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venerdì 19 maggio 2017

I miserabili vol. III - Victor Hugo

Ultimo volume dell’edizione dei “Miserabili”, ultima recensione. Lascio l’ammore che ho provato e lo sbrodolare dei sentimenti per dopo, altrimenti non ci sarebbe riassunto. Di recente ho anche rivisto il film musical di qualche anno fa e lo struggimento per i personaggi è, se possibile, aumentato.
La cosa assurda è che ricordo di aver avuto moltissime remore a leggere questo libro, soprattutto per la mole, ma dopo aver visto per la prima volta il film mi era piaciuto così tanto che mi sono detta di provare. L’occasione di leggerlo è capitata per caso, anni dopo, e ho scoperto due cose. Primo, i bei film tratti dai classici mi spingono a volerli leggere a qualunque costo (con i bei film di storie contemporanee non è così scontato). Secondo, posso reggere la lettura di tomi di oltre mille pagine – scritti piccolo, ovviamente – senza crollare, cosa che ho sempre un po’ il timore di fare.
Quindi ecco, a voi l’ultima recensione dei Miserabili, che potrebe essere seguita da molti, moltissimi altri libri cicciotti.


Marius e Cosette si vedono ogni sera di nascosto da Jean Valjean, e sono sempre più innamorati. Il loro idillio viene distrutto quando il padre della ragazza decide di partire per l’Inghilterra, per paura di essere ancora braccato dall’ispettore Javert.
A quella rivelazione Marius torna dal nonno per chiedergli il permesso di sposarsi ma il vecchio, troppo distratto dalla felicità per il ritorno del nipote che ha sempre amato, non lo prende sul serio. Marius torna da Cosette ma la casa è già stata abbandonata. Il giovane decide di unirsi alla rivolta organizzata dagli amici, credendo di non avere più nulla da perdere e preferendo rischiare di morire piuttosto che vivere senza il suo amore.
Il giorno dei funerali del generale Lamarque, personaggio pubblico che sempre era stato dalla parte del popolo, il gruppo di studenti capeggiato dal giovane e carismatico Enjolras, erige una barricata e organizza la resistenza.
Assieme a lui ci sono il piccolo Gavroche, Marius, l’ispettore Javert sotto copertura e la giovane Eponine, travestita da uomo. Poco dopo vengono raggiunti da Jean Valjean che, scoperto l’amore di Cosette per Marius e venuto a sapere che quest’ultimo cerca la morte alla barricata perché crede di aver perso la ragazza, va a vegliare su di lui.
Gli scontri hanno inizio ma Javert viene subito denunciato come infiltrato e improgionato. Il suo destino sarà essere fucilato, ma Enjolras decide di attendere fino a che non saranno quasi finitre le munizioni, per non sprecarne di preziose. Per ovviare allo scarseggiare delle munizioni il piccolo Gavroche supera la barricata e comincia a raccogliere dei bossoli, ma viene ucciso dai soldati. Un ragazzo sconosciuto salva Marius, venendo ferito allo stomaco, e il giovane scopre che si tratta di Eponine, che muore poco dopo. Viene nel frattempo deciso che Javert deve essere fucilato, così Jean Valjean chiede di essere lui a uccidere il traditore ma, quando si trova solo faccia a faccia con Javert, finge solo di ucciderlo e lo libera.

I soldati superano la barricata e uccidono tutti i rivoltosi, tranne Marius. Il ragazzo sviene a seguito di un colpo alla testa, Jean Valjean lo carica sulle spalle e si cala nelle fogne per portarlo lontano dalla battaglia e impedire ai soldati di fucilarlo. Vaga nelle fogne fino a trovare un’uscita, vicino alla quale si nasconde Thenardier.
Una volta salvato Marius, Jean Valjean pensa che Javert, al quale aveva dato il proprio indirizzo per convincerlo delle sue buone intenzioni, stia per andare ad arrestarlo, ma questi non si presenta. L’ispettore Javert, che ha passato tutta la vita a disprezzare i criminali come Jean Valjean, non accetta di essere in debito con lui. Più di tutto non accetta un mondo dove un ex forzato ha lavato le sue colpe, dove tutte le sue sicurezze, di Javert, sono crollate e tutto ciò su cui ha basato la sua vita è falso. Per questo motivo l’uomo si suicida gettandosi nella Senna.

