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giovedì 18 settembre 2014

Film vs. Book

   In questi ultimi tre mesi ho letto più libri di Stephen King che in tutta la mia vita di lettrice, più di quanti sospettassi mai di leggerne e più di quanti la mia libreria ne possa contenere.
   Dopo aver letto “Shining” e “Misery” e aver visto i rispettivi film, ho fatto un voto. Il voto di non guardare più film tratti dai libri di Stepehn King.
   Questo perché, indubbiamente, il libro è sempre più bello del film, ma per qualche motivo tutti i libri di Stephen King diventano estremamente noiosi, quando proiettati. Non me ne vogliate fan di Kubrick, ma Shining-film non mi è piaciuto affatto, e nemmeno Misery-film (con tutto che io adoro Kathy Bates!). In passato ho visto IT, ma l’unica cosa davvero spaventosa e veramente perfetta di quel film era l’interpretazione di Tim Curry, il resto era solo pessima recitazione e un ragno-peluche gigante.
 
   A parte questo, mi sono messa a pensare a come mai i libri sono sempre più belli dei film. Onestamente, è una cosa che non riesco a spiegare, perché a pensarci razionalmente il film dovrebbe essere più emozionante. Le pagine che ti hanno procurato allegria, tristezza, ansia, paura, tramutate in immagini.
   Io non sono una di quelle persone che vanno al cinema e commentano: «Nel libro però non era così!» Capisco che ci siano certe esigenze in un film e credo fermamente che, se fatto bene, un film possa essere bello quanto il libro. In certi casi, addirittura di più.
   Ho pensato a dei film che mi sono piaciuti più dei libri da cui sono stati tratti, ed ecco a voi il risultato di tanto spremere le meningi.
   Ahimè, in realtà non sono molti, e non ho dovuto spremere le meningi così tanto perché avevo in testa chiaramente i film che mi sono piaciuti più o quanto i libri.
 
 
   Un ponte per Terabithia, di Katherine Paterson
   Al terzo posto c’è “Un ponte per Teabithia” perché sia il libro che il film erano bellissimi.
   Questo è l’unico film per il quale anche gli uomini possono versare una lacrimuccia. Io mi sciolgo sempre di fronte ai film tristi, piango senza ritegno, ma gli uomini della mia famiglia non piangono mai! In parte perché, come molti uomini immagino, tendono a non lasciarsi andare a sentimentalismi per cose come i film, ma soprattutto perché guardano solo film d’azione.
   Quando uscì al cinema “Un ponte per Terabithia” io e i miei genitori andammo a vederlo, convinti che si trattasse di un film fantasy del tipo “Narnia”. Restammo in un primo momento sorpresi, ma poi la storia iniziò a piacerci e, alla fine, mentre mi asciugavo le lacrimucce agli angoli degli occhi, gettai un’occhiata a mio padre, e vidi che stava facendo lo stesso!
   Poco fa riguardavo il film a casa e il mio fidanzato fece la sua apparizione e si appollaiò al mio fianco, sul divano. Lui è uno di quelli che soffre solo alla vista di bambini malati e animali maltrattati. Alla fine del film era disperato e pretendeva di sapere chi era l’autrice del libro per andare da lei e punirla con una macchina di tortura per quel che aveva fatto.
   Insomma, “Un ponte per Terabithia” non solo ha il potere di far sciogliere in lacrime anche il più brutto e cattivo degli esseri umani, ma è anche un bel film. Scorrevole, originale quanto basta, con una morale (non ne fanno più molti, di film con una morale) e un finale che non ti aspetti.
 
 
   Holes, di Louis Sachar
   Ho visto questo film un milione di volte, e ho letto il libro solo una volta. Questo è già indicativo, immagino.
   Chi di voi non ha visto Shia LaBeouf agli esordi è pregato di guardare il film, che è (rullo di tamburi!) più bello del libro. Forse perché il libro era pensato per un pubblico di bambini, forse dai dieci anni in su o giù di lì, invece il film è piacevole per tutti, o per lo meno così mi sembra. Ovvio che sia un film per ragazzi, ma credo che anche agli adulti piaccia senza particolari riserve.
   Mi sembra di ricordare che nel film la parte ambientata nel passato fosse presa molto più in considerazione. Inoltre nel libro seguivamo solo le vicende di Stanley, quindi non sapevamo che cosa succedeva nel frattempo alla sua famiglia, nel film invece sì, e questo lo rendeva molto più interessante.
   Di quel film mi piacciono i piccoli dettagli. Ad esempio la sfiga smette di accanirsi sugli Yelnats nel momento esatto in cui la profezia della trisavola di Zero si avvera. Mi piace che il segreto anti puzza dei piedi sia un miscuglio di pesche e cipolle, che riunisce i Kate e Sam del passato. Così come il tesoro di Stanley Yelnats II, che viene ritrovato e dichiarato di Stanley solo perché la famiglia continua a usare il nome del trisavolo. Insomma, ci sono tante piccole cose che mi piacciono, che nel libro vengono date semplicemente per scontate ma che nel film risaltano.
 
