lunedì 31 luglio 2017

Liebster award... Liebster award everywhere!

Avevo in programma altri post, ma li ho lasciati da parte per aggiornarvi riguardo a novità bloggiche. Ho ricevuto tre nomination per il Liebster Award! Ragazzi, che dire? Io mi ero accontentata di una nomination un paio di anni fa, ed ero già al settimo cielo, ma così mi viziate!
Sono felice che questa pagina si sia ritagliata un piccolo spazio nella blogosfera, mi rende orgogliosa. Ormai sono anni che seguo altre pagine come questa, sto attenta agli aggiornamenti, commento, e se rimango indietro una parte di me è felice perché avrò tanti articoli da leggere! Mi è sempre piaciuto scoprire opinioni ed esperienze altrui, trovo i post interessanti e più che semplice intrattenimento, ma un modo per diffondere cultura in modo meno ‘impegnativo’ e che incute meno soggezione di un libro scritto magari da studiosi autorevoli o articoli di giornalisti che magari si trovano solo su riviste specialistiche. Per non parlare poi degli articoli più leggeri, divertenti, ma sempre con un fondo di verità e un’opinione da portare avanti.
L’idea che anche “Changes.Chances.” faccia parte di questo mi fa davvero piacere.



Ma iniziamo con il post vero e proprio!
Per prima cosa ringrazio le persone che mi hanno nominata: Luz, di “Io,la letteratura e Chaplin”; Julia, di “Tanto non importa”; Mami di “Mami fra i libri”. Sono contenta anche perché questi sono tutti blog che conosco e che so avere grande seguito e articoli interessanti, quindi il fatto che le autrici abbiano pensato alla mia pagina mi fa molto piacere.
Orbene, le regole dicono che dovrei rispondere alla undici domande del blogger che mi ha nominata, ma dato che sono in tre ho deciso di suddividerle.

Le domande di Luz

1. Il primissimo libro che hai ricevuto in dono.
Penso che il primo libro vero (senza più illustrazioni che parole) che mi abbiano mai regalato sia stato “Matilde” di Rolad Dahl.
Non so se è stato destino, ma in effetti mi rivedevo in Matilda, che amava i libri e voleva vivere grandi avventure. Forse è stato un colpo di fortuna che mi sia capitato fra le mani quello e non ‘Tom Sawyer’ o ‘La piccola principessa’, perché forse non mi sarei sentita così vicina ad una lettura, ad un personaggio, e forse non avrei continuato a leggere.

2. Come ti immagini da vecchia? (Descrivi una tua ipotetica foto)
Questa è una domanda interessante, ed è anche difficile rispondere. Immagino una foto scattatami a tradimento, magari da qualche nipote che adesso non ha ancora facoltà di intendere e di volere, perché non amo comparire nelle foto.
Sono vicino a una finestra, seduta a una poltrona, e la luce è soffusa. Ho i capelli grigio scuro con fili bianche, le rughe attorno agli occhi e sono più bassa e rotondetta di ora. Vicino a me c’è un tavolino con dei libri, ovviamente, e una tazza di caffè americano.
(Subito dopo la foto il nipote in questione verrà ribaltato, ho già un’idea di chi potrebbe essere...)

3. C’è un viaggio in luoghi remoti che vorresti fare prima o poi?
Da sempre sogno di vedere l’aurora boreale. Oltre al fatto che il viaggio è dispendioso, l’unica cosa che mi ferma è il freddo. Sono molto freddolosa, mi piace il caldo e odio averei piedi ghiacciati. Ma dicono che sia questione di abitudine, e già quest’anno in Dicembre programmo un viaggio in montagna, così comincerò a farmi le ossa.
Aurora boreale, aspettami.

4. Hai mai scritto un libro?
Uhuhuh, che bella domanda! Ho scritto un libro in passato, e uno l’anno scorso.
Il primo si potrebbe definire un romanzo di formazione, e anche per me lo è stato perché mi ha aiutata a confrontarmi per la prima volta con un romanzo e non un racconto, e soprattutto non con una fanfiction. Il secondo invece è la prima parte di una storia di fantascienza, che però, come dicevo qualche tempo fa proprio qui sul blog, a posteriori non mi convince moltissimo. Rimane lì per il momento, chissà che non la riprenda in futuro.

