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lunedì 9 gennaio 2023

La montagna

   Dopo tanti anni di assenza è difficile trovare un modo per iniziare. Mi pare di essere in uno di quei film indipendenti dalla comicità un po’ particolare, in cui i personaggi si guardano in silenzio per un attimo e non sanno cosa dire. Perché dopo quattro anni, cosa si può dire?
   Fortuna che scrivere è diverso da parlare. Intanto il primo paragrafo è scivolato fuori dalla tastiera con facilità disarmante.
   Da qui non può che essere tutto in discesa.

   Questo blog è sempre stato il mio piccolo angolino libero, in cui fare ciò che più mi aggrada. Non ci sono regole prestabilite, se ci sono le ho decise io e se non riesco più ad adattarmici le cambio. Da qualche mese ormai sentivo la tentazione di ricominciare a scrivere, nonostante possa non sembrare il momento più adatto. Di tempo per leggere ne avrò poco, per scrivere ancora meno, e avrò così tanti di quei pensieri che potrebbe essere complicato tirare fuori la matassa dalla mente e svolgerla a beneficio di una persona esterna – o a mio beneficio, se è per questo.
   Le novità son presto dette: Il Fidanzato ha ricevuto una promozione a Il Marito e Noi Due stiamo per diventare Noi tre. A breve. Brevissimo. Da un momento all’altro, tanto che mi sento come una bomba a orologeria. Nonostante questo, o forse – chissà – proprio per questo, il desiderio di scrivere e di leggere e di parlare di libri si è amplificato fino a raggiungere proporzioni elefantiache ed eccomi qui. Magari, in un momento in cui tutto sta per cambiare, ho bisogno di fare qualcosa per me, di ricordarmi che è mio dovere ritagliarmi un pezzettino che è solo mio.
   Da qui non può che essere tutto in salita, ma per fortuna mio marito mi ha fatto conoscere le meraviglie della montagna – a me, che sono un’amante del mare – e le salite non fanno più così orrore.

   Quindi parliamo di libri.
   Non avevo un’idea precisa di ciò che avrei detto quando ho iniziato a scrivere questo post, ma le parole si srotolano da sole sulla pagina e ora è come guardare una vallata dall’alto: non se ne capisce la portata quando si è in fondo, ma sulla cima se ne gode il panorama e si notano le forme, i sentieri già percorsi e la strada per ridiscendere, ed è subito chiaro che cosa si debba fare.
   Negli ultimi anni ho ricominciato a rileggere libri già letti, cosa che prima evitavo con cura. Ho scoperto che non mi dispiace e vorrei dedicarvi un post a parte. La rilettura è un argomento che va trattato con i dovuti modi, si merita un suo post.
   Un’altra abitudine che ho preso è quella di leggere saggi. Prima non leggevo saggi. Non sapevo su cosa buttarmi, temevo che fossero noiosi, o complessi, o forse non avevo ricevuto la spinta necessaria a uscire dalla mia comfort zone, ovvero i romanzi. Be’ non so come è iniziata, non ricordo, fatto sta che adesso metà della mia wishlist è composta da saggi e mi sembra di non averne mai abbastanza.
   Come al solito comunque sono molto severa con ogni libro che ha la sventura di capitare sotto il mio scrutinio (è una fortuna che io non faccia l’insegnante o sarei quella stretta di voti che tutti gli studenti odiano) e, dando un’occhiata alle lettura degli ultimi anni, quelle che mi sono rimaste impresse a distanza di anni sono davvero poche.