 
   Hunger Games, di Suzanne Collins
   Ho recensito sia il primo che il secondo libro, per cui non mi dilungherò più di tanto.
   Vi basti sapere che per il mio compleanno mi è stato regalato “Il canto della rivolta”, che ancora non ho letto. La verità è che lo sto lasciando per dopo, perché prima voglio vedere il film.
   E con questo ho detto tutto.

giovedì 2 gennaio 2014

Hunger Games La ragazza di fuoco - Suzanne Collins

   Sarà la ferma decisione di tornare a scrivere, o le vacanze natalizie che mi permettono più tempo libero, ma leggo come un treno e non voglio fermarmi. Questo implica che abbiamo, a distanza di non molto, un’altra recensione.
   Come potete ricordare avevo recensito il primo Hunger Games con entusiasmo, e ora a distanza di quasi un anno mi ritrovo a leggere il secondo. Forse a causa della leggera immaturità che ho riscontrato nel primo libro, non sono impazzita per comprare il secondo appena dopo averlo finito, e probabilmente è per questo che ho aspettato così tanto tempo per leggerlo. In effetti “Hunger games – La ragazza di fuoco” è il regalo di un’amica per Natale, per cui non è vero neanche che l’ho comprato. Comunque sia ho apprezzato moltissimo il regalo e ho letto con avidità.


   La prima cosa da dire di questa seconda prova di Suzanne Collins è che il libro è sicuramente più maturo del primo, sia a livello di personaggi che di trama. Sia perché Katniss è meno petulante e più simpatica, sia perché l’argomentazione è più ampia. Non si tratta più di salvare sé stessi e i propri cari, si tratta di salvare un popolo. In particolare la popolazione di Panem.
   Sono contenta perché, finalmente, ho trovato una protagonista che mi piace. Ammetto di nuovo che, se dovessi mai incontrare Katniss, le tirerei un ceffone dopo dieci minuti per la sua incredibile cocciutaggine e stupidità (insomma, si può che passa un intero libro a vedere che tutti le danno una mano e a non rendersi conto di nulla?!), ma lo farei con rispetto. Il personaggio di Katniss è molto migliorato dal libro precedente, intanto adesso non fa più la finta tonta riguardo ai sentimenti di Peeta e Gale, e non sfoggia la sua superiorità intellettuale di fronte agli abitanti di Capitol City. Inoltre Katniss ha incarnato una delle mie più profonde fantasie letterarie: un protagonista che non vuole essere protagonista. Almeno all’inizio. Katniss è la pedina fondamentale della rivoluzione dei distretti di Panem, ma non vuole esserlo. Per buona parte del libro desidera scappare e voltare le spalle a tutti, salvando quelli che ama e mandando a quel paese gli altri. Questa diatriba, in realtà, continua a roderla per tutto il libro e solo nelle ultime pagine si rende conto di essere lei quella che deve portare avanti la rivoluzione, altrimenti non lo farà nessuno. Per il resto del tempo, all’inespressa domanda: «Katniss, invece di vivere la tua vita da vincitrice, ti andrebbe di metterti in pericolo per migliaia di sconosciuti, mettendo così a rischio te stessa e chi ami?», lei risponde:
 
   Insomma, dove altro la trovate una protagonista come lei? Katniss prima di rassegnarsi ad essere Ghiandaia Imitatrice della rivoluzione è egoista, impulsiva, pensa solo a salvare Peeta e per lei gli altri possono anche crepare. Insomma è una persona reale, che non ha sempre intenti nobili e prende decisioni sagge e coraggiose.
   Continuando a parlare di personaggi, ecco, non si può avere tutto dalla vita. Perché Peeta, che nello scorso libro mi era piaciuto tanto, adesso comincia a stancare. Il bravo ragazzo che non farebbe male ad una mosca nella situazione del precedente libro era molto interessante. Ci si domanda come si comporterà una persona con il suo carattere negli Hunger Games. Ma ora che non si tratta più solo di “giochi” ma di vera rivoluzione, Peeta dovrebbe tirare fuori quel suo innato charme di cui tanto si vocifera e usarlo contro il presidente Snow. Invece lui riesce a ferirsi innumerevoli volte, dimostrare quanto è sensibile, quanto è innamorato di Katniss, e alla fine riesce anche a farsi catturare. Peeta, a mio parere, sarebbe un personaggio interessantissimo se gli permettessero di giocare d’astuzia. Come carne da macello nell’arena è sprecato! Lui dovrebbe essere colui che guida la rivoluzione dall’interno, con le sue parole infiammanti e la sua astuzia. Nell’arena, fa solo la figura del babbeo.
 