5. Hai mai scritto una poesia?
Da bambina, per un compito scolastico, scrissi una poesia sulla brina. Mi emozionò moltissimo come le insegnanti ne furono entusiaste, quindi ne scrissi altre due o tre.
Per un breve periodo mi impegnai davvero molto per scriverle, ma sapete com’è… gli impegni di un bambino di sette anni sono vari e molteplici, dovevo pensare a un sacco di cose importanti come giocare, convincere i miei genitori a comprarmi i giochi (e i libri!) e guardare i cartoni animati.
Trovare il tempo la poesia è stato impossibile.

Le domande di Julia
6. Se soffrissi di personalità multiple, che caratteristiche potrebbero avere i tuoi alter ego?
Sono una persona abbastanza precisa, quindi penso che intanto per cominciare ne avrei tre, di personalità multiple, e sarebbero tutte parti del mio carattere estremizzate all’inverosimile.
Una sarebbe un professore universitario, preparatissimo su ogni cosa e un po’ spocchioso, rappresenta la mia parte saccente, che a volte odio persino io. La seconda sarebbe un punk barbone, di quelli che vanno in giro con i cani e dicono sempre di essere contrari alla società in cui viviamo e di non farsi lobotomizzare dalla tv perché è quello che vogliono loro. Infine l’ultima sarebbe la mia parte gioiosa, quella per la quale il mondo è bellissimo e tutti dovrebbero essere felici e soddisfatti della vita, quindi sarei probabilmente un mini pony.

7. Una persona famosa – in qualsiasi campo – che stimi molto. Parlaci di lui/lei e del perché lo/la ammiri.
Domanda difficilissima. Ci sono tantissime persone che ammiro, ma vorrei sceglierne una che incarni gli ideali in cui credo.
La prima che mi viene in mente è Jane Austen. Tutti ne sappiamo qualcosa, quindi non sto qui a raccontarvi di lei, ma uno dei motivi per cui mi piace è che ragionava in maniera lucida, o almeno così traspare dai suoi romanzi e dalla sua vita. A differenza di altre autrici dell’epoca, che infine si sono – per così dire – assoggettate a ciò che il mondo chiedeva loro (un matrimonio, dei figli), lei ha capito che ciò amava fare, scrivere, non sarebbe potuto continuare allo stesso modo se si fosse sposata. Quindi non l’ha fatto, a rischio di diventare una zitella e rimanere sola per tutta la vita.
Oggi è difficile immaginarlo, perché bene o male si riesce a conciliare una passione con la vita privata e anche con il lavoro. Non è facile, ma è permesso e tanto basta. Scegliere, a quei tempi, di rimanere non sposarsi e fare un lavoro considerato da uomini, doveva richiedere grande coraggio, per questo penso che Jane Austen, indipendentemente da ciò che scriveva, fosse una donna onesta e coraggiosa.

8. Una cosa del tutto superflua che compreresti se avessi soldi da buttare dalla finestra.
Altra domanda difficile. Un po’ per necessità, un po’ per vocazione, non amo gli sprechi né avere oggetti in eccesso.
Ma se dovessi scegliere una cosa che non mi serve, ma che vorrei, sarebbero tanti appartamenti o casette sparsi per il mondo. Un cottage nella campagna inglese, un loft a New York, un terreno in Australia e un appartamentino a Tokyo.
Cose semplici, vedete?

Le domande di Mami
9. Un colore che ami e un colore che odi.
Amo il verde in tutte le sue sfumature ma, in particolar modo, il verde bottiglia molto cupo. Invece odio il giallo, soprattutto quello accecante, stile canarino, ma anche quello senape.

10. Cosa sognavi di diventare da bambina?
Ho passato varie fasi da bambina, mi ricordo che la prima cosa che ho detto quando mi hanno chiesto cosa volevo fare da grande è stato la maestra. Ma credo che sia una fase naturale di molte bambine. Poi ho cambiato in veterinaria e infine il periodo più lungo alle medie è stato: la regista!