   Ho lasciato con Steinbeck e riprendo con Steinbeck: La valle dell’Eden. Autore per me ormai collaudato, non ha deluso neanche questa volta. A distanza di anni del romanzo ricordo le atmosfere, più che la trama: un’America soleggiata, calda, una famiglia che basa la sua esistenza sui valori di una volta, su delle sicurezze stoiche che, di lì a qualche anno, verranno smembrate, soppiantate dalla rivoluzione culturale e sessuale degli anni ‘60. Mi ricordo un’America che non scende a patti, che vede le cose bianche o nere, e sono in pochi coloro che accettano un mondo fatto di compromessi, di sfumature e di verità relative. Il protagonista è uno di loro, bollato come ragazzo ribelle dall’animo oscuro, si scontra con il padre e il fratello, entrambi troppo attaccati al sogno americano, alla patina che lo riveste, per accettare che il mondo non è così semplice. Eppure, legati indissolubilmente, i due fratelli incarnano uno la cecità di fronte al cambiamento, l’altro la curiosità per lo stesso.
   Una lettura che ricordo sempre con piacere è Nel guscio di Ian McEwan. Storia di un Amleto senza nome che assiste impotente al complotto della madre e dello zio per uccidere suo padre. Impotente perché assiste a tutto ciò dall’interno del proprio guscio: il grembo della madre. Il suo unico potere? Venire al mondo. Di questo libro ho anche visto la trasposizione teatrale, un lungo monologo recitato benissimo da Marco Bonadei. Ora, non mi intendo di teatro, ma essere soli sul palco, parlare per due ore e non annoiare è certamente una sfida. Consigliatissimo il libro e, a chi piace, anche lo spettacolo.
   Un romanzo cui sono legata più da un punto di vista sentimentale, probabilmente, è They both die at the end, di Adam Silevera. Forse perché l’ho comprato a New York, durante il viaggio del matrimonio/luna di miele. Visitare un paio di librerie storiche era nelle tappe del viaggio e, alla Strand, ho comprato questo YA di cui avevo già sentito parlare e che ancora non era arrivato in Italia (ora c’è, con il titolo L’ultima notte della nostra vita, mi pare). Storia godibile e, come si nota dal titolo, dal finale tragico ma che in qualche modo va bene così. Uno di quei finali amari che vorresti fosse diverso ma, allo stesso tempo, sai che quel finale è quello giusto – purtroppo.
   Altra autrice che per me è già intoccabile e di cui leggerei anche la lista della spesa è Amélie Nothombe, di cui ho scoperto Sabotaggio d’amore. Uno dei suoi libricini sottili, che rischiano di passare inosservati o incompresi. Personalmente è un’autrice che mi mette in soggezione, forse per la misura immensa del suo ego, o forse per il fatto che può addirittura permetterselo, un ego così smisurato. Una volta ragionai sul fatto che alcuni degli artisti più bravi sono quelli che, di persona, sembrano più antipatici. La Nothombe sembra così. Perché avere la presunzione di scrivere un romanzo su un periodo della propria infanzia durato pochi mesi e che, a posteriori, può essere considerato irrilevante, richiede una fortissima convinzione di essere interessanti. E ci vogliono tanto fegato ed egocentrismo per farlo. E tanto talento anche.
   Uno dei primi saggi su cui mi sono lanciata è stato un classico di un tema a me caro, il femminismo. Ho pensato di iniziare dalle basi e leggere Il secondo sesso, di Simone de Beauvoir. Una pietra miliare, posso dire a posteriori, che tuttavia va collocata nel suo tempo. La Beauvoir è decisamente all’avanguardia sulla maggior parte dei temi trattati, ma ancora figlia sul tempo per altri. Nonostante questo ritengo che sia una lettura base per chiunque voglia affacciarsi su questo tema, o sarebbe come voler correre ancor prima di aver imparato a camminare.
   Per rimanere in tema saggi, uno di tutt’altra natura ma considerato un classico di quella tematica è Armi, acciaio e malattie, di Jared Diamond. L’autore, geografo e antropologo, illustra come l’evoluzione delle popolazioni sia intrinsecamente legata al luogo in cui si sono sviluppate. Le popolazioni dell’Eurasia hanno avuto uno sviluppo più veloce rispetto a quelle isolate dell’Oceania, o a quelle dei climi meno favorevoli come l’Africa e le Americhe. Diamond spiega cosa ha favorito questo sviluppo e cosa lo ha ostacolato, con un linguaggio estremamente chiaro. L’unica critica che si può muovere al libro è che, verso la fine, diventa un poco ripetitivo: le cause che secondo l’autore vanno a inficiare sullo sviluppo tecnologico sono sempre le stesse, e sebbene ci siano differenze fra un continente e l’altro, ovviamente, il succo della questione rimane lo stesso e la lettura si fa monotona negli ultimi capitoli.
   Avevo accennato tempo fa al fatto che la cultura giapponese mi affascina. È difficile trovare romanzi di autori giapponesi che non siano i soliti due o tre che vengono citati da vent’anni, così mi sono informata e ho deciso di iniziare dai classici moderni. Ho scovato Yukio Mishima, un personaggio particolare la cui vita è stata una fitta rete di contraddizioni, ma la cui penna mi ha conquistata. Ho letto Confessioni di una maschera, romanzo d’esordio in cui sceglie di rivelare le proprie passioni omosessuali e, in alcuni casi, particolarmente estreme (un interesse anche troppo entusiastico nei confronti del sangue, dei martiri e delle ferite), insieme alle proprie insicurezze adolescenziali, alle paure e alla brama contraddittoria di vivere per sempre e allo stesso tempo di morire gloriosamente. Si intravede la figura di un giovane che, nonostante le stranezze, suscita tenerezza e in alcuni casi compassione. Non so se abbia scritto altri libri autobiografici, in ogni caso sono curiosa di conoscere questo autore un po’ folle e un po’ timido in queste pagine si rivela con sincerità e coraggio.
   Per tornare ai saggi ho letto qualcosa che non mi sarei mai aspettata di leggere, anche solo un paio di anni fa. L’unica regola è che non ci sono regole, intervista dell’autrice Erin Meyer a Reed Hastings, fondatore di Netflix. Ho fatto l’abbonamento a Netflix, cedendo alle pressioni, poco prima dell’inizio della pandemia – quindi una decisione che si è rivelata fortuita nei lunghi mesi di reclusione – e quando ho visto questo titolo ho pensato che sarebbe stato interessante leggere la storia dell’azienda. Peccato che non si tratti della storia dell’azienda, ma della sua politica. Se lo avessi capito prima probabilmente non lo avrei letto, ma per fortuna non l’ho capito e ho scoperto una cosa nuova su di me: mi interessa questo argomento. Hastings racconta delle strategie che utilizza con i suoi collaboratori per fare in modo di avere un’azienda di successo. Alcune possono sembrare bislacche a noi italiani visto che la cultura del lavoro negli USA è molto diversa, ma i principi su cui si basa sono universali e molti sono applicabili anche qui. Sono abbastanza convinta che da qualche parte il signor Hastings voglia mettere in buona luce il suo prodotto, e che forse ci sono alcune cose non dette, ma non si può ignorare il fatto che egli ha, effettivamente, fondato un’azienda di videonoleggio e, mentre Blockbuster affondava, Netflix faceva il botto. Il libro offre anche uno spaccato su com’è lavorare negli Stati Uniti, il che fa venire un po’ voglia di tenersi alla larga da quel posto, ma rimane comunque una lettura interessante.
   Per avvicinarmi alle lettura più recenti, infine, ecco Cecità di José Saramago. L’autore non ha bisogno di presentazioni, e forse la storia è arrivata nel momento giusto: né troppo addentro alla pandemia da non permettere di concentrarsi sulla narrazione, né troppo al di fuori da non ricordare la situazione come fosse ieri. Durante i mesi di lockdown vedevo sul web tanta gente, una volta passata la fase di shock iniziale, cominciare a consigliare alcuni libri da leggere a tema ‘malattia’, alcuni dei più gettonati erano La peste di Camus e L’ombra dello scorpione di King. Mi chiedo ora perché nessuno abbia parlato di Cecità. La trama è semplicissima, nel mondo si diffonde una malattia che rende ciechi dall’oggi al domani e la società collassa nel giro di un paio di settimane. È impressionante il fatto che Saramago abbia descritto alcune delle situazioni che si vengono a creare senza aver vissuto in prima persona una pandemia (almeno, non credo che l’abbia vissuta, ma avrà sicuramente sentito storie sull’influenza spagnola e magari, chissà, si è rifatto a quelle). Prima l’incredulità, la sensazione che non possa capitare a noi, poi il panico quando inizia a diventare virale. La costruzione di centri di raccolta per i malati, la paura dei sani nei confronti degli infetti, che si trasforma in vera e propria violenza pur di scampare al contagio. Le misure insufficienti che vengono prese dal governo e la gestione inefficace di fronte a una situazione così grave e sconosciuta. Infine – e qui per fortuna sfociamo nella pura ipotesi perché non siamo arrivati a tanto – la violenza senza quartiere che si genera in una situazione disperata, ciò che si è disposti a fare per sopravvivere, quanto si può scendere a patti con la propria umanità per conservare la propria vita. Ancora non mi sento di consigliare questo romanzo a tutti, proprio per la vicinanza con un fenomeno che ha così radicalmente cambiato le nostre abitudini e concezioni, e che per il resto della vita segnerà uno spartiacque. Non leggetelo, se ancora non avete preso le distanze.
   Appena qualche mese fa, infine, ho letto La vegetariana, di Han Kang. Anche questo libro è stato scelto per curiosità nei confronti della letteratura estera. Leggo molti autori americani e inglesi, che si prendono larga fetta del mercato, e ovviamente italiani. Gli europei poi arrivano più facilmente in Italia, per una questione puramente geografica immagino, ma ci sono dei luoghi che rimangono nel lato oscuro della luna. Di libri di autori sudamericani, ad esempio, si parla pochissimo, di romanzi di autori di origine africana ancora meno, e gli autori asiatici si devono andare a cercare per trovare qualcosa. Fortuna che oggi la ricerca è più semplice, così ho deciso di leggere La vegetariana, ricordando il successo che aveva avuto e pensando che, dato che non ho mai letto nulla di un autore coreano, potevo iniziare da lì. Ho avuto un graditissima sorpresa, tanto che ho già in wishlist il prossimo libro della Kang nella sua traduzione inglese (perché non è edito in Italia). La cosa che più mi ha rapita è lo stile secco dell’autrice, in linea con la storia che racconta. Il modo spoglio e pacato di raccontare la storia di una donna che sceglie di spogliarsi di tutto ciò che è inutile, e mentre lo fa si rende conto che ogni cosa, in fondo, è inutile. Abbandonate le convenzioni, a iniziare dal modo di mangiare, la protagonista decide di lasciarsi andare solo a ciò che veramente desidera, senza pensare alle conseguenze o ai giudizi altrui. Ogni piccola libertà che si prende è come togliere uno strato alla realtà e scoprire che c’è un altro strato che può levare, un altra usanza irragionevole di cui, si rende conto, può fare a meno. E così avanti fino a raggiungere il nocciolo, fino a spogliarsi completamente di ciò che ritiene superfluo.

