lunedì 21 dicembre 2015

Il nome della rosa - Umberto Eco

Buondì! Non sono scomparsa, né mi sono data alla macchia o sono stata rapita dagli alieni. Semplicemente mi sono presa le ferie, quindi ho deciso di staccare da tutto. Anche da internet.
Non so proprio come ho fatto ma è stato quasi automatico. L’altroieri mi sono accorta che era da un sacco che non guardavo gli altrui blog, non sbirciavo twitter né facevo molto altro in realtà con cellulare e pc. Non è stato un male. Mi sono fatta una vacanza completa e ora sono pronta a ripartire meglio di prima, di sicuro senza il nervosismo che avevo accumulato prima di queste vacanze.
 
Ho finalmente colmato una mia lacuna letteraria. Per la verità non tengo molto conto delle mie lacune letterarie, perché mi sono resa conto che tutti pensano che le abbia. Dato che le persone sanno che leggo molto, sembra che debba aver già letto tutto! La gente è tipo: «Non mi dire che non hai letto “L’antologia di Topolino”!, una che legge tanto come te.»
Tuttavia ammetto di essermi sempre sentita un po’ fuori dai giochi quando si parlava di Umberto Eco (o, come lo chiama il Fidanzato “Umberto-erto-erto!”), perché non ho mai letto niente di suo. E soprattutto ammetto di aver covato moltissima curiosità per questo romanzo, perché ne ho sentito parlare da… sempre.
Quindi sono stata molto fiera di me quando ho iniziato a leggere “Il nome della rosa”. E per la verità sono stata ancora più fiera quando l’ho finito.
 
Ebbene, questa non è una recensione, anche se vorrei ardentemente che lo fosse. La verità è che non tutti i libri si possono recensire. Alcuni semplicemente perché ci sono piaciuti troppo, e più che una recensione ne scriviamo un’adulazione, altri perché sono al di là delle nostre capacità.
Questo è uno di quei romanzi che ritengo ‘al di là’. Forse a causa di tutto quel latinorum, o per le dissertazioni filosofiche, religiose, politiche e storiche, ma sento di avere troppe carenze per recensirlo come si deve – finirei per fare un pasticcio.
Mi limito a dire che l’ho apprezzato molto, non solo in quanto giallo perfettamente costruito ma anche e forse soprattutto per la ricostruzione storica. A partire dal linguaggio, che ho adorato e al quale mi sono affezionata sin troppo, tirando fuori addirittura qualche frase anticheggiante con gli amici – che si sono affrettati a chiamare la neuro. Per quanto riguarda lo studio storico che è stato fatto per scrivere questo romanzo, non posso che essere sbalordita. Leggerlo è stato interessantissimo e mi sono soffermata con piacere sulle discussioni dei personaggi, che ho sempre trovato molto interessanti. Meno interessanti, per me, sono stati i racconti dettagliati delle vicende dei frati eretici, ma ho letto d’un fiato la parte in cui compaiono gli inquisitori, anche se mi faceva ribollire di rabbia, e avrei voluto poter entrare nel libro e strangolare tutti gli inquisitori (che probabilmente mi avrebbero additato come strega).
Oltre a questo ho provato a scoprire chi fosse il colpevole perché ero curiosissima. Mi era anche balenata in testa l'idea di farmi uno schemino, ma ha prevalso la pigrizia e poi spesso e volentieri i personaggi ripercorrevano le vicende accadute, fosse anche per fare il punto della situazione - un espediente che ho trovato molto astuto da parte dell'autore - quindi nonostante tutto perdersi nelle congetture non era poi così facile. Alla fine su qualcosa ci avevo azzeccato, anche se non nella maniera giusta (sto per spoilerare, attenzione): avevo previsto che sarebbe finita con un incendio, minimo con qualcuno bruciato, e il fatto che fosse in effetti così mi ha riempita di orgoglio! D’altro canto non mi dispiace aver toppato alla grande, perché anche il protagonista lo ha fatto, quindi mi sento scagionata.
 
Detto ciò adesso dovrò assolutamente guardare il film del “Nome della rosa”. Un po’ perché me ne hanno sempre parlato tutti benissimo, un po’ perché sono curiosa di vedere come sono state affrontate nel film le situazioni che durante la lettura mi hanno catturata.
E allora vado, miei prodi. E se qualcuno di voi conosce altri romanzi simili a questo si faccia avanti, orsù!
 
 

giovedì 3 dicembre 2015

Caffé su bianco

Parliamo spesso dei libri che ci piacciono, dei nostri autori preferiti, del genere che prediligiamo, di ciò che amiamo in un libro. Ma che ne dite di ciò che non ci piace?
Dalla prima occhiata in libreria alla fine del romanzo, ecco cosa non piace a me.
 
In libreria, cercando un bel romanzo da leggere senza richieste particolari, ciò che di sicuro mi fa allontanare dallo scaffale è una copertina trita e ritrita. Non mi attraggono le copertine troppo simili al bestseller del momento, perché in automatico penso ad un romanzo-copia di ciò che è di moda in questo periodo. Quindi scarsa qualità, idee già utilizzate, personaggi ‘predefiniti’ e, in generale, storia scontata che non lascia nulla. Forse mi sbaglio, ma come avrò modo di saperlo se le copertine che mi vengono proposte non hanno nulla di nuovo?
Stessa cosa accade con il titolo. Avevo già parlato dei titoli in un precedente post. Purtroppo vengono tradotti in maniera barbara e seguendo la moda del momento. Un titolo non originale mi allontana decisamente, è l’unica cosa che riesce ad annoiarmi prima di aver aperto un libro.
 
Passiamo quindi all’incipit. Il romanzo prescelto ha superato i rigorosi test estetici iniziali di cui sopra, mi accingo a leggere giusto l’inizio per vedere se mi va. Mi deve catturare in fretta. Su questo, lo ammetto, sono superficiale, lascio perdere senza sforzarmi se non mi interessa da subito. Per piacermi deve avere qualche tratto di originalità, nello stile o nel personaggio che presenta, o anche solo nel contesto in cui vuole portarmi. Magari inizia con un piccolo conflitto che possa subito catturare la mia attenzione. Tanto per capirci, non va bene:
 
Marco viveva in un piccolo appartamento al quarto piano, dal quale la vista era grigia dello smog della grande città. Era un ragazzo tranquillo, lavorava in una caffetteria e aveva un gatto nero che aveva chiamato Luke, con il quale aveva litigato appena prima di uscire di casa. Luke si era arrampicato sull’armadio e ci erano voluti dieci minuti buoni per tirarlo giù. Marco era uscito in ritardo quella mattina, probabilmente la caffetteria aveva già aperto.
 
Non funziona, non mi interessa sapere che Marco è uno qualsiasi che ha un gatto qualsiasi. Sarebbe meglio, magari:
 
L’orologio segnava già le sette meno venti e Luke muoveva la coda ritmicamente da sopra l’armadio. Miagolava ogni tanto, come facendosi beffe del suo padrone che, in ritardo per il lavoro, cercava di riacciuffarlo con mille lusinghe. Aveva provato con la promessa dei croccantini, poi aveva cercato di farlo saltare giù brandendo un piumino per la polvere contro di lui, ma non aveva funzionato. Aveva anche esclamato ‘Luke, io sono tuo padre!’, ma il gatto non era parso impressionato.”.
 
