sabato 31 gennaio 2015

Questione di sesso

Qualche tempo fa, facendo una breve ricerca per un precedente post riguardo gli pseudonimi (se v’interessa cliccate qui) ho trovato delle statistiche molto curiose. A quanto pare il gentil sesso è svantaggiato nella scrittura, perché il pensiero comune è che le donne siano meno capaci degli uomini a scrivere – pregiudizio che del resto si applica a quasi tutti i campi della vita che non siano i lavori domestici.
Inutile dire che la cosa mi ha punta sul vivo, e ho cominciato a pensarci su e a fare altre ricerche.
Ne risulta che i libri pubblicati da autori e autrici ogni anno siano uguali, o quasi, nel numero, ma una volta arrivati nelle librerie i titoli firmati da donne vengano spesso sottovalutati. Le donne leggono più degli uomini, e leggono autori di entrambi i sessi. Invece gli uomini preferiscono libri scritti da uomini, principalmente perché pensano che i romanzi scritti da donne siano tutti romanzi rosa.
Ammetto che, guardando solo queste statistiche, gli uomini facciano una ben magra figura. In realtà non volevo affatto svilire o mettere in cattiva luce gli uomini – sicuramente da qualche parte ci saranno anche statistiche che stroncano noi donne.
Il mio pensiero su questo tema forse non sarà dei più popolari.
 
Ovviamente non ritengo giusto che le donne vengano sottovalutate, e nemmeno penso che siano capaci di scrivere solo romanzi rosa. Vi sono moltissimi esempi di donne che hanno scritto thriller, horror, gialli, romanzi fantascientifici, e i più disparati generi.
Vorrei avere un modo per individuare tutte le donne che scrivono nascondendosi dietro un nome di uomo e rivelare agli ignari lettori dotati di apparato genitale maschile che sono tanto appassionati ad un romanzo scritto da una donna. Ma questo rientra nelle mie più crudeli fantasie ed è meglio lasciar stare.
Dopo questa premessa, devo ammettere però una cosa: è vero, noi donne scriviamo in modo diverso dagli uomini.
Attenzione però, perché diverso non significa mediocre, e non significa brutto, significa solo diverso. D’altronde, non è forse «verità universalmente riconosciuta» che uomini e donne siano effettivamente diversi fra loro?
Non ho mai letto il famoso “Gli uomini vengono da Marte e le donne da Venere”, perché non ho voglia di leggere un libro che mi dice qualcosa che già penso. Uomini e donne hanno una sensibilità differente, che viene fuori in ogni aspetto della vita e, perché no?, anche nei libri che leggiamo.
Per una donna è più facile avvicinarsi ad una storia romantica come per un uomo ad una storia di azione. Non credo che sia una cosa negativa, semplicemente è un dato di fatto.
Qui spunta la mia guerriera femminista (cerco di tenerla buona perché non amo alcuni aspetti di questo movimento, ma ogni tanto salta fuori e mi ricorda di essere lì anche lei) a fare un’osservazione pungente.
Credo che le donne abbiano la capacità di comprendere e accettare gli uomini. L’uomo ragiona in maniera più lineare – non me lo sto inventando, lo dicono gli studi e a pensarci basandomi sulle mie esperienze non mi sembra una cavolata – ed è per questo motivo che è più semplice capirlo. Questo non toglie il fatto che, una volta capito che tipo di criceto corre nella loro testolina, non ci facciamo mille pippe mentali, anzi! Tuttavia credo sia questo il motivo per cui una donna può apprezzare senza particolari riserve una cosa scritta da un uomo. Può comprenderla e può avvicinarsi a quel tipo di sensibilità, anche se diversa dalla sua.
Mille invece sono gli esempi che abbiamo, nella vita di ogni giorno così come nella letteratura, di uomini che non capiscono le donne. Non li biasimo, poverini, a volte non ci capiamo nemmeno noi. Ma tornano al tema principale del post: ecco perché gli uomini non leggono romanzi scritti da donne. Hanno difficoltà a comprenderle e ad avvicinarsi al loro modo di pensare, e non potranno mai capire e apprezzare un libro con spiccati tratti femminili se prima non si avvicinano a quel tipo di sensibilità. Non è un limite, è un modo di essere.
 
Ecco dunque le somme che la mia guerriera femminista ha tirato: le donne hanno un più ampio raggio di accettazione, gli uomini ci devono forse ancora arrivare. Siamo diversi fra noi e nessuno può negarlo, ma questo non ci impedisce di essere sullo stesso piano, sociale, intellettuale, spirituale e mille altri ‘ale’ ancora.
Per diversi aspetti dobbiamo ancora raggiungere la parità, ma penso che più che una questione di leggi e manifestazioni, sia una questione di accettarci. Quando sia gli uomini che le donne faranno un passo uno verso l’altra, accettando di mettersi in gioco e sforzandosi nell’intento di capirsi, allora potremmo davvero cominciare ad essere uguali.
Potrebbe essere una buona idea iniziare dalle cose semplici, ad esempio leggere romanzi scritti da entrambi i sessi.

mercoledì 28 gennaio 2015

L'occhio del male - Richard Bachman (S. King)

Questo è l’ultimo del malloppone di libri di King che mi sono arrivati a casa ormai almeno sei mesi fa. Ho scelto quelli più interessanti e li ho letti, alternandoli con libri un po’ meno ‘kingheschi’, altrimenti dopo tre sarei collassata. Ma alla fine ce l’ho fatta! Li ho letti tutti e ne sono uscita ancora sana di mente, il che è già una conquista.
Se avessi letto prima “L’occhio del male” Stephen si sarebbe risparmiato molte delle mie battutacce – e anche il mio fidanzato, che prende ogni commento su di lui molto sul personale, manco fosse il suo editore – perché con questo libro si è guadagnato il mio rispetto. Ora la nostra relazione è di amore/odio, un po’ come fratelli, del tipo: «Nessuno può parlare male di Stephen! Solo io!»
 
