per questo motivo dico che le mie precedenti storie erano solo fanfiction: anche con tutto l’entusiasmo che potevo metterci, non sarebbero mai state completamente mie.

La mia opinione su EFP
xD

   Le fanfiction mi hanno aiutata un sacco, comunque, a scrivere questa storia.
   Quando ho scoperto EFP e ho iniziato a leggere fanfiction mi sono resa conto, prima di tutto, che non ero pazza: c’erano altre persone oltre a me che amavano così tanto i libri e i loro personaggi da volersi immergere nella storia anche quando questa era già finita.
   Ho letto fanfiction belle e brutte, sono riuscita a capire come muovermi nella selva di EFP (il cui liberalismo di base, essenziale per la riuscita del sito, ha molti lati negativi, lo ammetto) e poi ho capito che tutti potevano scrivere una fanfiction, che anche io potevo scriverne una. Sembrava divertente, e così ho voluto provare.
   Non era solo divertente, però. Scrivere fanfiction mi ha aiutata a migliorare moltissimo. Sfido chiunque a leggere le mie prime storie su EFP e paragonarle alle ultime: non c’è storia, le ultime sono decisamente di un livello più alto. Non dico di essere un genio, ma riesco a riconoscere un miglioramento, e anche se questo fosse ancora al livello dello Scrittore Da Strapazzo, di sicuro prima era peggio (magari al Datti all'Ippica), e significa che devo solo sforzarmi di più e migliorare.
   Ad un certo punto le fanfiction hanno cominciato ad andarmi strette e ho iniziato a scrivere la storia che ho ultimato poco – pochissimo – fa.
   Comunque non posso, e non voglio, raccontarmi balle: se prima non avessi scritto fanfiction non avrei mai superato un certo infantilismo nello stile, non avrei imparato ad affrontare le critiche, non avrei saputo che fare quando dovevo cambiare qualcosa nella storia, non sarei diventata così maledettamente pignola (e un po’ rompi, lo so, ma che volete?, non siamo mica perfetti)! In parole povere, se non avessi conosciuto EFP non avrei mai iniziato a scrivere.

   Adesso che EFP mi ha temprata credo di essere pronta a lanciarmi a pesce nei miei progetti originali, che non vedranno la luce lì ma, con un po’ di fortuna e molto impegno, forse in una libreria, un giorno.

domenica 27 maggio 2012

The Album - Spoiler 5

   Capitolo cinque: Blue Eyes, o Fotografie
   Lyrics usate: You take a pill, wonder if it will fix you. Then wonder why sorrow has never left you.
   Spoiler:
   Oh, origliare è una cosa brutta, ma questa non volevo sentirla tutta, davvero. Ho appena fatto in tempo a udire un’altra frase prima di allontanarmi. «Mi sono fatta prescrivere degli antidepressivi da John il mese scorso, e quel lavoro mi aiuta, non mi fa pensare a niente. Comunque, ho preso le pillole che mi ha dato, magari mi aggiustavano un po’, ma quando l’effetto se ne va sei ancora lì che ti chiedi come mai sei ancora triste. Non funziona niente, è inutile. Sono passati quasi quattro anni.»
Me ne vado. Cavolo, non avrei dovuto ascoltare.
Trovato questo bellissimo disegno,
ve lo posto perché è fico!

sabato 26 maggio 2012

The History Boys - Alan Bennett

   Andiamo con ordine.
   Nel 2004 Alan Bennett scrisse una commedia intitolata “The History Boys” (qui in Italia tradotta in “Gli studenti di storia”) che debuttò a teatro il 18 Maggio di quell’anno e ottenne un grande successo. Nel 2006 la commedia venne adattata dallo stesso Bennett per trarne un film, diretto da Nicholas Hytner.
   Io ho visto il film prima di tutto, quando uscì, perché sembrava uno di quegli indie movies sullo stile Juno che tanto mi piacciono. Be’, il film non è certo paragonabile a Juno, ma mi piacque un sacco lo stesso, tanto che me lo regalarono per il compleanno. Poi ho scoperto che è uno spettacolo teatrale.
   Un paio di mesi fa sono venuta a sapere che questo benedetto spettacolo teatrale stava facendo un tour anche in Italia e che sarebbe passato anche per la mia città piccina picciò, il che sembra un evento più unico che raro. E dalla felicità ho passato i seguenti giorni a fare cose insane come:


   A parte questo interessantissimo intro, devo ammettere che non so da dove iniziare con questa recensione, perché non so se devo recensire il copione, il film o lo spettacolo, e non saprei nemmeno come parlare della trama. o come commentare il tutto. In ogni caso la mia recensione sarebbe un totale disastro perché:
1)      Sono troppo fomentata da tutte e tre le cose;
2)      L’argomento è troppo intellettualoide e ci sarebbero troppe cose da dire.
   Per cui ho deciso che posso solo darvi dei consigli e sperare di incuriosirvi almeno un po’.

