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mercoledì 8 ottobre 2014

Doctor Sleep - Stephen King

   Ho finito da poco di leggere “Doctor Sleep”, di Stephen King.
   Non ho molto da dire al riguardo, per la verità, ma solo perché ne ho piene le scatole di Stephen King. Insomma, non di lui in particolare, e nemmeno dei suoi libri (li leggo volentieri, altrimenti non li leggeri nemmeno), ma solo di parlare di lui.
   Passerà del tempo prima che recensisca come si deve un altro dei suoi romanzi, spero che non me ne voglia (ma non credo proprio!).
   La seguente non è una recensione, è una sfilza di cose che mi sono piaciute e non mi sono piaciute di questo libro.
 
 
   Nelle note d’autore alla fine del libro, King dice che dopo aver scritto “Shining”, mentre firmava degli autografi, un suo fan gli ha chiesto che fine avesse fatto Danny Torrence, il bambino protagonista. Questa domanda gli ronzava in testa ogni tanto, ma lui non ci dava troppo peso. Un giorno, improvvisamente, l’ispirazione lo ha colpito e ha partorito “Doctor Sleep”.
   Be’, cominciamo con il dire che, se fosse dipeso da me, non sarebbe mai nato nessun libro. A mio parere “Shining” era bello che concluso, e come potete leggere dalla mia recensione del libro, non è che mi avesse emozionato tanto, per cui non mi chiedevo che fine avessero fatto i personaggi. Mi sembrava scontato che Danny e la mamma avrebbero vissuto una vita pacifica fino alla fine dei loro giorni, tormentandosi ogni tanto per quel che era successo in passato ma vivendo, tutto sommato, felici.
   In fin dei conti però sono abbastanza contenta che il tarlo «Cos’è successo a Danny Torrence» abbia spinto King a scrivere un nuovo libro con lui come protagonista perché, se da bambino mi lasciava indifferente, da adulto Danny mi è piaciuto molto di più.
   Possiamo dire anche che mi sono innamorata di lui, come solo di un personaggio letterario ci si può innamorare. Speravo con tutta me stessa che alla fine del libro Dan avrebbe vissuto una maggica storia d’ammore  nella quale io avrei potuto crogiolarmi (sì, ultimamente voglio leggere storie d’amore, okay? A chi abbia da consigliarne di carine dico, avanti siore e siori!).
   A parte lui anche l’altra protagonista, Abra, mi è piaciuta molto. Una ragazzina di tredici anni risoluta, sensibile, divertente e con un potere enorme. La luccicanza in Abra è mille volte più potente che in Dan. Se lui è una lampadina, Abra è un faro da stadio.
   Proprio questo, a mio parere, rovina un po’ la storia. Nonostante il gruppo del Vero Nodo, che si nutre della luccicanza dei bambini torturandoli e uccidendoli, voglia prendere Abra per cibarsene, diventa subito ovvio che la ragazzina è troppo forte per loro. Non c’è assolutamente storia e, sebbene alla fine del libro King ci faccia salire l’ansia per quello che succederà, non ho mai dubitato nemmeno un secondo che Abra e Dan avrebbero vinto. Abra è troppo potente, è logico che vinca lei. Senza averlo mai fatto riesce a scacciare dalla sua testa una donna molto forte che cerca di frugarle nel cervello, facendole anche del male fisico a distanza di kilometri. Ora ditemi se una così, quando si concentra, non può fare fuori tutti i suoi nemici!
 
   Se qualcuno avesse letto il libro, comunque, e si fosse affezionato talmente ai personaggi da voler leggere qualche altro libro con loro come protagonisti, potremmo semplicemente decidere di andare da Stephen King e, casualmente, chiedergli: «Scusa ma, dopo “Doctor Sleep”, che fin ha fatto Abra?»

lunedì 1 settembre 2014

Misery - Stepehn King

   Una piccola premessa, prima di cominciare con la recensione.
   Io ho paura dei pazzi. Mi spiego meglio. Se vedo un film con gli spiriti, i fantasmi, gli zombie o altri mostri del genere non mi spavento quasi mai. Se vedo film con dei pazzi psicopatici che cercano di ucciderti per il solo motivo che a loro sembra logico e semplice, allora mi spavento. Non so voi, ma gli psicopatici in carne e ossa mi fanno rabbrividire molto di più che un presunto spirito che galleggia per casa. A spaventarmi non è tanto il fatto che sono certa che esistano, ma che sono imprevedibili e incomprensibili.
   Un’altra premessa è che raramente mi sono spaventata con un libro. Ho avuto paura, da bambina, con i libri della serie di Peggy Sue, di Serge Brussolo, perché succedevano cose molto inquietanti delle volte, ma così su due piedi non mi viene in mente nessun libro per il quale io abbia provato veramente paura. Forse una sorta di malessere, come quando leggevo “Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino” o “Ingannevole è il cuore più di ogni cosa”, ma paura mai. Un po’ perché i libri dell’orrore non sono il mio genere, un po’ perché faccio fatica a spaventarmi.
   Ho appena letto “Misey”, di Stephen King.
   E ho avuto gli incubi.
 
   Stephen King è molto evocativo, per chi non lo sapesse. Talmente tanto, in effetti, che è facile immaginare i suoi libri come scene di un film. Non perché descriva ambienti e personaggi particolarmente bene – anzi, a volte non li descrive affatto – ma perché sa come trasmettere una sensazione. Talvolta sensazioni roboanti, che ci vengono addosso come onde nel mare grosso, e talvolta sensazione sottili, intuizioni o fantasie.
   In “Misery” esistono più sensazioni che descrizioni, e probabilmente è questo che fa crescere l’ansia e la paura man mano che si va avanti a leggere.
   Non vi svelerò la trama se non per informarvi di cosa parla il libro, giusto perché non partiate impreparati.
 
   Paul Sheldon, scrittore della seria di libri che vedono come protagonista l’indistruttibile eroina vittoriana Misery, si sveglia in una stanza che non è un ospedale, dopo un brutto incidente stradale in un luogo isolato che gli ha distrutto entrambe le gambe e gli impedisce di muoversi. A salvarlo dalla morte certa è stata un ex infermiera, Annie Wilkies, che lo porta nel casolare dove abita e comincia a prendersi cura di lui.
   Paul si rende conto presto che Annie è pazza. Volubile e imprevedibile, per mezzo di torture psicologiche e fisiche gli ruba, pian piano quel che è lui. Lima con pazienza ogni suo spigolo, ogni sua forza di replica, e la dignità e l’orgoglio gli vengono succhiati via pian piano.
   Costretto a scrivere per Annie – la sua ammiratrice numero uno – un libro intitolato “Il ritorno di Misery”, Paul combatte per la sua vita e tenta in ogni modo di rimanere sano, in un mondo che non è più il suo: è il mondo di Annie Wilkies, il mondo nel quale se non sei d’accordo con lei ti può venire amputato un pollice, il mondo in cui anche quando pensi di essere salvo ti rendi conto che Annie sa ogni cosa. Un mondo che sta logorando Paul Sheldon, che lo sta lentamente facendo impazzire.

 
   Spero di avervi per lo meno incuriositi, anche se mi rendo conto che la mia piccola anticipazione nulla ha a che vedere con la suspance del romanzo.
   Non ho mai visto il film che ne è stato tratto (“Misery non deve morire”) ma non appena me lo procurerò lo guardo subito! So che Kathy Bates, che nel film è Annie, ha anche preso un oscar per la sua interpretazione. Sono decisamente curiosa di vedere come hanno fatto il film.
   Be’, ora sfido chiunque di voi a leggerlo e a non avvertire almeno un brivido alla schiena.