Billy Halleck è avvocato in una tranquilla cittadina del New England, dove vive una vita ordinaria. Ha una moglie che fuma troppo, una figlia a cavallo tra infanzia e adolescenza, ed è parecchio sovrappeso. La sua esistenza scorre placida fra amici ipocriti, scorpacciate nei fast food e udienze. Finché non investe una zingara.
La settantenne muore sul colpo ma Billy viene dichiarato non colpevole. La carovana di zingari che si era stabilita ai margini della città si ferma abbastanza da seguire il processo ed è subito lampante come il capo della polizia abbia insabbiato le prove a carico di Billy, e come il giudice lo abbia assolto con leggerezza. Non gli tolgono nemmeno la patente. All’uscita del tribunale Billy viene avvicinato da uno zingaro, che lo tocca su una guancia pronunciando una sola parola: «Dimagra.»
Dimentico presto della faccenda e sollevato dal fatto che il processo sia terminato, Billy va in vacanza con la moglie in montagna e gli ci vogliono quei pochi giorni per notare che sta perdendo peso. Inizialmente non vi fa caso, pensando che sia grazie al moto fatto in vacanza, ma quando torna a casa e ricomincia con gli abitudinari tre pasti colossali al giorno, tutta la famiglia nota che c’è qualcosa che non va. Billy comincia a perdere due chili al giorno e la moglie, preoccupata, lo spinge ad andare dal medico. Il referto è rassicurante, Billy è in ottima forma, perdere qualche chilo gli fa bene, ma  ancora non si spiega la repentina perdita di peso.
In poche settimane passa da cento a novanta chili, fino a raggiungere presto gli ottanta. È allora che gli tornano in mente le parole del vecchio zingaro, dimagra, e si convince di essere stato colpito da una maledizione. La sua sicurezza aumenta quando viene a sapere che il giudice che lo ha assolto si sta velocemente trasformando in una lucertola, mentre il capo della polizia si è riempito di pustole fino a diventare irriconoscibile. Nel frattempo la bilancia segna settanta chili.
Billy racconta alla moglie i suoi dubbi, ma lei lo ritiene pazzo e vuole farlo internare in un ospedale psichiatrico. Decide così di partire da solo alla ricerca degli zingari, per costringere il vecchio a togliere la maledizione che gli ha lanciato.
 
Una piccola curiosità e irritazione riguardo questo libro, nella fattispecie per l’edizione italiana. L’occhio del male, un segno di scongiuro che si usa fare con le mani, non c’entra proprio un bel niente con la storia. Il titolo originale del libro è “Thinner”, che secondo me è molto più d’effetto, incuriosisce, ma soprattutto è pertinente alla storia, poiché sono le parole con cui Billy viene maledetto. A questo punto potevano intitolare il libro ‘dimagra’, perché “L’occhio del male” è uno di quei titoli banali che, almeno sotto ai miei occhi, passano inosservati come una cartaccia lungo la strada.
Titoli a parte, questo libro mi ha presa moltissimo. Inizialmente, immagino, perché era piuttosto bislacco. Insomma, di solito si maledice la gente con diaboliche persecuzioni, mala sorte o cose del genere. Invece qui facciamo dimagrire un obeso, quasi a fargli un favore. A questo punto mi farò maledire anch’io, solo un pochino, solo finché non raggiungo il mio peso forma!
La vicenda però prende subito piede, e King ha fatto in modo di tenere alta l’attenzione del lettore per tutta la narrazione. Inizialmente siamo curiosi di vedere come Billy scoprirà di essere maledetto, come potrà barcamenarsi tra la vita di tutti i giorni, il rapporto con la moglie e la paura di quello che gli sta accadendo. Quando poi decide di partire alla ricerca degli zingari inizia una corsa contro il tempo, contro la maledizione: Billy è talmente debole e magro che la gente si ferma a guardarlo, disgustata, e qualunque sforzo può causargli la morte. È questo senso di impotenza e ineluttabilità che ci spinge a proseguire la lettura, per arrivare ad una fine difficile da immaginare.
 
La locandina del film del 1996.
Oltre ad essere un bellissimo romanzo, “L’occhio del male” offre anche spunto per delle riflessioni. La giustizia, il concatenarsi degli eventi, i disturbi alimentari, ma soprattutto la naturale diffidenza che le persone nutrono nei confronti del diverso, e il disprezzo con il quale lo trattano.
Non credo che King volesse a tutti i costi denunciare qualcosa, scrivendo questo libro, sono anzi abbastanza certa che desiderasse solo scrivere un romanzo avvincente. Ma se un romanzo è scritto bene non ha bisogno di sbandierare ai quattro venti che cosa vuole dimostrare, il pensiero e le riflessioni dell’autore saranno intrinseche alla storia, così ben legati da inviare chiaramente un messaggio.
A me è capitato di pensarci, al diverso, mentre leggevo questo libro. Lo consiglierei a chi è diffidente nei suoi confronti, a chi pensa di conoscerlo e a chi lo tormenta per la sua diversità. Non si sa mai come e quando un diverso, dopo tante vessazioni, decide di reagire, però possiamo star certi di meritarcelo. L'unica domanda è: la nostra maledizione sarà equa?

lunedì 26 gennaio 2015

Cito testualmente #1

  Riprendo questa citazione da uno dei miei cartoni animati preferiti, “Ratatouille”, uscito nel 2007. Non c’è niente che io possa dire che questo monologo già non spieghi perfettamente. Vi invito solo a leggerlo e a riflettervi.
 