   A questo proposito arriviamo ad un altro punto che mi sta molto a cuore.
  La politica è la chiave di questo secondo libro. Ricorda moltissimo “1984” di George Orwell (probabile che vi sia almeno un po’ ispirato). La società è controllata, più che dalla forza, dalla psicologia, e quando Katniss entra in questo meccanismo le viene chiesto di fingere per la popolazione, per tenerla sotto controllo. Ho trovato molto interessante questo fatto, che nel libro precedente era stato appena accennato, e infatti la parte del libro che ho preferito è quella in cui sono fuori dall’arena.
   Solo una cosa ho trovato inconcepibile ma, purtroppo, è uno dei perni del libro. Un uomo che manipola la popolazione con leva psicologica – terrore e speranza – come il presidente Snow, non potrebbe mai indire degli Hunger Games come questi. Il compito di Snow è quello di tenere i Distretti in ordine e allietare Capitol City con i giochi. Usando vecchi tributi Snow crea agitazione fra i Distretti perché annuncia apertamente di essere a conoscenza dell’imminente idea di ribellione e avere tutta l’intenzione di combatterla, annunciando che "anche i più forti non possono competere con Capitol City". Inoltre manda a morte i precedenti vincitori, amati da tutta Capitol City, e così nemmeno alla capitale piacciono i settantacinquesimi Hunger Games. Sono dei giochi controproducenti, tanto che un uomo intelligente come Snow non li avrebbe mai organizzati. Il punto di quei giochi era uccidere Katniss, questo è logico, ma ci sono moltissimi modi per ucciderla o renderla inoffensiva. Snow, che tanto ama la psicologia, non userebbe la violenza.
   Il libro poteva essere molto più interessante se Katniss avesse guidato consapevolmente la rivoluzione da fuori l’arena.
 
Jennifer Lawrence, com'è comprensibile interpreta Katniss nel film.
 
   La storia comunque è bella anche così, e queste sono preferenze personali. Ci tengo poi a precisare che ho apprezzato moltissimo tutti i nuovi personaggi, e l’idea dell’arena/orologio era fantastica! Anche il finale mi è piaciuto molto, e adesso sono curiosa di sapere come andrà a finire.
 
   Ho visto anche il film, di “Hunger Games – La ragazza di fuoco”. Consiglio a tutti anche il film, se non altro perché ci sono un sacco di attori meritevoli, fra cui Jennifer Lawrence e Woody Harrelson (che sta meglio con i capelli lunghi che non dal vero), ma anche Philip Seymour Hoffman e Stanley Tucci. Soprattutto la Lawrence, è un’attrice fantastica e piena di talento. Devo ammettere che sono curiosa di vederla in altri film, e spero che ne faccia a valanghe. Penso che sia una donna di cui potrei anche innamorarmi!
   Comunque sia, non chiedetemi se è meglio film o il libro perché non vi so rispondere. Entrambi sono molto belli ma forse, per quel che sono, è riuscito meglio il film.

mercoledì 27 febbraio 2013

Hunger games - Suzanne Collins

   Spinta dalla curiosità e da quanto il film mi era piaciuto quando sono andata a vederlo l’anno scorso, ho letto Hunger Games, il nuovo fenomeno teenager librario di massa.
   Devo ammettere che anche se sapevo come sarebbe andato a finire mi è piaciuto moltissimo, e apprezzo che ci sia un fenomeno di massa diverso da un cattivo che s’innamora di una bella, sconfiggono altri cattivi con il loro aMMore e vivono per sempre felici e contenti.
 
Tipo questo... giusto per fare un esempio!
(Il commento della Meyer rende tutto ancora più sospetto.)
   Ci sono un bel po’ di cose da dire a proposito di Hunger Games, per cui mettetevi comodi e godetevi questa recensione.
 
La trama
   Katniss Everdeen vive nel Disdretto 12, il più povero fra tutti, in una terra che si chiama Panem (ex nord America). A causa di una rivoluzione dei tredici distretti (il tedicesimo venne poi letteralmente raso al suolo), attaccarono Capitol City, ogni anno, da settantaquattro anni, la capitale organizza gli Hunger Games, per tenere sotto controllo la nazione.
   Un maschio e una femmina di ogni distretto, di età compresa fra i dodici e i diciotto anni, vengono portati in un’arena per combattere fino alla morte. L’ultimo sopravvissuto vince gli Hunger Games e, oltre a salvarsi la vita, che non è male, diventa ricco e famoso in tutta Panem, siccome lo show è diretto in mondovisione ed è obbligatorio guardarlo.
   Per salvare la sorellina minore, che viene scelta alla Mietitura, Katniss si offre volontaria come Tributo per partecipare agli Hunger Games, e assieme a lei viene scelto Peeta Mellark, il figlio del panettiere, il classico ragazzo che non ucciderebbe neanche una mosca.
   Sul treno che li scorta a Capitol City conoscono il loro mentore, l’unico vincitore del distretto 12, Haymitch Abernathy. Durante i pochi giorni che passano da quando vengono portati a Capitol City Haymitch li aiuterà a capire come sopravvivere agli Hunger Games, consigliando loro come essere simpatici al pubblico e ai ricchi sponsor, che possono procurargli aiuto quando saranno nell’arena.
 