Mesi dopo Marius e Cosette sono sposati, tuttavia il giovane non sa che è stato Jean Valjean a salvarlo e, dopo alcune ricerche, si convince che egli è un ladro, che ha derubato il sindaco Madeline. Lo allontana dalla sua vita e da quella di Cosette. Il vecchio Jean Valjean ne è distrutto e cade in una profonda depressione.
Convinto di ottenere in cambio del denaro, Thenardier si presenta da Marius e svela al giovane che Jean Valjean è un ex detenuto e che per anni si è nascosto sotto il nome di signor Madeline, diventando persino sindaco di una città. Gli dice inoltre che il vecchio è un assassino, che lui stesso lo ha visto mentre trasportava un cadavere nelle fogne. Marius, compreso l’enorme errore che ha fatto, caccia via Thenardier e assieme a Cosette si precipitano da Jean Valjean.
L’anziano signore, provato dall’infelicità, è ormai in fin di vita. L’ultima sua gioia è quella di morire sapendo che Marius lo ha perdonato e che Cosette è felice. Spira mentre i giovani piangono ai suoi piedi.


Mettere per iscritto qualcosa in questo momento mi viene complicato. Nonostante gli alti e bassi (perché di un romanzo di così ampio respiro non si può pretendere di apprezzare ogni singola cosa) ho veramente amato “I miserabili”.
Come sempre ci sono degli approfondimenti particolari su cui Hugo si è soffermato. Quello che non ho apprezzato molto e che ho persino saltato è stato quello sulle fogne di Parigi, senza dubbio interessante ma molto pesante da leggere.
Invece mi è piaciuta molto la digressione sulle barricate, uno dei metodi che furono più in voga fra il popolo per fomentare le rivolte. Quella descritta da Hugo nel libro non è, perdipiù, inventata per l’occasione. Alla morte del generale Lamarque vi furono molti disordini, la barricata è solo uno di quelli e, oltre a far parte del romanzo, fa parte della storia. L’ho apprezzato non solo perché è veritiero, o perché ci fa pensare che questi fatti possano davvero essere accaduti, ma perché porta il lettore ad una consapevolezza nuova. I fatti che mandiamo a memoria per studio o passione diventano un’ideale, un atto di coraggio, perdono la loro umanità. Hugo ha permesso a questi fatti di scomporisi e diventare sfide personali, più vicine a noi. Potranno non essere esistiti proprio Enjolras, o Gavroche, o Eponine, ma l’importante è rendersi conto che non era solo La Barricata, un mostro da considerare per intero, una parola, un atto di ribellione: c’erano le persone, i singoli come ognuno di noi.
Un altro approfondimento che mi ha molto interessato è quello sulla lingua. Hugo racconta di come a Parigi esistesse una sorta di dialetto parlato dalla più bassa estrazione popolare, l’argot, che altro non era che un mix di diversi accenti che si mischiavano e creavano un modo di parlare del tutto diverso. Questa lingua era disprezzata dai letterati, ma Hugo la utilizza per dovere di cronaca, perché quando parla dei Thenardier e degli altri criminali non sarebbe corretto fargli parlare un francese fluido, devono parlare la lingua del popolo, di più, la lingua del popolo basso. Hugo sapeva bene che sarebbe stato criticato per questa scelta. Inserire in un romanzo una lingua così sciatta? Mon dieu! Ma qui Hugo spiega le sue ragioni, che trovo assolutamente condivisibili. La lingua viene creata dall’uomo, modellata a seconda delle necessità, perché è un’invenzione dell’uomo. Non è giusto ostacolarla. La lingua si evolve e cambia con il tempo, cominciare ad utilizzare un linguaggio nuovo in un libro può solo aiutare questa evoluzione. Può favorirla, fornendo regole grammaticali a parole che fino ad ora hanno avuto solo un utilizzo parlato.