   «Per molti versi la professione del critico è facile. Rischiamo molto poco, pur approfittando del grande potere che abbiamo su coloro che sottopongono il proprio lavoro al nostro giudizio, prosperiamo grazie alle recensioni negative, che sono uno spasso da scrivere e da leggere. Ma la triste realtà a cui ci dobbiamo rassegnare è che, nel grande disegno delle cose, anche l’opera più mediocre ha molta più anima del nostro giudizio che la definisce tale.
   «Ma ci sono occasioni in cui un critico rischia davvero. Ad esempio nello scoprire e difendere il nuovo. Il mondo è spesso avverso ai nuovi talenti e alle nuove creazioni: al nuovo servono sostenitori!»  ̴  Gaston Ego

sabato 24 gennaio 2015

Come ho vinto "Quella vita che ci manca", di Valentina D'Urbano

Oggi parlo un po’ dei fatti miei, ma tranquilli che sono sempre comunque fatti ad argomento libresco e, se andate un po’ più giù nel post, avrete l’opportunità di leggere anche una breve storia. Ora che ho attirato la vostra attenzione con la promessa di una lettura (sono manipolatrice, sì!) vi spiegherò meglio.
Qualche tempo fa avevo letto un post su un blog molto carino che seguo e di cui forse avrete sentito parlare, “Dusty pages in wonderland” (per andare sul blog, cosa che vi consiglio, cliccate qui). In collaborazione con l’autrice Valentina D’Urbano (per la sua pagina facebook cliccate qui) avevano indetto un piccolo concorso che mi aveva incuriosita. In palio una copia del nuovo libro della D’Urbano, “Quella vita che ci manca”, che ho prontamente ricevuto proprio pochi giorni fa. Per vincere una delle cinque copie in palio si doveva inventare il finale di un piccolo racconto, scritto proprio dall’autrice del libro, la cui fine era stata ‘tagliata’.
Ebbene ci ho provato e ci sono riuscita! E la cosa che più mi ha entusiasmata è il fatto che il mio finale sia stato considerato originale, e abbia vinto per quel motivo. Sarà anche un piccola cosa, ma mi ha fatto immensamente piacere!
Vi lascio alla storia di Valentina D’Urbano e ai suoi finali, qui sotto. Ho messo in evidenza dove la storia era tagliata e inserito prima il finale originale e poi, più in basso, il mio finale.
Buona lettura!
 
 
 
 
 