Un po’ meglio, mi sembra. Presenta il personaggio principale dandogli subito un accenno di carattere, fa capire che tipo di vita conduce senza sbandierare che è normale e forse monotona, e mette già un pochino di carne al fuoco facendo notare che avrà un contrattempo arrivando in ritardo al lavoro, e questo potrebbe dare spunti per l’infittirsi della trama. Forse un lettore non analizzerà tutto così a fondo come ho fatto io adesso, ma percepirà queste informazioni inconsciamente.
 
Okay. Marco e il suo gatto mi hanno conquistata, compro il libro e inizio a leggerlo non appena posso (conoscendomi non aspetto neanche di arrivare a casa, probabilmente lo leggerei direttamente in libreria, sull’autobus, in attesa dentro un bar, insomma subito).
Quando ancora il romanzo deve ingranare, presentare i personaggi principali, la situazione in cui si trovano e introdurre il conflitto che porterà avanti la trama, una delle cose che più noto sono gli errori ortografici o di revisione. Forse il libro che ho comprato li ha, ma andando avanti scopro che è un buon romanzo, quindi posso passarci sopra. Purtroppo però non dimenticherò mai che ho trovato questi errori. Se il romanzo è autopubblicato diciamo che posso chiudere un occhio, se invece è pubblicato da una casa editrice continuerò a guardar male tutte le pubblicazioni della CE in questione, ricordando vita natural durante quel romanzo pieno zeppo di errori.
In queste cose sono come un elefante. Non dimentico… mai.
Eccomi, mentre cerco di dimenticare i refusi di un libro.
 
Continuando a leggere, altre cose che mi danno fastidio sono personaggi scontati che non hanno uno sviluppo e una trama inconsistente.
Per i primi se non sono come piacciono a me comincio a dare i primi segni di squilibrio a metà libro. Non apprezzo i personaggi che si presentano in un modo all’inizio del romanzo e, quando questo finisce, non hanno subìto nessuna evoluzione o non si è visto che un solo lato del loro carattere. Non sopporto quelli ‘assoluti’, ossia assolutamente perfetti, simpatici, gentili, affermati, intelligenti e tutte le qualità che si possono immaginare. Così come non amo quelli troppo cattivi, che vogliono conquistare il mondo, non hanno mai amato nessuno, rubano le caramelle ai bambini e vogliono sterminare tutte le creature coccolose sulla faccia della terra.
Ecco, no, personaggi così sono da bollare completamente. Intanto perché non potrebbero mai esistere, e poi perché sono prevedibili e noiosi. Se qualcuno è buono fino all’osso farà sempre la scelta giusta, e se invece è cattivo fino all’osso farà sempre ciò che è peggio. Non c’è divertimento, nei libri, con personaggi del genere.
Riguardo alla trama invece non mi piacciono le trame troppo semplici. Quando un libro presenta un semplice scorrere di eventi senza nessun gioco di intreccio, nessuna azione e reazione, allora quasi certamente non mi piace.
 
Infine, parliamo della fine. La fine di un libro è delicata quanto il suo inizio, se non di più. Perché se arriviamo alla fine di un romanzo ci siamo fatti delle aspettative, vogliamo che la storia si concluda in maniera adeguata.
Personalmente sono parecchi i finali che non mi piacciono ma penso di poter riassumere in generale le mie preferenze così: non amo i finali affrettati. Non voglio che nell’ultimo capitolo venga risolto tutto e tanti cari saluti, voglio dire addio ai luoghi e ai personaggi che ho amato con calma, scoprendo tutto ciò che hanno fatto dopo la fine dell’avventura che ci è stata narrata. Ci sono sempre conseguenze alla fine di un romanzo se questo ha narrato una bella storia, e io come lettore voglio conoscerle tutte, vorrei sapere che fine hanno fatto i personaggi, anche quelli meno importanti, e come si sono risolte tutte le magagne della storia.
E mi sento così.
 
Mi sono resa conto di tutte queste piccole preferenze innanzitutto leggendo come se non ci fosse un domani, e poi soprattutto recensendo libri. Così facendo mi sono soffermata ad analizzare parecchi libri in maniera molto più approfondita del semplice “mi è piaciuto” o “non mi è piaciuto”. In questo modo è stato automatico scoprire quali libri erano più interessanti per me e quali non lo erano.
Inizialmente questo post doveva parlare dei generi che mi piacevano di meno. Alla fine però mi sono resa conto che, almeno per me, non è questione di generi. Ho trovato, scavando nella memoria, almeno un libro letto per ogni genere, persino quelli che effettivamente mi attraggono di meno, come i libri di fantascienza o romantici. Ne ho letto e apprezzato diversi in vita mia, quindi ho pensato che non posso completamente bollare nessun genere. Inoltre non c’è nulla, in termini di canone, che proprio detesto in questi generi. Ad esempio non odio la tecnologia né lo spazio o gli alieni che potrei trovare nei romanzi di fantascienza, e non odio di per sé le situazioni romantiche, anzi tutt’altro, ogni tanto mi fa piacere avere qualche scena romantica nella quale potermi crogiolare.
La verità è che vado molto a periodi. Ci sono giorni che smanio per leggere di cavallereschi duelli, altri che vorrei solo immaginare filosofici dibattiti fra pittoreschi personaggi, e altri ancora che vorrei sentirmi nei panni della ragazza corteggiata romanticamente da un tipo misterioso e sexy. Insomma, a periodi è proprio il modo giusto per definire le mie abitudini di lettura.
Giunta a questa conclusione mi sono detta che non è un genere a non piacermi, sono solo dei dettagli, e da qui è nato questo post.
E voi? Che mi dite dei dettagli che vi balzano subito all’occhio e che possono compromettere seriamente un libro? Come una macchia di caffè su un vestito bianco.

venerdì 20 novembre 2015

Carta straccia #2: Noi siamo grandi come la vita – Ava Dellaira

Quando vedi una copertina come quella di “Noi siamo grandi come la vita”, di Ava Dellaira, ti affascina. Quando leggi di cosa parla, te ne innamori. Quando infine porti a termine la lettura… è allora è che capisci che era una gran fregatura (ed in quanto fregatura, vi farò degli spoiler).
 
La storia è raccontata dalla protagonista Laurel attraverso delle lettere che inizia a scrivere per un compito in classe assegnatole dalla sua professoressa: «Scrivi una lettera a una persona che non c’è più.» Laurel, che ha da pochi mesi perso la sorella maggiore May, scrive a Kurt Cobain, che era stato il suo idolo. Comincia così una fitta corrispondenza fra lei e molti personaggi famosi scomparsi. In queste lettere la ragazza racconta le sue esperienze, i suoi desideri, le paure, e più volte fa riferimento alla morte della sorella, parlandone come se fosse sua responsabilità.
In quell’anno di lettere mai spedite Laurel fa amicizia con due ragazze che, fra timori e gioie, si scoprono innamorate, con una coppia di giovani più grandi in cui ognuno dovrà imparare a seguire la propria strada, e si innamora di Sky, un ragazzo misterioso di cui nessuno sa molto. Vive con rabbia l’abbandono di sua madre che, dopo la morte della figlia più grande, ha cambiato città e abita lontano, e vede con rammarico il padre soffrire per la perdita della figlia maggiore.
Capiamo subito che l’amore di Laurel per la sorella era così grande da sconfinare nella cieca ammirazione. Voleva essere bella come lei, tosta come lei, avere il suo coraggio, il suo stile, ed entrare un po’ in quel mondo di adulti – o quasi – di cui May iniziava a fare parte, mentre a Laurel sembrava di rimanere fuori, piccola e insignificante.
Solo alla fine del romanzo la protagonista ha il coraggio di raccontare alla famiglia ciò che è successo veramente. Sua sorella frequentava di nascosto un ragazzo più grande e, con la scusa di andare al cinema con la sorellina, si vedeva con il fidanzato lasciando Laurel con un amico di lui, che la molestava. Il giorno in cui Laurel glielo confessa, May, ubriaca e triste a causa della sua relazione, ha un incidente e cade da una scarpata. Laurel porta per molti mesi con sé il peso di quell’incidente, poiché pensa che se non fosse stato per la sua rivelazione, forse May non sarebbe mai caduta.
Laurel infine ammette con sé stessa che sua sorella non era perfetta e non era forte come si mostrava davanti agli altri, ma decide di accettarla per quello che era, ricordandola solo con gioia.
 
