giovedì 22 giugno 2017

Penna alla mano #4: Forze e debolezze

Ho un progetto in corso che non so quando vedrà la luce. Sono contenta di aver ultimato il precedente romanzo, ma adesso che ne ho preso le distanze non lo sento più mio. Non so che cosa succederà, ma per il momento rimane lì nel cassetto, preferisco dedicarmi ad altro. Un giorno vorrei pubblicare ancora, magari qualcosa di più lungo di un racconto, ma sicuramente voglio che sia una storia con cui sono perfettamente ‘allineata’, a cui credo con tutta ma stessa senza sforzo.
Mi è capitato, trovandomi così in difficoltà con il precedente racconto, di pensare perché il lavoro in cui mi ero lanciata con tanto entusiasmo ora non mi soddisfi più. Non è tanto una questione di stile, più che altro credo che sia l’intento della storia, il motivo per cui l’ho scritta, ciò in cui non credo più. Se ci ripenso la trovo immatura, incompleta, e per un po’ ho pensato a quali fossero i suoi punti di forza e quali i punti deboli.
Ho scoperto che quelli del romanzo coincidono con i miei punti forti e deboli, quelli che ho nella scrittura. È stato un esercizio utile perché mi ha permesso di abbandonare il particolare per vedere il quadro generale, e ho capito meglio quali sono qualità e difetti del mio processo creativo.

Fortuna che non sono una persona modesta.
Non che mi reputi una fuoriclasse, ma non fatico a trovare dei punti di forza, il che mi fa pensare che credo in me stessa quanto basta per creare un mix tra umiltà e capacità. Non amo le persone che fingono di buttarsi giù solo per sentirsi dire «Mannò!, che dici? Sei così bravo!», quindi cerco di non comportarmi così.
Ecco, una prima qualità di cui sono fiera è l’immaginazione. Ho sempre un mucchio di idee, non ho bisogno di sforzarmi per trovarne una, nascono naturalmente. Un’idea per una storia può scaturire da qualcosa che vedo in giro, da una conversazione con qualcuno, o da una riflessione. D’un tratto un concetto si trasforma nell’idea adatta ad un racconto. Me li scrivo tutti, questi spunti, perché sono talmente tanti che rischio di dimenticarli.
Questo prima di iniziare a scrivere. Per quanto riguarda la parte pratica mi hanno fatto i complimenti per i dialoghi, che risultano credibili e in linea con il carattere, l’estrazione sociale dei personaggi, e le situazioni.
Mi sono resa conto inoltre che riguardo alla trama seguo molto l’istinto. La pianifico inizialmente, e la faccio andare avanti seguendo uno schema che conosco già, ma se qualcosa non mi convince non lo forzo. Non mi spaventa uscire dai binari che ho preconfezionato, se sento che è la cosa giusta da fare. A questo proposito mi è capitato di dover rivoluzionare completamente una storia (magari dall’inizio e dopo un sacco di pagine già scritte, perché farmi mancare questo brivido?!) per una piccola modifica che ho scelto di fare in seguito. Nemmeno questo mi spaventa; posso apportare modifiche gigantesche per sistemare un dettaglio, il tempo o la fatica che mi occuperà non mi interessano – anzi, non mi pesano. Peno che questo sia un insegnamento che mi ha dato tempo fa la mia professoressa di arte. Piuttosto di continuare a insistere su un dettaglio errato, cercando sistemarlo a poco a poco, mi diceva di andare di gomma e rifare tutto per ottenere i risultati che cercavo.
Ultimo pregio, anche questo di cui sono orgogliosa, è che ascolto i consigli. Nonostante a volte detesti il mio carattere, che esplode a tradimento come un vulcano attivo in attesa solo di una scusa per eruttare, sono piuttosto razionale. Dopo la lettura di una storia da parte di più persone analizzo le problematiche trovate da ognuna di loro e cerco di migliorarla in base a quelle, suddividendo fa le critiche che riguardano il gusto personale e quelle che sottolineano un problema oggettivo della storia. Ricevere critiche mi dispiace, ovvio, ma le ascolto tutte senza cercare giustificazioni né arrabbiarmi, e dopo aver aggiustato il tiro in base a queste i risultati se vedono sempre.

Ma si sa, la severità più inflessibile viene proprio da noi stessi, e trovo anche parecchi difetti nel mio modo di scrivere. La maggior parte sono più evidenti a me, problemi che riguardano il primo abbozzo di trama o la primissima stesura del testo. Nonostante questo sono difetti da correggere sicuramente, perché al lettore arrivano, seppur in maniera molto vaga.
Spesso mi capita, mentre organizzo la trama, di creare dei nodi che poi non riesco a sciogliere. Mi capita di intrecciare tanto le vicende da non trovare più io stessa il famoso bandolo della matassa,  più semplicemente di mettere i miei personaggi in situazioni tanto terribili che solo un deus ex machina può salvarli – il problema è che io odio i deus ex machina, perché sono proprio l’ultimo appiglio a cui l’autore può aggrapparsi e, a mio parere, sono segno di una scrittura che deve ancora maturare. Per risolvere queste magagne mi ritrovo a dover fare modifiche che non avrei voluto fare, che però la maggior parte delle volte mi portano via del tempo. Come ho detto prima non mi dispiace rimboccarmi le maniche e modificare una buona parte di testo, ma un conto è farlo perché senti che è la cosa giusta da fare, un altro è dover sistemare lì dove c'è uno sbaglio. So che è per la buona riuscita della storia, tuttavia via mi rendo conto che se solo riuscissi ad organizzare subito tutto al meglio, non mi ritroverei con questi problemi.
Poi c’è la mancanza di organizzazione e le lunghe tempistiche. Ci metto tanto a scrivere, forse proprio perché fatico a pensare ad uno schema pratico da seguire. Penso che se riuscissi a trovare un metodo andrei molto più veloce, ma fin’ora quelli che ho provato non hanno dato i risultati sperati. Avevo sentito dire ad esempio che scrivere tot parole al giorno aiutava a tenersi allenati, a non ‘staccarsi’ dalla storia, e per qualche mese l’ho fatto, per un precedente progetto. Ho terminato in tempo record ma mi sono resa conto che scrivere era diventato un processo meccanico. Le pagine che sfornavo diligentemente mancavano di anima, erano un puro esercizio senza cuore.
Oltre alle cose più pratiche trovo un altro difetto della mia scrittura, che si può definire forse di stile. Credo che i miei personaggi non spicchino particolarmente. A volte mi sembra che abbiano un carattere nebuloso, che non influisce sulla trama, quando invece secondo me il carattere dei personaggi dovrebbe avere molto peso. Tutto dipende dalle scelte dei protagonisti, la storia si dipana seguendo i percorsi determinati dalle loro azioni. Ma cosa determina le loro azioni? Il carattere, e tutto ciò che vi è legato. Il background culturale, l’infanzia, i desideri e le passioni, le paure, le esperienze e gli insegnamenti ricevuti dalla vita. Tutto questo a volte manca nei miei personaggi, me ne rendo conto, e rimangono macchie indistinte. Le loro motivazioni sono forti, ma mancano di spessore.
Ultimo mio cruccio è l’impazienza. Quando devo revisionare una storia sono molto frettolosa, vorrei farlo subito quando invece sarebbe meglio lasciarla da parte… a lievitare, come una pagnottina. Se non aspetto e non mi distacco dalla storia rischio di essere ancora troppo coinvolta e di non vedere ciò che va migliorato, quindi di presentare ai lettori una storia che non esprima tutto il suo potenziale.