   Dopo questa che era decisamente una scalata di titoli, vi lascio in pace ad ammirare la vallata, sperando che magari abbiate trovato qualche titolo di vostro gradimento. Non c’è molto altro da dire, se non che spero di tornare presto a scrivere con regolarità, anche se la vita ci mette sempre in mezzo lo zampino. E questa volta non posso che esserne felice.

lunedì 29 gennaio 2018

La chiamata dei tre – Stephen King

L’anno scorso ho iniziato a leggere la saga della torre nera di King, soprattutto perché sarebbe uscito il film con Matthew McConaughey e Idris Elba. Il film era carino, ma nulla di che. A posteriori, posso dire che è stato una mezza delusione. Non c’entrava molto con il libro, e adesso che conosco la vera trama mi è sembrato semplicistico e adattato a forza ad un pubblico di ragazzini. Ho sentito dire che non ci sarà un seguito, e che il film ha disatteso le aspettative di molti.
Chissà perché?

Il primo volume della serie, “L’ultimo cavaliere”, è onirico – non ci sono altri modi per descriverlo.
La trama è quasi inesistente, più che leggerla la si intuisce. La storia qui viene vagamente introdotta, i concetti su cui la serie si reggerà vengono esplorati, e conosciamo il protagonista e l’antagonista principali. Non molto per un primo volume, soprattutto se pensiamo che conta anche qualche centinaio di pagine.
Non scrissi una recensione di questo libro perché non sapevo cosa dire. Sinceramente, non lo so nemmeno ora.
L’autore era a conoscenza delle stranezze di questo romanzo, lo scrive in una nota a fine libro, specificando che non è impazzito, e che quello che abbiamo letto non sono farneticazioni ma qualcosa che prima o poi prenderà una forma. Basta avere fede.
Menomale che esiste il seguito, “La chiamata dei tre”. Altrimenti sarebbero state farneticazioni.


Per farla breve: la Torre Nera si erge al centro di svariate dimensioni e il pistolero Roland di Gilead è l’ultimo che può salvarla dalla caduta. Se la torre cadesse sarebbe il caos, il che è proprio quello che vuole Randall Flagg, nemico che compare già in altri universi kinghiani, personificazione del maligno e tutto ciò che di brutto e cattivo riusciamo a immaginare.
In “La chiamata dei tre” passiamo ad uno stile più narrativo, più comprensibile se vogliamo. Vengono introdotti nuovi personaggi, la storia è più raccontata e si incomincia a vedere un senso in ciò che si legge. Nonostante questo rimane un capitolo introduttivo, perché parla essenzialmente di come Roland metta insieme la sua squadra, e da un pistolero si passi a tre pistoleri.
Non posso dire di essere stupita, King riesce a raccontare in un capitolo ciò che gli altri a volte dicono in un paragrafo. Ha senso, ci a messo un intero libro a raccontare quel che di solito leggiamo in un capitolo!
In questo romanzo si conoscono i personaggi che saranno i protagonisti, la storia di come si incontrano e gran parte del loro passato, del vissuto e del carattere che ne deriva.

Mentre leggevo continuavo a pensare che il film dell’anno scorso non assomiglia affatto a questa storia, nemmeno lontanamente, e mi sono ritrovata a sperare che, magari, un giorno, qualcuno ne farà un altro film, che sia però veramente La saga della Torre Nera.
Quindi ho pensato a quali attori sceglierei io per interpretarli (come avrete capito, adoro fare questa cosa).

Roland di Gilead
Mi spiace per Idris Elba, ma dato che nel libro in realtà è specificato che il suo personaggio ha gli occhi chiari e, inoltre, la sua appartenenza alla razza caucasica ha una certa rilevanza per la trama di questo volume, non sceglierei lui per interpretare la mia versione del film.
Io ci vedrei bene Tom Hardy.
Roland è stato presentato come un uomo che ha fatto diventare il suo compito un’ossessione. Morirebbe pur di arrivare alla Torre. Peggio, è disposto a lasciar morire gli altri se questi intralciano il suo cammino, e per altri intendo innocenti, amici, compagni, chiunque. Non ha pensieri che per la sua missione, ma una parte di lui ha paura di cosa succederà quando l’avrà compiuta, se dopo sarà ancora vivo. La sua vita avrà ancora uno scopo? Lui che tipo di uomo sarà diventato? Di quante cose dovrà pentirsi alla fine del suo viaggio? Questo ci fa capire che, nonostante possa sembrare il classico personaggio ‘cazzuto’, che fa il suo figurone dicendo frasi ad effetto (come fa spesso Roland, per la verità) in realtà è un uomo più profondo, che nasconde una finezza particolare.
Tom Hardy ha abbastanza l’aria del pistolero (immagino una versione Eastwoodiana del suo Mad Max), ma l’ho visto anche compiere miracoli del piccolo schermo (“Stuart, a life backwards”) e so che c’è altro in lui, oltre ai grugniti e alla faccia del buono maledetto. Esattamente come Roland.