Non so bene come cominciare questa recensione. Magari inizio col dire che questo romanzo mi ha fatta arrabbiare. Non gli trovo nemmeno un dettaglio che vada bene, né dal punto di vista stilistico né da quello morale.
In primis lo stile, non la cosa peggiore che ci sia nel romanzo ma una di quelle. Se pensiamo che le lettere sono scritte da una ragazza di quindici anni possiamo capire come mai sia semplice, senza troppe pretese, e i concetti di per sé infantili. Mi sta bene. Però deve essere coerente, proseguire nello stesso modo per tutta la narrazione. Verso la fine, momento di maggior coinvolgimento emotivo, l’autrice ha deciso di inserire in ogni pagina lunghe diserzioni dal taglio poetico e profondo, paragoni arditi, frasi ad effetto. Intanto mi domando perché prima non c’erano se a scrivere è sempre la stessa persona (per carità, si può maturare uno stile, ma deve essere graduale), e poi devo ammettere che dopo un po’ perdevano di qualsiasi funzione, diventavano addirittura fastidiose. Non perché a scriverle fosse una quindicenne, ma perché ne scriveva una ogni due righe.
Ava Dellaira
I personaggi sono quasi tutti senza spessore, prevedibili e in alcuni casi irrazionali. Laurel ad esempio si comporta per tre quarti del libro in maniera stupida, irresponsabile, a volte odiosa. Stiamo parlando di una ragazza che passa un momento difficile, oltretutto durante l’adolescenza. Ha perso la sorella, la sua famiglia si è disgregata, ha la sua prima cotta e deve affrontare tutti i giorni la scuola e le sue piccole battaglie. Da questo punto di vista è comprensibile che sia irresponsabile e a volte odiosa. Però ha quindici anni. E alla fine del libro ne ha sedici. Quindi spiegatemi perché all’improvviso Laurel ha questa illuminazione pazzesca e comincia a ragionare e comportarsi come un’adulta responsabile, passando in una settimana scarsa da una maturità di sedicenne ad una di una ventiseienne.
Ma non è questa la cosa che mi ha infastidito più di tutte. Credo che ci sia stata una grande mancanza di sensibilità da parte dell’autrice. Sono convinta che quando si trattano argomenti delicati sia giusto dare loro lo spazio necessario, l’importanza giusta. Lo spazio che nel romanzo viene dedicato ai soprusi che Laurel subisce sono una minima parte, e nessuno reagisce da normale essere umano quando lo scopre. Capisco che lei stessa non sappia come reagire, in fondo parliamo di una ragazzina e penso che in una situazione come quella anche molte donne non saprebbero cosa fare, ma quando lo dice ai genitori questi si limitano ad un «mi dispiace che ti sia accaduto questo». Poi la mandano dallo psicologo. …voglio dire, are you fucking kidding me? In quale universo un genitore reagisce così mollemente nel sapere di terribili traumi e ingiustizie perpetrati a danni dei propri figli?!
A meno che non lo faccia consapevolmente, apposta per turbare o per far pensare, un libro non può liquidare una faccenda importante come un molestatore di ragazzine in due pagine. La Dellaira ha preso una faccenda delicata come l’abuso e l’ha liquidata rendendola una macchietta trascurabile e apparentemente un ostacolo facilmente aggirabile della protagonista. Ha messo a posto la faccenda in due parole, tanto Laurel va dallo psicologo ed è di nuovo felice, i suoi genitori le chiedono scusa per non essersi resi conto di niente e lei diventa adulta e responsabile. Tutto sistemato no?
Mmmm.... no.
 
 
Ero convinta di questo libro. Un po’ per la copertina, lo ammetto (anche l’occhio vuole la sua parte, lo dico sempre al Fidanzato quando guardo Daryl di TWD), un po’ per le lettere a tutti quei personaggi famosi scomparsi, un po’ per il mistero della morte che aleggiava in tutta la storia, ma alla fine sono rimasta più che delusa, arrabbiata.
L’unica cosa che mi ha spinta a terminarlo è stato scoprire il famoso mistero sulla morte di May che, alla fine, mi ha fatta arrabbiare ancora di più.
Lo sconsiglio a chiunque e non mi sento di salvarlo sotto nessun punto di vista.

giovedì 5 novembre 2015

Abbasso la sezione per ragazzi!

Quando ero ragazzina e mi trovavo nella mia fase fantasy a livello acuto, in libreria gironzolavo sempre nel reparto dedicato ai ragazzi. Lì ho trovato moltissimi libri che ho amato e tutt’ora adoro e conservo gelosamente nella mia libreria – o per meglio dire nei mobili che si sono ritrovati loro malgrado ad essere librerie, dato che non so più dove mettere i libri.
Poco tempo fa mi è capitato di vedere, nella biblioteca dove vado di solito, il terzo libro della saga “Abarat”, di Clive Barker, negli scaffali dedicati a bambini e ragazzi.
Non conoscete questo titolo? Lo sapevo. Non lo conosce quasi nessuno, non ho mai incontrato nessuno che lo conoscesse, anzi di solito sono io a consigliarlo a tutti (se qualcuno di voi lo conosce me lo dica, lo lovverò).
Vi basti sapere che è dello stesso autore che ha scritto “Hellraiser”. Nel libro ci sono mostri con dieci occhi sparpagliati sulla faccia, altri con tre bocche che possono parlare con gli insetti e ci vivono pure, personaggi malvagi che schiavizzano bambini e altri che uccidono gente con i propri incubi. Non so di cosa fosse fatto Barker quando lo ha scritto, ma di certo era roba potente. E vi parlo solo del primo libro. Nelle sue intenzioni “Abarat” dovrebbe essere un pentalogia che, mannaggia a lui!, non è ancora finita. Comunque sia ho già letto l’ultima uscita in inglese e vi confermo che segue lo stesso andazzo del primo e del secondo libro.
Quindi la mia domanda è: perché si trova nel reparto bambini?
A questa domanda ne sono seguite altre, e da queste è nato il post che state leggendo.
 
