lunedì 29 dicembre 2014

Cronache del Sunflower - Harriet

   Era da parecchio che non recensivo una storia Originale di EFP, e non perché non ne legga (cerco sempre nuove storie) ma perché sul blog recensisco solo storie che mi piacciono molto e che ritengo valide, alla stregua di un libro.
   Penso che alcune storie che lì si trovano siano molto belle e degne di essere distribuite, ecco perché mi piace recensirle e fare loro un po’ di pubblicità. Trovare una bella storia non è facile, lo ammetto, cercando bene tuttavia si ha la possibilità di imbattersi in opere veramente belle, fiori rari che vale la pena cogliere, come “Cronache del Sunflower”, che ho trovato sulla pagina di Harriet.
 
 
   Il poco più che ventenne Amir ha sempre avuto il desiderio di trasferirsi a Londra per studiare letteratura, è quindi con grandi aspettative ma anche grandi timori che si trasferisce lì da Karachi, in Pakistan. Caso vuole che incontri Joel Bennett, un inglese doc tanto ricco quanto sfaccendato, che gli offre un lavoro, guidato più dall’istinto che dalla ragione.
   Amir si ritrova così a casa di Bennett come ragazzo tuttofare e, dopo, come gestore del teatro che l’uomo ha ereditato, il Sunflower. Il teatro ha una lunga e misteriosa storia alle spalle, ma negli ultimi anni è stato lasciato abbandonato a sé stesso. Al ragazzo spetta il compito di dirigere i restauri e organizzare una stagione teatrale.
   Senza rendersene conto Amir, Joel e gli amici che hanno vicino entrano a far parte di un mondo che convive con il nostro, un mondo invisibile spesso ignorato. Il Sunflower è infatti infestato dagli spiriti, così come tutta Londra lo è, e Amir si scopre un ottimo esorcista.
   Gli spiriti del Sunflower e di tutta la città cercano questo giovane, nuovo esorcista perché li aiuti a risolvere le loro questioni terrene e possano passare oltre. A volte basta una chiacchierata o una partita a scacchi, altre volte Amir si ritroverà coinvolto in duelli e, altre ancora, non dipenderà da lui liberare gli spiriti.
   Sullo sfondo di una Londra che mescola il moderno al vittoriano, storie e personaggi si incontrano per formare una trama appassionante ma al tempo stesso delicata. Fra vicende a volte avventurose, a volte soprannaturali, a volte estremamente umane, Amir andrà incontro, piano ma inesorabilmente, alla battaglia per salvare il teatro, minacciato da entità ancor peggiori della morte.
 
   Lo ammetto, ho iniziato a leggere questa storia solo perché era ambientata a Londra. Mi è sempre piaciuta e, dopo esserci stata, mi piace ancora di più e tutto ciò che è british, dalle vecchie signore che bevono tè ai beefeaters, scatena la mia simpatia. Andando avanti ci si rende conto che non è tanto Londra ad avere un ruolo fondamentale per la narrazione – se non fosse che lì il teatro è molto più popolare che qui da noi – ma ormai ero troppo presa per rendermene conto.
   Una delle cose più belle di “Cronache del Sunflower” è la sua semplicità. Non che l’autrice si avvalga di un linguaggio e uno stile poveri, tutt’altro, è il modo in cui gli avvenimenti si srotolano ad essere genuino e tranquillo. Questo non ci toglie la presenza di scene d’azione o intense, ma fa sì che l’universo creato da Harriet non abbia forzature e sia, al contrario, naturale.
   Non ci sono particolari teorie o riti di cui si avvale il protagonista per esorcizzare fantasmi. La magia viene nominata poche volte, usata ancora meno, e l’arma più grande di Amir è la sua umanità e la particolare sensibilità che lo contraddistingue.
   I personaggi rispettano inizialmente certi cliché che vengono piano piano sfaldati, una volta che li conosciamo meglio. Abbiamo così l’opportunità di vedere il cambiamento interiore di Joel Bennet. Possiamo conoscere un simpatico medico-fantasma e la sua assistente (viva), che hanno ancora dei pazienti e li incontrano nel cimitero. Abbiamo persino la possibilità di conoscere il Sunflower, con il suo spirito eclettico e la sua energia “da drago”, che si presenta sotto forma dell’androgina Stella.
   Il mio personaggio preferito, tuttavia, rimane Amir. Troppo gentile e corretto per essere vero, troppo perfetto nella sua positività e nelle sua fede verso il prossimo, ma anche così è diventato il mio personaggio preferito! Forse è perché penso che tutti dovremmo essere un po’ più come Amir, e mettercela tutta a fare quello che ci piace e in cui siamo più bravi, circondandoci di persone che ci vogliono bene e rimanendo fedeli a noi stessi. Mi duole ammetterlo, Amir è un personaggio sin troppo positivo per essere realistico e completo, ma è diventato il mio preferito, quindi me ne frego.
 
   “Cronache del Sunflower” non assomiglia a niente che abbia letto fin ora. È una storia soprannaturale che però si concentra sulle vicende umane più che sull’azione, che pur ci viene mostrata nei momenti e nei modi giusti.
   Lo dico e spero di farlo un giorno: se “Cronache del Sunflower” venisse pubblicato andrei a comprarlo senza pensarci due volte.

venerdì 26 dicembre 2014

La prima e la terza

   Adoro sia leggere che scrivere, e in entrambi questi ambiti preferisco determinati stili e scelte. Una delle cose che per prime apprezzo, è la scelta di un narratore onnisciente in terza persona, invece che della prima persona.
   Ho letto molti libri sia in prima che in terza persona, e a mio parere quest’ultima lascia all’autore molta più libertà, e al lettore permette di conoscere meglio l’universo del libro che legge.
 