giovedì 7 agosto 2014

Shining - Stephen King

   “Shining” è uno di quei titoli che senti in continuazione, e ogni volta che lo senti ti dici: «Dovrei leggerlo, prima o poi.» Invece non lo leggi mai finché qualcuno non te lo mette fra le mani, perché quando vai in libreria, deciso a comprarlo, «oh!, guarda le offerte: tutti i libri a cinque euro!», e quando li ritrovi tutti quei libri a cinque euro? In fondo, “Shining” lo vendono tutti. La stessa cosa accade con il film, o per lo meno la stessa cosa è accaduta a me. Ogni volta che beccavo il film in seconda serata morivo di sonno, e gli interminabili minuti in cui il bambino si fa kilometri di hotel in triciclo nel silenzio più totale non aiutano affatto (come d’altronde nemmeno i primi piani di un Jack Nicholson allucinato).
   Non avrei mai letto “Shining” se qualcuno non avesse deciso di disfarsi di qualche libro e il mio fidanzato non me ne avesse portati a casa una dozzina. Le braccia cariche e gli occhi tondi scintillanti (solo perché la maggior parte erano firmati Stephen King), come se avesse trovato un cagnolino per strada e lo avesse raccolto. Faceva la faccia tenera – perché sa che non abbiamo più scaffali da riempire – e chiedeva: «Possiamo tenerli? Per favooore.»
 

   Ebbene, è stato uno di quei casi in cui, terminato di leggere, ho pensato: «Be’, almeno era gratis.»
 
   Devo ammettere forse di essermi fatta un po’ troppe aspettative riguardo a questo libro, ben sapendo che l’azione doveva essere limitata visto che parliamo di tre persone isolate dalla neve per sei mesi! Ma non è corretto da parte mia essere così severa, perché ci sono state parti che mi sono piaciute molto.
 
 
   Jack Torrance è un aspirante scrittore, ex alcolista, che ha perso il lavoro da insegnante perché, preso dalla collera, ha picchiato uno dei suoi studenti. L’unico lavoro che riesce a rimediare è quello all’Overlook Hotel, un albergo in montagna che rimane chiuso per la stagione invernale poiché inagibile a causa della neve, che lo isola da ogni cittadina vicina. Il suo compito di guardiano è quello di scaldare a turno tutte le aree dell’albergo e occuparsi della caldaia, abbassando la pressione tre o quattro volte al giorno per impedire che scoppi. Così Jack Torrance e famiglia, la bella moglie Wendy e il piccolo Danny di soli cinque anni, si trasferiscono all’Overlook Hotel.
   Presto i nuovi inquilini scoprono che l’albergo ha un passato oscuro. Molti delitti vi si sono consumati, fra omicidi e suicidi, e l’albergo è diventato un luogo malvagio. Impregnato del male e della morte stessa, desidera trascinare sempre più persone tra le fila dei suoi fantasmi e il piccolo Danny è un candidato ideale grazie al dono che possiede, lo shining.
   Lo shining permette a Danny di leggere nel pensiero, di avere visioni del futuro e di comunicare con altri che hanno il suo stesso potere, anche a miglia di distanza. Crede di essere l’unico prima di incontrare Dick Halloran, il cuoco dell’Overlook, che mentre illustra a Wendy il funzionamento della cucina vede in Danny lo shining e gli confessa di averlo anche lui.
   A metà Dicembre una delle tante nevicate della stagione si rivela quella decisiva. Rinchiude la famiglia Torrance nell’Overlook Hotel, e allora l’albergo scatena la sua invettiva contro di loro. Le siepi innevate del giardino, a forma di cane e di leone, li attaccano per poi tornare immobili come semplici arbusti, facendo credere a Jack di essere impazzito. Le feste di capodanni passati si risvegliano nei saloni da ballo e lasciano strascichi di coriandoli e festoni come se si fossero tenuto la sera prima. Fantasmi di morti si alzano e cercano di strangolare Danny, oppure con lusinghe e inganni, tentano di convincere Jack a uccidere i suoi cari.
   Confuso e ammaliato dal potere dell’Overlook, Jack Torrance si convince che l’unica colpevole della sua vita andata a rotoli è Wendy, che gli ha impedito di affermarsi come scrittore, che lo ha spinto all’alcolismo, che gli mette contro suo figlio Danny. Deve ammazzarla. E con lei, anche il bambino, secondo fautore della sua sconfitta. Dopotutto, l’hotel non vuole loro, ma lui, è lui quello importante. Ma per dimostrare di essere all’altezza deve ucciderli. Loro non amano l’Overlook come lo ama lui, loro volevano andarsene quando Danny ha iniziato ad avere le visioni. La pagheranno cara per quello, Jack li ucciderà e farà bella figura con il direttore dell’albergo.
   Ormai folle, l’uomo li attacca, ma Danny ha chiesto aiuto a Dick Halloran grazie ai suoi poteri telepatici. Questi li raggiunge dall’altra parte del paese e li porta fuori dall’hotel appena prima che questo esploda a causa della caldaia, che Jack aveva trascurato.
 