 
Fino a quando abbiamo nove o dieci anni è giusto che i libri abbiano un’età consigliata. Quando i bambini sono piccoli anche due o tre anni fanno la differenza e magari si rischia di comprare un libro troppo semplice o troppo complesso.
Credo che si possano dividere per età fino alla preadolescenza, quando poi nei bambini vengono sparati ormoni come si aprono gli idranti su una folla. Spuntano i brufoli, i ragazzini cominciano a chiudersi in camera e a dire che i genitori gli fanno due palle così (posso appurarlo con la mia dolce nipote, che a volte desidero lanciare fuori dalla finestra, e non ha nemmeno quindici anni).
Quando si cominciano ad avere undici o dodici anni, allora mettere dei paletti sulle letture può essere più complicato. Ci sono romanzi con temi delicati che vengono però trattati con un’ottica comprensibile, ci sono libri dalla trama semplice e una prosa complessa. Inoltre si deve prendere in considerazione la maturità che un ragazzino di quell’età sta conquistando, che è del tutto soggettiva.
 
In un’intervista un signore che aveva letto, da bambino, “Lo hobbit”, ricorda la recensione che ne scrisse per suo padre, che aveva una piccola casa editrice ed era amico di Tolkien. Da bambino, lo consigliava ad altri bambini di circa nove anni. Rimasi basita quando vidi questa intervista perché io avevo letto “Lo hobbit” alle medie e lo avevo trovato un bel mattoncino, per quanto piacevole.
Questa è la prova che un ragazzino può leggere, comprendere e apprezzare molto più di quel che immaginiamo. Chiudere la loro immaginazione e la passione per la lettura nella ‘sezione per ragazzi’ non è giusto. Dovremmo solo informarci prima sui che libri vogliono leggere e, nel caso non siano adatti, non comprarglieli. Se non parlano di argomenti troppo adulti per la loro età, è un problema che siano faticosi da leggere? Davvero dobbiamo proteggerli dai classici perché sono pesanti, dai romanzi di formazione perché potrebbero avere qualche contenuto che li porta a farsi delle domande?
A volte mi sembra che dividere la sezione ‘per ragazzi’ dalle altre sia come dare un fermo alla lettura. Prima o poi questi ragazzi si stuferanno delle letture consigliate che, per l’80%, sono tutte abbastanza simili le une alle altre. Inoltre proteggerli dai libri brutti e cattivi non adatti a loro non è compito della libreria, bensì dei genitori o di chi vuole comprare loro un libro. Dando un’occhiata veloce queste persone possono capire subito che va bene “Harry Potter” e un po’ meno “Trono di spade”.
Cosa c’è di meglio di leggere un libro un poco ostico ma che ci piace, arrivare alla fine e vedere che ce l’abbiamo fatta? Più facciamo fatica a ottenere qualcosa, più siamo soddisfatti quando arriviamo al traguardo. Perché rendere la lettura qualcosa di facile? Qualcosa di scontato, senza emozione di per sé? Se diamo ai ragazzi libri facili non gli stiamo rendendo più comoda la vita, li stiamo allontanando dalla lettura. Leggere qualcosa che un team di esperti ha considerato adatto alla loro età significa fargli leggere qualcosa su concetti già assimilati. Vuol dire non scoprire. Mentre invece i libri servono proprio a quello, fare esperienze su qualcosa di nuovo.
 
 
Non mi aspettavo che questo post uscisse così ricco di contenuti, ma alla fine così è stato. Almeno, a me sembra ricco – forse è un’idea mia.
Le conclusioni che ne traggo sono le seguenti: Rivoluzione! Aboliamo le sezioni per ragazzi!
A parte gli scherzi, credo che sarebbe un buon modo per rendere la lettura più interessante per chi vi si avvicina da molto giovane. Forse farebbe bene anche ad alcuni adulti, pieni di libri seri e impegnativi, prendere in mano un romanzo e scoprire che si tratta di un libricino semplice, di poche pretese, che tuttavia li conquista.

mercoledì 28 ottobre 2015

Leggere è un’arte #2: La ragazza con l’orecchino di perla – Tracy Chevalier

I romanzi che hanno come tema l’arte sono i miei preferiti. Sin ora, purtroppo, ne ho trovati pochissimi che mi piacciano davvero. Devono avere la giusta dose di romanzo e arte. Devono saper miscelare la vicenda, i personaggi e i fatti storici (che molto spesso in questo genere giocano se non un ruolo fondamentale, almeno un ruolo importante) con la parte artistica, a volte tecnica ma molto spesso anche e soprattutto emozionale.
Immaginavo di imbarcarmi in una storia più d’amore che di arte e storia, quando iniziai “La ragazza con l’orecchino di perla”. Le storie romantiche non mi prendono né emozionano quasi mai, tuttavia scelgo questi libri un po’ come scelgo di andare a vedere una mostra: mi piace l’artista?, bene, lo leggo.
Probabilmente è una scelta sbagliata, come dimostrerà questa recensione, ma la curiosità mi batte sempre. Che posso fare? Mi disegnano così.
 
Siamo a Delft, piccola cittadina olandese, alla fine del 1600. La giovane Griet, a causa di un incidente che ha reso il padre completamente cieco, è costretta a trovare un lavoro per dare sostegno economico ai suoi cari. Da lei dipendono i genitori, la sorella minore e il fratello, su cui la famiglia ha investito tanto perché lavori in un forno che produce ceramiche.
Griet si ritrova quindi nella casa del maestro Jan Vermeer, famoso e stimato pittore, a lavorare come domestica. Inizialmente turbata dal lusso della casa e dalle immagini religiose che si allontanano dalla sua fede, essendo lei protestante e i Vermeer cattolici, Griet pian piano si abitua alla sua nuova vita e al lavoro. Inizia a comprendere la dinamiche che vigono all’interno della famiglia e a destreggiarsi fra le varie personalità con cui ormai convive.
Il pittore lascia che sia la suocera, Maria Thins, a occuparsi di governare la casa e vendere i suoi quadri su commissione. Lui si occupa soprattutto della pittura, dell’arte, e lo fa con i suoi modi e i suoi tempi. La moglie, Catarina, sebbene tenti di sembrare padrona della situazione, soffre perché non sempre ha la piena attenzione del marito, inoltre viene descritta come vanesia e debole.
Uno dei compiti più importanti di Griet è occuparsi di pulire lo studio dell’artista, senza però spostare nulla o cambiare disposizione agli oggetti. Grazie a questa intrusione forzata ma necessaria, Vermeer osserva Griet da lontano e ne rimane affascinato. Con il passare del tempo scopre anche che Griet nasconde un gusto non comune per l’arte, soprattutto per qualcuno nella sua posizione sociale – la ragazza infatti non è altro che una semplice popolana. Fra i due viene a crearsi una complicità particolare, fatta di sguardi e silenzi trascorsi vicini l’uno all’altro, mentre miscelano e preparano colori.
È in questo clima che il pittore è costretto, per una serie di incombenze, a iniziare “Ragazza con turbante”, il ritratto di Griet.
 