Il regalo di Natale
Di Valentina D’Urbano
 
Scende giù dal paese a folle velocità. Il Cayenne ha lo stesso colore della neve intorno e sbanda e stride sull'asfalto ghiacciato, ma lui quelle strade le conosce da quando è nato, non lo tradiranno proprio adesso.
Corre come un invasato, come se stesse facendo tardi al suo matrimonio.
Corre come avesse il diavolo attaccato al culo.
Eppure non ha fretta.
È solo che la macchina è nuova e profuma ancora di cellophan e plastica pulita, e non ha un graffio, è lucida, veloce.
E adesso, mentre corre a un appuntamento per cui è già in ritardo, sa perfettamente che quell’auto se l’è guadagnata. E vuole godersela.
Quella mattina quando il telefono ha suonato e sul display è apparso il numero di lei, quasi non voleva crederci.
Con che faccia tosta richiamarlo, invece di sparire e di trovarsene un altro.
Ma lei piangendo aveva detto che era di lui che aveva bisogno, che un altro così non lo trovava, che nessuno si fidava di lei per quell'aria che aveva, e invece lui lo sapeva che lei non era una bugiarda, certo, qualche difetto ce l'aveva, però non era una bugiarda.
Stava male senza di lui, c'era un freddo immenso senza di lui, un freddo che nessuna coperta poteva scacciare.
Vediamoci al solito posto, aveva implorato lei piangendo e singhiozzando.
Le aveva fatto pena, era sempre stato un tipo dal cuore tenero.
Va bene, aveva risposto. Ma è l'ultima possibilità che ti do.
In fondo è quasi Natale, anche se lei un’altra possibilità non se la merita affatto.
Ma a Natale sono tutti più buoni, anche lui che è buonissimo tutti i giorni dell’anno, a Natale lo diventa ancora di più.
Parcheggia l’auto su uno spiazzo deserto di fronte a un parrucchiere e a un negozio di cartoleria, chiusi.
Si incammina a piedi giù per la strada tortuosa, nel silenzio.
Pini innevati a destra, campi innevati a sinistra, lui al centro della strada ghiacciata, sopra il cielo grigio che promette altra neve, appena poco più giù una villetta solitaria, di quelle costruite fuori dal paese, con un giardino anch'esso ricoperto di neve, uno striminzito albero di natale che lampeggia di luci colorate e il triciclo abbandonato sul vialetto, come nei film.
Guarda in alto verso le persiane chiuse.
Nessuno. Forse stanno dentro davanti alla tv, forse partiti per le feste.
Prosegue ancora finché le case non scompaiono, lasciando il posto alla strada provinciale.
Adesso c'è solo neve immobile e frusciare di foglie bagnate.
Pensa che vorrebbe fosse estate, e camminare su quella provinciale tra gli alberi verdi, e il verso degli uccelli, e le cicale.
E poi pensa che quando d'estate percorre quella strada vorrebbe fosse pieno inverno, con gli alberi innevati, quella luce boreale e l'odore, l'odore della neve, che non tutti lo sentono, ma lui sì, ti ghiaccia i polmoni, ti fa sentire solo, ma di una solitudine trionfante, la solitudine degli eletti, di quelli che stanno in alto, quelli che hanno conquistato la vetta graffiando la roccia con le unghie e scalciando nel vuoto.
È partito dal basso lui, venuto su dal niente, come quelle piantine timide che tra qualche mese germoglieranno nel ghiaccio.
Adesso, quella piantina nata nella neve, cammina veloce e si stringe il Moncler color panna addosso, nell’eco irreale di quel freddo.
E pensa a lei, a quella che sta andando a incontrare.
Lei che lo prendeva in giro alle scuole medie (sì, le avevano fatte insieme, poi però lei era andata al liceo classico in città, e lui era andato a lavorare giù alla carrozzeria di suo zio, che con la scusa della parentela spesso e volentieri si dimenticava di pagarlo), lei che commentava con sorrisetti odiosi quel suo essere un tredicenne goffo e bruttarello, lei che era bella, bellissima che a quattordici anni già si girava tutto il paese a guardarla, lei che una volta, quando di anni ne avevano diciassette, gli aveva chiesto di uscire insieme e lui ci aveva pure creduto e l’aveva aspettata per tutto il pomeriggio davanti al cancello del cimitero, con le amiche di lei che passavano e ridacchiavano e solo dopo l’aveva capito il perché delle loro risate.
Adesso non funziona più così, adesso l’ordine si è invertito.
Ora è lei che chiama lui, e ha una voce, una voce terribile, una voce piena di male che solo a sentirla ti sale un rigurgito amaro dallo stomaco, sarà che quella ragazza bionda e bellissima adesso gli fa pena, sarà che ormai l’amore che prova per lei è un sentimento acido e stantio. Sarà che non lo sa, sarà che forse non ha il coraggio di chiederselo.
Sa solo che è una vita che Erika si comporta male con lui. Una vita che promette e non mantiene, che pretende e prende restituendo poco e male.
È sempre stata così Erika. Avida, meschina, opportunista.
Non gliene frega niente degli altri, è avida e vuole tutto per sé.
Ma questa è l’ultima volta.
Scavalca il guardrail in un punto in cui il pendio non è troppo ripido e la neve sembra compatta, scende piano con le braccia aperte a cercare di mantenere un equilibrio precario, ma presto è giù, di nuovo in un territorio sicuro, pianeggiante.
Ci sono quegli abeti enormi , quel silenzio carico che gli piace da morire, il rumore dei suoi passi sulla neve fresca.
Dopo pochi metri Erika è lì, appoggiata contro un tronco. La neve le cade in testa e le bagna i capelli ma lei non ci fa caso. Ha occhiaie che sembrano ustioni e la faccia lucida e le labbra secche e screpolate, ma lui quelle labbra le bacerebbe lo stesso, che Erika è bella anche così disperata e sfatta.
«Alessio, ti prego…» mormora, tendendo le braccia verso di lui che fa un passo indietro e nasconde le mani dietro la schiena.
«Ale non mi fare così…» Adesso Erika piagnucola e balbetta e a lui piace sentirla implorare, gli ricorda di tutte le volte che l’ha implorata lui.
Alessio si sfila un guanto, si china a raccogliere un po’ di neve, se la fa sciogliere in mano. Guarda quella e non il viso della ragazza.
«Erika…che devo fare io con te? »
«Non lo so. Non lo so che devi fare. Ale ti prego, io sto male.»
Erika sta per mettersi a piangere come al solito, come ogni volta che discutono, ma qualcosa la blocca.
Spalanca gli occhi, allarmata.
Ci sono delle voci che provengono dal bosco, a pochi metri da loro.
Due voci, forse tre, e si avvicinano.
Probabilmente è qualcuno del paese, qualcuno che conoscono entrambi e Alessio non ci fa bella figura a farsi vedere insieme a Erika che piange, perché le chiacchiere corrono e poi dicono in giro che hanno visto Alessio Troili maltrattare la Erika Perron, ché poveraccia, già non sta bene di suo e per colpa di lui.
Tutti in paese dicono che Erika si è rovinata a stare appresso a lui, ma non è vero.
Lui a Erika le vuole bene, anche se è una stronza, anche se sette anni prima lo ha lasciato un intero pomeriggio ad aspettarla.
Lui è buono e la gente la perdona.
Non vuole mica vederla soffrire.
Alessio aspetta che quelli delle voci si avvicinino così che possano vederli, e poi fa due passi e la abbraccia, e la faccia di lei è bollente e bagnata di sudore, e Erika adesso piange davvero, gli si avvinghia addosso e tira su col naso in una maniera che fa proprio pena.
«Alessio, per favore, Alessio, io non so che fare senza di te, non mi mollare così, Ale ti prego non mi mollare così, faccio tutto quanto, tutto quello che vuoi, Alessio, Alessio…»
Non la smette più di ripetere il suo nome.
«Stai zitta, che c’è gente, non piangere Erika, piccola, non piangere. Va tutto bene» dice lui mentre quelli passano, adesso in silenzio perché li hanno visti e devono far finta di non essersene accorti, allora Alessio le prende il viso tra le mani e la bacia e le labbra di Erika graffiano e il suo alito è amarissimo, ma continua a baciarla lo stesso, e mentre la bacia glielo dice che quella è l’ultima volta, che così non si può andare avanti, che lui ha tanta pazienza, ma così proprio non può funzionare, e glielo dice dolce, sussurrandolo, e Erika non piange più, Erika si stacca e annuisce decisa e spaventata e sollevata e un altro milione di cose che si mescolano su quel viso bellissimo e scorticato.
«L’ultima volta, va bene piccola? Facciamo che è il mio regalo di Natale per te. Perché ti voglio bene, lo sai, no? Lo sai che ti voglio benissimo, ma questa è l’ultima volta che
[Il finale di Valentina D’Urbano] te la do a credito, perché io mi fido di te, ma dopo mi devi ridare tutto con gli interessi, che se mi arrabbio sono un sacco di guai per tutti, eh piccola? Lo sai piccola come mi arrabbio, no?»
Le fa scivolare l’incarto argentato nella tasca della giacca, ed Erika sospira e quasi trema.
Adesso lui la scioglie dall’abbraccio, scuote la testa, si volta e se ne va.
Le ha dato due grammi pieni, perché quella è talmente tossica, talmente sfondata dall’eroina che due grammi le bastano per una botta appena.
Ma stavolta, gliela deve pagare.
 
[Il mio finale] fingiamo davanti agli assistenti sociali. Quand’è la visita?»
«Domani alle cinque.»
«Passo a prendervi dopopranzo.»
Erika annuisce e si asciuga il naso umido. «Grazie.»
La prima volta che avevano incontrato agli assistenti sociali stavano ancora assieme. Alessio aveva lasciato il suo indirizzo come domicilio perché Erika e il bimbo si sarebbero trasferiti di lì a poco. Ma la novità si era presto trasformata in routine, i silenzi si erano allungati, i litigi fatti più frequenti. Avevano deciso di lasciarsi alla fine di una lite cattiva, fatta di parole pronunciate per ferire.
Una parte di Alessio la odia, ma non può lasciare che le portino via Mattia – cosa che farebbero senz’altro se vedessero come vive.
Erika sorride fiacca. «Tia sarà felice di vederti.»
La pancia di Alessio si riempie di caldo conforto. «Gli ho comprato dei regali. Se...» Esita, ma solo pochi attimi. «Passate il Natale da me.»
«Volentieri.»
I due si allontanano in direzioni opposte lasciando grossi solchi sulla neve. Alessio si infila in macchina e, ripensando a Mattia, a quanto lo ama, si domanda se quella sarà davvero l’ultima volta.
 
 
 
 
 
Ho scelto questo finale perché, anche se quello della ragazza drogata e dello spacciatore mi era già passato per la testa, ho visto che in molti lo avevano già usato (e infatti era così che finiva in realtà). Quindi ho voluto optare per qualcosa di diverso… e ora ho un bellissimo libro che mi aspetta!

giovedì 22 gennaio 2015

Leggere è un'arte #1: La passione di Artemisia - Susan Vreeland

Lessi “La passione di Artemisia”, di Susan Vreeland, come lettura estiva per la scuola. Era il terzo anno di liceo e il primo nell’indirizzo di beni culturali, quindi comprai zelantemente il libro e iniziai a leggerlo cercando di vederne il lato pedagogico, che peraltro persi subito di vista: la storia mi aveva appassionata sin dalle prima pagine.
Non conoscevo bene Artemisia Gentileschi, avevo visto i suoi dipinti e li avevo studiati solo superficialmente, perché non rientravano nel programma.
 
So che detto da una persona che si dice appassionata di arte e ha frequentato il liceo artistico (e se ne vanta) può sembrare strano, ma l’arte di quegli anni non mi ha mai colpita molto, se non per la precisione dei dipinti e delle sculture.
Il fatto è che gli artisti, all’epoca, dipingevano soprattutto su commissione e non sempre avevano tutta la libertà che desideravano – pur lasciando ognuno il suo tocco personale. Inoltre non dimentichiamo che la religione aveva una grandissima importanza, e i soggetti delle opere erano perlopiù religiosi. Questo è, soprattutto, il motivo per cui l’arte prima del 1700 non è una delle mie preferite.
L’apprezzo, in diversi artisti, per la precisione del tocco e l’originalità di alcuni dipinti o statue che, pur rispettando i canoni e regole morali e sociali dell’epoca, hanno qualcosa di diverso. I temi, però, alla lunga sono sempre gli stessi. La mia non è una critica, solo una constatazione.
Anche dopo aver letto il libro, Artemisia Gentileschi non riesce ad essere una delle mie pittrici preferite, sia per lo stile, caravaggista senza mai raggiungere il modello di Caravaggio, sia per le tematiche, che sono sempre le stesse e alla lunga stancano. Non mi dispiace vedere una sua mostra, ma ammetto che non è la mia prima scelta.
 
Susan Vreeland
Leggendo il libro della Vreeland ho capito come mai certi temi sono così ricorrenti nella produzione della Gentileschi, ho scoperto moltissime cose sulla vita della pittrice e anche fatto un bel salto nel passato, nell’Italia a cavallo fra il 1500 e il 1600, a Roma, Napoli e Firenze.
Una delle prime cose che saltano all’occhio, leggendo il libro, è quanto l’autrice si sia documentata, sia sulla protagonista che sull’arte, la storia e i personaggi – tutti realmente esistiti – che compaiono nel libro. Vedere che un autore si documenta su qualcosa mi fa sempre piacere, indica vero impegno e non superficialità.
Veniamo a sapere molto della vita di Artemisia. In primis lo stupro che subì da Agostino Tassi, un collaboratore del padre di lei, anch’esso pittore. Questo la portò ad avere rapporti freddi con il padre in quanto questi, per motivi economici, non volle interrompere il suo rapporto lavorativo con Tassi. Poi il matrimonio con un pittore e la nascita della figlia che, se inizialmente le dà soddisfazione, inizia ad un certo punto a sfaldarsi con i tradimenti del marito.
Scopriamo così, e ci viene confermato con uno sguardo alle opere pittoriche, che Artemisia fu una pittrice di talento, ricettiva degli stili e alle mode del tempo, ma con uno sguardo differente e personale sul mondo dell’arte. I suoi dipinti rispecchiano la sua vita. Sono la conseguenza dell’essere donna in un mondo in cui la donna deve sempre lottare, lottare ancora più delle altre, se pensiamo che l’arte è sempre stata un campo di battaglia già per gli uomini.
Se siete interessati di arte, dopo aver letto questo libro guarderete ai dipinti della Gentileschi con occhi diversi. Seppur ad un certo punto ripetitivi, i quadri come “Anna e i vecchioni”, “Giuditta e Oloferne” e “Cleopatra”, avranno un senso nuovo. Io personalmente li ho interpretati come lo sfogo di un’artista che, consapevole di essere sottostimata a causa del suo sesso, ha dato il meglio proprio eleggendo come suo principale tema la donna.
 
Lo stile della Vreeland è scorrevole, e penso che questo sia indice di grande capacità perché l’autrice si ritrova spesso a parlare di arte con termini tecnici, o magari a spiegare concetti e abitudini che per noi, oggi, sono del tutto estranei. La storia rimane realistica grazie a questi dettagli, ma non ne è appesantita. Il romanzo non è mai noioso, troppo complesso o simile ad un libro di storia o di tecniche pittoriche.
Non posso che concludere consigliando questo libro a tutti. Certo è una lettura che troverà maggior successo in un pubblico femminile, ma penso che anche gli uomini possano apprezzarla. In più chiunque ami l’arte o la storia può trovarla una lettura interessante, oltre che un romanzo appassionante.
 
Artemisia Gentileschi
 

martedì 20 gennaio 2015

Piccole donne - Loiusa May Alcott

   Da ora in poi credo che diffiderò dei libri per bambine e ragazze del 1800, perché ne ho letti due piuttosto famosi e apprezzati ed entrambi, per me, sono stati terribili. Forse il buonismo con il quale all’epoca volevano educare le fanciulle non è il mio genere.
  Ho letto “Piccole donne” di Louise May Alcott, ma non credo che cercherò “Piccole donne crescono” e i due meno celebri seguiti, perché sia la storia che lo stile non mi hanno entusiasmata. In aggiunta a questo l’edizione che mi è capitata fra le mani non era delle migliori, perché era piena di refusi e veri e propri errori ortografici, che impedivano una lettura scorrevole.
   Più un libro è famoso, più voglio leggerlo e, se mi delude, sono ancor più motivata a scriverne una recensione, perché questo mi permette solitamente di capire come mai non ha incontrato i miei gusti. Sono curiosa di sapere perché in molti lo apprezzano, e voglio spiegare come mai a me non è piaciuto.
   Quindi passiamo alla trama.
 
   In “Piccole Donne” entriamo nella vita della famiglia March, in particolare delle sue donne. Meg, Jo, Beth ad Amy sono sorelle, vivono assieme alla madre e attendono che il padre, partito volontario per la guerra, faccia ritorno.
   Ognuna delle sorelle ha un carattere differente e diverse difficoltà personali da superare. Se per la maggiore, Meg, è la decisione di sposarsi e la consapevolezza di star diventando donna, per Jo è controllare il suo carattere irascibile. Beth combatte contro la sua timidezza mentre la minore, Amy, cerca di essere meno vanitosa. A vegliare su tutte loro la signora March, madre amorevole e prodiga di consigli e insegnamenti, mentre a rallegrare le loro giornate c’è Laurie, nipote del loro benestante vicino.
   I capitoli si susseguono uno dopo l’altro, ricchi di insegnamenti e piccole avventure per ognuna delle protagoniste, che da ogni giorno traggono una nuova esperienza e, con questa, preziose lezioni di vita.
 
   Mi sono documentata un poco sulla Alcott prima di sputare sentenze, perché non mi va di parlare – soprattutto parlar male – di un libro se non ne so nulla. “Piccole donne” nasce come un racconto autobiografico, infatti ci sono molte similitudini fra la vita della sorelle March e la vita della famiglia Alcott. Ancor più similitudini troviamo fra l’autrice e il personaggio di Jo, ragazzaccio della famiglia e aspirante scrittrice con un carattere difficile.
   Questo però non giustifica che il libro sia, a conti fatti, privo di trama.
   Non esiste una rotta principale, semplicemente il libro narra varie vicende di quattro sorelle. Il fatto che sia ambientato nella metà del 1800 non significa nulla, poiché molti classici dell’epoca sono estremamente entusiasmanti e si basano su una trama con un filone centrale.
 
   Partiamo da un semplice presupposto: in un libro deve succedere qualcosa. Sempre.
Louisa May Alcott
   Anzi, penso che il nocciolo di leggere e/o scrivere un libro sia raccontare una vicenda nella quale accade qualcosa di inaspettato o nuovo. Un avventura, un cambiamento interiore, una storia d’amore, una storia di morte, qualsiasi cosa! Solitamente, all’inizio di un romanzo, i personaggi incappano in qualcosa che cambia la loro vita. Può essere un altro personaggio o una situazione, ma questo porterà dei cambiamenti che influenzeranno le loro decisioni, che saranno il centro della nostra storia.
   Se questo centro non c’è stiamo in realtà leggendo un libro che parla di come i fatti si svolgono quotidianamente. Ma se io leggo un libro non voglio qualcosa di quotidiano, qualcosa che posso vedere semplicemente guardando fuori dalla finestra. Voglio qualcosa di straordinario, una storia che forse non potrà mai essere, che esiste solo perché la leggo.
 
   Purtroppo non ho trovato nulla del genere in “Piccole donne”.
   Le protagoniste sono perfette, pur nelle loro piccole e trascurabili imperfezioni, poiché cercano sempre di migliorarle e sono anche fin troppo severe con loro stesse, cercando così le facili simpatia del lettore. Non esiste un solo personaggio negativo, non uno! E a stare a guardare non esiste nemmeno un nemico.
   A me non è piaciuto, ma la mia opinione non è l’unica, quindi se qualcuno lo ha letto mi dica: a voi è piaciuto?

lunedì 19 gennaio 2015

Tra le righe #1: Shannon McFarland

   Ho scritto mille volte questo post, ma non mi riusciva come volevo. Alla fine ho pensato che, dato che in “Tra le righe” ho intenzione di presentare un personaggio diverso ogni volta, potevo provare a scrivere una sorta di carta d’identità letteraria per rompere un po’ il ghiaccio con questo post.
   Vediamo che ne è venuto fuori.
 
Nome: Shannon McFarland/Daisy St. Patience/Bubba Joan
Libro di provenienza: Invisible monsters
Immaginato/a da: Chuck Palahniuk
Segni particolari: incredibile bellezza deturpata da un misterioso colpo di fucile.
 
   E infatti inizia proprio così “Invisible monsters”, con un colpo di fucile sparato da ignoto che colpisce la bellissima modella in carriera Shannon, privandola della mascella.
   Se prima la vita di Shannon era perfetta, ora cade in pezzi. Il fidanzato la lascia, la sua migliore amica la tradisce e la sua carriera è finita per sempre – oltre che alla sua normale vita di tutti i giorni. In ospedale Shannon incontra Brandy, una donna transgender che sta per sottoporsi alla vaginoplastica. Sarà da lei che Shannon imparerà a costruirsi una nuova vita, dandosi nuove identità, dandone agli altri, e fuggendo da ciò che le persone si aspettano che sia.
 
   Devo dire che come inizio per la rubrica ho scelto un personaggio non facile. Non ho mai letto il libro, lo conoscevo perché lo avevo regalato ad un’amica che era in Palahniuk-mode ON. Ho sentito parlare di questo romanzo proprio da lei, e quando stavo pensando a “Fra le righe”, Shannon McFarland è il primo personaggio che mi è venuto in mente.
   Checché io stia cercando di infondere alle rubriche qualcosa di allegro, il nuovo non sempre è piacevole. A volte arriva all’improvviso ed è duro da superare, ma in quel caso dobbiamo stringere i denti e andare avanti, perché solo andando avanti se ne uscirà.

venerdì 16 gennaio 2015

I peggiori finali

   Si dice sempre che il viaggio è più importante dell’arrivo, ma anche l’arrivo deve essere degno di nota. Un viaggio terribile può essere risollevato da un arrivo entusiasmante, così come un arrivo pessimo può rovinare un bellissimo viaggio.
   La stessa cosa vale per i libri.
   Vi sarà capitato di leggere dei libri molto belli rovinati però da finali terribili. Magari vi è anche capitato il contrario, di leggere un libro che non vi sia piaciuto molto ma che, arrivati al finale, siate rimasti soddisfatti.
   Ma come si fa ad avere un ‘finale sbagliato’? Un finale che proprio delude i lettori? Per me, i peggiori finali sono sei.
 
Com'è un autore mentre scrive un finale affrettato.
   Il finale affrettato
   Una volta che l’autore ha finito di narrare ‘il sugo del discorso’, mi piace sapere come i protagonisti tornano alla vita di tutti i giorni, soprattutto se si parla di un romanzo thriller o di avventura.
   Non amo quindi i finali scritti alla svelta, come se fosse noioso sapere che ne sarà dei personaggi. Magari sto dicendo addio ad una storia alla quale mi sono molto affezionata, e non voglio farlo di fretta.
Libro affetto: Papà Gambalunga – Jean Webster
Libro immune: Il signore degli anelli – J. R. R. Tolkien
 
Io di fronte ad uno scrittore che lascia un finale aperto.
   Il finale aperto
   Non mi piacciono i finali aperti perché, se mi sono appassionata ad una storia, è logico che voglia sapere esattamente come va a finire. Alcuni dicono che è bello far scegliere il lettore o lasciare qualche punto di domanda, ma qualche punto di domanda all’interno della narrazione è una cosa – purché non lasci lacune nelle informazioni – ma un finale aperto è ben altra cosa.
   Credo che ogni autore, nel profondo, sappia come va a finire il suo libro o come desidera che finisca. Quindi, invece che torturarmi con il finale aperto, dimmi come finisce!
Libro affetto: Di carne e di carta – Mirya
Libro immune: Trilogia Millennium – Stieg Larsson
 
La mia reazione ai finali troppo felici
   Il lieto fine obbligato
   Sarò una persona cattiva, che devo dire?, ogni tanto però mi piace vedere che non tutto va a finire come dovrebbe. Per questo non mi piacciono i finali sin troppo perfetti, dove tutti vivranno felici e contenti fino alla fine dei loro giorni!
   In questi casi, di solito, l’autore ha pensato bene di sistemare come si deve ogni personaggio con una storia d’amore, il patrimonio di un ricco zio o qualche altra trovata del genere. Gli unici a rimanerci sono i cattivi, che hanno l’unica colpa di non piacere all’autore.
Libro affetto: Twilight saga – Stephenie Meyers
Libro immune: Notre Dame de Paris – Victor Hugo
 
Raffigurazione del finale forzato.
   Il finale forzato
   Non mi piacciono le cose forzate già nella vita, figuriamoci nei libri quindi. Io dico che quando una cosa non va, non va. Ed è inutile continuare a provarci, rischiamo solo di combinare un macello. Per i finali dei libri vale la stessa cosa: se non può andare a finire in un modo, è inutile incaponirsi! Meglio leggere un finale meno poetico, o meno felice o meno cruento o meno originale, che leggerne uno che vuole essere superlativo per forza.
Libro affetto: La foresta dei pigmei – Isabel Allende
Libro immune: 22/11/’64 – Stephen King
 
Come mi sento quando finisco
un libro così.
   Il finale semplicistico
   Uno dei finali che più mi infastidiscono è quello troppo semplice. Ammetto di adorare i complotti, le trame complicate e cervellotiche, ma mi piace che, quando il tutto venga risolto, sia fatto in maniera altrettanto complessa. Non mi piacciono le spiegazioni semplici che con una parola risolvono il tutto, un po’ come se passassimo tutto il libro a cercare l’assassino e poi questi si faccia avanti dicendo: «Okay sì sono stato io. Me ne sono pentito.»
Libro affetto: Il ciclio dell'eredità - Christopher Paolini
Libro immune: Harry Potter – J. K. Rowling
 
Cosa chiederei all'autore se lo incontrassi.
   Il finale WTF?!
   A volte ci sono libri bellissimi che ci rapiscono per tutta la lettura. Portati avanti da personaggi interessanti in cui è semplice immedesimarsi, trame ben congegnate e uno stile sapiente. Poi arriviamo alla fine e il cardine sul quale l’intero libro si basa, crolla. Scopriamo che i personaggi si sono mossi in base a qualcosa che non esiste, in base a un’inezia facilmente risolvibile, e hanno smosso mari e monti per qualcosa di sciocco.
   Ecco. Questo è il peggior finale. Per me, un libro con il finale così perde tutta la sua bellezza, anche se le mille pagine di prima sono fantastiche.
Libro affetto: La meccanica del cuore – Mathias Malzieu
Libro immune: Mille splendidi soli – Khaled Hosseini
 
   Fra questi finali che vi ho presentato ce n’è qualcuno che non piace anche a voi? O forse, invece, uno di questi è il vostro finale ideale?

mercoledì 14 gennaio 2015

Uno stupido angelo - Christopher Moore

   Ho sempre sentito parlare di Christopher Moore e la mia wish list era piena dei suoi libri, i cui riassunti sono sempre così strani che mi dicevo: «E questo come faccio a non leggerlo?». Avevo quindi qualcosa come quattro o cinque libri di Moore che volevo leggere, ma dopo “Uno stupido angelo” ammetto di averli cancellati senza ripensamenti.
   Perché se quello è lo stile, penso che neanche gli altri mi piaceranno.
 
  Mancano pochi giorni a Natale quando a Pine Cove un bambino vede uccidere Babbo Natale da un colpo di vanga. Il suo più grande desiderio è che possa tornare in vita, per consegnare i regali e passare un gioioso Natale come tutti gli anni.
   Peccato che quello che ha visto uccidere era solo un uomo ubriaco che tormentava l’ex moglie, e che questa lo ha seppellito dietro il cimitero. Peccato anche che il bimbo si sia imbattuto nell’angelo del signore più stupido che ci sia, che esaudisce il suo desiderio proprio alla vigilia di Natale, riportando in vita il presunto Babbo e tutti i cadaveri del cimitero di Pine Cove.
   Ma cosa volete che facciano dei cadaveri tornati in vita? Ma è ovvio no? Hanno fame di cervelli!
 
   Il libro in sé non è brutto. L’idea è simpatica e in un certo senso geniale, perché pian piano tutte le tessere vanno a incastrarsi perfettamente fino agli ultimi capitoli, in cui vediamo la chiesa che, proprio durante la festa della vigilia, viene assediata dagli zombie.
   A non essermi piaciuto è lo stile di Moore, sul quale non credo di poter soprassedere per leggere altre sue opere, per quanto interessanti sembrino. Il libro è infarcito di volgarità quali parolacce (che onestamente sono la meno peggio delle cose che non ho apprezzato), allusioni sessuali/animali, donne nude che combattono con katane e altre simili amenità.
   Se fosse stato solo per uno di questi elementi non me ne sarebbe importato granché. Onestamente sono la prima a dire parolacce, in certe situazioni, e non è certo un ‘coglione’ o un ‘bastardo’ che mi sconvolge. Ma tutte queste cose assieme mi danno fastidio e, soprattutto, non fanno ridere. È l’equivalente libro dell’umorismo gretto che si può vedere ogni tanto in tv, dove si suppone si debba ridere per sciocchezze come persone travestite da ridicoli pupazzi, canzoncine sconce che riprendono la hit del momento e le battute su tette e culi. Tutte cose che non mi hanno mai fatta ridere.
   “Uno stupido angelo” viene venduto come un libro divertente, un libro diverso in cui si parla del Natale senza buonismi di sorta, senza ripeterci che «è Natale e a Natale si può fare di più», mettendo luce anche agli aspetti meno simpatici della festa. Lo scopo è chiaro ma il modo in cui viene trasmesso il messaggio non è dei migliori.
   Se questo è lo stile di Moore, e a giudicare dai temi e dai commenti agli altri libri, sì, lo è, allora non credo che lo leggerò di nuovo.