Ecco cosa intendevo prima con "facce allucinate".
   Se verso la fine il libro diventa incalzante, mi spiace dire che per le duecento e passa pagine prima, è terribilmente lento. Ho saltato alcune parti a piè pari riprendendo la lettura poco più avanti, e non me ne sono affatto pentita. Mi è piaciuto molto come sono stati delineati i personaggi e la conclusione è perfetta.
   L’unica pecca è che è uno di quei libri che non rileggerei mai. Sì, carino, ma tutto qui.
   Non fraintendetemi, sono sicura che sia un classico dell’horror e magari anche uno dei lavori meglio riusciti di King, ma forse non è il libro che fa per me.

lunedì 21 luglio 2014

Inferno - Dan Brown

  Prima che pensiate che questo sia l’ennesimo, irato sfogo contro il povero Dan Brown, che altra colpa non ha se non quella di aver scritto un best seller consultando “100 cose da fare a Roma”, lasciatemi dire che non è così.
   Personalmente credo che quando iniziò a scrivere “Angeli e demoni” e “Il codice Da Vinci”, Brown volesse solo scrivere un bel thriller che interessasse le persone, non un manuale di storia, per questo motivo lo perdono. Ovviamente apprezzo molto di più gli autori che si informano pedissequamente sulla materia da loro trattata, ma non me la sento di condannare Dan Brown solo perché il suo editore – ignorante quanto lui riguardo i dettagli – gli ha detto che era un libro fantastico.
   Questa piccola premessa solo per dire che, a mio parere, Dan ha imparato dai suoi errori. Lungi dal volersi di nuovo attirare addosso la critica realmente acculturata, per “Inferno” ha studiato bene.
 
 
   Lessi “Angeli e demoni” all’epoca dell’uscita, e ne fui entusiasta. Nessuno mi dava retta quando dicevo che era un libro bellissimo, nemmeno in famiglia, e quando tutti cominciarono a comprarlo dopo il boom di “Il codice Da Vinci” nessuno mi ascoltò mugugnare: «Io ve l’avevo detto». Per curiosità cominciai anche a leggere il secondo ma dopo appena cinquanta pagine mi arresi.
   Da un lato avevo quindi un libro che mi era piaciuto moltissimo, da un altro invece un libro noiosissimo. Avevi deciso di non fidarmi più del signor Brown e dei suoi best seller (come d'altronde faccio con tutti i best seller).
   Dopo qualche anno vedo le librerie piene del profilo nasuto di Dante, con abbinato il nome di Dan Brown. Lo ammetto, inizialmente pensai: «Oh no! Che cos’ha fatto quest’uomo al povero Dante?». Io adoro Dante, amo “La divina commedia”, e nonostante lo scetticismo iniziale alla fine la curiosità prevalse.
   Adesso se penso a Dan Brown ho un libro bellissimo, un libro noioso e un libro non poi così bello. Non credo che lo leggerò ancora, e questa volta è una decisione ferma! ...a meno che non intitoli il suo prossimo libro “Caravaggio e il mistero dei Puffi”, o "Dalì viaggia nello spazio", allora ci potrei pensare.
 