11. Qual’è un film che ti ricorda la tua infanzia?
Premessa: quando guardo film della mia infanzia mi viene la lacrimuccia non appena c’è una scena vagamente triste. Oltre ai cartoni animati, che segnano l’infanzia di tutti, ci sono due film che ho amato da bambina e che mi ricordano i pomeriggi passati a emulare le mie eroine: “Madeline, il diavoletto della scuola” e “Harriett la spia”.
Da vedere. Assolutamente.

Accidenti, rispondere è stato più difficile del previsto! E adesso si prospetta un nuovo compito, forse ancor più arduo: scegliere altri undici blog da premiare.
Mi sono guardata un po’ attorno e ho visto che molti dei blog che seguo hanno già ricevuto le nomination e addirittura fatto il post. Dato che sto comunque postando tardi rispetto agli altri, ho deciso che le mie saranno nomination simboliche.

1. Ilenia Zodiaco, di ‘Con amore e squallore’.
2. Jerry di ‘Libri in pantofole’.
3. Malitia di ‘Dusty pages in wonderland’.
4. Federica Leonardi di ‘Letture pericolose
5. Viola di ‘Quasi adatta’.
6. Penny Lane di ‘What we talk when we talk about books’.
7. Ophelinhap di ‘Impressions choosen from another time’.
8. Angiemela di ‘Libri nella brughiera’.
9. La Leggivendola del blog omonimo.
10. Mr. Ink di ‘Diario di una dipendenza’.
11. Nathen Renga di ‘I dolori della giovane libraia’.

Infine, l’ultima fase. Le mie domande:
1. Con quale personaggio famoso (in vita o deceduto) faresti un viaggio, e dove?
2. Cosa ti piace dell’avere un blog?
3. Come hai scelto il nome del tuo blog?
4. Un libro che sei felice di aver letto e uno che vorresti aver evitato.
5. Se dovessi far scomparire un dispositivo tecnologico (in tutto il mondo e per sempre), quale sarebbe e perché?
6. Sei finito finito nell’ultimo libro che hai letto, come protagonista, quanto ti è andata male?
7. Si dice che in Italia si legge poco. Cosa faresti per cambiare le cose?
8. U libro per bambini o ragazzi che persone di tutte le età dovrebbero leggere.
9. Hai progetti per il tuo blog? Vorresti che evolvesse in qualcosa di diverso o sei soddisfatto di come va?
10. Un personaggio letterario che vorresti come amico.
11. Dopo aver letto questo post vorresti pormi una domanda in particolare? Quale?

venerdì 14 luglio 2017

Stephen King: 5 cose che ho trovato nei suoi libri


Causa curiosità riguardo a tutti i libri con una trama vagamente surreale ho iniziato a leggere Stephen King. Causa Il Fidanzato ho continuato a leggere King. Causa abilità nel narrare dell’autore, non posso più fare a meno di King.

Da un po’, ormai, mi sembra di essere circondata da lui. Sarà per l’uscita ad Agosto del film tratto dalla Torre Nera, e a Settembre di IT, ma vedo King ovunque. Una delle cose piacevoli dei suoi romanzi è che, in un certo senso, vai incontro all’inaspettato ma consapevole che alcuni fattori saranno sempre lì a sottolineare il suo stile e il suo universo. È come entrare in casa e scoprire che qualcuno ha ridipinto le pareti. Tutto è nuovo ma familiare al tempo stesso.

A questo proposito ci sono alcune cose che tornano nei libri di King, e sebbene sia uno scrittore molto prolifico e io non abbia letto nemmeno la metà dei suoi romanzi, mi pare di aver individuato alcuni temi cari. Cose che ti fanno capire che ti trovi in un suo libro. Se riscontrate tre o più fattori di questi nella vostra vita, attenti: potreste essere personaggi di Stephen King.



Alter ego

In tantissimi romanzi firmati dal Re esiste un personaggio che è insegnante, scrittore, o che ha velleità artistiche tali da spingerlo a scrivere. Mentre leggo di questi non posso fare a meno di pensare che siano una sorta di alter ego dell’autore stesso, che dopo alcuni lavoretti in gioventù divenne insegnante e poté, dopo il successo dei suoi primi romanzi, dedicarsi totalmete all’attività di scrittore.

Si pensi al famosissimo Jack di “Shining”, insegnante frustrato dalla vita e aspirante scrittore. O al protagonista di “Misery”, che si ritrova nei guai proprio a causa dei suoi romanzi ma, grazie a questi, viene anche salvato. Oppure al più recente insegnante Jake Epping, che troviamo in “22/11/’64”, capace di instillare nei giovani di questo o del precedente secolo la stessa passione per la letteratura che prova egli stesso.



Il gemello cattivo

Per non uscire dall’area ‘personaggi’ ce n’è anche un altro che ricorre spesso: l’alcolista. King lo usa in due accezioni, se è un personaggio negativo si tratta spesso di un ubriacone della peggior specie, violento e con episodi psicotici che vanno più o meno a intaccare la trama – mi viene in mente il padre della Beverly in “IT”. Altre volte però all’autore piace far redimere il suo personaggio, come ha fatto ad esempio con il protagonista di “Doctor sleep”.

Anche questi personaggi mi fanno pensare a un alter ego dello scrittore, poiché King non nasconde di aver avuto molti problemi di alcol e droga nel corso della sua vita. Con questi personaggi quasi mi sembra che voglia mettere in guarda i lettori, per dire che è così che si diventa, con quella roba, che lui lo sa e che non c’è nulla di peggio della dipendenza (da alcol, non da carta e penna).



Casa dolce casa

Stephen King abita nel Maine, uno stato a nord degli Stati Uniti, confinante con il Canada. Non me ne intendo ma a rigor di logica dovrebbe avere un clima rigido, ampi spazi aperti, laghi e viste splendide e tanta neve d’inverno.

Forse lo usa spesso come ambientazione perché lo conosce, o perché gli piace, forse perché i paesi di provincia creano l’ambientazione perfetta per un romanzo dell’orrore. Posti dove i vicini si conoscono l’un l’altro, dove i poliziotti sono abituati a trattare con una rapina a mano armata, tutt’al più, ma non con un assassino furbo e un paio di mostri e fantasmi. Quelle sono cittadine dove un assassino può nascondersi amalgamandosi con la gente comune, e dove un oscuro segreto può essere celato per molti secoli.

Ora che ci penso, luoghi non molto diversi dalle nostre, di provincie…



Fido

Dato che sono una piccola stalker, seguo le pagine twitter di diversi autori, fra i quali Stephen King. Oltre che fare una campagna di boicottaggio contro Trump ogni tanto consiglia libri ma, soprattutto, mette foto del suo cane Molly (AKA The Thing of Evil) in atteggiamenti più o meno distruttivi.

Ora, da una persona che fa così tante foto al cane che, per inciso, è ben pasciuto e dal pelo brillante, mi aspetto che adori gli animali, in special modo i cani. Rimane però il fatto che ho letto più di un libro di King nel quale il cane finisce male. Ma tanto male. Le scene con cani morti o sofferenti mi distruggono, e di solito colui che infierisce sul povero animale è un personaggio pazzo, guidato da forze malvage, o semplicemente cattivo. Sono giunta alla conclusione che lo faccia per scioccare il lettore, perché quale modo migliore per far capire la tempra di un personaggio e nel contempo farlo odiare, se non fargli uccidere un animale che gli dimostra fiducia?

Insomma, mi sa che è una tecnica. Edgar Allan Poe, lo sapeva anche lui, ma preferiva i gatti.



Il male fatto libro

Fra le tecniche e i concetti più usati da King ci ho trovato qualcosa di diverso dai personaggi e le situazioni che ormai sono un suo cliché nei romanzi dell’orrore. L’interpretazione di un sentimento, di una forza che è in ognuno di noi: il male.

In molti libri il cattivo di King per eccellenza è un personaggio (nella serie della Torre Nera e in “L’ombra dello scorpione” abbiamo Randall Flagg, in “Cose preziose” Leland Gaunt e non dimentichiamo la follia che IT porta a Darry, che può contagiare chiunque), ma mi ha sempre dato l’impressione che il discorso fosse più ampio. Ognuno di questi antagonisti ha qualcosa di soprannaturale che va oltre le magie che compie per sopraffare gli eroi della storia. Possiedono una forza che li muove e una volontà che va oltre quella di uccidere, o mangiare bambini o collezionare anime, ma è la volontà di fare del male. Per il gusto di farlo, perché è giusto che il male esista, perché solo con Il Bene possiamo combatterlo e senza Il Male non esisterebbe Il Bene.