Eddie Dean
Questo è il primo personaggio che Roland ‘recupera’ dal nostro mondo per accompagnarlo durante il suo viaggio. Eddie sarà uno dei tre cavalieri e, anche se all’inizio non ne è molto entusiasta, pare abituarsi all’idea, quasi che ci tenga. Nella mia mente ha il viso di Dane Dehaan.
Nominato anche Il Prigioniero a causa della sua dipendenza da eroina, Eddie Dean è il personaggio cui è facile affezionarsi. Non è chiaro il suo carattere, forse per la sua giovane età, ma anche perché rivela molti lati del suo carattere, a volte contraddittori. Può sembrare pericoloso e avventato, ma è l’unico a far davvero ridere il lettore, a commuoverlo e suscitare tenerezza. Detesta Roland per averlo trascinato in quell’avventura, ma allo stesso tempo gli è grato perché lo ha salvato. Da sé stesso, dalla sua vita che non aveva una scopo.
Ho visto Dehaan in un paio di film che mi sono piaciuti moltissimo (“Come un tuono”, “Kill your darlings”), e mi sembra che renda meglio quando deve interpretare un personaggio scomodo, in qualche modo disadattato. Non so se è un complimento…

Odetta Holmes/Detta Walker
Forse uno dei personaggi più complessi di cui abbia mai letto. Preparatevi perché è difficile da seguire.
Giovane ereditiera nei primi anni ’60 in una New York che giudica con severità le donne, mal tollera i neri ma è costretta a trattare con riguardo una ricca donna afroamericana costretta sulla sedia a rotelle. Odetta Walker è una ragazza affascinante, colta, gentile, un’attivista per i diritti dei neri che ha subìto un incidente che l’ha portata a perdere entrambe le gambe. Spinta sulle rotaie della metropolitana, è sopravvissuta per miracolo, ma oltre alla menomazione fisica ne ha avuta una mentale.
Da quell’incidente è ‘nata’ Detta Walker. Detta odia i bianchi, è convinta che loro la maltrattino per partito preso, tutti, nessuno escluso. Pensa – no, è convinta – che la prendano in giro e vogliano persino ucciderla perché lei è nera. È pericolosa, imprevedibile, piena di rabbia, sconsiderata sino alla follia. Non le interessa capire la situazione, non le interessa vivere o morire. Vuole solo mettere i bastoni tra le ruote a Randall e Eddie.
Odetta non sa che Detta esiste. Detta intuisce che c’è qualcun altro nella sua vita, qualcuno di cui deve liberarsi, ma non sa chi o cosa sia. Quale prevarrà, fra le due? La dolce, intelligente Odetta o la folle e pericolosa Detta?
L’unica attrice che vedo bene in quel ruolo è Lupita Nyong’o, bellissima e che ha già dato prova di un grande talento (“12 anni schiavo”).

Dubito che faranno presto un secondo tentativo per il film della Torre Nera ma, nel caso decidessero di farlo e per mero capriccio del destino uno degli attori sia uno di quelli della mia lista, sarò molto orgogliosa e prenderò in considerazione l’idea di lavorare come direttore del casting.
Magari il prossimo film verrà fuori NC17, ma credo che riscuoterebbe maggior successo se assomigliasse un po’ di più all’originale – che non lesina in sangue, parolacce e ossessioni disturbanti.
Aww, che bello!

domenica 14 febbraio 2016

Va’, metti una sentinella – Harper Lee

Iniziare una recensione come questa ha richiesto delle ricerche e molte riflessioni. Perché non è solo una recensione ma anche un pensiero.
Lessi “Il buio oltre la siepe” di Harper Lee quando andavo al liceo. Ero infervorata nella lettura, piena di ideali illuminati, pensieri profondi, e un nodo alla gola quando pensavo a tutti i temi che questo romanzo porta con sé – che non vengono mai alla mente con leggerezza, né si possono spazzare via con una scrollata di spalle. Mi piacque moltissimo e non manco di ricordarlo ogni tanto.
Quando seppi che era uscito il seguito ne rimasi stupita. Per me quella storia non aveva un seguito, finiva lì, ed era completa e perfetta così com’era. Nonostante questo non ebbi dubbi nel comprarlo e lo lessi avidamente, anche se un po’ perplessa. Non sapevo cosa aspettarmi, dove mi avrebbe portata, se essere curiosa o sulle mie.
Prima di dirvi ciò che penso, però, un piccolo excursus.
 
Lo dico per chi non ha sentito parlare della vicenda, ma si vocifera che la Lee non sia stata particolarmente d’accordo con l’idea di pubblicare “Va’, metti una sentinella”. Alcuni sostengono che sia stata convinta, altri che sia stata costretta. Aldilà di tutte le teorie che possono esserci, vorrei sottolineare un fatto.
“Va’, metti una sentinella” è stato scritto prima di “Il buio oltre la siepe”. Lee lo sottopose a un editore ma questi lo rifiutò, consigliandole di presentare la sua protagonista, Scout, da bambina. Sappiamo tutti che lo fece con grande successo, e dopodiché lasciò il suo primo romanzo nel cassetto. Pare che lo tenesse sottochiave, in una cassetta di sicurezza. Di certo dopo il successo che ebbe “Il buio oltre la siepe”, Harper Lee si rendeva bene conto dell’importanza che poteva avere quel manoscritto, ma ha scelto di non pubblicarlo.
I motivi per i quali lo ha conservato possono essere molteplici, forse puramente affettivi. Fatto sta che per cinquant’anni ha deciso di lasciarlo nell’ombra, di dimenticarlo, e di far sì che tutti quanti lo dimenticassero.
 
Se qualcuno di voi ha letto “Va’, metti una sentinella”, sa benissimo che cosa accade. (E badate bene che sto per dirlo, quindi se ancora non lo avete letto fuggite, sciocchi!). Atticus Finch è invecchiato, e ora che i diritti dei neri stanno davvero prendendo piede ha paura. Paura di ciò che potrebbe accadere, di vedere un nero essere suo pari, di poter essere forse scavalcato da un nero, e di dovergli lo stesso rispetto e le stesse identiche premure che si devono a un bianco. A dargli contro l’ormai cresciuta Scout, che accetta a braccia aperte un mondo dove i diritti civili sono uguali per tutti e che rimane allibita e annientata nello scoprire che l’uomo che ha sempre ammirato, suo padre, è uno di quegli uomini che lei disprezza di più.
Sono rimasta allibita e annientata come Scout.
Harper Lee
Il personaggio di Atticus Finch è diventato simbolo, per intere generazioni, di rettitudine, onestà, lealtà. Vederlo così trasfigurato mi è dispiaciuto molto, perché il mito che gli si era creato attorno era sì irraggiungibile (perché una persona così perfetta è difficile che esista) ma dava esempio e speranza.
Mi piaceva pensare che esistesse, anche solo nella fantasia collettiva, qualcuno come Atticus Finch. Qualcuno che si sarebbe sempre alzato per proteggere chi non poteva farlo, per dire le cose come stanno davvero e cercare di cambiare ciò che non è giusto. Perché se esiste nella nostra fantasia, allora forse potremmo trovare il coraggio di agire nella realtà.
Mi rendo conto che sto parlando di cose molto astratte, ma ecco che arrivo alla conclusione.
Se Harper Lee aveva deciso di mettere sotto chiave “Va’, metti una sentinella”, forse c’era un motivo. Forse anche lei si è resa conto che “Il buio oltre la siepe” è stato molto più che un romanzo, ha influenzato moltissima gente in maniera positiva, ha portato con sé un ideale importante. Questo ideale era incarnato da Atticus Finch.
“Va’, metti una sentinella” distrugge questo personaggio.
 
Per fortuna non sono morti gli ideali di Atticus, tuttavia mi dispiace molto il fatto che sia stato trasformato in un anziano fragile, atterrito dalla novità e dalla possibilità di condividere dei privilegi con prima erano solo suoi. Scout non è abbastanza forte come personalità contrastante, non è abbastanza saggia, carismatica né convincente per sostituirlo quindi ecco, penso che con questo romanzo abbiamo perso qualcuno a cui ci si poteva ispirare.
Per quanto mi riguarda cercherò di fare in modo che “Va’, metti una sentinella” scompaia dalla mia memoria. Preferisco ricordare Atticus Finch come Harper Lee ha voluto mostrarcelo per oltre cinquant’anni.
 
Atticus Finch
 

sabato 6 febbraio 2016

On writing - Stephen King

Il Fidanzato questo Natale mi ha regalato “On writing”, e ha azzeccato tutto ciò che poteva azzeccare. Quale regalo migliore per un lettore, di un libro? E per un estimatore di Stephen King, un romanzo di Stephen King? E per un aspirante autore, un manuale di scrittura? Ecco, “On writing” incarna tutto questo in un paio di centinaia di pagine!
Leggerlo è stato divertente, istruttivo, illuminante, interessante. Uno stile diverso da quello dei romanzi, giustamente, ma non perché si tratta di un manuale ci troviamo davanti ad un testo noioso, prettamente didattico. Leggere “On writing” è stato come prendere fiato per prepararsi ad un’apnea di concentrazione, saltare dal trampolino e rendersi conto che si è atterrati su una collina ricca di aria fresca.
Ho trovato bello il fatto di aggiungere una parte riguardo alla vita dell’autore, perché oltre ad essere spassosa ti fa anche pensare a come tu ti sei avvicinato alla scrittura. Motiva molto, si innesca una catena di ricordi, legati a sogni, speranze, legate al fatto che sì, amo scrivere, ed è proprio quello che farò non appena chiuso questo libro.
Consiglio di leggerlo a chiunque abbia questo sogno nel cassetto, o anche fuori dal cassetto e stia cercando di renderlo reale. Non è tecnico come altri manuali, tuttavia di manuali tecnici che ne sono a bizzeffe. E dato che la scrittura è anche una questione di cuore è bello che ci sia anche un manuale che lo dice chiaro e tondo.
 
Leggere tantissimo, scrivere tantissimo
Può effettivamente sembrare scontato, ma va detto. Se si vuole scrivere non si deve essere lettori pigri, perché dai romanzi altrui si può apprendere moltissimo. Inoltre ci sono autori che ispirano, che danno esempio, e leggerli è il primo passo per poi produrre qualcosa di nostro. Prima di amare la scrittura si deve imparare ad amare la lettura.
Per scrivere un libro, poi, si deve scrivere. Anche questo può sembrare scontato. Quel che consiglia King è di non aspettare l’ispirazione, non sperare che la prima stesura sia perfetta, cominciare a mettere per iscritto una parola dopo l’altra, anche quando non ci convince, anche se non ci sembra il massimo o quando ci siamo spremuti come un limone per dieci misere righe. Continuare, perché prima o poi la storia uscirà da sola, andremo avanti portati dall’entusiasmo, dalla voglia, dalla curiosità. Se invece non scriviamo niente, nulla potrà andare avanti.
 
Scrivere qualcosa che ci piace
Penso che questo consiglio sia seguito un po’ da tutti in maniera automatica. Ovviamente è meglio scrivere di qualcosa che ci appassiona, perché lo faremo con la voglia di arrivare alla fine.
Credo che un autore alla prime armi voglia scrivere perché si è innamorato di un genere o uno stile, e la prima cosa che si fa è voler emulare quel che abbiamo amato. Forse inconsciamente, o forse proprio con l’intenzione di fare un omaggio.
 
Vocaboli spontanei e vocabolario adatto
La poetica non è qualcosa che appartenga molto a King. Certo è evocativo, ma non è particolarmente poetico, utilizza un linguaggio immediato, conciso, senza fronzoli. Può piacere o non piacere, questa è solo una questione di gusti.
Nella sua esperienza – che direi è vastissima, più di così non possiamo chiedere insomma – consiglia di usare il vocabolario che siamo abituati ad usare tutti i giorni. Solo perché stiamo scrivendo un libro non significa che dobbiamo adottare termini più bassi o più alti di quelli a cui siamo abituati. È giusto cercare le parole più adatte, infatti il dizionario deve essere sempre alla mano, ma non volere a tutti i costi una parola astrusa solo perché è astrusa, o per farci belli agli occhi del lettore. Nessun lettore, leggendo dei vocaboli ricercati, penserà “Ma tu guarda che bravo Pinco Pallo, è così colto!”.
Inoltre dobbiamo ricordarci di utilizzare un vocabolario adatto alla situazione e ai personaggi, perché un contadino nato negli anni ’30 non potrà mai parlare come un ragazzino del ’70.
 
Verosimiglianza
Altrove, non in questo manuale, avevo letto che King consigliava di ascoltare le persone quando parlano fra loro, nei bar, nei negozi, o attingere alla propria esperienza personale quando si deve scrivere un dialogo, per fare sì che sia il più realistico possibile. Infatti uno dei suoi consigli è di rendere i dialoghi veri, perché non c’è nulla di peggio che leggere dei dialoghi terribili in un bel romanzo.
Allo stesso tempo dobbiamo fare attenzione a rendere le azioni dei nostri personaggi verosimili, dare loro le giuste leve per reagire e costruire la trama. Oltre che rispettare la realtà intorno alla quale costruiamo la nostra storia.
 
Non pianificare
Un consiglio che io, onestamente, non credo seguirò, è questo: non pianificare la trama, lasciare che si sviluppi da sola piano piano.
Ora, io scommetto che ci sono autori che sono capacissimi di farlo, ma io non sono uno di quelli (come se fossi un autore, oh! *sbarella*). Ci ho provato, immaginando appunto che le cose sarebbero andate avanti da sole, ma non è stato così. Però immagino che, se si vuole, si può provare questo metodo e vedere che ne esce.
Per me non funziona, ma per voi, chissà…
 
 
Trovare un significato, non partire dal significato
Mi piace che le storie abbiano un significato, un messaggio da passare, e non siano meri racconti. Però è anche vero che ognuno legge nei libri il significato che vuole, quindi voler dare un certo significato ad una storia non è così facile come può sembrare.
Trovo che questo consiglio sia molto azzeccato, per una questione molto semplice. Tutti noi abbiamo opinioni sul mondo che ci circonda, e se vogliamo scrivere un romanzo ci portiamo dietro quel bagaglio di esperienze, idee e appunto opinioni che abbiamo tutti i giorni da quando apriamo gli occhi al mattino. Cercare un significato prima di scrivere un libro è come tentare di bere il latte di cocco senza aver prima rotto il guscio.
Il significato c’è, non è quello il problema, perché diamo significato a tutto nella nostra vita. Ma nella nostra storia dobbiamo scoprirlo man mano, dobbiamo rompere il guscio e tirarlo fuori, perché è sempre stato lì nella nostra mente. Gettarlo nel libro, anche in maniera inconsapevole, è inevitabile.
 
Seconda stesura = prima stesura – 10%
Non c’è molto da dire su questo, mi sembra chiaro. King tende a tagliare, in revisione. Io penso che dipenda da molti fattori e scommetto che ci sono ottimi autori che invece di togliere qualcosa aggiungono testo, alla seconda stesura.
Dobbiamo solo capire che tipo di autori siamo. (Io taglio.)
 
Scrivere perché…
L’ultimo consiglio di questo manuale, al quale viene dedicato un capitolo intero, è quello che può sembrare più ovvio. Oggi però, in un mondo in cui esiste il self-publising (che non nego sia una grande idea e di certo non è nato per caso, ma come tutto ha i suoi risvolti positivi e negativi), è bene ricordarlo.
Non scrivete per rendere il posto un mondo migliore, per i soldi, per dimostrare agli altri qualcosa, perché sembra facile. Scrivete perché amate farlo. Perché tutto di quel processo vi affascina e vi fa sentire bene, perché è ciò a cui pensate con più entusiasmo!
Se si scrive così, allora è la cosa giusta da fare.

lunedì 1 febbraio 2016

I libri migliori hanno le peggiori recensioni

Negli ultimi tempi mi sto impegnando molto a scrivere racconti più o meno lunghi (non dico romanzi per non tirarmi la sfiga addosso, dato che ne ho uno in corso di cui scorgo a malapena la metà), e in contemporanea mando avanti il blog. Le recensioni, che hanno sempre fatto parte di questo spazio da quando il blog è nato, mi sembrano diverse da un tempo.
Sicuramente dipenderà dal fatto che sono passati gli anni e si cambia anche nei giudizi e nelle letture. Cambia anche il modo di scrivere, e già solo lo scrivere dona una prospettiva differente su ciò che leggiamo. Ma spesso mi domando in che modo avere una passione per la scrittura influenza la lettura e le eventuali recensioni di un romanzo. È fuor di dubbio che si ha un approccio più tecnico, si tende a porsi più domande durante le lettura.
Innanzitutto però diciamo ci sono due tipi di romanzi, e in primis in base a questo la mia lettura e la conseguente recensione è influenzata. I romanzi che mi piacciono e quelli che non mi piacciono.
Molto semplice.
 
Per i libri che mi piacciono fila sempre tutto molto liscio. Vengo talmente presa che me ne frego dei dettagli tecnici, di farmi mille domande sulla trama, di chiedermi come mai un personaggio funziona così bene eccetera eccetera. Queste cose passano in secondo piano e, quando mi ritrovo a recensire un libro che ho amato, spesso diventa un’ode in suo onore, sbrodolante aggettivi superlativi, dall’aria solenne e nostalgica.
Con i libri che invece non mi piacciono sono pignola oltre ogni dire. Riesco a trovare tutto ciò che mi infastidisce, che si parli di trama, personaggi, tecnica, messaggio che recepisco, qualsiasi cosa! I poveri libri in questione si trovano così dissezionati – vivisezionati, vista la crudeltà che mostro nei loro confronti – fin nei minimi dettagli.
Quindi ecco, non lo avevo mai pensato in maniera chiara, non me ne ero mai resa conto, ma scrivere questo post mi ha fatta rendere conto di una cosa: non sono affatto oggettiva. Poco male. In fondo non è il mio lavoro e, anzi, è proprio per dire la mia in libertà che ho aperto il blog. Il politically correct non farà mai parte di questo spazio, che invece serve proprio per dire ciò che penso, senza offendere certo, ma con una serenità che un professionista non sempre può permettersi.
 
 
Chiariti questi punti, penso che sia inevitabile per qualcuno che scrive avere un approccio più pragmatico ad un romanzo. Ma è una cosa buona?
Se si trattasse solo di scrivere recensioni sarebbe una cosa ottima. Un lettore/autore che analizza un libro può avere una comprensione a mio parere più completa di un testo, e magari notare sottigliezze che all’occhio di un lettore medio sfuggono. In questo modo sicuramente la sua recensione potrà essere più ricca, interessante, accattivante, o semplicemente fornire più pareri sul romanzo in questione.
Ma leggere non si tratta solo di analizzare un testo, si tratta prima di tutto di un passaggio di emozioni. Conoscere le tecniche per scrivere, maneggiarle con più o meno sapienza, possono intaccare la lettura? Possono rovinare un poco quello scambio emotivo?
Dalla mia esperienza devo dire che, purtroppo, sì. Faccio molta più fatica di prima ad amare incondizionatamente un romanzo. Non so se dipenda dal fatto che ho maturato un gusto più ricercato, più… snob?, o proprio dal fatto che mi sto impegnando molto di più nella scrittura, ma è così.
Mi viene da pensare che sia un piccolo prezzo da pagare per portare avanti la mia passione per scrivere. Ma d’altronde mi dico che il mondo è pieno di romanzi, e di certo non ficco il naso nelle pagine con l’intento di rimanere delusa, perciò leggo con entusiasmo e ottimismo in attesa di trovare il prossimo libro che mi conquisterà. Quindi è un prezzo che posso pagare senza troppi patemi, soprattutto perché le sempre più rare volte in cui trovo una storia che mi fa perdere la testa e non riesco affatto a recensirlo in maniera oggettiva, sono le migliori.
Ecco la crudele verità, lettori di questo blog: diffidate delle mie recensioni, quelle più sconclusionate, disordinate e romantiche sono quelle dei libri più belli.

domenica 10 gennaio 2016

L'atlante delle nuvole - David Mitchell

Per essere onesti sono passati qualcosa come tre mesi da quando ho finito di leggere “L’atlante delle nuvole” di David Mitchell. Il problema fondamentale è che mi è piaciuto così tanto che devo recensirlo ugualmente, anche se a mente fredda. Un po’ mi dispiace perché so che, se fatta subito, questa recensione avrebbe grondato ammore da tutte le sillabe.
Ho già letto Mitchell qualche anno fa. Lessi “I mille autunni di Jacob De Zoet” e mi piacque moltissimo. Non so perché non ho ancora incontrato nessuno che lo abbia letto. Comunque penso che si stato quello a sancire la mia ammirazione per Mitchell. Invece “L’atlante delle nuvole” ha sancito la mia ossessione. Sul serio, da ora in poi Mitchell dovrà stare attento, potrei stalkerarlo per sapere dei suoi romanzi in arrivo.
Quando di un autore leggi due libri e ne ami due alla follia, vorrà pur dir qualcosa.
 
Per chi non avessi visto il film di qualche anno fa, molto fedele fra l’altro, il romanzo si compone di sei storie che si susseguono in ordine cronologico, dalla metà del 1800 fino ad un’epoca più in là del futuro più tecnologico che possiamo immaginare. Ogni storia si interrompe a metà per raccontare la seguente, e così avanti fino alla sesta storia, che leggiamo senza interruzioni e dopo la quale riprendiamo e terminiamo tutte le altre in ordine inverso.
Di per sé ogni racconto è avvincente, commovente, o anche divertente, che sia la storia di come un robot tenta la ribellione per salvare i suoi simili o di come un editore cerca di scappare da una casa di riposo. Ogni epoca porta con sé personaggi eclettici, situazioni delle più disparate e momenti carichi di emozione.
Ciò che hanno in comune tutte le storie è il desiderio di giustizia, di un popolo o anche solo del singolo. Inoltre sono legate sia dalle storie stesse, che si ripresentano nelle altre sotto forma di diari, film, libri o registrazioni, che da tanti altri piccoli dettagli. Ricorrono ovunque le parole ‘atlante delle nuvole’, così come ricorre una voglia a forma di stella cadente in ogni personaggio principale.
 
La prima storia è ambientata nel 1800, è il diario di un notaio che viaggia ai Caraibi e il cui bottino recuperato per lavoro viene notato da un dottore imbroglione, che tenta di avvelenarlo per poterlo derubare.
Il diario viene trovato da un giovane compositore inglese diseredato. Questi viaggia in Belgio per lavorare assieme ad un grande musicista ormai anziano, che sfrutta la sua bravura per la propria fama. Durante la sua permanenza in casa del vecchio scambia lettere con il suo amante, Rufus Sixmith.
Anni dopo le lettere, gelosamente custodite da Sixmith, vengono lette da una giornalista dopo la morte dell’uomo. Questi era invischiato, suo malgrado, nella storia dell’occultamento di segreti politici ed economici, segreti che la giornalista Luisa Rey cercherà di portare a galla e denunciare.
La storia di Luisa viene raccontata in un libro, che però ancora non è un vero libro. Il manoscritto viene infatti inviato ad un editore perché venga preso in considerazione per essere pubblicato, cosa che l’editore fa durante le sue peripezie per fuggire da un ospizio dove è stato erroneamente rinchiuso. Le sue avventure sono così strambe che l’editore decide di farne egli stesso un racconto, che anni dopo si trasforma in un film.
Il film preferito di Somni 451 in effetti, nonché l’unico film che abbia mai visto, perché Somni 451 è una servente in un fast food del futuro. Creata dagli uomini per servirli è ignara, come le sue sorelle, della loro schiavitù, abilmente camuffata in vita reale e felice, almeno finché Somni non scopre la verità e fugge. Ma viene catturata, e le sue memorie prima dell’esecuzione vengono registrate.
Questa registrazione arriva direttamente al giovane Zachry, che vive in un’epoca post apocalittica che lui chiama Dopo la Caduta. Il mondo che conosce è selvaggio, smile per molti versi alla nostra epoca preistorica.
 
David Mitchell
Le storie che ho preferito sono quella ambientata negli anni trenta, con le lettere del giovane musicista, e le ultime due ambientate rispettivamente in un futuro non così lontano, e in uno invece così lontano da non riuscire a immaginarlo.
Penso di aver amato la prima storia perché mi sono affezionata al protagonista, un ragazzo incompreso, ribelle, e tuttavia dotato di genio. Invece le ultime due storie erano interessanti per la loro analisi della società e l’ipotesi di un futuro che mi sembra orribilmente plausibile.
Nel futuro di Somni 451 il pianeta sta morendo. Abbiamo sfruttato tutte le risorse disponibili, distrutto tutto ciò che la Terra ci ha offerto, e viviamo con i paraocchi senza voler vedere che cosa abbiamo fatto e a che cosa andiamo incontro. L’umanità è avida di sapere, di tecnologia sempre più avanzata, e preferisce non pensare a cosa gli riserva il futuro per non dover fare i conti con le proprie colpe.
In quello che io ho ribattezzato il Super-Futuro, invece, siamo l’umanità dopo la disfatta. Piccole tribù che vivono di caccia, raccolta, hanno superstizioni molto simili a quelle dei nostri popoli antichi. Si ammalano facilmente, vivono fino ai quarant’anni se sono fortunati e hanno sviluppato un linguaggio rozzo che è il risultato dell’involuzione di una lingua e di un popolo.
Forse potrà sembrare orribile, o tremendamente pessimista, ma io penso che andrà più o meno così se non ci diamo una regolata. In realtà penso di essere ancora ottimista nel mio piccolo, perché da alcune conversazioni con amici ho scoperto che, per la maggior parte, pensano che prima o poi ci estingueremo e basta, o distruggeremo il pianeta causando una sorta di auto genocidio.
Be’ ovviamente nessuno può sapere se andrà così, né i miei amici, né voi, né tanto meno io. Ma spero che, come detto sopra, prima di arrivare a questi livelli catastrofici ci daremo una regolata e smetteremo di vivere con i paraocchi.
 
“L’atlante delle nuvole” è un romanzo corale, di cui è difficile capire le intenzioni. Mettere nero su bianco il messaggio che vuole trasmettere è pressoché impossibile, ma anche inevitabile. Vuole dimostrare come ogni cosa sia collegata? O magari parla della ciclicità della specie umana. O forse vuole difendere l’uguaglianza, la libertà, il diritto di parola e di pensiero! O magari tutte queste cose insieme o nessuna di queste?
Non lo so, ma mi ha fatto riflettere. Solo per questo vale la pena leggero.
 
La locandina del film
 

martedì 2 giugno 2015

Tante cose belle

Nonostante la settimana di ferie la mia presenza su blogger è diminuita, perché sto approfittando dei giorni liberi per impegni vari che ho rimandato e rimandato. Spero tuttavia di riuscire a riposare prima che la mia settimana di ferie finisca e, quindi, di aggiornarmi con i blog che seguo e riuscire a scrivere i post che ho in mente.
In questa piccola toccata e fuga vorrei dirvi due cose, principalmente.
 
La prima è che sono stata contattata dall’autrice Grazia Gironella, di cui seguo il blog (Scrivere è vivere), per leggere e recensire il suo romanzo.
La cosa mi ha fatto moltissimo piacere, perché far conoscere romanzi tramite Changes.Chances. era una delle cose che avrei voluto per il blog, che ho ripreso l’anno scorso e che ho deciso di rivoluzionare. Tuttavia dato che ho sentito storie di blogger che hanno avuto problemi con le case editrici, che preferiscono recensioni solo positive o caricano i blogger di romanzi da pubblicizzare, mi piace di più l’idea di essere in contatto diretto con gli autori.
Questa richiesta di Grazia è un ottimo modo per cominciare perché è proprio il tipo di collaborazione che volevo, e mi fa piacere che abbia pensato a questo piccolo spazio per far conoscere il suo romanzo (che, fra le altre cose, ho visto essere recensito benissimo e sono impaziente di leggere).
 
L’altra cosa che è successa è che da ieri è in vendita il mio racconto, “Il fantasma del mulino”, pubblicato con Sem Edizioni. Il formato è solo digitale, ma sapete una cosa? Costa solo 0,99 centesimi!
Presto ne parlerò più dettagliatamente e farò delle piccole aggiunte blog per pubblicizzarlo anche qui al meglio. Nel frattempo vi lascio il link ad Amazon perché possiate andare a leggere la trama (che spoilera da Dio, però che ci vuoi fare?) e, se vi sconfinfera, potete anche comprarlo.
 

venerdì 6 marzo 2015

Blogghismo e femminismo

Ebbene dopo aver ceduto alla curiosità e aver letto il libro, ho di nuovo ceduto alla curiosità e guardato il film. Attenzione, mica scaricato in formato pirata e guardato al buio nella solitudine della mia casa. No, l’ho visto al cinema, assieme alle mie amiche! Quando ti promettono una serata fra donne così divertente grazie solo ad un film, che fai, non ne approfitti?
Sì, sto parlando di “Cinquanta sfumature di grigio”.
 
So che ci sono già centinaia di recensioni nel web riguardo questo film, ma questa non è una di quelle. Ci tengo a precisarlo, perché a quanto pare leggendo in giro si trovano solo lunghissimi scritti che criticano brutalmente il film e che probabilmente non sono interessati tanto a scrivere la recensione quanto alle visualizzazioni e ai commenti che questa riceverà.
Ovviamente è bello ricevere commenti, è bello che qualcuno legga ciò che scriviamo. Ma scrivere qualcosa non per il gusto di farlo o di condividere piuttosto che per i commenti non è onesto a mio parere. Sapete cos’hanno in comune tutte le recensioni sul film di “Cinquanta sfumature di grigio” che ho letto? Sono tutte sarcastiche e cercano di essere taglienti e spiritose – non sempre riuscendoci, tra l’altro.
Questo, si capisce, per ammiccare al lettore. Per fargli capire che quello che sta leggendo è un post innovativo, divertente, che segue le mode del momento e lo fa con ironia. Così il lettore di blog pensa: «Caspita! Dovrei proprio seguire questo sito così divertente e interessante!»
Tuttavia dopo la centesima recensione uguale alla prima che ho letto penso che tutti questi blog non sono poi così interessanti né innovativi, sono solo alla ricerca del post che gli darà notorietà. La qualità di questi blog non può quindi che essere pessima, diciamocelo. Perché quando scrivi qualcosa perché sembra facile e popolare ma non perché ti diverte allora c’è qualcosa di sbagliato.
 
Questa borsa riassume in due frasi tutto quello che io ho detto in trenta righe.
 
Tutto questo ragionamento per arrivare ad un semplice fatto: il film non è poi così male.
Nei giorni prima di andare a vederlo mi ero psicologicamente preparata ad una noia senza fine e ad un incazzatura bestiale, dato come mi aveva ridotto il libro. Invece poi sono uscita dal cinema e, be’, non si può dire che andrei a rivederlo e non credo che guarderò il seguito, ma le mie parole – e le mie amiche possono testimoniarlo – sono state «pensavo peggio».
Pensavo peggio perché da come ne parlavano sembrava che dovessimo andare a chiedere il rimborso del biglietto, e quelli del cinema non avrebbero battuto ciglio perché avrebbero capito il grado di cretinaggine che ci era stato proposto. Invece è stato guardabile, di sicuro non così male come lo hanno messo giù praticamente tutti, sul web, sui giornali, in televisione.
Ma andiamo con ordine.
 
Partiamo dal presupposto che non si può trarre un bel film da un brutto libro. La storia è identica a quella che ha scritto la James e, come il libro, mi ha procurato una rabbia non indifferente perché lui è uno stalker, esagerato e impiccione. Inoltre la storia è inverosimile perché si conoscono appena ma si comportano come se stessero assieme da anni. Tutte queste cose le sapevamo già, perché sono difetti del libro. Non si può incolpare il film per essergli stato fedele.
Fra le critiche che ho sentito in giro si parla della recitazione. Non è da premio Oscar, su questo non ci piove, ma ho visto gente recitare molto ma molto peggio. Forse lui non è il massimo, ma lei mi è piaciuta invece e, a chi ha fatto le critiche di turno, chiedo: «Ma voi come avreste reagito nell’entrare in una stanza piena di fruste e altri giochi sessuali sadomaso? Avreste urlato? Sareste scappati? Vi sareste messi a ridere?» Non si può fare altro che essere stupiti, vagamente affascinati e forse incuriositi. E questo ci è stato mostrato. Il film non è inverosimile per la tematica sessuale, ma perché è frettoloso, come il libro.
Una cosa che devo invece criticare al film è il nudo. Non che mi diano fastidio le scene di nudo – non sarei mai andata a vederlo altrimenti – ma è estremamente sessista. Passiamo un film intero a vedere ogni singola parte di lei, di lui solo le chiappe. Ora, non vorrei sembrare assatanata, ma perché di lui non possiamo vederlo, ‘sto fantomatico pisello che sembra essere il sogno erotico di ogni donna?! Solo per una questione di principio!
Perché il corpo della donna si può mostrare interamente nudo e quello dell’uomo no? Vediamo una vagina (che poteva anche darsi una rasatina, fra l’altro), non possiamo vedere anche un pene già che ci siamo? Tanto ormai…
Insomma, questa cosa mi ha dato immensamente fastidio. Non lo trovo equo, non lo trovo corretto nei confronti delle donne. Il film non parla di quello, ma inconsciamente e forse senza neanche volerlo insegna che il corpo della donna può essere mercificato, quello dell’uomo no. La donna non ha bisogno della privacy del proprio corpo, che non è importante, non importante come quella  del corpo maschile. La figura femminile non ha bisogno di essere coperta, può benissimo rimanere a nudo di fronte al mondo intero. Mentre quello degli uomini conserva ancora la sua privacy, e così il suo rispetto.
 
Non so cos’è diventato questo post. Un po’ si getta contro i blogger furbi e un po’ condanna il modo in cui viene ancora trattata la figura femminile. Un po’ difende e un po’ affonda “Cinquanta sfumature di grigio”, ma quello che volevo dire all’inizio in realtà è: questo è un film come un altro.
Siamo noi a renderlo un fenomeno, da soli lo innalziamo a molto più di quello che è e che vuole essere. Perché se togliamo il rumore che gli abbiamo creato attorno “Cinquanta sfumature di grigio” non è altro che un film d’amore. E per essere un film d’amore, non è neanche male.