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domenica 19 novembre 2017

La figlia della fortuna – Isabel Allende

Non ricordo quando ho letto per la prima volta Isabel Allende, deve essere stato in terza media o poco dopo (a pensarci adesso infatti non è che capissi proprio tutti i passaggi), ma è una delle autrici che conosco da più tempo, e della quale ho letto molto. Ricordo ad esempio quanto fossi contenta dell’uscita di “La città delle bestie”, dato che già avevo letto “La casa degli spiriti” e mi era piaciuta. Inoltre la trilogia che ne seguì era per ragazzi, ed ero più felice di leggere una storia più leggera.
Il mio rapporto con la Allende dura da parecchio insomma, anche se è una di quelle autrici con la quale non sono al passo e che leggo sporadicamente, nonostante la apprezzi molto. Mi sono ricordata di lei qualche tempo fa e, non appena ne ho avuta l’opportunità, ho recuperato un suo vecchio romanzo e ho iniziato a leggere “La figlia della fortuna”.

Il 1800 è appena iniziato e Vàlparaiso è una delle cittadine più importanti del Cile. Viene scelta come approdo dai fratelli Sommers, che fuggono da uno scandalo che li ha colpiti in Inghilterra, e lì decidono di mettere radici. La famiglia è composta da tre fratelli, il capitano John, che passa più tempo per mare che in terra, l’uomo d’affari Jeremy e dalla solare e bellissima Rose. Quando quest’ultima si trova davanti alla porta una neonata avvolta in un panciotto la adotta e la cresce come una figlia, dandole il nome di Eliza.
La bambina cresce alla maniera inglese, imparando come ci si comporta da signorina e con tutti gli agi di una lady, pur sviluppando un forte legame con la sua terra grazie alle cure della domestica, una india che lei chiama Mama Frésia. L’idillio finisce quando la ragazza si innamora di Joaquin Andieta, un giovane dalle idee rivoluzionarie con il quale intreccia una relazione passionale, fatta di incontri sussurrati, di sogni per il futuro e di piani per fuggire insieme. Almeno fino a quando non accadono due cose: in California scoppia la febbre dell’oro ed Eliza rimane incinta.
Joaquin si imbarca verso l’avventura e l’ignoto, con l’intento di tornare ricco e sposare Eliza, senza sapere che lei aspetta un figlio. Passano poche settimane e la ragazza, che nasconde a fatica la gravidanza, prende una decisione folle, ma ferma: raggiungerà il suo amato in California.
Grazie all’aiuto di un giovane medico cinese riesce a salire su una nave come clandestina, ma durante la traversata perde il bambino. Quando i due sbarcano a San Francisco scoprono un mondo ricco di possibilità, libero dalle regole che conosceva Eliza e bisognoso dell’aiuto che un medico come Tao Chi’en può offrire.
Tuttavia la California si rivela anche molto diversa da ciò che raccontavano. Invece della terra ricca di pepite d’oro che promettevano esiste solo la fatica dei minatori, un dilagante razzismo contro gli stranieri di ogni dove, che i gringos non fanno che fomentare, e terre ignote e sconfinate, pericolosissime se percorse da soli.
Eliza si mette in viaggio alla ricerca di Joaquin Andieta, pur tenendosi sempre in contatto con Tao Chi’en, cheè diventato il suo più caro amico. Per viaggiare più comoda e sicura si finge uomo, e si spaccia per il fratello minore di Andieta, così che i viaggiatori e le compagnie che trova lungo la strada cominciano a chiamarlo ‘el chilenito’. Ma i mesi passano e i ricordi dell’amante si fanno sfocati, i contorni della sua immagine svaniscono fra le terre selvagge della California, che inghiotte tutti i suoi tentativi. Joaquin Andieta si fa sempre più lontano dal cuore e dalla mente di Eliza, occupata da altre avventure e da nuovi affetti, mentre all’orizzonte comincia a profilarsi l’immagine di un bandito la cui storia assomiglia pericolosamente a quella di Joaquin.

Ultimamente con i libri è un periodo un po’ sfigato. Fatico a trovarne uno che mi catturi e ne ho lasciati molti a metà (fortuna che con la biblioteca i rimpianti sono meno!). Circa a metà di questo romanzo stavo per arrendermi e scartarlo come l’ennesimo che non è stato di mio gusto, perché una buona parte è dedicata all’infanzia e all’adolescenza di Eliza.
All’inizio è piacevole, come tutti i libri della Allende. L’autrice immerge il lettore nella storia con una delicatezza e un calore tali che leggerla è come rientrare a casa mentre fuori nevica, e trovare un camino acceso e dei colori vivaci a darci il benvenuto. Si conoscono i personaggi, si apprezza il ritmo della storia, calmo ma inarrestabile. Dopo un po’, tuttavia, forse proprio per chi già conosce la Allende, la storia comincia a perdere di attrattiva.
L’infanzia dorata e sognante della protagonista, in un Chile presentato in maniera estremamente vivida, somiglia molto a quella di altre sue eroine, tanto che ci si chiede quando finirà. Ma se tenete duro e riuscite a superare lo scoglio, il resto è tutto in discesa. Infatti dopo la partenza di Eliza il romanzo diventa più avvincente, abbandona le tinte rosa che ha mantenuto fino a questo momento e il realismo magico tipico dell’autrice si smorza. Ed ecco che il libro diventa speciale, caratteristico: un romanzo d’avventura, ambientato nel selvaggio west di metà ottocento!

Oltre a questo, ho adorato tutti i personaggi, cosa che fino ad ora non mi era mai successo. Tutti, anche quelli che rimangono in secondo piano o quelli più eclettici, sono veri e adorabili e nascondono una natura umanissima dietro cliché studiati, che definirei più che altro preconcetti. Ogni personaggio si comporta come ci aspettiamo che si debba comportare, almeno fino a un certo punto. Mano a mano che li si conosce si scoprono sempre più segreti, si capisce il perché delle loro azioni e del loro carattere, cambiano assieme alla storia e si lasciano alle spalle il personaggio un po’ maschera con il quale avevano iniziato il viaggio.
Il mio preferito è Tao Chi’en, il medico cinese reinventatosi cuoco su una nave. La storia di Tao Chi’en, per buona parte della sua vita noto solo come Il Quarto Figlio, è avvincente, appassionante, dolce e triste al tempo stesso. Sono rimasta conquistata dalla furbizia di Tao, che trova modo più volte di salvarsi la pelle, è avido di apprendere e, anche se ha vacillato in alcuni periodi della sua vita, si è rimesso in piedi e ha infine deciso di dedicarsi vita ad una causa nobile, seppur pericolosa.
I fratelli Sommers sono alcuni dei miei personaggi preferiti, per forza di cose quella che mi è piaciuta di più è Rose, perché è la più approfondita. Una donna elegante, allegra, che ha preso quel nubilato forzato che lo scandalo le ha imposto come l’opportunità per vivere libera. I piccoli segreti della donna, che vengono svelati tutti solo alla fine del romanzo, le conferiscono un’aura di mistero che non si vuole penetrare, per mantenere intatta la figura affascinante di lei.
Anche il gruppo delle tre prostitute, dette Colombe Infangate, capitanate dalla mastodontica Joe Spaccaossa e accompagnate da Babalù Il Cattivo e da un bambino indiano, mi è piaciuto. A completare il gruppo sarà El Chilenito, che metterà le sue doti di pianista a servizio dell’attività della Spaccaossa, creando con gli altri ciò che più si avvicina a un focolare nelle due carrette trainate da cavalli che usano come rifugio.

L’unica cosa che non ho apprezzato è la fine del romanzo, che secondo me si svolge troppo velocemente. Tutto viene spiegato e sistemato (anche se una parte viene totalmente lasciata all’immaginazione del lettore, e molto lo veniamo a sapere da piccole rivelazioni riguardo al futuro, che l’autrice ha sparso lungo la narrazione), ma troppo in fretta per i miei gusti, come se la narrazione dovesse finire in fretta e furia.
Ho letto il libro sul kindle e quando ero alla fine ho cominciato a chiedermi se il file non fosse danneggiato, perché mi segnalava che stavo per terminare il libro, ma mi sembrava ci fossero ancora così tante cose da dire!, e non potevano essere dette in così poco tempo. Invece la Allende le ha dette, con la sveltezza e il rigore di un riassunto, quasi, e la cosa mi è dispiaciuta.