Certo poi King rappresenta il bene come una tartaruga spaziale o una vecchia centenaria, ma tant’è. L’importante è che il Male venga sconfitto, che sia un pagliaccio o un ottimo venditore.

giovedì 22 giugno 2017

Penna alla mano #4: Forze e debolezze

Ho un progetto in corso che non so quando vedrà la luce. Sono contenta di aver ultimato il precedente romanzo, ma adesso che ne ho preso le distanze non lo sento più mio. Non so che cosa succederà, ma per il momento rimane lì nel cassetto, preferisco dedicarmi ad altro. Un giorno vorrei pubblicare ancora, magari qualcosa di più lungo di un racconto, ma sicuramente voglio che sia una storia con cui sono perfettamente ‘allineata’, a cui credo con tutta ma stessa senza sforzo.
Mi è capitato, trovandomi così in difficoltà con il precedente racconto, di pensare perché il lavoro in cui mi ero lanciata con tanto entusiasmo ora non mi soddisfi più. Non è tanto una questione di stile, più che altro credo che sia l’intento della storia, il motivo per cui l’ho scritta, ciò in cui non credo più. Se ci ripenso la trovo immatura, incompleta, e per un po’ ho pensato a quali fossero i suoi punti di forza e quali i punti deboli.
Ho scoperto che quelli del romanzo coincidono con i miei punti forti e deboli, quelli che ho nella scrittura. È stato un esercizio utile perché mi ha permesso di abbandonare il particolare per vedere il quadro generale, e ho capito meglio quali sono qualità e difetti del mio processo creativo.

Fortuna che non sono una persona modesta.
Non che mi reputi una fuoriclasse, ma non fatico a trovare dei punti di forza, il che mi fa pensare che credo in me stessa quanto basta per creare un mix tra umiltà e capacità. Non amo le persone che fingono di buttarsi giù solo per sentirsi dire «Mannò!, che dici? Sei così bravo!», quindi cerco di non comportarmi così.
Ecco, una prima qualità di cui sono fiera è l’immaginazione. Ho sempre un mucchio di idee, non ho bisogno di sforzarmi per trovarne una, nascono naturalmente. Un’idea per una storia può scaturire da qualcosa che vedo in giro, da una conversazione con qualcuno, o da una riflessione. D’un tratto un concetto si trasforma nell’idea adatta ad un racconto. Me li scrivo tutti, questi spunti, perché sono talmente tanti che rischio di dimenticarli.
Questo prima di iniziare a scrivere. Per quanto riguarda la parte pratica mi hanno fatto i complimenti per i dialoghi, che risultano credibili e in linea con il carattere, l’estrazione sociale dei personaggi, e le situazioni.
Mi sono resa conto inoltre che riguardo alla trama seguo molto l’istinto. La pianifico inizialmente, e la faccio andare avanti seguendo uno schema che conosco già, ma se qualcosa non mi convince non lo forzo. Non mi spaventa uscire dai binari che ho preconfezionato, se sento che è la cosa giusta da fare. A questo proposito mi è capitato di dover rivoluzionare completamente una storia (magari dall’inizio e dopo un sacco di pagine già scritte, perché farmi mancare questo brivido?!) per una piccola modifica che ho scelto di fare in seguito. Nemmeno questo mi spaventa; posso apportare modifiche gigantesche per sistemare un dettaglio, il tempo o la fatica che mi occuperà non mi interessano – anzi, non mi pesano. Peno che questo sia un insegnamento che mi ha dato tempo fa la mia professoressa di arte. Piuttosto di continuare a insistere su un dettaglio errato, cercando sistemarlo a poco a poco, mi diceva di andare di gomma e rifare tutto per ottenere i risultati che cercavo.
Ultimo pregio, anche questo di cui sono orgogliosa, è che ascolto i consigli. Nonostante a volte detesti il mio carattere, che esplode a tradimento come un vulcano attivo in attesa solo di una scusa per eruttare, sono piuttosto razionale. Dopo la lettura di una storia da parte di più persone analizzo le problematiche trovate da ognuna di loro e cerco di migliorarla in base a quelle, suddividendo fa le critiche che riguardano il gusto personale e quelle che sottolineano un problema oggettivo della storia. Ricevere critiche mi dispiace, ovvio, ma le ascolto tutte senza cercare giustificazioni né arrabbiarmi, e dopo aver aggiustato il tiro in base a queste i risultati se vedono sempre.

Ma si sa, la severità più inflessibile viene proprio da noi stessi, e trovo anche parecchi difetti nel mio modo di scrivere. La maggior parte sono più evidenti a me, problemi che riguardano il primo abbozzo di trama o la primissima stesura del testo. Nonostante questo sono difetti da correggere sicuramente, perché al lettore arrivano, seppur in maniera molto vaga.
Spesso mi capita, mentre organizzo la trama, di creare dei nodi che poi non riesco a sciogliere. Mi capita di intrecciare tanto le vicende da non trovare più io stessa il famoso bandolo della matassa,  più semplicemente di mettere i miei personaggi in situazioni tanto terribili che solo un deus ex machina può salvarli – il problema è che io odio i deus ex machina, perché sono proprio l’ultimo appiglio a cui l’autore può aggrapparsi e, a mio parere, sono segno di una scrittura che deve ancora maturare. Per risolvere queste magagne mi ritrovo a dover fare modifiche che non avrei voluto fare, che però la maggior parte delle volte mi portano via del tempo. Come ho detto prima non mi dispiace rimboccarmi le maniche e modificare una buona parte di testo, ma un conto è farlo perché senti che è la cosa giusta da fare, un altro è dover sistemare lì dove c'è uno sbaglio. So che è per la buona riuscita della storia, tuttavia via mi rendo conto che se solo riuscissi ad organizzare subito tutto al meglio, non mi ritroverei con questi problemi.
Poi c’è la mancanza di organizzazione e le lunghe tempistiche. Ci metto tanto a scrivere, forse proprio perché fatico a pensare ad uno schema pratico da seguire. Penso che se riuscissi a trovare un metodo andrei molto più veloce, ma fin’ora quelli che ho provato non hanno dato i risultati sperati. Avevo sentito dire ad esempio che scrivere tot parole al giorno aiutava a tenersi allenati, a non ‘staccarsi’ dalla storia, e per qualche mese l’ho fatto, per un precedente progetto. Ho terminato in tempo record ma mi sono resa conto che scrivere era diventato un processo meccanico. Le pagine che sfornavo diligentemente mancavano di anima, erano un puro esercizio senza cuore.
Oltre alle cose più pratiche trovo un altro difetto della mia scrittura, che si può definire forse di stile. Credo che i miei personaggi non spicchino particolarmente. A volte mi sembra che abbiano un carattere nebuloso, che non influisce sulla trama, quando invece secondo me il carattere dei personaggi dovrebbe avere molto peso. Tutto dipende dalle scelte dei protagonisti, la storia si dipana seguendo i percorsi determinati dalle loro azioni. Ma cosa determina le loro azioni? Il carattere, e tutto ciò che vi è legato. Il background culturale, l’infanzia, i desideri e le passioni, le paure, le esperienze e gli insegnamenti ricevuti dalla vita. Tutto questo a volte manca nei miei personaggi, me ne rendo conto, e rimangono macchie indistinte. Le loro motivazioni sono forti, ma mancano di spessore.
Ultimo mio cruccio è l’impazienza. Quando devo revisionare una storia sono molto frettolosa, vorrei farlo subito quando invece sarebbe meglio lasciarla da parte… a lievitare, come una pagnottina. Se non aspetto e non mi distacco dalla storia rischio di essere ancora troppo coinvolta e di non vedere ciò che va migliorato, quindi di presentare ai lettori una storia che non esprima tutto il suo potenziale.