 
   A causa di una frase detta da Peeta il pubblico pensa che lui e Katniss siano innamorati, quando è palese che lo è solo Peeta, e Katniss pensa invece a come sopravvivere e tornare a casa dalla sua famiglia.
   Gli Hunger Games hanno inizio, e Katniss, nell’arena (un enorme bosco), riesce a sfuggire a tutti grazie alle tecniche di sopravvivenza imparate e alla sua abilità nella caccia. Il tempo passa e molti Tributi vengono uccisi, compresa la ragazzina di soli dodici anni con cui Katniss si era alleata, Rue.
   Quando l’annuncio che le regole sono state cambiate, e che i vincitori possono essere due, purché dello stesso Distretto, Katniss trova Peeta. Il ragazzo è ridotto in fin di vita, con un grosso taglio sulla coscia che si è infettato. Facendo finta di essersi innamorata di lui, Katniss ottiene il favore degli spettatori e degli Sponsor, che gli mandano cibo e medicine.
   Nell’arena rimangono solo Katniss, Peeta e Cato, uno dei più pericolosi Tributi. Cato rimane ucciso dalle belve che vengono create per mettere in difficoltà gli ultimi giocatori e rimangono solo Katniss e Peeta. Alla loro sopravvivenza gli organizzatori, detti Strateghi, cambiano idea e decidono che deve esserci un solo vincitore (come si suppone avessero già deciso fin dall'inizio), ma Katniss propone a Peeta di non dare loro nessuno vincitore, e di mangiare delle bacche velenose. All’ultimo secondo, appena prima di ingoiare le bacche, vengono proclamati entrambi vincitori dei settantaquattresimi Hunger Games.
   Alla fine dei giochi è chiaro che Katniss non è innamorata di Peeta e che il sindaco Snow di Capitol City reputa Katniss una pedina pericolosa. I due vincitori fanno ritorno nel distretto 12, ma la capitale non ha ancora perdonato Katniss.
 
Suzanne Collins
L’idea
   Non posso dire che quella della Collins sia stata un’idea del tutto nuova. Ad esempio c’è Battle Royal, in cui il principio è più o meno lo stesso, e quando siamo arrivati al decimo Grande Fratello in molti hanno espresso l’idea di «lasciarli rinchiusi senza cibo e vedere chi sopravvive alla fine.», il che, a mio parere, libererebbe il mondo da certa gente spaventosa. Tuttavia Susanne Collins l’ha pensata molto meglio di altri.
   In un certo senso è tutto molto semplicistico, le spiegazioni che vengono date riguardo agli Hunger Games e all’organizzazione del “nuovo mondo” creato dalla Collins sono molto basiche. Nonostante questo il romanzo non ne perde molto, ed essendo un libro indirizzato principalmente ad un pubblico di ragazzi la cosa è comprensibile.
   L’unico fatto che mi sento di criticare qui è il modo in cui vengono presi certi atteggiamenti. Mi spiego meglio: l’idea della morte e delle sue conseguenza psicologiche e sociali è presa alla leggera, a mio parere. Anche se si intuisce che i personaggi la ritengono una cosa orribile, non viene sprecata una parola al riguardo.
   Il mondo futuristico di Panem creato dalla Collins mi piace molto. Forse perché è così esagerato dal punto di vista estetico, e da un lato anche perché mi piace l’idea che ci siano degli Hunger Games. Non tanto per la storia dei “giochi” in sé, ma perché si aprono infinite possibilità riguardo a come la popolazione si potrebbe ribellare (e so che lo farà nel prossimi libri). Non solo con le armi, ma anche con la psicologia.
   In fondo viene detto chiaramente che gli Hunger Games non sono stati creati per dare al pubblico violenza, ma per far capire ai Distretti che Capitol City ha tutte le loro vite nelle sue mani. A questo punto i modi per rivoltarsi diventano centinaia, e la cosa più interessante è che riguardano soprattutto l’aspetto psicologico. Un esempio lampante è come Katniss e Peeta sono sopravvissuti: minacciando la malriuscita degli Hunger Games, lasciando la popolazione senza vincitori, alla fine sono riusciti a sopravvivere entrambi.
 
I personaggi nel film
Lo stile e i personaggi
   Stile semplice e adatto al pubblico che vuole colpire. Susanne Collins non è certo un genio della retorica, ma in questo caso è la storia la cosa più interessante, e lo stile non è essenziale per la lettura.
   La prima persona a mio parere è stata una scelta un po’ infelice, perché ti fa già capire come finirà il libro. Certo, uno potrebbe anche pensare che si tratti di un diario di memorie, o che la storia termini tragicamente, ma già dall’inizio si capisce che non è questo tipo di libro (sarebbe come se Harry Potter morisse e vincesse Voldemort!).
   I personaggi risultano a volte un po’ piatti, ma non tutti, e non in maniera tanto drammatica come in altri casi.
   L’unico difetto della protagonista (e il fatto che abbia trovato un solo difetto è già una conquista enorme!) è che, anche se Peeta le fa una corte spietata e per nulla nascosta, lei non si rende conto di nulla fino alla fine, il che è una cosa stupida dato che ci pensa un bel po’ a Peeta – nonostante la costante minaccia di morte che grava sulla sua testa. In compenso mi piace perché è un po’ stronzetta, perché si sbaciucchia Peeta senza ritegno per prendere in giro il mondo intero e avere più sponsor degli altri.
    Non pensiate che a me piacciano particolarmente i personaggi negativi, solo che mi piace vederli con qualche difetto. Inoltre, in una situazione di vita o morte, Katniss è del tutto giustificata a comportarsi da stronza, qualora lo volesse.
   Peeta Mellark mi piace come personaggio. La scrittrice le ha dato una personalità vera, a tutto tondo. Riesco a immaginare benissimo un tipo come Peeta nella vita reale, ed è per questo che mi piace. Forse anche per questa ragione mi dispiace molto per la sua sfortunatissima vita sentimentale. Fa la figura del ragazzo un po’ tonto, ma non credo che sia così: secondo me lui è ottimista, pensa sempre il meglio delle persone, e si capisce dal suo comportamento. Il fatto che si possano fare supposizioni come questa sul carattere di un personaggio, significa che è stato realizzato bene, o no? Non si possono fare supposizioni su personaggi noiosi o prevedibili.
   Gli altri sono poco o niente caratterizzati, perlopiù stanno sullo sfondo e si beccano la simpatia ma più spesso l’odio e il disprezzo di Katniss.
 
