sabato 24 febbraio 2018

Fantasy over 18

Vi sarà capitato di leggere, fra le pagine del blog, che una volta leggevo tantissimi libri fantasy, ma adesso fatico moltissimo a trovare un fantasy che susciti il mio interesse. Per un giovane lettore credo sia molto facile avvicinarsi a questo genere, soprattutto qui in Italia. La grande distribuzione vede il fantasy come un genere dedicato ai ragazzi, quindi l’offerta è molto ampia, più ampia di qualunque altro genere per la fascia di età compresa fra i tredici e diciassette o diciotto anni. Forse è proprio questo il motivo per cui, ora che ci penso, non trovo moltissimi romanzi fantasy che mi andrebbe di leggere. Perché sono, a tutti gli effetti, libri per ragazzi che sento di aver già assimilato e che posso leggere con piacere, ma che non mi impegnano e non mi stupiscono più come una volta.
Ciò che prima cercavo in un libro erano avventure gloriose, storie d’amore in sottofondo, un mondo totalmente diverso in cui poter evadere. Ero una ragazzina e non avevo particolare esperienza oltre ai libri per bambini, di cui cominciavo a stancarmi. Ero pronta per romanzi più complessi e il fantasy è un genere che ben si adatta a introdurre un lettore giovane a qualcosa di più articolato.

Ho cominciato così con la Saga dell’Eredità di Paolini, con Il signore degli Anelli, i romanzi di Walter Moers ambientati a Zamonia (“dove tutto è possibile tranne la noia”), e come non citare i già famosi Harry Potter e Abarat. Ce ne sono stati altri sempre su questa scia, ma a differenza di quelli citati non mi hanno lasciato molto – infatti non mi ricordo i titoli. Quando mi sono tutto sommato abituata a vivere in un mondo di maghi, draghi, antiche profezie, e lunghi viaggi per salvare il mondo, mi sono guardata attorno alla ricerca di altri libri e ho scoperto che molti – moltissimi – seguivano lo stesso schema e, per me, non erano più così interessanti.
Però mi manca il fantasy. Mi manca scoprire delle terre incredibili, popolate da esseri misteriosi, dominate da leggi particolari, dalla magia, dalle leggende e dal surreale. Mi manca perdermi in un’avventura in cui può succedere qualsiasi cosa, e nella quale ci si può affezionare a personaggi peculiari.
Per ovviare a questa nostalgia ho provato più volte a leggere i romanzi che hanno preso piede negli ultimi anni, i cosiddetti urban fantasy, ma non sono riuscita ad appassionarmi. Molti hanno amato la serie di Cassandra Clare, “Shadowhunters”, o la saga dei Bambini speciali di Miss Peregrine, che ho letto con molte aspettative. Non mi hanno toccata più di tanto, pur trovando alcuni di questi libri carini, ma non più adatti al mio modo di sentire – infatti sono certa che li avrei adorati se li avessi letti qualche anno fa.
Mi rendo conto di sentire la mancanza di un genere fantasy per adulti, ma non come Trono di Spade, le cui parti migliori sono proprio quelle che di fantasy hanno ben poco. Un fantasy scevro dalle emozioni travolgenti dei suoi protagonisti più giovani, un fantasy in cui non siano protagonisti solamente gli adolescenti, che oltre ad affrontare battaglie per il loro mondo devono affrontare le battaglie dell’età. Vorrei un fantasy in cui i protagonisti siano già maturati, in cui la storia d’amore non sia d’obbligo, dove ci siano dei protagonisti in cui potermi riconoscere e i problemi personali siano altri di quelli soliti – come trovare il coraggio di dichiararsi alla bella elfa o ignorare il mago bulletto di turno.
Ho letto pochissimi romanzi fantasy che mi siano piaciuti, ultimamente, e la cosa un po’ mi rattrista perché sono quelli cui più mi sono appassionata. Non è il genere ad avermi stancata, forse è solo che non riesco più a trovare quello giusto per me. E un po’ penso sia colpa del concetto che abbiamo qui, di cui prima parlavo: i romanzi fantasy sono per ragazzi.
Forse sono io che non riesco più ad avvicinarmi ad un tipo di lettura semplice, a volte scontata ma così travolgente per i giovani lettori (come lo è stata per me). Ma mi chiedo: perché non può esistere un fantasy in cui dimenticare, per una volta, che deve esserci la protagonista atipica, e il protagonista affascinante, e un cattivo tutto sommato belloccio, e un triangolo amoroso, e una serie di tare mentali per la povera coppia? Perché mi sono un po’ stancata di leggere e intuire come andrà a finire, di usare il fantastico come scusa per il romantico.
Solo io sento la mancanza di un fantasy più adulto? O lo sentite anche voi?

domenica 11 febbraio 2018

Dovremmo essere tutti femministi – Chimamanda Ngozi Adichie

Non leggo molti saggi, penso di poter contare su una mano tutti quelli che ho letto sin’ora. Non so come mai, forse perché ho sempre paura che siano noiosi. Mi piacerebbe ogni tanto prendere un libro che non sia di narrativa e potermi immergere, e nel contempo apprendere, riflettere. Ad esempio vorrei leggere delle belle biografie, o studi riguardo ad argomenti che mi interessano, per saperne di più.
Scorrendo la mia wishlist ci sono pochissimi saggi, forse due o tre in tutto. E ora, uno di meno.

Il motivo per cui mi ha incuriosita “Dovremmo essere tutti femministi”, piccolo phamplet della Adichie (di cui ho già in wishlist da tempo immemore “Americanah”), è principalmente che ho sempre visto il femminismo come un movimento sospetto.
Sono curiosa riguardo le opinioni sul femminismo, perché ce ne sono moltissime e la maggior parte sono contrastanti.  La prima cosa che si pensa quando si parla di femminismo sono le prime manifestazioni anni ’60 con le quali le donne hanno cominciato a ribellarsi ad un sistema che le voleva angeli del focolare. Poi vengono alla mente i luoghi comuni sulla feroce femminista-tipo: non si depila, odia tutti gli uomini e non ha un fidanzato, è sempre arrabbiata, e non dimentichiamo che ha forti probabilità di essere lesbica – non è chiaro se essere femminista sia una conseguenza o un risultato dell’orientamento sessuale. Gli esperti ancora dibattono su questo argomento.

Una delle cose che vengono in mente a me, invece, è che il femminismo si fa portatore di battaglie che io non supporto, per questo sono così restia a definirmi femminista, nonostante sia del tutto favorevole all’uguaglianza dei sessi.
Mi sembra che il femminismo voglia che la donna somigli all’uomo, non che la donna abbia pari diritti e opportunità. Come se l’uomo fosse il prototipo ideale che dobbiamo raggiungere. Si fanno i complimenti a una donna dicendo che “ha le palle”, si pensa che la donna di oggi debba essere tosta, forte, non farsi intimidire, fare carriera. Tutte caratteristiche che appartengono alla natura maschile o comportamenti che, fino ad oggi, sono stati tipici dell’uomo.
Altra idea di cui ho sentito parlare invece è l’esatto opposto: gli uomini dovrebbero essere più come le donne. Accettare la loro sensibilità, togliersi dalla testa idee retrograde che vedono l’uomo il pilastro della famiglia, essere sempre ‘dei duri’. Credo che ci sia un fondamento di verità in questo, in quanto esistono moltissimi luoghi comuni anche sugli uomini, ma non è detto che la soluzione sia assomigliare alle donne. Piuttosto gli uomini, come noi donne, dovrebbero battersi per dimostrare che tutti i preconcetti che si hanno sul maschio sono sciocchezze.
Alcuni gruppi che si definiscono femministi dichiarano cose assurde, ad esempio che se l’uomo può andare in giro a torso nudo allora anche le donne dovrebbero poterlo fare. Quello non è femminismo, è solo mancanza di buon senso.

Per questo non apprezzo il femminismo, almeno per come lo definiamo oggi. Penso che ci sia bisogno di un femminismo diverso, il tipo di femminismo che ho scoperto nelle parole della Adichie e nel quale mi sono finalmente rispecchiata.
Le donne vengono ancora rese oggetto di ingiustizia nella nostra società, che fra l’altro è quella dove ce la passiamo meglio. Esistono paesi e culture nelle quali le donne vengono maltrattate fisicamente, mentalmente, e tutto ciò non è contro la legge ma, anzi, ne fa parte! In alcuni paesi la donna è inferiore per cultura. Chi dice che ormai il femminismo non ha ragione di esistere ha torto, e la realtà in cui viviamo lo dimostra tutti i giorni.
Credo che sia sempre più voluto, oggi, un femminismo che non parla solo della donna, una sorta di femminismo bisex. Il tipo di femminismo nel quale anche gli uomini possano rispecchiarsi, che anche loro possano abbracciare, perché è giusto che sia così. Noi donne conviviamo con gli uomini, e nessun movimento per salvaguardare i nostri diritti sarà mai completo se non vi includiamo anche l’uomo. Non c’è nessuna crescita se combattiamo solo per i diritti delle donne, se cerchiamo di imporre la supremazia di un genere sull’altro.
Per questo dovremmo essere tutti femministi. Perché così facendo si elimina la distanza che c’è fra noi, si eliminano le discriminazioni e le ingiustizie nei confronti di tutti, e prima di pensare all’uomo o alla donna si pensa alla persona.


Vi lascio alcune delle frasi del libro che più mi hanno colpita e che, spero, possiate trovare interessanti.

Quindi gli uomini governano, nel vero senso della parola, il mondo. La cosa poteva avere senso mille anni fa, quando gli esseri umani vivevano in un mondo in cui la forza fisica era la qualità più importante per sopravvivere. La persona fisicamente piú forte aveva piú probabilità di diventare il capo. E gli uomini di solito sono fisicamente piú forti (è ovvio che esistono molte eccezioni). Oggi viviamo in un mondo profondamente diverso. La persona piú qualificata per comandare non è quella piú forte. È la piú intelligente, la piú perspicace, la piú creativa, la piú innovativa. E non esistono ormoni per queste qualità. Un uomo ha le stesse probabilità di una donna di essere intelligente, innovativo, creativo. Ci siamo evoluti. Ma le nostre idee sul genere non si sono evolute molto.

Facciamo un grave torto ai maschi educandoli come li educhiamo. Soffochiamo la loro umanità. Diamo della virilità una definizione molto ristretta. La virilità è una gabbia piccola e rigida dentro cui rinchiudiamo i maschi.
Insegniamo loro ad aver paura della paura, della debolezza, della vulnerabilità. Insegniamo loro a mascherare chi sono davvero, perché devono essere, per usare un’espressione nigeriana, «uomini duri».

Qualche tempo fa una giovane è stata vittima di uno stupro di gruppo in un’università nigeriana, e la reazione di molti suoi coetanei, sia maschi sia femmine, è stata piú o meno questa: sí, lo stupro è una cosa sbagliata, ma cosa ci faceva una ragazza in una stanza da sola con quattro ragazzi?
Cerchiamo, se possibile, di mettere da parte l’orribile disumanità di questa reazione. A questi nigeriani è stato insegnato a ritenere la donna colpevole per sua stessa natura. E ad aspettarsi cosí poco dagli uomini che vedere l’uomo come una creatura selvaggia priva di autocontrollo per loro è tutto sommato accettabile.

lunedì 29 gennaio 2018

La chiamata dei tre – Stephen King

L’anno scorso ho iniziato a leggere la saga della torre nera di King, soprattutto perché sarebbe uscito il film con Matthew McConaughey e Idris Elba. Il film era carino, ma nulla di che. A posteriori, posso dire che è stato una mezza delusione. Non c’entrava molto con il libro, e adesso che conosco la vera trama mi è sembrato semplicistico e adattato a forza ad un pubblico di ragazzini. Ho sentito dire che non ci sarà un seguito, e che il film ha disatteso le aspettative di molti.
Chissà perché?

Il primo volume della serie, “L’ultimo cavaliere”, è onirico – non ci sono altri modi per descriverlo.
La trama è quasi inesistente, più che leggerla la si intuisce. La storia qui viene vagamente introdotta, i concetti su cui la serie si reggerà vengono esplorati, e conosciamo il protagonista e l’antagonista principali. Non molto per un primo volume, soprattutto se pensiamo che conta anche qualche centinaio di pagine.
Non scrissi una recensione di questo libro perché non sapevo cosa dire. Sinceramente, non lo so nemmeno ora.
L’autore era a conoscenza delle stranezze di questo romanzo, lo scrive in una nota a fine libro, specificando che non è impazzito, e che quello che abbiamo letto non sono farneticazioni ma qualcosa che prima o poi prenderà una forma. Basta avere fede.
Menomale che esiste il seguito, “La chiamata dei tre”. Altrimenti sarebbero state farneticazioni.


Per farla breve: la Torre Nera si erge al centro di svariate dimensioni e il pistolero Roland di Gilead è l’ultimo che può salvarla dalla caduta. Se la torre cadesse sarebbe il caos, il che è proprio quello che vuole Randall Flagg, nemico che compare già in altri universi kinghiani, personificazione del maligno e tutto ciò che di brutto e cattivo riusciamo a immaginare.
In “La chiamata dei tre” passiamo ad uno stile più narrativo, più comprensibile se vogliamo. Vengono introdotti nuovi personaggi, la storia è più raccontata e si incomincia a vedere un senso in ciò che si legge. Nonostante questo rimane un capitolo introduttivo, perché parla essenzialmente di come Roland metta insieme la sua squadra, e da un pistolero si passi a tre pistoleri.
Non posso dire di essere stupita, King riesce a raccontare in un capitolo ciò che gli altri a volte dicono in un paragrafo. Ha senso, ci a messo un intero libro a raccontare quel che di solito leggiamo in un capitolo!
In questo romanzo si conoscono i personaggi che saranno i protagonisti, la storia di come si incontrano e gran parte del loro passato, del vissuto e del carattere che ne deriva.

Mentre leggevo continuavo a pensare che il film dell’anno scorso non assomiglia affatto a questa storia, nemmeno lontanamente, e mi sono ritrovata a sperare che, magari, un giorno, qualcuno ne farà un altro film, che sia però veramente La saga della Torre Nera.
Quindi ho pensato a quali attori sceglierei io per interpretarli (come avrete capito, adoro fare questa cosa).

Roland di Gilead
Mi spiace per Idris Elba, ma dato che nel libro in realtà è specificato che il suo personaggio ha gli occhi chiari e, inoltre, la sua appartenenza alla razza caucasica ha una certa rilevanza per la trama di questo volume, non sceglierei lui per interpretare la mia versione del film.
Io ci vedrei bene Tom Hardy.
Roland è stato presentato come un uomo che ha fatto diventare il suo compito un’ossessione. Morirebbe pur di arrivare alla Torre. Peggio, è disposto a lasciar morire gli altri se questi intralciano il suo cammino, e per altri intendo innocenti, amici, compagni, chiunque. Non ha pensieri che per la sua missione, ma una parte di lui ha paura di cosa succederà quando l’avrà compiuta, se dopo sarà ancora vivo. La sua vita avrà ancora uno scopo? Lui che tipo di uomo sarà diventato? Di quante cose dovrà pentirsi alla fine del suo viaggio? Questo ci fa capire che, nonostante possa sembrare il classico personaggio ‘cazzuto’, che fa il suo figurone dicendo frasi ad effetto (come fa spesso Roland, per la verità) in realtà è un uomo più profondo, che nasconde una finezza particolare.
Tom Hardy ha abbastanza l’aria del pistolero (immagino una versione Eastwoodiana del suo Mad Max), ma l’ho visto anche compiere miracoli del piccolo schermo (“Stuart, a life backwards”) e so che c’è altro in lui, oltre ai grugniti e alla faccia del buono maledetto. Esattamente come Roland.

Eddie Dean
Questo è il primo personaggio che Roland ‘recupera’ dal nostro mondo per accompagnarlo durante il suo viaggio. Eddie sarà uno dei tre cavalieri e, anche se all’inizio non ne è molto entusiasta, pare abituarsi all’idea, quasi che ci tenga. Nella mia mente ha il viso di Dane Dehaan.
Nominato anche Il Prigioniero a causa della sua dipendenza da eroina, Eddie Dean è il personaggio cui è facile affezionarsi. Non è chiaro il suo carattere, forse per la sua giovane età, ma anche perché rivela molti lati del suo carattere, a volte contraddittori. Può sembrare pericoloso e avventato, ma è l’unico a far davvero ridere il lettore, a commuoverlo e suscitare tenerezza. Detesta Roland per averlo trascinato in quell’avventura, ma allo stesso tempo gli è grato perché lo ha salvato. Da sé stesso, dalla sua vita che non aveva una scopo.
Ho visto Dehaan in un paio di film che mi sono piaciuti moltissimo (“Come un tuono”, “Kill your darlings”), e mi sembra che renda meglio quando deve interpretare un personaggio scomodo, in qualche modo disadattato. Non so se è un complimento…

Odetta Holmes/Detta Walker
Forse uno dei personaggi più complessi di cui abbia mai letto. Preparatevi perché è difficile da seguire.
Giovane ereditiera nei primi anni ’60 in una New York che giudica con severità le donne, mal tollera i neri ma è costretta a trattare con riguardo una ricca donna afroamericana costretta sulla sedia a rotelle. Odetta Walker è una ragazza affascinante, colta, gentile, un’attivista per i diritti dei neri che ha subìto un incidente che l’ha portata a perdere entrambe le gambe. Spinta sulle rotaie della metropolitana, è sopravvissuta per miracolo, ma oltre alla menomazione fisica ne ha avuta una mentale.
Da quell’incidente è ‘nata’ Detta Walker. Detta odia i bianchi, è convinta che loro la maltrattino per partito preso, tutti, nessuno escluso. Pensa – no, è convinta – che la prendano in giro e vogliano persino ucciderla perché lei è nera. È pericolosa, imprevedibile, piena di rabbia, sconsiderata sino alla follia. Non le interessa capire la situazione, non le interessa vivere o morire. Vuole solo mettere i bastoni tra le ruote a Randall e Eddie.
Odetta non sa che Detta esiste. Detta intuisce che c’è qualcun altro nella sua vita, qualcuno di cui deve liberarsi, ma non sa chi o cosa sia. Quale prevarrà, fra le due? La dolce, intelligente Odetta o la folle e pericolosa Detta?
L’unica attrice che vedo bene in quel ruolo è Lupita Nyong’o, bellissima e che ha già dato prova di un grande talento (“12 anni schiavo”).

Dubito che faranno presto un secondo tentativo per il film della Torre Nera ma, nel caso decidessero di farlo e per mero capriccio del destino uno degli attori sia uno di quelli della mia lista, sarò molto orgogliosa e prenderò in considerazione l’idea di lavorare come direttore del casting.
Magari il prossimo film verrà fuori NC17, ma credo che riscuoterebbe maggior successo se assomigliasse un po’ di più all’originale – che non lesina in sangue, parolacce e ossessioni disturbanti.
Aww, che bello!

sabato 20 gennaio 2018

Penna alla mano #7: L’emozione del punto e virgola

Gennaio è inoltrato e scommetto che qualcuno sa già contando quanti giorni mancano alle prossime feste. Intanto però abbiamo ripreso il ritmo, anch’io, e quello che fino a un paio di settimane fa non mi veniva voglia di fare, eccomi qui a farlo: un post della rubrica “Penna alla mano”.

Uno dei tanti argomenti che gravitano attorno alla scrittura, ma di cui non sento parlare molto, è la punteggiatura.
Oltre ad essere un insieme di regole grammaticali, questa ci aiuta a dare un ritmo alla narrazione. Mi affascina il fatto che qualcosa che ha delle regole precise, dove effettivamente esiste un giusto e uno sbagliato, sia così importante per questioni affatto tecniche. La punteggiatura di un romanzo, infatti, aiuta a dare l’andatura giusta alla storia, è strettamente legata allo stile di un autore e queste cose influiscono sul piano emozionale, più che pratico.
La punteggiatura è quella parte di grammatica che per prima veicola le emozioni. Non esistono altri rami di questa disciplina che lo fanno. Conoscere i vocaboli, manipolare la sintassi, usare un vasto numero di termini, ci aiuta a far arrivare il messaggio al lettore, ma nessuna di queste cose suscita di per sé un sentimento.
Proviamo a immaginare come sarebbe leggere una storia senza punteggiatura (o in latino, che è un po’ la stessa cosa!). Come guardare un film senza colonna sonora. Oltre che confuso avremmo un testo privo di pause, di enfasi, di sorprese. Privo di sentimento.

Usati nel modo corretto i segni di interpunzione non solo rendono il testo leggibile, ma anche profondo.
Tuttavia ci sono autori che giocano con la punteggiatura come fosse uno dei loro personaggi. Basti pensare a José Saramago, Gabriel Garcìa Màrquez, James Joyce, tutti autori che hanno piegato al loro volere la grammatica per trarne opere di prestigio. Forse non sempre capite o apprezzate, lo riconosco, ma opere di cui non si può non ammirare il fascino – per quanto contorto.

Quando ho iniziato a scrivere questo post volevo solo parlare degli autori che sperimentano con la punteggiatura, e magari fare qualche esempio. Poi mi sono ritrovata a chiedermi perché, fra tutte le regole grammaticali, sia quella che più modifica la nostra percezione del testo ad essere stravolta agli autori. La più ignorata e, nel contempo, la più essenziale.

Allora ho capito che è questo il motivo. Nulla è più definitivo di un punto a capo, nulla crea più ansia di una serie di virgole ravvicinate. Nulla crea emozioni più contrastanti di un semplice, piccolo punto e virgola.

lunedì 15 gennaio 2018

Il grande romanzo degli anni '00

Negli ultimi mesi non ho letto moltissimi romanzi-mattone, quelli con un sacco di protagonisti che racchiudono ben più di una storia, ma un’intera società. Mi ritrovo a scorrere le mie letture ogni tanto e per qualche motivo guardo a queste epopee con una certa ammirazione.
Molti di questi libri sono piuttosto vecchiotti, oppure sono moderni ma ambientati in epoche passate (un centinaio di anni fa, a volte di più). Quindi mi sono chiesta: è possibile scrivere un romanzo di questo tipo ambientato nella nostra epoca? Parlare dell’uomo di oggi all’uomo di oggi con la stessa sorprendente lucidità con la quale Dostoevskji parlava della famiglia Karamazov? O con gli insegnamenti che Dickens amava mettere sulle labbra ai suoi protagonisti, rendendoli esempio di buone o cattive abitudini dei suoi contemporanei?
In parole povere, si può scrivere il grande romanzo degli anni 2000?

Non ho bisogno di arrivare alla fine del post per dire questo, ma certo che si può! Tutto si può! Soprattutto quando si entra nell’universo della scrittura.
Ma andiamo più nei dettagli…

Il discorso che sto per aprire è molto più ampio, credo, di quanto questo piccolo blog possa sopportare, ma ci proveremo lo stesso.
Negli ultimi tempi, complici i social network, un nuovo concetto sta prendendo forma, quello dell’importanza del singolo. Nel Rinascimento siamo passati dal considerare Dio il centro dell’universo a considerare l’umanità importante e più capace di quanto non avessimo mai osato immaginare. Oggi andiamo ancor più nel dettaglio e consideriamo il singolo il centro di tutto. La tecnologia ha aiutato molto questo concetto.
Oggi tutti hanno la possibilità di dire ciò che pensano, tutti sono convinti che la loro opinione conti quanto quella di chiunque altro. Di piattaforme per farsi sentire ce ne sono a migliaia e ciò che conta di più non è quello che dici, ma quanto forte lo dici.
Lo so, questa critica proprio da parte di una persona che apre un blog potrebbe sembrare ipocrita, ma vi dirò, non è il fatto che tutti dicano la loro a infastidirmi, sono tutto un altro genere di cose. Ad esempio il fatto che internet abbia molto più successo con le critiche distruttive che costruttive, o il fatto che persone che non se ne intendono di qualcosa pensino effettivamente che la loro opinione sia pari a quella di persone specializzate in un dato settore. Mi disturba il fatto che la gente che viene ascoltata di più è quella che parla con la voce più grossa, invece che quella che dice cose sensate, o il fatto che internet possa distruggere la vita di una persona perché tutti hanno la possibilità di dargli addosso.
Quindi in realtà trovo le nuove tecnologie invenzioni utilissime e potenzialmente meravigliose, ma ovviamente il modo in cui le utilizziamo è umano e loro hanno la possibilità di ingigantire sia le nostre idee più belle che i nostri peggiori comportamenti.

Insomma, tutto ciò per dire: questo è il secolo del singolo, della persona comune che ha il suo momento di gloria, degli ostacoli personali che vengono superati dopo grandi tribolazioni, della realizzazione personale. Le cose si concentrano più sull’interiorità, sulla vita di tutti i giorni, su quanto una persona che ha una vita appartenente banale possa essere speciale, basta prendersi la briga di conoscerla.
Anche nei libri si riflette questo gusto, se così vogliamo chiamarlo, quest’idea che non so se è tutta del nostro secolo, ma che ho sentito espressa più di una volta. Sono evidentemente figlia della mia epoca, perché lo trovo giusto, persino bello. Penso che ognuno di noi sia importante, che tutti siano speciali, se solo ci si prende la briga di andare oltre le apparenze.
Ma allora, di cosa potrebbe parlare il grande romanzo degli anni ’00? Perché anche se mi sembra romantico e così carinooo questa idea di fondo che il 99% dell’umanità sia formato da belle persone (basta scavare un po’ in alcune, ma non sono cattive, magari hanno solo un carattere di merda), un po’ ho la sensazione che siamo diventati egocentrici. La verità è che un grande romanzo non può parlare di una sola persona, per quante piccole gesta eroiche questa compia. Non può per definizione essere Il Romanzo ’00 se non parla della comunità ma del singolo, perché anche se siamo così concentrati su cosa succede a noi, c’è un intero mondo di noi là fuori.
E però di cosa dovrebbe parlare, se questa è la realtà in cui viviamo?

Forse potrebbe parlare di come possiamo migliorare. Potrebbe mettere in luce i modi belli e quelli brutti in cui stiamo usando questa tecnologia che ha travolto le nostre abitudini, il nostro rapportarci con il mondo, con gli amici, con noi stessi. Potrebbe parlare di come sia giusto imparare ad alzare gli occhi per renderci conto che non è importante mostrare cosa facciamo, ma goderci il momento – si fa presto a dirlo, ma quanti di noi lo fanno davvero?
Più andiamo avanti più siamo distanti dalle generazioni che sono nate con internet veloce, illimitato, e portatile, e secondo me è quello che ha veramente cambiato moltissime cose. Io mi ricordo quando internet non ce l’avevano tutti, e chi ce l’aveva ci metteva talmente tanto a far caricare una pagina web che nel frattempo facevi in tempo a prepararti un panino, a fare una partita a carte, a mettere a posto quella cosa che hai rimandato tutto il giorno, e quindi alla fine ti stufavi e andavi (di persona) a chiedere a un amico, o alla bibliotecaria.

Non dubito che qualcuno scriverà, prima o poi, questo Grande Romanzo dei Nostri Tempi. E quando uscirà spero che non parli del singolo, ma di tutti.

domenica 7 gennaio 2018

Letture 2017

Ho passato le ultime due settimane a spulciare classifiche di lettura dei blog che seguo, o che qualcuno che seguo segue. Per un mio pallino però ho voluto attendere il nuovo anno prima di stilare la mia classifica: non si sa mai che cosa si può leggere all’ultimo momento, forse un libro che merita una menzione.
Ciò detto, iniziamo!

Quest’anno ho letto trentatré libri e ne ho mollati nove (anche se a me sono parsi di più). Diciassette scritti da uomini, tredici di autrici donne.

Mi tolgo subito il pensiero dei pessimi romanzi, per sproloquiare dopo su quelli più belli.
Fra quelli che ho abbandonato ci sono dei romanzi noiosi, e vabbé quelli capita di trovarli, ma altri li ho lasciati perdere perché erano assolutamente detestabili. E credo che valga la pensa farveli sapere, nel caso i nostri gusti coincidano, in questo modo sarete salvati da una crudele lettura.
Ad esempio (e qui le fans in crinolina nella sala da tè inorridiranno) ho abbandonato Cime tempestose perché tutti i personaggi mi sembravano dei menomati mentali, delle persone detestabili e veramente cattive, cattive nell’animo. Il tipo di persona che agisce apposta per far star male qualcun altro. Non l’ho terminato, è vero, e di solito mi astengo dal commentare quel che non ho finto di leggere perché mi dico sempre che, forse, un giorno riprenderò il romanzo e mi piacerà tantissimo. Ma questo, veramente… no. Nel caso mi balenasse in testa di riprovarci, farò in modo di ricordare la voglia che mi pervadeva di schiaffeggiare la protagonista, di uscire dalla storia e scappare.
Per fortuna ci sono anche dei romanzi che non sono riuscita a finire ma che un giorno vorrei riprendere, come L’ombra dello scorpione. King attende fiducioso ridacchiando sotto i baffi, fra un romanzo storico e un classico moderno, sapendo che non posso resistergli.
Ma passiamo a qualcosa di cui posso parlare con cognizione di causa!
Riesco anche a finire libri che non mi entusiasmano molto, ho le prove. Tuttavia vi sconsiglio la lettura di Il ristorante degli amori ritrovati, che snerva, La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo, godibile ma riesce a rovinare tutto trasmettendo un messaggio che ho odiato, Un figlio di Alejandro Palomas, troppo bislacco per essere preso sul serio.

Quest’anno alcuni libri mi hanno sconvolta (Lolita di Nabokov, Stanza, letto,armadio specchio della Donoghue, Uomini e topi di Steinbeck), di altri mi sono tolta lo sfizio e la curiosità (Annientamento, Cent’anni di solitudine, La scopa del sistema). Ho avuto l’opportunità di ritrovare autori che già conoscevo, con libri di cui non sapevo nulla (La sovrana lettrice di Bennett, Oceano mare di Baricco, La figlia della fortuna della Allende). E ho scoperto nuovi autori, con libri su cui mi ero documentata (Margaret Atwood, Ian McEwan).
Ma soprattutto questo è stato l’anno di alcuni libri, pochi, che ho amato moltissimo. In ordine cronologico, perché scegliere il più bello sarebbe come chiedere a un bambino se preferisce le caramelle o la cioccolata, le vacanza estive o il Natale, la pizza o le patatine! Insomma, impossibile ottenere una risposta che vada bene per ogni giorno.

I miserabili – Victor Hugo
Capolavoro.
Potrei passare ore a parlarne e non avrei detto la metà di ciò che questo libro racchiude. Credo che la sua forza stia nel rendere l’animo umano il vero protagonista, e questo ci fa avvicinare ad ogni personaggio, anche il più malvagio, perché l’autore ci mette nelle condizioni di capirlo. Nemmeno la vicenda storica è più importante dei sentimenti che smuovono i personaggi, infatti questa assume un ruolo centrale per il proseguire della trama ma ciò che importa al lettore è che ne sarà di coloro che sono coinvolti nella vicenda.
Appassionante, preciso eppure vasto come pochi romanzi sanno essere. Non ci sono altre parole per descriverlo e sono costretta a ripetermi: un capolavoro.

Il genio e il golem – Helene Wecker
Decisamente più leggero, sia nello stile che nei contenuti, un romanzo fantasy ambientato nella New York di inizio ‘900.
Una città proiettata nel futuro, che si scrolla di dosso le ultime vestigia del secolo appena passato. Una New York per metà cupa, immersa nell’ombra della notte, e per metà vivace, nuova, cosmopolita, brillante e all’avanguardia. In mezzo a tutto questo due creature opposte e soprannaturali, una nata dal fuoco e figlia del deserto, l’altra nata dal fango freddo e dall’umidità. Una, incatenata e irrequieta, agogna la libertà, l’altra è felice solo quando serve un padrone.
Ogni personaggio in questo libro è come il concetto dello yin e lo yang. Ognuno ha il suo opposto, si trova in situazioni completamente contrarie alla propria natura, situazioni che sarebbero ottime per la propria controparte. Anche il loro spirito è così, sono fortemente legati alla loro natura ma tendono verso il loro opposto.
Ho adorato questo libro avventuroso ma anche dolce, che fa affezionare ai personaggi nonostante i loro difetti.

Paris – Edward Rutherfurd
Letto in un baleno, per quanto la mole lo permettesse, e amato come pochi romanzi fin’ora. Amato talmente tanto, in effetti, che mi sono affrettata a segnarmi il nome dell’autore e procurarmi qualche altro suo romanzo.
Torno a Parigi con uno stile più spensierato, con meno drammi e più voglia di andare avanti. Qui la protagonista è la città, che sembra raccontare la Francia e la sua storia attraverso le persone che vi si muovono, come in un lungo memoriale. Narra la sua storia di città che guarda avanti, alla modernità, di città asserragliata dai tedeschi, di città vissuta da un popolo le cui leggi sociali stanno cambiando. Ricorda i momenti in cui le mura di cinta medievali racchiudevano un mondo più piccolo, e quelli in cui il popolo ha fatto la rivoluzione cambiando per sempre la storia e il viso di quella Parigi che è diventata simbolo della libertà del suo popolo.
L’ho trovato un romanzo pieno di vita, che racconta la storia di una città veramente magica.

Ed ecco le letture di quest’anno. Di certo alcune mi hanno incantata e le ricordo con più piacere di altre, ma tutti i titoli sono stati preziosi, anche quelli che non mi sono piaciuti, perché mi hanno fatta entrare in un mondo ricco di emozioni.

Spero che abbiate trovato spunto per qualche bella lettura, magari che potrete fare quest’anno.