Il film
   Partiamo da questo non solo perché è il primo che ho visto io, ma perché, diciamocelo, è il più facile da procurarsi e persino a prova di pigro. Non è come leggere un copione, ecco. E non è nemmeno come andare a teatro.
   Breve sinossi: nord dell’Inghilterra, primi anni ’80. Otto studenti che hanno appena passato l’esame di maturità (o come si chiami in Inghilterra) passano l’ultimo trimestre a scuola per preparare gli esami di ammissione per studiare storia a Oxford o Cambridge. A guidarli due professori estremamente diversi: Hector, eccentrico e deciso a insegnare ai suoi studenti la cultura in maniera che sia per loro una sorta di ancora di salvezza, e Irwin, appena laureato, offre ai ragazzi non la cultura ma suggerimenti per brillare all’esame ed essere notati dai commissari d’esame, in parole povere dei trucchi. In mezzo al duro studio ci sono occasioni per trattare il tema dell’adolescenza, dell’omosessualità e ovviamente della storia e della scuola.
   È un film bellissimo. Tralasciando le cose tecniche come la fotografia e robe varie, di cui non mi intendo, è uno dei miei film preferiti, non solo per la trama ma anche perché riesce a darti la sensazione di trovarti in un’Inghilterra diversa da quella di oggi. Oltre a questo sembra proprio di trovarsi lì con questi otto studenti, in uno di quei momenti della vita in cui sai che verranno decise le sorti del tuo futuro, ma non solo per l’esito di un esame, più che altro perché sei consapevole che la situazione e le persone con cui ti trovi sono preziose, più uniche che rare. E la consapevolezza di trovarsi lì è forse la più assurda ed emozionante delle cose.
Andrew Knott
Samuel Barnett

   Tutti gli attori sono bravissimi, ma in particolare mi è piaciuto Samuel Barnett, che interpreta Posner. Poi sono stata molto contenta di trovarci anche Andrew Knott (Lockwood), per la mia vena malinconica probabilmente, dato che aveva interpretato il ruolo di un ragazzino in “Il giardino segreto”, film che ho sempre amato fin da piccola.

Il libro
   Come sempre, almeno per me, leggere un copione è un’esperienza scioccante. Mi è successo con “Novecento” (Baricco) e anche con “Aspettando Godot” (Beckett). Ovviamente, per quanto io conoscessi già – quasi a memoria!, che vergogna... – “The History Boys” è stato scioccante leggere anche questo (fanno fede i tre giorni che ci ho messo a leggerlo, nonostante ci vogliano circa due ore). Non so bene perché mi sembra così strano, forse è solo il genere che mi pare strano. Una parte di me sapeva che sarebbe stato così, ma la storia mi piaceva tanto che non ho resistito!

   Il libro è senza dubbio più pesante, sia del film che dello spettacolo. Lo consiglio a chi ha almeno visto o uno o l’altro. Indubbiamente ti fa venire voglia di andare a vederlo a teatro, e così arriviamo alla parte finale di questa recensione, se così si può chiamare…

Lo spettacolo
   Non sono proprio un habitué del teatro. Le uniche volte che ci sono andata è stato con la scuola, e una volta ad un saggio di danza (conta?). Per il resto il teatro non mi ha mai fatta impazzire, per non contare che, nella mia visione del mondo, il teatro è il covo dei musical, che io odio con tutta me stessa (forse l’unico musical che potrei andare a vedere – forse – è “Matilda”, che però in questo momento sta solo a Londra, per cui tempo che arriva qui avrò trent’anni; mi porrò il problema allora). Vedere “The History Boys” a teatro però è stata una delle cose fighe di quella settimana.
   Lo spettacolo era molto bello, e anche divertente. Nonostante avessi già visto il film vederlo a teatro è stato diverso. Come prendere qualcosa di già conosciuto e rivestirlo in maniera nuova e diversa, anche se il cuore resta lo stesso.
   Purtroppo qui non posso dire di aver apprezzato tutti ma proprio tutti gli attori. Mi sono piaciuti moltissimo Ida Marinelli (Mrs. Lintott) per la recitazione e Loris Fabiani (Lockwood) anche se forse era solo perché saltellava molto lungo il palco (no, dai, non è vero; era bravo!), ma non mi è piaciuta molto la versione di Posner data da Vincenzo Zampa, forse solo perché mi piace troppo l’originale, e invece non mi è piaciuto affatto Marco Cacciola, che interpreta Irwin. Da un lato la cosa mi ha esaltato da Dio, perché significa che ho senso critico, dall’altra mi ha deluso un po’ perché Irwin dovrebbe essere un figaccione che ne sa una più del Diavolo, con una certo charme secondo me, che non ho visto nel personaggio a teatro.

Ida Marinelli
Loris Fabiani

In conclusione
   L'unica consluzione a cui sono giunta è: amo alla follia “The History Boys”.

giovedì 24 maggio 2012

Sfida: vinta!

   Finita in questo momento la prima stesua del romanzo.
   Probabilmente se non avessi avuto questa scadenza ci avrei messo altre due settimane a finirlo.
   Scrivo a scatti perchè sono sconvolta.
   Per la prima volta finisco una storia da più di un capitolo. Non una fanfiction. Una storia vera. Un romanzo. Mi sembra addisittura strano chiamarlo così. Cioè, è una parola importante.
   Romanzo. Romanzo.
   Comunque sia...


   A giorni si comincia la revisione!

martedì 22 maggio 2012

La sfida del regalo

   Bene, sto sclerando.
   Principalmente perché devo finire di scrivere la mia opera prima (non è una fanfiction! Non lo è! Ne parlerò meglio in seguito). Non manca molto in effetti per finire la prima-primissima bozza. Il fatto è che io me la prendevo con calma. Invece adesso non posso più!
   Colpa della madre. Come sempre, ovvio - se non puoi dare la colpa a lei che gusto c'è?

   Mia mamma è geniale, appena una settmana prima del compleanno di mio papà, uomo del tutto inadatto per fargli regali, infatti ogni santo Natale e Compleanno andiamo fuori di testa per decidere cosa regalargli, mi dà l'idea magnifica: "Perché non gli regali il tuo romanzo?"
   E io ero tipo: "OMG, che idea fantastica!"

   Mio papà è il mio fan più accanito. Il mio fan numero uno. In effetti è il mio unico fan, il più importante dato che dimostra la sua fedeltà ogni volta anche se ancora non ho scritto nulla. Mi chiede sempre di leggere le mie fanfiction (l'ho fatto diventare un fan di Death Note solo per fagliene leggere una) e io quasi sempre gli dico di no. Allora lui passa al piano B e mi chiede quando scriverò qualcosa di mio. Io gli dico: "Presto, aspetta, abbi fiducia". E poi gli prometto che lui sarà il primo ad avere l'onore di leggere.
   Bene, è da Gennaio che scrivo qualcosa di mio e ancora non l'ho finito, ma adesso che è quasi ultimata la prima stesura arriva l'idea geniale che vi ho sopracitato dalla madra.

   Per cui questa sono io ieri:


   Il problema è che più vado avanti più mi vengono nuove idee che, inevitabilmente, stanno allungando il romanzo. Inoltre la fine, anche nelle fanfiction, è sempre stata per me qualcosa di quasi sacro, un momento topico insomma, che non si addice a tutta questa velocità che mi sto imponendo. Per di più (sì, oggi ho proprio voglia di autocommiserarmi) non l'ho riletto neanche una volta, quindi ci saranno di sicuro un sacco di errori e di cosine da sistemare che mio padre, lettore attento, non mi lascierà passare così facilmente.

   Ieri sera alla fine è finita così:


   Per sapere come finirò a opera completata e rilegata (suppongo senza un'accurata revisione dato che ho sette giorni di tempo ed è fisicamente impossibile) stay tuned.
   Prima o poi arriverà anche il post riguardo a questo mio primo tentativo di romanzo. Non ne ho parlato prima... non so perché, non ci ho nemmeno pensato. Prima non sembrava così reale, adesso che invece ne vedo la fine e sono fomentata da Dio!
   Sì insomma, chi vivrà vedrà, intanto devo finirlo al massimo Domenica. Maledetti genitori! Ti mettono al mondo e poi tu ti senti in debito con loro!

lunedì 21 maggio 2012

Dieci piccoli indiani - Agatha Christie

   Non so in base a cosa scelgo un libro. A volte in base alle recensioni (ed è molto rischioso, perché ti fai delle aspettative sul libro che forse non verranno soddisfatte), altre volte perché la quarta di copertina è interessante, altre volte ancora me lo consigliano e altre, lo ammetto, mi lascio ammaliare dalla copertina. “Dieci Piccoli Indiani”, invece, l’ho letto perché era famoso, che è un rischio anche quello perché uno può giustamente pensare che se il libro famoso allora è un buon libro. Spesso fidarsi così ciecamente del buon senso dell’umanità è sbagliato (Un esempio? “Twilight” Un altro esempio? “Firmino”) ma i rischi si devono correre ogni tanto, no?
   Volevo leggere da tanto un libro di Agatha Christie, un po’ perché è la scrittrice di romanzi gialli per eccellenza, un po’ perché ero curiosa di leggere un romanzo giallo. Non ho mai letto un romanzo giallo, anche se il genere mi ha sempre incuriosito, per cui alla veneranda età di vent’anni posso dire: «Ho letto il mio primo romanzo giallo.» Fra tanti ho scelto proprio “Dieci Piccoli Indiani” perché la trama era molto accattivante, per cui eccola qui senza nessuno spoiler (anche perché altrimenti ci metterei una vita a scrivere solo la trama).


La trama
   Otto persone vengono invitate a Nigger Island per motivi diversi e, all’apparenza, da diverse persone. Una volta giunti lì ci sono due domestici, due coniugi, ad attenderli, che li avvisano che i signori Owen, proprietari della casa a Nigger Island, non saranno lì prima del giorno dopo.
   Durante la cena un disco che il maggiordomo Rogers mette sul grammofono annuncia le malefatte di ognuno degli ospiti, che sono tutti accusati di aver ucciso o comunque indotto alla morte, una o più vittime innocenti. Dopo l’iniziale trambusto gli ospiti giungono alla conclusione che tutto si tratta di uno scherzo di cattivo gusto, ma si scopre anche che nessuno conosce i signori Owen. Quella sera muoiono due degli ospiti: uno avvelenato con del whiskey e l’altra a causa di una dose troppo forte di medicinale.
   Il giorno dopo tutti gli ospiti sono certi che non si tratta di disgrazie ma di omicidi, e giungono alla conclusione che il signor Owen sia uno di loro. Ogni volta che muore una persona una delle dieci statue di porcellana raffiguranti negretti scompare, e la morte di ognuno di loro somiglia volutamente alla scomparsa dei negretti nella filastrocca per bambini che ricorre ovunque in casa.
   Uno dopo l’altro gli ospiti vengono assassinati e si crea una situazione per cui nessuno può essere escluso dai sospetti.
   Come vuole la filastrocca l’ultimo sopravvissuto si suicida, preso dallo shock e dai sensi di colpa di quell’omicidio che adombra la sua vita, perché tutti gli ospiti lì presenti avevano una grave colpa che era rimasta impunita ma che opprimeva l’animo della maggior parte di loro.
   Una lettera firmata da uno dei personaggi rivela infine il mistero: come ha attirato gli ospiti sull’isola dove non c’era via di fuga, come ha ucciso tutti uno per uno e ha indotto al suicidio l’ultimo, e poi come si è tolto la vita imitando le circostanze in cui, secondo la filastrocca, doveva morire.

Lo stile
   Considerando che il romanzo si svolge ed è stato scritto nel 1939 è sorprendentemente incalzante. Mi aspettavo qualcosa di molto più lento, mi aspettavo che ci mettesse un po’ a ingranare, invece già da subito è molto interessante!
   Si percepisce una sorta di malessere man mano che la storia va avanti. La filastrocca a cui gli omicidi si rifanno ha una fine ben precisa: «e nessuno ne restar», per cui si va avanti a leggere con questo senso di inevitabilità, molto incalzante.
   I piccoli dettagli sono quelli che rendono il mistero veramente inquietante: la sparizione delle statue dei negretti, il fatto che la filastrocca decida le morti.
   Ci sono due domande che ricorrono: chi è l’assassino? E: chi sarà il prossimo?
   L’atmosfera che si viene poi a creare è stata magistralmente architettata. Il lettore segue ogni personaggio anche nei suoi pensieri privati, è vero, ma questo non esclude che qualcuno di loro sia l’assassino perché strane insinuazioni vengono fatte per ognuno di loro, per cui c’è sempre la possibilità che tutti siano assassini. Allo stesso modo alcuni omicidi fanno sospettare più di alcuni che di altri, ma ad un tratto il lettore comincia a credere che tutto sia possibile: che ci siano due assassini? Che si siano sbagliati e ci sia qualcun altro sull’isola? Che qualcuno abbia finto di essere morto? Le risposte vengono date solo alla fine.

I personaggi
   Trattare dieci personaggi in modo abbastanza approfondito non è possibile, soprattutto se consideriamo che questo romanzo non è molto lungo e che protagonista indiscusso non è il personaggio ma il delitto, la situazione. La Christie ovvia a questo problema eliminando abbastanza in fretta tre personaggi, così da poterli trattare con superficialità, mentre tutti gli altri (con l’eccezione forse della signorina Vera, e si capirà alla fine l’utilità di questa cosa) sono alquanto stereotipati.
   Mi è piaciuta molto l’atmosfera che si è andata creando fra questi personaggi, che ha contribuito al senso di velocità della storia. Prima di tutto occorre sapere che sono persone di diversi status sociali, con diversi problemi e caratteri, ma proprio per quello si comportano l’uno con l’altro in maniera cauta. Sono estranei, fra di loro, quindi sono cortesi ma con freddezza. Dopo i primi omicidi è quasi bello vedere come prosegue questa farsa: tutti si sforzano di sembrare più calmi possibile, come se tutto fosse normale, ma si percepisce il senso di disagio. Più avanti ci sono i primi attacchi di isterismo, di rabbia, e tutte le convenzioni vengono finalmente gettate al vento. Alla fine, quando rimangono solo in tre, il sospetto si è fatto spietato e terrificante. Sembra di trovarsi in una gabbia, ed è proprio questo quel che la scrittrice voleva: è lo stile di cui si avvale l’enigma della camera chiusa.
   Il fatto che pian piano tutte le persone, per istinto di sopravvivenza o per terrore, abbandonino la ragione e le convenzioni e diventino in qualche modo meno umane e più animali è qualcosa che mi ha affascinata molto, e da questo punto di vista mi sento di promuovere il libro a pieni voti.

Agatha Cristie

Curiosità
   Il titolo originale è “Ten Little Niggers (And Then There Were None)”, ossia “Dieci piccoli negri (E poi non rimase nessuno). Provarono a pubblicare con il titolo “E poi non rimase nessuno” ma venne poi cambiato con il più politicamente corretto “Dieci piccoli indiani”.
   Ormai il libro è famoso in tutto il mondo con questo titolo, ma io credo che potrebbe essere ripubblicato con il titolo originale, perché credo che sia più giusto così. Non è un tentativo per offendere nessuno, dopotutto, ed essere così maledettamente attenti a offendere qualcuno con la parola “negro”, al giorno d’oggi, non fa che sottolineare ancora di più la faccenda che potrebbe offendersi. (Ma offendersi per cosa, poi? Per essere negro come una delle statuine di porcellana? Non è la “g” che fa il razzismo.)
   Ovviamente, questa è solo un’opinione personale.

In conclusione
   Come prima lettura gialla devo dire che non mi ha delusa neanche un po’. In futuro credo che proverò altri romanzi gialli, magari non della Christie, giusto per vedere se è il suo stile che mi piace o proprio il genere.
   Sono accetti consigli!


Dieci poveri negretti
se ne andarono a mangiar:
uno fece indigestione,
solo nove ne restar.

Nove poveri negretti
fino a notte alta vegliar:
uno cadde addormentato,
otto soli ne restar.

Otto poveri negretti
se ne vanno a passeggiar:
uno, ahimè, è rimasto indietro,
solo sette ne restar.

Sette poveri negretti
legna andarono a spaccar:
un di lor s'infranse a mezzo,
e sei soli ne restar.

I sei poveri negretti
giocan con un alvear:
da una vespa uno fu punto,
solo cinque ne restar.

Cinque poveri negretti
un giudizio han da sbrigar:
un lo ferma il tribunale
quattro soli ne restar.

Quattro poveri negretti
salpan verso l'alto mar:
uno se lo prende un granchio,
e tre soli ne restar.

I tre poveri negretti
allo zoo vollero andar:
uno l'orso ne abbrancò,
e due soli ne restar.

I due poveri negretti
stanno al sole per un po':
un si fuse come cera
e uno solo ne restò.

Solo, il povero negretto
in un bosco se ne andò:
ad un pino s'impiccò,
e nessuno ne restò.

domenica 20 maggio 2012

The Album - Spoiler 4

   Capitolo quattro: By the time, o Nuovi maniaci
   Lyrics usate: Won't wake up, can't wake up, won't wake up. / By the time I'm dreaming and you've crept out on me sleepin', tell me how am I supposed to care.
   Spoiler:
   Mi avvicino silenzioso e prendo i miei vestiti dalla borsa che mi sono portato. Mio malgrado, mi fermo ancora a guardarla. Lei si muove nel letto a una piazza e mi accorgo che è sveglia, si gira verso di me con gli occhi cisposi, se li strofina e poi biascica: «Cavolo Michael. Io sto sognando e tu ti avvicini tutto furtivo mentre dormo, che cosa dovrei pensare di te?»
   «Che sono un maniaco?», domando sorridendo. Raccatto i miei vestiti e penso che forse, in fondo, maniaco lo sto diventando.

   Il prossimo capitolo sarà ambientato al mare, tanto per farci agognare le vacanze ancora un po'. Per premiarvi della pazienza che avete mentre vi infliggo il desiderio di vacanza ecco a voi delle foto di Mika in tema con il capitolo.



Ida e Yasmine vincono Mika e lo buttano in acqua xD
Women power!

venerdì 18 maggio 2012

Piagnistei

   Con Harry Potter e l’Odine della Fenice mi spiace dire che giungiamo all’apoteosi del vittimismo di Harry, soprattutto all’inizio del libro. Ma anche a metà. E anche alla fine. Ma lasciamo perdere...

   Ovviamente mi piace molto il fatto che Dudley venga attaccato dai Dissennatori e tutto il discorso che ne consegue con i Dursley, ma dopo quello tutto ciò che segue per un bel po’ di pagine è solo «Oh, il povero Harry è rimasto confinato a Privet Drive per un mese! Oh, il povero Harry deve fare un’udienza! Il povero Harry che deve abbandonare Sirius!» Una palla mortale, insomma.
   Non mi piacciono i personaggi che si auto-compiangono o che vengono vittimizzati per essere compianti dai lettori. Va bene giusto che vengono compianti da qualche personaggio, ma se è fatto apposta per farci pensare “oh povero”, mi dà fastidio.
   Durante tutto il libro poi Harry non fa altro che compatirsi, milioni di sfighe si ritorcono contro di lui, e mi sta decisamente antipatico. Più del solito, a dirla tutta.

   Piuttosto, parliamo di Sirius Black: credo che lui sia uno dei personaggi più a tuttotondo che ci sia mai stato nella saga. Prima di tutto perché ha difetti ben visibili, ma non solo quelli.
   Ogni personaggio, in Harry Potter, è in qualche modo assoluto. Hermione è assolutamente intelligente, Ron assolutamente simpatico, Malfoy assolutamente… assolutamente stronzo, e così via. Sirius invece è incredibilmente coraggioso, ma anche parecchio irresponsabile, è intelligente e astuto, ma tende ad arrabbiarsi spesso e assumere comportamenti infantili che mettono a disagio gli altri, come quando si rinchiude in camera sua e diventa taciturno alla prospettiva che Harry se ne vada. Questo in particolare, anche se è da biasimare, lo accolgo come un comportamento veramente ottimo da parte sua. Voglio dire, è umano! È fantastico! Finalmente qualcuno che ha molte sfumature, qualcuno che non è solo bianco o solo nero. Qualcuno con del grigio e qualche altro colore addosso.
   Inutile dire che la morte di Sirius alla fine del libro è stata da me compianta profondamente da un lato, perché era morto uno dei pochi personaggi “in technicolor”, ma dall’altra non posso che esserne felice. Non uccidetemi, ora vi spiego perché.
   La Rowling, creando questo personaggio, lo ha reso così vero che anche se non viene mai detto esplicitamente, si capisce benissimo che Sirius rimpiange molte cose del passato, e che la sua vita attuale non lo soddisfa, come se fosse depresso, ma a livelli veramente patologici. Si porta dietro un’angoscia terribile e in un certo senso è una liberazione il fatto che lui muoia, da un lato mi ha fatto tirare un sospiro di sollievo. Sembrava una persona infelice, ecco. Azkaban, la reclusione, il suo passato in generale sono tormentati, e quasi mi fa piacere che abbia smesso di assilarcisi.

   Il quinto, comunque, è il libro più esasperante per molti versi. Non solo da un lato c’è Harry – guardatequantosonosfigato – Potter, ma c’è anche… Dolores Umbridge!

Ammettetelo,
la volete morta più di Voldemort

   Da un lato devo ammettere di amarla, perché è proprio lei che fa diventare la storia interessante. Insomma, se non ci fosse Dolores Umbridge non ci sarebbe tutta la faccenda “politica”: il Ministero della Magia che cerca di intromettersi negli affari di Hogwarts, l’Esercito di Silente, le varie punizioni e restrizioni che rendono la vicenda sempre più cupa, e in un certo senso più adulta.
   Credo che sia questo il libro in cui Harry Potter è passato da essere un libro per bambini e ragazzi giovani (seppur apprezzato anche da un pubblico adulto) a un libro sicuramente non per bimbi. Insomma, vogliamo davvero leggere ad un bambino come Harry si squarcia la mano scrivendo “Non devo dire bugie” per colpa di una sadica feticista del rosa? Credo di no.
   Comunque, dicevo che è proprio la Umbridge a portare un po’ di pepe alla storia, sebbene sia il personaggio più odiato, anche da me, visceralmente. Cioè è proprio negativo: è razzista ed è sadica, oltre che essere ottusa e irragionevole fino all'esasperazione. Per cui la parte razionale del mio cervello la ama, quella che invece legge il libro vorrebbe strozzarla ogni volta che compare il suo nome.

   Tuttavia, se devo essere sincera, “L’Ordine della Fenice” è l’Harry Potter che mi piace di meno. In primis perché tutto il libro è farcito di sfighe rivolte ad Harry, che dopo un po’ mi annoiano. Se non ci fossero forse sarebbe uno dei miei preferiti (certo è arduo scegliere il migliore) perché con tutte le vicende che si intersecano nella narrazione è a dir poco perfetto. Purtroppo le lagne di Harry straripano dalle pagine e non riesco proprio a sopportarlo.
   Mah, sarà che la Rowling nei suoi quindici anni lo ha voluto rendere un po' emo.

domenica 13 maggio 2012

The Album - Spoiler 3

   Capitolo tre: Rain, o Frappuccino medico
   Lyric: I'm ready for more then this.
   Spoiler:
   «No, fra una cosa e l’altra da fare ho smesso. Comunque sono stufa di ballare al Jewel, non è proprio il massimo, se lo prendi per il verso sbagliato può essere orribile.»
   «E tu lo prendi così?», domando corrugando le sopracciglia. Sono stranito, se ha resistito per due anni significa che non era proprio distrutta, oppure che era disperata.
   «Diciamo che, ultimamente, ci sto pensando tanto. Vedo quel che sei riuscito a fare tu, poi è morto Pagnin, e mi vengono in mente tutti gli anni scorsi. Ho sprecato tante occasioni. Ma fare la spogliarellista non è il sogno di una vita, diciamocelo, e credo di essere pronta per fare qualcosa di più di questo
When it rains!
Adoro questa foto, e solo per le gocce di pioggia.

sabato 12 maggio 2012

Dolce come il cioccolato - Laura Esquivel

   Devo ammettere che quando ho iniziato a leggere questo libro ero piuttosto scettica. Non mi piaceva molto e credevo che lo avrei presto abbandonato perché troppo triste. Per circostanze di forza maggiore mi sono ritrovata da sola con lui in un viaggio in treno da quasi un’ora… Mi sono letta quasi tre capitoli e da quel momento in poi una delle mie maggiori preoccupazioni nella giornata è stata quella di trovare qualche minuto per andare avanti a leggere, dato che questa è stata una settimana impegnativa. Nonostante questo mi ci sono voluti pochi giorni per finirlo e quando l’ho terminato ero davvero contenta.