Ho riletto il post e, sebbene mi dia un colpo in testa nel leggere l’ultima parte riguardo a tutto ciò in cui potrei migliorare, sono contenta sia di aver trovato delle qualità che dei difetti nel mio modo di scrivere.
Significa che riesco ad essere obiettiva con me stessa, non cerco scuse e voglio migliorarmi, ma vedo anche motivi di orgoglio e so di essere cresciuta in questo ambito della mia vita. Credo sia importante trovare una via di mezzo o si rischia di abbattersi o, al contrario, di pensare di essere già arrivati quando, in realtà, non si sono fatti che pochi passi.
Io ho fatto alcuni passi. A volte ho evitato la caduta, altre sono inciampata. L’importate è sapere come e perché si è rovinati a terra, per impedire che accada di nuovo. Ecco, il post che avete appena letto è servito a questo.

martedì 13 giugno 2017

Carta straccia #3: Il ristorante degli amori ritrovati – Ito Ogawa

Era da parecchio, per fortuna, che non incappavo in un libro da inserire in questa rubrica. Questo romanzo ha riportato in auge Carta straccia nel modo peggiore possibile: avevo grandi aspettative per “Il ristorante degli amori ritrovati”, pensavo davvero che sarebbe stata un’ottima lettura, una di quelle che ti scaldano l’animo e ti fanno venire voglia di rimanere a casa, con la coperta addosso (o un ventilatore, che in questo momento sarebbe più gradito), un tè caldo in una mano (coca cola ghiacciata) e un libro nell’altra.
Ma mi sbagliavo. Non è quel tipo di libro. Ma almeno c’è una nota positiva, lo cancellerò dal Kindle e sarò libera di dimenticarmene.

Ringo è appassionata di cucina e conosce tutto sia della cucina tradizionale giapponese, perché la nonna le ha insegnato tutto quello che sa, che di quella etnica, perché ha lavorato in diversi ristoranti e fatto esperienza.
Il giorno in cui il suo fidanzato scompare, portandosi via tutte le loro cose, a Ringo non resta altro da fare se non tornare nel piccolo paese di montagna dal quale proviene. Peccato che lì abiti ancora sua madre, con la quale non è mai andata d’accordo.
Dopo qualche momento di indecisione Ringo pensa di mettere a frutto le sue conoscenze in cucina e ristuttura il granaio della madre per farne un ristorante. Realizzato con materiali di recupero e deciso a utilizzare i prodotti che la terra può offrire, il ristorante prende vita e, con il suo menù peculiare, attira molti clienti. Infatti Ringo decide che Il ristorante lumaca servirà solo un gruppo, una coppia o un cliente alla volta, per il quale il menù sarà personalizzato a seconda dell’occasione.
Sembra una coincidenza ma, dopo aver mangiato al Ristorante lumaca, gli avventori trovano l’amore, riprendono contatti con qualcuno che credevano di aver perduto, o rimettono in sesto la loro vita riuscendo infine a lasciarsi alle spalle i dolori passati.
Proprio questo accade alla madre di Ringo, che ritrova il suo grande amore di quando era ragazza. Scopre però allo stesso tempo di essere malata e che le restano pochi mesi di vita. Dopo aver conosciuto meglio sua madre, Ringo si rimbocca le maniche e prepara il menù per il giorno del suo matrimonio.
La madre di Ringo muore poco dopo e la ragazza, che serberà nel cuore il suo ricordo, si getta a capofitto nel suo lavoro al ristorante. Cucinare la rende felice e mangiare ciò che prepara rende felici gli altri, decide quindi che essere una cuoca sarà il suo futuro.

Meh…
Che dire? Avevo accennato al fatto di aver avuto un sacco di speranze per questo romanzo, e infatti è così. È molto strano perché sono state deluse al massimo ma, allo stesso tempo, non lo sono state. La storia ha tutte le caratteristiche per essere un gran bella storia, ma è riuscita a rovinare tutto con un solo elemento: lo stile.
Ito Ogawa
Non mi sono informata sull’autrice ma forse si tratta di un’esordiente. Il fatto è che sembra di leggere un esordiente, si capisce che è un esordiente e, se non lo è, allora è nei guai. Ogni cosa si svolge troppo in fretta e con troppa facilità. Non c’è una vera e propria trama, non ci sono problematiche che i protagonisti affrontano, il pettine non giunge mai al fantomatico nodo (forse alla fine, con la notiza della morte imminente della madre, ma il tutto nelle ultime venti o trenta pagine). Sembra un resoconto dei fatti, per di più stilato da una persona rancorosa e superba.
Ringo passa quattro quinti di libro a detestare sua madre e, quando scopre che lei è malata, ogni risentimento passa come per magia. Invece di cogliere questo momento come un’opportunità per affrontarsi, capirsi, spiegarsi, le due donne non fanno che guardarsi da lontano e sperare di essere più vicine, cosa che non accade, ma si comportano come se avessero risolto i problemi che le separano da sempre.
Ho voluto leggere questo libro perché parlava di cucinare, di cibo, della bellezza di preparare un buon pasto per le persone che amiamo, di come il cibo e la cucina siano parte fondamentale di ciò che siamo. Peccato sembrasse il menù di un ristorante. Volevo immergermi per qualche attimo nell’atmosfera tranquilla di quando fai lievitare una focaccia e intanto la casa si riempie dell’odore della pasta, o il vapore della verdura che si alza quando togli il coperchio e avverti tutto il profumo degli ingredienti freschi, o ancora il rumore della carne che sfrigola quando la metti sull’olio bollente e comincia a rilasciare i succhi. Questo intendo io per romanzo che parla di cucina, l'atmosfera magica che si crea quando si cucina con passione e si assaggia (incuranti delle calorie!) un piatto preparato con amore.
L’unica nota positiva sta nell’ambientazione. Siamo in un piccolo paese di montagna perso in mezzo al Giappone. La vita segue il ritmo della natura e tutto è più tranquillo, silenzioso, lontano dal caos e dalla fretta irrazionale della città. Le persone sono più semplici, cortesi, e il paesaggio di cui si può godere ogni giorno è un regalo.

Conclusione? Non leggetelo.
Davvero, mi capita raramente di dirlo ma questa è una di quelle volte. Non leggetelo, perché vedere un romanzo pieno di possibilità rovinato così è ancora peggio di trovarne uno che ne è completamente privo.

Nonostante le mie critiche pare che in Giappone abbia avuto successo,
tanto che ne è stato tratto un film.

martedì 6 giugno 2017

Oceano mare – Alessandro Baricco

Quando ho aperto il blog pensavo che avrei recensito ogni singolo libro e che sarebbe stato bellissimo. Poi mi sono resa conto che leggo troppi libri per poterli recensire tutti, quindi ho deciso di parlare solo di quelli che mi sono piaciuti molto, o che non mi sono piaciuti affatto. Poi ho visto che non sempre ho qualcosa da dire su una lettura, perché mi lascia un po’… meh. Non mi è dispiaciuta, ma non mi è nemmeno piaciuta, quindi ne verrebbe una recensione scialba. E questi sono i motivi per cui di solito non scrivo recensioni.
Poi leggo Baricco, e mi ricordo che ci sono libri di cui non riesco a parlare.
Potrei dirvi della trama di “Oceano mare”, dei personaggi, del finale, dello stile, ma non hanno ancora inventato delle parole adatte a descrivere cosa significano certi romanzi. Una cosa simile mi è successa con “Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano”, ma all’epoca non avevo un blog. Adesso che mi sento quasi in dovere di spargere il germe della lettura a più persone possibili, mi chiedo come si possa parlare di un libro talmente impenetrabile come questo.
Dopo tanto pensarci ho capito che non si può.
Quindi lascerò parlare il libro stesso.

“Edel, c’è un modo di fare degli uomini che non facciano del male?”
Se la deve esser chiesta anche Dio, questa, al momento buono.

Ha 38 anni, Bartleboom. Lui pensa che da qualche parte, nel mondo, incontrerà un giorno una donna che, da sempre, è la sua donna. […]Quasi ogni giorno, ormai da anni, prende la penna in mano e le scrive. Non ha nomi e non ha indirizzi da mettere sulle buste: ma ha una vita da raccontare. E a chi, se non a lei? Lui pensa che quando si incontreranno sarà bello posarle sul grembo una scatola di mogano piena di lettere e dirle
“Ti aspettavo.”

La natura ha una sua perfezione sorprendente e questo è il risultato di una somma di limiti. La natura è perfetta perché non è infinita.

Aveva perso un po’ di quello smalto… gli si era appannata l’anima, se capite cosa voglio dire. Era come se si fosse aspettato qualcosa di diverso, lui, di proprio diverso. Non era preparato a quella normalità lì.


martedì 30 maggio 2017

Classics today: cosa scriverebbero gli autori del passato se fossero qui oggi?

A volte penso a come sarebbe il mondo se non avessimo inventato i soldi, o se avessimo scoperto l’America nel 1800, il classico se avessimo ucciso Hitler prima che scoppiasse la Seconda Guerra mondiale o come farei a spiegare a un uomo del passato come funzionano le cose oggi.
Questa volta mi sono domandata: se i grandi autori classici fossero vivi oggi, con il loro genio intattato e non disintegrato da cose logiche come “Non-sarebbero-la-stessa-persona”, che tipo di libri potrebbero scrivere? E che tipo di autori potrebbero essere?

Pensavo a Machiavelli, perché sono passata davanti ad una vecchia edizione di “La mandragola”, e ricordando il personaggio storico non ho potuto fare a meno di immaginarlo in una versione contemporanea.
Secondo me se fosse nato ai giorni nostri Machiavelli farebbe il giornalista e scriverebbe saggi e piccoli phamplet di stampo politico (non mi spingo a dire per quale partito potrebbe parteggiare, perché non me ne intendo né di politica attuale, né delle preferenze di Machiavelli in merito). Lo immagino un personaggio pubblico restio, che tiene alla sua privacy e non vuole farsi vedere alle trasmissioni in tv, preferendo magari la radio e i social.
Da qui ho iniziato ad immaginare alcuni altri autori e il primo che mi è venuto in mente è stato William Shakespeare. Immaginarlo nella Londra odierna è stato divertente.
Ecco come sarebbe Shakespeare oggi!
Per qualche motivo la prima immagine di lui che ho avuto è mentre cammina a Camden Town guardandosi attorno pensieroso. Entra in uno Starbucks, si prende un cappuccino e lì, a dove si può restare ore senza che nessuno ti disturbi o ti cacci, si mette a pensare alla sua prossima piéce teatrale. Potrebbe parlare di due giovani innamorati di etnie oggi in contrasto (lei si chiama Juliet, lui Rashid), o magari di un ragazzo che, sotto l’effetto di droghe, riceve una visita dal fantasma del padre che gli rivela di essere stato assassinato dallo zio, e tutto per la multinazionale che possedeva. Quante idee, quanto poco tempo per realizzarle! Finisce il suo cappuccino e se ne torna nello studio, a scrivere.
Da qui il passo verso altri autori, altre epoche e nazionalità, è stato breve. Non ho mai letto nulla di Cervantes, né il famoso Don Chisciotte né qualunque altra cosa abbia scritto. Comunque immagino che la sua fortuna sarebbe simile a quella di Palahniuk.
Comincia a scrivere questa lunga saga con protagonista il tipico ‘nuovo ricco’, lo ridicolizza, lo usa come espediente per una spassosa satira della società moderna, ma nessuno se ne rende conto per un po’ di anni. Poi un giorno qualcuno scopre questo romanzo pubblicato da una piccola casa editrice e ne vede tutto il potenziale. Il libro viene ripubblicato ed è un successo! Di lì a qualche anno un de Cervantes in mocassini griffati firma un contratto per cedere i diritti del libro e farne un film omonimo, intitolato “L’ingegnoso yuppie Don Chisciotte de la Mancha”.
Per la francia ero tentata di scegliere Hugo come autore da trasportare nel presente, poi ho pensato che, date le varie volte in cui l’ho citato, sarebbe meglio lasciarlo in pace. Il secondo che mi è venuto in mente è stato, ancora una volta, un autore che non conosco bene. Forse è più facile portare in questo secolo persone di cui non conosco bene la storia e l’opera, perché con qualcuno che conosco meglio sarebbe più faticoso e mi verrebbero in mente un sacco di problematiche legate allo stile o simili. Invece con il marchese De Sade la fantasia vola.
Prima edizione del Don Chisciotte.
Oggi uscirebbe presto anche l'edizione
tascabile.
Un ricco esponente della Parigi bene, magari figlio di un politico di spicco, il cui scopo sin da giovane sembra essere quello di distruggere il buon nome della famiglia e i cui colpi di testa finiscono sulle prime pagine dei giornali di gossip. I suoi libri non sarebbero romanzi, bensì sottili saggi, o racconti che nascondono – neanche tanto velatamente – un messaggio impudico. I critici lo stroncherebbero come uno scrittore di pornografia oscena, le masse lo conoscerebbero più che per il suo lavoro per lo scalpore che fa. La sua scia di fans difenderebbe a spada tratta ogni scelta dell’autore, ma immagino che oggi la sua fama non sarebbe duratura. Come ogni fama di oggi si estinguerebbe dopo qualche anno, e non per mancanza di talento, bensì perché nella nostra epoca mi sembra che tutto sia passeggero, in primis le notizie che infiammano i tabloid, che vengono sostituite in fretta con novità più scottanti.
Infine ecco un autore di cui ho letto qualcosa. La “Anna Karenina” di Tolstoj ai giorni nostri avrebbe ben altri problemi che non il tradimento del marito e l’affidamento del figlio, ma abbiamo ancora delle stazioni non del tutto in sicurezza che potrebbero garantire una fine al romanzo – anche se per essere più moderni dovrebbe ricorrere alla metro.
Per quanto riguarda l’autore invece, vedo Tolstoj come un paladino dei diritti civili, intento a scrivere mattoni che invece di attaccare la situazione della donna preferiscono temi più caldi, ad esempio la tutela dell’ambiente e i diritti degli animali, la tecnologia da cui ormai dipendiamo anche troppo e i diritti delle minoranze. Diventerebbe subito famoso secondo me, e a differenza di Machiavelli sarebbe ben lieto di esporre le sue idee al pubblico. Avrebbe un codazzo di estimatori e intellettuali che lo venerano, e il suo modo di vestire un po’ scialbo sarebbe considerato un suo tratto distintivo.