 
   La trama è piuttosto complicata, non ho intenzione di sviscerarla qui, anche perché quella è il punto forte del libro e non vorrei rovinarvelo, nel caso voleste leggerlo.
  Vi basti sapere che questo libro inizia col botto!
   Robert Langdon, professore universitario e studioso di simbologia, si risveglia a Firenze senza sapere come ci è capitato. Un sicario vuole ucciderlo, e a quanto pare anche il governo americano. Non ha la più pallida idea di cosa stia succedendo e così inizia a ripercorrere i suoi passi aiutato dalla dottoressa Sienna Brooks. Così facendo porta alla luce il terribile piano di Bertrand Zobrist, genio genetista, che visto il pericoloso sovrappopolamento del pianeta ha deciso di porvi rimedio rilasciando un virus che dimezzerà la popolazione mondiale.
   Se ci ripenso non posso fare a meno di credere che il cattivo del libro abbia ragione, probabilmente. Non che io m’intenda di queste cose, ma è vero: ci sono paesi dove un bene primario come l’acqua scarseggia, e poco ci manca che anche da noi venga messa una tassa sull’acqua! Non mi sembra poi così assurdo che succeda proprio quello che Dan Brown pronostica nel suo romanzo. Se l’avete letto o lo leggerete, vi sfido a non soffermarvi a pensarci!
   A parte questo, la trama e i suoi totali stravolgimenti mano a mano che il romanzo va avanti – e soprattutto alla fine – sono la cosa migliore del libro, che purtroppo ha anche dei lati negativi.
   Dan Brown, forse smanioso di non cadere di nuovo nell’errore, ha visitato Firenze e Istanbul, le due città dove si svolge la vicenda, e probabilmente si è informato su tutto ciò che stava scrivendo, con libri, guide e probabilmente studiosi esperti. Questo è sicuramente il motivo del perché il romanzo, a tratti, sembra il mio manuale di storia che usavo all’università. Descrizioni che rasentavano la noia! Leggevo e a tratti mi rendevo conto di aver letto una parte senza prestarvi attenzione, proprio come si fa con i libri di scuola, quando ti ritrovi a leggere la stessa riga dieci volte e ancora non sai di cosa parla!
 
   A parte questo il romanzo non mi ha presa più di tanto, anche se non saprei dire il perché. La trama era interessante, molto, e si poteva anche sorvolare sulla tediosità di alcune parti (basta saltarle a piè pari! Facile no?), ma c’era qualcosa che non mi convinceva.
   Quando un libro mi piace molto, ma davvero molto, appena ho del tempo libero mi metto a leggerlo. Non c’è televisione o sonnellino che tenga, lo leggo finché non lo finisco! Sarà capitato anche a voi, immagino.
   Leggendo “Inferno” invece, dovevo un pochino costringermici. Una volta iniziato a leggere potevo continuare per un po’, certo, ma mi serviva uno sforzo di volontà per l’input iniziale.
   Questione di gusti, forse.
 
Bradley Cooper
 
   Ripensando ai film che erano stati tratti dai libri di Dan Brown mi è venuto in mente che, dato che erano improponibili, io li rifarei tutti con un cast differente – soprattutto non sceglierei mai uno come Tom Hanks per il ruolo di Robert Langdon. Tanto per gioco, ho pensato a quali attori sceglierei io per il film di “Inferno”.
   Ho sempre immaginato Robert Langdon come un moderno e un pochino più realistico Indiana Jones. Entrambi professori universitari, affascinanti e colti ma anche avventurosi e puri di cuore. L’unica differenza è che Indiana le avventure se le andava a cercare, mentre a Langdon capitano, indesiderate, fra capo e collo. Ho due attori che vedrei bene nei panni del professor Robert Langdon: Daniel Craig e Bradley Cooper.
   Sienna Brooks invece la immagino atletica e bella, e ci vedrei bene a interpretarla Blake Lively.
   Per la cosiddetta “Donna dai capelli d’argento”, ovvero la direttrice dell’OMS Elizabeth Sinskey sceglierei Judy Dench.
   Invece come super-cattivo Bertrand Zobrist, che ha i capelli rossi, è geniale e ovviamente affascinante (che cattivo sarebbe sennò?) sceglierei un attore che ho ‘scoperto’ da poco: Domhnall Gleeson, un attore irlandese, che fra l’altro è anche regista e sceneggiatore teatrale (se volete un consiglio guardatevi “Questione di tempo”, con lui, Rachel McAdams e Bill Nighy, un film bellissimo!).
 
Blake Lively
 
Bene, questo è quanto. Non una recensione appassionata come altre, ma spero che vi abbia dato qualche dritta nel caso siate curiosi, come me, di leggere l'ultima fatica di Dan Brown.