   La prima persona è il punto di vista di un solo individuo, e ha i suoi pro e i suoi contro.
   I pro sono certamente un legame molto più vivido con il protagonista, la possibilità di conoscerlo meglio e l’immediatezza del contatto con il lettore. Se il protagonista parla in prima persona è come quando un amico ci confida un segreto: ci sentiamo subito interessati e pronti ad ascoltare.
   I contro sono il fatto che l’autore, come il lettore, è limitato ad un solo punto di vista. Possiamo conoscere solo ciò che è lecito conosca il nostro protagonista, e non conosceremo mai tutte le sfaccettature degli altri personaggi, così come le sfaccettature del protagonista stesso.
   Per esempio, mettiamo che io mi ritenga estremamente simpatica, esilarante, ma forse gli altri non la pensino così. Se racconto qualcosa in prima persona, come fa il lettore a rendersi conto che non sono poi tanto simpatica, se io che racconto mi ritengo tale? Oppure c’è un personaggio che al protagonista proprio non va giù, un misantropo della peggior specie, che si comporta male con tutti e sta bene solo quando si rinchiude in casa. Il protagonista ne sta ben alla larga, ma forse se avessimo un narratore in terza persona potremmo scoprire la sua storia: la sua amata lo ha tradito con il suo migliore amico, lui ha perso fede nel genere umano e tutto ciò che gli resta è una foto di lei, che custodisce gelosamente in camera sua.
   A volte certe informazioni non sono utili alla trama, ma aggiungono qualcosa, non trovate?
   La prima persona ci limita, purtroppo, anche al carattere di questa. Se il nostro protagonista è una persona acida il racconto ce lo farà capire, e ci farà vedere tutto con quella sensazione di malessere di fondo.
   Preferisco la terza persona onnisciente proprio perché, non essendo legata ad un personaggio in particolare, può conoscere tutto della storia e dei personaggi. In questo modo abbiamo anche più protagonisti, abbiamo la possibilità di muoverci nello spazio e nel tempo dell’universo della storia senza dover cambiare continuamente punto di vista o senza dover usare escamotage come la lettura di un diario o il racconto di terzi.
 
   Non sono una scrittrice – accidenti a me! – e quindi non saprei dire con quali storie conviene scegliere la prima persona e con quali la terza. Tuttavia sono una lettrice, e come lettrice posso dirvi cosa penso in base alla moltitudine di libri che ho letto.
   Credo che la prima persona sia adatta a storie piuttosto modeste per quanto riguarda la trama, e che vogliono invece contrarsi sulle vicende dei protagonisti, su cosa provano e come si evolve il personaggio. Invece la terza persona la vedo più adatta a storie d’avventura e di azione.
   In verità la prima o la terza persona è l’ultima cosa sulla quale mi baso quando scelgo di leggere un libro. Non la guardo nemmeno, e mi limito a scoprirlo una volta iniziata la lettura. Ma ammetto di sentirmi un pochino delusa quando inizio a leggere e scopro che sto leggendo un romanzo in prima persona.
   Pensate che uno stile sia migliore di un altro? E se sì, perché? Cosa vi piace o non vi piace della prima o della terza persona? Spero di ricevere dei commenti perché è un argomento interessante – più interessante di quanto immaginassi quando mi è venuto in mente – e ci ho ragionato parecchio durante la stesura del post!

lunedì 22 dicembre 2014

Raison d’être

   Ciao a tutti i lettori. So che non sono in moltissimi a leggere “Changes. Chances” ma, come si sul dire: pochi ma buoni. Questo post è rivolto a quei pochi, buoni lettori che seguono il blog o che anche solo gli danno un’occhiata ogni tanto.
   (Certo, pure se diventati tanti a me non dispiace per nulla, siatene consapevoli.)
 
   Sto scrivendo questo post per parlare dei cambiamenti subìti dal blog nell’ultimo mese.
   Oltre ad aver aggiunto delle pagine indipendenti che potete vedere in cima ci sarà un cambiamento nell’organizzazione. Ho deciso di tenere delle rubriche mensili e, soprattutto, di rendermi disponibile per autori e case editrici a leggere opere già pubblicate o in via di pubblicazione, per poi scriverne recensioni o semplicemente dare il mio parere.
   Ci tengo a precisare che non lo faccio per ricevere libri gratis, né intendo recensire positivamente tutte le opere che leggo perché non sarebbe corretto da parte mia e nessuno né gioverebbe. Lo faccio perché mi piace, ho già letto libri per amici e commentato con tutta la sincerità possibile, e penso che per un autore anche solo una piccola pubblicità come quella che può offrire questo blog è sempre meglio di niente, o no?
 
   I soliti post riguardo a varie opinioni libresche, recensioni di libri e fanfiction, e tutto ciò che mi passa per la mente non sono certo eliminati, ma verranno integrati con le rubriche.
   Mi piacerebbe riuscire anche a cambiare la grafica ma per quello ci vuole tempo (per me, poi, che comprendo la grafica quanto un mango comprende la musica lirica, figuriamoci!).
 
   Non vedo l’ora che sia il nuovo anno, perché tutto comincerà allora! In fondo questo blog si chiama “Changes. Chances” e l’avevo incominciato per i tanti cambiamenti che stavo passando. Adesso è ora che anche il blog cambi, per essere fedele alla sua raison d’être.
   Ne approfitto per augurare a tutti un felice Natale e un anno nuovo più entusiasmante, allegro e ricco di affetto di quello precedente (e così via per gli anni futuri).
 
 

giovedì 18 dicembre 2014

Tu sì che sei cool!

  Viviamo in un’era particolare. Piena di cambiamenti che si sviluppano in fretta, in gran numero, e che coinvolgono una buona parte di popolazione mondiale. Credo fermamente che in futuro, quando scopriremo culture aliene, viaggeremo nell’iperspazio e la moda sarà indossare pacchiane tute di latex, si guarderà a questi anni come all’inizio di una nuova epoca. Forse mi piace solo pensarlo, perché mi piace pensare di vivere un momento della storia che verrà ricordato anche in futuro.
   Nessuno può comunque negare che ci troviamo in un mondo nel quale comunicare è facile, veloce e alla portata di tutti. Su internet nasce una moda e, dato che è così facile diffonderla, contagia in fretta tutti quanti. La stessa identica cosa accade anche con i libri.
   Il passaparola è moltiplicato per diecimila e, se un libro viene giudicato bello, in poco tempo tutti lo avranno letto. Un libro che fa successo è un libro che vende e, nel giro di qualche mese, le librerie saranno invase da libri dello stesso stampo.
   Ecco. Questa è una cosa che detesto.
 
Romanzi distopici.
Romanzi distopici ovunque.
   Era iniziata con “Twilight”. Dopo che il libro era diventato famoso all over the world, cominciarono a spuntare un po’ come funghetti libri sui vampiri. Poi è successo con “Cinquanta sfumature di grigio”, e ancora oggi possiamo vedere l’ultimo strascico delle tragiche conseguenze quando entriamo in una libreria (miriadi di romanzi dai titoli improbabili e le copertine ormai scontate). Ora siamo in piena onda “Hunger Games”.
   Evidentemente le case editrici desiderano fare incetta di vendite prima che si plachi il tormentone, della serie «cavalchiamo l’onda!». È una cosa che comprendo. Una casa editrice – soprattutto i grandi gruppi – sono nient’altro che un’azienda. Quel che non capisco sono i lettori. Bene o male i ‘romanzi fotocopia’ non sono nient’altro che questo: copie di romanzi che hanno avuto successo e che, con piccoli ritocchi, ricalcano il contenuto, i personaggi e la finalità di questi romanzi. La mia domanda è: perché c’è gente che si ostina a comprarli?
   L’unica risposta che riesco a darmi è che, semplicemente, siano l’ennesima moda. L’idea di un YA distopico ci è piaciuta così tanto che «toh, guarda, eccone un altro. Lo compro!» Poi diventa un po’ come quando, per abitudine, si cominciano a fare le stesse strade, a prendere gli stessi prodotti al supermercato e ordinare le stesse pietanze al ristorante.
 
Bella Swan ad Anna Karenina
   Attenzione, non voglio dire che tutti i romanzi erotici dopo “Cinquanta sfumature di grigio” saranno uguali identici, né che lo siano tutti quelli pubblicati fin ora. Sono certa – spero – che non è così. Dico solo che molti lo sono.
   Stesso discorso vale per tutti gli altri romanzi citati e non.
   Che dite? Siete d’accordo con me? Sono cool?

sabato 13 dicembre 2014

I love shopping - Sophie Kinsella

   Avevo visto il film di “I love shopping” quando era uscito nel 2009. Pensate che mi aveva colpito talmente da non ricordarmi ora nemmeno la trama. Ho comprato il libro perché tante persone mi avevano detto che è davvero una storia carina (e poi perché l’ho trovato a 1 euro al mercatino dell’usato), perché a pensarci bene una delle regole della vita del lettore è che «oh! Il libro è sempre più bello del film!»
   Senza dubbio, il libro me lo ricorderò. Sì, mi ricorderò di non comprare i mille seguiti pubblicati.
 
   Rebecca Bloomwood vive e lavora a Londra, dove fa la giornalista per la rivista economica ‘Far fortuna risparmiando’, anche se le piacerebbe scrivere per una bella rivista di moda. Becky è infatti appassionata ed esperta di shopping, sa tutto sulle mode del momento e fare compere è la cosa che la fa sentire meglio in vita sua. Purtroppo proprio questa sua passione l’ha portata ad avere parecchi debiti, verso la banca e altre società di credito. Il fatto è che quando Rebecca vede qualcosa che le piace non riesce a resistere e lo compra, senza curarsi delle sue finanze.
   Dopo svariati tentativi di risparmiare e poi di guadagnare di più con dei lavoretti extra, Becky si rifugia dai suoi genitori, un po’ per sfuggire alle continue lettere della banca, un po’ per sfuggire alla sua stessa vita. Non riesce infatti a trovare una soluzione per i suoi problemi, perché non riesce a controllare la sua mania per lo shopping.
   Durante questa piccola fuga scopre che i vicini di casa dei suoi genitori hanno perso l’opportunità di guadagnare molti soldi proprio a causa sua. Becky gli aveva infatti consigliato, senza pensarci su troppo, di cambiare fondo d’investimento, nonostante ci fossero già nel settore voci di un improvviso arrivo di bonus per alcuni clienti di quella società. Sentendosi in colpa per aver fatto perdere agli amici l’opportunità di guadagnare dei soldi, Rebecca scrive un articolo al riguardo denunciando la truffa della società azionaria e la fa pubblicare da un conoscente su una rivista di tiratura nazionale. Grazie al suo articolo va in televisione e si guadagna una rubrica dedicata ai consigli su come gestire le proprie finanze.
   Risolve in questo modo i suoi problemi con la banca e trova l’amore in un ricco responsabile delle pubbliche relazioni.
   Poi si compra tre paia di occhiali tutti uguali per 200 sterline.
 
Sophie Kinsella
   Quando ho finito di leggere questo libro mi sono chiesta: «Ma allora che senso ha?»
   Rebecca Bloomwood è un personaggio piuttosto negativo, ma non è questo a darmi fastidio. All’inizio mi stava simpatica, proprio perché era svampita, superficiale e un po’ sciocca, e trovare un personaggio così come protagonista non è comune. Dopo cento pagine però ha cominciato a darmi sui nervi perché non fa altro che lamentarsi della sua situazione e non ha alcun talento particolare se non quello di apparire bene in tv, cosa che le è stata data dalla natura e non tanto da un concreto impegno. Alla fine risolve i suoi problemi per quelle che vengono comunemente chiamate pazzesche botte di culo.
   Questo romanzo, a mio parere, non ha ragione di esistere, perché a ben guardare non succede niente. Una donna con la mania dello shopping risolve i suoi problemi economici e continua ad avere la mania dello shopping e a comportarsi e pensarla allo stesso, identico modo di quando il libro era iniziato.
   Io sono convinta che in una storia debba succedere qualcosa. Un particolare evento interessante  nelle trama, o altrimenti un percorso personale dei personaggi. “I love shopping” invece è totalmente vuoto, come il cervello della sua protagonista.
 
   Questo libro racconta, in pratica, di come una persona senza capacità apparenti abbia raggiunto nella vita risultati considerevoli basandosi sulla pigrizia, sullo sperpero e sulla superficialità.
   Mi stupisce e francamente mi fa arrabbiare il fatto che sia così amato.

mercoledì 10 dicembre 2014

I diritti del lettore

   Tempo fa lessi un piccolo saggio di Daniel Pennac, “Come un romanzo”. Più che leggerlo lo si sfoglia in mezz’ora di tempo, essendo davvero sottile, e anche questo è uno di quei libri che consiglio a tutti. Lettori e non.
   Questo saggio parla proprio di come invogliare le persone, in particolare i giovani, a leggere. Chi non legge potrebbe trovarlo interessante, sia che voglia iniziare sia che consideri i libri la peste bubbonica del nostro secolo. Chi legge, invece, lo adorerà. Noi lettori adoriamo parlare di libri, di leggere e tutto ciò che vi è anche solo lontanamente correlato. Indi per cui un saggio del genere, non troppo impegnativo, è come conversare con un vecchio amico – lettore – con il quale puoi confrontarti su tutti gli argomenti librosi che ti passano per la testa.
   In questo saggio Pennac ha scritto dieci diritti di cui ogni lettore, da quello esperto a quello meno temprato, si può avvalere.
 
   Il diritto di non leggere
   A volte noi lettori leggiamo così tanto, ma così tanto, pensando solo ad accaparrare libro su libro, che perdiamo di vista una delle cose più importanti: leggere.
   Non è una gara a chi legge di più o a chi accumula più libri, ma penso che a volte ce lo scordiamo. Se non leggiamo per un po’ nessuno se ne avrà a male.
 
   Il diritto di saltare la pagine
   Vi è mai capitato di leggere un libro molto interessante, che però è scritto in maniera pessima? O noiosa? A me sì, purtroppo. In questi casi avvalersi di questo diritto può essere comodo. Nessuno ci vede, siamo solo noi e il nostro libro.
   …e se per caso ci perdiamo qualcosa di importante, possiamo sempre tornare indietro e leggere la parte mancante!
 
   Il diritto di non finire un libro
   Non smetterò mai di ripetere che leggere è un piacere, e se un libro non ci piace possiamo abbandonarlo senza remore. Ho abbandonato parecchi libri in vita mia, lo ammetto.
   Conosco persone che se iniziano qualcosa lo leggono tutto, fino alla fine, anche se la storia o lo stile non gli piace. Io non ci riesco, quindi chiudo il libro e lo lascio sulla mensola. In fondo ne ho tutto il diritto, no?
 
   Il diritto di rileggere
   Qualche anno fa rileggevo spesso i miei libri preferiti, fino a usurarli peggio dei libri antichi! Ora non lo faccio più così spesso, ma solo perché mi sembra di avere così tanti libri nuovi che mi aspettano, e non voglio usare del tempo prezioso per rileggere qualcosa che conosco già.
   Tuttavia, se un libro ci piace, nulla ci vieta di leggerlo una, nessuna, centomila volte.
 
   Il diritto di leggere qualsiasi cosa
   Ho disquisito di questo argomento poco fa, in un post intitolato “Topolino contro il mondo”. In parole spicce: parteggio per coloro che leggono Topolino e ne traggono allegria e magari anche un insegnamento, piuttosto che per quelli che si leggono Machiavelli e non ne capiscono una mazza!
 
   Il diritto al bovarismo (malattia testualmente contagiosa)
   Per chi non lo sapesse spiego cos’è il bovarismo. Come potete ben immaginare, il nome viene dal romanzo di Flaubert “Madame Bovary”, ed è una corrente di pensiero sviluppatasi nella seconda metà dell’ottocento. Definiva, a quei tempi, la tendenza di alcuni artisti a sfuggire la monotonia della provincia, e agognare la città. Allo stesso modo, i libri fornivano un modo per evadere.
   Oggi il termine bovarismo viene usato per parlare delle persone che, con la letteratura, evadono dal mondo circostante.
   Credo che questo sia il diritto più importante di ogni lettore. Senza il diritto al bovarismo, dove sta il senso? Perché leggiamo, se non per viaggiare in terre lontane, in tempi passati e futuri, in tempi fantastici?
   Tutti dovrebbero usufruire di un po’ di bovarismo di quando in qua.
 
   Il diritto di leggere ovunque
   Io amo leggere sui mezzi pubblici. Non so dirvi perché, ma è una cosa che adoro. Agogno il momento in cui non dovrò più usare la macchina per andare al lavoro e potrò prendere il bus, o la metro. E immergermi nel libro di turno. (Una delle mie più grandi fortune è anche quella di avere un udito selettivo, molto utile per non sentire gli schiamazzi sul treno!)
 
   Il diritto di spizzicare
   Non è odioso quando si vorrebbe sfogliare un libro e qualcuno ha pensato bene di imballarlo nella plastica? Lo trovo a dir poco frustrante! A noi lettori piace leggiucchiare come ci pare e piace, e se vedo ancora un libro incellofanato potrei cominciare una rivolta!
 
   Il diritto di leggere ad alta voce
   Quando sono da sola, ogni tanto leggo ad alta voce. Ecco, forse questo è un diritto da coltivare in solitaria, perché non è giusto che gli altri siano costretti ad ascoltare quel che leggiamo.
 
   Il diritto di tacere
   Ammetto che sia raro che un lettore non desideri parlare di libri. Ma se per caso una lettura non lo ha colpito, lo ha annoiato, o forse al contrario era così personale, così radicalmente legata alla sua vita, che non è nemmeno riuscito a farsene un’idea, perché obbligarlo?
   Se vedete un lettore taciturno, lasciatelo in pace.

domenica 7 dicembre 2014

Cose preziose - Stephen King

   Fra la pila di libri del caro zio Stephen (me ne mancano ancora due fra quelli che ho scelto di leggere!), questo era uno di quelli che mi incuriosiva di più. La trama era interessante, lo stile era quello incalzante di King e io ero proprio in vena di leggere un bel romanzo horror.
   La delusione, ahimè, si è fatta sentire su più fronti.
 
   La curiosità è forte a Castle Rock, piccolo paesino di provincia del Maine, quando il signor Leland Gaunt arriva in città e apre un nuovo negozio che chiama “Cose preziose”. Per ogni acquirente c’è l’articolo giusto, e il signor Gaunt chiede così poco in cambio! Un prezzo da mercatino delle pulci, e la promessa di fare un piccolo scherzo al vicino. Ma cos’è, in fondo, uno scherzetto, in confronto a quello che il signor Gaunt ha venduto loro? La possibilità di immergersi in un’avventura amorosa con Elvis per Cora Rusk, un magico rimedio per la dolorosa artrite di Polly Chalmers, la promessa di diventare ricchi con un tesoro sepolto per Asso Merrill.
   Gli abitanti di Castle Rock, uno alla volta, cadono nella trappola del signor Gaunt, e molti di loro ricevono anche scherzi di cattivo gusto. Lenzuola sporche di fango, gomme della macchina bucate, fiori e aiuole rovinati. Ognuno di loro imputa lo scherzo ad una persona che trovano particolarmente antipatica, con la quale avevano qualche conto in sospeso o degli screzi passati. In un solo giorno, poi, tutto esplode. Letteralmente.
   Gaunt, grazie a due soci soggiogati con la persuasione, fa piazzare delle bombe lungo tutta la città Nel frattempo tutti coloro che avevano subìto brutti scherzi, accecati dall’odio e dalla paura che qualcuno possa rubare il prezioso oggetto che hanno acquistato da Gaunt, si recano dalla persona tanto odiata con l’intento di ucciderla. Tutti sono stati aizzati contro tutti, la polizia non sa più cosa fare, e persino una tempesta ci si mette a fare interferenza con le onde radio!
   Alla fine è lo sceriffo Alan Pangborn a scoprire che cos’ha intenzione di fare Gaunt. Mentre la città è nel caos e infestata di cadaveri, il commerciante aveva fatto le valige e stava per andarsene con il suo ricavato: le anime di quelli che erano morti, disposti a vendere persino loro stessi per una mera illusione.
   Lo sceriffo fa fuggire Gaunt, costringendolo a lasciar andare le anime dei compaesani, grazie ai suoi trucchi di magia che, incredibilmente, divengono realtà. Leland Gaunt scompare, ma non per sempre. Un altro negozio apre, da qualche altra parte. “Desideri esauditi”. Con un nome così, chi lo sa, potrebbe vendere qualsiasi cosa…
 
Leland Gaunt nel film del '93.
Era interpretato da Max Von Sydow
   Considerando che il libro non mi è piaciuto, sono piuttosto soddisfatta di come ho riassunto la trama. Di solito, se il libro non mi piace, il riassunto mi viene freddo e distaccato.
   In questo caso non è così solo perché l’unica cosa che mi è piaciuta di questo libro è la trama. Inizialmente cattura grazie a quell’elemento magico, il fatto che tutti rimangano stregati da Gaunt. Poi si rimane coinvolti nella vicenda e, nostro malgrado, vogliamo sapere come va a finire. La trama è ben costruita, purtroppo il ritmo non è incalzante. Non lo definirei nemmeno lento, sarebbe un insulto alla lentezza: è lumachesco.
   Ho fatto una tale fatica a finirlo! Già vedere quanto tempo ci ho messo è un indizio: quasi due mesi. Quasi due mesi per un libro di seicento pagine. La cosa noiosa di questo romanzo è che ogni singola cosa è descritta sin nei minimi particolari. Come se, raccontando la mia giornata, dicessi: «Oggi mi sono svegliata e sono rimasta nel letto per qualche minuto. Ho aperto gli occhi. Mi sono guardata attorno. Poi mi sono alzata e sono andata in bagno. Mi sono guardata allo specchio (che faccia da schiaffi ragazzi! Non per nulla sono raffreddata).» Insomma, mi sono spiegata? Questa è di gran lunga la pecca più grande del romanzo.
   Un’altra cosa che non mi è piaciuta (l’ultima, giuro) è la fine. Sono felice di constatare che non finisce proprio bene – veritiero – ma non sono altrettanto felice della battaglia finale fra lo sceriffo Pangborn e il signor Gaunt. Negli ultimi, cruciali momenti, Alan Pangborn esegue della vera e propria magia: vede un serpente di cartapesta trasformarsi in un vero serpente, sputa fiamme dalla manica della giacca, e fa fuggire in questo modo Gaunt. Il tutto, senza nemmeno fare una piega, come se sapesse già che il suo innocuo serpente giocattolo, quando lanciato verso il signor Gaunt, diventerà un animale vero. Alan Pangborn è un adulto, lungo tutta la storia non dimostra di credere nella fantasia o cose del genere, quindi perché dovrebbe riuscire a sconfiggere un demone con la magia? In “It” era diverso, si parlava di bambini, con loro la fantasia si spreca! Qui invece non ha senso.
 
   Passiamo alle cose positive. Indubbiamente King è un ottimo scrittore, perché non è da tutti riuscire a descrivere come si vive in un piccolo paese di provincia, tracciandone la storia e introducendo moltissimi personaggi. Soprattutto quest’ultima cosa è lodevole.
   Vi sono moltissimi personaggi che entrano in gioco in “Cose preziose”, e nessuno di questi viene tralasciato. Tutti sono chiari, hanno una personalità che rispetta le loro azioni e i loro pensieri, sono reali.
 