Ed ecco qui, cinque autori per cinque epoche storiche, di cinque nazionalità diverse, immaginati nel mondo di oggi dove tutto sembra più vicino e nulla impossibile, ma sempre troppo complesso! E ora, secondo voi, se i grandi autori del passato vivessero oggi, che ‘tipo’ di autori potrebbero diventare?

giovedì 25 maggio 2017

Penna alla mano #3: Il blocco dello scrittore

Sono certa che fra i blog che seguo questo sia un argomento che si è trattato parecchie volte, solo che io ho mancato i post giusti. Non ne ho mai parlato, e in effetti è strano perché a quale autore o aspirante tale non è mai capitato di avere il blocco dello scrittore? Probabilmente viene anche ai blogger, ai giornalisti e quelli che scrivono le quarte di copertina, ma io non ne ho mai parlato.
Eccomi qui a rimediare.
Qualche anno fa ho smesso di scrivere per un po’, perché semplicemente non ne avevo voglia. È stato subito dopo il periodo in cui scrivevo tantissimo, le parole venivano fuori da sole e io sentivo di aver appena scoperto qualcosa di meraviglioso. Leggevo e scrivevo molto, ero sommersa dalle parole e tutto era fantastico e facile. È stato come l’inizio di una relazione: le cose vengono da sé e i piccoli screzi non esistono. Pian piano ho iniziato a rallentare, sempre di più, sempre di più, e un bel giorno mi sono fermata.
Non è stato premeditato, non è stato sofferto, non è stato voluto. È successo e basta. Per qualche mese ho preso le distanze e poi la voglia di scrivere è tornata da sola, sbocciata con una consapevolezza diversa, più matura – mi piace pensarlo – e forte di ciò che avevo imparato.
Eppure io quello non l’ho mai considerato un blocco dello scrittore. Non mi sentivo bloccata, penso che fosse una semplice fase del mio percorso. Credo che il blocco sia diverso, credo che sia la difficoltà nello scrivere quando desideri scrivere. Spremi le meningi e quello che ne esce non ti piace, rileggi, correggi, cancelli tutto e riprovi, ma niente. Sei bloccato.
In questi casi, cosa si può fare?


Ho letto pochissimi manuali di scrittura creativa, ma non ricordo di aver letto del famoso blocco in nessuno di questi. Mi è successo eccome, svariate volte, durante la stesura di racconti lunghi o, più raramente, romanzi. Si arriva ad un certo punto in cui la storia è avviata, l’entusiasmo iniziale si è placato e si cominciano ad avvertire i nodi che vengono al pettine. In questi momenti nessuno ti insegna cosa fare per superare lo scoglio. Quindi, che fare?
Ecco quello che faccio io.

Guida Personalissima per Superare il Blocco dello Scrittore (i risultati possono variare)
Come prima reazione c’è il rifiuto – così insegnano gli psicologi, almeno. Non mi capacito del perché ciò che scrivo faccia acqua da tutte le interlinee. Mi incaponisco su un punto, lo scrivo e lo riscrivo, provo su pc, su carta, provo a fumettarlo, ci penso la notte prima di andare a dormire, sperando che un sogno mi dia indicazioni precise su come fare.
Dopo un po’, niente. Non sono andata avanti, letteralmente, di una virgola.
A questo punto mi prendo una pausa. Pochi giorni, niente di impegnativo, non inizio nuovi progetti, cerco di non pensarci e magari preparo una torta. Torno alla carica con una tazza di tè e il mio dolce, in assetto da battaglia, non appena ho qualche ora libera. Rileggo ciò che ho scritto da qualche pagina alla fine. Riprendo contatto con la storia, la rileggo sforzandomi di correggere poco o niente.
A volte basta questo. Sul serio, ricomincio così, tornando indietro e riprendendo la corsa con nuovo slancio.
Se questo non dovesse bastare vado alla ricerca di un libro a seconda dell’umore del momento. Non deve essere per forza un libro che somiglia a ciò che sto scrivendo, deve solo essere un libro bello. In questi casi scelgo solitamente autori che conosco già, che so di adorare alla follia. Per un po’ mi dedico a loro e, quando la voglia di scrivere ha raggiunto limiti insopportabili (della serie: penso solo a scrivere, tutto il giorno, tutti i giorni), mi metto al lavoro. All’inizio con un un po’ di fatica, ma poi sempre più facilmente, riprendo il viaggio.

In sostanza per superare il blocco dello scrittore devo prendere le distanze, cercare ispirazioni in lavori altrui, respirare un poco di aria fresca anche solo per qualche giorno e poi ricominciare con nuova lena.
Per voi funziona così? O ci sono altre Guide Personalissime di cui dovrei sapere?

venerdì 19 maggio 2017

I miserabili vol. III - Victor Hugo

Ultimo volume dell’edizione dei “Miserabili”, ultima recensione. Lascio l’ammore che ho provato e lo sbrodolare dei sentimenti per dopo, altrimenti non ci sarebbe riassunto. Di recente ho anche rivisto il film musical di qualche anno fa e lo struggimento per i personaggi è, se possibile, aumentato.
La cosa assurda è che ricordo di aver avuto moltissime remore a leggere questo libro, soprattutto per la mole, ma dopo aver visto per la prima volta il film mi era piaciuto così tanto che mi sono detta di provare. L’occasione di leggerlo è capitata per caso, anni dopo, e ho scoperto due cose. Primo, i bei film tratti dai classici mi spingono a volerli leggere a qualunque costo (con i bei film di storie contemporanee non è così scontato). Secondo, posso reggere la lettura di tomi di oltre mille pagine – scritti piccolo, ovviamente – senza crollare, cosa che ho sempre un po’ il timore di fare.
Quindi ecco, a voi l’ultima recensione dei Miserabili, che potrebe essere seguita da molti, moltissimi altri libri cicciotti.


Marius e Cosette si vedono ogni sera di nascosto da Jean Valjean, e sono sempre più innamorati. Il loro idillio viene distrutto quando il padre della ragazza decide di partire per l’Inghilterra, per paura di essere ancora braccato dall’ispettore Javert.
A quella rivelazione Marius torna dal nonno per chiedergli il permesso di sposarsi ma il vecchio, troppo distratto dalla felicità per il ritorno del nipote che ha sempre amato, non lo prende sul serio. Marius torna da Cosette ma la casa è già stata abbandonata. Il giovane decide di unirsi alla rivolta organizzata dagli amici, credendo di non avere più nulla da perdere e preferendo rischiare di morire piuttosto che vivere senza il suo amore.
Il giorno dei funerali del generale Lamarque, personaggio pubblico che sempre era stato dalla parte del popolo, il gruppo di studenti capeggiato dal giovane e carismatico Enjolras, erige una barricata e organizza la resistenza.
Assieme a lui ci sono il piccolo Gavroche, Marius, l’ispettore Javert sotto copertura e la giovane Eponine, travestita da uomo. Poco dopo vengono raggiunti da Jean Valjean che, scoperto l’amore di Cosette per Marius e venuto a sapere che quest’ultimo cerca la morte alla barricata perché crede di aver perso la ragazza, va a vegliare su di lui.
Gli scontri hanno inizio ma Javert viene subito denunciato come infiltrato e improgionato. Il suo destino sarà essere fucilato, ma Enjolras decide di attendere fino a che non saranno quasi finitre le munizioni, per non sprecarne di preziose. Per ovviare allo scarseggiare delle munizioni il piccolo Gavroche supera la barricata e comincia a raccogliere dei bossoli, ma viene ucciso dai soldati. Un ragazzo sconosciuto salva Marius, venendo ferito allo stomaco, e il giovane scopre che si tratta di Eponine, che muore poco dopo. Viene nel frattempo deciso che Javert deve essere fucilato, così Jean Valjean chiede di essere lui a uccidere il traditore ma, quando si trova solo faccia a faccia con Javert, finge solo di ucciderlo e lo libera.

I soldati superano la barricata e uccidono tutti i rivoltosi, tranne Marius. Il ragazzo sviene a seguito di un colpo alla testa, Jean Valjean lo carica sulle spalle e si cala nelle fogne per portarlo lontano dalla battaglia e impedire ai soldati di fucilarlo. Vaga nelle fogne fino a trovare un’uscita, vicino alla quale si nasconde Thenardier.
Una volta salvato Marius, Jean Valjean pensa che Javert, al quale aveva dato il proprio indirizzo per convincerlo delle sue buone intenzioni, stia per andare ad arrestarlo, ma questi non si presenta. L’ispettore Javert, che ha passato tutta la vita a disprezzare i criminali come Jean Valjean, non accetta di essere in debito con lui. Più di tutto non accetta un mondo dove un ex forzato ha lavato le sue colpe, dove tutte le sue sicurezze, di Javert, sono crollate e tutto ciò su cui ha basato la sua vita è falso. Per questo motivo l’uomo si suicida gettandosi nella Senna.

Mesi dopo Marius e Cosette sono sposati, tuttavia il giovane non sa che è stato Jean Valjean a salvarlo e, dopo alcune ricerche, si convince che egli è un ladro, che ha derubato il sindaco Madeline. Lo allontana dalla sua vita e da quella di Cosette. Il vecchio Jean Valjean ne è distrutto e cade in una profonda depressione.
Convinto di ottenere in cambio del denaro, Thenardier si presenta da Marius e svela al giovane che Jean Valjean è un ex detenuto e che per anni si è nascosto sotto il nome di signor Madeline, diventando persino sindaco di una città. Gli dice inoltre che il vecchio è un assassino, che lui stesso lo ha visto mentre trasportava un cadavere nelle fogne. Marius, compreso l’enorme errore che ha fatto, caccia via Thenardier e assieme a Cosette si precipitano da Jean Valjean.
L’anziano signore, provato dall’infelicità, è ormai in fin di vita. L’ultima sua gioia è quella di morire sapendo che Marius lo ha perdonato e che Cosette è felice. Spira mentre i giovani piangono ai suoi piedi.


Mettere per iscritto qualcosa in questo momento mi viene complicato. Nonostante gli alti e bassi (perché di un romanzo di così ampio respiro non si può pretendere di apprezzare ogni singola cosa) ho veramente amato “I miserabili”.
Come sempre ci sono degli approfondimenti particolari su cui Hugo si è soffermato. Quello che non ho apprezzato molto e che ho persino saltato è stato quello sulle fogne di Parigi, senza dubbio interessante ma molto pesante da leggere.
Invece mi è piaciuta molto la digressione sulle barricate, uno dei metodi che furono più in voga fra il popolo per fomentare le rivolte. Quella descritta da Hugo nel libro non è, perdipiù, inventata per l’occasione. Alla morte del generale Lamarque vi furono molti disordini, la barricata è solo uno di quelli e, oltre a far parte del romanzo, fa parte della storia. L’ho apprezzato non solo perché è veritiero, o perché ci fa pensare che questi fatti possano davvero essere accaduti, ma perché porta il lettore ad una consapevolezza nuova. I fatti che mandiamo a memoria per studio o passione diventano un’ideale, un atto di coraggio, perdono la loro umanità. Hugo ha permesso a questi fatti di scomporisi e diventare sfide personali, più vicine a noi. Potranno non essere esistiti proprio Enjolras, o Gavroche, o Eponine, ma l’importante è rendersi conto che non era solo La Barricata, un mostro da considerare per intero, una parola, un atto di ribellione: c’erano le persone, i singoli come ognuno di noi.
Un altro approfondimento che mi ha molto interessato è quello sulla lingua. Hugo racconta di come a Parigi esistesse una sorta di dialetto parlato dalla più bassa estrazione popolare, l’argot, che altro non era che un mix di diversi accenti che si mischiavano e creavano un modo di parlare del tutto diverso. Questa lingua era disprezzata dai letterati, ma Hugo la utilizza per dovere di cronaca, perché quando parla dei Thenardier e degli altri criminali non sarebbe corretto fargli parlare un francese fluido, devono parlare la lingua del popolo, di più, la lingua del popolo basso. Hugo sapeva bene che sarebbe stato criticato per questa scelta. Inserire in un romanzo una lingua così sciatta? Mon dieu! Ma qui Hugo spiega le sue ragioni, che trovo assolutamente condivisibili. La lingua viene creata dall’uomo, modellata a seconda delle necessità, perché è un’invenzione dell’uomo. Non è giusto ostacolarla. La lingua si evolve e cambia con il tempo, cominciare ad utilizzare un linguaggio nuovo in un libro può solo aiutare questa evoluzione. Può favorirla, fornendo regole grammaticali a parole che fino ad ora hanno avuto solo un utilizzo parlato.


Cominciare a lasciare alcuni dei personaggi di Hugo è stato straziante. C’erano dei personaggi cui mi ero fortemente affezionata, ad esempio Eponine e Gavroche.
Lei è un personaggio in cui tutte le ragazze, almeno una volta nella vita, si sono identificate. Capita l’amore non corrisposto, è normale, e la storia di Eponine mi ha fatto tornare in mente tutti i miei struggimenti passati. Il mio lato fangirl è anche risorto giusto per farmi notare che Marius sarebbe stato molto meglio assieme ad Eponine, che non con Cosette, la cui forza d’animo non è così forte e la cui utilità nel libro è fine a sé stessa. Gavroche invece era il monello per eccellenza, quello che immaginiamo sempre in un film in costume. Allegro, birbante, a volte insolente, ma capace di gentilezza e molto astuto.
Alla fine di altri personaggi, invece, ero preparata. Ad un tratto ho iniziato a subodorare il suicidio di Javert ma leggerlo è stato lo stesso emozionante. Hugo è riuscito a spiegare perfettamente l’angoscia di un uomo che vede le sue convinzioni, sulle quali ha basato la sua intera esistenza, venire meno. Non immagino un’altra fine per Javert perché per carattere non è elastico, non è adattibile. Non accetta un mondo dove un ladro può essere un buono, non ha intenzione di scendere a compromessi, quindi sceglie di fare a meno di quel mondo.
Immaginavo anche che non ci sarebbe stata una bella fine per Jean Valjean, anche se è il personaggio che ho amato di più, che ha sofferto di più e che meritava davvero una fine felice. Non è mai completamente buono, anche se dedica la seconda metà della sua vita all’amore e non all’odio. Anche questo però è uno di quei finali ‘corretti’, che non potrebbero essere altrimenti e che, se cambiati, perderebbero molto. Tutto il libro mi ha dato come l’impressione che Jean Valjean stesse facendo enormi sacrifici, che la sua anima fosse perennemente piegata dalle colpe passate e dalla vita in fuga, nella menzogna. La morte del personaggio è stata come una liberazione, almeno io l’ho interpretata così. Riscattatosi agli occhi di chi ama, Jean Valjean è libero di morire dopo una vita ricca di sia di dolore che di amore.

Insomma, penso che si veda che mi è piaciuto. Non so veramente che altro dire, anche perché ho scritto questa recensione tutta d’un fiato e, ripensando a ciò che ho letto, mi sono emozionata di nuovo e di nuovo ho visto la grandezza di questo romanzo.
Non è un libro che consiglierei a tutti, perché è complesso, molto lungo e non è una lettura che si fa per svagarsi. Tuttavia è una storia che tutti dovrebbero conoscere.

martedì 9 maggio 2017

Passaparola #6

Mi sono appena resa conto di avere parecchi post che aspettano di essere pubblicati, più che per una questione di tempo perché il mio pc sta lentamente morendo. Dopo otto anni di onorato servizio dice basta – tutte le volte che la ‘o’ della tastiera salta via dalla sede è come se lo gridasse. Comunque sia ho già deciso che ne prenderò uno nuovo il prima possibile, nel frattempo potrebbe esserci un rallentamento delle pubblicazioni perché accenderlo e ascoltare la ventola che gira vorticosamente è uno strazio.
Oggi vi lascio con la segnalazione di un romanzo per la rubrica Passaparola. Mi raccomando, diffondete il verbo con tutti i lettori romantici che conoscete!


Titolo: Let me kiss you hard 1
Autore: Valentina Bindi
Editore: PubMe
Genere: Narrativa romantica
Prezzo: 9,77 (e-book 1,99)
Pagine: 234
ISBN: 8871630777
Amazon: https://www.amazon.it/Let-Me-Kiss-You Hard/dp/8871630777/ref=sr_1_4?ie=UTF8&qid=1492189082&sr=8-4&keywords=let+me+kiss+you+hard


Anna, una ragazza di ventotto anni di Dublino si ritroverà a scoprire un sogno che non ha mai potuto avere. La sua famiglia è ricca, ma ciò non ha fatto altro che alimentare le sue insicurezze fino a portarla verso brutte strade. Rooney è la sua migliore amica, la sorella mancata, è lei che ogni volta la salverà sempre sull'orlo del precipizio. Ma non potrà evitare che si innamori di un ragazzo alquanto misterioso. Si tratta di Morgan, lui è il figlio della ricca Welsh Beauty Production, la ditta numero uno in Irlanda per profumi e saponi biologici. Tutto nascerà da un incontro casuale alle splendide scogliere Cliffs Of Moher; da una semplice richiesta di scattare una fotografia sboccerà quello che sarà il suo amore più difficile. Da quel giorno la sua vita verrà stravolta, la distanza non potrà mettere freni al loro amore. Ma soltanto un particolare che scoprirà Anna riguardo la famiglia di Morgan la farà allontanare fino a lasciarsi. A cadere tra le braccia di un altro, tra dolore e amore sarà costretta a decidere se seguire il suo amore o lasciare che se ne vada, perché lei ha troppa paura delle responsabilità.

giovedì 27 aprile 2017

La lega dei cattivi – Parte 2

Seconda puntata della Lega dei Cattivi! Ultima puntata, in realtà.
Avevo una mezza idea di fondare anche “La compagnia degli eroi”, ma mi trovo in difficoltà a sceglierli. Ho sempre avuto un debole per i cattivi dei libri, e invece ho sempre cordialmente detestato i buoni (così noiosi e prevedibili, con le loro intenzioni pure, puah!). Rimane il fatto che certamente lo farò, prima o poi, nulla mi toglierà il piacere di stilare l’ennesima lista, che sia di buoni o di cattivi, non importa. Non si preca mai l’occasione per fare una lista.
Be’ ciancio alle bande, ecco come termina l’accozzaglia di cattivi dei libri, che a confronto le Suicide squad impallidiscono e si ritirano in un angolo a piangere.

Gli invisibili
Ci sono alcuni cattivi che non vedi mai, sai solo che sono da evitare e sconfiggere. Penso che si tratti di personaggi molto complessi nonostante tutto, che hanno richiesto all’autore grandi capacità: non è da tutti non mostrare un personaggio e riuscire a far trasparire il suo carattere, le motivazioni, il modo in cui influisce sulla trama e gli altri personaggi. Il mio cattivo preferito in questo senso è Sauron.
Esiste tutta una storia riguardo Sauron nei libri precedenti “Il signore degli anelli”, che ci spiega le sue origini, come ha acquisito il suo potere e di che razza sia. Ci sono opinioni divergenti al riguardo perché alcuni pensano che sia di una razza a parte, io quando avevo letto “Il Silmarillion” avevo capito che Sauron fosse un elfo, traviato da un essere malvagio di cui ora non ricordo il nome e quindi diventato in seguito anch’egli malvagio.
Il punto però è che Sauron non si vede mai nel Signore degli Anelli, seppure il libro porti come titolo proprio uno dei nomi con cui la Terra di Mezzo si riferisce a lui. Si parla solo dell’esistenza dell’Occhio di Sauron, che tuttavia non ha un ruolo attivo nella storia. Chi si muove sono i suoi eserciti, i suoi sottoposti, e in realtà non lo si vede fino alla fine, quando viene sconfitto. Se ci pensiamo bene uno dei cattivi più grandi di sempre, fisicamente non esiste. Tuttavia la sua personalità, la sua mente, la sola idea del suo ritorno, è talmente potente da soggiogare popoli e menti, da muovere eserciti, da indurre personaggi a iniziare più di una battaglia.
Essendo “Il signore degli anelli” un fantasy classico mi piace anche che le motivazioni di Sauron siano chiare fin dal principio, e del tutto non contestabili. Vuole conquistare la Terra di mezzo, e che male c’è in questo? Non è un desiderio strano, anzi, è un’ottima ragione per formare un esercito. In fondo è quello che ha cercato di fare l’Impero Romano per moltissimi anni, e se l’espansione territoriale ha smosso eserciti di persone, non vedo perché non debba farlo con eserciti di orchi.
Non so se il suo fascino sia dovuto proprio al fatto che non compare mai, ma Sauron rimane uno dei migliori antagonisti di sempre.

I nemici di loro stessi
Esistono dei cattivi che si mettono da soli i bastoni fra le ruote, un po’ per il bene del romanzo e la sua riuscita, un po’ perché il creatore li ha fatti nascere scemotti. Mi vengono in mente ad esempio tutti i cattivi dei fumetti più classici, importanti quanto un protagonista ma che riescono sempre a fallire qualsiasi cosa facciano (vedi Joker e Willy il coyote).
Pensandola in questi termini c’è il libro più famoso di Oscar Wilde e, con lui, il protagonista pessimo per eccellenza: Dorian Gray. Un ragazzo che ha tutte le fortune, è ricco, è bello, affascinante, è benvoluto e ha sconfinate possibilità di fronte a sé. Ovviamente riesce a mandare tutto in pappa solo a causa della sua stupidità. Sì, ci sono temi più profondi da analizzare nel “Ritratto di Dorian Gray”, lo sappiamo, ma personalmente ho sempre creduto che il peggior nemico di Dorian fosse Dorian. Mi ha sempre infastidita il fatto che si rovinasse la vita da solo, una vita, poi, che prometteva bene. Adoro “Il ritratto di Dorian Gray”, adoro la storia, l’atmosfera, la vicenda, ma Dorian mi ha sempre fatta pensare alle persone che sprecano le loro opportunità.
Lui rimane un personaggio della Lega dei Cattivi un po’ discosto dagli altri, che lo bullizzano perché dicono che non è un vero cattivo, dato che è il protagonista del suo libro (viene difeso solo da Voldemort, che in segreto ha sempre voluto che il suo nome fosse nei titoli dei libri della Rowling, e un po’ lo invidia per questo).

I giustificati
In alcuni romanzi il cattivo viene analizzato molto bene, talmente tanto in effetti che il lettore si trova a parteggiare per lui. Pensi che in fondo non abbia tutti i torti, che con lui sono sempre stati malvagi e tutti gli altri si meritano la sofferenza che il cattivo ha loro da elargire.


La prima cattiva cui ho pensato, che è anche la protagonista, è la Carrie del primo romanzo Stephen King. Ragazzina plagiata dalla follia fondamentalista cristiana della madre, presa pesantemente in giro da tutti, scopre di avere poteri telecinetici. Cos’altro potrebbe accadere?! E poi, diciamocelo, la maggior parte di quelli che lei ammazza fra atroci dolori erano veramente stronzi, vedere che la pagano per tutto quello che hanno fatto sembra frutto di una giustizia divina che raramente esiste nella realtà. Quindi sì, io tifavo per Carrie e una parte di me voleva che lei trionfasse completamente e si rifacesse una vita altrove, combattendo contro il bullismo.
Ultimo cattivo, ma non per questo meno importante, è forse quello meno conosciuto, ma che non potevo esismermi dall’inserire. Per il mondo di Abarat: Cristopher Carrion! Brutto, malvagio, sembra uscito da un malatissimo film dell’orrore. Invece no, è uscito dalla malatissima mente di Clive Barker, l’uomo che ci ha regalato Hellraiser. Sebbene la storia di Carrion non abbia lo stesso impatto di quella di Carrie, lo giustifichiamo lo stesso perché il personaggio viene dotato di immensa sensibilità. Con l’andare avanti della narrazione conosciamo il suo passato, i suoi sentimenti, le motivazioni che lo spingono, che per una volta vanno oltre il semplice voler essere potente. Carrion combatte contro altri mali, per il suo male. Vuole veder trionfare le tenebre e per farlo deve combattere con tenebre più subdole, che si rivestono di luce. Insomma, se mai leggerete Abarat, e non smetterò mai di consigliarvelo, ve lo possono garantire: amerete Cristopher Carrion.

E con questa puntata è finita la Lega dei Cattivi. Mi è piaciuto scrivere questi post, perché mi ha dato l’opportunità di ripensare a romanzi cui, altrimenti, non avrei ripensato.
Se ci saranno aggiunte alla lega verrete senz’altro a saperlo. Un buon cattivo non si può mai ignorare!

martedì 18 aprile 2017

Passaparola #5

Oggi un post diverso dai soliti che ultimamente popolano il blog, un post di segnalazione. Era da un po’ che non ricevevo richieste di segnalazione e mi ha fatto piacere.
Avevo già visto il titolo in questione altrove, e avevo letto la sinossi perché sembrava interessante. Sperando che anche voi la pensiate come me, a voi il Passaparola di oggi.

Titolo: Ritratto di dama
Autore: Giorgia Penzo
Editore: CartaCanta 
Genere: narrativa romantica
Data di uscita: marzo 2017
Prezzo di copertina: € 13.00 (presto disponibile anche in ebook)
Pagine: 152
ISBN: brossura (9788896629970)

Il viaggio di due anime che si amano da sempre e che combattono per incontrarsi, una favola metropolitana dalle atmosfere parigine.
Notte di San Lorenzo. Seduta su una panchina di fronte a Notre Dame una ragazza sembra aspettare qualcuno. Guillaume, studente di Storia dell’arte, la nota da lontano. Incrocia il suo sguardo e ha un sussulto: è identica alla famosa Belle Ferronnière ritratta da Leonardo da Vinci. Con una immediata complicità, dal Point Zéro inizia la loro passeggiata attraverso la Ville Lumière. I due parlano di ciò di cui è fatta la vita: arte, fato, desideri, morte. Ma soprattutto d’amore. A un passo dall’alba, la ragazza svela a Guillaume il suo segreto…

lunedì 10 aprile 2017

Penna alla mano #2: scrivere scheletrico o grosso?

Mi è capitato di recente di leggere libri scritti con uno stile molto diverso, che pure hanno avuto grande successo di pubblico (uno di questi ha vinto il Pulitzer, quindi ho detto tutto). Si tratta di romanzi molto diversi fra loro, che assolutamente non possono essere paragonati. Uno è “La strada”, di Cormack McCarthy, l’altro “La scopa del sistema”, di David Foster Wallace. Per farla breve il primo è ambientato in un futuro post bomba nucleare in cui padre e figlio lottano per sopravvivere nella desolazione più completa, il secondo è un romanzo postmodernista senza una trama precisa, ma ricco di contenuti sociali e filosofici da metabolizzare.
Non potevo scegliere nulla di più diverso, me ne rendo conto, ma li ho paragonati perché mi hanno fatta riflettere su una questione puramente stilistica.

McCarthy è conosciuto per la sua prosa secca, senza fronzoli. Non ho letto altri libri dell’autore, ma facendo qualche ricerca ho scoperto che è un suo tratto distintivo.  DFW invece ha scelto per il suo primo romanzo (una prova incredibile, se si pensa che aveva solo ventiquattro anni) un tono verboso e molto complesso. Dati la trama e l’intento dei due libri non mi stupiscono le scelte degli autori, sono entrambe azzeccate e rispecchiano ciò che vogliono narrare e trasmettere.
Mi sono quindi domandata se la scelta dello stile dipende dal romanzo o dall’autore.
I libri che sto confrontando avrebbero avuto lo stesso impatto se, ad esempio, la prosa di McCarthy fosse stata più fluida? O se la Wallace avesse preferito un tono più leggero, che ammiccava anche al lettore occasionale, per la sua storia? Personalmente credo di no. Avrebbero potuto essere entrambi ottimi libri, ma con molte probabilità avrebbero perso qualcosa, McCarthy un po’ della potenza e l’angoscia che la sua storia trasmette, e Foster Wallace l’intento sociale della propria.
Dopo essermi risposta a queste domande mi sono detta che un autore dovrebbe scegliere il suo stile a seconda delle storie che racconta. Un giallo o un thriller troppo prolisso potrebbe perdere in azione, mentre un fantasy classico verrebbe privato della sua magia se non ci soffermassimo a lungo sulle descrizioni del mondo alternativo creato ad hoc per i lettori.
Sono abbastanza convinta che, nel limite del ragionevole, un ottimo autore è anche capace di flessibilità. Adatta lo stile al romanzo, e non viceversa, per poter esprimere al meglio che vuole, e questo sempre senza perdere i suoi tratti distintivi.

A questo punto ho riflettuto sul mio ‘tipo’ di scrittura e penso proprio di far parte di quella fetta di autori che preferisce lunghe frasi poetiche, di stampo classico.
Mi viene naturale scrivere in quel modo (ogni taglio in revisione è un pezzetto della mia anima che si stacca e fa ‘ciao ciao’), forse perché fatico prima di tutto a leggere una narrazione troppo frammentaria, quindi fatico anche a scriverla. Infatti è stata una faticaccia leggere “La strada”, che pure conta un centinaio di pagine scarse – anche se consiglio caldamente il film con Viggo Mortensen, che già solo perché è Aragorn è il mio eroe – mentre è stato paradossalmente più semplice leggere “La scopa del sistema”, senza una trama o un appiglio narrativo a guidarmi nell’impresa.
Mi sono resa conto che questo tipo di scrittura è quella che più si avvicina alle storie che vorrei scrivere, che aiuta a suscitare ciò che vorrei nel lettore, ossia un lento immergersi in un mondo differente, come quando ci si immerge in vasca per fare un bagno rilassante.
Avete mai trovato una storia molto bella con uno stile che non gli si addiceva? E come preferite scrivere? A piccole frasi secche che vanno dritte al punto e mozzano il fiato, o a lunghi paragrafi che insinuano curiosità?

martedì 4 aprile 2017

I miserabili vol. II – Victor Hugo

Questo volume non mi ha entusiasmata come il primo.
Le tematiche approfondite sono diverse ed è stato più complicato immergersi nella lettura perché non mi interessavano granché. Ho saltato alcune parti, lo ammetto. Inoltre ci sono dei dettagli che non mi hanno convinta.
Ma prima, un piccolo riassunto. Per quanto piccolo io possa riuscire a farlo.


Jean Valjean e Cosette
Avevamo lasciato Jean Valjean a prendersi cura della piccola Cosette. I due trovano rifugio in un convento di clausura, nel quale lavora come giardiniere un uomo cui Jean Valjean aveva salvato la vita ai tempi in cui era sindaco. Questi, non sapendo nulla della vera identità di Jean Valjean come ex forzato, lo aiuta, dicendo al convento che abbisogna di un aiutante e facendo passare Jean Valjean come suo fratello minore.
Cosette e l’uomo trovano protezione nel convento, dove la bambina riceverà un’educazione con la prospettiva di farsi suora una volta cresciuta, inoltre Jean Valjean è sfuggito ancora una volta al poliziotto Javert, il quale però è ormai certo che il detenuto non sia affatto morto come aveva fatto credere.

Marius de Pontmercy è ancora un bambino quando viene affidato al nonno e cresce nella convinzione che il padre non gli voglia bene. In realtà l’uomo soffre molto di questa lontananza ma il nonno di Marius pensa che possa avere una cattiva influenza sul bambino, poiché ha combattuto nelle guerre napoleoniche e non apprezza le sue idee politiche, quindi ha preso accordi perché Marius rimanga lontano da lui.
Alla morte del padre Marius scopre ogni cosa e, da imbarazzato che era della sua figura, ne diviene fiero. Lascia la casa del nonno e il suo orgoglio gli impedisce di accettare qualsiasi aiuto economico. Impara un mestiere, abbandona gli agi e dedica la vita al lavoro, alla cultura e al pensiero filosofico. Il suo sogno è di trovare un certo Thenardier, che nel testamento suo padre aveva descritto come l’uomo che gli aveva salvato la vita. Ignora che la famiglia Thenardier è caduta in disgrazia e abita nella stanza accanto alla sua sotto falso nome per sfuggire ai creditori. Inoltre il giovane si è innamorato di una ragazza che vede sempre al parco ma che non riesce a rintracciare poiché il padre di lei, che lui chiama fra sé e sé signor Leblanc, ha notato l’interesse del giovane e ostacola gli incontri fra i due.
Per curiosità Marius sbircia nella camera accanto alla sua e vede che i Thenardier vivono nella miseria, ma sono anche dei farabutti. Scopre che vogliono vendicarsi del signor Leblanc e la bella figlia di cui è innamorato, sostenendo di riconoscere nell’uomo colui che rapì una bambina che era stata a loro affidata. Marius avverte la polizia e l’ispettore Javert organizza ogni cosa per tendere un agguato ai Thenardier, che erano rimasti d’accordo con Leblanc perché tornasse a casa loro la sera stessa. Dal suo punto di osservazione nascosto Marius scopre che quella famiglia altri non sono che i Thenardier, cui suo padre doveva la vita. Javert fa irruzione nella stanza e arresta tutti quanti, a eccezione di Leblanc, che fugge dalla finestra senza che nessuno lo noti.

Cosette e Marius
Dopo gli anni passati in convento Jean Valjean, che ad ogni fuga impara qualcosa di nuovo, decide che Cosette non merita la clausura ma la vita, così quando la bambina è ormai cresciuta si licenzia e compra diverse case a Parigi. Non vive mai per troppo tempo nella stessa abitazione e conduce una vita che non dà nell’occhio.
Cosette diventa ogni giorno più bella e Jean Valjean ha paura di quando sarà il suo momento per sposarsi, poiché lo lascerà solo. Cerca infatti di impedire in ogni modo che il giovane che li segue e chiede di loro venga a conoscere l’identità di Cosette, tuttavia nota che la ragazza è molto triste da quando non incontra più il giovane durante le loro passeggiate.
Marius viene a sapere l’indirizzo di una delle case di Jean Valjean da Eponine, la figlia dei Thenardier, che è invaghita di lui. Si reca di fronte alla casa diverse volte e osserva senza farsi vedere, lascia una lettera d’amore a Cosette e, una sera in cui Jean Valjean non è in casa, i due innamorati si incontrano.


Temo che il commento vero e proprio sarà più corto del riassunto, che pure ho cercato di stringare il più possibile. Forse non ho il dono della sintesi.
Accennavo al fatto che non ho amato questo volume come il primo e il motivo è presto detto. Ho trovato piuttosto noiose le parti in cui Hugo si dilunga sulla storia e sulla politica, quasi accademiche. Immagino comunque che sia una questione di gusti perché ad esempio ho trovato interessantissima la lunga digressione sul convento di clausura, le parti dedicate ai vari personaggi (i rivoluzionari amici di Marius e i delinquenti alleati di Thenardier), oltre che la descrizione appassionata che l’autore dà dei monelli di Parigi e della città stessa – passione che immagino derivi dal fatto che, nel periodo in cui ha scritto “I miserabili”, Hugo era stato esiliato dalla Francia.
Alla fine del precedente capitolo pensavo di dover abbandonare Jean Valjean, ma sono stata lieta di ritrovarlo all’inizio di questo volume. Affezionarsi a lui è facile perché è profondamente umano. Tenta di essere un buono ma, allo stesso tempo, sfugge alla legge che pure giustamente lo reclama. Mi sono affezionata anche a Marius (che oltre ad essere adorabile per me ha il viso di Eddie Redmayne, quindi lo adoro anche di più), che Hugo descrive come un giovane responsabile, eppure ad un tratto attanagliato dall’amore e dalle passioni, che cominciano a governare la sua vita.

Mi è piaciuto ritrovare un dettaglio che c’era anche in “Notre Dame de Paris”, l’unico altro libro dell’autore che abbia mai letto, nel modo in cui Marius spia i Thenardier, e che sarà cruciale per lo svolgersi della vicenda. Allo stesso modo Claude Frollo aveva spiato la Esmeralda e Phoebus cocente d’invidia, quando i due si incontrano di nascosto.
Un altro parallelismo mi viene in mente. In “Notre Dame de Paris” ci sono molti dettagli lasciati al caso, che potremmo considerare coincidenze, ad esempio il fatto che la pazza rinchiusa nelle segrete sia proprio la madre di Esmeralda, con cui lei parla solo per un caso fortuito, che i bambini scambiati alla nascita siano Esmeralda e Quasimodo, che si rincontrano dopo anni e proprio loro intessono la tela della storia – o quasi. Sono dettagli non cruciali, non indispensabili per la riuscita del romanzo, che tuttavia è bello trovare forse anche proprio per questo motivo.
La coincidenza gioca un ruolo molto più importante in “I miserabili”, tanto da risultare poco credibile. Voglio dire, quante possibilità c’erano che Marius abitasse proprio vicino ai Thenardier, coloro cui doveva fare del bene? E quante possibilità c’erano che si rivolgesse proprio al poliziotto Javert per risolvere il suo problema, con tutti i poliziotti che c’erano a Parigi? E ancora, Jean Valjean è capitato per caso proprio nel convento in cui lavora un uomo che gli deve un favore, e così viene salvato. Insomma, una volta il deus ex machina va bene, ma quante volte vogliamo utilizzarlo?
Penso sia questa la cosa che più mi ha indispettita, trovare così tante coincidenze e così indispensabili per la riuscita della storia. Se uno di questi casi fortuiti non si fosse verificato la trama si sarebbe inceppata, ma non credo sia possibile che ne capitino così tanti a un solo gruppo di personaggi.

Sto sperando nel prossimo e ultimo volume, in realtà nonostante possa sembrare da questo commento che la storia stia perdendo punti ai miei occhi, sono impaziente di conoscere il seguito. Attendo in particolar modo una parte più importante per Eponine e Gavroche il monello, e aspetto di vedere un ultimo confronto tra Javert e Jean Valjean.
Sono giunta alla conclusione che non c’è mai abbastanza Hugo, nel mondo.