In conclusione
   Di certo leggerò anche gli altri libri, attendo i prossimi film con aspettativa, e sono molto curiosa di sapere come continuerà la storia. Sono molto esigente, e spero di non venire delusa, ma sono anche ottimista e credo proprio che i prossimi libri mi piaceranno.
   Felici Hunger Games, e possa la fortuna sempre essere a vostro favore!

martedì 20 novembre 2012

Pop corn #1

   Una piccola lista di film da guardare (o da non guardare). Gli ultimi cinque che ho visto, commentati dalla sottoscritta a seconda dei suoi gusti!
 
Lasciami entrare, Tomas Alfredson (2008)
   Atmosfere cupe, copione essenziale e lunghi silenzi sono le tre principali caratteristiche di questo film, che mi è piaciuto molto e che consiglio.
   Non saprei in che genere collocarlo, perché nonostante possa essere considerato horror, paura non fa, più che altro è drammatico, e dà un nuovo significato alla parola “vampiro” – fortunatamente, un significato molto diverso da quello gli si è applicato negli ultimi anni.
 
Perché lui... brilla.
 
   La fine mi ha messo un po’ di tristezza, anche se la si può interpretare come si vuole. Da un lato spero che Eli vampirizzi Oskar e che vivano assieme per il resto della loro non vita, ma dall’altro sospetto fortemente che Oskar diventi l’aiutante umano di Eli, per intenderci, che prenda il posto del vecchio Hakan.
   Questa seconda ipotesi, che penso sia la più probabile, mi dispiace, ma l’idea che Eli vada in giro per il mondo soggiogando ragazzini e portandoseli dietro finché non li ha completamente distrutti psicologicamente mi sembra la fine migliore, in realtà. Certo, è triste e molto inquietante, ma è in linea con il film. Visceralmente sento che sia giusto così.
   Come sempre traggo spunto da ogni cosa per nuovi libri, e questo film mi ha proprio fatto venire voglia di leggere il di lui libro!
 
La 25° ora, Spike Lee (2002)
   Da molto tempo volevo vedere questo film, perché la trama mi ispirava parecchio, e poi un film dove c’è Edward Norton non posso non prenderlo in considerazione (come dimenticare “Schegge di paura” e “Fight Club”?).
 
Lui è il mio ragazzo,
devo solo trovare il momento giusto per dirglielo.
 
   Purtroppo questa volta sono rimasta delusa, non dall’interpretazione di Edward Norton, ma dal film.
   Carine le scene che mostravano che cosa poteva succedere se Monty fosse fuggito (a proposito, il diminutivo Monty per Montgomery è bellissimo, adoro Monty), ma quella è forse una delle poche parti di rilievo della storia che, se vogliamo dirla tutta, non racconta proprio un bel niente.
 
Il ladro di orchidee, Spike Jonze (2002)
   Questo è uno dei film più deprimenti che io abbia mai visto. Mi sono sforzata di arrivare alla fine, ma alla scena in cui Charlie si masturba con la foto di Susan Orlean nella quarta di copertina il mio amor proprio si è sentito offeso per il personaggio, e io ho abbandonato il film.
 
 
   La sola cosa positiva è Nicolas Cage, perché anche se il film mi ha depresso e schifata, riconosco che lui ha recitato veramente bene, come al solito d'altronde.
 
Intervista con il vampiro, Neil Jordan (1994)
   Di vampiri ultimamente ne ho visti molti, e questo in realtà è uno di quelli che non volevo vedere. Avevo delle riserve, per il solo fatto che ne avevo sentito parlare e mi lasciava perplessa questa specie di legame quasi sessuale fra Louis e Lestat, soprattutto perché avevano il viso di Brad Pitt e Tom Cruise, e la cosa mi faceva sinceramente rabbrividire (inevitable!).
   Nonostante il film sprizzi tensione sessuale fra uomini da ogni fotogramma, devo ammettere che mi è piaciuto molto, a livello di storia. Consigliato agli amanti dei vampiri!
 