Cominciare a lasciare alcuni dei personaggi di Hugo è stato straziante. C’erano dei personaggi cui mi ero fortemente affezionata, ad esempio Eponine e Gavroche.
Lei è un personaggio in cui tutte le ragazze, almeno una volta nella vita, si sono identificate. Capita l’amore non corrisposto, è normale, e la storia di Eponine mi ha fatto tornare in mente tutti i miei struggimenti passati. Il mio lato fangirl è anche risorto giusto per farmi notare che Marius sarebbe stato molto meglio assieme ad Eponine, che non con Cosette, la cui forza d’animo non è così forte e la cui utilità nel libro è fine a sé stessa. Gavroche invece era il monello per eccellenza, quello che immaginiamo sempre in un film in costume. Allegro, birbante, a volte insolente, ma capace di gentilezza e molto astuto.
Alla fine di altri personaggi, invece, ero preparata. Ad un tratto ho iniziato a subodorare il suicidio di Javert ma leggerlo è stato lo stesso emozionante. Hugo è riuscito a spiegare perfettamente l’angoscia di un uomo che vede le sue convinzioni, sulle quali ha basato la sua intera esistenza, venire meno. Non immagino un’altra fine per Javert perché per carattere non è elastico, non è adattibile. Non accetta un mondo dove un ladro può essere un buono, non ha intenzione di scendere a compromessi, quindi sceglie di fare a meno di quel mondo.
Immaginavo anche che non ci sarebbe stata una bella fine per Jean Valjean, anche se è il personaggio che ho amato di più, che ha sofferto di più e che meritava davvero una fine felice. Non è mai completamente buono, anche se dedica la seconda metà della sua vita all’amore e non all’odio. Anche questo però è uno di quei finali ‘corretti’, che non potrebbero essere altrimenti e che, se cambiati, perderebbero molto. Tutto il libro mi ha dato come l’impressione che Jean Valjean stesse facendo enormi sacrifici, che la sua anima fosse perennemente piegata dalle colpe passate e dalla vita in fuga, nella menzogna. La morte del personaggio è stata come una liberazione, almeno io l’ho interpretata così. Riscattatosi agli occhi di chi ama, Jean Valjean è libero di morire dopo una vita ricca di sia di dolore che di amore.

Insomma, penso che si veda che mi è piaciuto. Non so veramente che altro dire, anche perché ho scritto questa recensione tutta d’un fiato e, ripensando a ciò che ho letto, mi sono emozionata di nuovo e di nuovo ho visto la grandezza di questo romanzo.
Non è un libro che consiglierei a tutti, perché è complesso, molto lungo e non è una lettura che si fa per svagarsi. Tuttavia è una storia che tutti dovrebbero conoscere.

martedì 4 aprile 2017

I miserabili vol. II – Victor Hugo

Questo volume non mi ha entusiasmata come il primo.
Le tematiche approfondite sono diverse ed è stato più complicato immergersi nella lettura perché non mi interessavano granché. Ho saltato alcune parti, lo ammetto. Inoltre ci sono dei dettagli che non mi hanno convinta.
Ma prima, un piccolo riassunto. Per quanto piccolo io possa riuscire a farlo.


Jean Valjean e Cosette
Avevamo lasciato Jean Valjean a prendersi cura della piccola Cosette. I due trovano rifugio in un convento di clausura, nel quale lavora come giardiniere un uomo cui Jean Valjean aveva salvato la vita ai tempi in cui era sindaco. Questi, non sapendo nulla della vera identità di Jean Valjean come ex forzato, lo aiuta, dicendo al convento che abbisogna di un aiutante e facendo passare Jean Valjean come suo fratello minore.
Cosette e l’uomo trovano protezione nel convento, dove la bambina riceverà un’educazione con la prospettiva di farsi suora una volta cresciuta, inoltre Jean Valjean è sfuggito ancora una volta al poliziotto Javert, il quale però è ormai certo che il detenuto non sia affatto morto come aveva fatto credere.

