domenica 5 agosto 2018

Il lato oscuro

Dopo tanti mesi (da febbraio mi pare) torno su questi lidi. Si vede che ogni tanto ho bisogno di una pausa dal blog.
Nonostante il precedente post inviti alla lettura, di libri in questo periodo ne ho letti pochissimi. Mi è venuto il blocco del lettore dopo essermi arenata a metà di “Via col vento”, vinta dalla malignità e cocciutaggine della protagonista – non sono sicura che si possa detestare Rossella, forse c’è una legge che lo impedisce e io ero l’unica a non saperlo, perché ho sempre sentito solo parole entusiaste su di lei ma, dopo averla letta, non me ne spiego il motivo. Ancora non mi sono ripresa del tutto, anche se “Ritratto in seppia” della Allende sta aiutando parecchio.
Un po’ per questo, un po’ perché si vede che non era il momento giusto, ho smesso di aggiornare. Non è stato volontario, semplicemente non avevo ispirazione per scrivere i post. Ma non mi andava di forzarli, e quindi eccomi qui dopo tanto, tanto tempo.

Una delle cose che mi è sempre piaciuta dello scrivere è la revisione del testo. Lo so, che tanti autori la detestano, o la vedono con orrore, o forse che la considerano una delle parti più noiose, meno creative, una delle cose legate ai doveri dello scrivere, più che ai piaceri. Eppure a me non è mai pesato particolarmente rileggere, correggere, fare considerazioni su tutti gli aspetti della storia e modificare lì dove necessario, anche grandi porzioni di testo. Mi è sempre piaciuto revisionare, sia sulle mie storie che su quelle altrui, di cui magari mi veniva richiesto un parere o una piccola correzione.
Non ho mai creduto veramente nei corsi di scrittura creativa, perché mi sembra che la scrittura sia qualcosa che non si può insegnare. Nella mia esperienza ciò che serve per migliorare nella scrittura è leggere tantissimo e fare pratica tutte le volte che si può. Inoltre sono convinta che ci voglia quel certo non-so-ché, una sensibilità particolare, un’idea, un modo di mettere le parole una dietro all’altra e riuscire a infondere a ognuna di esse una scintilla, e tutte messe assieme quelle scintille fanno dei fuochi d’artificio. Mica cose che si insegnano a un corso!
Ma per editare ci sono delle regole, mi sono detta. Quindi ho deciso di iscrivermi ad un corso di editoria.
Poi ho scoperto che, di regole, è come se non ce ne fossero.

Ho quasi sempre sentito parlare con sospetto degli editori, di alcuni grandi editori persino con biasimo, di quelli piccoli invece con grande ammirazione. Sono indubbiamente realtà diverse ed operano con modalità molto differenti e a volte, mi viene da pensare, con fini differenti (oltre a quello economico s’intende). Be’ sappiate intanto che non sono passata al lato oscuro, anzi sappiate che non c’è nessun lato oscuro.
Tutti gli insegnanti del corso erano persone che da anni lavorano nel settore e se c’è qualcosa che ho notato con immenso piacere è che tutti – non uno escluso – si sono dimostrati entusiasti del loro lavoro. Così come noi corsisti, impazienti di imparare e capire quello che a volte sembra un mondo popolato da leggi proprie, che i lettori spesso non capiscono e chi aspira a scrivere capisce ancora meno e guarda con diffidenza, quasi le case editrici fossero un ostacolo alla pubblicazione e non il tramite.
Inizialmente devo ammettere che anche io partivo con un’idea dell’editore un po’ falsata. Falsata da ciò che vedo in libreria, dalle catene di distribuzione, dai grandi gruppi editoriali che costringono le piccole realtà a sgomitare per sopravvivere, dai romanzi che cavalcano la cresta dell’onda della moda del momento. Ma non è solo quello, per fortuna, l’editoria. Certo ci sono molte cose che ho capito e con le quali non mi trovo d’accordo, tuttavia non posso chiudere gli occhi davanti a un fatto: chi lavora in ambiente editoriale è, prima di tutto, un lettore appassionato.

Sembra scontato da dire ma vale la pena ricordarlo, ogni tanto.
Sono lettori appassionati i professori che ci hanno tenuto lezioni sull’editing e la correzione di bozze, sulla grafica del libro, sulla filiera della distribuzione, sul marketing e la vendita del prodotto. Lo sono, o non si sarebbero avvicinati a quel mondo, perché è uno di quelli difficili da raggiungere e che non paga così tanto o così in fretta. Così come sono lettori appassionati tutti i corsisti, che se riusciranno a ritagliarsi il loro spazio in quel settore sarà una gran fortuna, perché ho conosciuto persone che desiderano davvero dare il loro contributo per scoprire opere bellissime e farle conoscere a tutti, persone che vorrebbero che tutti quanti capissero quanto è bello prendere in mano un libro e perdervisi.
E l’ho capito che non è così romantico, che si tratta soprattutto di duro lavoro, di leggere tantissimo e trovare pochissimo di veramente bello, di passare tanto tempo a fare ricerche sui più svariati argomenti, e scervellarsi su una parola o una virgola, e di scontrarsi con chi ti dice che non crede in un romanzo che ti ha entusiasmato, e cercare di essere il più empatici possibile con gli autori che ti hanno affidato la loro opera e magari sono un tantino restii ad accogliere suggerimenti, e un sacco di altre cose che abbiamo solo percepito, durante questo corso.
Però, alla fine, dopo tutto questo lavoro, ecco nascere qualcosa di meraviglioso: un libro. Che non è più solo dell’autore, ma è anche degli editor che ci hanno lavorato e hanno passato ore intere a parlare con gli scrittori di questo o quel personaggio o solo di una frase o di un punto. È del grafico che ha impaginato e pensato alla copertina, ai colori, al soggetto, così come del marketing che lo ha lanciato sul mercato e dei librai che lo hanno scelto in mezzo a centinaia di altri.
Ma soprattutto è anche dei lettori, quelli che si perderanno dentro i fuochi d’artificio.

Non so se questo corso cambierà qualcosa per me. Intanto ha cambiato il mio modo di vedere gli editori, e di approcciarmi allo scrivere.
Mi ha fatto capire che un giorno, se invierò un manoscritto a una qualunque redazione e questa lo vorrà pubblicare, avrò già trovato qualcuno a cui il mio lavoro è piaciuto, qualcuno che ci ha creduto. E magari è una sola persona, ma va bene anche così. Perché dopo di me, che ho investito tempo, speranze, e mi sono rimboccata le maniche e mi sono messa in gioco per inviare il mio libro a qualcun altro, c’è stato quel lettore. Quell’unico lettore che lavora in una redazione e ha voluto mettersi in gioco a sua volta, dicendo che il mio romanzo dovrebbe essere letto.
  Ci sarebbe molto da dire ancora su questo argomento – abbastanza da riempirci un libro, tu pensa! – ma l’ultima cosa che mi viene da dire è questa: forse, se gli autori e i lettori che puntano il dito contro le case editrici, perché loro sono il male e si approfittano di tutto e tutti, se si fermassero un attimo a pensarci capirebbero che non è proprio così. E magari un giorno, se noi lettori per primi smettessimo di comprare ai parenti per Natale l’ultimo best seller perché siamo sicuri che leggeranno solo quello, o il libro che va di moda perché “vediamo che dice, per essere così venduto”, o la biografia del calciatore scritta da un ghost writer o chi più ne ha più ne metta, allora forse riusciremmo a ritrovare quell’editoria di qualità che adesso è solo di nicchia, e che tutti ricordano con un’espressione sognante che manco Homer Simpson con la ciambella.

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