The wrestler, Darren Aronofsky (2008)
   Uno di quei film che non avrei mai visto da sola, lo ammetto.
   Partivo un po’ incerta, ma alla fine mi è piaciuto molto, e mi ha fatta commuovere, ho anche versato qualche lacrima!
   Mickey Rourke ha fatto qui una delle sue migliori interpretazioni, ha dato vita ad un personaggio reale. La storia è tristissima, sul serio, se qualcuno volesse mai guardarlo vi consiglio di farlo quando siete psicologicamente preparati per cose tristi, altrimenti vi uccide.
 
Mickey Rourke da giovane.
Ma come hai fatto a diventare quel che sei ora?!
 
   Una delle cose belle, anche, del film, è che mostra un dietro le quinte del mondo del wrestling. Io non mi sono mai neanche lontanamente interessata al wrestling (e questo film, per quanto bello, non mi farà certo venire voglia di interessarmene), tuttavia ho trovato interessante il film anche da questo punto vista. Molto abile, il regista, a fare sì che tutti – anche i profani come me – potessero interessarsi e capire il mondo del wrestling.
 
   Ed ecco gli ultimi cinque film che ho guardato e relativo commento. Se qualcuno non è d’accordo, lasci pure un commento. Opure se volete consigliarmi un film fate pure; sono sempre alla ricerca di nuovi film da vedere!

giovedì 8 novembre 2012

Le dodici domande - Vikas Swarup

   Data la scarsa affluenza di libri che in questo periodo mi assale ho deciso di prenderne uno a caso della mia libreria e rileggerlo con calma. I miei occhi sono capitati su “Le dodici domande”, di Vikas Swarup, “Q&A” il titolo originale, ma forse è più conosciuto grazie all’adattamento cinematografico del 2009 con regista Danny Boyle, “The Millionaire” (in inglese “Slumdog millionaire”, ossia Milionario delle baraccopoli).
   Avendo già letto il libro un paio di anni fa, avendo già visto il film al più tardi l’anno scorso, mi sono detta che la mia rilettura sarebbe durata un paio di capitoli, il tempo di un viaggio in treno o due.
   Mi sbagliavo…
 
Trama
   Ram Mohammad Thomas vince il quiz VUUM, Vuoi vincere un miliardo?, condotto dal presentatore Prem Kumar, vincendo un miliardo di rupie! Ma siccome un semplice cameriere della baraccopoli di Mumbai non può sapere le risposte senza barare, Thomas viene incolpato di aver imbrogliato. Viene arrestato e torturato inducendolo a confessare, ma una donna misteriosa corre in suo aiuto dicendo di essere il suo avvocato.
   In una notte in cui verrà raccontata solo e soltanto la verità, Thomas spiega a Smita come ha potuto rispondere alle domande, percorrendo gli episodi della sua vita che hanno risposto a queste domande per lui.
   Alla fine scopriamo che Thomas ha partecipato al quiz solo per vendicare la sua fidanzata Nita, una prostituta che è stata maltrattata da un cliente, e Neelima Kumari, un’attrice per la quale ha lavorato come cameriere, il cui amante violento la spinse al suicidio. Questo personaggio non è altri che Prem Kumar, il conduttore televisivo, ma invece di ucciderlo vendicando le due donne, Thomas lo risparmia e invece di commettere l’omicidio per cui aveva deciso di partecipare al quiz, vince un miliardo di rupie.
 
Vikas Swarup
 
Lo stile
   Il libro racconta le vicende senza seguire l’ordine cronologico, ma seguendo quello delle domande del quiz. Così facendo tiene alta la soglia di attenzione e può permettersi di fare allusioni a ciò che è accaduto in passato, ma che il lettore ancora non sa perché nel libro accadrà più avanti.
   Allo stesso tempo, tuttavia, esiste uno schema preciso che Swarup segue per ogni capitolo: prima narra la vicenda del passato di Thomas, poi torna al presente assieme a Thomas e Smita, infine vediamo l’immediato passato di Thomas in cui lui sta partecipando al quiz, e risponde correttamente alla domanda.
   Questa è una delle cose più interessanti di ogni capitolo. Forse all’inizio cerchiamo di immaginare quale potrà essere la domanda che Prem Kumar rivolgerà a Thomas, ma inevitabilmente ci si perde nella trama del racconto. Quando, infine, la domanda viene posta, ci si ricorda di quel piccolo particolare che avevamo forse ignorato, o che avevamo tralasciato per concentrarci sulla vicenda.
   In realtà il saltare da una parte all’altra mi ha un po’ confuso le idee: non saprei in che ordine collocare i capitoli se dovessi seguire la vicenda cronologicamente. Tuttavia non posso negare che sia un'ottima tecnica di narrazione.
 