Marius de Pontmercy è ancora un bambino quando viene affidato al nonno e cresce nella convinzione che il padre non gli voglia bene. In realtà l’uomo soffre molto di questa lontananza ma il nonno di Marius pensa che possa avere una cattiva influenza sul bambino, poiché ha combattuto nelle guerre napoleoniche e non apprezza le sue idee politiche, quindi ha preso accordi perché Marius rimanga lontano da lui.
Alla morte del padre Marius scopre ogni cosa e, da imbarazzato che era della sua figura, ne diviene fiero. Lascia la casa del nonno e il suo orgoglio gli impedisce di accettare qualsiasi aiuto economico. Impara un mestiere, abbandona gli agi e dedica la vita al lavoro, alla cultura e al pensiero filosofico. Il suo sogno è di trovare un certo Thenardier, che nel testamento suo padre aveva descritto come l’uomo che gli aveva salvato la vita. Ignora che la famiglia Thenardier è caduta in disgrazia e abita nella stanza accanto alla sua sotto falso nome per sfuggire ai creditori. Inoltre il giovane si è innamorato di una ragazza che vede sempre al parco ma che non riesce a rintracciare poiché il padre di lei, che lui chiama fra sé e sé signor Leblanc, ha notato l’interesse del giovane e ostacola gli incontri fra i due.
Per curiosità Marius sbircia nella camera accanto alla sua e vede che i Thenardier vivono nella miseria, ma sono anche dei farabutti. Scopre che vogliono vendicarsi del signor Leblanc e la bella figlia di cui è innamorato, sostenendo di riconoscere nell’uomo colui che rapì una bambina che era stata a loro affidata. Marius avverte la polizia e l’ispettore Javert organizza ogni cosa per tendere un agguato ai Thenardier, che erano rimasti d’accordo con Leblanc perché tornasse a casa loro la sera stessa. Dal suo punto di osservazione nascosto Marius scopre che quella famiglia altri non sono che i Thenardier, cui suo padre doveva la vita. Javert fa irruzione nella stanza e arresta tutti quanti, a eccezione di Leblanc, che fugge dalla finestra senza che nessuno lo noti.

Cosette e Marius
Dopo gli anni passati in convento Jean Valjean, che ad ogni fuga impara qualcosa di nuovo, decide che Cosette non merita la clausura ma la vita, così quando la bambina è ormai cresciuta si licenzia e compra diverse case a Parigi. Non vive mai per troppo tempo nella stessa abitazione e conduce una vita che non dà nell’occhio.
Cosette diventa ogni giorno più bella e Jean Valjean ha paura di quando sarà il suo momento per sposarsi, poiché lo lascerà solo. Cerca infatti di impedire in ogni modo che il giovane che li segue e chiede di loro venga a conoscere l’identità di Cosette, tuttavia nota che la ragazza è molto triste da quando non incontra più il giovane durante le loro passeggiate.
Marius viene a sapere l’indirizzo di una delle case di Jean Valjean da Eponine, la figlia dei Thenardier, che è invaghita di lui. Si reca di fronte alla casa diverse volte e osserva senza farsi vedere, lascia una lettera d’amore a Cosette e, una sera in cui Jean Valjean non è in casa, i due innamorati si incontrano.


Temo che il commento vero e proprio sarà più corto del riassunto, che pure ho cercato di stringare il più possibile. Forse non ho il dono della sintesi.
Accennavo al fatto che non ho amato questo volume come il primo e il motivo è presto detto. Ho trovato piuttosto noiose le parti in cui Hugo si dilunga sulla storia e sulla politica, quasi accademiche. Immagino comunque che sia una questione di gusti perché ad esempio ho trovato interessantissima la lunga digressione sul convento di clausura, le parti dedicate ai vari personaggi (i rivoluzionari amici di Marius e i delinquenti alleati di Thenardier), oltre che la descrizione appassionata che l’autore dà dei monelli di Parigi e della città stessa – passione che immagino derivi dal fatto che, nel periodo in cui ha scritto “I miserabili”, Hugo era stato esiliato dalla Francia.
Alla fine del precedente capitolo pensavo di dover abbandonare Jean Valjean, ma sono stata lieta di ritrovarlo all’inizio di questo volume. Affezionarsi a lui è facile perché è profondamente umano. Tenta di essere un buono ma, allo stesso tempo, sfugge alla legge che pure giustamente lo reclama. Mi sono affezionata anche a Marius (che oltre ad essere adorabile per me ha il viso di Eddie Redmayne, quindi lo adoro anche di più), che Hugo descrive come un giovane responsabile, eppure ad un tratto attanagliato dall’amore e dalle passioni, che cominciano a governare la sua vita.

Mi è piaciuto ritrovare un dettaglio che c’era anche in “Notre Dame de Paris”, l’unico altro libro dell’autore che abbia mai letto, nel modo in cui Marius spia i Thenardier, e che sarà cruciale per lo svolgersi della vicenda. Allo stesso modo Claude Frollo aveva spiato la Esmeralda e Phoebus cocente d’invidia, quando i due si incontrano di nascosto.
Un altro parallelismo mi viene in mente. In “Notre Dame de Paris” ci sono molti dettagli lasciati al caso, che potremmo considerare coincidenze, ad esempio il fatto che la pazza rinchiusa nelle segrete sia proprio la madre di Esmeralda, con cui lei parla solo per un caso fortuito, che i bambini scambiati alla nascita siano Esmeralda e Quasimodo, che si rincontrano dopo anni e proprio loro intessono la tela della storia – o quasi. Sono dettagli non cruciali, non indispensabili per la riuscita del romanzo, che tuttavia è bello trovare forse anche proprio per questo motivo.
La coincidenza gioca un ruolo molto più importante in “I miserabili”, tanto da risultare poco credibile. Voglio dire, quante possibilità c’erano che Marius abitasse proprio vicino ai Thenardier, coloro cui doveva fare del bene? E quante possibilità c’erano che si rivolgesse proprio al poliziotto Javert per risolvere il suo problema, con tutti i poliziotti che c’erano a Parigi? E ancora, Jean Valjean è capitato per caso proprio nel convento in cui lavora un uomo che gli deve un favore, e così viene salvato. Insomma, una volta il deus ex machina va bene, ma quante volte vogliamo utilizzarlo?
Penso sia questa la cosa che più mi ha indispettita, trovare così tante coincidenze e così indispensabili per la riuscita della storia. Se uno di questi casi fortuiti non si fosse verificato la trama si sarebbe inceppata, ma non credo sia possibile che ne capitino così tanti a un solo gruppo di personaggi.

Sto sperando nel prossimo e ultimo volume, in realtà nonostante possa sembrare da questo commento che la storia stia perdendo punti ai miei occhi, sono impaziente di conoscere il seguito. Attendo in particolar modo una parte più importante per Eponine e Gavroche il monello, e aspetto di vedere un ultimo confronto tra Javert e Jean Valjean.
Sono giunta alla conclusione che non c’è mai abbastanza Hugo, nel mondo.

mercoledì 15 febbraio 2017

I miserabili vol. I - Victor Hugo

Avevo la mezza idea di leggere questo romanzo e scrivere una recensione come faccio di solito, poi mi sono fermata. Ho tre volumi di fronte a me e già il primo mi ha dato del filo da torcere. Gli altri due sono più lunghi.
Ho deciso di intervallare la lettura dei volumi con altri libri, che fossero il più lontano possibile dai classici. Non che non abbia apprezzato “I miserabili”, al contrario, ma ho bisogno di respiro fra una miseria e l’altra.


Monsignor Benvenue è Vescovo in una piccola cittadina di campagna. Avrebbe la possibilità di arricchirsi e vivere da nobile, ma preferisce donare tutto ai poveri e tenere per sé solo lo stretto indispensabile. Non c’è persona che egli non perdoni, è benvoluto da tutti e la sua porta è sempre aperta. Le uniche ricchezze che ha sono dei bei candelabri, che usa per far luce all’ora di cena, e delle posate d’argento.
Una sera giunge alla sua porta un uomo stanco e affamato che dice di chiamarsi Jean Valjean. Egli è stato appena liberato dai lavori forzati, cui era stato costretto diciannove anni prima per furto con scasso. La pena si è poi allungata dati i numerosi tentativi di fuga dell’uomo, che voleva tornare dalla sua famiglia. Aveva tentato di rubare per la sorella e i suoi figli, che morivano di fame.
Jean Valjean mangia alla tavola del Monsignore, beve il suo vino e si corica sul letto che gli è stato offerto, stupito dalla bontà dell’uomo. Nel paese infatti nessuno, né l’hotel né la taverna, avevano voluto ospitarlo, nonostante avesse il denaro per pagare. Nella notte, guidato dalla rabbia, Jean Valjean si approfitta dell’ospitalità del Vescovo e ruba i candelieri e l’argenteria ma, quando viene catturato e portato di fronte a Monsignor Benvenue, questi si comporta come se egli avesse fatto dono di quegli oggetti a Jean Valjean. Questi rimane colpito dalla bontà del Vescovo e giura a sé stesso di diventare pio e benevolo come lui.

Fantine è una ragazza bella e giovane, che ha consacrato il suo amore all’uomo sbagliato. Rimasta incinta e abbandonata, Fantine lascia Parigi e decide di tornare alla sua città natale, che nel frattempo ha avuto una rinascita economica grazie ad un uomo che ha investito nelle fabbriche, ha avuto successo e in seguito è stato nominato sindaco.
La ragazza sa che una figlia avuta fuori dal matrimonio le impedirà di trovare lavoro, così decide di lasciare la piccola Cosette ad una coppia, i Thenardier, che hanno una taverna nel paese vicino. In cambio di una grossa quantità di denaro questi accettano, promettendo di trattare bene Cosette.
Il segreto di Fantine viene presto scoperto e lei viene licenziata. Cerca di guadagnarsi da vivere in altri modi, mentre i Thernardier continuano a chiederle denaro. Fantine vende ad un barbiere i suoi bei capelli biondi, poi si fa cavare i denti bianchi, e infine decide di vendere sé stessa e diventa una prostituta.

Nella cittadina abita un poliziotto inflessibile, che ha dubbi sul sindaco della città. Quest’ultimo è generoso, coraggioso, aiuta i poveri e anche coloro che non lo hanno in simpatia. Il poliziotto Javert non ha comunque torto, perché il sindaco non è altri che Jean Valjean, che nasconde la sua identità e cerca di adempiere alla promessa fatta a sé stesso.
Scoperta la storia tragica di Fantine il sindaco cerca di aiutarla ma, nel frattempo, viene a sapere che un uomo, arrestato con l’accusa di furto, è da molti creduto Jean Valjean e per questo la sua pena verrà prolungata. Dopo molti dubbi il sindaco decide di salvare l’innocente e rivela la sua vera identità, ma non riesce a salvare Fantine, che muore a causa di un male che la affliggeva da tempo. L’uomo aveva promesso di riportarle la piccola Cosette, che i Thenardier tenevano in uno stato di miseria, ma viene arrestato e condannato all’ergastolo e ai lavori forzati.

Passano diversi anni ma Jean Valjean non si è dato per vinto. Ha la coscienza pulita perché ha fatto ciò che è giusto e sa che la pena è immeritata, inflitta solo perché il suo nome gli porta discredito, anche se la sua anima è cambiata. Non starà quindi alle leggi del mondo in cui vive. Finge la sua morte, recupera del denaro che aveva nascosto tempo prima, e salva Cosette dalla tirannia dei Thenardier.
I due raggiungono Parigi, cercando di lasciarsi alle spalle il loro passato.


Ad essere onesti, non credevo di potermi appassionare così tanto ad un autore che conosco così poco. A scuola non ho studiato Hugo, nonostante sia uno dei più importanti romantici della letteratura, e tutte le informazioni che ho reperito sono frutto di una ricerca su internet, fatta più per curiosità che per necessità. Da quel poco che ho letto però ho capito come mai Hugo si sia avvicinato a certi temi, il perché delle digressioni politiche, e ho anche avuto modo di apprezzare la figura storica che è stato. Ho scoperto che oltre ad essere stato un letterato è stato anche politico, filantropo e una figura di riferimento per gli artisti e per il popolo. Da come ne parlo avrete capito che mi sta simpatico.
Le sue idee sono meglio riflesse in questo romanzo senza troppi giri di parole, idee che potremmo analizzare anche oggi e trovare attuali; forse proprio per questo ho apprezzato il romanzo. I personaggi devono affrontare una società che gli è nemica, devono combatterla e quasi mai ne usciranno vincitori.
Potremmo trovare moltissime analogie fra ciò che succedeva all’epoca in cui si svolge il romanzo e alcune situazioni dei giorni nostri e questo è indice di una scrittura a mio parere molto intelligente, che può diventare universale in quanto tratta un tema che non smetterà mai di esistere. Da non confondere con una scrittura lungimirante, perché la storia e i suoi meccanismi sono strettamente legati alla sua epoca e non volutamente guarda al futuro, al contrario a me sembra che abbia guardato al passato e abbia trovato un punto di incontro – molto infausto, non c’è che dire – che unisce tutte le epoche.

“I miserabili” presenta le ingiustizie di cui il povero, l’ignorante e anche lo sfortunato sono vittima. Racconta come povertà e paura possono rendere un uomo audace al punto da compiere cattive azioni che, se punite, renderanno la persona ancor più rancorosa, se accettate o ignorate, più spavalda e pericolosa.
Hugo non difende queste persone ma condanna la società che li mette nelle condizioni di dover compiere atti estremi per sopravvivere, denuncia poi come questi vengono allontanati dalle persone, di modo che per loro diventi impossibile guadagnarsi da vivere – vedi il protagonista, Jean Valjean. Così si viene a creare un circolo vizioso, in cui coloro che una volta hanno commesso un crimine sono portati a rifarlo, ancora e ancora, e a subire la stessa punizione all’infinito, che sia la condanna penale o morale – o entrambe. Allo stesso modo denuncia lo sfruttamento dei più ingenui e indifesi, condanna la cecità dell’uomo, la sua fame di odio, perché un redento che ha pagato per i suoi errori e cerca di rimediare verrà sempre visto e perseguitato, perché la gente non dimentica la malvagità e la ripaga con altra malvagità, mentre al contrario dimentica in fretta la benevolenza.
Non si pensi però che l’autore difenda a spada tratta questi personaggi, egli riconosce che esiste una fetta di persone malvagie, che nonostante la possibilità di vivere nell’onestà scelgono la via più buia per avidità, o per semplice cattiveria – come i Thernardier – e questi li condanna come le peggiori persone.

Aldilà di queste sopraelencate, che possono essere opinioni, ciò che rende “I miserabili” un libro vicino a chiunque è l’analisi dell’animo umano. Forse la parola analisi non rende bene l’idea, fa pensare ad un processo unicamente scientifico, ma non è solo quello. Hugo studia la persona tramite i suoi personaggi, ne rivela ogni sfumatura, dalla più oscura alla più radiosa. Lo fa in modo così preciso che in un primo momento ci viene da pensare che si tratti sì di una ricerca accademica, la materia trattata però rende l’analisi instabile, imprevedibile, sorprendente – nel bene e nel male.
Questo è quello che rende il libro intramontabile, perché forse oggi la società è diversa e non è diffusa come allora la necessità di rubare perché si ha fame, di ingannare perché si ha paura, di essere malvagi perché non si ha altra scelta. Oggi abbiamo altri mali, ma rimaniamo persone così come Hugo ci ha descritti.