“La figlia della fortuna” rimane un romanzo godibile, che a tratti mi ha appassionata molto, anche se non lo ritengo uno dei migliori lavori di Isabel Allende.
Ovviamente questo non significa che non leggerò altri suoi romanzi! Avrò sempre un occhio di riguardo per quest’autrice, che ha la capacità di incantare con le sue storie.


venerdì 10 novembre 2017

La ballata di Adam Henry – Ian McEwan

Ci sono autori che mi incutono soggezione, al punto da essere dubbiosa se leggerli o meno. Penso che siano difficili, che serva una particolare conoscenza per capirli e apprezzarli, e ogni volta che inizio un loro libro ho paura di non essere all’altezza. Probabilmente sono intimidita dalle critiche positive ricche di paroloni, o dal fatto che abbiano vinto premi importanti, o anche dai temi trattati nei loro romanzi e mi dico, «Sì, adoro leggere, ma lo faccio per svago».
In questo modo ho affrontato Don DeLillo, con “Zero k”, e ne sono rimasta perplessa e un po’ delusa. Questo era lo stato d’animo con cui mi sono avvicinata a Ian McEwan, scegliendo un romanzo la cui trama trovavo interessante, ossia “La ballata di Adam Henry”, credendo che in questo modo avrei avuto meno difficoltà. Ho cominciato a leggere piena di dubbi e, in poco tempo, mi sono scoperta totalmente assorbita da questo libricino sottile.
A voi la trama (completa, quindi se non volete spoiler non leggete oltre, sciocchi!

Il giudice Fiona Maye lavora alla Sezione Famiglia dell’Alta Corte Britannica e, per arrivare dov’è adesso, ha dato tutto. Assieme al marito Jack, docente di lettere all’università, ha raggiunto una vita stabile e tranquilla, fatta di piccoli riti quotidiani, tenerezze, una bella cerchia di amici e parenti. Unico cruccio è stato non aver avuto figli, né essersi decisi per l’adozione, ma per Fiona è ormai un capitolo sorpassato che torna ogni tanto a farsi sentire, ma mai con decisione.
La narrazione si apre una sera, nell’appartamento della coppia. La protagonista sorseggia uno scotch, senza sapere come reagire alla confessione del marito, che le ha appena rivelato di averla tradita con una donna più giovane. Nel bel mezzo della litigata con Jack, che le rinfaccia di essersi allontanata e di essere diventata fredda con lui, Fiona riceve un’urgente telefonata di lavoro.
Il giorno dopo, ancora turbata dalla situazione a casa, incontra i signori Henry, contro i quali l’ospedale che ha ricoverato il figlio ha intentato una causa. Adam Henry è malato di leucemia e solo una trasfusione può salvarlo, tuttavia i genitori la rifiutano in quanto testimoni di Geova. Fiona ascolta le deposizioni dei genitori, dei membri della loro chiesa e degli specialisti che hanno in cura il ragazzo, infine decide di andare a parlare con Adam.
Il giovane che si trova davanti è fermamente convinto dei precetti della propria fede ed è d’accordo con i genitori nel non procedere con la trasfusione. Fiona lo ascolta attentamente, cercando di decidere quanto il ragazzo sia padrone di sé stesso, quanto sia influenzato dai genitori e dalla propria religione. Adam ha quasi diciotto anni e il confine fra la sua volontà e la legge che protegge i minori è più labile. Fiona scorge nel ragazzo un grande entusiasmo per la vita, è intelligente, brillante, divertente e ha un vero talento per suonare il violino. Si pronuncia in favore dell’ospedale e Adam Henry ha salva la vita.
Passano i mesi e la situazione di Jack e Fiona diventa stabile, seppur tesa. Lui ha lasciato l’amante ma non smette di essere adirato con la moglie per essersi allontanata, mentre la situazione rende lei ancora più caustica nei suoi confronti. Nel frattempo Fiona viene a sapere da una lettera di Henry stesso che il ragazzo si è ripreso, inoltre chiede più volte di incontrarla e le parla dei dubbi che ha sulla propria fede. Una sera, mentre Fiona partecipa ad una trasferta per lavoro, il giovane la bracca e la costringe a parlargli, riuscendo a rubarle un bacio a fior di labbra. Fiona lo carica su un taxi e lo rimanda a casa, cercando di dimenticare il prima possibile la faccenda.
Qualche mese dopo viene a sapere che Adam è morto. Ripresentatasi la leucemia il ragazzo ha rifiutato la trasfusione e non è sopravvissuto. È allora che Fiona si rende conto della leggerezza che ha usato con lui, rifiutando l’aiuto che egli chiedeva. Confessa tutto a suo marito Jack, in una serata che li riappacifica e distende finalmente i loro rapporti, permettendo a entrambi di tornare a capirsi.

Questo libro ha l’onore di essere l’eccezione che conferma la regola. Invece di fare come mio solito infatti, e lasciare la trama a metà per farla scoprire ai lettori, l’ho raccontata tutta senza tralasciare dettagli. Era come se avessi bisogno di farlo per poter analizzare il romanzo, e quindi ecco qui! Il fatto è che per parlare di “La ballata di Adam Henry” non si può lasciare la trama a metà, perché è pieno di emozione dalla prima all’ultima pagina.
Intanto cominciamo con il dire una cosa, ho trovato angoscioso come Fiona si accorga alla fine, quando è ormai troppo tardi, di aver rifiutato aiuto al ragazzo. Senza rendersene neanche conto, ha pensato che Adam si fosse preso una sorta di cotta adolescenziale, ha messo subito da parte i suoi dubbi riguardo alla religione, senza capire che quello che lui cercava era un guida, e la stava cercando in lei. I rimpianti di Fiona sono comprensibili e smuoverebbero un cuore di pietra: se fosse stata più attenta, se  si fosse confidata con qualcuno e avesse chiesto consiglio, se avesse incontrato il ragazzo o i suoi genitori, forse lui sarebbe vivo. Invece ha tenuto tutto nascosto e Adam è morto in quello che sembra un suicidio mascherato dietro convinzioni religiose – convinzioni che il ragazzo non condivideva più.
E il personaggio di Adam… non ci sono altre parole, è meraviglioso! McEwan ha dipinto l’età più bella, più luminosa, in maniera vivida e potente. L’entusiasmo, la scontrosità, le disperazioni e le gioie che sembrano non avere mai fine durante l’adolescenza, come se non ci fosse un domani e i ragazzi dovessero rimanere ragazzi per sempre. Ho adorato Adam Henry, mi ha commossa e mi ha fatto tenerezza, come pochi personaggi letterari hanno saputo fare.
Oltre a questo il tema della religione mi ha fatta riflettere molto, ma come al solito non sono arrivata a nessuna conclusione! Tuttavia mi ha colpita l’immagine dei coniugi Henry, che combattono per tener fede alle loro convinzioni, d’accordo con loro figlio, ma piangono di gioia quando il verdetto del giudice lo salva da una morte certa. Piangono perché non verranno espulsi dalla loro comunità per aver optato per la trasfusione, ma allo stesso tempo avranno il loro figliolo salvo perché non possono opporsi alla decisione del tribunale e Adam vivrà. Hanno, come si suol dire, la botte piena e la moglie ubriaca.
L’immagine della coppia devota che, pur costretta ad andare contro i suoi principi, ne è felice, mi ha lasciato destabilizzata. Comprensibilissimo certo, con me poi, che non sono mai stata credente, si sfonda una porta aperta. Tuttavia mi ha colpita come la fede e l’amore per i propri cari entri in conflitto, e come esistano persone che mettono avanti il proprio credo anche alla vita, e non so dire se sia bene o male.