   Il titolo originale del libro è “Needful things”. Una volta tanto sono abbastanza soddisfatta di come è stato tradotto il titolo. Needful significa necessario, indispensabile. Capisco che una traduzione alla lettera non sarebbe stata altrettanto efficace, però cose preziose suona bene.
 
   Per concludere, ovviamente gli amanti di King riterranno questo l’ennesimo capolavoro del Re. Ma gli amanti con un po’ di senso critico potranno perlomeno convenire con me che non si tratta del suo lavoro migliore?

martedì 2 dicembre 2014

Personaggi: amore et odio

   Sono tre le cose fondamentali in un libro, a mio parere. La trama, lo stile e i personaggi. Se l’autore azzecca già due di queste cose siamo a cavallo, se ne azzecca una sola finisce nella mia lista nera, se fa centro con tutte e tre… è il mio idolo, e io fangirlerò.
   Vorrei soffermarmi in particolare sui personaggi, che secondo me sono come un biglietto da visita. I personaggi sono la prima cosa con cui il lettore si scontra, ancor prima che con lo stile. Ci vuole un po’ di tempo per assimilare lo stile di un autore, imparare tutte le sue piccole abitudini, ciò che gli piace e che lo contraddistingue. Quel che invece impariamo a conoscere da subito sono i personaggi.
 
Come to the dark side... we have cookies!
   Per qualche motivo che sicuramente ha radici psicologiche da qualche parte nel mio cervellino, un sacco di protagonisti mi stanno antipatici (Freud direbbe che è a causa delle loro teste, a forma di simbolo fallico). Invece adoro i personaggi secondari – meglio se sono la spalla del protagonista – e gli antagonisti.
   La cosa fondamentale che deve fare un personaggio per piacermi è essere il più reale possibile. Avere forze così come debolezze, commettere degli errori, stare antipatico a qualcuno all’interno della storia, avere delle stranezze e delle passioni, un passato non del tutto triste ma nemmeno idilliaco dal quale trae – consapevolmente o meno – insegnamenti, patemi e comportamenti che adotta nel presente.
   Mi rendo conto che quasi tutti i personaggi, almeno un pochino, devono essere stereotipati. Devono avere quel qualcosa che affascini alla prima lettura, altrimenti come fanno ad “acchiapparci”? Ad esempio il classico amico migliore amico burlone del protagonista, o la ragazza antipatica e svampita. L’importante è che non siano solo questo, che nascondano dietro la faccia più di ciò che mostrano. Non succede così anche nella vita, alla fine? Prendiamo in antipatia la bella bionda dalle gambe lunghe in base a sole due frasi che ha pronunciato ma, quando impariamo a conoscerla, scopriamo che è una persona come tutte le altre, che può starci antipatica come simpatica a prescindere dalla sua biondezza.
 
   Orbene, ora che abbiamo esaurito la parte filosofica/pesante del post veniamo alla mia parte preferita! Un bella lista (adoro le liste).
 
   Cose che amo in un personaggio
  • Amo quando un personaggio fa o dice cose stupide e se ne pente subito dopo.
    Cosa mi succede quando ci sono personaggi
    con questa caratteristiche.
  • Amo i personaggi che hanno delle passioni bizzarre, come fare collezione di cose improbabili o fotografare attimi sfuggenti.
  • Amo quando esitano.
  • Amo i cattivi che hanno uno scopo.
  • Amo i personaggi psicopatici, ad esempio quelli che hanno una doppia personalità o sono talmente fuori di testa da essere convinti di essere nel giusto quando non è così.
  • Amo quando tutti i personaggi parlano compatibilmente all’epoca in cui si trovano.
  • Amo i personaggi che fanno battute veramente divertenti, e non battute tristi che fanno ridere giusto i personaggi del libro.
  • Amo i personaggi che si comportano male consapevolmente.
  • Amo quando un personaggio, dopo una crescita interiore, fa qualcosa al di fuori delle sue corde. Come un tipo chiuso che confessa a cuore aperto ciò che sente o cose simili.
 
   …di conseguenza…
Cosa mi succede
quando i personaggi non mi piacciono.
  • Odio i personaggi che non fanno un bel niente nella vita, almeno fino a quando non inizia il libro. Come le ragazze che non hanno interessi all’infuori del belloccio di turno, che se non fosse per lui e le avventure in cui le trascina che vita monotona vivrebbero?
  • Odio i personaggi perfetti in tutto e per tutto e li odio ancora di più quando “fingono” banali difetti per essere considerati ancor più bravi, belli e buoni.
  • Odio le coppie inutili. Per intenderci, quelle che stanno assieme “perché la trama dice così”, quando è chiaro che i due personaggi potrebbero benissimo odiarsi stando ai loro caratteri.
  • Odio i cattivi che vogliono conquistare il mondo senza un perché o con motivazioni banali come che gli hanno ucciso il criceto.
  • Odio i personaggi che, per vendicarsi, pianificano genocidi coinvolgendo chi è palese che non c’entri nulla (e non hanno nemmeno come scusante il fatto di essere pazzi!).
  • Odio i personaggi che se ne escono con frasi ad effetto che nella realtà nessuno dice mai.
  • Odio i personaggi che vogliono a tutti i costi essere tenebrosi e si disperano riguardo alla loro famiglia travagliata, fumando erba, ascoltando musica rock e pensando di essere davvero alternativi.
  • Odio i personaggi che, quando hanno una relazione, nonostante le prove palesi del fatto che la persona amata straveda per loro, sono gelosi. Tanto lo sappiamo che serve solo per quella scena in cui lui prende lei per le spalle e la bacia con passione contro ad un muro!

venerdì 28 novembre 2014

Che paese, l'America - Frank McCourt

   Qualcuno ricorda con quanta poetica convinzione e gioia avevo recensito “Le ceneri di Angela”? Be’, ora scordatevela.
   Dire che sono rimasta delusa da questo libro è un eufemismo, e dire che non mi è piaciuto non sarebbe del tutto corretto. Che ci rimane quindi, a parte le recensione, per rimuginare meglio sul perché e il percome non consiglierei questo libro a nessuno? Soprattutto a chi ha letto la prima parte.
 
   Frank McCourt arriva a New York a diciannove anni, forte di un passato che lo ha temprato e desideroso di un futuro migliore. Sbarca in un universo del quale capisce poco, se ne sta ai margini assieme a tutti gli altri immigrati di vario genere ma sogna il proletariato.
   Dapprima invisibile ragazzo delle pulizie nella hall di un grande albergo di lusso, Frank fa la sua brava leva nell’esercito degli Stati Uniti e, quando torna a casa, ricomincia a lavorare e poi si iscrive all’Università – grazie più che altro alla sua simpatia, perché il diploma non ce l’ha. Si laurea e comincia a insegnare. Sposa una bella ragazza, ha una bella figlia, e riunisce tutta la sua famiglia – o quasi – nel continente americano.
   Sembra idilliaco, e in effetti lo è da un certo punto di vista. Frank McCourt non si ritroverà mai più a raccogliere carbone per strada per accendere il fuoco, né a patire la fame o agognare una fetta di pane fritto. Ma allora, come mai questo libro mi è così odioso?
   Come in ogni cosa, anche qui c’è il rovescio della medaglia.
 
   McCourt passa gran parte della sua infanzia, e quindi tutto “Le ceneri di Angela”, a risentirsi con il padre che si beveva lo stipendio e li aveva abbandonati a Limerick a sopravvivere con la carità. Ma non appena sbarca a New York e prende un po’ di confidenza con la città, le ragazze e lo stipendio, ecco che corre nei peggiori bar di Caracas per fare esattamente la stessa cosa.
   Traspare una sorta di invidia per i ricchi americani che lui giudica fortunati, poiché non hanno patito tutto ciò che ha dovuto patire lui in Irlanda. Frank vorrebbe essere come loro ma, quando si ritrova in mezzo a quella gente, la scopre distante e incomprensibile.
   Nella vita adulta poi, nonostante i desideri di essere un buon marito e un padre presente, diventa sì un padre affettuoso ma un marito insofferente. A questo punto non è chiaro se i coniugi McCourt si siano separati o meno, resta comunque il fatto che la vita privata dell’autore non è poi così piacevole.
 
   Se non altro non gli si può rimproverare di non essere stato onesto.
   Non sarebbe corretto da parte mia giudicare la vita, le scelte e gli errori di un altro. Qualcuno che per di più non conosco e con cui non ho nulla a che vedere. Non discuto su come Frank McCourt ha mandato avanti la sua esistenza, perché quelli sono affari suoi. Dico solo che poteva anche evitare di scrivere quest’altro libro!
   “Le ceneri di Angela” lasciava una bella sensazione. Il lettore, consapevole del fatto che si trattava di una storia vera, poteva riflettere su come, nella vita, le cose possono sempre migliorare e, con un mix di sangue freddo, impegno e fortuna, anche l’impresa che sembra più difficile può essere realizzata. Se c’è una vita da cui trarre un insegnato, era quella di Frank McCourt.
   Salvo poi per il secondo libro.
   “Che paese, l’America” riesce a mostrare, nonostante i desideri realizzati e una vita che va solo in meglio, come si può essere sprezzanti delle cose ottenute e non averne mai abbastanza. Ritengo che da leccare il giornale del fish and chips a comprare casa a New York ci sia un grosso salto di qualità. Sebbene McCourt abbia fatto questo gran bel salto, e come lui i fratelli, non sembra essere felice di ciò che ha ottenuto. 
   Qui sta la pecca del libro, perché se visto da un’ottica differente, McCourt ha vissuto quello che qualcuno potrebbe definire ‘Il sogno americano’. Lui lo ha vissuto, ma nel suo libro ha saputo mettere l’accento solo sulle brutture della vita adulta, accompagnato dallo stesso stile secco e onesto che tanto bene si era adattato ad illuminare i piaceri dell’infanzia.
 
   Tanto per essere chiari, leggete “Le ceneri di Angela”. Poi chiudete il libro e dimenticate che ne esiste il seguito.

lunedì 24 novembre 2014

Topolino contro il mondo

   Al supermercato, in fila alla cassa.
   BIMBO, sventolando l’ultimo numero di “Topolino”: Mamma, possiamo prendere questo?
   MAMMA, con aria altera e ricercata: Ma certo, la cultura non ha prezzo!
   BIMBO: Perché? È gratis?
 
   Non è una scenetta, giuro, è accaduto davvero.
   Ora, a parte che i bambini mi fanno sbellicare appena aprono bocca, ma sono qui per puntare la luce su quel che ha detto la madre.
 
   Diciamo che considerare “Topolino” cultura non è il massimo. Capisco che il bimbo era piccolo, ma piuttosto un bel libro per l’infanzia, di quelli con una storia avvincente, un eroe senza macchia e una bella morale.
   Credo che la causa di questo sia da ricercare nel fatto non siamo un popolo di gran lettori. In Europa, almeno stando alle statistiche, l’Italia è il paese che legge di meno. Con questa carenza di libri nelle case, è ovvio che poi uno si emozioni quando compra “Topolino”.
   Ciò di cui volevo parlare comunque è questo: ma se leggere è così importante, si può leggere qualsiasi cosa?
 
   Proviamo a vedere la cosa da un punto di vista diverso di quello di una lettrice compulsiva. Proviamo un punto di vista nuovo: il lettore neofita.
   Leggere è importante. Su questo non ci piove. Ce lo insegnano a scuola, ce lo dicono tutti, quindi sarà così. A questo punto della nostra riflessione, dobbiamo distinguere due correnti di pensiero verso le quali il nostro lettore neofita si può lanciare: quella del “Ne deve valer la pena” e quella del “Tutto fa brodo”.
   I lettori “Ne deve valer la pena” pensano che, se si deve proprio leggere, allora tanto vale che sia qualcosa veramente importante. Un bel classico, meglio ancora un trattato o un libro di filosofia, ma alla fine anche un romanzo che denunci qualcosa – va bene qualsiasi cosa, basta che ci sia la denuncia, manco fossimo dai Carabinieri. Insomma, meglio leggere cose importanti e impegnate piuttosto che leggere romanzetti rosa, no? Sembra che questo tipo di lettore veda il leggere come un dovere più che come un piacere, e di conseguenza legge solo libri impegnativi, che rendano onore alla parola ‘dovere’ e siano il più possibile immuni al ‘piacere’.
   Al contrario, i lettori “Tutto fa brodo” sono dell’opinione che, pur di leggere, vada bene qualsiasi lettura. L’importante è leggere, gli hanno detto, quindi Dostoevskij o una lista della spesa, che differenza fa?
   Per parte mia gli estremismi non mi sono mai piaciuti. Ai primi dico che per forza la gente non legge se la prima cosa che gli date in mano è un mattone come “Guerra e pace”, ai secondi che forse forse la lista della spesa non è proprio una pubblicazione e “Topolino” viene generalmente considerato fumetto più che libro.
 
   Penso che la verità stia nel mezzo, così come per molte altre cose.
   Indubbiamente credo che leggere sia importante, e non solo perché è utile per non smettere mai di imparare o altre cose buoniste e da cattedra del genere. Secondo me è importante perché chi legge ha sempre la possibilità di aprire un libro, alla fine di una giornata che vorrebbe dimenticare, e immergervisi dentro scordando tutte le cose che sono andate storte. E a questo punto che sia un romanzo, un trattato di algebra o un racconto di tre pagine poco importa.
   Quindi, senza esagerare, posso dire di essere anch’io un’estimatrice di “Topolino”.
   Se in un libro, di qualsiasi genere, una persona trova conforto, allora deve leggerlo. Che importa poi se è “Cinquanta sfumature” o “La divina commedia”?

giovedì 20 novembre 2014

Ingannevole è il cuore più di ogni cosa - J. T. Leroy

   Sono passati parecchi anni da quando ho letto questo libro ma poco tempo fa ho avuto modo di riprenderlo fra le mani. Non ricordo nemmeno da dove lo presi, ma di certo non lo comprai io perché di sicuro avrei attirato le domande scomode di mia madre, un po’ come quando leggevo “Noi, i ragazzi della zoo di Berlino”, lei mi guardava con gli occhi tondi e cercava di psicanalizzarmi, ottenendo reazioni del genere:
 
   Autobiografia dello stesso Leroy, la vicenda racconta della sua infanzia assieme alla madre, una prostituta tossicodipendente, Sarah.
   A cinque anni Jeremiah viene portato via alla famiglia adottiva e la sua custodia torna alla madre naturale, che appena pochi mesi dopo averlo riavuto lo carica in macchina e comincia con lui una vita da vagabondi, fra alcol, droga e i diversi fidanzati della donna.
   Il rapporto che hanno Sarah e Jeremiah è sin dall’inizio conflittuale. Il bambino vorrebbe tornare dai genitori adottivi, quindi Sarah per impedirgli di fare capricci gli racconta bugie crudeli, ad esempio che i suoi genitori adottivi non gli vogliono bene perché è un bimbo cattivo, oppure che se non fa il bravo la polizia andrà a prenderlo per portarlo in prigione.
   Jeremiah viene più volte picchiato dai compagni della donna senza che lei muova un dito – e anzi, incitandoli a “dargli una bella lezione” – e, quando si ritrova da solo con l’ex marito di lei, viene violentato.
   Una volta sottoposto a cure mediche e psichiatriche il bambino viene mandato dai nonni, fondamentalisti cristiani che gli fanno studiare la bibbia e, se non la studia bene, lo picchiano. Rimane assieme a loro per qualche anno, finché Sarah non torna a riprenderselo. Ricomincia la vita di droga e prostituzione per la donna, maltrattamenti fisici e psicologici per il protagonista.
   Il libro si chiude quando Jeremiah è ormai adolescente ed ancora assieme alla madre. Dati i continui maltrattamenti ha sviluppato delle tendenze omosessuali e sadomasochistiche.
 
   Tristi e preoccupati per il povero Jeremiah “Terminator” Leroy? Ma tranquilli, non dovete! Perché è tutta una farsa.
   Se qualcuno ha già sentito parlare di questo libro forse lo sapeva. Quando l’ho letto mi aveva colpito molto perché pensavo a questo povero bambino sballottato fra una violenza e l’altra, e avevo quasi preso la faccenda a cuore! Poi, la scoperta: J. T. Leroy non esiste, è un invenzione della scrittrice Laura Albert.
   Ma vaff…! Si può dire? Io dico che si può.
 
   A quanto pare Laura Albert stava cercando di vendere il suo manoscritto “Sarah”, primo pubblicato dal fantomatico J. T. Leroy, ma credeva che essendo lei una sottospecie di desperate housewife nessuno l’avrebbe presa sul serio se avesse presentato romanzi di quel genere. Quindi si inventò un soprannome, Terminator, e un nome Jeremiah Leory, per dare più pathos e interesse ai suoi libri.
   Quando lo scoprii ci rimasi malissimo.
 
   Ora che rispolvero questa cosa non riesco a fare una recensione più lunga. Avrei voluto parlare del libro in maniera più approfondita perché in fin dei conti non posso dire che non mi fosse piaciuto. Stile diretto, crudo, di sicuro non per stomaci delicati, ma tutto sommato un libro che fa riflettere (a questo punto poco importa che sia vero o no, la sostanza c’è). Ma, giuro, non ce la faccio, mi dà troppo fastidio!
   Commenti? Io ne ho solo uno: