domenica 19 novembre 2017

La figlia della fortuna – Isabel Allende

Non ricordo quando ho letto per la prima volta Isabel Allende, deve essere stato in terza media o poco dopo (a pensarci adesso infatti non è che capissi proprio tutti i passaggi), ma è una delle autrici che conosco da più tempo, e della quale ho letto molto. Ricordo ad esempio quanto fossi contenta dell’uscita di “La città delle bestie”, dato che già avevo letto “La casa degli spiriti” e mi era piaciuta. Inoltre la trilogia che ne seguì era per ragazzi, ed ero più felice di leggere una storia più leggera.
Il mio rapporto con la Allende dura da parecchio insomma, anche se è una di quelle autrici con la quale non sono al passo e che leggo sporadicamente, nonostante la apprezzi molto. Mi sono ricordata di lei qualche tempo fa e, non appena ne ho avuta l’opportunità, ho recuperato un suo vecchio romanzo e ho iniziato a leggere “La figlia della fortuna”.

Il 1800 è appena iniziato e Vàlparaiso è una delle cittadine più importanti del Cile. Viene scelta come approdo dai fratelli Sommers, che fuggono da uno scandalo che li ha colpiti in Inghilterra, e lì decidono di mettere radici. La famiglia è composta da tre fratelli, il capitano John, che passa più tempo per mare che in terra, l’uomo d’affari Jeremy e dalla solare e bellissima Rose. Quando quest’ultima si trova davanti alla porta una neonata avvolta in un panciotto la adotta e la cresce come una figlia, dandole il nome di Eliza.
La bambina cresce alla maniera inglese, imparando come ci si comporta da signorina e con tutti gli agi di una lady, pur sviluppando un forte legame con la sua terra grazie alle cure della domestica, una india che lei chiama Mama Frésia. L’idillio finisce quando la ragazza si innamora di Joaquin Andieta, un giovane dalle idee rivoluzionarie con il quale intreccia una relazione passionale, fatta di incontri sussurrati, di sogni per il futuro e di piani per fuggire insieme. Almeno fino a quando non accadono due cose: in California scoppia la febbre dell’oro ed Eliza rimane incinta.
Joaquin si imbarca verso l’avventura e l’ignoto, con l’intento di tornare ricco e sposare Eliza, senza sapere che lei aspetta un figlio. Passano poche settimane e la ragazza, che nasconde a fatica la gravidanza, prende una decisione folle, ma ferma: raggiungerà il suo amato in California.
Grazie all’aiuto di un giovane medico cinese riesce a salire su una nave come clandestina, ma durante la traversata perde il bambino. Quando i due sbarcano a San Francisco scoprono un mondo ricco di possibilità, libero dalle regole che conosceva Eliza e bisognoso dell’aiuto che un medico come Tao Chi’en può offrire.
Tuttavia la California si rivela anche molto diversa da ciò che raccontavano. Invece della terra ricca di pepite d’oro che promettevano esiste solo la fatica dei minatori, un dilagante razzismo contro gli stranieri di ogni dove, che i gringos non fanno che fomentare, e terre ignote e sconfinate, pericolosissime se percorse da soli.
Eliza si mette in viaggio alla ricerca di Joaquin Andieta, pur tenendosi sempre in contatto con Tao Chi’en, cheè diventato il suo più caro amico. Per viaggiare più comoda e sicura si finge uomo, e si spaccia per il fratello minore di Andieta, così che i viaggiatori e le compagnie che trova lungo la strada cominciano a chiamarlo ‘el chilenito’. Ma i mesi passano e i ricordi dell’amante si fanno sfocati, i contorni della sua immagine svaniscono fra le terre selvagge della California, che inghiotte tutti i suoi tentativi. Joaquin Andieta si fa sempre più lontano dal cuore e dalla mente di Eliza, occupata da altre avventure e da nuovi affetti, mentre all’orizzonte comincia a profilarsi l’immagine di un bandito la cui storia assomiglia pericolosamente a quella di Joaquin.

Ultimamente con i libri è un periodo un po’ sfigato. Fatico a trovarne uno che mi catturi e ne ho lasciati molti a metà (fortuna che con la biblioteca i rimpianti sono meno!). Circa a metà di questo romanzo stavo per arrendermi e scartarlo come l’ennesimo che non è stato di mio gusto, perché una buona parte è dedicata all’infanzia e all’adolescenza di Eliza.
All’inizio è piacevole, come tutti i libri della Allende. L’autrice immerge il lettore nella storia con una delicatezza e un calore tali che leggerla è come rientrare a casa mentre fuori nevica, e trovare un camino acceso e dei colori vivaci a darci il benvenuto. Si conoscono i personaggi, si apprezza il ritmo della storia, calmo ma inarrestabile. Dopo un po’, tuttavia, forse proprio per chi già conosce la Allende, la storia comincia a perdere di attrattiva.
L’infanzia dorata e sognante della protagonista, in un Chile presentato in maniera estremamente vivida, somiglia molto a quella di altre sue eroine, tanto che ci si chiede quando finirà. Ma se tenete duro e riuscite a superare lo scoglio, il resto è tutto in discesa. Infatti dopo la partenza di Eliza il romanzo diventa più avvincente, abbandona le tinte rosa che ha mantenuto fino a questo momento e il realismo magico tipico dell’autrice si smorza. Ed ecco che il libro diventa speciale, caratteristico: un romanzo d’avventura, ambientato nel selvaggio west di metà ottocento!

Oltre a questo, ho adorato tutti i personaggi, cosa che fino ad ora non mi era mai successo. Tutti, anche quelli che rimangono in secondo piano o quelli più eclettici, sono veri e adorabili e nascondono una natura umanissima dietro cliché studiati, che definirei più che altro preconcetti. Ogni personaggio si comporta come ci aspettiamo che si debba comportare, almeno fino a un certo punto. Mano a mano che li si conosce si scoprono sempre più segreti, si capisce il perché delle loro azioni e del loro carattere, cambiano assieme alla storia e si lasciano alle spalle il personaggio un po’ maschera con il quale avevano iniziato il viaggio.
Il mio preferito è Tao Chi’en, il medico cinese reinventatosi cuoco su una nave. La storia di Tao Chi’en, per buona parte della sua vita noto solo come Il Quarto Figlio, è avvincente, appassionante, dolce e triste al tempo stesso. Sono rimasta conquistata dalla furbizia di Tao, che trova modo più volte di salvarsi la pelle, è avido di apprendere e, anche se ha vacillato in alcuni periodi della sua vita, si è rimesso in piedi e ha infine deciso di dedicarsi vita ad una causa nobile, seppur pericolosa.
I fratelli Sommers sono alcuni dei miei personaggi preferiti, per forza di cose quella che mi è piaciuta di più è Rose, perché è la più approfondita. Una donna elegante, allegra, che ha preso quel nubilato forzato che lo scandalo le ha imposto come l’opportunità per vivere libera. I piccoli segreti della donna, che vengono svelati tutti solo alla fine del romanzo, le conferiscono un’aura di mistero che non si vuole penetrare, per mantenere intatta la figura affascinante di lei.
Anche il gruppo delle tre prostitute, dette Colombe Infangate, capitanate dalla mastodontica Joe Spaccaossa e accompagnate da Babalù Il Cattivo e da un bambino indiano, mi è piaciuto. A completare il gruppo sarà El Chilenito, che metterà le sue doti di pianista a servizio dell’attività della Spaccaossa, creando con gli altri ciò che più si avvicina a un focolare nelle due carrette trainate da cavalli che usano come rifugio.

L’unica cosa che non ho apprezzato è la fine del romanzo, che secondo me si svolge troppo velocemente. Tutto viene spiegato e sistemato (anche se una parte viene totalmente lasciata all’immaginazione del lettore, e molto lo veniamo a sapere da piccole rivelazioni riguardo al futuro, che l’autrice ha sparso lungo la narrazione), ma troppo in fretta per i miei gusti, come se la narrazione dovesse finire in fretta e furia.
Ho letto il libro sul kindle e quando ero alla fine ho cominciato a chiedermi se il file non fosse danneggiato, perché mi segnalava che stavo per terminare il libro, ma mi sembrava ci fossero ancora così tante cose da dire!, e non potevano essere dette in così poco tempo. Invece la Allende le ha dette, con la sveltezza e il rigore di un riassunto, quasi, e la cosa mi è dispiaciuta.

“La figlia della fortuna” rimane un romanzo godibile, che a tratti mi ha appassionata molto, anche se non lo ritengo uno dei migliori lavori di Isabel Allende.
Ovviamente questo non significa che non leggerò altri suoi romanzi! Avrò sempre un occhio di riguardo per quest’autrice, che ha la capacità di incantare con le sue storie.


venerdì 10 novembre 2017

La ballata di Adam Henry – Ian McEwan

Ci sono autori che mi incutono soggezione, al punto da essere dubbiosa se leggerli o meno. Penso che siano difficili, che serva una particolare conoscenza per capirli e apprezzarli, e ogni volta che inizio un loro libro ho paura di non essere all’altezza. Probabilmente sono intimidita dalle critiche positive ricche di paroloni, o dal fatto che abbiano vinto premi importanti, o anche dai temi trattati nei loro romanzi e mi dico, «Sì, adoro leggere, ma lo faccio per svago».
In questo modo ho affrontato Don DeLillo, con “Zero k”, e ne sono rimasta perplessa e un po’ delusa. Questo era lo stato d’animo con cui mi sono avvicinata a Ian McEwan, scegliendo un romanzo la cui trama trovavo interessante, ossia “La ballata di Adam Henry”, credendo che in questo modo avrei avuto meno difficoltà. Ho cominciato a leggere piena di dubbi e, in poco tempo, mi sono scoperta totalmente assorbita da questo libricino sottile.
A voi la trama (completa, quindi se non volete spoiler non leggete oltre, sciocchi!

Il giudice Fiona Maye lavora alla Sezione Famiglia dell’Alta Corte Britannica e, per arrivare dov’è adesso, ha dato tutto. Assieme al marito Jack, docente di lettere all’università, ha raggiunto una vita stabile e tranquilla, fatta di piccoli riti quotidiani, tenerezze, una bella cerchia di amici e parenti. Unico cruccio è stato non aver avuto figli, né essersi decisi per l’adozione, ma per Fiona è ormai un capitolo sorpassato che torna ogni tanto a farsi sentire, ma mai con decisione.
La narrazione si apre una sera, nell’appartamento della coppia. La protagonista sorseggia uno scotch, senza sapere come reagire alla confessione del marito, che le ha appena rivelato di averla tradita con una donna più giovane. Nel bel mezzo della litigata con Jack, che le rinfaccia di essersi allontanata e di essere diventata fredda con lui, Fiona riceve un’urgente telefonata di lavoro.
Il giorno dopo, ancora turbata dalla situazione a casa, incontra i signori Henry, contro i quali l’ospedale che ha ricoverato il figlio ha intentato una causa. Adam Henry è malato di leucemia e solo una trasfusione può salvarlo, tuttavia i genitori la rifiutano in quanto testimoni di Geova. Fiona ascolta le deposizioni dei genitori, dei membri della loro chiesa e degli specialisti che hanno in cura il ragazzo, infine decide di andare a parlare con Adam.
Il giovane che si trova davanti è fermamente convinto dei precetti della propria fede ed è d’accordo con i genitori nel non procedere con la trasfusione. Fiona lo ascolta attentamente, cercando di decidere quanto il ragazzo sia padrone di sé stesso, quanto sia influenzato dai genitori e dalla propria religione. Adam ha quasi diciotto anni e il confine fra la sua volontà e la legge che protegge i minori è più labile. Fiona scorge nel ragazzo un grande entusiasmo per la vita, è intelligente, brillante, divertente e ha un vero talento per suonare il violino. Si pronuncia in favore dell’ospedale e Adam Henry ha salva la vita.
Passano i mesi e la situazione di Jack e Fiona diventa stabile, seppur tesa. Lui ha lasciato l’amante ma non smette di essere adirato con la moglie per essersi allontanata, mentre la situazione rende lei ancora più caustica nei suoi confronti. Nel frattempo Fiona viene a sapere da una lettera di Henry stesso che il ragazzo si è ripreso, inoltre chiede più volte di incontrarla e le parla dei dubbi che ha sulla propria fede. Una sera, mentre Fiona partecipa ad una trasferta per lavoro, il giovane la bracca e la costringe a parlargli, riuscendo a rubarle un bacio a fior di labbra. Fiona lo carica su un taxi e lo rimanda a casa, cercando di dimenticare il prima possibile la faccenda.
Qualche mese dopo viene a sapere che Adam è morto. Ripresentatasi la leucemia il ragazzo ha rifiutato la trasfusione e non è sopravvissuto. È allora che Fiona si rende conto della leggerezza che ha usato con lui, rifiutando l’aiuto che egli chiedeva. Confessa tutto a suo marito Jack, in una serata che li riappacifica e distende finalmente i loro rapporti, permettendo a entrambi di tornare a capirsi.

Questo libro ha l’onore di essere l’eccezione che conferma la regola. Invece di fare come mio solito infatti, e lasciare la trama a metà per farla scoprire ai lettori, l’ho raccontata tutta senza tralasciare dettagli. Era come se avessi bisogno di farlo per poter analizzare il romanzo, e quindi ecco qui! Il fatto è che per parlare di “La ballata di Adam Henry” non si può lasciare la trama a metà, perché è pieno di emozione dalla prima all’ultima pagina.
Intanto cominciamo con il dire una cosa, ho trovato angoscioso come Fiona si accorga alla fine, quando è ormai troppo tardi, di aver rifiutato aiuto al ragazzo. Senza rendersene neanche conto, ha pensato che Adam si fosse preso una sorta di cotta adolescenziale, ha messo subito da parte i suoi dubbi riguardo alla religione, senza capire che quello che lui cercava era un guida, e la stava cercando in lei. I rimpianti di Fiona sono comprensibili e smuoverebbero un cuore di pietra: se fosse stata più attenta, se  si fosse confidata con qualcuno e avesse chiesto consiglio, se avesse incontrato il ragazzo o i suoi genitori, forse lui sarebbe vivo. Invece ha tenuto tutto nascosto e Adam è morto in quello che sembra un suicidio mascherato dietro convinzioni religiose – convinzioni che il ragazzo non condivideva più.
E il personaggio di Adam… non ci sono altre parole, è meraviglioso! McEwan ha dipinto l’età più bella, più luminosa, in maniera vivida e potente. L’entusiasmo, la scontrosità, le disperazioni e le gioie che sembrano non avere mai fine durante l’adolescenza, come se non ci fosse un domani e i ragazzi dovessero rimanere ragazzi per sempre. Ho adorato Adam Henry, mi ha commossa e mi ha fatto tenerezza, come pochi personaggi letterari hanno saputo fare.
Oltre a questo il tema della religione mi ha fatta riflettere molto, ma come al solito non sono arrivata a nessuna conclusione! Tuttavia mi ha colpita l’immagine dei coniugi Henry, che combattono per tener fede alle loro convinzioni, d’accordo con loro figlio, ma piangono di gioia quando il verdetto del giudice lo salva da una morte certa. Piangono perché non verranno espulsi dalla loro comunità per aver optato per la trasfusione, ma allo stesso tempo avranno il loro figliolo salvo perché non possono opporsi alla decisione del tribunale e Adam vivrà. Hanno, come si suol dire, la botte piena e la moglie ubriaca.
L’immagine della coppia devota che, pur costretta ad andare contro i suoi principi, ne è felice, mi ha lasciato destabilizzata. Comprensibilissimo certo, con me poi, che non sono mai stata credente, si sfonda una porta aperta. Tuttavia mi ha colpita come la fede e l’amore per i propri cari entri in conflitto, e come esistano persone che mettono avanti il proprio credo anche alla vita, e non so dire se sia bene o male.

Per concludere, questo romanzo da un centinaio di pagine mi ha tirato fuori considerazioni che libri ben più lunghi non hanno saputo nemmeno stuzzicare! Alla luce di ciò, l’unico modo in cui mi sento di concludere è dicendo: lo consiglio proprio a tutti.

venerdì 3 novembre 2017

Paris – Edward Rutherfurd

Non sono nata con la passione per il viaggio, da bambina non mi immaginavo in terre lontane, vestita da esploratrice, a scoprire nuovi mondi. Fu una gita scolastica a Parigi a insegnarmi la bellezza di scoprire una città nuova, sentire l’atmosfera che vi si respira, fare attenzione ai piccoli dettagli che la rendono diversa da ciò che conosciamo.
Complice il fatto di essere abbastanza grandi e in compagnia di ragazzi più piccoli, cui i professori prestavano più attenzione, invece di una gita sembrò una vacanza fra amici. Ricordo le corse in metro per rispettare gli orari imposti dagli insegnanti, ma anche le soste nei parchi a riposare e guardarci in giro, i musei immensi, i colori vividi della città, le stradine tortuose e i grandi viali. Ricordo la sensazione di serenità, come se tutto corresse veloce attorno a me ma io avessi la possibilità di prendermela con calma e godermi il momento.
Ho sempre una parola buona da spendere per Parigi e da quando l’ho lasciata attendo solo il momento di tornarci (è che ci sono così tanti posti da vedere, e un luogo nuovo suscita sempre più curiosità di uno già visitato). Per questo probabilmente fui così felice quando scoprii un romanzo storico ambientato proprio a Parigi, che ripercorre la storia della città dal medioevo all’illuminismo, dalla rivoluzione francese al periodo dorato della belle epoque, per poi sprofondare nell’occupazione tedesca e nel periodo della resistenza.

La narrazione si apre nel 1885, il giorno dei funerali di Victor Hugo. Come era stato festeggiato il suo ritorno in Francia dopo l’esilio, allo stesso modo la gente scende in piazza per dargli il definitivo addio. La folla si accalca nelle strade della capitale per omaggiare il grande autore seguendo il corteo funebre, ma le persone sono così tante che Thomas Gascon è costretto ad arrampicarsi su un edificio per vedere qualcosa, ed è in quella che vede una ragazza, così bella che decide che un giorno la sposerà.
Ci vuole un po’ per scoprire se Thomas riuscirà o meno nel suo intento. Infatti mentre lui e suo fratello Louis si arrangiano come possono per procurarsi da vivere (chi come operaio per monsieur Eiffel e chi come cameriere al Moulin Rouge), altre vicende e altri personaggi compaiono nella narrazione. I Gascon sono infatti solo una delle famiglie coinvolte, e nemmeno la più antica.
Abbiamo Jaques Le Sourd, discendente di colui che veniva soprannominato Ammazzaratti di Parigi, ed erede di nulla più che un sentimento di odio verso i nobili che hanno assassinato suo padre e il desiderio di vendetta verso uno di loro in particolare. La famiglia De Cygne, nobili con un titolo più importante delle loro finanze, che tuttavia godono ancora di una certa reputazione, nonostante la posizione dei nobili sia sempre più in discussione. Dall’altro lato i tre fratelli Blanchard, borghesi il cui padre ha saputo mettere in piedi un impero e facenti parte della nuova classe di ricchi. Infine la famiglia di Jacob il mercante, ebrei tornati a Parigi da poche generazioni, ignari dei pericoli che il secolo breve ha in serbo per loro.
Queste famiglie sono la rappresentazione di ciò che significava far parte di una determinata classe sociale, in un periodo in cui i contorni delle classi sociali, una volta netti, cominciano a sfaldarsi e mischiarsi. Le vicende principali inoltre hanno luogo in un paese ancora in subbuglio, fra sostenitori della monarchia e della repubblica, fra chi spera in un secondo Napoleone e chi curiosa fra marxismo e leninismo, senza dimenticare le glorie della rivoluzione e gli orrori del terrore.
La storia principale copre un arco di circa cento anni ma, a fare da stacco nei modi e nei momenti giusti, le vicende della Parigi antica, quella dove le famiglie che impariamo a conoscere sono protagoniste di vicende che cambieranno il corso della loro storia futura. La città medievale ci racconta delle origini della famiglia di Jacob ben Jacob e di come si salvò dalla cacciata degli ebrei dalla Francia. Anni dopo scopriamo come i Le Sourd abbiano radici profonde nella storia della città, seppure come ladri e ingannatori. La corte del re Sole invece narra come la famiglia De Cygne si salvò dall’oblio, e prima ancora come una ramo raggiunse il nuovo mondo e lì prosperò, nelle sconfinate terre del Canada.
 
La zona di Parigi denominata Maquis, la Macchia,
dove vivevano le famiglie più povere.
Leggendo “Paris” è subito chiaro che Rutherfurd ha compiuto un grande lavoro di studio, spaziando in ogni campo toccato dalla narrazione. Dalla storia della città e della Francia ai piccoli particolari dei sobborghi di Parigi, come il Maquis abitato dalla famiglia Gascon (che oggi non è più un sobborgo ma fa parte del cuore della città). Da questioni tecniche su come vennero costruite la torre Eiffel e la Statua della Libertà, ai giardini di ninfee di Claude Monet, che egli stesso fece costruire e coltivò nella sua proprietà. Molto spesso si tratta di dettagli che poco hanno a che vedere con la storia, ma che hanno il potere di renderla più reale.
I fatti storici sono veri e verificabili e anche i personaggi che non sono nati dalla penna dell’autore (Monet, Eiffel, Hemingway) hanno un realismo tutto particolare. Mi è capitato di leggere altri romanzi nei quali comparivano figure storiche realmente esistite, e non sono mai sembrati naturali. Gli autori muovevano questi personaggi in modo goffo, intimiditi dalla loro fama. Mi sembrava di avere a che fare con personaggi che l’autore non riusciva a far quadrare, con i quali aveva timore di sbagliare pur essendosi documentato. Rutherfurd invece è riuscito a rendere protagonisti anche pittori, autori e politici di spicco come se fossero personaggi inventati. Non avevano più importanza di altri, non declamavano frasi poetiche, ed era facile immaginarli a Parigi in un bistrot o a passeggio in un parco assieme agli altri protagonisti, dimenticandosi che hanno fatto la storia e vedendoli come semplici persone, esattamente come dovevano apparire all'epoca.

Devo ammettere che è passato un po’ di tempo da quando ho finito di leggere questo libro. Solo ora mi decido a scriverne la recensione e, nel frattempo, è finita una stagione, ho finito di leggere altri romanzi, ho appeso dei quadri in casa e i ricordi di questo libro sono sbiaditi. Per un attimo, prima di iniziare, avevo la tentazione di lasciar perdere perché non ricordavo alla perfezioni tutto e mi dispiaceva non essere precisa, perché l’ho letto con gli occhi che brillavano.
Se avessi scritto subito cosa pensavo di “Paris” ne sarebbe venuto fuori molto di più. Eppure anche così, a qualche mese di distanza, mi scopro a pensare con nostalgia alle atmosfere della vecchia Parigi, e il desiderio di tornarci è sempre più grande.
Leggerò altro di Edward Rutherfurd, questo è certo, a quanto ho capito i suoi romanzi sono più o meno dello stesso stampo, ma tutti in luoghi diversi. Un ottimo modo per scegliere la prossima destinazione delle vacanze!

Parigi, quartiere di Montmartre, oggi.

domenica 22 ottobre 2017

YOU'LL FLOAT TOO

Ieri sera sono andata a vedere IT al cinema.
Ho conosciuto la vecchia miniserie tardi, non l’ho vista come un sacco di gente della mia generazione, appartenente facendosela addosso al buio dopo essere tornati a casa da scuola il pomeriggio. L’ho vista quando ero abbastanza grande da capire che non potevo aspettarmi più di tanto da una serie per la tv, e anche abbastanza grande per capire che l’unica cosa veramente bella era Tim Curry.
Al film darei un 7-, voto di tutto rispetto secondo me, dato che viene da una persona che ha letto e amato l’originale (ed è da ieri sera che ho voglia di rileggerlo).

Un tempo pensavo che le trasposizioni cinematografiche dovessero essere il più fedeli possibile al libro, ma ora non sono della stessa idea.
Un libro può rendere molto più a livello di sensazioni, un film è migliore a un livello immediato. Mentre il libro si insinua sottopelle il film ti colpisce dritto in faccia, è comunque giusto che siano diversi per poter sfruttare al meglio le loro caratteristiche.
Questo non significa che un film possa distruggere un romanzo come e quando vuole, ma deve rispettare l’universo della storia. Ad esempio non mi interessa se ogni scena non riprende esattamente il libro, ma mi infastidisco se un personaggio viene snaturato, eliminato, o una situazione che ne lega altre viene ignorata. In questo IT è stato un film giusto: pur mettendo mano alla storia non ha ‘ucciso’ l’universo che King aveva creato, lo ha semplificato di molto. (C’è solo un dettaglio che non mi è andato giù, attenzione SPOILER: non puoi far morire Henry Bowers, deve comparire da pazzo psicotico nel prossimo!)

Ciò che mi è piaciuto del film è stata la parte più normale e tranquilla, quella che parla dei ragazzini e di come vivono l’estate. Il modo in cui si conoscono, le piccole storielle sentimentali che si vengono a creare, il loro rapporto d’amicizia che si fa più stretto grazie alle avventure cui vanno incontro (e non mi riferisco solo al mostro, ma anche ad esempio alla lotta con i bulli). L’atmosfera più piacevole, quella ricreata meglio, è l’infanzia e l’età strana in cui non sei più bambino ma non sei ancora nemmeno adolescente e più disincantato.
La parte meno riuscita è quella horror. Nulla da dire riguardo all’attore che ha interpretato il clown, inquietante pur con una caratterizzazione diversa da quella di Tim Curry ma, secondo me, voluta. I paragoni sarebbero stati inevitabili e penso che sia stato meglio allontanare le due interpretazioni di IT il più possibile, proprio per rendere il paragone difficile e inutile da fare. Questo Pennywise non è unicamente mostruoso, come quella della miniserie, ma anche a tratti ridicolo in un modo che mette i brividi.
Ciò che non mi è piaciuto è il modo in cui il film tenta di spaventarti: jumpscare, jumpscare ovunque. Credo che con un personaggio del genere, una storia così e degli effetti speciali che non puntavano al realismo, si dovevano usare tecniche più vecchie. Il jumpscare è facile, d’effetto, ma lascia insoddisfatti, non è una paura reale ma una paura d’impatto e inevitabile. La paura vera è quella che non finisce con la fine della scena ma quella che ti accompagna durante tutto il film, che fa salire la tensione poco a poco e la trascina fino alla fine tenendoti con il cuore in gola. Il tipo di paura utilizzata nei vecchi film, dove l’effetto speciale più tecnologico era il sangue finto e quindi si dovevano arrangiare con altri modi.
Un peccato per il film, ma penso che coloro che non hanno letto il libro possano restarne molto soddisfatti. Non lo saranno forse i fanatici di King, però io ad esempio, che accetto di buon grado un compromesso tra film e libro, sono stata abbastanza contenta e l’ho guardato con piacere.

Detto questo (e mi rendo conto che ho scritto più di quanto volessi in realtà) ecco il vero motivo del post. Dato che dovranno fare una seconda parte ho immaginato quali potessero essere gli attori che andranno ad interpretare i protagonisti. Non sono riuscita a basarmi più di tanto sulla fisicità degli attori ragazzini, ho pensato più ai personaggi adulti che dovevano diventare e ho scelto attori che apprezzo.

Bill Denbrough: Ryan Gosling
Ho appena visto “Blade runner 2049” e forse è stato quello il punto. Mi ero ricordata dell’esistenza di Gosling dopo aver visto “Drive” ma soprattutto “Veloce come un tuono”.
Riesco ad immaginarlo come capo della banda dei Perdenti, come quello che più di tutti è rimasto un po’ bambino e, proprio per questo, è la forza del gruppo. L’unico che crede ancora genuinamente nella magia di cui il gruppo è capace, che sa che superando i loro terrori e credendo in loro stessi potranno battere IT.

Ben Hanscom: Badley Cooper
Anche questa è una scelta dettata dall’ispirazione, e anche dal fatto di aver visto Bradley Cooper in alcuni film molto belli, a recitare parti complesse.
Penso che sia adatto a portare sullo schermo l’interiorità di uomo che ha una sorta di rivincita sulla vita. Da ragazzino grasso e preso in giro ad architetto benestante e richiesto. Tuttavia rimane un uomo timido, che non ha dimenticato il primo amore della sua vita.

Beverly Marsh: Jessica Chastain
E va bene, questa l’ho scelta perché ha i capelli rossi. Inoltre so che è un’attrice molto capace e può recitare ruoli intensi (vedi “The help” o “Interstellar”).

Richie Tozier: Joseph Gordon-Levitt
Adoro questo attore, lo conosco da anni e ho visto molti dei suoi film, sia commedie che film d’azione. Lo trovo bravo e per qualche motivo riesco ad immaginarlo benissimo a interpretare Richie ‘Boccaccia’ Tozier, lo smaliziato del gruppo, quello che ha sempre la battuta pronta e alleggerisce ogni situazione, ma che è forse il più fedele degli amici di Bill e lo seguirebbe fin nell’inferno – o nelle fogne.

Eddie Kaspbrak: Ben Whishaw
Adoro anche quest’attore, l’ho visto in diversi film e ho sempre trovato impressionante come riesca ad essere versatile. Non penso di poter paragonare nessuno dei ruoli in cui l’ho visto, perché in ogni personaggio in cui si è calato è stato completamente diverso, tanto da non sembrare la stessa persona.
Anche per questo lo ritengo adatto a fare Eddie, il ragazzino ipocondriaco oppresso dalla madre e, poi, un uomo oppresso dalla moglie. Condizionato dalle proprie fisime al punto da farvi ruotare attorno la propria vita, riesce nonostante questo a trovare il coraggio di combattere quando la situazione lo richiede, per l’appunto quasi trasformandosi in un altro.

Mi mancano Stan Uris, Mike Hanlon ed Henry Bowers, per i quali non ho trovato nessuno che mi convincesse e non volevo scegliere attori a caso.

Ammetto di essere curiosa di vedere la seconda parte, ma mi hanno già detto che uscirà nel 2019, quindi aspetterò. Non che sia un problema, è da quando avevo diciassette anni, cioè quando ho visto la versione vecchia, che attendo che ne facciano un remake. Sono paziente. Pazientate con me, e prima o poi galleggerete anche voi.


giovedì 5 ottobre 2017

Penna alla mano #6: Non perdiamoci in lungaggini

Molto spesso sento dire che la cosa peggiore per un romanzo è avere uno stile troppo ricercato o essere molto lungo. L’utilizzo di parole poco in uso, una sintassi arzigogolata, periodi lunghi cui si deve prestare molta attenzione e, nel complesso, un romanzo con tante pagine, è da evitare, soprattutto se si è uno scrittore alle prime pubblicazioni.
Certo, uno stile complesso richiede una lettura attenta e un editore può avere dei dubbi e dei ripensamenti nello scommettere su un autore semisconosciuto che gli porta un romanzo difficile da mandare giù, ma queste sono questioni editoriali, che hanno poco a che vedere – o dovrebbero averlo – con ciò che l’autore sceglie di scrivere e come lo scrive.

Esistono libri più difficili di altri, con uno stile unico e a volte proprio ostico, che piacciono comunque. Si pensi a tutti i classici che continuano a sopravvivere al tempo – anche a questi tempi, dove tutto è meglio quanto più è svelto – e anche ad alcuni autori moderni che si perdono in mezzo a periodi kilometrici o a flussi di coscienza incomprensibili. Non è facile leggere romanzi di questo calibro, ed è giusto che ci sia varietà nella scelta e che si possa anche avere una vasta fetta di libri scorrevoli, piacevoli e leggeri. Però mi chiedo se sia giusto dire agli autori che più semplificano, meglio sarà per i loro libri.
Frasi corte, sintassi basica, parole del parlato di tutti i giorni, non esagerare con le pagine, queste sono le regole per scrivere un libro. Un libro che vende. Forse è giusto, se la vediamo da un punto di vista prettamente editoriale. Il compito di un editore è quello di vendere libri. Sa che ne venderà di più con un certo tipo di storia e uno specifico stile, perché anche quel settore segue delle regole di mercato. Tuttavia non apprezzo che si diffonda l’idea della semplicità a tutti i costi, la necessità di modificare il proprio stile per piacere ai lettori. Chissà in quanti ci sono cascati! Penso che appiattisca il panorama librario. Ogni autore ha uno stile personale, non è corretto chiedere loro di produrre ciò che il mercato vuole, si dovrebbe chiedere loro di produrre e basta.
Se un autore modifica uno stile costruito negli anni, grazie a ore di pratica con la penna in mano e di teoria con un libro in grembo, per fare colpo su un editore, forse dovrebbe chiedersi perché scrive. Sono convinta che chi scrive solo per pubblicare ha bisogno di dare una rinfrescata alla memoria e ricordarsi perché ha iniziato. Perché di solito la cosa migliore dello scrivere è scrivere. Tutto quello che viene dopo può essere piacevole, ma superfluo alla passione per la scrittura.

Quindi, se c’è una conclusione a questo post, eccola: non modificate il vostro stile per piacere agli altri, modificatelo purché piaccia a voi!

lunedì 25 settembre 2017

Igiene dell'assassino - Amélie Nothomb

Ogni tanto decido di cambiare la citazione di inizio colonna, a sinistra del blog. Perlopiù sono frasi che hanno a che vedere con l’argomento principale del blog, quindi scrittura, libri, lettura e tutto ciò che vi ruota attorno.
Non appena ho iniziato a leggere questo libricino di poche pagine, qualche settimana fa, ho pensato subito che avrei trovato delle citazioni che potevo utilizzare, e in effetti non si è smentito. “Igiene dell’assassino”, di Amélie Nothomb, regala perle che valgono la citazione, e inoltre ve ne sono parecchie collegate all’argomento del blog, essendo uno dei protagonisti uno scrittore. Ma a inizio lettura non potevo indovinare quanto sgomento e malessere avrei provato leggendolo. E nemmeno quante risate mi sarei fatta, almeno fino ad un certo punto.

 L’autore premio nobel Pretextat Tach ha ancora un mese di vita e, in barba all’odio che prova per il mondo e il genere umano, ha deciso di concedere la sua prima intervista in una carriera durata almeno sessant’anni.
Il vecchio intimidisce già prima di incontrarlo, si tratta infatti di uno scrittore di grande fama e di una figura tanto lontana dai riflettori, tanto peculiare, che nessuno sa cosa aspettarsi. A prima vista si rimane sconvolti. Pretextat Tach è talmente obeso che per muoversi ha bisogno di una sedia a rotelle, è calvo, ma ha la pelle liscia, luminosa e morbida come quella di un neonato. L’incanto si spezza quando apre bocca.
Il divertimento unico dell’autore sembra essere quello di ridicolizzare i giornalisti che vogliono intervistarlo. Li sciocca con descrizioni dettagliate della sua dieta malsana e rivoltante, ribalta le loro stesse parole ingannandoli con la sua dialettica raffinata, allenata da anni di scrittura, li deride sottilmente e rende vano ogni tentativo di avere una conversazione logica. Almeno fino a che non arriva l’ultimo giornalista.
La giovane donna che comincia l’intervista a Tach prende in mano la situazione immediatamente, avendo intuito che il vecchio non ha la minima intenzione di essere intervistato, piuttosto desidera un passatempo crudele. Una volta messo in chiaro che lei non è lì per intervistarlo la giornalista gli svela il vero motivo per cui ha voluto incontrarlo: ha scoperto il suo segreto più grande, rivelato al mondo intero e quindi automaticamente celato nel migliore dei modi, e ha intenzione di farglielo confessare.

Mentre stavo scrivendo la trama ragionavo sul fatto di raccontarvi o meno svolgimento e finale ma poi, per rimanere fedele al mio principio di far scoprire i bei libri ai lettori, ho deciso di tacere. Per la prima volta ammetto che è stato difficile, perché vorrei parlarvi di molti degli aspetti di questo romanzo, che mi ha stupita e a tratti angustiata.
Il romanzo è quasi del tutto dialogato. Pochissime descrizioni, quasi tutte per inframmezzare il discorso e descrivere i movimenti dei protagonisti, o il loro tono di voce. Non c’è introspezione dei personaggi, ma questi si descrivono da soli, parlando. Così sembra proprio di conoscerli come si conosce una persona nella realtà: parlandole. Una persona ci può nascondere i suoi veri pensieri, si può tradire con certe espressioni, che valutiamo in base a cosa dice e come lo dice, e qui sta la forza del dialogo. Da questo punto di vista trovo che la Nothomb abbia fatto un lavoro eccellente. Non è facile far intendere la natura di un personaggio lasciando allo stesso la propria descrizione e solo con dei dialoghi, soprattutto se è un personaggio eclettico, ma lei ce l’ha fatta.
Ciò che ho preferito del romanzo è stato il lessico. Alto, ricercato, oscuro. Mi è capitato persino di dover usare il dizionario qualche volta, e ho l’impressione che l’autrice abbia scelto apposta vocaboli desueti o molto precisi, un po’ per caratterizzare il personaggio, un po’ per arricchire la storia e costringere il lettore all’attenti. Infatti si deve seguire con attenzione ogni passaggio per poterlo comprendere, ogni frase è un capolavoro di complessità grammaticale. Leggere questo libro è stato un piacere anche perché ogni singola virgola sembrava ponderata, ogni parola soppesata e ogni frase piena, ricca, essenziale in ogni sua particella. Mi viene in mente una citazione di “L’eleganza del riccio” di Muriel Barbery, che mi è sempre piaciuta:
Io credo che la grammatica sia una via d’accesso alla bellezza. Quando parliamo, quando leggiamo o quando scriviamo, ci rendiamo conto se abbiamo scritto o stiamo leggendo una bella frase. Siamo capaci di riconoscere una bella espressione o uno stile elegante. Ma quando si fa grammatica, si accede a un’altra dimensione della bellezza della lingua. Fare grammatica serve a sezionarla, guardare come è fatta, vederla nuda, in un certo senso. Ed è una cosa meravigliosa, perché pensiamo: “Ma guarda un po’ che roba, guarda un po’ com’è fatta bene! Quanto è solida, ingegnosa, acuta!”
Questo è, grossomodo, quello che ho pensato lungo tutta la lettura di “Igiene dell’assassino”.
 
L'autrice, Amélie Nothomb

Ma non c’è solo forma in questo libro, c’è anche una storia agghiacciante dietro. Il protagonista narra di una situazione inverosimile, quasi fantastica tanto è irreale, che suscita disgusto e quella morbosa curiosità di cui, chi più chi meno, tutti siamo dotati e che forse è insita nel genere umano. Il finale lascia interdetti, personalmente non l’ho apprezzato perché mi è parso cinico. Tuttavia ammetto che è d’effetto, coglie impreparati e lascia di stucco.
Altra cosa che mi ha stupita è che questo è il primo romanzo della Nothomb, pubblicato nel 1992 quando aveva solo ventisei anni.


Che altro dire di “Igiene dell’assassino”? Solo che vale la pena leggerlo, perché nessuna descrizione, recensione, riassunto, commento, potrebbe mai spiegare l’ingegnosa astuzia di questo libro, che cattura sin dalle prime pagine e non molla neanche una volta finito.

sabato 9 settembre 2017

Significato per il singolo e la massa

Esiste una domanda che attanaglia ogni lettore, prima o poi, le cui risposte sono tutte diverse e tutte corrette. I libri devono avere un messaggio?
È una domanda comune e rispondere è complesso. Ad esempio ho sempre pensato che i romanzi non dovessero per forza avere uno scopo, ma allo stesso tempo mi infastidiscono alcuni romanzi che sento fini a sé stessi.
Dopo tanto pensare, forse, ho trovata una risposta che trova d’accordo tutte le obiezioni che fa il mio cervello in casi come questi. Quando cerco di ragionare, ad esempio.

Ogni storia ha un significato per il proprio autore, che sia un professionista o un appassionato, che cerchi di pubblicare le sue storie o che le tenga nel cassetto e scriva per il puro piacere di farlo. Ma non è detto che in queste lo scrittore abbia inserito a forza un significato che il lettore deve fare proprio.
Penso che per l’autore cercare sin dall’inizio di dare un messaggio alla propria opera sia deleterio. Rischia di finire per concentrarsi di più sul messaggio che sul mezzo con il quale comunica, tuttavia se non cura il canale di comunicazione, ossia il libro, il messaggio non potrà essere compreso. Inoltre sono fortemente convinta che ogni autore abbia delle idee sociali, politiche e quant’altro, che nel suo romanzo compariranno comunque, nolenti o volenti, perché le idee di un autore non possono staccarsi da ciò che scrive. Egli scrive ciò che pensa, mette in bocca ai suoi personaggi le sue riflessioni, mette in atto nella trama che crea i meccanismi della società che vorrebbe vedere nella realtà, o che teme si realizzino nella realtà. Insomma, l’autore non ha bisogno di pensare al messaggio per crearne uno, il solo scrivere lo porta a dire la sua, a dare un’opinione, che sia il suo concetto di amore, di amicizia, che sia la preoccupazione per i giovani d’oggi o per l’ambiente.

Quindi ecco un’altra domanda: una volta accettato che l’autore manda comunque un messaggio con i suoi romanzi, sia pure inconsciamente, siamo sicuri che vengano sempre recepiti nella maniera corretta?
Non ho alcun dubbio nel dire assolutamente no, e quasi mai.
Per quanto un autore sia capace a volte il suo messaggio può essere frainteso, o può anche perdersi nella narrazione (magari in un romanzo di ampio respiro, ad esempio qualcuno ha mai provato a cercare il significato del Signore degli Anelli? Io no, me lo sono perso in mezzo alla storia, ma forse cercando nei meccanismi che legano i popoli della Terra di Mezzo si trova una simbologia per i popoli della nostra terra, o fra i valori che alcuni personaggi portano si trova una sorta di guida morale secondo Tolkien, chi lo sa?). Molto spesso il significato di un romanzo non viene compreso, o viene compreso solo a metà, o non viene proprio cercato, preferendogli la storia.
Penso che siano veramente pochi i lettori che colgono sempre il messaggio nel romanzo che leggono. Io ad esempio, che ne leggo molti, non saprei dire di quali ho colto una doppia lettura, oltre a quella fornita unicamente dagli intrecci della trama. Però non metto al primo posto solo le storie di cui ho recepito il messaggio, ma tutte quelle che mi hanno emozionata, anche se non saprei dire se hanno una seconda chiave di lettura o un significato nascosto, e quale sia.

Dopo tutto questo ragionamento mi sembra di capire una cosa: per me, singolo lettore, il messaggio dei romanzi non conta così tanto. Ciò che conta è: il libro ti è piaciuto? Quello è il motivo per cui ricordiamo una lettura, perché ci emoziona, ci porta altrove, non perché ne capiamo l’importanza a livello culturale. Quello semmai arriva dopo.
Inoltre è vero che, dalla stessa storia, ogni lettore trae un insegnamento diverso. Il modo in cui una lettura viene percepita cambia a seconda di chi legge, di quando legge, del perché legge. Questo potrebbe definire anche il modo in cui viene recepito il messaggio, e quindi il modo in cui viene interpretato. Un giorno lessi un articolo molto interessante (perdonatemi ma non so citare la fonte perché è successo molto tempo fa, forse uno o addirittura due anni fa) in cui un blogger diceva di aver riletto “La strada” di Cormac McCarthy dopo essere diventato padre. Il romanzo parla di un uomo e suo figlio che devono sopravvivere in un mondo quasi completamente deserto e crudele, l’articolo sottolineava come, letto in due diversi momenti, avesse avuto un significato profondamente diverso. È impossibile dare un unico significato ad un libro, cambia da persona a persona e, anche nelle esperienze di lettura di un singolo, cambia a seconda del periodo in cui lo si legge.
Quindi il significato di un libro non ha importanza di per sé, ce l’ha in quanto interpretazione personale.

Stabilito questo esiste però un altro punto di vista, più ampio se vogliamo.
I libri con un messaggio ben definito e inconfondibile, di carattere sociale o culturale, o libri che ricordano una parte della nostra storia, sono più rari e sono quelli che adesso definiamo classici. Un giorno i libri di oggi più iconici potranno diventare classici, e così si andranno ad allungare le fila di quei romanzi che siamo sicuri abbiamo qualcosa da dirci.
Una volta riconosciuto il loro spessore, rivestiti di un insegnamento, questi libri hanno un compito: il compito di ricordare quell’insegnamento. Questi sono i romanzi scritti per tutti noi, per farci rendere conto di un problema che stiamo ignorando, per ricordarci i nostri errori passati e non ripeterli, per farci capire che per quante cose possano accadere nella storia noi restiamo sempre umani, preda in ogni secolo degli istinti più bassi come delle aspirazioni più nobili.
Esistono romanzi che non vogliono dare nulla più che qualche ora di svago, ma esistono anche quelli che ci sconvolgono con le loro argomentazioni e ci fanno riflettere. Questo post non serve per dire che un tipo è migliore di un altro, sono libri con una funziona diversa, e che servono tutti. Ma se leggiamo un libro che ci pare dica qualcosa di importante, qualcosa di cui tutti dovrebbero essere consapevoli, probabilmente quello è un libro che dovrebbe sopravvivere all’oblio delle mode, un libro che dovremmo consigliare il più possibile.

Il resto può rimanere in tutta dignità sulle nostre librerie, in quanto romanzi che abbiamo amato.

lunedì 28 agosto 2017

Praga

Ogni tanto vi ammorbo con dei post diversi dal solito, questo potrebbe persino essere utile! A voi un piccolo prontuario di informazioni su una delle più belle città che io abbia mai visitato e che ho visto per la prima volta quest’estate: Praga!
Se avete in programma un viaggio e non sapete quale meta scegliere, vi consiglio Praga. Se un giorno il Diavolo vi tenterà e vorrete spendere quel gruzzolo che giace lì per cose importanti come la pensione, andate a Praga. Ne varrà la pena, e forse scoprirete che volete passare lì, dopotutto, gli anni della pensione.

Il cimitero ebraico
Prima cosa da sapere su Praga, è molto piccola e i mezzi di trasporto sono sì utili ma, a volte, superflui. Quando ho prenotato l’albergo ero preoccupata perché si trovava nella zona di Praga2, mentre la zona da visitare era a Praga1. Siccome il prezzo era buono ho pensato “Pazienza anche se è un po’ lontano, ci sono sempre i mezzi pubblici”. Una volta lì ho scoperto che le zone non sono assegnate per distanza dal centro. Tanto per farvi capire, il primo giorno a pranzo io e Il Fidanzato abbiamo visto che una delle nostre mete culinarie (la birreria U Fleku) era poco distante dall’hotel. Abbiamo deciso di andarci a piedi e, dopo mangiato, abbiamo visto che il centro era a quindici minuti di cammino da lì. Insomma, abbiamo fatto una passeggiata giusto per digerire e ci siamo ritrovati in pieno centro storico! Morale della favola? Non spaventatevi se trovate alloggi a Praga5 o Praga6, quattro fermate di metro e siete in centro.
Seconda cosa che mi ha colpita della città: il 90% degli edifici sono meravigliose costruzioni storiche! E qui si richiede una deviazione.
Per una serie di vicissitudini al mio compagno hanno regalato almeno una ventina di guide del National Geographic, quindi prima di visitare la città mi sono letta gran parte del libricino e ho scoperto che Praga è stata una delle città europee meno colpite dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, quindi tantissimi edifici risalgono all’epoca romanica o rinascimentale, mentre la maggior parte delle facciate è degli anni ‘20 o ‘30 del secolo scorso. Sono state rifatte per seguire il gusto dell’epoca, ma dato che gli edifici erano ancora in ottime condizioni, non hanno ritenuto necessario abbatterli.
Girare per le strade è bellissimo, in ogni dove ci sono palazzi con decorazioni splendide e tutte diverse!

Il palazzo reale
Ci sono due quartieri che mi sono piaciuti moltissimo, la Città vecchia (Stare Mesto) e il quartiere ebraico (Josefov).
Nella Città Vecchia l’attrazione più importante è la piazza detta appunto “della città vecchia”, nella quale potersi rilassare e dove attendere lo scoccare dell’ora dell’Orologio Astronomico, che si trova all’esterno del municipio. Già di per sé è un bellissimo orologio, ma ogni ora si aziona un meccanismo e si possono vedere i pupazzi situati ai lati e all’interno della struttura muoversi.
Attaccata a Stare Mesto c’è Mala Strana, il quartiere minore. In queste stradine ci si perde facilmente, ma va bene lo stesso perché sono tutte vie molto piccole, tortuose e pittoresche, dove si possono trovare bei negozi, bar o ristoranti. In questa zona l’ultimo giorno io e il mio compagno abbiamo scovato una caffetteria che vendeva cioccolatini artigianali. Abbiamo fatto la seconda colazione, come gli hobbit, e anche comprato dei regali commestibili!
Da qui Josefov è a due passi, ed è ricca di monumenti da visitare.
A questo punto ci tengo a precisare una cosa, ogni singola visita è a pagamento, anche quelle agli edifici sacri. Per il giro delle sinagoghe abbiamo pagato poco più di 10 € a testa. Non molto, se penso che abbiamo visitato cinque o sei sinagoghe, il cimitero ebraico (decisamente suggestivo!) e ci siamo imbattuti in un signore anziano, nella sinagoga Vecchia Nuova, che ci ha raccontato un po’ di storia. L’ha tirata per le lunghe, è vero, ma è stato comunque piacevole incontrarlo! Abbiamo scoperto che la leggenda narra che le pietre della sinagoga Vecchia Nuova sono arrivate direttamente da Gerusalemme, trasportate dagli angeli. Inoltre ci ha spiegato che la torre appena fuori dall’edifico è fornita di due orologi per un motivo ben preciso: quello più in basso era per gli ebrei, che leggono l’ora al contrario, infatti le lancette scorrono verso sinistra, invece quello più in alto era stato installato lì perché anche tutti gli altri potessero leggerlo, ed è lì situato perché si vedesse da oltre le mura del quartiere ebraico.
A Josefov pullulano ovunque rimandi alla leggenda del golem. Io ho comprato un magnete a forma di golem da attaccare al frigo, per arricchire la mia collezione di magneti da ogni parte del mondo, ma c’erano bar e ristoranti dedicati al golem e al rabbino che lo creò, Judah Loew, disegni, fumetti e quant’altro.
Vista dal Ponte Carlo
Ultima info da guida, ossia un altro posto bellissimo da visitare: il castello di Praga! La strada che porta al castello è una via in salita, tortuosa, con i marciapiedi stretti, curve che impediscono la visuale ed è piena di piccoli negozi che vendono oggetti in legno, burattini, vari gadget della città (l’oggettistica più in voga è quella con Alfons Mucha) e ristorantini. Insomma, l’ho adorata. Lungo tutta la strada il castello incombe su di noi, arroccato su un altura e, quando vi si arriva, la prima cosa che vien voglia di fare è rivolgere lo sguardo alla città sottostante, che si estende tutta ai nostri piedi (in quel momento si capisce come mai il castello sorge proprio lì, in effetti era una sistemazione strategica). In un museo che si trova nella piazza sulla quale dà anche il castello, una guardia museale molto gentile ci ha portati fino alla finestra dalla quale abbiamo potuto vedere il cambio della guardia, che viene fatto tutti i giorni ma solo a mezzogiorno. Altre cose da vedere all’interno sono di sicuro la Cattedrale di San Vito, talmente alta da far venire il torcicollo a forza di osservare le guglie più alte, il Palazzo Reale, che dimostra che l’architettura più è semplice più comunica un senso di solennità, e il mio preferito: il Vicolo d’Oro. In questa stradina gli alchimisti avevano aperto i loro negozi, alla ricerca della formula per trovare la Pietra Filosofale, oggi c’è un museo di armi e armature medioevali e ogni casetta è una ricostruzione delle case realmente esistenti, con tanto di cartello di presentazione degli abitanti.
Uscendo dal castello si può riattraversare la Moldava passando dal Ponte Carlo, che vene costruito per rimpiazzare un ponte più antico distrutto a causa di un’inondazione. Il ponte è pieno di statue di santi e la struttura è ormai annerita dal tempo, ma trovo che faccia parte del suo fascino.

Passando ora a cose diverse, qualche curiosità.
Adoro assaggiare il cibo che non conosco e da questo punto di vista a Praga mi sono trovata benissimo! Oltre a mangiare bene a prezzi modici ho assaggiato piatti che non avevo mai mangiato. I nuovi sapori stanno nelle piccole cose, non tanto nei piatti di carne, che sono una rivisitazione dei nostri stufai (il famoso gulash non è altro che quello) ma ho scoperto la una salsina bianca al rafano piccantissima e, per la seconda volta in vita mia, ho apprezzato una birra! Non amo il sapore amarognolo della maggior parte delle birre, ma quella che servono a Praga è meno amara, molto corposa, una birra scura che persino io ho bevuto più che volentieri. In ceco si chiama ‘pivo’ e viene solo 35 corone (meno dell’acqua, circa 1,30 )! Oltre a queste cose dovete assolutamente assaggiare un dolce tipico, il trdlo. Si tratta di un impasto dolce a base di farina e spezie, che viene arrotolato e cotto allo spiedo, finisce per assomigliare a un cannoncino gigantesco. Può essere servito così, oppure con qualcosa all’interno. Io l’ho preso con dentro della frutta e sopra del gelato alla crema, buonissimo!
Altre curiosità che ho notato è che le guardie museali erano tutti anziani. Non anziani come un sessantenne che si avvicina alla pensione, anziani come una persona che si è già ritirata da tempo. Non so se si tratti effettivamente di lavoratori o di un servizio per gli anziani, che comunque li tiene impegnati in un lavoro poco faticoso (c’erano sedie in ogni stanza dove potevano riposarsi), oppure se l’età per il pensionamento è molto, molto più avanzata rispetto alla nostra. Fatto sta che è una cosa che ho trovato curiosa.

Ora vi lascio, dopo questo post lunghissimo che potrebbe avervi ammorbato, ma nel caso qualcuno di voi abbia in programma un viaggio a Praga, be’… divertitevi! Avete fatto un’ottima scelta!

venerdì 18 agosto 2017

Penna alla mano #5: Scrivere di getto o pianificare?

Da un po’ volevo scrivere questo post, solo che non ero sicura se affrontare l’argomento. Oltre ad essere dibattuto è anche molto comune e non volevo scrivere l’ennesimo post sullo stesso argomento.
Ho letto spesso articoli che si chiedevano quale fosse il metodo migliore per ideare la trama di un romanzo, se progettarla tutta prima o andare avanti a ispirazione senza un progetto. Ogni autore ha un’opinione diversa in merito, ma penso che tutti ci possiamo trovare d’accordo nel dire che questa è una di quelle cose che cambia di persona in persona. Il metodo che per me è perfetto per qualcun altro può essere un totale fallimento, e viceversa.
Con i racconti brevi è semplice, la trama è poca ed è logico conoscere sin dall’inizio la fine della storia. Un romanzo richiede qualche riflessione in più sulla trama.
Quando ho scritto la mia prima storia lunga sono andata un po’ a tentoni, ma in seguito ho provato altri metodi. Mi sono resa conto che il primo, che avevo adottato per pura inesperienza, era quello che più si confaceva al mio modo di scrivere, anche se necessitava di qualche aggiustatina.

Le mie storie nascono sempre da un’idea che, molto spesso, si può riassumere in una domanda. Ad esempio mi chiedo cose come: “Che succederebbe se le nostre ombre prendessero vita?” o “E se in realtà oltre questa nebbia fittissima non ci fosse nulla? Se scendessi dall’auto e mi ritrovassi su un baratro nello spazio?”. Non penso mai che vorrei scrivere una storia di fantascienza o d’amore, o con uno stile predefinito, l’idea è sempre ridotta all’osso ed è un punto di partenza vago, da cui potrebbe nascere qualsiasi cosa.
Con queste premesse l’inizio della trama è facile da scrivere, è la necessità di ricreare un mondo o una situazione in particolare, mettere in gioco dei personaggi che possano sviluppare la problematica che mi ha interessato. In principio so che cosa deve succedere e come voglio che succeda, la maggior parte sono scene atte a inserire il lettore nella storia, a fargli conoscere i protagonisti, quindi ciò che accade non è ancora lo svolgimento centrale ma un preludio ad esso, un cominciare a intrecciare i fili, con una trama che si scorge appena.
Programmo la trama, infatti inizio a scrivere solo dopo aver messo giù qualche riga a mano su cosa voglio che accada, come voglio i personaggi e i punti fermi del romanzo, quelli su cui la storia poggia le sue basi (ossia la fatidica domanda che mi pongo prima di iniziare a scrivere). In questa fase non ho una fine del romanzo, se è per questo neanche una metà, ho ben delineato l’inizio.
Da qui inizia il lavoro più difficile, ma anche il più divertente.
Scrivo questa prima parte e so che più andrò avanti più le cose si complicheranno. Cominciano ad esserci dei vincoli nella storia, i personaggi hanno delle leve che li fanno muovere in questa o in quell’altra direzione. Devo inventare la trama in base a tutto ciò e ho dei punti fermi che ho bisogno mantenere. In questo lasso di tempo, mentre scrivo la prima parte di storia, di solito mi sono già venute in mente nuove idee su come farla continuare. A volte è un processo naturale, i personaggi hanno fatto delle scelte e ciò che segue sono le conseguenze di queste, oppure mi viene in mente qualcosa da aggiungere alla storia che darà una svolta alla trama, altre volte devo cercare la soluzione pensando a varie alternative, cercando un modo per cavare i protagonisti dallo stallo.
Dopo aver scritto l’inizio scorgo la continuazione ben chiara, ma solo a breve termine, mentre ho una vaga idea della direzione. In effetti è un po’ come guidare con la nebbia, vedi la strada subito davanti a te e sai che a cinque metri c’è un dosso, intravedi un semaforo, ma dopo? Lo scopri andando avanti.
Quando scrivo da un po’ capisco di che tipo di storia si tratta, se deve avere un finale felice, o triste, o amaro (spoiler: con me felice del tutto quasi mai, se non ci scappa il morto c’è almeno qualcosa di brutto con cui i protagonisti devono imparare a convivere, e comunque di morti ce ne sono già stati in precedenza). Il finale nel dettaglio lo scopro come il resto della trama, scrivendo, ma sapevo già di voler arrivare a quel punto. Ancora una volta mi viene utile il paragone della nebbia: conosco la meta, ma non la strada.


Ora, a voi: come scrivete la trama dei vostri romanzi? La programmate tutta in anticipo e dopo iniziate a scrivere? Oppure vi lasciate ispirare dalle sensazioni del momento? Siete un po’ simili a me, e la programmate poco alla volta? O avete ancora un altro metodo?