I personaggi
   Il protagonista, Ram Mohamad Thomas, è uno dei più imprevedibili che abbia mai incontrato. Sembra – e a tutti gli effetti è – un bravo ragazzo, ma proprio quando credi di averlo capito, di aver classificato il suo personaggio sotto il nome di “Perfetto protagonista”, lui ti stupisce dimostrando un eccesso di rabbia, di curiosità, di orgoglio, che non ti saresti aspettato da un personaggio che dimostra, per la maggior parte delle volte, furbizia, carità e gentilezza. Non si contraddice, perché tutti i suoi eccessi sono giustificati dalle situazioni in cui si trova, semplicemente si dimostra umano.
   Due dei migliori amici di Thomas sono Salim e Shankar, ed entrambi i personaggi mi sono piaciuti molto. Salim per i suoi sogni di diventare un divo di Bollywood, e Shankar per la sua storia triste che mi ha commossa.
   Le due donne, invece, che dominano la storia, sono Nita e Neelima Kumari. In un certo senso Nita è un personaggio classico: la bella ragazza costretta a fare la prostituta, che viene poi liberata dall’uomo che si è innamorato di lei.(l'intera storia d'amore è tratteggiata a tinte molto idealistiche). Neelima Kumari, invece, per me è la più interessante. “La più interessante” non significa “la mia preferita”, infatti una parte di me detesta Neelima Kumari. È la rappresentazione peggiore del mondo dei personaggi famosi. Tuttavia rimane il personaggio femminile più intrigante.
 
 
Il film
   Mi era venuta voglia di vedere il film, una volta finito il libro, così l’ho guardato e, ancora una volta, mi sono convinta che è uno dei migliori che abbiano mai fatto. Le differenze con il libro, certo, sono enormi, ma in questo caso sono veramente azzeccate.
   Una delle frasi fatte che odio di più è «Ma il libro è sempre più bello del film», perché è una sporca bugia! Una delle cose che la gente fatica a capire è che la pellicola e la carta sono due cose estremamente diverse. Forse se facessero un film in tutto e per tutto uguale al suo corrispondente cartaceo ne verrebbe fuori una cosa orribile, oppure qualcosa di lunghissimo e strappapalle (gergo tecnico), nonostante la base sia un ottimo libro, emozionante e coinvolgente. Il fatto è che il modo di percepire un libro è completamente diverso da quello che abbiamo di percepire un film, a tal punto che le due cose difficilmente si possono paragonare, di conseguenza difficilmente possiamo pretendere che un film assomigli troppo al libro dal quale è tratto. Inoltre, chiamatemi cinica, ma credo fermamente che quando viene prodotto un film si pensi a renderlo appetibile alla più grande porzione di pubblico disponibile, cosa che con un libro si fa in dimensioni molto più ridotte, per cui si ha anche più spazio per le decisioni anticonvenzionali, quelle che paiono strane e magari non apprezzate dal grande pubblico.
 
Dev Patel e Freida Pinto in una scena del film
 
   Una cosa importante ho da dire, però, sul film “The Millionaire”.
   Il doppiaggio italiano è, a ragione, uno dei migliori, se osserviamo unicamente il punto di vista tecnico; a parte il fatto che qui un po’ di geniale doppiatura è andata dimenticata per strada, perché pare che certe frasi le stia doppiando la mia cuginetta minore, ma vorrei sottolineare una mancanza del doppiaggio italiano.
   Se guardiamo un film in italiano e poi in lingua originale, possiamo notare alcune differenze in diverse frasi. In alcuni casi non sono importanti, cambiano solo leggermente il senso della frase, ma nulla di grave, invece in altri casi stravolgono completamente il film. The Millionaire è un esempio lampante di questo secondo caso.
 
   Nella scena in cui la madre di bambini viene uccisa durante una sommossa popolare, in cui un gruppo di uomini irrompe nelle baracche e uccide senza fare distinzioni uomini, donne e bambini, una voce disperata urla «Aiuto! Sono musulmani!» Questo ci fa pensare che i musulmani vadano in giro di frequente a uccidere le persone, e che la cosa sia talmente importante nella nostra società, da doverla addirittura inserire in un film. La traduzione esatta, quello che viene veramente detto nel film, è «Sono musulmani! Prendeteli!» Quindi capiamo che è il contrario: sono i musulmani ad essere attaccati, dagli induisti.
 
Può essere una reazione comune
 
   La cosa non ha granché influenza sulla trama, è vero, ma mi dà fastidio il fatto che il doppiaggio abbia deliberatamente cambiato la frase per metterne una più politicamente comoda per l’epoca.
 
Infine
   Consiglio dunque a tutti di leggere il libro, o di vedere il film, perché sono entrambi molto belli ed emozionanti. Uno non esclude l’altro, per cui dipende da cos’avete voglia di fare, accoccolarvi sulla poltrona con una tazza di tè caldo a leggere un bel libro, o accoccolarvi sul divano con una manciata di pop corn a guardare un bel film?

domenica 16 settembre 2012

The Album - Spoiler 21

   Capitolo ventuno: Good gone girl, o Prima classe
   Lyrics usate: Could you believe the same old story never bores me, trough I heard it all before / Her name was Giorgia and she was gorgeous / Her name was April and she was hateful.
   Spoiler:
   «E ti ricordi qualcosa di questa scuola?» Andrea si siede sul muretto del cancello, la schiena pigiata sulle sbarre di ferro, e io mi schiaccio al suo fianco.
   «Mica tanto. Mi ricordo che ad un tratto, tipo a nove anni, avevo una fidanzatina.»
   «Sul serio?»
   Rido e mi stringo nelle spalle. «Sì. Se non ricordo male il suo nome era Giorgia, ed era magnifica. Mi dava sempre le caramelle che si portava da casa, ci copiavamo i compiti a vicenda, e quando c’era da fare un lavoretto a coppie io e lei stavamo sempre assieme. Venivano dei bei lavoretti, mia madre deve averli ancora da qualche parte.»
 
