lunedì 3 settembre 2018

Siedi e goditi il viaggio

Lo so, ho appena scritto un post sul viaggio a Parigi e adesso, a giudicare dal titolo di questo, ve ne voglio propinare un altro. Ma questa volta è diverso, questi sono viaggi letterari.
Come già accennato ho faticato a leggere in questi ultimi mesi, ma ci sono alcuni dei pochi libri che ho letto che mi hanno trasportata. E in queste settimane in cui si fanno i conti su come sono andate le vacanze, io vi racconto dei viaggi supplementari che ho fatto seduta sul divano!

Non so a cosa sia dovuto, ma ci sono libri profondamente legati al luogo che raccontano. Magari non tanto per la trama, che potrebbe benissimo svolgersi altrove con minime differenze, ma soprattutto perché l’autore sembra amare quel luogo.
Penso sia questa la differenza fondamentale, quando senti che un romanzo è scritto per appartenere a un determinato posto. Lo leggi, e mentre lo leggi ti rendi conto che i personaggi, l’atmosfera, le sensazioni, non sarebbero le stesse, non funzionerebbero, se il romanzo fosse ambientato altrove. Penso che sia perché l’autore sente profondamente quella città o quel paese, lo ha vissuto e apprezzato, e forse il romanzo che stiamo leggendo non è tanto una storia quanto il risultato di un profondo legame con quel luogo.
E quindi eccoli, i romanzi che mi hanno fatta viaggiare!

American gods – Neil Gaiman
Fin’ora di Gaiman ho letto solo storie per bambini e, anche se questo romanzo l’avevo in wish list da tempo immemore, a farmi decidere una volta per tutte è l’aver visto la prima stagione della serie tv, che più che una storia è un capolavoro di fotografia, quasi un’opera d’arte! (La consiglio, si vede?) Questo è il primo romanzo “per grandi” che ho letto di questo autore, e adesso che conosco questo lato del suo stile non lo lascerò andare mai più.
Può sembrare scontato che un libro con già nel titolo ha la parola ‘America’ sia effettivamente legato all’America, eppure io ci ho trovato più di un semplice legame dovuto alla trama. Per forza di cose è ambientato negli Stati Uniti, ma come già detto non basta che una storia sia ambientata in un determinato posto per sentirlo, quel posto.
Io non simpatizzo per gli USA, come a volte sento fare a qualcuno, come se fosse ancora la terra promessa dell’inizio del secolo scorso. Penso che sia un paese molto diverso dal nostro, con molte possibilità e molti difetti, come tutti i paesi immagino. Eppure con “American gods” mi sono ritrovata a scoprire un aspetto che comprendo e sento di più.
La trama è molto fantasy e neanche per sbaglio parla di come si vive negli Stati Uniti, ma pone l’accento sulle migrazioni avvenute per secoli in queste terre. Forse è per questo motivo che la storia mi ha presa così tanto, perché l’idea che l’America e il suo popolo come lo conosciamo oggi si sia formato tramite migrazioni in fondo è il concetto che a noi Europei arriva per primo. Forse anche all’autore, che è inglese, questo concetto affascina, anche perché tutto si basa sul fatto che gli uomini, viaggiando, hanno portato con loro il proprio credo: i propri dèi.
“American gods” non è quel libro che consiglierei a tutti, perché non sempre è di facile lettura e deve anche piacere il genere per goderlo appieno. Tuttavia è una di quelle storie che vorrei tutti leggessero, perché vi ho trovato dei passaggi di delicatezza e intensità incredibili.

Fair play – Tove Jansson
Quest’anno per il mio compleanno io e Il Fidanzato siamo andati un giorno a Camogli (mi sogno ancora il fritto misto e la focaccia al formaggio!). Mentre passeggiavamo siamo passati vicino a una libreria con i romanzi esposti e, dato che se c’è una libreria indipendente io ci devo entrare per forza, allora ci siamo entrati. Il Fidanzato ha colto l’occasione per un ulteriore regalo, punzecchiandomi affinché scegliessi un libro. La scelta è caduta su questo romanzetto sottile, edito da Iperborea, che si è rivelato più complesso di quanto immaginassi.
Tove Jansson era finlandese e, dopo aver letto questo libro, penso che amasse i paesaggi della Finlandia o, più in generale, del nord. La trama del romanzo è praticamente inesistente, sono stralci di vita di una coppia di donne ormai quasi anziane, due artiste che vivono su un’isola e che condividono una casa, il loro tempo, le loro idee e delle abitudini rassicuranti. Spicca la personalità delle protagoniste, perché è grazie a loro se la storia prende corpo. Personalmente io ho trovato anche un altro protagonista in “Fair play”. Il luogo dove si svolgono gli eventi.
Un’isola quasi del tutto disabitata, incantata di quell’incanto che hanno le terre aspre, in cui vivere non è così semplice, ma non per questo non priva di fascino. Nelle descrizioni del mare, delle nebbie, dei temporali, che pur non erano il punto focale del romanzo – per niente – avrei voluto essere lì. In mezzo al freddo e alla tempesta, ad ascoltare le assi del soffitto che scricchiolavano, guardare fuori dalla finestra e vedere il mare in tumulto, ascoltare l’ululato del vento e attendere il mattino dopo per ritrovare la calma e il paesaggio freddo di fronte agli occhi.
Non c’è un motivo particolare per cui “Fair play” non potrebbe essere ambientato in un altro luogo. Ma, di fatto, non potrebbe esserlo.

La banda di Asakusa – Yasunari Kawabata
Ho un debole per il Giappone. Ma non come ce l’ho per Parigi, ho un debole per tutto il Giappone! Per le tradizioni che convivono con il progresso incalzante, per la frenesia delle grandi città e la pace delle campagne, per le abitudini così diverse dalle nostre. Mi piace che in Giappone facciano alcune cose con calma, come se fossero sempre alla ricerca della pace interiore, e mi affascina che ne facciano altre in tutta fretta ed efficienza, fino all’esaurimento nervoso. Mi piacciono i film delicati e malinconici, e gli anime che passano metà puntata a gridare (aMMori del momento: “Attacco dei giganti” e “My hero academia”). In parole povere, del Giappone mi piacciono le sue contraddizioni.
Non ricordo come mai ho sentito parlare di questo romanzo ma, leggendo che era ambientato in un quartiere di Tokyo, mi sono incuriosita e l’ho letto. Nonostante la mia fascinazione, infatti, non ho mai trovato un autore giapponese che mi piacesse davvero (ho letto la Yoshimoto, Ito Ogawa, Murakami e ho ancora da leggere il recente nobel Kazuo Ishiguro).
Almeno fino ad ora.
“La banda di Asakusa”, a differenza dei romanzi di cui vi ho parlato prima, ha una reale relazione con la trama. Infatti l’autore si era prefissato proprio di scrivere un romanzo ambientato ad Asakusa, un quartiere di Tokyo molto antico nel quale aveva vissuto per tanti anni. Non definirei questo libro un romanzo, ma penso di non aver mai letto una dichiarazione d’amore ad un luogo, prima. Yasunari Kawabata rende Asakusa alla stregua di una persona, delinea infatti non solo la geografia e la storia del quartiere, ma anche le sue peculiarità, i difetti, le brutture e le bellezze, in un susseguirsi di vicende che a volte diventano flusso di pensiero, ragionamento, e poi tornano racconto e poi di nuovo flusso.
Ho trovato splendido il fatto che un autore abbia scritto così tanto su questa piccola città nella città. Trovo sempre bello quando un artista comunica il proprio amore per qualcosa di inaspettato come un quartiere cittadino.

lunedì 13 agosto 2018

Parigi

Sapete che ogni tanto vi allieto con i resoconti delle mie vacanze, quindi ecco quella di quest’anno – e quale periodo migliore dell’estate per parlare di vacanze?
Quest’anno sono andata a Parigi. O meglio, sono tornata a Parigi. Erano anni che volevo farlo, penso da quasi dieci anni. È una di quelle città di cui mi sono innamorata per la sua atmosfera, più che per la visita in sé. Certo, visitare la città è stato bellissimo, sono stati bellissimi i musei, guardare fuori dai finestrini della metro quando viaggiava sopra la città, perdersi nelle stradicciole di Montmartre. Eppure quel che ricordo meglio è la sensazione che tutto sia tranquillo, come se mi trovassi in una piccola porzione di spazio dove tutto va bene, una bolla allegra.
Per me Parigi non è la città dell’amore. Non è neanche la città che da qualche anno è tristemente nota per gli attentati (perché sì, mi hanno anche detto: “Vai a Parigi? Sei pazza!”). Per me è la città della primavera. Perché mi dà le stesse sensazioni che mi dà la primavera. Un pomeriggio di primavera, per essere più precisi. Un pomeriggio al parco, con la temperatura perfetta e il tempo che sembra scorrere con regole diverse. Non hai impegni per la serata, non devi andare da nessuna parte e quindi ti fermi nel tuo angolo preferito e, appena prima di ascoltare la musica, o leggere un libro, o fare qualunque cosa tu sia andato lì a fare, respiri una grossa boccata d’aria e ti rilassi.

Un piccolo scorcio della camera.
Già dal trombone e dal lampadario capite che era bellissimo!

Ma passiamo alle cose concrete!
Ho offerto la mia vita a Air BnB, soprattutto dopo aver visto i prezzi di certi appartamenti. Quello che abbiamo scelto era in una buona posizione, non troppo centrale ma vicino alla metropolitana, e anche qui se hai la metro vicino puoi fare quello che ti pare.
Era spettacoloso!, lo abbiamo scelto per quello. Molto bohémien, per calarci meglio nella parte. Era un monolocale ricavato da una soffitta pieno zeppo di cianfrusaglie, mobili antichi, strumenti di ogni sorta appesi alle pareti, quadri e foto antiche, vecchie lampade, e – per qualche motivo – una miriade di specchi (ne ho contati almeno undici). Da lì si vedevano i tetti della città e, complici anche gli strumenti, mi aspettavo di vedere Romeo ‘er mejo del colosseo’ con la banda a suonare jazz sul tetto di fianco.
Musée d'Orsay
Per quanto riguarda i musei,sul sito del Louvre e del Musée d’Orsay ci sono scritti i giorni in cui fare le visite gratuite, ma nel caso non foste così fortunati da capitare da quelle parti proprio in quei giorni è meglio prenotare online direttamente sul sito del museo (anche se dovete registrarvi e tutto, ma non ci vuole molto).
Se siete appassionati di arte o semplicemente meticolosi nelle visite, prendetevi un intero pomeriggio per il Louvre. Accaparratevi una cartina appena entrati e cercate di capirci qualcosa: è immenso e labirintico. Meno impegnativo ma, a mio parere, più suggestivo, è il Musée d’Orsay, i cui soffitti altissimi e la possibilità di passare lungo quelle che una volta erano la struttura della vecchia stazione, rendono la visita più completa e più bella.
Altro museo da visitare assolutamente è il Musée Rodin, soprattutto i giardini. Mi sarebbe piaciuto che le statue all’esterno fossero più curate, ma sembra che la natura prenda facilmente il sopravvento sulle opere. Comunque gironzolare lungo il parco, fra gli alberi e i sentierini, e scoprire le diverse statue è un’esperienza da fare!
Altro luogo da visitare è certamente il cimitero di Père Lachaise, io l'ho trovato meraviglioso. Suggestivo, tranquillo ma nonostante tutto molto solenne (come si conviene a un luogo di culto).



Due quartieri hanno avuto la mia totale attenzione in questo viaggio: quello latino e Montmartre.
Il primo è il classico quartiere medioevale, è la parte più vecchia della città e prende questo nome perché un tempo era il quartiere abitato dagli studiosi, che parlavano quotidianamente latino. Questa è una delle zone che non hanno subito riqualificazioni urbanistiche e infatti si possono ritrovare strade piccole e tortuose, vecchi palazzi affastellati uno vicino all’altro e un’atmosfera vivace dovuta ai tanti ristoranti e negozi.
Montmartre è più ariosa, ma non per questo più facile da percorrere, infatti sorge su una collina e passeggiare per il quartiere… be’, diciamo che è un esercizio! Se non ricordo male fino alla fine dell’800 era considerata una zona povera, vi sorgevano ancora vigneti, cascine e le baracche dei più poveri. Pian piano però la città si è allargata e anche la collina di Montmartre è stata riqualificata con vere strade e anche lì le cascine sono state sostituite da palazzi.
La più grande e ambiziosa opera è la basilica del Sacré Coeur, sicuramente da visitare. Se avete tempo fermatevi sui gradini ad ascoltare qualcuno dei tanti musicisti che si esibiscono da quelle parti. Prima di arrivare alla basilica c’è una lunga salita piena di negozietti di souvenir e, dopo aver salito tutti i gradini ed essere passati di fianco all’edificio, si accede a delle stradine piene di ristoranti.
Se poi avete voglia di esplorare il quartiere potete andare alla ricerca del “Muro dei ti amo”, in una zona molto più tranquilla, lontana dalle masse di turisti.



Mi sono affezionata a Île de la cité, tanto che ho insistito con Il Fidanzato a fermarci nel parchetto che sta proprio sulla punta dell’isola, al quale si può accedere dal Pont Neuf (mi sono affezionata anche a lui: non sapevo, prima, che ci si potesse affezionare a un ponte).
Ovviamente è stato d’obbligo un salto alla Tour Eiffel, rigorosamente di sera perché è più suggestiva. Altra tappa è stata Notre Dame, ma questa volta non mi sono limitata a visitare l’interno della cattedrale. Se avete la possibilità consiglio caldamente una visita alle torri, dalle quali si ha una vista sulla città molto bella. Inoltre si possono vedere i famosi garogoyle e – è stata una vera sorpresa – accedere al campanile!



Insomma, Parigi è una città da vedere almeno una volta nella vita. La sua storia è scritta in ogni quartiere, edificio, in ogni piazza. Si divide fra gli acciottolati stretti e le casupole dipinte a colori pastello, agli opulenti palazzi barocchi, fino ai boulevard e le piazze napoleoniche, che non descriverei in altro modo se non monumentali.
Non so se ci tornerò ancora, a Parigi, perché ci sono così tanti posti da conoscere, visitare, scoprire. Ma di certo avrà sempre un posto di riguardo fra le mie città preferite, grazie all’atmosfera magica che vi si respira.
Quella, e il fatto che lì ho scoperto il frappuccino e il chai tea latte: Starbucks rulleggia.


domenica 5 agosto 2018

Il lato oscuro

Dopo tanti mesi (da febbraio mi pare) torno su questi lidi. Si vede che ogni tanto ho bisogno di una pausa dal blog.
Nonostante il precedente post inviti alla lettura, di libri in questo periodo ne ho letti pochissimi. Mi è venuto il blocco del lettore dopo essermi arenata a metà di “Via col vento”, vinta dalla malignità e cocciutaggine della protagonista – non sono sicura che si possa detestare Rossella, forse c’è una legge che lo impedisce e io ero l’unica a non saperlo, perché ho sempre sentito solo parole entusiaste su di lei ma, dopo averla letta, non me ne spiego il motivo. Ancora non mi sono ripresa del tutto, anche se “Ritratto in seppia” della Allende sta aiutando parecchio.
Un po’ per questo, un po’ perché si vede che non era il momento giusto, ho smesso di aggiornare. Non è stato volontario, semplicemente non avevo ispirazione per scrivere i post. Ma non mi andava di forzarli, e quindi eccomi qui dopo tanto, tanto tempo.

Una delle cose che mi è sempre piaciuta dello scrivere è la revisione del testo. Lo so, che tanti autori la detestano, o la vedono con orrore, o forse che la considerano una delle parti più noiose, meno creative, una delle cose legate ai doveri dello scrivere, più che ai piaceri. Eppure a me non è mai pesato particolarmente rileggere, correggere, fare considerazioni su tutti gli aspetti della storia e modificare lì dove necessario, anche grandi porzioni di testo. Mi è sempre piaciuto revisionare, sia sulle mie storie che su quelle altrui, di cui magari mi veniva richiesto un parere o una piccola correzione.
Non ho mai creduto veramente nei corsi di scrittura creativa, perché mi sembra che la scrittura sia qualcosa che non si può insegnare. Nella mia esperienza ciò che serve per migliorare nella scrittura è leggere tantissimo e fare pratica tutte le volte che si può. Inoltre sono convinta che ci voglia quel certo non-so-ché, una sensibilità particolare, un’idea, un modo di mettere le parole una dietro all’altra e riuscire a infondere a ognuna di esse una scintilla, e tutte messe assieme quelle scintille fanno dei fuochi d’artificio. Mica cose che si insegnano a un corso!
Ma per editare ci sono delle regole, mi sono detta. Quindi ho deciso di iscrivermi ad un corso di editoria.
Poi ho scoperto che, di regole, è come se non ce ne fossero.

Ho quasi sempre sentito parlare con sospetto degli editori, di alcuni grandi editori persino con biasimo, di quelli piccoli invece con grande ammirazione. Sono indubbiamente realtà diverse ed operano con modalità molto differenti e a volte, mi viene da pensare, con fini differenti (oltre a quello economico s’intende). Be’ sappiate intanto che non sono passata al lato oscuro, anzi sappiate che non c’è nessun lato oscuro.
Tutti gli insegnanti del corso erano persone che da anni lavorano nel settore e se c’è qualcosa che ho notato con immenso piacere è che tutti – non uno escluso – si sono dimostrati entusiasti del loro lavoro. Così come noi corsisti, impazienti di imparare e capire quello che a volte sembra un mondo popolato da leggi proprie, che i lettori spesso non capiscono e chi aspira a scrivere capisce ancora meno e guarda con diffidenza, quasi le case editrici fossero un ostacolo alla pubblicazione e non il tramite.
Inizialmente devo ammettere che anche io partivo con un’idea dell’editore un po’ falsata. Falsata da ciò che vedo in libreria, dalle catene di distribuzione, dai grandi gruppi editoriali che costringono le piccole realtà a sgomitare per sopravvivere, dai romanzi che cavalcano la cresta dell’onda della moda del momento. Ma non è solo quello, per fortuna, l’editoria. Certo ci sono molte cose che ho capito e con le quali non mi trovo d’accordo, tuttavia non posso chiudere gli occhi davanti a un fatto: chi lavora in ambiente editoriale è, prima di tutto, un lettore appassionato.

Sembra scontato da dire ma vale la pena ricordarlo, ogni tanto.
Sono lettori appassionati i professori che ci hanno tenuto lezioni sull’editing e la correzione di bozze, sulla grafica del libro, sulla filiera della distribuzione, sul marketing e la vendita del prodotto. Lo sono, o non si sarebbero avvicinati a quel mondo, perché è uno di quelli difficili da raggiungere e che non paga così tanto o così in fretta. Così come sono lettori appassionati tutti i corsisti, che se riusciranno a ritagliarsi il loro spazio in quel settore sarà una gran fortuna, perché ho conosciuto persone che desiderano davvero dare il loro contributo per scoprire opere bellissime e farle conoscere a tutti, persone che vorrebbero che tutti quanti capissero quanto è bello prendere in mano un libro e perdervisi.
E l’ho capito che non è così romantico, che si tratta soprattutto di duro lavoro, di leggere tantissimo e trovare pochissimo di veramente bello, di passare tanto tempo a fare ricerche sui più svariati argomenti, e scervellarsi su una parola o una virgola, e di scontrarsi con chi ti dice che non crede in un romanzo che ti ha entusiasmato, e cercare di essere il più empatici possibile con gli autori che ti hanno affidato la loro opera e magari sono un tantino restii ad accogliere suggerimenti, e un sacco di altre cose che abbiamo solo percepito, durante questo corso.
Però, alla fine, dopo tutto questo lavoro, ecco nascere qualcosa di meraviglioso: un libro. Che non è più solo dell’autore, ma è anche degli editor che ci hanno lavorato e hanno passato ore intere a parlare con gli scrittori di questo o quel personaggio o solo di una frase o di un punto. È del grafico che ha impaginato e pensato alla copertina, ai colori, al soggetto, così come del marketing che lo ha lanciato sul mercato e dei librai che lo hanno scelto in mezzo a centinaia di altri.
Ma soprattutto è anche dei lettori, quelli che si perderanno dentro i fuochi d’artificio.

Non so se questo corso cambierà qualcosa per me. Intanto ha cambiato il mio modo di vedere gli editori, e di approcciarmi allo scrivere.
Mi ha fatto capire che un giorno, se invierò un manoscritto a una qualunque redazione e questa lo vorrà pubblicare, avrò già trovato qualcuno a cui il mio lavoro è piaciuto, qualcuno che ci ha creduto. E magari è una sola persona, ma va bene anche così. Perché dopo di me, che ho investito tempo, speranze, e mi sono rimboccata le maniche e mi sono messa in gioco per inviare il mio libro a qualcun altro, c’è stato quel lettore. Quell’unico lettore che lavora in una redazione e ha voluto mettersi in gioco a sua volta, dicendo che il mio romanzo dovrebbe essere letto.
  Ci sarebbe molto da dire ancora su questo argomento – abbastanza da riempirci un libro, tu pensa! – ma l’ultima cosa che mi viene da dire è questa: forse, se gli autori e i lettori che puntano il dito contro le case editrici, perché loro sono il male e si approfittano di tutto e tutti, se si fermassero un attimo a pensarci capirebbero che non è proprio così. E magari un giorno, se noi lettori per primi smettessimo di comprare ai parenti per Natale l’ultimo best seller perché siamo sicuri che leggeranno solo quello, o il libro che va di moda perché “vediamo che dice, per essere così venduto”, o la biografia del calciatore scritta da un ghost writer o chi più ne ha più ne metta, allora forse riusciremmo a ritrovare quell’editoria di qualità che adesso è solo di nicchia, e che tutti ricordano con un’espressione sognante che manco Homer Simpson con la ciambella.

martedì 31 luglio 2018

Per salvarsi


Sui treni, per salvarsi, per fermare la perversa rotazione di quel mondo che li martellava di là dal vetro, e per schivare la paura, e per non farsi risucchiare dalla vertigine della velocità che certo doveva  continuamente bussargli nel cervello quanto meno nella forma di quel mondo che strisciava di là del vetro in forme mai viste prima, meravigliose certo, ma impossibili perché il solo concederglisi per un attimo istantaneamente rimetteva in corso la paura, e di conseguenza quell’ansia densa e informe che cristallizzata in pensiero si rivelava a tutti gli effetti nient’altro che il sordo pensiero della morte – sui treni, per salvarsi, presero l’abitudine di consegnarsi a un gesto meticoloso, una prassi peraltro consigliata dagli stessi medici e da insigni studiosi, una minuscola strategia di difesa, ovvia ma geniale, un piccolo gesto esatto, e splendido.
Sui treni, per salvarsi, leggevano.
Linimento perfetto. La fissa esattezza della scrittura come sutura di un terrore. L’occhio che trova nei minuscoli tornanti dettati dalle righe la nitida scorciatoia per sfuggire all’indistinto flusso di immagini imposto dal finestrino. Vendevano, nelle stazioni, delle apposite lampade, lampade per la lettura. Si reggevano con una mano, descrivevano un intimo cono di luce da fissare sulla pagina aperta. Bisogna immaginarselo. Un treno in corsa furibonda su due lame di ferro, e dentro il treno un angolo di magica immobilità ritagliato minuziosamente dal compasso di una fiammella. La velocità del treno e la fissità del libro illuminato. L’eternamente cangiante multiformità del mondo intorno e l’impietrito microcosmo di un occhio che legge. Come un nòcciolo di silenzio nel cuore di un boato.

Alessandro Baricco, Castelli di rabbia, Milano, RCS Libri, 1997, settima edizione, pg. 245

sabato 24 febbraio 2018

Fantasy over 18

Vi sarà capitato di leggere, fra le pagine del blog, che una volta leggevo tantissimi libri fantasy, ma adesso fatico moltissimo a trovare un fantasy che susciti il mio interesse. Per un giovane lettore credo sia molto facile avvicinarsi a questo genere, soprattutto qui in Italia. La grande distribuzione vede il fantasy come un genere dedicato ai ragazzi, quindi l’offerta è molto ampia, più ampia di qualunque altro genere per la fascia di età compresa fra i tredici e diciassette o diciotto anni. Forse è proprio questo il motivo per cui, ora che ci penso, non trovo moltissimi romanzi fantasy che mi andrebbe di leggere. Perché sono, a tutti gli effetti, libri per ragazzi che sento di aver già assimilato e che posso leggere con piacere, ma che non mi impegnano e non mi stupiscono più come una volta.
Ciò che prima cercavo in un libro erano avventure gloriose, storie d’amore in sottofondo, un mondo totalmente diverso in cui poter evadere. Ero una ragazzina e non avevo particolare esperienza oltre ai libri per bambini, di cui cominciavo a stancarmi. Ero pronta per romanzi più complessi e il fantasy è un genere che ben si adatta a introdurre un lettore giovane a qualcosa di più articolato.

Ho cominciato così con la Saga dell’Eredità di Paolini, con Il signore degli Anelli, i romanzi di Walter Moers ambientati a Zamonia (“dove tutto è possibile tranne la noia”), e come non citare i già famosi Harry Potter e Abarat. Ce ne sono stati altri sempre su questa scia, ma a differenza di quelli citati non mi hanno lasciato molto – infatti non mi ricordo i titoli. Quando mi sono tutto sommato abituata a vivere in un mondo di maghi, draghi, antiche profezie, e lunghi viaggi per salvare il mondo, mi sono guardata attorno alla ricerca di altri libri e ho scoperto che molti – moltissimi – seguivano lo stesso schema e, per me, non erano più così interessanti.
Però mi manca il fantasy. Mi manca scoprire delle terre incredibili, popolate da esseri misteriosi, dominate da leggi particolari, dalla magia, dalle leggende e dal surreale. Mi manca perdermi in un’avventura in cui può succedere qualsiasi cosa, e nella quale ci si può affezionare a personaggi peculiari.
Per ovviare a questa nostalgia ho provato più volte a leggere i romanzi che hanno preso piede negli ultimi anni, i cosiddetti urban fantasy, ma non sono riuscita ad appassionarmi. Molti hanno amato la serie di Cassandra Clare, “Shadowhunters”, o la saga dei Bambini speciali di Miss Peregrine, che ho letto con molte aspettative. Non mi hanno toccata più di tanto, pur trovando alcuni di questi libri carini, ma non più adatti al mio modo di sentire – infatti sono certa che li avrei adorati se li avessi letti qualche anno fa.
Mi rendo conto di sentire la mancanza di un genere fantasy per adulti, ma non come Trono di Spade, le cui parti migliori sono proprio quelle che di fantasy hanno ben poco. Un fantasy scevro dalle emozioni travolgenti dei suoi protagonisti più giovani, un fantasy in cui non siano protagonisti solamente gli adolescenti, che oltre ad affrontare battaglie per il loro mondo devono affrontare le battaglie dell’età. Vorrei un fantasy in cui i protagonisti siano già maturati, in cui la storia d’amore non sia d’obbligo, dove ci siano dei protagonisti in cui potermi riconoscere e i problemi personali siano altri di quelli soliti – come trovare il coraggio di dichiararsi alla bella elfa o ignorare il mago bulletto di turno.
Ho letto pochissimi romanzi fantasy che mi siano piaciuti, ultimamente, e la cosa un po’ mi rattrista perché sono quelli cui più mi sono appassionata. Non è il genere ad avermi stancata, forse è solo che non riesco più a trovare quello giusto per me. E un po’ penso sia colpa del concetto che abbiamo qui, di cui prima parlavo: i romanzi fantasy sono per ragazzi.
Forse sono io che non riesco più ad avvicinarmi ad un tipo di lettura semplice, a volte scontata ma così travolgente per i giovani lettori (come lo è stata per me). Ma mi chiedo: perché non può esistere un fantasy in cui dimenticare, per una volta, che deve esserci la protagonista atipica, e il protagonista affascinante, e un cattivo tutto sommato belloccio, e un triangolo amoroso, e una serie di tare mentali per la povera coppia? Perché mi sono un po’ stancata di leggere e intuire come andrà a finire, di usare il fantastico come scusa per il romantico.
Solo io sento la mancanza di un fantasy più adulto? O lo sentite anche voi?

domenica 11 febbraio 2018

Dovremmo essere tutti femministi – Chimamanda Ngozi Adichie

Non leggo molti saggi, penso di poter contare su una mano tutti quelli che ho letto sin’ora. Non so come mai, forse perché ho sempre paura che siano noiosi. Mi piacerebbe ogni tanto prendere un libro che non sia di narrativa e potermi immergere, e nel contempo apprendere, riflettere. Ad esempio vorrei leggere delle belle biografie, o studi riguardo ad argomenti che mi interessano, per saperne di più.
Scorrendo la mia wishlist ci sono pochissimi saggi, forse due o tre in tutto. E ora, uno di meno.

Il motivo per cui mi ha incuriosita “Dovremmo essere tutti femministi”, piccolo phamplet della Adichie (di cui ho già in wishlist da tempo immemore “Americanah”), è principalmente che ho sempre visto il femminismo come un movimento sospetto.
Sono curiosa riguardo le opinioni sul femminismo, perché ce ne sono moltissime e la maggior parte sono contrastanti.  La prima cosa che si pensa quando si parla di femminismo sono le prime manifestazioni anni ’60 con le quali le donne hanno cominciato a ribellarsi ad un sistema che le voleva angeli del focolare. Poi vengono alla mente i luoghi comuni sulla feroce femminista-tipo: non si depila, odia tutti gli uomini e non ha un fidanzato, è sempre arrabbiata, e non dimentichiamo che ha forti probabilità di essere lesbica – non è chiaro se essere femminista sia una conseguenza o un risultato dell’orientamento sessuale. Gli esperti ancora dibattono su questo argomento.

Una delle cose che vengono in mente a me, invece, è che il femminismo si fa portatore di battaglie che io non supporto, per questo sono così restia a definirmi femminista, nonostante sia del tutto favorevole all’uguaglianza dei sessi.
Mi sembra che il femminismo voglia che la donna somigli all’uomo, non che la donna abbia pari diritti e opportunità. Come se l’uomo fosse il prototipo ideale che dobbiamo raggiungere. Si fanno i complimenti a una donna dicendo che “ha le palle”, si pensa che la donna di oggi debba essere tosta, forte, non farsi intimidire, fare carriera. Tutte caratteristiche che appartengono alla natura maschile o comportamenti che, fino ad oggi, sono stati tipici dell’uomo.
Altra idea di cui ho sentito parlare invece è l’esatto opposto: gli uomini dovrebbero essere più come le donne. Accettare la loro sensibilità, togliersi dalla testa idee retrograde che vedono l’uomo il pilastro della famiglia, essere sempre ‘dei duri’. Credo che ci sia un fondamento di verità in questo, in quanto esistono moltissimi luoghi comuni anche sugli uomini, ma non è detto che la soluzione sia assomigliare alle donne. Piuttosto gli uomini, come noi donne, dovrebbero battersi per dimostrare che tutti i preconcetti che si hanno sul maschio sono sciocchezze.
Alcuni gruppi che si definiscono femministi dichiarano cose assurde, ad esempio che se l’uomo può andare in giro a torso nudo allora anche le donne dovrebbero poterlo fare. Quello non è femminismo, è solo mancanza di buon senso.

Per questo non apprezzo il femminismo, almeno per come lo definiamo oggi. Penso che ci sia bisogno di un femminismo diverso, il tipo di femminismo che ho scoperto nelle parole della Adichie e nel quale mi sono finalmente rispecchiata.
Le donne vengono ancora rese oggetto di ingiustizia nella nostra società, che fra l’altro è quella dove ce la passiamo meglio. Esistono paesi e culture nelle quali le donne vengono maltrattate fisicamente, mentalmente, e tutto ciò non è contro la legge ma, anzi, ne fa parte! In alcuni paesi la donna è inferiore per cultura. Chi dice che ormai il femminismo non ha ragione di esistere ha torto, e la realtà in cui viviamo lo dimostra tutti i giorni.
Credo che sia sempre più voluto, oggi, un femminismo che non parla solo della donna, una sorta di femminismo bisex. Il tipo di femminismo nel quale anche gli uomini possano rispecchiarsi, che anche loro possano abbracciare, perché è giusto che sia così. Noi donne conviviamo con gli uomini, e nessun movimento per salvaguardare i nostri diritti sarà mai completo se non vi includiamo anche l’uomo. Non c’è nessuna crescita se combattiamo solo per i diritti delle donne, se cerchiamo di imporre la supremazia di un genere sull’altro.
Per questo dovremmo essere tutti femministi. Perché così facendo si elimina la distanza che c’è fra noi, si eliminano le discriminazioni e le ingiustizie nei confronti di tutti, e prima di pensare all’uomo o alla donna si pensa alla persona.


Vi lascio alcune delle frasi del libro che più mi hanno colpita e che, spero, possiate trovare interessanti.

Quindi gli uomini governano, nel vero senso della parola, il mondo. La cosa poteva avere senso mille anni fa, quando gli esseri umani vivevano in un mondo in cui la forza fisica era la qualità più importante per sopravvivere. La persona fisicamente piú forte aveva piú probabilità di diventare il capo. E gli uomini di solito sono fisicamente piú forti (è ovvio che esistono molte eccezioni). Oggi viviamo in un mondo profondamente diverso. La persona piú qualificata per comandare non è quella piú forte. È la piú intelligente, la piú perspicace, la piú creativa, la piú innovativa. E non esistono ormoni per queste qualità. Un uomo ha le stesse probabilità di una donna di essere intelligente, innovativo, creativo. Ci siamo evoluti. Ma le nostre idee sul genere non si sono evolute molto.

Facciamo un grave torto ai maschi educandoli come li educhiamo. Soffochiamo la loro umanità. Diamo della virilità una definizione molto ristretta. La virilità è una gabbia piccola e rigida dentro cui rinchiudiamo i maschi.
Insegniamo loro ad aver paura della paura, della debolezza, della vulnerabilità. Insegniamo loro a mascherare chi sono davvero, perché devono essere, per usare un’espressione nigeriana, «uomini duri».

Qualche tempo fa una giovane è stata vittima di uno stupro di gruppo in un’università nigeriana, e la reazione di molti suoi coetanei, sia maschi sia femmine, è stata piú o meno questa: sí, lo stupro è una cosa sbagliata, ma cosa ci faceva una ragazza in una stanza da sola con quattro ragazzi?
Cerchiamo, se possibile, di mettere da parte l’orribile disumanità di questa reazione. A questi nigeriani è stato insegnato a ritenere la donna colpevole per sua stessa natura. E ad aspettarsi cosí poco dagli uomini che vedere l’uomo come una creatura selvaggia priva di autocontrollo per loro è tutto sommato accettabile.

lunedì 29 gennaio 2018

La chiamata dei tre – Stephen King

L’anno scorso ho iniziato a leggere la saga della torre nera di King, soprattutto perché sarebbe uscito il film con Matthew McConaughey e Idris Elba. Il film era carino, ma nulla di che. A posteriori, posso dire che è stato una mezza delusione. Non c’entrava molto con il libro, e adesso che conosco la vera trama mi è sembrato semplicistico e adattato a forza ad un pubblico di ragazzini. Ho sentito dire che non ci sarà un seguito, e che il film ha disatteso le aspettative di molti.
Chissà perché?

Il primo volume della serie, “L’ultimo cavaliere”, è onirico – non ci sono altri modi per descriverlo.
La trama è quasi inesistente, più che leggerla la si intuisce. La storia qui viene vagamente introdotta, i concetti su cui la serie si reggerà vengono esplorati, e conosciamo il protagonista e l’antagonista principali. Non molto per un primo volume, soprattutto se pensiamo che conta anche qualche centinaio di pagine.
Non scrissi una recensione di questo libro perché non sapevo cosa dire. Sinceramente, non lo so nemmeno ora.
L’autore era a conoscenza delle stranezze di questo romanzo, lo scrive in una nota a fine libro, specificando che non è impazzito, e che quello che abbiamo letto non sono farneticazioni ma qualcosa che prima o poi prenderà una forma. Basta avere fede.
Menomale che esiste il seguito, “La chiamata dei tre”. Altrimenti sarebbero state farneticazioni.


Per farla breve: la Torre Nera si erge al centro di svariate dimensioni e il pistolero Roland di Gilead è l’ultimo che può salvarla dalla caduta. Se la torre cadesse sarebbe il caos, il che è proprio quello che vuole Randall Flagg, nemico che compare già in altri universi kinghiani, personificazione del maligno e tutto ciò che di brutto e cattivo riusciamo a immaginare.
In “La chiamata dei tre” passiamo ad uno stile più narrativo, più comprensibile se vogliamo. Vengono introdotti nuovi personaggi, la storia è più raccontata e si incomincia a vedere un senso in ciò che si legge. Nonostante questo rimane un capitolo introduttivo, perché parla essenzialmente di come Roland metta insieme la sua squadra, e da un pistolero si passi a tre pistoleri.
Non posso dire di essere stupita, King riesce a raccontare in un capitolo ciò che gli altri a volte dicono in un paragrafo. Ha senso, ci a messo un intero libro a raccontare quel che di solito leggiamo in un capitolo!
In questo romanzo si conoscono i personaggi che saranno i protagonisti, la storia di come si incontrano e gran parte del loro passato, del vissuto e del carattere che ne deriva.

Mentre leggevo continuavo a pensare che il film dell’anno scorso non assomiglia affatto a questa storia, nemmeno lontanamente, e mi sono ritrovata a sperare che, magari, un giorno, qualcuno ne farà un altro film, che sia però veramente La saga della Torre Nera.
Quindi ho pensato a quali attori sceglierei io per interpretarli (come avrete capito, adoro fare questa cosa).

Roland di Gilead
Mi spiace per Idris Elba, ma dato che nel libro in realtà è specificato che il suo personaggio ha gli occhi chiari e, inoltre, la sua appartenenza alla razza caucasica ha una certa rilevanza per la trama di questo volume, non sceglierei lui per interpretare la mia versione del film.
Io ci vedrei bene Tom Hardy.
Roland è stato presentato come un uomo che ha fatto diventare il suo compito un’ossessione. Morirebbe pur di arrivare alla Torre. Peggio, è disposto a lasciar morire gli altri se questi intralciano il suo cammino, e per altri intendo innocenti, amici, compagni, chiunque. Non ha pensieri che per la sua missione, ma una parte di lui ha paura di cosa succederà quando l’avrà compiuta, se dopo sarà ancora vivo. La sua vita avrà ancora uno scopo? Lui che tipo di uomo sarà diventato? Di quante cose dovrà pentirsi alla fine del suo viaggio? Questo ci fa capire che, nonostante possa sembrare il classico personaggio ‘cazzuto’, che fa il suo figurone dicendo frasi ad effetto (come fa spesso Roland, per la verità) in realtà è un uomo più profondo, che nasconde una finezza particolare.
Tom Hardy ha abbastanza l’aria del pistolero (immagino una versione Eastwoodiana del suo Mad Max), ma l’ho visto anche compiere miracoli del piccolo schermo (“Stuart, a life backwards”) e so che c’è altro in lui, oltre ai grugniti e alla faccia del buono maledetto. Esattamente come Roland.

Eddie Dean
Questo è il primo personaggio che Roland ‘recupera’ dal nostro mondo per accompagnarlo durante il suo viaggio. Eddie sarà uno dei tre cavalieri e, anche se all’inizio non ne è molto entusiasta, pare abituarsi all’idea, quasi che ci tenga. Nella mia mente ha il viso di Dane Dehaan.
Nominato anche Il Prigioniero a causa della sua dipendenza da eroina, Eddie Dean è il personaggio cui è facile affezionarsi. Non è chiaro il suo carattere, forse per la sua giovane età, ma anche perché rivela molti lati del suo carattere, a volte contraddittori. Può sembrare pericoloso e avventato, ma è l’unico a far davvero ridere il lettore, a commuoverlo e suscitare tenerezza. Detesta Roland per averlo trascinato in quell’avventura, ma allo stesso tempo gli è grato perché lo ha salvato. Da sé stesso, dalla sua vita che non aveva una scopo.
Ho visto Dehaan in un paio di film che mi sono piaciuti moltissimo (“Come un tuono”, “Kill your darlings”), e mi sembra che renda meglio quando deve interpretare un personaggio scomodo, in qualche modo disadattato. Non so se è un complimento…

Odetta Holmes/Detta Walker
Forse uno dei personaggi più complessi di cui abbia mai letto. Preparatevi perché è difficile da seguire.
Giovane ereditiera nei primi anni ’60 in una New York che giudica con severità le donne, mal tollera i neri ma è costretta a trattare con riguardo una ricca donna afroamericana costretta sulla sedia a rotelle. Odetta Walker è una ragazza affascinante, colta, gentile, un’attivista per i diritti dei neri che ha subìto un incidente che l’ha portata a perdere entrambe le gambe. Spinta sulle rotaie della metropolitana, è sopravvissuta per miracolo, ma oltre alla menomazione fisica ne ha avuta una mentale.
Da quell’incidente è ‘nata’ Detta Walker. Detta odia i bianchi, è convinta che loro la maltrattino per partito preso, tutti, nessuno escluso. Pensa – no, è convinta – che la prendano in giro e vogliano persino ucciderla perché lei è nera. È pericolosa, imprevedibile, piena di rabbia, sconsiderata sino alla follia. Non le interessa capire la situazione, non le interessa vivere o morire. Vuole solo mettere i bastoni tra le ruote a Randall e Eddie.
Odetta non sa che Detta esiste. Detta intuisce che c’è qualcun altro nella sua vita, qualcuno di cui deve liberarsi, ma non sa chi o cosa sia. Quale prevarrà, fra le due? La dolce, intelligente Odetta o la folle e pericolosa Detta?
L’unica attrice che vedo bene in quel ruolo è Lupita Nyong’o, bellissima e che ha già dato prova di un grande talento (“12 anni schiavo”).

Dubito che faranno presto un secondo tentativo per il film della Torre Nera ma, nel caso decidessero di farlo e per mero capriccio del destino uno degli attori sia uno di quelli della mia lista, sarò molto orgogliosa e prenderò in considerazione l’idea di lavorare come direttore del casting.
Magari il prossimo film verrà fuori NC17, ma credo che riscuoterebbe maggior successo se assomigliasse un po’ di più all’originale – che non lesina in sangue, parolacce e ossessioni disturbanti.
Aww, che bello!

sabato 20 gennaio 2018

Penna alla mano #7: L’emozione del punto e virgola

Gennaio è inoltrato e scommetto che qualcuno sa già contando quanti giorni mancano alle prossime feste. Intanto però abbiamo ripreso il ritmo, anch’io, e quello che fino a un paio di settimane fa non mi veniva voglia di fare, eccomi qui a farlo: un post della rubrica “Penna alla mano”.

Uno dei tanti argomenti che gravitano attorno alla scrittura, ma di cui non sento parlare molto, è la punteggiatura.
Oltre ad essere un insieme di regole grammaticali, questa ci aiuta a dare un ritmo alla narrazione. Mi affascina il fatto che qualcosa che ha delle regole precise, dove effettivamente esiste un giusto e uno sbagliato, sia così importante per questioni affatto tecniche. La punteggiatura di un romanzo, infatti, aiuta a dare l’andatura giusta alla storia, è strettamente legata allo stile di un autore e queste cose influiscono sul piano emozionale, più che pratico.
La punteggiatura è quella parte di grammatica che per prima veicola le emozioni. Non esistono altri rami di questa disciplina che lo fanno. Conoscere i vocaboli, manipolare la sintassi, usare un vasto numero di termini, ci aiuta a far arrivare il messaggio al lettore, ma nessuna di queste cose suscita di per sé un sentimento.
Proviamo a immaginare come sarebbe leggere una storia senza punteggiatura (o in latino, che è un po’ la stessa cosa!). Come guardare un film senza colonna sonora. Oltre che confuso avremmo un testo privo di pause, di enfasi, di sorprese. Privo di sentimento.

Usati nel modo corretto i segni di interpunzione non solo rendono il testo leggibile, ma anche profondo.
Tuttavia ci sono autori che giocano con la punteggiatura come fosse uno dei loro personaggi. Basti pensare a José Saramago, Gabriel Garcìa Màrquez, James Joyce, tutti autori che hanno piegato al loro volere la grammatica per trarne opere di prestigio. Forse non sempre capite o apprezzate, lo riconosco, ma opere di cui non si può non ammirare il fascino – per quanto contorto.

Quando ho iniziato a scrivere questo post volevo solo parlare degli autori che sperimentano con la punteggiatura, e magari fare qualche esempio. Poi mi sono ritrovata a chiedermi perché, fra tutte le regole grammaticali, sia quella che più modifica la nostra percezione del testo ad essere stravolta agli autori. La più ignorata e, nel contempo, la più essenziale.

Allora ho capito che è questo il motivo. Nulla è più definitivo di un punto a capo, nulla crea più ansia di una serie di virgole ravvicinate. Nulla crea emozioni più contrastanti di un semplice, piccolo punto e virgola.

lunedì 15 gennaio 2018

Il grande romanzo degli anni '00

Negli ultimi mesi non ho letto moltissimi romanzi-mattone, quelli con un sacco di protagonisti che racchiudono ben più di una storia, ma un’intera società. Mi ritrovo a scorrere le mie letture ogni tanto e per qualche motivo guardo a queste epopee con una certa ammirazione.
Molti di questi libri sono piuttosto vecchiotti, oppure sono moderni ma ambientati in epoche passate (un centinaio di anni fa, a volte di più). Quindi mi sono chiesta: è possibile scrivere un romanzo di questo tipo ambientato nella nostra epoca? Parlare dell’uomo di oggi all’uomo di oggi con la stessa sorprendente lucidità con la quale Dostoevskji parlava della famiglia Karamazov? O con gli insegnamenti che Dickens amava mettere sulle labbra ai suoi protagonisti, rendendoli esempio di buone o cattive abitudini dei suoi contemporanei?
In parole povere, si può scrivere il grande romanzo degli anni 2000?

Non ho bisogno di arrivare alla fine del post per dire questo, ma certo che si può! Tutto si può! Soprattutto quando si entra nell’universo della scrittura.
Ma andiamo più nei dettagli…

Il discorso che sto per aprire è molto più ampio, credo, di quanto questo piccolo blog possa sopportare, ma ci proveremo lo stesso.
Negli ultimi tempi, complici i social network, un nuovo concetto sta prendendo forma, quello dell’importanza del singolo. Nel Rinascimento siamo passati dal considerare Dio il centro dell’universo a considerare l’umanità importante e più capace di quanto non avessimo mai osato immaginare. Oggi andiamo ancor più nel dettaglio e consideriamo il singolo il centro di tutto. La tecnologia ha aiutato molto questo concetto.
Oggi tutti hanno la possibilità di dire ciò che pensano, tutti sono convinti che la loro opinione conti quanto quella di chiunque altro. Di piattaforme per farsi sentire ce ne sono a migliaia e ciò che conta di più non è quello che dici, ma quanto forte lo dici.
Lo so, questa critica proprio da parte di una persona che apre un blog potrebbe sembrare ipocrita, ma vi dirò, non è il fatto che tutti dicano la loro a infastidirmi, sono tutto un altro genere di cose. Ad esempio il fatto che internet abbia molto più successo con le critiche distruttive che costruttive, o il fatto che persone che non se ne intendono di qualcosa pensino effettivamente che la loro opinione sia pari a quella di persone specializzate in un dato settore. Mi disturba il fatto che la gente che viene ascoltata di più è quella che parla con la voce più grossa, invece che quella che dice cose sensate, o il fatto che internet possa distruggere la vita di una persona perché tutti hanno la possibilità di dargli addosso.
Quindi in realtà trovo le nuove tecnologie invenzioni utilissime e potenzialmente meravigliose, ma ovviamente il modo in cui le utilizziamo è umano e loro hanno la possibilità di ingigantire sia le nostre idee più belle che i nostri peggiori comportamenti.

Insomma, tutto ciò per dire: questo è il secolo del singolo, della persona comune che ha il suo momento di gloria, degli ostacoli personali che vengono superati dopo grandi tribolazioni, della realizzazione personale. Le cose si concentrano più sull’interiorità, sulla vita di tutti i giorni, su quanto una persona che ha una vita appartenente banale possa essere speciale, basta prendersi la briga di conoscerla.
Anche nei libri si riflette questo gusto, se così vogliamo chiamarlo, quest’idea che non so se è tutta del nostro secolo, ma che ho sentito espressa più di una volta. Sono evidentemente figlia della mia epoca, perché lo trovo giusto, persino bello. Penso che ognuno di noi sia importante, che tutti siano speciali, se solo ci si prende la briga di andare oltre le apparenze.
Ma allora, di cosa potrebbe parlare il grande romanzo degli anni ’00? Perché anche se mi sembra romantico e così carinooo questa idea di fondo che il 99% dell’umanità sia formato da belle persone (basta scavare un po’ in alcune, ma non sono cattive, magari hanno solo un carattere di merda), un po’ ho la sensazione che siamo diventati egocentrici. La verità è che un grande romanzo non può parlare di una sola persona, per quante piccole gesta eroiche questa compia. Non può per definizione essere Il Romanzo ’00 se non parla della comunità ma del singolo, perché anche se siamo così concentrati su cosa succede a noi, c’è un intero mondo di noi là fuori.
E però di cosa dovrebbe parlare, se questa è la realtà in cui viviamo?

Forse potrebbe parlare di come possiamo migliorare. Potrebbe mettere in luce i modi belli e quelli brutti in cui stiamo usando questa tecnologia che ha travolto le nostre abitudini, il nostro rapportarci con il mondo, con gli amici, con noi stessi. Potrebbe parlare di come sia giusto imparare ad alzare gli occhi per renderci conto che non è importante mostrare cosa facciamo, ma goderci il momento – si fa presto a dirlo, ma quanti di noi lo fanno davvero?
Più andiamo avanti più siamo distanti dalle generazioni che sono nate con internet veloce, illimitato, e portatile, e secondo me è quello che ha veramente cambiato moltissime cose. Io mi ricordo quando internet non ce l’avevano tutti, e chi ce l’aveva ci metteva talmente tanto a far caricare una pagina web che nel frattempo facevi in tempo a prepararti un panino, a fare una partita a carte, a mettere a posto quella cosa che hai rimandato tutto il giorno, e quindi alla fine ti stufavi e andavi (di persona) a chiedere a un amico, o alla bibliotecaria.

Non dubito che qualcuno scriverà, prima o poi, questo Grande Romanzo dei Nostri Tempi. E quando uscirà spero che non parli del singolo, ma di tutti.

domenica 7 gennaio 2018

Letture 2017

Ho passato le ultime due settimane a spulciare classifiche di lettura dei blog che seguo, o che qualcuno che seguo segue. Per un mio pallino però ho voluto attendere il nuovo anno prima di stilare la mia classifica: non si sa mai che cosa si può leggere all’ultimo momento, forse un libro che merita una menzione.
Ciò detto, iniziamo!

Quest’anno ho letto trentatré libri e ne ho mollati nove (anche se a me sono parsi di più). Diciassette scritti da uomini, tredici di autrici donne.

Mi tolgo subito il pensiero dei pessimi romanzi, per sproloquiare dopo su quelli più belli.
Fra quelli che ho abbandonato ci sono dei romanzi noiosi, e vabbé quelli capita di trovarli, ma altri li ho lasciati perdere perché erano assolutamente detestabili. E credo che valga la pensa farveli sapere, nel caso i nostri gusti coincidano, in questo modo sarete salvati da una crudele lettura.
Ad esempio (e qui le fans in crinolina nella sala da tè inorridiranno) ho abbandonato Cime tempestose perché tutti i personaggi mi sembravano dei menomati mentali, delle persone detestabili e veramente cattive, cattive nell’animo. Il tipo di persona che agisce apposta per far star male qualcun altro. Non l’ho terminato, è vero, e di solito mi astengo dal commentare quel che non ho finto di leggere perché mi dico sempre che, forse, un giorno riprenderò il romanzo e mi piacerà tantissimo. Ma questo, veramente… no. Nel caso mi balenasse in testa di riprovarci, farò in modo di ricordare la voglia che mi pervadeva di schiaffeggiare la protagonista, di uscire dalla storia e scappare.
Per fortuna ci sono anche dei romanzi che non sono riuscita a finire ma che un giorno vorrei riprendere, come L’ombra dello scorpione. King attende fiducioso ridacchiando sotto i baffi, fra un romanzo storico e un classico moderno, sapendo che non posso resistergli.
Ma passiamo a qualcosa di cui posso parlare con cognizione di causa!
Riesco anche a finire libri che non mi entusiasmano molto, ho le prove. Tuttavia vi sconsiglio la lettura di Il ristorante degli amori ritrovati, che snerva, La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo, godibile ma riesce a rovinare tutto trasmettendo un messaggio che ho odiato, Un figlio di Alejandro Palomas, troppo bislacco per essere preso sul serio.

Quest’anno alcuni libri mi hanno sconvolta (Lolita di Nabokov, Stanza, letto,armadio specchio della Donoghue, Uomini e topi di Steinbeck), di altri mi sono tolta lo sfizio e la curiosità (Annientamento, Cent’anni di solitudine, La scopa del sistema). Ho avuto l’opportunità di ritrovare autori che già conoscevo, con libri di cui non sapevo nulla (La sovrana lettrice di Bennett, Oceano mare di Baricco, La figlia della fortuna della Allende). E ho scoperto nuovi autori, con libri su cui mi ero documentata (Margaret Atwood, Ian McEwan).
Ma soprattutto questo è stato l’anno di alcuni libri, pochi, che ho amato moltissimo. In ordine cronologico, perché scegliere il più bello sarebbe come chiedere a un bambino se preferisce le caramelle o la cioccolata, le vacanza estive o il Natale, la pizza o le patatine! Insomma, impossibile ottenere una risposta che vada bene per ogni giorno.

I miserabili – Victor Hugo
Capolavoro.
Potrei passare ore a parlarne e non avrei detto la metà di ciò che questo libro racchiude. Credo che la sua forza stia nel rendere l’animo umano il vero protagonista, e questo ci fa avvicinare ad ogni personaggio, anche il più malvagio, perché l’autore ci mette nelle condizioni di capirlo. Nemmeno la vicenda storica è più importante dei sentimenti che smuovono i personaggi, infatti questa assume un ruolo centrale per il proseguire della trama ma ciò che importa al lettore è che ne sarà di coloro che sono coinvolti nella vicenda.
Appassionante, preciso eppure vasto come pochi romanzi sanno essere. Non ci sono altre parole per descriverlo e sono costretta a ripetermi: un capolavoro.

Il genio e il golem – Helene Wecker
Decisamente più leggero, sia nello stile che nei contenuti, un romanzo fantasy ambientato nella New York di inizio ‘900.
Una città proiettata nel futuro, che si scrolla di dosso le ultime vestigia del secolo appena passato. Una New York per metà cupa, immersa nell’ombra della notte, e per metà vivace, nuova, cosmopolita, brillante e all’avanguardia. In mezzo a tutto questo due creature opposte e soprannaturali, una nata dal fuoco e figlia del deserto, l’altra nata dal fango freddo e dall’umidità. Una, incatenata e irrequieta, agogna la libertà, l’altra è felice solo quando serve un padrone.
Ogni personaggio in questo libro è come il concetto dello yin e lo yang. Ognuno ha il suo opposto, si trova in situazioni completamente contrarie alla propria natura, situazioni che sarebbero ottime per la propria controparte. Anche il loro spirito è così, sono fortemente legati alla loro natura ma tendono verso il loro opposto.
Ho adorato questo libro avventuroso ma anche dolce, che fa affezionare ai personaggi nonostante i loro difetti.

Paris – Edward Rutherfurd
Letto in un baleno, per quanto la mole lo permettesse, e amato come pochi romanzi fin’ora. Amato talmente tanto, in effetti, che mi sono affrettata a segnarmi il nome dell’autore e procurarmi qualche altro suo romanzo.
Torno a Parigi con uno stile più spensierato, con meno drammi e più voglia di andare avanti. Qui la protagonista è la città, che sembra raccontare la Francia e la sua storia attraverso le persone che vi si muovono, come in un lungo memoriale. Narra la sua storia di città che guarda avanti, alla modernità, di città asserragliata dai tedeschi, di città vissuta da un popolo le cui leggi sociali stanno cambiando. Ricorda i momenti in cui le mura di cinta medievali racchiudevano un mondo più piccolo, e quelli in cui il popolo ha fatto la rivoluzione cambiando per sempre la storia e il viso di quella Parigi che è diventata simbolo della libertà del suo popolo.
L’ho trovato un romanzo pieno di vita, che racconta la storia di una città veramente magica.

Ed ecco le letture di quest’anno. Di certo alcune mi hanno incantata e le ricordo con più piacere di altre, ma tutti i titoli sono stati preziosi, anche quelli che non mi sono piaciuti, perché mi hanno fatta entrare in un mondo ricco di emozioni.

Spero che abbiate trovato spunto per qualche bella lettura, magari che potrete fare quest’anno.