La trama

   Siamo nel Messico del 1910, in piena Rivoluzione, e seguiamo le sorti della famiglia De La Garza e dei suoi servitori, ma soprattutto di Tita, la minore di tre sorelle.
   La famiglia De La Garza è capeggiata dalla severissima Mamma Elena, capace di spaccare perfettamente un’anguria solo facendo delle incisioni sulla buccia – e già questo dovrebbe darci un’idea di che tipo di donna è questa –, che ha tre figlie: Rosaura, Gertrudis e Tita.
   L’usanza in famiglia è che la figlia minore si occupi della madre fino alla sua morte, per cui quando un ragazzo di nome Pedro Muzquiz, innamorato di Tita e profondamente ricambiato, chiede la sua mano, questa gli viene rifiutata. Mamma Elena gli propone tuttavia di sposare un’altra sorella: Rosaura. Pedro accetta il compromesso solo per poter rimanere vicino a Tita e vengono così celebrate le nozze. Disastrose nozze, poiché nel preparare la torta del matrimonio aiutata da Nacha, la cuoca che ha insegnato a Tita i segreti della cucina, la ragazza piange nell’impasto della torta e questo provoca una strana intossicazione: gli invitati, nel mangiarla, non possono fare a meno di ricordare il loro amore perduto, e allora un’immensa tristezza s’impadronisce di loro. Il matrimonio culmina in una vomitata collettiva (descritta con talmente tanta audacia e maestria che non fa nemmeno schifo leggerla) perché quello è l'unico modo per smettere di piangere.
   Pedro e Rosaura abitano alla fattoria dei De La Garza e Rosaura ha un figlio da Pedro. Tuttavia l’amore che prova per Tita aleggia nell’aria come i fumi della cucina, di cui Tita è diventata la responsabile dopo la morte della cuoca Nacha. Nei suoi piatti Tita trasferisce il desiderio che sente per Pedro, e in una di queste ricette (quaglie ai petali di rosa) si crea un’alchimia con la quale i ragazzi comunicano, per la quale «Tita era l’emittente, Pedro il destinatario e Gertrudis la fortunata nella quale si creava, grazie al cibo, la sintesi di questo singolare rapporto sessuale.» Per placare questa passione Gertrudis corre a fare la doccia, ma le gocce d’acqua evaporano prima di raggiungere la sua pelle. Il suo aroma di rose si espande così violentemente e velocemente che, a molta distanza, il rivoluzionario Juan sente questo irresistibile aroma, abbandona la battaglia, corre a cavallo fino alla fattoria dei De La Garza e, al suo arrivo, trova Gertrudis che gli corre incontro, ancora nuda, mentre fugge dall’incendio che il suo corpo troppo caldo ha causato nelle docce. Juan la fa salire in sella e i due si allontanano al galoppo presi da passione incontrollabile.
   Data l’attrazione palpabile fra Tita e Pedro, Mamma Elena decide che Rosaura e il marito si trasferiranno altrove. Poche settimane dopo la loro partenza giunge un terribile messaggio: il figlio di Rosaura, il nipote a cui Tita si era tanto affezionata e che aveva allattato al posto di sua sorella con del latte che era scaturito come per magia dal suo seno, è morto. Mama Elena non si scompone alla notizia, al contrario rimane fredda come sempre, e allora tutto il risentimento che Tita prova nei suoi confronti esplode, e la ragazza la accusa di essere la colpevole della morte del nipote e fugge nella piccionaia.
   Giorni dopo Tita è come impazzita: non si è mossa dalla piccionaia, non vuole scendere, si rifiuta di parlare. Un dottore nordamericano amico di famiglia, che ha sempre avuto un debole per Tita, il dottor John Brown, va a prendere la ragazza e la porta in casa sua. Lentamente Tita si ristabilisce e, alla notizia che i rivoluzionari hanno razziato la fattoria e reso la madre paraplegica con un colpo alla schiena, decide di tornare a prendersi cura di lei con l’aiuto del dottor Brown, al quale nel frattempo si è affezionata. Nonostante le cure Mama Elena muore pochi mesi dopo e Rosaura, che ha ereditato la fattoria, e Pedro tornano in paese.
   Ricomincia la convivenza di più relazioni e gelosie: John Brown ha chiesto la mano di Tita e lei ha accettato, così Pedro è geloso per lei e Rosaura, che ha avuto un'altra figlia, è gelosa per le attenzioni del marito verso la sorella.
   Poco prima delle nozze Pedro sorprende Tita nella camera scura dove Mamma Elena era solita fare il bagno e i due finalmente fanno l’amore. Dopodiché Tita non se la sente di sposare John Brown e annulla le nozze.
   Passano gli anni e la figlia di Rosaura, Esperanza, cresce e diventa una ragazza intelligente e bella, e si salva dallo stesso destino di Tita di accudire la madre fino alla morte, perché Rosaura muore a seguito di dolori che l’affliggevano da tempo.
   Dopo il matrimonio di Esperanza la fattoria è svuotata: rimangono solo Pedro e Tita. I due fanno l’amore per l’ultima volta nella camera buia e il loro piacere e il loro amore sono tali da «accendere tutti i fiammiferi che portiamo dentro di noi», come una volta il dottor Brown aveva detto a Tita, così che i due raggiungendo il piacere perdono l’anima in quell’estasi e l’intera fattoria viene scossa dai loro corpi che iniziano a scintillare e brillare, come fuochi d’artificio.


Lo stile

   Probabilmente più che la storia in sé è stato lo stile del libro a conquistarmi. Uno stile che definirei tipicamente sudamericano, ma diverso da qualsiasi altro autore sudamericano che io abbia mai letto. Non schietto e in qualche modo semplice come Gabriel Garcìa Marquez, non naturalmente magico come Isabel Allende.
   Definirei questo libro come un sogno: si sviluppa in mezzo alla nebbia calda e umida degli odori della cucina di Tita, e come in un sogno sembra che ogni cosa abbia contorni sfocati. Gli accadimenti magici che avvengono grazie alle sue ricette sono ben accetti anche se esagerati e davvero assurdi, perché la sensazione è proprio quella di essere in un momento magico dove tutto può succedere. Non mi disturba il fatto che ci siano degli spiriti, o che delle lacrime in una torta facciano ricordare l’amore perduto, o ancora che alcuni fatti siano inspiegabili, perché questo è parte del fascino del libro.
   Il modo di pensare e di prendere la vita della scrittrice traspare in queste righe, e ancora devo dire che è un modo che ho ritrovato in tutti i romanzi di autori sudamericani. Forse è per questo che mi ci ritrovo così bene, è un atteggiamento che un popolo intero condivide e che a me è stato passato in parte dai miei genitori (pur mescolato alle tradizioni italiane ed europee). Questo atteggiamento è qualcosa che condivido, anche se non so come spiegarlo a parole. Se avete letto un qualsiasi romanzo di un autore sudamericano potete capirmi: è quella sensazione di vivere in un mondo dove tutto è naturale e semplice, dove i grandi avvenimenti che sconvolgono il nostro mondo hanno, paradossalmente, meno importanza dei piccoli dettagli e delle storie personali che ognuno si porta dietro.


I personaggi

   Non so chi sia il vero protagonista di questa storia, se la cucina o l’amore. È la prima volta che mi viene da considerare protagonista qualcosa come l’amore o la cucina e non un personaggio nel senso classico del termine. Il fatto è che nel romanzo la cucina dipende dall’amore e l’amore dalla cucina, ed è grazie a questi due elementi che la storia va avanti, più che grazie ai personaggi.
   Per di più, come al solito (non è una novità) la mia Intolleranza ai Protagonisti mi ha fatto destare un po’ Tita e verso la fine anche Pedro. Invece ho adorato Mamma Elena, la serva Chencha e la sorella maggiore Gertrudis.
   Tita, a mio parere, è fin troppo buona. Il fatto che anche dopo tutto quello che Mamma Elena e Rosaura le hanno fatto lei ancora le aiuti e provi pena per loro è assurdo! La rende uno di quei personaggi forzatamente buoni, una di quelle persone perfette che non provano rabbia contro gli altri e sono invece inclini a perdonare e porgere l’altra guancia. Non che persone del genere non esistano (anche se io personalmente non ne ho mai conosciuta nessuna) ma nei libri i personaggi troppo perfetti mi danno fastidio.
   Inoltre mi ha infastidito il rapporto fra Tita e Rosaura, o meglio, l’atteggiamento che Tita ha con Rosaura e la descrizione del carattere di quest’ultima. Tutti i pregi sono andati a Tita e tutti i difetti a Rosaura, tanto che la sorella maggiore è quella grassa, brutta e cattiva che fa le puzze e ha l’alitosi. Mi sembra un modo davvero esagerato e infantile per rendere un personaggio negativo, e questa sensazione di infantilità viene amplificata dal comportamento di Tita, che le rinfaccia le cose come se fosse un bambina di otto anni.

Tita mentre litiga con Rosaura

   A parte questo la prostituta/soldatessa Gertrudis figlia segreta del Mulatto mi ha conquistata, e anche la pettegola e dolce Chencha.
   La mia preferita fra tutte queste donne, comunque, rimane la più cattiva: Mamma Elena. Perché non si può non rispettare una donna che sa tagliare l’anguria a fette precise solo incidendo la buccia! A parte questo fondamentale punto, Mamma Elena è uno dei personaggi con più sfaccettature che ci sono nella storia. Suppongo che questo sia uno dei punti a favore dei personaggi che sembrano così rigidi e inquadrati: all’improvviso viene mostrato un lato di loro che nessuno conosceva, ed è giusto così, perché nessuno ha una sola sfaccettatura! Per di più Mamma Elena è una madre, e tutte le madri hanno dei segreti, per cui quando scopriamo il suo ognuno di noi - madri o figli - può ben calarsi nella parte di Elena o di Tita. La storia di Mamma Elena e del Mulatto è una delle mie preferite, seguita subito dopo da quella di Gertrudis e del soldato Juan.


In conclusione…

   “Dolce come il cioccolato” (titolo originale “Come l’acqua per il cioccolato”, non so proprio perché l’hanno cambiato!) è uno di quei romanzi da leggere una sola volta nella vita, perché future riletture rovinerebbero il libro.
   Dalle riletture ci aspettiamo molto, siamo davvero pretenziosi: vogliamo che un libro ci emozioni come la prima volta, ma questo non è possibile perché sappiamo come andrà a finire e non c’è più la sorpresa! Non sarà mai come la prima volta!
   “Dolce come il cioccolato” è uno di quei libri che non voglio rovinare con delle riletture, che ci fanno vedere il tutto sotto un luce diversa, la luce della ragione e non quella della passione. Lo voglio conservare nella memoria assieme a tutti i sentimenti che mi ha fatto provare alla prima volta, senza che venga “annacquato” da ragionamenti a posteriori.
   In fondo così accade con la cucina: nessuno potrà mai cucinare nello stesso identico modo le Quaglie ai Petali di Rosa, il Brodo di Coda di Bue o i Peperoni in Salsa di Noci, per cui è meglio gustarli con la maggior attenzione possibile e conservarne il ricordo fino a che non finiamo la nostra scatola di fiammiferi.

martedì 8 maggio 2012

Goodbye J.

   Avevo programmato il prossimo post (che doveva essere questo post) come una recensione. Come al solito dovevo recensire l'ultimo libro letto, ma ora non so più se lo farò, perché devo ammettere che questo libro ("Il Pianista", di Wladislaw Szpliman) è tristissimo, e io sono già piuttosto triste per conto mio. Quando sono tristi mi sforzo di pensare a cose allegre, perché penso che forse così la tristezza svanirà prima.

   Oggi, mentre ero a lavorare, mia madre ha portato il nostro cane dal veterinario e lì hanno valutato la situazione e lo hanno soppresso seduta stante.
   Dire che ero preparata all'evenienza è una sciocchezza. In un certo senso avevo tentato di prepararmi, questo sì, perché lui era malato da settimane e nella mia testa pensavo senza nemmeno farmi troppi patemi "Sarebbe meglio che smettesse di soffrire", e tutte quelle cose lì che sembrano tante frasi fatte. Ma quando sono tornata a casa e mia mamma mi ha detto che cos'era successo con questo benedetto appuntamento dal veterinario - che, lo ammetto, una parte di me sperava che risolvesse la situazione magicamente -, non so...
   Sono ovviamente contenta che abbia contenta che abbia smesso di soffrire, negli ultimi giorni era diventato uno spettacolo troppo triste persino da guardare, e i pochi momenti di tranquillità che aveva erano sempre più radi e meno duraturi. La cosa che mi dispiace di più è che non sono riuscita nemmeno a salutarlo per l'ultima volta. L'ultima volta che l'ho visto è stato ieri sera prima di uscire per il lavoro e non l'ho nemmeno salutato bene...
   Ecco, adesso piango.

   Credo che andrò a farmi una doccia.