Per concludere, questo romanzo da un centinaio di pagine mi ha tirato fuori considerazioni che libri ben più lunghi non hanno saputo nemmeno stuzzicare! Alla luce di ciò, l’unico modo in cui mi sento di concludere è dicendo: lo consiglio proprio a tutti.

venerdì 3 novembre 2017

Paris – Edward Rutherfurd

Non sono nata con la passione per il viaggio, da bambina non mi immaginavo in terre lontane, vestita da esploratrice, a scoprire nuovi mondi. Fu una gita scolastica a Parigi a insegnarmi la bellezza di scoprire una città nuova, sentire l’atmosfera che vi si respira, fare attenzione ai piccoli dettagli che la rendono diversa da ciò che conosciamo.
Complice il fatto di essere abbastanza grandi e in compagnia di ragazzi più piccoli, cui i professori prestavano più attenzione, invece di una gita sembrò una vacanza fra amici. Ricordo le corse in metro per rispettare gli orari imposti dagli insegnanti, ma anche le soste nei parchi a riposare e guardarci in giro, i musei immensi, i colori vividi della città, le stradine tortuose e i grandi viali. Ricordo la sensazione di serenità, come se tutto corresse veloce attorno a me ma io avessi la possibilità di prendermela con calma e godermi il momento.
Ho sempre una parola buona da spendere per Parigi e da quando l’ho lasciata attendo solo il momento di tornarci (è che ci sono così tanti posti da vedere, e un luogo nuovo suscita sempre più curiosità di uno già visitato). Per questo probabilmente fui così felice quando scoprii un romanzo storico ambientato proprio a Parigi, che ripercorre la storia della città dal medioevo all’illuminismo, dalla rivoluzione francese al periodo dorato della belle epoque, per poi sprofondare nell’occupazione tedesca e nel periodo della resistenza.

La narrazione si apre nel 1885, il giorno dei funerali di Victor Hugo. Come era stato festeggiato il suo ritorno in Francia dopo l’esilio, allo stesso modo la gente scende in piazza per dargli il definitivo addio. La folla si accalca nelle strade della capitale per omaggiare il grande autore seguendo il corteo funebre, ma le persone sono così tante che Thomas Gascon è costretto ad arrampicarsi su un edificio per vedere qualcosa, ed è in quella che vede una ragazza, così bella che decide che un giorno la sposerà.
Ci vuole un po’ per scoprire se Thomas riuscirà o meno nel suo intento. Infatti mentre lui e suo fratello Louis si arrangiano come possono per procurarsi da vivere (chi come operaio per monsieur Eiffel e chi come cameriere al Moulin Rouge), altre vicende e altri personaggi compaiono nella narrazione. I Gascon sono infatti solo una delle famiglie coinvolte, e nemmeno la più antica.
Abbiamo Jaques Le Sourd, discendente di colui che veniva soprannominato Ammazzaratti di Parigi, ed erede di nulla più che un sentimento di odio verso i nobili che hanno assassinato suo padre e il desiderio di vendetta verso uno di loro in particolare. La famiglia De Cygne, nobili con un titolo più importante delle loro finanze, che tuttavia godono ancora di una certa reputazione, nonostante la posizione dei nobili sia sempre più in discussione. Dall’altro lato i tre fratelli Blanchard, borghesi il cui padre ha saputo mettere in piedi un impero e facenti parte della nuova classe di ricchi. Infine la famiglia di Jacob il mercante, ebrei tornati a Parigi da poche generazioni, ignari dei pericoli che il secolo breve ha in serbo per loro.
Queste famiglie sono la rappresentazione di ciò che significava far parte di una determinata classe sociale, in un periodo in cui i contorni delle classi sociali, una volta netti, cominciano a sfaldarsi e mischiarsi. Le vicende principali inoltre hanno luogo in un paese ancora in subbuglio, fra sostenitori della monarchia e della repubblica, fra chi spera in un secondo Napoleone e chi curiosa fra marxismo e leninismo, senza dimenticare le glorie della rivoluzione e gli orrori del terrore.
La storia principale copre un arco di circa cento anni ma, a fare da stacco nei modi e nei momenti giusti, le vicende della Parigi antica, quella dove le famiglie che impariamo a conoscere sono protagoniste di vicende che cambieranno il corso della loro storia futura. La città medievale ci racconta delle origini della famiglia di Jacob ben Jacob e di come si salvò dalla cacciata degli ebrei dalla Francia. Anni dopo scopriamo come i Le Sourd abbiano radici profonde nella storia della città, seppure come ladri e ingannatori. La corte del re Sole invece narra come la famiglia De Cygne si salvò dall’oblio, e prima ancora come una ramo raggiunse il nuovo mondo e lì prosperò, nelle sconfinate terre del Canada.
 
La zona di Parigi denominata Maquis, la Macchia,
dove vivevano le famiglie più povere.
Leggendo “Paris” è subito chiaro che Rutherfurd ha compiuto un grande lavoro di studio, spaziando in ogni campo toccato dalla narrazione. Dalla storia della città e della Francia ai piccoli particolari dei sobborghi di Parigi, come il Maquis abitato dalla famiglia Gascon (che oggi non è più un sobborgo ma fa parte del cuore della città). Da questioni tecniche su come vennero costruite la torre Eiffel e la Statua della Libertà, ai giardini di ninfee di Claude Monet, che egli stesso fece costruire e coltivò nella sua proprietà. Molto spesso si tratta di dettagli che poco hanno a che vedere con la storia, ma che hanno il potere di renderla più reale.
I fatti storici sono veri e verificabili e anche i personaggi che non sono nati dalla penna dell’autore (Monet, Eiffel, Hemingway) hanno un realismo tutto particolare. Mi è capitato di leggere altri romanzi nei quali comparivano figure storiche realmente esistite, e non sono mai sembrati naturali. Gli autori muovevano questi personaggi in modo goffo, intimiditi dalla loro fama. Mi sembrava di avere a che fare con personaggi che l’autore non riusciva a far quadrare, con i quali aveva timore di sbagliare pur essendosi documentato. Rutherfurd invece è riuscito a rendere protagonisti anche pittori, autori e politici di spicco come se fossero personaggi inventati. Non avevano più importanza di altri, non declamavano frasi poetiche, ed era facile immaginarli a Parigi in un bistrot o a passeggio in un parco assieme agli altri protagonisti, dimenticandosi che hanno fatto la storia e vedendoli come semplici persone, esattamente come dovevano apparire all'epoca.

Devo ammettere che è passato un po’ di tempo da quando ho finito di leggere questo libro. Solo ora mi decido a scriverne la recensione e, nel frattempo, è finita una stagione, ho finito di leggere altri romanzi, ho appeso dei quadri in casa e i ricordi di questo libro sono sbiaditi. Per un attimo, prima di iniziare, avevo la tentazione di lasciar perdere perché non ricordavo alla perfezioni tutto e mi dispiaceva non essere precisa, perché l’ho letto con gli occhi che brillavano.
Se avessi scritto subito cosa pensavo di “Paris” ne sarebbe venuto fuori molto di più. Eppure anche così, a qualche mese di distanza, mi scopro a pensare con nostalgia alle atmosfere della vecchia Parigi, e il desiderio di tornarci è sempre più grande.
Leggerò altro di Edward Rutherfurd, questo è certo, a quanto ho capito i suoi romanzi sono più o meno dello stesso stampo, ma tutti in luoghi diversi. Un ottimo modo per scegliere la prossima destinazione delle vacanze!

Parigi, quartiere di Montmartre, oggi.

lunedì 25 settembre 2017

Igiene dell'assassino - Amélie Nothomb

Ogni tanto decido di cambiare la citazione di inizio colonna, a sinistra del blog. Perlopiù sono frasi che hanno a che vedere con l’argomento principale del blog, quindi scrittura, libri, lettura e tutto ciò che vi ruota attorno.
Non appena ho iniziato a leggere questo libricino di poche pagine, qualche settimana fa, ho pensato subito che avrei trovato delle citazioni che potevo utilizzare, e in effetti non si è smentito. “Igiene dell’assassino”, di Amélie Nothomb, regala perle che valgono la citazione, e inoltre ve ne sono parecchie collegate all’argomento del blog, essendo uno dei protagonisti uno scrittore. Ma a inizio lettura non potevo indovinare quanto sgomento e malessere avrei provato leggendolo. E nemmeno quante risate mi sarei fatta, almeno fino ad un certo punto.

 L’autore premio nobel Pretextat Tach ha ancora un mese di vita e, in barba all’odio che prova per il mondo e il genere umano, ha deciso di concedere la sua prima intervista in una carriera durata almeno sessant’anni.
Il vecchio intimidisce già prima di incontrarlo, si tratta infatti di uno scrittore di grande fama e di una figura tanto lontana dai riflettori, tanto peculiare, che nessuno sa cosa aspettarsi. A prima vista si rimane sconvolti. Pretextat Tach è talmente obeso che per muoversi ha bisogno di una sedia a rotelle, è calvo, ma ha la pelle liscia, luminosa e morbida come quella di un neonato. L’incanto si spezza quando apre bocca.
Il divertimento unico dell’autore sembra essere quello di ridicolizzare i giornalisti che vogliono intervistarlo. Li sciocca con descrizioni dettagliate della sua dieta malsana e rivoltante, ribalta le loro stesse parole ingannandoli con la sua dialettica raffinata, allenata da anni di scrittura, li deride sottilmente e rende vano ogni tentativo di avere una conversazione logica. Almeno fino a che non arriva l’ultimo giornalista.
La giovane donna che comincia l’intervista a Tach prende in mano la situazione immediatamente, avendo intuito che il vecchio non ha la minima intenzione di essere intervistato, piuttosto desidera un passatempo crudele. Una volta messo in chiaro che lei non è lì per intervistarlo la giornalista gli svela il vero motivo per cui ha voluto incontrarlo: ha scoperto il suo segreto più grande, rivelato al mondo intero e quindi automaticamente celato nel migliore dei modi, e ha intenzione di farglielo confessare.

Mentre stavo scrivendo la trama ragionavo sul fatto di raccontarvi o meno svolgimento e finale ma poi, per rimanere fedele al mio principio di far scoprire i bei libri ai lettori, ho deciso di tacere. Per la prima volta ammetto che è stato difficile, perché vorrei parlarvi di molti degli aspetti di questo romanzo, che mi ha stupita e a tratti angustiata.
Il romanzo è quasi del tutto dialogato. Pochissime descrizioni, quasi tutte per inframmezzare il discorso e descrivere i movimenti dei protagonisti, o il loro tono di voce. Non c’è introspezione dei personaggi, ma questi si descrivono da soli, parlando. Così sembra proprio di conoscerli come si conosce una persona nella realtà: parlandole. Una persona ci può nascondere i suoi veri pensieri, si può tradire con certe espressioni, che valutiamo in base a cosa dice e come lo dice, e qui sta la forza del dialogo. Da questo punto di vista trovo che la Nothomb abbia fatto un lavoro eccellente. Non è facile far intendere la natura di un personaggio lasciando allo stesso la propria descrizione e solo con dei dialoghi, soprattutto se è un personaggio eclettico, ma lei ce l’ha fatta.
Ciò che ho preferito del romanzo è stato il lessico. Alto, ricercato, oscuro. Mi è capitato persino di dover usare il dizionario qualche volta, e ho l’impressione che l’autrice abbia scelto apposta vocaboli desueti o molto precisi, un po’ per caratterizzare il personaggio, un po’ per arricchire la storia e costringere il lettore all’attenti. Infatti si deve seguire con attenzione ogni passaggio per poterlo comprendere, ogni frase è un capolavoro di complessità grammaticale. Leggere questo libro è stato un piacere anche perché ogni singola virgola sembrava ponderata, ogni parola soppesata e ogni frase piena, ricca, essenziale in ogni sua particella. Mi viene in mente una citazione di “L’eleganza del riccio” di Muriel Barbery, che mi è sempre piaciuta:
Io credo che la grammatica sia una via d’accesso alla bellezza. Quando parliamo, quando leggiamo o quando scriviamo, ci rendiamo conto se abbiamo scritto o stiamo leggendo una bella frase. Siamo capaci di riconoscere una bella espressione o uno stile elegante. Ma quando si fa grammatica, si accede a un’altra dimensione della bellezza della lingua. Fare grammatica serve a sezionarla, guardare come è fatta, vederla nuda, in un certo senso. Ed è una cosa meravigliosa, perché pensiamo: “Ma guarda un po’ che roba, guarda un po’ com’è fatta bene! Quanto è solida, ingegnosa, acuta!”
Questo è, grossomodo, quello che ho pensato lungo tutta la lettura di “Igiene dell’assassino”.
 
L'autrice, Amélie Nothomb

Ma non c’è solo forma in questo libro, c’è anche una storia agghiacciante dietro. Il protagonista narra di una situazione inverosimile, quasi fantastica tanto è irreale, che suscita disgusto e quella morbosa curiosità di cui, chi più chi meno, tutti siamo dotati e che forse è insita nel genere umano. Il finale lascia interdetti, personalmente non l’ho apprezzato perché mi è parso cinico. Tuttavia ammetto che è d’effetto, coglie impreparati e lascia di stucco.
Altra cosa che mi ha stupita è che questo è il primo romanzo della Nothomb, pubblicato nel 1992 quando aveva solo ventisei anni.


Che altro dire di “Igiene dell’assassino”? Solo che vale la pena leggerlo, perché nessuna descrizione, recensione, riassunto, commento, potrebbe mai spiegare l’ingegnosa astuzia di questo libro, che cattura sin dalle prime pagine e non molla neanche una volta finito.

giovedì 10 agosto 2017

Il genio e il golem - Helene Wecker

Finalmente trovo del tempo per parlare di un romanzo che ho letto in un baleno e che ho adorato tantissimo, ma del quale non sono ancora riuscita a scrivere la recensione. Un po’ è stato per mancanza di tempo, poi per il pc che ha deciso infine di dirmi addio (vi scrivo da un nuovo pc, regalato in gran gruppone da Famiglia e Fidanzato per il compleanno), e alla fine perché sono andata in ferie e mi sono staccata da tutto.
Ma eccomi di ritorno, ed ecco che finalmente posso sbrodolare il mio aMMore per “Il genio e il golem”, di Helene Wecker.


Siamo nel 1899, in una cittadina dell’est Europa. A Jehuda Schalmaan, un ex rabbino caduto in disgrazia che si è lasciato sedurre dai segreti della quabbala, viene commissionato un golem con fattezze di donna, destinato a diventare la moglie di un giovane ereditiere di incredibile stupidità. L’uomo è infatti riuscito a perdere tutto il suo patrimonio in pochi anni, così usa gli ultimi averi per una moglie fantoccio e un biglietto di sola andata verso New York.
Il golem viene creato, imbarcato in terza classe, e lì gli viene dato il soffio della vita. Il suo padrone muore a bordo del transatlantico a causa di un’appendicite che aveva trascurato e la creatura sbarca a Staten Island, trovandosi in una città immensa, in mezzo a persone in carne e ossa. Non sa come comportarsi, dove andare, e i desideri della gente che percepisce a causa della sua natura la disorientano e la esasperano, come un mormorio in costante crescita nel cervello.
Proprio mentre la golem sta per perdere il controllo un uomo gentile la aiuta e la porta via con sé. Si tratta del vecchio Avram Meyer, un rabbino ben inserito nella comunità ebraica di New York. Intuisce che la golem non è un essere umano e, un po’ per proteggere lei, un po’ per proteggere gli abitanti della città, la prende sotto la sua ala. Le insegna come vivere, le trova un lavoro in un panificio e intanto studia un modo per darle la possibilità, se lei lo desidera, di legarsi a un nuovo padrone. La golem è infatti bombardata dai desideri di tutti gli umani, non avendo più un unico padrone da servire, e dal costante bisogno di soddisfare le più disparate necessità: la fame dei bambini per strada, il bisogno di denaro, la solitudine, la paura che avverte negli altri.
In ultimo, prima di lanciarla nella chiassosa e vivissima New York, il rabbino Meyer dà un nome alla golem: si chiamerà Chava, che significa vita.

Siamo nel quartiere turco di New York, un isolato in cui sembra di entrare in un mondo differente. Le insegne dei negozi sono scritte in turco, il profumo che aleggia nell’aria è speziato e colpisce le narici, l’inglese lascia il posto ad altre lingue e tutto ciò si mischia fino a formare una comunità piccola ma unita e forte, in cui le tradizioni vengono onorate e nessuno è mai lasciato a sé stesso.
In questo ambiente lo stagnino Boutrous Arbeleey vede comparire una creatura che, da millenni, è leggenda. Un djinn, un genio del deserto, compare nel suo negozio dopo che lui tenta di incidere un’oliera che deve riparare. L’essere non sa perché si trova lì dentro, né come ci sia arrivato, sa solamente di essere prigioniero, ma non sa dove sia né chi sia il suo aguzzino.
Restio a far parte della comunità, il genio comincia suo malgrado a inserirsi quando si rende utile in bottega forgiando piccoli gioielli in rame o argento con il solo calore delle mani. Ma la sua curiosità e la voglia di libertà sono tali che si trova a esplorare tutta New York, dai tetti in cui si rifugiano i disgraziati, ai palazzi imponenti dei ricchi, fino a giungere al quartiere ebraico.
Lì il genio, che si fa chiamare Amhad, fa un incontro che determinerà non solo la sua esistenza, ma anche quella della strana creatura che vede per la prima volta di sfuggita, e che scappa di fronte a lui. Una donna fatta di terra.


Helene Wecker
È passato un bel po’ di tempo da quando ho letto questo romanzo ma spero di riuscire a parlarne come si deve perché se lo merita. In tutta onestà, è passato talmente tanto di quel tempo che non so bene da dove cominciare.
Ero scettica all’inizio, la trama sembrava interessante ma avevo anche paura di imbattermi in un romanzo poco curato e pieno di cliché, il classico romance soprannaturale che si trova oggi e che io non amo. Lo presi in biblioteca pensando che, al massimo, lo avrei restituito di lì a poco. Invece sin dalle prime pagine rimasi affascinata e continuai a leggere.
Lo stile è scorrevole, semplice, privo di fronzoli, ma con un linguaggio concorde all’epoca in cui si trovano i protagonisti. Una delle prime cose che si notano è il lavoro di informazione che la Wecker ha eseguito, sia sulle usanze e le tradizioni delle due culture (quella musulmana e quella ebraica) dal cui folklore ha attinto, sia riguardo alla New York di fine ‘800. ‘Il genio e il golem’ trasporta in quell’epoca, in quella città.
Penso che metà di questa magia sia compiuta dall’abilità dell’autrice, ma l’altra metà è tutta dovuta alle descrizioni, ai dettagli riguardo luoghi e usanze. Con un contesto vago o un’accuratezza minore non si avrebbe avuto lo stesso risultato, la stessa sensazione di essere lì, la voglia di poter tornare indietro in quel tempo, in quel luogo. Personalmente avrei tanto voluto potermi trasportare a New York, nel 1899, per incontrare tutti i meravigliosi personaggi di questo romanzo.

Una menzione particolare va ai personaggi, perché sono tanti e tutti splendidamente raccontati.
I protagonisti hanno caratteri molto diversi ma quello che mi piace è che hanno un background, insegnamenti ed esperienze, che li hanno formati per essere così. I loro pensieri, il modo di agire e interagire con quel mondo circostante che non conoscono, dipende da questi insegnamenti, strettamente legati alla loro natura di golem e di genio. Chava ad esempio è molto attenta alle conseguenze delle sue azioni perché, percependo i desideri delle persone, capisce benissimo che ogni suo movimento, parola detta o non detta, ha delle ripercussioni sugli altri. Al contrario Ahmad è abituato a vivere libero nel deserto, è insofferente alla prigionia e non è interessato agli esseri umani, che vede come esseri inferiori e talvolta pericolosi. Per questo esplora la città, per sentirsi libero, per questo esaudisce ogni suo capriccio senza curarsi degli altri.
I personaggi di contorno poi sono molto accurati. Le loro storie vengono raccontate senza fretta, come se fossero racconti nel racconto, ma alla fine tutti i fili si intrecciano a formare una fune. Mi è piaciuto leggere soprattutto della comunità turca di Washington street, e più di tutti mi è rimasto nel cuore Mamoud Saleh, il gelataio che non può guardare le persone negli occhi.
Per quanto riguarda gli antagonisti, anche se c’è un cattivo ben definito, non me la sento di condannarlo. Anche la sua vita viene raccontata nei particolari e, quando infine si risolve uno dei misteri del romanzo, si scopre che nonostante tutto non si può avercela con lui per come ha agito. Personalmente, adoro quando questo accade. Quando l’antagonista viene dotato di desideri positivi, motivazioni concrete che vanno oltre il voler fare del male o agire perché si è pazzi, per vendetta, o per brama di potere. Certo, Yehuda Schaalman è un uomo malvagio, egoista, approfittatore, ma la vita e la situazione in cui va a trovarsi lo hanno segnato, ma chi può biasimarlo se desidera rubare un po’ di felicità?

La trama è molto lineare, almeno fino a metà libro circa. La prima parte viene usata più che altro per contestualizzare personaggi e situazioni, per farci conoscere i protagonisti, narrare le storie parallele e costruire le basi di quello che diventerà il fulcro della trama. Nonostante questo non diventa mai noiosa o prolissa. Al contrario immerge lentamente il lettore nella vicenda e lo avvolge con dolcezza.
Non vi dirò molto, perché questo è uno di quei libri che meritano di essere scoperti. Ad un tratto ogni storia comincia ad avere maggior rilevanza, fino a che non si uniscono a svelare il grande segreto che è la ragione di questo racconto, imprevedibile e brillante. Leggere ‘Il genio e il golem’ è come guardare da vicino un tappeto, seguire il percorso di ogni singolo filo, riconoscere le mille sfumature, passare le dita sulle diverse consistenze, per poi allontanarsi pian piano e scoprire il disegno che formavano.


Mentre leggevo ‘Il genio e il golem’ ero entusiasta. Ne parlavo con chiunque fosse disposto ad ascoltarmi, probabilmente ero molto noiosa perché mi dilungavo parecchio ma, evidentemente, il luccichio dei miei occhi impediva alla bontà dell’interlocutore di interrompermi. Forse ho ammorbato anche voi ma se questo è servito anche solo a mettervi la curiosità addosso, allora ne sono felice.
Consiglio caldamente la lettura di questo libro e mi dispiace che non abbia avuto qui in Italia il successo che secondo me merita. Non è scontato, non è una lettura che vuole ad ogni costo essere piacevole o accattivante, e già questi sono segni di una scrittura per ragazzi più matura di quello cui le vetrine dei negozi ci hanno abituati. È una storia che appassiona, che fa innamorare di luoghi e personaggi, fa volare con la fantasia e trasporta in un mondo speciale.

venerdì 19 maggio 2017

I miserabili vol. III - Victor Hugo

Ultimo volume dell’edizione dei “Miserabili”, ultima recensione. Lascio l’ammore che ho provato e lo sbrodolare dei sentimenti per dopo, altrimenti non ci sarebbe riassunto. Di recente ho anche rivisto il film musical di qualche anno fa e lo struggimento per i personaggi è, se possibile, aumentato.
La cosa assurda è che ricordo di aver avuto moltissime remore a leggere questo libro, soprattutto per la mole, ma dopo aver visto per la prima volta il film mi era piaciuto così tanto che mi sono detta di provare. L’occasione di leggerlo è capitata per caso, anni dopo, e ho scoperto due cose. Primo, i bei film tratti dai classici mi spingono a volerli leggere a qualunque costo (con i bei film di storie contemporanee non è così scontato). Secondo, posso reggere la lettura di tomi di oltre mille pagine – scritti piccolo, ovviamente – senza crollare, cosa che ho sempre un po’ il timore di fare.
Quindi ecco, a voi l’ultima recensione dei Miserabili, che potrebe essere seguita da molti, moltissimi altri libri cicciotti.


Marius e Cosette si vedono ogni sera di nascosto da Jean Valjean, e sono sempre più innamorati. Il loro idillio viene distrutto quando il padre della ragazza decide di partire per l’Inghilterra, per paura di essere ancora braccato dall’ispettore Javert.
A quella rivelazione Marius torna dal nonno per chiedergli il permesso di sposarsi ma il vecchio, troppo distratto dalla felicità per il ritorno del nipote che ha sempre amato, non lo prende sul serio. Marius torna da Cosette ma la casa è già stata abbandonata. Il giovane decide di unirsi alla rivolta organizzata dagli amici, credendo di non avere più nulla da perdere e preferendo rischiare di morire piuttosto che vivere senza il suo amore.
Il giorno dei funerali del generale Lamarque, personaggio pubblico che sempre era stato dalla parte del popolo, il gruppo di studenti capeggiato dal giovane e carismatico Enjolras, erige una barricata e organizza la resistenza.
Assieme a lui ci sono il piccolo Gavroche, Marius, l’ispettore Javert sotto copertura e la giovane Eponine, travestita da uomo. Poco dopo vengono raggiunti da Jean Valjean che, scoperto l’amore di Cosette per Marius e venuto a sapere che quest’ultimo cerca la morte alla barricata perché crede di aver perso la ragazza, va a vegliare su di lui.
Gli scontri hanno inizio ma Javert viene subito denunciato come infiltrato e improgionato. Il suo destino sarà essere fucilato, ma Enjolras decide di attendere fino a che non saranno quasi finitre le munizioni, per non sprecarne di preziose. Per ovviare allo scarseggiare delle munizioni il piccolo Gavroche supera la barricata e comincia a raccogliere dei bossoli, ma viene ucciso dai soldati. Un ragazzo sconosciuto salva Marius, venendo ferito allo stomaco, e il giovane scopre che si tratta di Eponine, che muore poco dopo. Viene nel frattempo deciso che Javert deve essere fucilato, così Jean Valjean chiede di essere lui a uccidere il traditore ma, quando si trova solo faccia a faccia con Javert, finge solo di ucciderlo e lo libera.

I soldati superano la barricata e uccidono tutti i rivoltosi, tranne Marius. Il ragazzo sviene a seguito di un colpo alla testa, Jean Valjean lo carica sulle spalle e si cala nelle fogne per portarlo lontano dalla battaglia e impedire ai soldati di fucilarlo. Vaga nelle fogne fino a trovare un’uscita, vicino alla quale si nasconde Thenardier.
Una volta salvato Marius, Jean Valjean pensa che Javert, al quale aveva dato il proprio indirizzo per convincerlo delle sue buone intenzioni, stia per andare ad arrestarlo, ma questi non si presenta. L’ispettore Javert, che ha passato tutta la vita a disprezzare i criminali come Jean Valjean, non accetta di essere in debito con lui. Più di tutto non accetta un mondo dove un ex forzato ha lavato le sue colpe, dove tutte le sue sicurezze, di Javert, sono crollate e tutto ciò su cui ha basato la sua vita è falso. Per questo motivo l’uomo si suicida gettandosi nella Senna.

Mesi dopo Marius e Cosette sono sposati, tuttavia il giovane non sa che è stato Jean Valjean a salvarlo e, dopo alcune ricerche, si convince che egli è un ladro, che ha derubato il sindaco Madeline. Lo allontana dalla sua vita e da quella di Cosette. Il vecchio Jean Valjean ne è distrutto e cade in una profonda depressione.
Convinto di ottenere in cambio del denaro, Thenardier si presenta da Marius e svela al giovane che Jean Valjean è un ex detenuto e che per anni si è nascosto sotto il nome di signor Madeline, diventando persino sindaco di una città. Gli dice inoltre che il vecchio è un assassino, che lui stesso lo ha visto mentre trasportava un cadavere nelle fogne. Marius, compreso l’enorme errore che ha fatto, caccia via Thenardier e assieme a Cosette si precipitano da Jean Valjean.
L’anziano signore, provato dall’infelicità, è ormai in fin di vita. L’ultima sua gioia è quella di morire sapendo che Marius lo ha perdonato e che Cosette è felice. Spira mentre i giovani piangono ai suoi piedi.


Mettere per iscritto qualcosa in questo momento mi viene complicato. Nonostante gli alti e bassi (perché di un romanzo di così ampio respiro non si può pretendere di apprezzare ogni singola cosa) ho veramente amato “I miserabili”.
Come sempre ci sono degli approfondimenti particolari su cui Hugo si è soffermato. Quello che non ho apprezzato molto e che ho persino saltato è stato quello sulle fogne di Parigi, senza dubbio interessante ma molto pesante da leggere.
Invece mi è piaciuta molto la digressione sulle barricate, uno dei metodi che furono più in voga fra il popolo per fomentare le rivolte. Quella descritta da Hugo nel libro non è, perdipiù, inventata per l’occasione. Alla morte del generale Lamarque vi furono molti disordini, la barricata è solo uno di quelli e, oltre a far parte del romanzo, fa parte della storia. L’ho apprezzato non solo perché è veritiero, o perché ci fa pensare che questi fatti possano davvero essere accaduti, ma perché porta il lettore ad una consapevolezza nuova. I fatti che mandiamo a memoria per studio o passione diventano un’ideale, un atto di coraggio, perdono la loro umanità. Hugo ha permesso a questi fatti di scomporisi e diventare sfide personali, più vicine a noi. Potranno non essere esistiti proprio Enjolras, o Gavroche, o Eponine, ma l’importante è rendersi conto che non era solo La Barricata, un mostro da considerare per intero, una parola, un atto di ribellione: c’erano le persone, i singoli come ognuno di noi.
Un altro approfondimento che mi ha molto interessato è quello sulla lingua. Hugo racconta di come a Parigi esistesse una sorta di dialetto parlato dalla più bassa estrazione popolare, l’argot, che altro non era che un mix di diversi accenti che si mischiavano e creavano un modo di parlare del tutto diverso. Questa lingua era disprezzata dai letterati, ma Hugo la utilizza per dovere di cronaca, perché quando parla dei Thenardier e degli altri criminali non sarebbe corretto fargli parlare un francese fluido, devono parlare la lingua del popolo, di più, la lingua del popolo basso. Hugo sapeva bene che sarebbe stato criticato per questa scelta. Inserire in un romanzo una lingua così sciatta? Mon dieu! Ma qui Hugo spiega le sue ragioni, che trovo assolutamente condivisibili. La lingua viene creata dall’uomo, modellata a seconda delle necessità, perché è un’invenzione dell’uomo. Non è giusto ostacolarla. La lingua si evolve e cambia con il tempo, cominciare ad utilizzare un linguaggio nuovo in un libro può solo aiutare questa evoluzione. Può favorirla, fornendo regole grammaticali a parole che fino ad ora hanno avuto solo un utilizzo parlato.


Cominciare a lasciare alcuni dei personaggi di Hugo è stato straziante. C’erano dei personaggi cui mi ero fortemente affezionata, ad esempio Eponine e Gavroche.
Lei è un personaggio in cui tutte le ragazze, almeno una volta nella vita, si sono identificate. Capita l’amore non corrisposto, è normale, e la storia di Eponine mi ha fatto tornare in mente tutti i miei struggimenti passati. Il mio lato fangirl è anche risorto giusto per farmi notare che Marius sarebbe stato molto meglio assieme ad Eponine, che non con Cosette, la cui forza d’animo non è così forte e la cui utilità nel libro è fine a sé stessa. Gavroche invece era il monello per eccellenza, quello che immaginiamo sempre in un film in costume. Allegro, birbante, a volte insolente, ma capace di gentilezza e molto astuto.
Alla fine di altri personaggi, invece, ero preparata. Ad un tratto ho iniziato a subodorare il suicidio di Javert ma leggerlo è stato lo stesso emozionante. Hugo è riuscito a spiegare perfettamente l’angoscia di un uomo che vede le sue convinzioni, sulle quali ha basato la sua intera esistenza, venire meno. Non immagino un’altra fine per Javert perché per carattere non è elastico, non è adattibile. Non accetta un mondo dove un ladro può essere un buono, non ha intenzione di scendere a compromessi, quindi sceglie di fare a meno di quel mondo.
Immaginavo anche che non ci sarebbe stata una bella fine per Jean Valjean, anche se è il personaggio che ho amato di più, che ha sofferto di più e che meritava davvero una fine felice. Non è mai completamente buono, anche se dedica la seconda metà della sua vita all’amore e non all’odio. Anche questo però è uno di quei finali ‘corretti’, che non potrebbero essere altrimenti e che, se cambiati, perderebbero molto. Tutto il libro mi ha dato come l’impressione che Jean Valjean stesse facendo enormi sacrifici, che la sua anima fosse perennemente piegata dalle colpe passate e dalla vita in fuga, nella menzogna. La morte del personaggio è stata come una liberazione, almeno io l’ho interpretata così. Riscattatosi agli occhi di chi ama, Jean Valjean è libero di morire dopo una vita ricca di sia di dolore che di amore.

Insomma, penso che si veda che mi è piaciuto. Non so veramente che altro dire, anche perché ho scritto questa recensione tutta d’un fiato e, ripensando a ciò che ho letto, mi sono emozionata di nuovo e di nuovo ho visto la grandezza di questo romanzo.
Non è un libro che consiglierei a tutti, perché è complesso, molto lungo e non è una lettura che si fa per svagarsi. Tuttavia è una storia che tutti dovrebbero conoscere.

mercoledì 15 febbraio 2017

I miserabili vol. I - Victor Hugo

Avevo la mezza idea di leggere questo romanzo e scrivere una recensione come faccio di solito, poi mi sono fermata. Ho tre volumi di fronte a me e già il primo mi ha dato del filo da torcere. Gli altri due sono più lunghi.
Ho deciso di intervallare la lettura dei volumi con altri libri, che fossero il più lontano possibile dai classici. Non che non abbia apprezzato “I miserabili”, al contrario, ma ho bisogno di respiro fra una miseria e l’altra.


Monsignor Benvenue è Vescovo in una piccola cittadina di campagna. Avrebbe la possibilità di arricchirsi e vivere da nobile, ma preferisce donare tutto ai poveri e tenere per sé solo lo stretto indispensabile. Non c’è persona che egli non perdoni, è benvoluto da tutti e la sua porta è sempre aperta. Le uniche ricchezze che ha sono dei bei candelabri, che usa per far luce all’ora di cena, e delle posate d’argento.
Una sera giunge alla sua porta un uomo stanco e affamato che dice di chiamarsi Jean Valjean. Egli è stato appena liberato dai lavori forzati, cui era stato costretto diciannove anni prima per furto con scasso. La pena si è poi allungata dati i numerosi tentativi di fuga dell’uomo, che voleva tornare dalla sua famiglia. Aveva tentato di rubare per la sorella e i suoi figli, che morivano di fame.
Jean Valjean mangia alla tavola del Monsignore, beve il suo vino e si corica sul letto che gli è stato offerto, stupito dalla bontà dell’uomo. Nel paese infatti nessuno, né l’hotel né la taverna, avevano voluto ospitarlo, nonostante avesse il denaro per pagare. Nella notte, guidato dalla rabbia, Jean Valjean si approfitta dell’ospitalità del Vescovo e ruba i candelieri e l’argenteria ma, quando viene catturato e portato di fronte a Monsignor Benvenue, questi si comporta come se egli avesse fatto dono di quegli oggetti a Jean Valjean. Questi rimane colpito dalla bontà del Vescovo e giura a sé stesso di diventare pio e benevolo come lui.

Fantine è una ragazza bella e giovane, che ha consacrato il suo amore all’uomo sbagliato. Rimasta incinta e abbandonata, Fantine lascia Parigi e decide di tornare alla sua città natale, che nel frattempo ha avuto una rinascita economica grazie ad un uomo che ha investito nelle fabbriche, ha avuto successo e in seguito è stato nominato sindaco.
La ragazza sa che una figlia avuta fuori dal matrimonio le impedirà di trovare lavoro, così decide di lasciare la piccola Cosette ad una coppia, i Thenardier, che hanno una taverna nel paese vicino. In cambio di una grossa quantità di denaro questi accettano, promettendo di trattare bene Cosette.
Il segreto di Fantine viene presto scoperto e lei viene licenziata. Cerca di guadagnarsi da vivere in altri modi, mentre i Thernardier continuano a chiederle denaro. Fantine vende ad un barbiere i suoi bei capelli biondi, poi si fa cavare i denti bianchi, e infine decide di vendere sé stessa e diventa una prostituta.

Nella cittadina abita un poliziotto inflessibile, che ha dubbi sul sindaco della città. Quest’ultimo è generoso, coraggioso, aiuta i poveri e anche coloro che non lo hanno in simpatia. Il poliziotto Javert non ha comunque torto, perché il sindaco non è altri che Jean Valjean, che nasconde la sua identità e cerca di adempiere alla promessa fatta a sé stesso.
Scoperta la storia tragica di Fantine il sindaco cerca di aiutarla ma, nel frattempo, viene a sapere che un uomo, arrestato con l’accusa di furto, è da molti creduto Jean Valjean e per questo la sua pena verrà prolungata. Dopo molti dubbi il sindaco decide di salvare l’innocente e rivela la sua vera identità, ma non riesce a salvare Fantine, che muore a causa di un male che la affliggeva da tempo. L’uomo aveva promesso di riportarle la piccola Cosette, che i Thenardier tenevano in uno stato di miseria, ma viene arrestato e condannato all’ergastolo e ai lavori forzati.

Passano diversi anni ma Jean Valjean non si è dato per vinto. Ha la coscienza pulita perché ha fatto ciò che è giusto e sa che la pena è immeritata, inflitta solo perché il suo nome gli porta discredito, anche se la sua anima è cambiata. Non starà quindi alle leggi del mondo in cui vive. Finge la sua morte, recupera del denaro che aveva nascosto tempo prima, e salva Cosette dalla tirannia dei Thenardier.
I due raggiungono Parigi, cercando di lasciarsi alle spalle il loro passato.


Ad essere onesti, non credevo di potermi appassionare così tanto ad un autore che conosco così poco. A scuola non ho studiato Hugo, nonostante sia uno dei più importanti romantici della letteratura, e tutte le informazioni che ho reperito sono frutto di una ricerca su internet, fatta più per curiosità che per necessità. Da quel poco che ho letto però ho capito come mai Hugo si sia avvicinato a certi temi, il perché delle digressioni politiche, e ho anche avuto modo di apprezzare la figura storica che è stato. Ho scoperto che oltre ad essere stato un letterato è stato anche politico, filantropo e una figura di riferimento per gli artisti e per il popolo. Da come ne parlo avrete capito che mi sta simpatico.
Le sue idee sono meglio riflesse in questo romanzo senza troppi giri di parole, idee che potremmo analizzare anche oggi e trovare attuali; forse proprio per questo ho apprezzato il romanzo. I personaggi devono affrontare una società che gli è nemica, devono combatterla e quasi mai ne usciranno vincitori.
Potremmo trovare moltissime analogie fra ciò che succedeva all’epoca in cui si svolge il romanzo e alcune situazioni dei giorni nostri e questo è indice di una scrittura a mio parere molto intelligente, che può diventare universale in quanto tratta un tema che non smetterà mai di esistere. Da non confondere con una scrittura lungimirante, perché la storia e i suoi meccanismi sono strettamente legati alla sua epoca e non volutamente guarda al futuro, al contrario a me sembra che abbia guardato al passato e abbia trovato un punto di incontro – molto infausto, non c’è che dire – che unisce tutte le epoche.

“I miserabili” presenta le ingiustizie di cui il povero, l’ignorante e anche lo sfortunato sono vittima. Racconta come povertà e paura possono rendere un uomo audace al punto da compiere cattive azioni che, se punite, renderanno la persona ancor più rancorosa, se accettate o ignorate, più spavalda e pericolosa.
Hugo non difende queste persone ma condanna la società che li mette nelle condizioni di dover compiere atti estremi per sopravvivere, denuncia poi come questi vengono allontanati dalle persone, di modo che per loro diventi impossibile guadagnarsi da vivere – vedi il protagonista, Jean Valjean. Così si viene a creare un circolo vizioso, in cui coloro che una volta hanno commesso un crimine sono portati a rifarlo, ancora e ancora, e a subire la stessa punizione all’infinito, che sia la condanna penale o morale – o entrambe. Allo stesso modo denuncia lo sfruttamento dei più ingenui e indifesi, condanna la cecità dell’uomo, la sua fame di odio, perché un redento che ha pagato per i suoi errori e cerca di rimediare verrà sempre visto e perseguitato, perché la gente non dimentica la malvagità e la ripaga con altra malvagità, mentre al contrario dimentica in fretta la benevolenza.
Non si pensi però che l’autore difenda a spada tratta questi personaggi, egli riconosce che esiste una fetta di persone malvagie, che nonostante la possibilità di vivere nell’onestà scelgono la via più buia per avidità, o per semplice cattiveria – come i Thernardier – e questi li condanna come le peggiori persone.