   Buonasera a tutti! Pensavate che anche oggi non ci sarei arrivata? Invece no, eccomi qui, ce l'ho fatta (anche se magari un po' tardino, però non è ancora mezzanotte u_u)!
   Allora, vi avevo detto che la storia inizia il suo cammino verso la conclusione, ebbene sì. Non nel capitolo ventuno, ma nel ventidue ci saranno già delle avvisaglie. Fra l'altro io sono piuttosto prevedibile, quindi data la problematica che si presenterà, molti di voi lettori potranno capire benissimo come la situazione si risolverà e poi come tutto andrà a finire (bene).
   Ma, prima di ciò, abbiamo ancora molti altri capitoli di fronte a noi e un bellissimo nuovo video di Mika che mi piace moltissimo, il video/corto di The Origin Of Love.
 
 
   Fa molto Arancia Meccanica - le allusioni sono chiare, direi. Se qualcuno di voi non ha visto il film magari le allusioni non le coglie, giustamente, ma se vi piacciono i film un po' strani e non siete terrorizzati/orrorizzati dalla violenza gratuita guardatelo che, anche se non vi piacerà perché comunque è un film un po' particolare, merita di essere visto. A voi il trailer, se siete curiosi:
 
 
   Dopo questa divagazione cinematografica, vi lascio andare. A settimana prossima, con Good gone girl!

sabato 25 agosto 2012

L'importanza di chiamarsi Ernest - Oscar Wilde

   Era da molto che volevo leggere “L’importanza di chiamarsi Ernesto”.
   In realtà sono un’accanita lettrice di Wilde, per cui è da molto che penso a farmi la collezione delle sue opere (il prossimo libro di Wilde che comprerò sarà il “De Profundis”, l’ho già adocchiato in libreria).
   Non c’è un preciso ordine in cui proseguo, fin ora ho letto “Il ritratto di Dorian Gray”, “Il fantasma di Canterville”, “Il delitto di Lord Arthur Savage” e altri racconti.
   Questo è il primo testo teatrale di Wilde che leggo.
 
 
   Con i testi teatrali ho sempre avuto una certa difficoltà. Non mi risultano scorrevoli come un libro, e spesso li trovo difficili. “L’importanza di chiamarsi Ernesto” è solo il secondo che ho letto in maniera scorrevole (l’altro è “Novecento”, di Alessandro Baricco).
 
   Da un lato sono rimasta leggermente delusa, dall’altro molto contenta di questo libro.
   Partiamo dalle cose belle:
   Storia divertente e piacevole da leggere, dialoghi assolutamente scorrevoli ed evocativi. Riuscivo ad immaginarmi tutta la scena e i personaggi quando leggevo, e dalle loro frasi si riesce anche a capire la loro personalità.
   La pecca più grande, in generale, è che è una storia decisamente frivola. Troppo leggeva! Fa ridere, certo, e magari qualche volta la si potrebbe anche rileggere, però una volta che la finisci non ti rimane nulla di importante da ricordare, nulla a cui puoi tenere eccessivamente. È come andare al cinema a vedere una delle tante commedie: carina, divertente, ma sostanzialmente vuota.
 
Oscar Wilde
Franco ed Ernest
L’edizione di “L’importanza di chiamarsi Ernesto” che mi hanno regalato per il mio compleanno mi ha chiarito delle cose riguardo alla traduzione italiana. Un po’di tempo fa avevo detto che mi sarebbe piaciuto leggere un’edizione in cui veniva mantenuto il gioco di parole di Wilde: Ernest è un nome di uomo, ma significa anche “onesto, sincero”. Alcune edizioni cambiano il nome di Ernest con quello di Franco, in modo da mantenere questo gioco di parole. L’introduzione al testo di L. Lunari mi ha fatta ragionare sul fatto di ritrovarmi quel nome in mezzo al testo. Effettivamente devo ammettere che ritrovarmi un Franco in mezzo delle Gwendolen, delle Cecily e degli Algernon sarebbe terribile. Ovviamente, non avendo mai tradotto nessun libro, non mi era neanche mai passata per la testa una problematica del genere. Comunque sia so cosa significa “ernest” e quindi l’intera faccenda è in realtà solo un capriccio (tanto più che ho il testo inglese a fronte, per cui posso leggermelo in inglese quando voglio).
 
Il film
   Di questo libro è stato tratto anche un film nel 2002, diretto da Oliver Parker, che io consiglio vivamente. Gli attori principali sono Colin Firth e Rupert Everett, che trovo decisamente azzeccati per il ruolo (soprattutto il secondo nella parte di Algernon), accompagnati da attrici sicuramente all’altezza, come Reese Witherspoon, Frances O’ Connor e Judi Dench.
   Ecco una piccola scena del film, a voi se vederlo o meno: