giovedì 27 aprile 2017

La lega dei cattivi – Parte 2

Seconda puntata della Lega dei Cattivi! Ultima puntata, in realtà.
Avevo una mezza idea di fondare anche “La compagnia degli eroi”, ma mi trovo in difficoltà a sceglierli. Ho sempre avuto un debole per i cattivi dei libri, e invece ho sempre cordialmente detestato i buoni (così noiosi e prevedibili, con le loro intenzioni pure, puah!). Rimane il fatto che certamente lo farò, prima o poi, nulla mi toglierà il piacere di stilare l’ennesima lista, che sia di buoni o di cattivi, non importa. Non si preca mai l’occasione per fare una lista.
Be’ ciancio alle bande, ecco come termina l’accozzaglia di cattivi dei libri, che a confronto le Suicide squad impallidiscono e si ritirano in un angolo a piangere.

Gli invisibili
Ci sono alcuni cattivi che non vedi mai, sai solo che sono da evitare e sconfiggere. Penso che si tratti di personaggi molto complessi nonostante tutto, che hanno richiesto all’autore grandi capacità: non è da tutti non mostrare un personaggio e riuscire a far trasparire il suo carattere, le motivazioni, il modo in cui influisce sulla trama e gli altri personaggi. Il mio cattivo preferito in questo senso è Sauron.
Esiste tutta una storia riguardo Sauron nei libri precedenti “Il signore degli anelli”, che ci spiega le sue origini, come ha acquisito il suo potere e di che razza sia. Ci sono opinioni divergenti al riguardo perché alcuni pensano che sia di una razza a parte, io quando avevo letto “Il Silmarillion” avevo capito che Sauron fosse un elfo, traviato da un essere malvagio di cui ora non ricordo il nome e quindi diventato in seguito anch’egli malvagio.
Il punto però è che Sauron non si vede mai nel Signore degli Anelli, seppure il libro porti come titolo proprio uno dei nomi con cui la Terra di Mezzo si riferisce a lui. Si parla solo dell’esistenza dell’Occhio di Sauron, che tuttavia non ha un ruolo attivo nella storia. Chi si muove sono i suoi eserciti, i suoi sottoposti, e in realtà non lo si vede fino alla fine, quando viene sconfitto. Se ci pensiamo bene uno dei cattivi più grandi di sempre, fisicamente non esiste. Tuttavia la sua personalità, la sua mente, la sola idea del suo ritorno, è talmente potente da soggiogare popoli e menti, da muovere eserciti, da indurre personaggi a iniziare più di una battaglia.
Essendo “Il signore degli anelli” un fantasy classico mi piace anche che le motivazioni di Sauron siano chiare fin dal principio, e del tutto non contestabili. Vuole conquistare la Terra di mezzo, e che male c’è in questo? Non è un desiderio strano, anzi, è un’ottima ragione per formare un esercito. In fondo è quello che ha cercato di fare l’Impero Romano per moltissimi anni, e se l’espansione territoriale ha smosso eserciti di persone, non vedo perché non debba farlo con eserciti di orchi.
Non so se il suo fascino sia dovuto proprio al fatto che non compare mai, ma Sauron rimane uno dei migliori antagonisti di sempre.

I nemici di loro stessi
Esistono dei cattivi che si mettono da soli i bastoni fra le ruote, un po’ per il bene del romanzo e la sua riuscita, un po’ perché il creatore li ha fatti nascere scemotti. Mi vengono in mente ad esempio tutti i cattivi dei fumetti più classici, importanti quanto un protagonista ma che riescono sempre a fallire qualsiasi cosa facciano (vedi Joker e Willy il coyote).
Pensandola in questi termini c’è il libro più famoso di Oscar Wilde e, con lui, il protagonista pessimo per eccellenza: Dorian Gray. Un ragazzo che ha tutte le fortune, è ricco, è bello, affascinante, è benvoluto e ha sconfinate possibilità di fronte a sé. Ovviamente riesce a mandare tutto in pappa solo a causa della sua stupidità. Sì, ci sono temi più profondi da analizzare nel “Ritratto di Dorian Gray”, lo sappiamo, ma personalmente ho sempre creduto che il peggior nemico di Dorian fosse Dorian. Mi ha sempre infastidita il fatto che si rovinasse la vita da solo, una vita, poi, che prometteva bene. Adoro “Il ritratto di Dorian Gray”, adoro la storia, l’atmosfera, la vicenda, ma Dorian mi ha sempre fatta pensare alle persone che sprecano le loro opportunità.
Lui rimane un personaggio della Lega dei Cattivi un po’ discosto dagli altri, che lo bullizzano perché dicono che non è un vero cattivo, dato che è il protagonista del suo libro (viene difeso solo da Voldemort, che in segreto ha sempre voluto che il suo nome fosse nei titoli dei libri della Rowling, e un po’ lo invidia per questo).

I giustificati
In alcuni romanzi il cattivo viene analizzato molto bene, talmente tanto in effetti che il lettore si trova a parteggiare per lui. Pensi che in fondo non abbia tutti i torti, che con lui sono sempre stati malvagi e tutti gli altri si meritano la sofferenza che il cattivo ha loro da elargire.


La prima cattiva cui ho pensato, che è anche la protagonista, è la Carrie del primo romanzo Stephen King. Ragazzina plagiata dalla follia fondamentalista cristiana della madre, presa pesantemente in giro da tutti, scopre di avere poteri telecinetici. Cos’altro potrebbe accadere?! E poi, diciamocelo, la maggior parte di quelli che lei ammazza fra atroci dolori erano veramente stronzi, vedere che la pagano per tutto quello che hanno fatto sembra frutto di una giustizia divina che raramente esiste nella realtà. Quindi sì, io tifavo per Carrie e una parte di me voleva che lei trionfasse completamente e si rifacesse una vita altrove, combattendo contro il bullismo.
Ultimo cattivo, ma non per questo meno importante, è forse quello meno conosciuto, ma che non potevo esismermi dall’inserire. Per il mondo di Abarat: Cristopher Carrion! Brutto, malvagio, sembra uscito da un malatissimo film dell’orrore. Invece no, è uscito dalla malatissima mente di Clive Barker, l’uomo che ci ha regalato Hellraiser. Sebbene la storia di Carrion non abbia lo stesso impatto di quella di Carrie, lo giustifichiamo lo stesso perché il personaggio viene dotato di immensa sensibilità. Con l’andare avanti della narrazione conosciamo il suo passato, i suoi sentimenti, le motivazioni che lo spingono, che per una volta vanno oltre il semplice voler essere potente. Carrion combatte contro altri mali, per il suo male. Vuole veder trionfare le tenebre e per farlo deve combattere con tenebre più subdole, che si rivestono di luce. Insomma, se mai leggerete Abarat, e non smetterò mai di consigliarvelo, ve lo possono garantire: amerete Cristopher Carrion.

E con questa puntata è finita la Lega dei Cattivi. Mi è piaciuto scrivere questi post, perché mi ha dato l’opportunità di ripensare a romanzi cui, altrimenti, non avrei ripensato.
Se ci saranno aggiunte alla lega verrete senz’altro a saperlo. Un buon cattivo non si può mai ignorare!

martedì 18 aprile 2017

Passaparola #5

Oggi un post diverso dai soliti che ultimamente popolano il blog, un post di segnalazione. Era da un po’ che non ricevevo richieste di segnalazione e mi ha fatto piacere.
Avevo già visto il titolo in questione altrove, e avevo letto la sinossi perché sembrava interessante. Sperando che anche voi la pensiate come me, a voi il Passaparola di oggi.

Titolo: Ritratto di dama
Autore: Giorgia Penzo
Editore: CartaCanta 
Genere: narrativa romantica
Data di uscita: marzo 2017
Prezzo di copertina: € 13.00 (presto disponibile anche in ebook)
Pagine: 152
ISBN: brossura (9788896629970)

Il viaggio di due anime che si amano da sempre e che combattono per incontrarsi, una favola metropolitana dalle atmosfere parigine.
Notte di San Lorenzo. Seduta su una panchina di fronte a Notre Dame una ragazza sembra aspettare qualcuno. Guillaume, studente di Storia dell’arte, la nota da lontano. Incrocia il suo sguardo e ha un sussulto: è identica alla famosa Belle Ferronnière ritratta da Leonardo da Vinci. Con una immediata complicità, dal Point Zéro inizia la loro passeggiata attraverso la Ville Lumière. I due parlano di ciò di cui è fatta la vita: arte, fato, desideri, morte. Ma soprattutto d’amore. A un passo dall’alba, la ragazza svela a Guillaume il suo segreto…

lunedì 10 aprile 2017

Penna alla mano #2: scrivere scheletrico o grosso?

Mi è capitato di recente di leggere libri scritti con uno stile molto diverso, che pure hanno avuto grande successo di pubblico (uno di questi ha vinto il Pulitzer, quindi ho detto tutto). Si tratta di romanzi molto diversi fra loro, che assolutamente non possono essere paragonati. Uno è “La strada”, di Cormack McCarthy, l’altro “La scopa del sistema”, di David Foster Wallace. Per farla breve il primo è ambientato in un futuro post bomba nucleare in cui padre e figlio lottano per sopravvivere nella desolazione più completa, il secondo è un romanzo postmodernista senza una trama precisa, ma ricco di contenuti sociali e filosofici da metabolizzare.
Non potevo scegliere nulla di più diverso, me ne rendo conto, ma li ho paragonati perché mi hanno fatta riflettere su una questione puramente stilistica.

McCarthy è conosciuto per la sua prosa secca, senza fronzoli. Non ho letto altri libri dell’autore, ma facendo qualche ricerca ho scoperto che è un suo tratto distintivo.  DFW invece ha scelto per il suo primo romanzo (una prova incredibile, se si pensa che aveva solo ventiquattro anni) un tono verboso e molto complesso. Dati la trama e l’intento dei due libri non mi stupiscono le scelte degli autori, sono entrambe azzeccate e rispecchiano ciò che vogliono narrare e trasmettere.
Mi sono quindi domandata se la scelta dello stile dipende dal romanzo o dall’autore.
I libri che sto confrontando avrebbero avuto lo stesso impatto se, ad esempio, la prosa di McCarthy fosse stata più fluida? O se la Wallace avesse preferito un tono più leggero, che ammiccava anche al lettore occasionale, per la sua storia? Personalmente credo di no. Avrebbero potuto essere entrambi ottimi libri, ma con molte probabilità avrebbero perso qualcosa, McCarthy un po’ della potenza e l’angoscia che la sua storia trasmette, e Foster Wallace l’intento sociale della propria.
Dopo essermi risposta a queste domande mi sono detta che un autore dovrebbe scegliere il suo stile a seconda delle storie che racconta. Un giallo o un thriller troppo prolisso potrebbe perdere in azione, mentre un fantasy classico verrebbe privato della sua magia se non ci soffermassimo a lungo sulle descrizioni del mondo alternativo creato ad hoc per i lettori.
Sono abbastanza convinta che, nel limite del ragionevole, un ottimo autore è anche capace di flessibilità. Adatta lo stile al romanzo, e non viceversa, per poter esprimere al meglio che vuole, e questo sempre senza perdere i suoi tratti distintivi.

A questo punto ho riflettuto sul mio ‘tipo’ di scrittura e penso proprio di far parte di quella fetta di autori che preferisce lunghe frasi poetiche, di stampo classico.
Mi viene naturale scrivere in quel modo (ogni taglio in revisione è un pezzetto della mia anima che si stacca e fa ‘ciao ciao’), forse perché fatico prima di tutto a leggere una narrazione troppo frammentaria, quindi fatico anche a scriverla. Infatti è stata una faticaccia leggere “La strada”, che pure conta un centinaio di pagine scarse – anche se consiglio caldamente il film con Viggo Mortensen, che già solo perché è Aragorn è il mio eroe – mentre è stato paradossalmente più semplice leggere “La scopa del sistema”, senza una trama o un appiglio narrativo a guidarmi nell’impresa.
Mi sono resa conto che questo tipo di scrittura è quella che più si avvicina alle storie che vorrei scrivere, che aiuta a suscitare ciò che vorrei nel lettore, ossia un lento immergersi in un mondo differente, come quando ci si immerge in vasca per fare un bagno rilassante.
Avete mai trovato una storia molto bella con uno stile che non gli si addiceva? E come preferite scrivere? A piccole frasi secche che vanno dritte al punto e mozzano il fiato, o a lunghi paragrafi che insinuano curiosità?

martedì 4 aprile 2017

I miserabili vol. II – Victor Hugo

Questo volume non mi ha entusiasmata come il primo.
Le tematiche approfondite sono diverse ed è stato più complicato immergersi nella lettura perché non mi interessavano granché. Ho saltato alcune parti, lo ammetto. Inoltre ci sono dei dettagli che non mi hanno convinta.
Ma prima, un piccolo riassunto. Per quanto piccolo io possa riuscire a farlo.


Jean Valjean e Cosette
Avevamo lasciato Jean Valjean a prendersi cura della piccola Cosette. I due trovano rifugio in un convento di clausura, nel quale lavora come giardiniere un uomo cui Jean Valjean aveva salvato la vita ai tempi in cui era sindaco. Questi, non sapendo nulla della vera identità di Jean Valjean come ex forzato, lo aiuta, dicendo al convento che abbisogna di un aiutante e facendo passare Jean Valjean come suo fratello minore.
Cosette e l’uomo trovano protezione nel convento, dove la bambina riceverà un’educazione con la prospettiva di farsi suora una volta cresciuta, inoltre Jean Valjean è sfuggito ancora una volta al poliziotto Javert, il quale però è ormai certo che il detenuto non sia affatto morto come aveva fatto credere.

Marius de Pontmercy è ancora un bambino quando viene affidato al nonno e cresce nella convinzione che il padre non gli voglia bene. In realtà l’uomo soffre molto di questa lontananza ma il nonno di Marius pensa che possa avere una cattiva influenza sul bambino, poiché ha combattuto nelle guerre napoleoniche e non apprezza le sue idee politiche, quindi ha preso accordi perché Marius rimanga lontano da lui.
Alla morte del padre Marius scopre ogni cosa e, da imbarazzato che era della sua figura, ne diviene fiero. Lascia la casa del nonno e il suo orgoglio gli impedisce di accettare qualsiasi aiuto economico. Impara un mestiere, abbandona gli agi e dedica la vita al lavoro, alla cultura e al pensiero filosofico. Il suo sogno è di trovare un certo Thenardier, che nel testamento suo padre aveva descritto come l’uomo che gli aveva salvato la vita. Ignora che la famiglia Thenardier è caduta in disgrazia e abita nella stanza accanto alla sua sotto falso nome per sfuggire ai creditori. Inoltre il giovane si è innamorato di una ragazza che vede sempre al parco ma che non riesce a rintracciare poiché il padre di lei, che lui chiama fra sé e sé signor Leblanc, ha notato l’interesse del giovane e ostacola gli incontri fra i due.
Per curiosità Marius sbircia nella camera accanto alla sua e vede che i Thenardier vivono nella miseria, ma sono anche dei farabutti. Scopre che vogliono vendicarsi del signor Leblanc e la bella figlia di cui è innamorato, sostenendo di riconoscere nell’uomo colui che rapì una bambina che era stata a loro affidata. Marius avverte la polizia e l’ispettore Javert organizza ogni cosa per tendere un agguato ai Thenardier, che erano rimasti d’accordo con Leblanc perché tornasse a casa loro la sera stessa. Dal suo punto di osservazione nascosto Marius scopre che quella famiglia altri non sono che i Thenardier, cui suo padre doveva la vita. Javert fa irruzione nella stanza e arresta tutti quanti, a eccezione di Leblanc, che fugge dalla finestra senza che nessuno lo noti.

Cosette e Marius
Dopo gli anni passati in convento Jean Valjean, che ad ogni fuga impara qualcosa di nuovo, decide che Cosette non merita la clausura ma la vita, così quando la bambina è ormai cresciuta si licenzia e compra diverse case a Parigi. Non vive mai per troppo tempo nella stessa abitazione e conduce una vita che non dà nell’occhio.
Cosette diventa ogni giorno più bella e Jean Valjean ha paura di quando sarà il suo momento per sposarsi, poiché lo lascerà solo. Cerca infatti di impedire in ogni modo che il giovane che li segue e chiede di loro venga a conoscere l’identità di Cosette, tuttavia nota che la ragazza è molto triste da quando non incontra più il giovane durante le loro passeggiate.
Marius viene a sapere l’indirizzo di una delle case di Jean Valjean da Eponine, la figlia dei Thenardier, che è invaghita di lui. Si reca di fronte alla casa diverse volte e osserva senza farsi vedere, lascia una lettera d’amore a Cosette e, una sera in cui Jean Valjean non è in casa, i due innamorati si incontrano.


Temo che il commento vero e proprio sarà più corto del riassunto, che pure ho cercato di stringare il più possibile. Forse non ho il dono della sintesi.
Accennavo al fatto che non ho amato questo volume come il primo e il motivo è presto detto. Ho trovato piuttosto noiose le parti in cui Hugo si dilunga sulla storia e sulla politica, quasi accademiche. Immagino comunque che sia una questione di gusti perché ad esempio ho trovato interessantissima la lunga digressione sul convento di clausura, le parti dedicate ai vari personaggi (i rivoluzionari amici di Marius e i delinquenti alleati di Thenardier), oltre che la descrizione appassionata che l’autore dà dei monelli di Parigi e della città stessa – passione che immagino derivi dal fatto che, nel periodo in cui ha scritto “I miserabili”, Hugo era stato esiliato dalla Francia.
Alla fine del precedente capitolo pensavo di dover abbandonare Jean Valjean, ma sono stata lieta di ritrovarlo all’inizio di questo volume. Affezionarsi a lui è facile perché è profondamente umano. Tenta di essere un buono ma, allo stesso tempo, sfugge alla legge che pure giustamente lo reclama. Mi sono affezionata anche a Marius (che oltre ad essere adorabile per me ha il viso di Eddie Redmayne, quindi lo adoro anche di più), che Hugo descrive come un giovane responsabile, eppure ad un tratto attanagliato dall’amore e dalle passioni, che cominciano a governare la sua vita.

Mi è piaciuto ritrovare un dettaglio che c’era anche in “Notre Dame de Paris”, l’unico altro libro dell’autore che abbia mai letto, nel modo in cui Marius spia i Thenardier, e che sarà cruciale per lo svolgersi della vicenda. Allo stesso modo Claude Frollo aveva spiato la Esmeralda e Phoebus cocente d’invidia, quando i due si incontrano di nascosto.
Un altro parallelismo mi viene in mente. In “Notre Dame de Paris” ci sono molti dettagli lasciati al caso, che potremmo considerare coincidenze, ad esempio il fatto che la pazza rinchiusa nelle segrete sia proprio la madre di Esmeralda, con cui lei parla solo per un caso fortuito, che i bambini scambiati alla nascita siano Esmeralda e Quasimodo, che si rincontrano dopo anni e proprio loro intessono la tela della storia – o quasi. Sono dettagli non cruciali, non indispensabili per la riuscita del romanzo, che tuttavia è bello trovare forse anche proprio per questo motivo.
La coincidenza gioca un ruolo molto più importante in “I miserabili”, tanto da risultare poco credibile. Voglio dire, quante possibilità c’erano che Marius abitasse proprio vicino ai Thenardier, coloro cui doveva fare del bene? E quante possibilità c’erano che si rivolgesse proprio al poliziotto Javert per risolvere il suo problema, con tutti i poliziotti che c’erano a Parigi? E ancora, Jean Valjean è capitato per caso proprio nel convento in cui lavora un uomo che gli deve un favore, e così viene salvato. Insomma, una volta il deus ex machina va bene, ma quante volte vogliamo utilizzarlo?
Penso sia questa la cosa che più mi ha indispettita, trovare così tante coincidenze e così indispensabili per la riuscita della storia. Se uno di questi casi fortuiti non si fosse verificato la trama si sarebbe inceppata, ma non credo sia possibile che ne capitino così tanti a un solo gruppo di personaggi.

Sto sperando nel prossimo e ultimo volume, in realtà nonostante possa sembrare da questo commento che la storia stia perdendo punti ai miei occhi, sono impaziente di conoscere il seguito. Attendo in particolar modo una parte più importante per Eponine e Gavroche il monello, e aspetto di vedere un ultimo confronto tra Javert e Jean Valjean.
Sono giunta alla conclusione che non c’è mai abbastanza Hugo, nel mondo.

giovedì 30 marzo 2017

La Lega dei Cattivi – Parte 1

Chi legge di quando in qua questo blog forse avrà notato che a volte simpatizzo per i cattivi delle storie. Nei libri capita spesso che il protagonista mi dia noia, e spezzo sempre una lancia in favore dell’antagonista. Penso sia una questione di giustizia: tutti ce l’hanno con il cattivo di turno, ma senza di lui l’eroe non avrebbe nessuno da combattere. L’eroe riscuote successo di pubblico, è logico, sta dalla parte del Bene. Ma cosa dovrebbe fare un povero cattivo che fa solo il suo mestiere? Io sono dalla parte dei cattivi, che saranno sempre troppo bistrattati per i miei gusti.
Ci sono alcuni cattivi, poi, che mi piacciono molto e, sebbene alla fine sia naturale tifare per la vittoria del protagonista, quasi mi dispiace che il cattivo abbia fallito. Sono personaggi con personalità, intelligenti, che hanno delle motivazioni molto più profonde del classico “conquistare il mondo” di Mignolo con Prof.
Inolte, non dimentichiamolo, il cattivo ha sempre l’opportunità di comportarsi male senza sfigurare. Da un cattivo ci aspettiamo che rapini una banca, si faccia una collana di teschi di coniglietti fuffosi, prenda in giro i protagonisti con scherzi stupidi. Non ha una reputazione da proteggere, i cattivi possono permettersi molto di più, come personaggi. Cose più divertenti.
Quindi ecco qui i cattivi di cui ho letto e che mi sono piaciuti. Una sorta di Lega dei Cattivi delle mie letture.

I puristi
Questi sono coloro che sono cattivi nell’animo, che fanno del male consapevolmente e sono felici di farlo. Ammetto che le motivazioni di alcuni siano tutt’ora non chiarite, altre non pervenute, altre semplicemente malate. Ma essere cattivo nell’animo ha questa piccola difficoltà: vuoi essere cattivo e basta, sei nato così, e le motivazioni che ti spingono sono a volte banali. Vallo a spiegare, ai lettori, che ti hanno scritto così.
Il primo cattivo che chiamo in causa è la signorina Trinciabue, dal romanzo per bambini “Matilda” di Rold Dhal. Quelli di Dahl sono forse i cattivi migliori, liberi da ogni aspettativa perché quello che un bambino vuole da un cattivo, è solo che sia cattivo. Non c’è bisogno di spiegare tanto il perché, non è quello che interessa. E poi lo sanno tutti che le streghe odiano i bambini, che i giganti li mangiano e che a volte anche fra gli adulti che conoscono si può celare un cattivo coi fiocchi. È questo il caso della signorina Trinciabue, la crudele preside della suola di Matilda, una ex campionessa di lancio del peso che si è reinventata preside, per terrorizzare tutti gli allievi! Una parte di me aveva il timore che potesse in ogni momento arrivare nella mia scuola per fare l’insegnante. Di matematica, magari.
Un po’ più cattivo e molto più famoso è Tom Riddle, alias Voldemort. Scelta scontata forse, ma era d’obbligo inserirlo, se non lo avessi fatto si sarebbe risentito. Ho sempre trovato Voldemort un personaggio affascinante, paradossalmente lo era di più nei primi libri, quelli dove non c’era fisicamente ma la sua presenza aleggiava su tutta la storia. Questo è uno di quei cattivi di cui vuoi conoscere il passato, che ti incuriosiscono, e che una piccola parte di noi vorrebbe veder trionfare anche solo per sapere che cosa avrebbe fatto dopo.
Ultimo dei puristi, un altro personaggio femminile: Annie Wilkies, nata dalla penna di Stephen King per il romanzo “Misery”. Questo è stato uno dei pochissimi personaggi che mi abbia terrorizzata di notte. Sognavo infermiere pazze che si avvicinavano furtive al mio letto con un’ascia stretta fra le mani. La sensazione era un po’ di paura e un po’ di adrenalina, quel sentore angoscioso che ci attanaglia quando è buio e la fantasia corre. Scrittori famosi di tutto il mondo, guardatevi dai vostri fans numero 1.

Gli insospettabili
Questo nome è derivato più dal genere di appartenenza di questo tipo di cattivo, ovvero i gialli. Non è un genere che leggo molto, è vero, ma in quei pochi che ho letto vi ho trovato dei cattivi stupendi, alcuni dei più interessanti. I cattivi dei gialli hanno un vantaggio, rispetto agli altri, per essere fedeli al loro genere di appartenenza devono essere scaltri, intelligenti, astuti, e guidati da un obiettivo così forte da portarli persino all’omicidio. Se il libro è scritto bene saranno sempre quelli di cui non avresti mai sospettato.
Il primo indiziato è il giudice Lawrence John Wargrave, che Agata Christie inserisce fra i cadaveri ritrovati a Nigger Island in “Dieci piccoli indiani”. Il libro di per sé non descrive moltissimo i suoi personaggi, ma del giudice si può intuire tutto alla fine, o si possono solo fare ipotesi. Un folle? Un uomo consimato dai sensi di colpa? Di sicuro un cattivo infallibile, che nessuno avrebbe mai scoperto se non fosse stato per la sua stessa confessione postuma.
Altro giallo, altro insospettabile. “Il nome della rosa” di Umberto Eco presenta uno dei cattivi più innocui e al contempo pericolosi, Jorge da Burgos. Monaco ed ex bibliotecario ormai vecchio e cieco, è disposto a uccidere e a morire per conservare i segreti più oscuri della biblioteca del monastero, segreti che potrebbero cambiare la vita stessa dei religiosi di ogni ordine. Il libro è molto complesso e sfido chiunque a capire che il vero cattivo di tutta la vicenda è proprio lui (non lo aveva capito nemmeno il protagonista, quindi mi sa che noialtri abbiamo poche possibilità). Tuttavia è un personaggio che colpisce, più che per la sua malvagità per la sua tenacia, per il sacrificio che è disposto a compiere. Completamente folle, ma non per questo meno magnifico. Personaggi come lui se ne trovano pochi, nei libri.

Nella piccola lista che ho compilato per scrivere questo post c’è ancora qualche cattivo che aspetta il suo turno, ma aspetterà ancora un po’ altrimenti il post sarebbe lunghissimo!
E poi non è sicuro mettere troppi cattivi tutti assieme, chissà che cosa potrebbero combinare. Già il giudice Wargrave con a disposizione un’accoppiata come Annie Wilkies e la signorina Trinciabue è pericolosissimo.
Qualche altro cattivo da suggerire?

lunedì 20 marzo 2017

Penna alla mano #1: I jolly dell’arte

Ho notato che sto parlando molto più spesso di aspetti più tecnici della scrittura, aspetti che potrebbero interessare più chi scrive che chi legge. Per questo ho deciso di creare la rubrica Penna alla mano, in cui blaterare di scrittura, annessi e connessi.
Quindi, cominciamo!

Chiunque voglia produrre arte prima o poi incappa in alcuni termini che potrebbero mettere soggezione: creatività, ispirazione e talento.
Penso che tutti quanti vengano usati ormai troppo spesso, tanto che in alcuni contesti perdono il loro significato principale e, sebbene sappiamo benissimo che cosa significhino, vengono interpretate in maniera sottilmente diversa. La creatività diventa sinonimo di novità, l’ispirazione si traduce in idea e il talento viene tirato in ballo molto spesso solo quando si ha una già conquistata fama.
È difficile definire questi elementi, ma dato che mi domando spesso cosa siano, be’, sarà il caso di farlo.


Queste parole sono abusate proprio per il fatto che è difficile assegnare loro un significato univoco, che tutti interpretino in un solo modo. Accade con tutte le parole che descrivono qualcosa di astratto e non dobbiamo stupircene, tuttavia quando un critico o anche solo qualcuno che commenta un’opera si avvale di uno di questi termini è difficile, se non si è d’accordo, dare una diversa opinione, perché è difficile capire che cosa un critico intenda per ‘talento’, ‘creatività’ o ‘ispirazione’.
Inoltre come si fa a misurare la creatività di qualcosa, o il talento di qualcuno, come si fa a capire quanto è dato dall’ispirazione e quanto dal lavoro? Non si può. Quando leggo una recensione e vedo usare questi termini non capisco esattamente cosa vogliano dire, vi vedo solo un blando complimento, quasi come se il recensore volesse tirarsi fuori da un impiccio. Dico talento per adulare l’artista e dico creativo per descrivere l’opera. Lo dico perché non so che cosa dire.
Se un giorno scrivessi qui sul blog che Caravaggio aveva un grande talento a cosa servirebbe? Tutti sanno della sua bravura, ma come posso dimostrare che la sua era un’inclinazione naturale? E anche facendolo, cosa cambia? La mia critica, se basata unicamente su questo fatto, diventa sterile, una sottolineatura dell’ovvio. Sappiamo tutti che Caravaggio era molto capace, ma perché dovrei apprezzare i suoi dipinti? Tuttavia nessuno può dire che non ho ragione e la mia critica potrebbe anche essere apprezzata da qualcuno che non si pone certe domande (come fa la sottoscritta mandando il proprio cervello in pappa).
Ecco perché questi sono termini jolly.

La creatività credo sia l’unica, fra queste doti, a poter essere coltivata. La creatività è un muscolo da allenare e non viene usata solo per creare, ma per la vita. Io la vedo come qualcosa che ci permette di affrontare una situazione e risolverla in modo diverso ogni volta, a seconda delle necessità e delle possibilità. La creatività è arrivare alla stessa soluzione percorrendo strade nuove e sempre diverse, senza fossilizzarsi su un percorso definito.
Diverso è il discorso per gli altri due. Se essere creativi è qualcosa che dipende da noi, l’ispirazione e il talento sono incontrollabili, o comunque innati. Soprattutto il secondo.
Il talento è la capacità di fare qualcosa e ottenere buoni risultati con relativa facilità, laddove altri devono impegnarsi. Ho sentito moltissime volte parlare di talento, persone chiedersi se ne hanno abbastanza, altri chiedersi se è indispensabile, io stessa mi sono fatta queste domande. Io credo che non lo sia. Credo che il talento sia utile per fare qualsiasi cosa, anche scrivere, ma chi ne fosse sprovvisto non deve disperare. Chi non ha talento ripiega su studio e passione e in questo modo può raggiungere gli stessi risultati. Chi ha talento… be’, è fortunato.
La più difficile per me da capire è l’ispirazione. Nel suo blog Scrivere è vivere, Grazia Gironella aveva scritto un post sull’ispirazione, dicendo che è diversa per ognuno di noi. Sono d’accordo e forse è per questo che l’ispirazione, in questo post, è il mio argomento preferito. Non c’è modo di definirla perché è personale, in un certo senso è creata da noi perché arriva dai recessi più profondi del nostro essere, plasmata così come abbiamo bisogno di riceverla. Più che sembrarmi una dote mi sembra un momento fugace, tutto mio: il momento in cui sono tranquilla, particolarmente di buon umore, parole e idee arrivano senza sforzo e sono soddisfatta del mio lavoro. È uno stato d’animo che posso cercare di raggiungere, ma che alla fine arriverà con i suoi tempi e sul quale non ho alcun controllo reale. Questo non mi impedisce lo stesso di scrivere, perché se scrivessi solamente quando sono ispirata scriverei pochissimo.

Spesso ci si domanda se si hanno le capacità per scrivere, o dipingere, o fare musica o installazioni artistiche, di design e chi più ne ha più ne metta. Ci mettiamo sempre di mezzo questi termini che, in fondo, non sappiamo descrivere e che sono un mistero per tutti. Sembra che senza non sia possibile fare qualcosa degno di nota.
Scrivere questo post mi ha fatta riflettere. Certo essere creativi, ispirati e talentuosi può aiutare, ma alla fine le uniche cose davvero fondamentali per riuscire sono lo studio e la passione. Molto più inquadrabili, molto più terrene se vogliamo, più comprensibili e semplici. Il resto è un jolly e non è detto che capiti nel nostro mazzo, ma abbiamo comunque tutte le possibilità di giocare una buona partita.

martedì 14 marzo 2017

L’ultimo degli uomini – Margaret Atwood

Ricordo benissimo come sono arrivata a questo libro. In biblioteca avevo visto, fra le novità, “L’altro inizio”, che mi aveva incuriosita sin dalla copertina. Leggendo la trama ho scoperto che era il terzo della “MaddAddam Trilogy”, così sono incappata in “L’ultimo degli uomini” (titolo originale: Oryx and Crake), dell’autrice canadese Margaret Atwood.
Di solito evito le saghe ed è da anni che non ne inizio una. Ha giocato a favore di questa il fatto che fosse già conclusa, il che mi risparmia l’attesa spasmodica per il prossimo volume, inoltre la trama è troppo, troppo interessante.

La narrazione alterna il presente al passato senza uno schema preciso, apparentemente in base ai ricordi del protagonista, che in seguito ad un disastro di portata mondiale rimane l’unico essere umano sulla terra. Ha abbandonato il suo vecchio nome, Jimmy, per riferirsi a sé stesso con l’appellativo di Uomo delle Nevi.
Il mondo in cui vive è tossico. Uomo delle Nevi non può stare al sole per troppo tempo, non può fare il bagno in mare, deve dormire su un albero a causa degli animali pericolosi creati dall’uomo tramite manipolazione genetica, e che ora popolano la terra e si stanno inselvatichendo. Gli unici a far compagnia al protagonista sono i cosiddetti Figli di Crake.
Creati per essere perfetti, copiano molti dei comportamenti animali e il loro DNA è costruito ad hoc per evitare tutto ciò che gli umani hanno di ‘sbagliato’. Mangiano solo radici ed erbe, non conoscono la territorialità se non per proteggere la loro specie, possono vivere solamente trent’anni e, una volta raggiunta la maturità, si riproducono solamente ogni tre anni. I meccanismi che regolano la loro società sono costruiti per evitare diseguaglianze razziali, poiché i Figli di Crake nascono ognuno con un colore diverso di pelle, sessuali, poiché la loro specie non conosce il desiderio se non in relazione alla riproduzione in determinati periodi. Dovrebbero essere la specie che salverà il mondo, pensata per sostituire gli umani e vivere in armonia con la natura.
Uomo delle Nevi ricorda e si interroga. Come si è arrivati a tanto? C’era un modo diverso da quello escogitato dal suo migliore amico, Crake, per cambiare le cose o si era giunti troppo in là?

Credo di averne già parlato in relazione a “L’atlante delle nuvole”, di David Mitchell. La mia idea riguardo alla tecnologia e di come la stiamo utilizzando può essere definita… forse poco popolare. Ma credo che sia ciò che l’autrice di questo libro vuole dire: il fatto che possiamo fare qualcosa non significa che dobbiamo per forza farlo.
Il libro è ambientato in un futuro che, secondo me, non è poi così improbabile. La manipolazione genetica nel romanzo ha raggiunto livelli di eccellenza tali da poter creare una nuova specie, quindi nulla di ciò che potete immaginare è impossibile. Gli scienziati hanno creato degli animali, i proporci, per tenere in incubazione organi umani da usare nei trapianti; i bambini si programmano con caratteristiche decise dai genitori; hanno inventato una macchina che fa nascere e nutre solo il petto del pollo, un petto fatto di sola carne che succhia nutrimento e non pensa, non sente dolore, non è chiaro se la sua possa considerarsi vita, ma nutre migliaia di persone e quindi perché non usarlo?
I cittadini che stanno meglio vivono nei Recinti, piccole oasi di benessere che crescono attorno alle grandi aziende, che forniscono ai loro dipendenti tutto ciò di cui hanno bisogno: case, scuole, centri commerciali, ospedali, e tutto quel che la città deve offrire. Fuori dai Recinti ci sono le Plebopoli, ossia il resto del mondo. La terra è devastata dal clima terrestre che si è fatto ostile a causa dello sfruttamento senza controllo di ogni risorsa naturale, ci sono carestie, criminalità, povertà, ignoranza.
La cosa che mi ha fatto riflettere è che il mondo dipinto dall’autrice non mi sembra così strano o incomprensibile. Laddove la scienza può tenta sempre di fare qualcosa, e quando si pensa di aver raggiunto un risultato ci si domanda: «Perché non andare oltre?». Tuttavia a mio parere ci sono dei limiti che non dovrebbero essere superati anche avendo la possibilità di farlo. A questo punto dovremmo chiederci: chi ha il diritto di decidere qual è il punto da non superare?
Nel romanzo ci sono alcune cose che di certo siamo portati ad aborrire, come il petto di pollo fine a sé stesso (fa ridere dirlo così, ma la descrizione è aberrante), o il fatto che gli esseri umani si fanno trapiantare organi che crescono dentro fabbriche a forma di maiale. Siamo in un futuro che ha eliminato alcuni dei tabù che noi conosciamo, utilizzando gli animali a piacimento dell’uomo. Ma non abbiamo già iniziato questo processo? Facciamo esperimenti sugli animali, li usiamo come cavie, li cloniamo. La vita stessa dell’animale ha un significato diverso dalla vita umana, quindi non trovo strano che l’uomo, in un futuro, possa giustificare qualsiasi mutazione genetica sugli animali in base al fatto che «tanto sono animali».
Da qui a fare la stessa cosa sulle persone, quanta distanza c’è? Da qui al futuro che la Atwood dipinge così cupo, manca davvero tanto?

Mano a mano che il tempo passa stiamo perdendo molti dei nostri tabù, è già accaduto. Pensiamo di poter disporre del mondo come vogliamo e solo negli ultimi decenni si sta creando una coscienza collettiva, perché ci stiamo rendendo conto che la terra non è una fonte inesauribile di energia e che l’abbiamo danneggiata.
“L’ultimo degli uomini” ci presenta un mondo già al termine della sua vita. Una società umana priva di morale, una terra sull’orlo del disastro ambientale. Pensare che possa essere possibile mi ha un po’ inquietata, per questo vi consiglio di leggere il romanzo. E di farlo leggere ad altri, che magari lo faranno leggere ad altri.
E così un giorno, chissà, magari eviteremo di mangiare pollo transgenico.

lunedì 6 marzo 2017

Di trilobiti e scarichi otturati

Leggendo “Northanger abbey” mi sono resa conto che la narrativa di genere è sempre stata considerata di bassa qualità, e c’è sempre stata una distinzione fra una narrativa ‘alta’ e una ‘popolare’. Ho cominciato a pensare alle differenze che rendono un libro popolare e me ne sono venuti in mente a bizzeffe.
Un romanzo con caratteristiche che lo includono in un filone letterario è narrativa di genere. Il suo intento spesso non è di denuncia, non sottolinea un problema sociale o politico, si limita a cercare di allietarci – da qui il termine ‘di evasione’. Un romanzo di genere non vuole per forza far passare un messaggio o un ideale, vuole semplicemente intrattenere il lettore, che vi legge un messaggio molto spesso personale.
Poi ho pensato a quali sono le caratteristiche della letteratura definita ‘alta’ e mi sono resa conto che non ci sono criteri, che la letteratura con la L maiuscola raggiunge quello stato inconsapevolmente, senza sapere come né perché è geniale. Che cosa rimarrà della letteratura fra mille anni? Gli uomini del futuro guarderanno alla nostra epoca, leggeranno i nostri capolavori, ma sarà davvero noi che questi capolavori rappresentano?
Penso che la letteratura popolare sia molto più vicina alla persona di quanto non lo sia la letteratura cosiddetta alta. Se dovessi dire che assomiglio ad un libro non citerei mai i lavori di Herman Hesse, Charles Bukowski (grazie al cielo), Franz Kafka. Penso che assomiglierei più a un romanzo di genere perché riflette con semplicità le emozioni che la gente prova a caldo, spontaneamente, che esprime tutti i giorni e senza le paturnie che la letteratura porta con sé e che sono seppellite molto più in profondità in ognuno di noi.
La letteratura rispecchia pensieri e stati d’animo molto criptici, universali certo, ma sui quali durante la vita ci si interroga poche volte. Le persone sono più impegnate a vivere nella normalità, nelle piccole sfide di tutti i giorni, non capita spesso che ci guardiamo dentro per cercare di scandagliare i nostri pensieri più profondi. Quello lo fa un autore quando sta scrivendo Letteratura, ma non è quello che prova quando si alza al mattino e pensa a portare i figli a scuola, a dare da mangiare al gatto, a chiamare l’idraulico perché gli si è intasato lo scarico, a dover fare ginnastica ché sta mettendo su pancia, e poi, ricordiamolo, deve mettersi sotto e scrivere!
Credo che per la maggior parte del tempo siamo più superficiali di quanto non vorremmo, tutti quanti, ma non c’è scritto da nessuna parte che sia un male. Pensate a come sarebbe il mondo se passassimo il nostro tempo a ragionare su questioni filosofiche. Probabilmente saremmo ancora trilobiti perché avremmo usato tutte le nostre energie per pensare invece che per evolverci. Saremmo tutti trilobiti molto saggi.
La letteratura di genere non richiede lo sforzo di comprenderla a tutti i costi, richiede solo di essere letta. E, se proprio devo essere sincera, non è che io comprenda poi così bene la letteratura. Mi sembra di carpirne una particina quando mi sento particolarmente ispirata, ma per il resto mi rimane oscura.
Non voglio sminuire la narrativa popolare con questo post, al contrario vorrei che la sua importanza fosse riconosciuta. La narrativa popolare rappresenta la parte di noi che viene a galla, la letteratura rappresenta quel che c’è in profondità. Ecco perché è giusto che entrambe esistano e che abbiano la stessa importanza.

martedì 28 febbraio 2017

Segnala(la)libro #7

Titolo: La sovrana lettrice
Autore: Alan Bennett

A una cena ufficiale, circostanza che generalmente non si presta a un disinvolto scambio di idee, la regina d’Inghilterra chiede al presidente francese se ha mai letto Jean Genet. Ora, se il personaggio pubblico noto per avere emesso, nella sua carriera, il minor numero di parole rischia una domanda del genere, qualcosa deve essere successo. E in effetti è successo qualcosa di semplice, ma dalle conseguenze incalcolabili: per puro accidente, la sovrana a scoperto quegli oggetti strani che sono i libri, non può più farne a meno e cerca di trasmettere il virus della lettura a chiunque incontri sul suo cammino. Con quali ripercussioni sul suo entourage, sui sudditi, sui servizi di sicurezza e soprattutto sui lettori lo scoprirà solo chi arriverà all’ultima pagina, anzi all’ultima riga. Perché oltre alla irrefrenabili risate questa storia ci regala un sopraffino colpo di scena – uno di quei lampi di genio che ci fanno capire come mai Alan Bennett sia considerato un grande maestro del comico e del teatro contemporaneo.

Premetto che ho un debole per l’Inghilterra e gli inglesi. Non tanto per la letteratura, non faccio mai caso alla nazionalità di un autore, a meno che non scopra che il libro è strettamente legato alla sua cultura.
No, mi piace l’Inghilterra perché mi piacciono alcuni piccoli dettagli. Mi piace l’idea di un cottage in campagna, della sala da tè piena di alzatine con biscotti e pasticcini, mi piace il loro accento e la metropolitana di Londra (così comprensibile rispetto ad altre!), mi piace che lì il teatro non costi uno sproposito e che gli anziani londinesi posseggano così tanta dimestichezza con la tecnologia (mai visti così tanti vecchietti con lo smartphone come a Londra). Insomma, mi piace l’Inghilterra così come piace a qualcuno che non ci vive.
Detto questo, un po’ la famiglia reale mi lascia perplessa. Non capisco questo amore per loro, probabilmente perché non sono inglese. Ammetto di ridacchiare sempre un po’ di gusto quando qualcuno fa delle battutine rivolte a loro, ma non è per cattiveria. Ho raggiunto un grado di simpatia tale per la figura bonaria e totalmente innocua e di facciata che è la regina (almeno come appare al giorno d'oggi), che ormai mi sono presa certe libertà e la chiamo “La Betty”.

Non leggo spesso libri che parlano di libri perché ho paura di scoprire romanzi stucchevoli, smielati – perché è come divento io quando parlo di libri, e una parte di me si odia perché percepisco l’imbarazzo nell’interlocutore. L’ultimo che ho letto deve essere stato un paio di anni fa e ricordo che era carino, ma non abbastanza da recensirlo ad esempio, e con una morale più che mai buonista.
Unire i libri agli inglesi, e più che mai alla regina, è stato un guilty pelasure. Ho già letto Alan Bennett e sapevo più o meno a che cosa andavo incontro, infatti il libro non mi ha delusa.
Perché qualcuno dovrebbe leggerlo? Be’, anche se non amate l’Inghilterra, “La sovrana lettrice” è leggero e divertente, ma offre anche degli spunti di riflessione. In maniera esagerata e paradossale, ci mostra come un libro può cambiarci la vita, e ci fa riflettere anche su alcune caratteristiche della lettura: leggere è importante perché solo così ci abituiamo a pensare, confrontare, farci delle domande. La lettura, che pure può sembrare un atto statico, è il primo passo per l’azione.
La Betty lo sa. Leggere è stata forse l’azione più sovversiva che abbia mai fatto.

martedì 21 febbraio 2017

Fra me e me

Non guardo moltissima tv, nella maggior parte dei casi la accendo quando stiro/stendo/attento alla mia massa grassa facendo addominali, quindi non la guardo che per qualche minuto, e nemmeno tutti i giorni. È stato proprio un caso, quindi, che trovassi su La5 un documentario sugli autori irlandesi.
Ovviamente si è parlato anche di Joyce e della tecnica del flusso di coscienza e, anche se non ne so moltissimo, immagino che si possa definire un monologo interiore estremizzato.
Ho iniziato a pensare a questa tecnica e da qui è nato il post.

Prima di tutto, perché un autore dovrebbe usare il monologo interiore?
A mio parere è un modo per far conoscere meglio il protagonista. Questa tecnica esplora i suoi pensieri ma non solo, ci dà una visione del suo carattere per mezzo di molti fattori. Ad esempio il modo in cui parla a sé stesso, un linguaggio che sicuramente è più colloquiale, più svelto di come invece parla con gli altri. L'autore può anche farci capire cosa il personaggio pensa di sé stesso, come si considera, se ha dei problemi o è relativamente in pace con la sua vita. Capiamo di più sulla sua psiche, cosa che può essere utile anche ai fini della trama ma, oltre a questo, arricchisce il personaggio.
Un altro modo in cui il monologo interiore può esserci utile è per spezzare la narrazione, in una scena descrittiva ad esempio. Se usata con ingegno può essere un puntello ad una scena d’azione, in cui alternare azione e pensiero frenetico del personaggio che si trova a rischio. L’arma risulta comunque a doppio taglio, perché spezzare la narrazione troppo spesso può renderla frammentaria, difficile da seguire, quindi penso che sia una tecnica da usare con parsimonia.
Non amo dover lasciare ‘in sospeso’ ogni due minuti ciò che accade per conoscere il pensiero del protagonista, quindi penso che si debba usare solo se necessario.

Una delle cose più interessanti del monologo interiore, cui ho pensato scrivendo questo post, è la sua versatilità. Può essere usato in moltissimi modi e dare quindi il taglio che preferiamo ad un romanzo. Il più classico dei metodi prevede una frase rifinita, un pensiero del protagonista confezionato per renderlo fruibile al lettore, di solito scritto in corsivo o fra virgolette, ma il documentario su Joyce mi ha fatta riflettere.
Il monologo interiore più onesto, se vogliamo, è quello che viene utilizzato in “Finnegan’s wake”, una sfilza di parole, pensieri, canzoni, immagini una dietro l’altra senza un apparente ordine logico, ma che costituiscono in effetti i nostri pensieri. Non esiste, in realtà, un modo concreto per illustrare un ragionamento, e questo significa che un autore può sbizzarrirsi per cercare di metterlo su carta.
Si tratta di un modo estremo, che poco ha a che vedere con la narrativa e molto con la letteratura, a mio parere, quindi ho deciso di restare dell'idea di conciliare un pensiero ad una frase comprensibile da un ipotetico lettore.
Potremmo comunque interrompere la narrazione all'improvviso e scrivere una sorta di mini flusso di coscienza, ignorando le regole grammaticali più elementari per dare l’idea di un pensiero volatile, appena percepito,
sarà chiaro?, forse dovrei cercare qualche esempio sui libri o chi legge non capirà, questo post è confuso lo dovrei rileggere, oddio ma quando mi ci metto? E prima lo finisco e poi lo rileggo o lo rileggo subito? Libri, libri in cui cercare esempi... oddio un sacco dei miei libri sono ancora negli scatoloni, come faccio?
Questo solo per farvi un esempio, e non molto distante dalla realtà.
Un metodo che non interrompe la narrazione è quello di rendere il pensiero del personaggio un personaggio stesso, il che introduce anche un discorso riguardo alla doppia personalità, che l’autore può utilizzare come meglio crede, ovviamente in un romanzo che vi si adatta, o per un personaggio che necessita di questa sfumatura. Ad esempio Gollum nel Signore degli anelli parla con Smeagol, ma altro non è che un monologo interiore. Un altro esempio è quello del protagonista del film “The lady in the van”, adattamento di un’opera teatrale di Alan Bennett, in cui l’autore stesso parla con un altro sé, poiché divide l’uomo dallo scrittore.

Questi sono i modi che conosco io per usare il monologo interiore. Forse ce ne sono altri, nel caso sarei molto curiosa di conoscerli!
E voi, come lettori e/o come scrittori, che ne pensate di questa tecnica? Vi piace o vi infastidisce trovarla in un romanzo? La usate o cercate di evitarla a tutti i costi?


mercoledì 15 febbraio 2017

I miserabili vol. I - Victor Hugo

Avevo la mezza idea di leggere questo romanzo e scrivere una recensione come faccio di solito, poi mi sono fermata. Ho tre volumi di fronte a me e già il primo mi ha dato del filo da torcere. Gli altri due sono più lunghi.
Ho deciso di intervallare la lettura dei volumi con altri libri, che fossero il più lontano possibile dai classici. Non che non abbia apprezzato “I miserabili”, al contrario, ma ho bisogno di respiro fra una miseria e l’altra.


Monsignor Benvenue è Vescovo in una piccola cittadina di campagna. Avrebbe la possibilità di arricchirsi e vivere da nobile, ma preferisce donare tutto ai poveri e tenere per sé solo lo stretto indispensabile. Non c’è persona che egli non perdoni, è benvoluto da tutti e la sua porta è sempre aperta. Le uniche ricchezze che ha sono dei bei candelabri, che usa per far luce all’ora di cena, e delle posate d’argento.
Una sera giunge alla sua porta un uomo stanco e affamato che dice di chiamarsi Jean Valjean. Egli è stato appena liberato dai lavori forzati, cui era stato costretto diciannove anni prima per furto con scasso. La pena si è poi allungata dati i numerosi tentativi di fuga dell’uomo, che voleva tornare dalla sua famiglia. Aveva tentato di rubare per la sorella e i suoi figli, che morivano di fame.
Jean Valjean mangia alla tavola del Monsignore, beve il suo vino e si corica sul letto che gli è stato offerto, stupito dalla bontà dell’uomo. Nel paese infatti nessuno, né l’hotel né la taverna, avevano voluto ospitarlo, nonostante avesse il denaro per pagare. Nella notte, guidato dalla rabbia, Jean Valjean si approfitta dell’ospitalità del Vescovo e ruba i candelieri e l’argenteria ma, quando viene catturato e portato di fronte a Monsignor Benvenue, questi si comporta come se egli avesse fatto dono di quegli oggetti a Jean Valjean. Questi rimane colpito dalla bontà del Vescovo e giura a sé stesso di diventare pio e benevolo come lui.

Fantine è una ragazza bella e giovane, che ha consacrato il suo amore all’uomo sbagliato. Rimasta incinta e abbandonata, Fantine lascia Parigi e decide di tornare alla sua città natale, che nel frattempo ha avuto una rinascita economica grazie ad un uomo che ha investito nelle fabbriche, ha avuto successo e in seguito è stato nominato sindaco.
La ragazza sa che una figlia avuta fuori dal matrimonio le impedirà di trovare lavoro, così decide di lasciare la piccola Cosette ad una coppia, i Thenardier, che hanno una taverna nel paese vicino. In cambio di una grossa quantità di denaro questi accettano, promettendo di trattare bene Cosette.
Il segreto di Fantine viene presto scoperto e lei viene licenziata. Cerca di guadagnarsi da vivere in altri modi, mentre i Thernardier continuano a chiederle denaro. Fantine vende ad un barbiere i suoi bei capelli biondi, poi si fa cavare i denti bianchi, e infine decide di vendere sé stessa e diventa una prostituta.

Nella cittadina abita un poliziotto inflessibile, che ha dubbi sul sindaco della città. Quest’ultimo è generoso, coraggioso, aiuta i poveri e anche coloro che non lo hanno in simpatia. Il poliziotto Javert non ha comunque torto, perché il sindaco non è altri che Jean Valjean, che nasconde la sua identità e cerca di adempiere alla promessa fatta a sé stesso.
Scoperta la storia tragica di Fantine il sindaco cerca di aiutarla ma, nel frattempo, viene a sapere che un uomo, arrestato con l’accusa di furto, è da molti creduto Jean Valjean e per questo la sua pena verrà prolungata. Dopo molti dubbi il sindaco decide di salvare l’innocente e rivela la sua vera identità, ma non riesce a salvare Fantine, che muore a causa di un male che la affliggeva da tempo. L’uomo aveva promesso di riportarle la piccola Cosette, che i Thenardier tenevano in uno stato di miseria, ma viene arrestato e condannato all’ergastolo e ai lavori forzati.

Passano diversi anni ma Jean Valjean non si è dato per vinto. Ha la coscienza pulita perché ha fatto ciò che è giusto e sa che la pena è immeritata, inflitta solo perché il suo nome gli porta discredito, anche se la sua anima è cambiata. Non starà quindi alle leggi del mondo in cui vive. Finge la sua morte, recupera del denaro che aveva nascosto tempo prima, e salva Cosette dalla tirannia dei Thenardier.
I due raggiungono Parigi, cercando di lasciarsi alle spalle il loro passato.


Ad essere onesti, non credevo di potermi appassionare così tanto ad un autore che conosco così poco. A scuola non ho studiato Hugo, nonostante sia uno dei più importanti romantici della letteratura, e tutte le informazioni che ho reperito sono frutto di una ricerca su internet, fatta più per curiosità che per necessità. Da quel poco che ho letto però ho capito come mai Hugo si sia avvicinato a certi temi, il perché delle digressioni politiche, e ho anche avuto modo di apprezzare la figura storica che è stato. Ho scoperto che oltre ad essere stato un letterato è stato anche politico, filantropo e una figura di riferimento per gli artisti e per il popolo. Da come ne parlo avrete capito che mi sta simpatico.
Le sue idee sono meglio riflesse in questo romanzo senza troppi giri di parole, idee che potremmo analizzare anche oggi e trovare attuali; forse proprio per questo ho apprezzato il romanzo. I personaggi devono affrontare una società che gli è nemica, devono combatterla e quasi mai ne usciranno vincitori.
Potremmo trovare moltissime analogie fra ciò che succedeva all’epoca in cui si svolge il romanzo e alcune situazioni dei giorni nostri e questo è indice di una scrittura a mio parere molto intelligente, che può diventare universale in quanto tratta un tema che non smetterà mai di esistere. Da non confondere con una scrittura lungimirante, perché la storia e i suoi meccanismi sono strettamente legati alla sua epoca e non volutamente guarda al futuro, al contrario a me sembra che abbia guardato al passato e abbia trovato un punto di incontro – molto infausto, non c’è che dire – che unisce tutte le epoche.

“I miserabili” presenta le ingiustizie di cui il povero, l’ignorante e anche lo sfortunato sono vittima. Racconta come povertà e paura possono rendere un uomo audace al punto da compiere cattive azioni che, se punite, renderanno la persona ancor più rancorosa, se accettate o ignorate, più spavalda e pericolosa.
Hugo non difende queste persone ma condanna la società che li mette nelle condizioni di dover compiere atti estremi per sopravvivere, denuncia poi come questi vengono allontanati dalle persone, di modo che per loro diventi impossibile guadagnarsi da vivere – vedi il protagonista, Jean Valjean. Così si viene a creare un circolo vizioso, in cui coloro che una volta hanno commesso un crimine sono portati a rifarlo, ancora e ancora, e a subire la stessa punizione all’infinito, che sia la condanna penale o morale – o entrambe. Allo stesso modo denuncia lo sfruttamento dei più ingenui e indifesi, condanna la cecità dell’uomo, la sua fame di odio, perché un redento che ha pagato per i suoi errori e cerca di rimediare verrà sempre visto e perseguitato, perché la gente non dimentica la malvagità e la ripaga con altra malvagità, mentre al contrario dimentica in fretta la benevolenza.
Non si pensi però che l’autore difenda a spada tratta questi personaggi, egli riconosce che esiste una fetta di persone malvagie, che nonostante la possibilità di vivere nell’onestà scelgono la via più buia per avidità, o per semplice cattiveria – come i Thernardier – e questi li condanna come le peggiori persone.

Aldilà di queste sopraelencate, che possono essere opinioni, ciò che rende “I miserabili” un libro vicino a chiunque è l’analisi dell’animo umano. Forse la parola analisi non rende bene l’idea, fa pensare ad un processo unicamente scientifico, ma non è solo quello. Hugo studia la persona tramite i suoi personaggi, ne rivela ogni sfumatura, dalla più oscura alla più radiosa. Lo fa in modo così preciso che in un primo momento ci viene da pensare che si tratti sì di una ricerca accademica, la materia trattata però rende l’analisi instabile, imprevedibile, sorprendente – nel bene e nel male.
Questo è quello che rende il libro intramontabile, perché forse oggi la società è diversa e non è diffusa come allora la necessità di rubare perché si ha fame, di ingannare perché si ha paura, di essere malvagi perché non si ha altra scelta. Oggi abbiamo altri mali, ma rimaniamo persone così come Hugo ci ha descritti.

martedì 7 febbraio 2017

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AVVENURA
Tutti i lettori hanno un genere che preferiscono, e anche gli autori. Infatti molto spesso si parla di un autore affermato come «uno scrittore di thriller» o, «un’autrice di libri di fantascienza». Però se ripenso a ciò che ho scritto io e che mi piace scrivere, non saprei collocarmi in un nessun genere. Ho scritto racconti horror, thriller, una storia ambientata in un presente distopico e, una volta, un racconto con ambientazione storica. Amo cambiare genere, così come amo provare nuovi ristoranti e visitare sempre una città diversa.
Mi piace cambiare e non voglio inserirmi in nessuna categoria. Ma mi chiedo, sarà una cosa buona?

Trovare un genere che piace e su cui preferiamo scrivere la maggior parte dei racconti o romanzi che abbiamo in mente ha i suoi vantaggi. Si imparano più in fretta gli stilemi, quali sono e come usarli, quali sono i più apprezzati e quali sono diventati scontati. Si può avere più consapevolezza di ciò che stiamo scrivendo, capire se è un lavoro originale o se ricalca i vecchi classici del genere. Però in questo modo un autore rischia, con il tempo, di ripetersi. Non possiamo pretendere che tutti i romanzi siano meravigliosi se le tematiche, i personaggi, le situazioni – che per forza di cosa devono seguire le linee guida del genere che ha scelto – sono simili fra loro.
Scrivendo questo post ho pensato a quale sarebbe ‘il male minore’: rischiare di ripetersi o non avere una completa visione del genere che si sceglie? Alla fine mi sono arresa perché questa è una di quelle domande che non hanno risposta. O meglio, che hanno quella riposta detestabile che si applica per molti – troppi – casi: dipende.
Dipende da cosa vogliamo come autori.
FANTASY
A meno di non essere dei geni tutti dobbiamo applicarci e impegnarci. Avere un genere di riferimento su cui basarsi e costruire solide fondamenta per la propria scrittura è il modo più sicuro, veloce e semplice per farlo. Se vogliamo diventare il prossimo autore di punta di una casa editrice, allora probabilmente dovremmo trovare un nostro genere, studiarlo a dovere e applicarci quasi esclusivamente a quello per eccellere e ottenere dei risultati. Se non ci interessa poi così tanto pubblicare, o non vogliamo farlo il prima possibile, o ancora siamo una di quelle rarissime persone che scrivono per sé stesse e sono contente così, allora non c’è obbligo di trovare una collocazione. Possiamo permetterci di sperimentare, il che ci dà la possibilità di conoscere un po’ tutto – ma badate, un po’ meno.

Il discorso mi spinge verso una domanda. So che cosa sto facendo, ma che cosa è mio desiderio fare? Quali sono le mie priorità nella scrittura, che cosa voglio da me stessa come autrice?
Ammetto che mi piacerebbe poter rendere questa passione se non un lavoro che porta guadagno, almeno una parte del mio lavoro, dargli una sede più centrale nella mia vita. Ma non voglio forzarmi, non voglio che diventi una missione, voglio che sia un obiettivo. Darò alla mia scrittura lo spazio e i tempi che gli ci vogliono per maturare. In questo momento è ancora in una fase esplorativa, deve conoscere il mondo e capire qual è il suo posto. Quindi ora va così: sperimento, viaggio, conosco, e forse un giorno mi fermerò sull’isolotto che ho trovato più bello.

HORROR