Aldilà di queste sopraelencate, che possono essere opinioni, ciò che rende “I miserabili” un libro vicino a chiunque è l’analisi dell’animo umano. Forse la parola analisi non rende bene l’idea, fa pensare ad un processo unicamente scientifico, ma non è solo quello. Hugo studia la persona tramite i suoi personaggi, ne rivela ogni sfumatura, dalla più oscura alla più radiosa. Lo fa in modo così preciso che in un primo momento ci viene da pensare che si tratti sì di una ricerca accademica, la materia trattata però rende l’analisi instabile, imprevedibile, sorprendente – nel bene e nel male.
Questo è quello che rende il libro intramontabile, perché forse oggi la società è diversa e non è diffusa come allora la necessità di rubare perché si ha fame, di ingannare perché si ha paura, di essere malvagi perché non si ha altra scelta. Oggi abbiamo altri mali, ma rimaniamo persone così come Hugo ci ha descritti.

mercoledì 25 gennaio 2017

Lolita - Vladimir Nabokov

Ci ho messo parecchio a scrivere questa recensione – anche perché non avevo la minima intenzione di scriverla.
Ho letto “Lolita” con un’idea vaga di cosa fosse, per curiosità, per la fama che ha conquistato e consolidato negli anni, prima perché accusato di indecenza, poi perché non è stato possibile radiarlo dalla storia della letteratura come mero fenomeno editoriale. L’ho aperto come si apre un romanzo e non sapevo di avere fra le mani una prova di audacia, una sfida lanciata dall’autore ai lettori.
In una parola, ero impreparata. Questo libro mi ha lasciata senza parole, confusa, incapace di prendere una posizione o argomentare alcunché. Non tutte le storie arrivano per essere ricordate con allegria, commozione, amore, stati d’animo ‘sentimentali’, se vogliamo, che nascondono un senso di felicità e gratitudine per aver scoperto quel libro. Era parecchio tempo però che non mi capitava di trovare una storia che ricorderò con angoscia.
Ma almeno ho scoperto qualcosa di me: per alcune cose mi piace essere impreparata. So che non avrei letto il libro con uguale trasporto se fossi stata ‘avvertita’ della sua complessità. Forse non ne sarei stata colpita così tanto e, forse, questo post che state leggendo, proprio ora, in questo istante, non esisterebbe.

Il romanzo è scritto in prima persona dal protagonista, Humbert, che ci narra la sua vita sin dalla prima infanzia e la giovinezza. Dopo una disavventura amorosa da ragazzo e un matrimonio fallito, nonché problemi psicologici che lo portano per qualche tempo in una clinica psichiatrica, Humbert decide di trasferirsi negli Stati Uniti.
Il protagonista è ben consapevole della sua deviazione, un’attrazione sessuale per bambine e ragazzine, ma è un uomo intelligente, prudente, colto. Cerca alcuni espedienti per soddisfare il suo desiderio ma vi rinuncia quando si rende conto della pericolosità che esso comporta.
Si imbatte in Dolores – Dolly, Lola, Lolita – Haze quando prende una camera in affitto in un paese tranquillo negli USA. A quell’epoca Dolores ha dodici anni e Humbert se ne sente subito attratto. La bambina è capricciosa, furba, lunatica, litigiosa ed esaspera la madre che, quando si rende conto delle simpatie che Humbert nutre per sua figlia, diventa gelosa. L’uomo, per rimanere vicino a Lolita, sposa la madre, ma questa rimane uccisa in un incidente.
Comincia così una fuga per Humbert e Lolita, in macchina lungo tutti gli Stati Uniti per un anno. Viaggiano per giorni, dormono in hotel, visitano mostre e luoghi d’interesse, Humbert farebbe di tutto per compiacere Lolita, che in un paio di giorni si arrende a lui ma continua ad essere la personcina cupa e capricciosa che era in passato. Dopo diversi anni la situazione sfugge di mano. Lolita raggira il protagonista, lo inganna, si prende gioco di lui usando la sua unica debolezza: lei stessa. Un giorno fugge con un altro uomo e Humbert si lancia in una disperata ricerca, per poi cadere in una spirale di follia.
Passano tre anni prima che la ragazza lo contatti per avere dei soldi. Humbert scopre che Lolita è sposata con un giovane reduce di guerra, è incinta e in procinto di trasferirsi fuori dagli Stati Uniti. La ragazza lo accoglie presentandolo come il suo patrigno e gli racconta del suo amante, un commediografo dedito a droga e alcol che ha suppergiù l’età del protagonista, e di come la fuga sia stata premeditata. Si scusa con Humbert per averlo ingannato (dicendo però che «così è la vita»), non si commuove quando lui dice di amarla, si dimostra fredda e con parole spicce lo manda via. Non lo odia per quel che le ha fatto, ammette di non avergli mai nemmeno voluto bene e di averlo usato, così come sembra usare tutti, nella sua vita.
Humbert scappa dalla catapecchia nella quale vive Lolita e va in cerca del suo amante. Lo uccide, constatando che quell’uomo si ricorda appena vagamente della ragazzina, che per lui era invece l’intero universo, e viene arrestato. Scrive le sue memorie in carcere e chiede, nell’ultima pagina, che queste vengano pubblicate solo quando sia lui che Dolores saranno morti, che solo in quelle loro potranno esistere assieme. E, se mai qualcuno avesse avuto qualche dubbio, qui lo ripete: lui sarà sempre innamorato della sua Lolita.

Prima di iniziare chiarirò una cosa. Questo romanzo mi ha interessata molto ma non mi ha presa più di tanto. L’ho terminato con un quarto di curiosità e uno di aspettativa, il resto era determinazione, pura voglia di finire la lettura non in quanto “Lolita” ma in quando libro. Nonostante questo non posso dire che non mi abbia fatta riflettere e, per alcuni versi, mi abbia turbata.
Il mio primo pensiero, ricordando questa lettura, va allo stile. Forbito, elegante, raffinato. Un po’ verboso a volte, ma credo che questo abbia un duplice scopo. L’autore ha scelto un linguaggio alto per narrare una vicenda turpe, in questo modo le ha conferito sia un’aura di nobiltà che la possibilità di essere presa in considerazione dagli editori – che rifiutarono “Lolita” per anni per lo scandalo che avrebbe creato.
In nessun momento la storia diventa moralmente accettabile, ma lo stile la innalza. La fa passare da mero orrore a opera. Un linguaggio così ricercato, così aulico, come potrebbe mai essere rimpicciolito a volgare denuncia? Non ci passa per la testa neanche per un istante che Nabokov abbia voluto scrivere questo romanzo per condannare la pedofilia, o la società, o ciò che usano di solito condannare gli autori. No, lui ha preso qualcosa di orribile e lo ha ripulito dalla sporcizia, ha reso questo orrore ancora più spaventoso ma gli ha donato anche una bellezza che non possiamo ignorare.

Leggendo “Lolita” sfido chiunque a ritenere la protagonista femminile una vittima. La pensavo così all’inizio ma nel corso della narrazione si rivela una ragazzina malvagia, opportunista, sadica. Mentre Humbert appare alla fine come uno stupido che è stato preso in giro, un uomo impazzito per un amore non ricambiato, che soffre terribilmente.
Sembra impossibile vederla in questa ottica, mai avrei pensato di poterlo fare, ma è così. Ecco perché prima vi parlavo di una sfida dell’autore posta ai lettori. La vicenda dovrebbe ispirare pena per Lolita e disgusto per Humbert, Nabokov ha ribaltato la situazione. Lolita diventa carnefice dell’amore di una persona fino a rovinare la sua esistenza, Humbert diventa sciocca vittima, obnubilata dall’amore e l’ossessione, che nonostante ci faccia sempre un certo ribrezzo, suscita un gran dispiacere.
L’autore è riuscito in questa impresa che a mio parare ha dell’incredibile. Ha preso l’innocenza e l’ha resa crudeltà, ha preso l’orrore e ce lo ha fatto compatire. Forse è per questo che spiazza così tanto. Mette in discussione delle idee radicate, ci fa commuovere per qualcosa che il nostro cervello ci dice che dovremmo ripudiare. Il lettore di “Lolita” scoprirà di simpatizzare per il pedofilo, non per la bambina, e scriverlo a chiare lettere un po’ mi sembra assurdo. Ancora non ho fatto abbastanza per farvi intendere l’esistenza e l’assoluto successo di questo trucco letterario, che io per prima non mi spiego, perciò non mi resta che dirvi, leggetelo.