Da dove incominciare? Il mio sospetto iniziale si è rivelato fondato. “La ragazza con l’orecchino di perla” non è incentrato sul quadro, né su Vermeer, e nemmeno sulla sua pittura. Principalmente, è una storia d’amore.
Be’, se non altro mi sono tolta la curiosità.
Non è che non abbia apprezzato questo libro, in realtà l’ho letto molto in fretta perché, se c’è da dire qualcosa sullo stile, è proprio che è scorrevole e facile da leggere. Nonostante la Chevalier si soffermi spesso su dettagli che, a dirveli, farebbero cadere le braccia, non risulta mai noiosa o prolissa. Apprezzabile sicuramente il fatto che si sia documentata su Vermeer e sull’Olanda del ‘600 – il che non è semplice dato che le notizie su questo artista sono da sempre molto scarse.
Ciò che davvero non mi è piaciuto del romanzo è stata la protagonista. Ora chiudete la pagina e mi mandate a quel ridente paese, lo so. Ma questa volta non è il mio ribrezzo per i protagonisti a parlare, è proprio un fatto oggettivo – ve lo giuro.
Tracy Chevalier
Griet è una ragazza giovane, semplice, una ragazza del popolo. Non viene detto ma quasi certamente è analfabeta, cresciuta in un ambiente piuttosto povero e di certo superstizioso, come la stragrande maggioranza dei popolani di tutto il mondo di quei tempi. Anche se suo padre dipinge piastrelle non ha l’esperienza di qualcuno che dipinge un quadro. Ciò che la figlia di un artigiano che disegna figurine stilizzate su ceramica può recepire dell’arte deve essere una parte infinitesimale di ciò che si dovrebbe apprendere per avere, se non buon gusto, un gusto almeno passabile. Nonostante tutto questo Griet intuisce e ‘sente’ cosa il maestro vuole dire quando parla di arte. Azzarda persino dei suggerimenti che vengono seguiti da Vermeer stesso e pensa a dettagli come le luci in un dipinto e gli accostamenti di colore quando persino la padrona, moglie dell’artista che vive con lui da anni, non ci bada affatto.
Inoltre nonostante sia al suo primo impiego e non abbia mai incontrato persone di un ceto sociale superiore al suo, Griet comprende al volo come funzionano le cose in casa. Capisce subito chi dovrebbe comandare ma non lo fa, chi desidera farlo ma non è capace, e chi lo fa in secondo piano – e quindi a chi deve più rispetto. Impossibile, immagino, che una ragazza ingenua e inesperta come Griet recepisca subito queste sottigliezze. In partica è troppo furba per essere ciò che è, il suo personaggio è contraddittorio, irreale.
Questa è la cosa che più mi ha infastidita di tutta la narrazione. Soprattutto perché è basata su questi giochi di potere, apparenze e sottili furbizie. Il che è un peccato, perché io adoro le sottili furbizie e i giochi di potere. In mano ai personaggi che dovrebbero usarli, però.

lunedì 19 ottobre 2015

Libri e autori: l'altra faccia della medaglia

Da brava fangirl quando un libro mi piace vado sempre a cercare l’intera bibliografia dell’autore. La spulcio tutta fino a che non ho trovato altri titoli che mi interessano e, spesso, cerco notizie sull’autore.
Gli autori, per quanto siano geniali e forse proprio per quello, ogni tanto hanno vite travagliate. Non sono uomini particolarmente piacevoli e lo dimostrano dichiarando di avere pochi affetti e di averne compromessi molti, oppure hanno qualche altro difettuccio che salta all’occhio.
Sono esseri umani. Hanno dei difetti, come i fantastici personaggi che dipingono nelle loro opere che tanto amiamo.
 
Sono già noti i nomi di molti autori che furono, ad esempio, alcolisti o tossicodipendenti, e morirono a causa del loro vizio (Poe ad esempio è il primo che mi viene in mente, o Kerouac o, per non andare molto lontani negli anni, King ha dichiarato di essere stato un alcolista in passato e di aver superato con molta fatica questa dipendenza). Altri finirono in carcere, altri ancora erano personaggi violenti, donnaioli (il che non fa mai molto piacere ad una ragazza) o altri difetti del genere.
Alcuni piccoli, altri grandi, altri pericolosi altri magari solo difficili da sopportare. Tuttavia dobbiamo affrontare la realtà: i libri che amiamo a volte sono scritti da persone controverse che, molto probabilmente, ci starebbero antipatiche.
Ci chiediamo come sia possibile che parole tanto belle, che ci hanno fatti emozionare, vengano fuori dalla penna di una persona che, a detta di chi lo ha conosciuto, è arrogante, o maschilista, o misantropa. Davvero il mio autore preferito picchiava la moglie, o la mia autrice preferita ha abbandonato la famiglia per la carriera? Davvero le pagine che mi hanno commossa vengono da un delirio dei sensi causato dalla droga (in quel caso mi farei due domande)?
Ebbene sì. Gli autori, come dicevo prima, sono esseri umani. Noi lettori li vediamo come un viso stampato sulla quarta di copertina, come se vivessero in una sorta di dimensione irreale. Smettono di esistere fino a che non riapriamo il loro romanzo e anche lì hanno una parte marginale, perché ciò che vediamo sono le loro storie. Quando li immaginiamo sono sempre chini su un foglio, o leggono un romanzo erudito, o ancora scrutano l’orizzonte in cerca di ispirazione.
Dobbiamo rassegnarci però alla realtà: gli autori esistono esattamente come voi e me, e vivono per la maggior parte del tempo esattamente come voi e me. Hanno incombenze, hanno impegni, la maggior parte della loro giornata è adombrata da cose molto più terrene che illuminata da quelle letterarie.
 
Una volta preso coscienza di questo fatto e dopo aver accettato – sempre che lo abbiate accettato – che uno dei vostri autori preferiti è o era una persona sgradevole, cambia qualcosa?
Personalmente, un po’ sì. Mi è capitato di leggere avidamente libri che ho trovato meravigliosi. Quando poi ho scoperto che gli autori di questi bellissimi romanzi che mi avevano fatta sognare erano delle persone che, onestamente, evito nella vita di tutti i giorni, sono rimasta delusa.
Non ho smesso di leggere i loro romanzi né di emozionarmi grazie a loro, ma so che c’è l’altro lato della medaglia. Un lato che non appare brillante e pulito come quello che amo. Piuttosto è opaco, graffiato e sgradevole da vedere.
È un po’ come scoprire che il proprio supereroe, dopo le sue eroiche avventure, viene umiliato tutti i giorni in ufficio. Si rimane un po’ delusi, un po’ tristi, se la cosa è davvero grave l'ammirazione che abbiamo per lui è a rischio.
A me capita. E a voi?

martedì 6 ottobre 2015

La bambina che salvava i libri – Markus Zusak

Su aNobii ho una lunga wish list che aggiorno spesso, più spesso di quanto non legga i libri che contiene. È come un’Idra di romanzi: ne leggi uno e ne ricrescono due. Comunque sia, spesso mi capita di mettere qualcosa in lista e dimenticarmene per un po’ – un bel po’. Il risultato è che metto lì dei libri ad attendere pacifici il loro turno, poi capita che diventino famosi e tutti li leggano, mentre io, che li ho nella mia lista dei desideri da tanto tempo, ancora non lo faccio.
Ecco cos’è successo con “La bambina che salvava i libri”, di Markus Zusak.
In realtà tutto iniziò in una notte buia e tempestosa… Okay, solo buia. E velata di insonnia. Navigavo su internet e mi capitò di leggere una recensione di “The book thief”. Lo misi wish list e me ne sarei dimenticata presto se, qualche mese dopo, non fossi stata bombardata dalla pubblicità del film tratto dal libro.
Guardai il film. E lo adorai.
Parecchio tempo dopo lessi il libro. E fu allora che lo amai.
 
Prima di tutto permettetemi una piccola digressione sul titolo, che mi ha fatta sclerare non poco.
Titolo originale: The book thief.
Titolo tradotto in italiano: La bambina che salvava i libri.
Titolo del film: Storia di una ladra di libri.
Titolo del libro conseguente al film: Storia di una ladra di libri.
Voglio dire… perché?
Non sarebbe stato molto più semplice chiamarlo “La ladra di libri” sin dall’inizio, e basta? Forse era troppo semplice per gli editori, poco accattivante, o semplicemente sensato. E non sia mai che traducano un titolo in maniera sensata.
 
Scleri a parte, voglio leggere “Il messaggero”, l’altro libro di Zusak, e penso che se potessi leggerei anche la sua lista della spesa (e probabilmente ne farei una recensione). Non ho intenzione di raccontarvi la trama, che forse conoscete già perché avrete letto il libro o visto il film. Questo è uno di quei racconti che va gustato in prima persona quindi questa, più che una recensione, sarà un’ode al libro da parte di una fangirl.
Ci sono tantissime cose che mi sono piaciute di questo romanzo. In primis la sua narratrice, ironica e tagliente nei momenti giusti, poetica e profonda in quelli necessari. Oltre ad essere una narratrice originale, inoltr, La Morte è anche onnisciente, quindi l’autore ha usato un ottimo espediente per raccontare la sua storia in ogni sua piccola minuzia, in ogni sentimento dei protagonisti, anche i più nascosti.
Markus Zusak
Per qualche motivo, è proprio così che lo
immaginavo. Un viso gentile e sorridente.
La divisione che è stata fatta per il romanzo, poi, è molto carina. Ogni parte ha il nome del titolo del libro che in quel momento è più importante per la protagonista. Un’idea che ho trovato divertente.
Ma la cosa che più mi ha rapita di questo libro sono i personaggi. Penso di non essermi mai innamorata di così tanti personaggi in una sola lettura. Chiaramente non figura la protagonista fra i miei preferiti, ma è solo perché i personaggi secondari sono tutti fantastici!
Primo fra tutti Max Vanderburg, il pugile ebreo. Adoro il modo in cui si rapporta con Liesel, come un fratello maggiore che vuole proteggerla – io lo vorrei come fratello maggiore. Tuttavia appare allo stesso tempo fragile e impaurito. Poi i genitori adottivi di Liesel, diversi per carattere e modo di fare, ma ognuno a modo suo forte, determinato, pronto a farsi in quattro per le persone che ama. Infine Rudy Steiner, citato per ultimo ma non per questo meno importante. Amico di Liesel nella buona e nella cattiva sorte, fin da bambino un sognatore e un dongiovanni!
 
Forse ho voluto leggere questo libro perché prometteva di essere una sorta di rifugio per un’amante (feticista?) dei libri come me. Scoprire che esistono persone che amano i libri a tal punto da farne il cardine di un romanzo è sempre bello, soprattutto per una che annusa le pagine dei libri – sniffacarte mi chiamano.
Quando ho aperto “Storia di una ladra di libri” pensavo di sapere a che cosa andavo incontro. Invece ho scoperto qualcosa di nuovo, di inaspettato, una storia che mi ha conquistata forse soprattutto perché, sebbene di libri ce ne siano parecchi nella storia, la cosa più importante rimangono le persone, gli affetti, le loro storie.
Consiglierei a tutti di leggerlo e, in effetti, da qualche giorno a questa parte è quello che sto facendo.
 
Ecco il mio personaggio preferito
in uno dei momenti più belli del film.
 

lunedì 28 settembre 2015

La trama secondo me

Ultimamente per iniziare i post mi affido al dizionario. Il mio preferito, online, è quello dell'enciclopedia Treccani. Non so perché, non vedeteci una presa di posizione, forse è solo perché è uno di quelli che ho conosciuto per primi, quindi è decisamente una scelta affettiva. Comunque sia cercando la parola ‘trama’, Treccani risponde dicendo che si tratta di un insieme di fatti che formano un’opera narrativa.
Detta così, la trama è di una semplicità disarmate. Ci si chiede come mai ogni giorno chi scrive – o chi tenta di scrivere – vi si arrabatti tanto. Peccato che per essere buona una trama debba avere, secondo il mio modesto parere, almeno tre caratteristiche. Deve essere solida, avvincente e deve proseguire in maniera quasi automatica grazie ad un meccanismo di causa-effetto. Lasciamo perdere i modi per scriverla, una trama. Non mi ritengo particolarmente brava in questo campo. Ho portato a termine veramente poche trame, nella pratica, per poter mettere giù un post con obbiettività, ordine e senza perdermi in vaneggiamenti.
Parliamo della trama dal punto di vista del lettore.
 
Come lettrice pretendo molto da una trama. Per prima cosa mi piace il meccanismo di causa-effetto perché in questo modo tutti gli avvenimenti sono collegati.
Ciò che leggo a pagina uno mi porta alla pagina dieci, poi alla cento e così via. Sapere che si tratta di un susseguirsi di situazioni collegate mantiene la mia attenzione alta, ogni scena che leggo acquista importanza di per sé, e non è subordinata a ciò che racconta. In ogni riga potrebbe nascondersi un passaggio fondamentale, che mi porta all'avventura successiva, così che quando leggo tengo l'attenzione ben alta, a prescindere dal fatto di avere di fronte una scena d'avventura, romantica, divertente o drammatica. Non capisco chi non utilizza questo modo di portare avanti una storia, forse perché non amo le storie senza questo particolare modo di scrivere.
Già solo questo maccanismo ha le potenzialità per tenermi incollata al libro. Per considerarlo però un ottimo libro mancano le altre due caratteristiche reputo importantissime.
Le trame che ho trovato più avvincenti sono quelle che lasciano spesso qualcosa in sospeso per riprenderlo più avanti. Adoro infatti avere più di un personaggio che agisce in maniera indipendente, in un romanzo, per poter saltare da un personaggio all’altro e scoprire in contemporanea le vicende di tutti, lasciandole però allo stesso tempo tutte in sospeso.
Questo potrebbe essere un modo per rendere una trama avvincente, ed è il mio preferito (personalmente, mi spinge a continuare una lettura persino alle tre di notte!), ma possono essercene altri mille, di modi per stimolare la curiosità del lettore.
Infine, una trama deve essere solida. Si sente dire spesso, tuttavia credo che pochi sappiano spiegare appieno che cosa significhi. Io non sono una di quelle persone. Per me una trama solida è qualcosa che non si può ‘sfasciare’ facilmente, quindi un insieme di caratteristiche che rendono il nostro libro inoppugnabile. Ogni sentimento dei personaggi, ogni mossa che compiono, ogni pensiero che fanno, deve avere una motivazione ben precisa. Senza motivazioni solide posso in qualsiasi momento distruggere il castello di carta che è la trama togliendo un pezzettino alla base.
Penso che si tratti di un giudizio personale. Forse qualcun altro considera una trama solida qualcosa con caratteristiche molto diverse dalle mie. Mi chiedo, a questo punto, se esista qualcosa di veramente oggettivo nella letteratura.
 
Ma questo è un altro post. Per ora parliamo solo di trama e, già che ci siamo, vi domando che cosa ne pensate voi. Cos’è che una trama deve avere per essere una trama ben fatta?

martedì 8 settembre 2015

Mansfield park - Jane Austen

Sin da quando lessi “Orgoglio e pregiudizio” per un compito scolastico, ho adorato Jane Austen e i suoi romanzi. Non li ho ancora letti tutti, perché secondo me c’è un momento giusto per leggere i suoi romanzi. Solitamente si piazzano dopo qualche romanzo d’avventura, magari uno o due storici, e un racconto romantico. Allora sì che viene voglia di leggere Jane Austen, immergersi nell’atmosfera dell’Inghilterra di metà ottocento.
Attenzione però! L’Inghilterra di metà ottocento della classe medio alta. Quei salotti dove si passava il tempo a motteggiare allegramente, ad ascoltare musica dal vivo, a giocare a carte o, magari, si sceglieva di uscire all’aperto a fare una passeggiata attorno alla proprietà, per parlare in serenità in qualche parco ben curato e un po’ nascosto con un gentiluomo dal bel portamento inglese.
 
Nonostante questi tipi di letture un po’ idealizzino, a mio parere, l’idea che abbiamo dell’epoca di quel tempo, rendono in maniera molto verosimile se non altro una parte di popolazione, e la natura umana tutta.
L’idealizzazione sta nel fatto che, all’infuori delle piccole società che la Austen crea, unendo due o tre famiglie e pochi altri elementi, pare non esserci nulla. Non un servitore in casa (compaiono molto raramente nella narrazione, appena di sfuggita se non mai, seppure la loro presenza in quegli anni fosse costante nelle case di borghesi e nobili), non un popolano per le vie, né apparentemente uno stato, un popolo, una monarchia o famiglia reale che sia, di cui oggi invece si ama discutere per ogni quisquilia. Sembra quasi che questi nobili vivessero in una bolla di vetro opaco, senza vedere nulla al di fuori di ciò che il racconto della Austen suggerisce, nulla che non abbia a che fare con la trama stessa. Forse era davvero così. Forse i nobili inglesi dell’epoca preferivano davvero essere sordi alla politica, ciechi alla povertà, e semplicemente si chiudevano nei loro palazzi londinesi o nelle loro regge di campagna in estate. Chi lo sa?
Eppure c’è un fondo di verità che aleggia lungo tutta la narrazione. Una delle cose che più preferisco di Jane Austen è la sua capacità di comprendere la natura umana. Quella sì non cambia di molto negli anni, uomini e donne possono essere solari, umili, meschini, sciocchi e un sacco di altre cose belle o brutte, ora come allora. Dei suoi personaggi amo il fatto di riuscire a comprenderli sempre e in toto, senza sforzo o pregiudizio, perché hanno un carattere reale che agisce e reagisce in maniera coerente a sé stesso.
Una sola cosa posso dire di male ai personaggi di Jane Austen: in ogni romanzo che ho letto sin ora c’è un personaggio (spesso femminile) che sembra voler incarnare tutte le qualità positive e allontanare quelle negative. Ho sistematicamente detestato tutti quei personaggi, e mi andava anche bene finché erano personaggi minori o comunque non i principali. Ma poi ho letto “Mansfield Park”. Ho incontrato quella che sembra essere l’eroina preferita della Austen, la più perfetta e la più arrogante nella sua rappresentazione: Fanny Price.
 
Per chi non ha letto Mansfield Park faccio un riassunto (spoiler alert!).
A dieci anni Fanny Price si trasferisce a casa degli zii nella magione di Mansfield Park. Provenendo da una famiglia piuttosto povera e rozza, essere a Mansfield e poter godere di privilegi quali l’educazione scolastica, la conoscenza di persone altolocate, l’adozione di maniere raffinate, è per Fanny una vera fortuna. Nonostante questo rimane sempre relegata ad un ruolo inferiore rispetto ai cugini, perché loro occupano un gradino più alto in società.
Fanny cresce così misurando costantemente la distanza fra sé e la due cugine. Mentre lei studia e si meraviglia di ciò che apprende, loro si annoiano e pensano che l’educazione sia solo un mezzo per apparire intelligenti, mentre Fanny si rende utile in casa loro pensano a passatempi poco faticosi e più ludici, mentre lei rimane nelle retrovie nella società le due cucine non vedono l’ora di lanciarcisi.
In gran segreto Fanny s’innamora del cugino Edmund, che però è interessato ad una nuova vicina che è in visita assieme al fratello. I due nuovi arrivati sono Mr. e Miss Crawford, entrambi viziati e vanesi, egoisti e con poco senno. Edmund inizialmente s’infatua di Miss Crawford ma desiste nel chiedere la sua mano quando si rende conto della natura negativa della ragazza. Mr. Crawford invece è innamorato di Fanny a dispetto del suo rango inferiore e chiede la sua mano. Lei lo rifiuta, scatenando lo sdegno e lo stupore di tutti. Non a torto, però, lo fa, perché pochi mesi dopo aver chiesto la sua mano Mr. Crawford verrà coinvolto in uno scandalo con la più sciocca delle cugine di Fanny, che fra l’altro si era appena sposata.
Infine Fanny, grazie alla sua perseveranza, onestà e umiltà sposa il cugino Edmund.
 
Orbene, ci sono parecchie cose da dire su questo romanzo. Mi ha presa, su questo non c’è dubbio. L’ho letto più velocemente di quanto credessi possibile! Tuttavia ci sono parecchie cose che non ho apprezzato in questo libro, come molte altre invece mi hanno fatta riflettere.
La prima, come già accennavo, è la protagonista. Incarna tutte le qualità che una persona può incarnare, è talmente perfetta da dare la nausea. Inoltre la sua relazione con Edmund è delle più tristi. Forse la Austen intendeva essere ironica, ma se è così allora qualcuno deve dirmelo perché io non l’ho capito. Edmund sposa Fanny, ma non c’è traccia di romanticismo fra i due, per lo meno da parte di lui. Per come l’ho interpretata io, Edmund sposa Fanny perché è quella che più si avvicina al suo ideale di moralità, ma non la ama. Come può amarla? Fanny è grigia, noiosa, prevedibile, fa quel che la gente farebbe se si comportasse sempre bene. Ma non è bello ogni tanto comportarsi male? Invece Fanny ama Edmund dell’amore più ingenuo che può esserci. Non si arrabbia con lui nemmeno quando va contro a tutti i suoi ideali, nemmeno quando si rimangia la parola data perché caduto come uno scemo nelle malie di Miss Crawford. A Edmund, Fanny si asservisce perché è l’uomo che ama.
Non ho capito poi che cosa ci fosse di tanto male in Miss Crawford. Personalmente l’ho trovata più simpatica di Fanny, più naturale e sicuramente meno musona. Certo nel libro viene descritta in maniera negativa, è ricca e quindi viziata, è avida e quindi opportunista. Ma quel che ho visto io invece è una donna furba e sicura di sé, in un’epoca in cui le donne sciocche e insicure erano purtroppo la maggior parte, causa una società che le costringeva al ruolo di grazioso soprammobile. Una donna come Miss Crawford forse ha meno scrupoli, pensa più al profitto, ma per vivere serenamente sono convinta che molte donne dovessero fare così in quell’epoca.
Quindi meno Fanny e più Miss Crawford per tutti! Perché di donne furbe sicure di sé il mondo non avrà mai abbastanza.
 
Ho sentito dire che Jane Austen considerava “Mansfield Park” uno dei suoi libri più importanti poiché l’educazione – in particolare quella femminile – era al centro della narrazione. Si stupì molto quando venne a malapena notato dai critici, passato quasi sotto silenzio rispetto ad altri suoi precedenti lavori come ad esempio “Orgoglio e pregiudizio”. Credo che fosse un tema più scottante, che ai critici conveniva far passare dietro le quinte piuttosto che sul palcoscenico, perché era un tema che avrebbe suscitato polemica.
Con il messaggio che il romanzo mi ha trasmesso sono del tutto d’accordo. Fanny riesce a raggiungere il suo ideale di felicità grazie alla caparbietà e serietà che ha maturato nel corso degli anni. Queste gli vengono non solo dall’educazione aristocratica, ma anche e forse soprattutto dalla distanza che tiene da essa. La Austen dimostra proprio che coloro che hanno tutto, che sono vezzeggiati e adulati sin dall’infanzia, crescono con una percezione distorta di loro stessi, una percezione troppo alta rispetto a ciò che è la realtà. Mentre chi viene relegato nell’angolo può vedere le cose da un punto di vista più ampio, il cui centro sono le cose che contano, e non sé stessi.
Pienamente d’accordo! Qui la Asuten si è guadagnata il mio pollice alzato.
 
In generale direi che questo romanzo mi è piaciuto, nonostante i suoi lati negativi. Forse proprio per quelli perché, nonostante tutto, mi è piaciuto analizzarlo, trovare le ragioni per cui non sono d’accordo con questa o quella affermazione.
Penso che un romanzo che ci fa ragionare, discutere, che ci spinge all’analisi, anche se considerato un cattivo romanzo, sia sempre meglio di un romanzo che passa sotto silenzio senza stuzzicare nemmeno una corda della nostra voglia di dibattito.

venerdì 28 agosto 2015

Sex on the book

La sessualità e il sesso è argomento largamente dibattuto, oggi come nel passato, da uomini e da donne, e nonostante questo rimane un mistero per tutti. Per chi ha una sessualità rigida e ricca di tabù, certamente lo è, ma anche per chi la vive in maniera più libera, spensierata, malata o serena. Per chi non la vive affatto. E per chi non può fare a meno di viverla.
Essendo in questo blog, vi giro la questione in un’ottica prettamente libraria. Di sesso se ne parla sempre, ma come se ne parla nei libri?
Questo post mi sta interessando più del previsto, tanto che ho fatto qualche ricerca su internet. Sono lieta di non essere incappata in siti porno, ma di aver invece trovato spunti interessanti.
Per prima cosa: è giusto scrivere di sesso e sessualità nei libri?
 
Credo che per andare avanti si debba fare una distinzione doverosa, che molti danno per scontata ma che alcuni non fanno affatto. La sessualità e il sesso sono due cose diverse, seppur correlate. La sessualità è qualcosa che possediamo sin dalla nascita, è la consapevolezza del proprio corpo, un connubio di caratteri e comportamenti. Il sesso invece può essere inteso sia come organo riproduttivo maschile o femminile, che come atto sessuale.
Ora, non sono un dottore, ma mi sembra che stiamo parlando di due cose differenti.
 
Per tornare alla domanda iniziale, io rispondo: sì, è giustissimo parlare di sessualità e sesso nei libri. Non c’è motivo di non farlo, e ci sono invece parecchi motivi per farlo.
Scrivere un libro per parlare di sessualità e spiegarla, ad esempio, a dei bambini, è importante. Penso che libri del genere debbano essere scritti da professionisti, da pediatri e/o psicologi, perché credo che sia giusto che anche i più piccoli siano a conoscenza della sessualità. Intesa soprattutto come affetto, dimostrazione di emozioni, diritto alla propria privacy anche da piccoli e sicuramente un sacco di altre cose che io non so. Se che quando avrò dei figli vorrei avere la possibilità di spiegare loro, nella maniera più corretta ed efficace, tutto ciò che devono sapere per iniziare a vivere la loro sessualità e proteggersi da una sessualità che potrebbe essere pericolosa. Non essendo ferrata in questo campo, penso che dei libri potrebbero aiutarmi molto, quindi c’è bisogno di libri sulla sessualità.
Ho preso ora l’esempio dei bambini, ma potrei prendere come esempio anche un adulto. Ci sono molte persone che hanno problemi con la loro sessualità o con il sesso, e hanno tutto il diritto di informarsi per poter vivere serenamente. Sono anche fermamente convinta che un libro aiuti molto di più che reperire informazioni frammentarie su internet o quelle manipolate in tv – senza contare poi che il 90% di ciò che sentiamo in televisione viene rimosso quindici minuti dopo.
Non c’è invece ragione, penso, di trattare la sessualità come un tabù. Esistono persone che lo fanno tutt’oggi, quindi non penso di fare un’affermazione scontata. I tabù impediscono l’informazione, mitizzano l’argomento stesso che vogliamo nascondere e lo rendono misterioso e curioso, portando spesso alla paura nei suoi confronti o ad un’eccessiva curiosità. Nessuna di queste due cose è positiva.
Quindi è giusto parlarne, informare ed essere consapevoli.
 
E qui termina la mia piccola introduzione, che tanto piccola poi non è, ma che mi sembrava doverosa per mettere in chiaro ciò che penso. Una volta preso atto che considero normale e corretto non nascondere uno degli elementi base della natura umana, passo ad un argomento meno scottante e più leggero, forse persino divertente.
Le scene di sesso nei romanzi.
Altra domanda: che cosa ci aspettiamo da una scena di sesso?
Questa è una cosa a cui non ho mai pensato, onestamente. Forse perché non sono molti i libri in cui trovo scene di sesso. Mi è capitato, certo, ma essendo scene che hanno importanza non in quanto tali ma nell’insieme del romanzo, non mi sono mai soffermata a pensarci troppo.
Facciamo un passo indietro. Perché leggiamo romanzi? Per emozionarci, per perderci in un mondo differente, per volare con la fantasia, per conoscere storie dolci, adrenaliniche, storie che ci potrebbero cambiare la vita. Non è così? Nei nostri libri preferiti le scene divertenti ci fanno ridere, quelle drammatiche ci fanno piangere, quelle più intense ragionare. Ma quindi cosa dovrebbe fare una scena erotica? Farci arrapare?
Ci ho pensato un po’ mentre scrivevo questo post ma non ho trovato la risposta. Forse l’unica soluzione è chiedere all’autore stesso del romanzo. Forse solo allora potremmo capire davvero che cosa dobbiamo aspettarci da una scena di sesso, e non è ancora detto che ci piaccia o che sia scritta bene!
Non mi pronuncio sullo stile. Penso che quella sia una questione di gusti. Per esempio a me non piacciono le scene troppo descrittive, meglio lasciare un po’ di cose all’immaginazione. E non amo i vocaboli troppo volgari, perché sto leggendo un libro e non guardando un film porno. Ecco, per come sono fatta io condirei un po’ tutto con un velo di non detto, di magia, di intuizione, di romanticismo e malinconia. Ma immagino che ci siano lettori di tutti i tipi, cui piace anche un «ma sì, tu buttacelo!», come direbbero alcune mie conoscenze.
 
Vi rigiro quindi tutte le mie domande e sono curiosa di conoscere le risposte. A questo proposito so che Agosto non è il momento migliore per pretendere risposte, ma il post è arrivato adesso e non lo voglio rimandare.
Quindi secondo voi è giusto scrivere di sesso e sessualità? A che cosa servono le scene di sesso nei libri? Secondo voi è meglio uno stile elegante o è preferibile un linguaggio più spinto? Le scene di sesso, se non sono necessarie ai fini della trama o per spiegare il rapporto che si crea fra i personaggi, secondo voi sono utili o potrebbero anche essere eliminate?
Spero di avervi fatto riflettere su un argomento che io trovo curioso e interessante. Spero anche di non avere infastidito nessun bacchettone nei paraggi.