Ho riletto il post e, sebbene mi dia un colpo in testa nel leggere l’ultima parte riguardo a tutto ciò in cui potrei migliorare, sono contenta sia di aver trovato delle qualità che dei difetti nel mio modo di scrivere.
Significa che riesco ad essere obiettiva con me stessa, non cerco scuse e voglio migliorarmi, ma vedo anche motivi di orgoglio e so di essere cresciuta in questo ambito della mia vita. Credo sia importante trovare una via di mezzo o si rischia di abbattersi o, al contrario, di pensare di essere già arrivati quando, in realtà, non si sono fatti che pochi passi.
Io ho fatto alcuni passi. A volte ho evitato la caduta, altre sono inciampata. L’importate è sapere come e perché si è rovinati a terra, per impedire che accada di nuovo. Ecco, il post che avete appena letto è servito a questo.

martedì 13 giugno 2017

Carta straccia #3: Il ristorante degli amori ritrovati – Ito Ogawa

Era da parecchio, per fortuna, che non incappavo in un libro da inserire in questa rubrica. Questo romanzo ha riportato in auge Carta straccia nel modo peggiore possibile: avevo grandi aspettative per “Il ristorante degli amori ritrovati”, pensavo davvero che sarebbe stata un’ottima lettura, una di quelle che ti scaldano l’animo e ti fanno venire voglia di rimanere a casa, con la coperta addosso (o un ventilatore, che in questo momento sarebbe più gradito), un tè caldo in una mano (coca cola ghiacciata) e un libro nell’altra.
Ma mi sbagliavo. Non è quel tipo di libro. Ma almeno c’è una nota positiva, lo cancellerò dal Kindle e sarò libera di dimenticarmene.

Ringo è appassionata di cucina e conosce tutto sia della cucina tradizionale giapponese, perché la nonna le ha insegnato tutto quello che sa, che di quella etnica, perché ha lavorato in diversi ristoranti e fatto esperienza.
Il giorno in cui il suo fidanzato scompare, portandosi via tutte le loro cose, a Ringo non resta altro da fare se non tornare nel piccolo paese di montagna dal quale proviene. Peccato che lì abiti ancora sua madre, con la quale non è mai andata d’accordo.
Dopo qualche momento di indecisione Ringo pensa di mettere a frutto le sue conoscenze in cucina e ristuttura il granaio della madre per farne un ristorante. Realizzato con materiali di recupero e deciso a utilizzare i prodotti che la terra può offrire, il ristorante prende vita e, con il suo menù peculiare, attira molti clienti. Infatti Ringo decide che Il ristorante lumaca servirà solo un gruppo, una coppia o un cliente alla volta, per il quale il menù sarà personalizzato a seconda dell’occasione.
Sembra una coincidenza ma, dopo aver mangiato al Ristorante lumaca, gli avventori trovano l’amore, riprendono contatti con qualcuno che credevano di aver perduto, o rimettono in sesto la loro vita riuscendo infine a lasciarsi alle spalle i dolori passati.
Proprio questo accade alla madre di Ringo, che ritrova il suo grande amore di quando era ragazza. Scopre però allo stesso tempo di essere malata e che le restano pochi mesi di vita. Dopo aver conosciuto meglio sua madre, Ringo si rimbocca le maniche e prepara il menù per il giorno del suo matrimonio.
La madre di Ringo muore poco dopo e la ragazza, che serberà nel cuore il suo ricordo, si getta a capofitto nel suo lavoro al ristorante. Cucinare la rende felice e mangiare ciò che prepara rende felici gli altri, decide quindi che essere una cuoca sarà il suo futuro.

Meh…
Che dire? Avevo accennato al fatto di aver avuto un sacco di speranze per questo romanzo, e infatti è così. È molto strano perché sono state deluse al massimo ma, allo stesso tempo, non lo sono state. La storia ha tutte le caratteristiche per essere un gran bella storia, ma è riuscita a rovinare tutto con un solo elemento: lo stile.
Ito Ogawa
Non mi sono informata sull’autrice ma forse si tratta di un’esordiente. Il fatto è che sembra di leggere un esordiente, si capisce che è un esordiente e, se non lo è, allora è nei guai. Ogni cosa si svolge troppo in fretta e con troppa facilità. Non c’è una vera e propria trama, non ci sono problematiche che i protagonisti affrontano, il pettine non giunge mai al fantomatico nodo (forse alla fine, con la notiza della morte imminente della madre, ma il tutto nelle ultime venti o trenta pagine). Sembra un resoconto dei fatti, per di più stilato da una persona rancorosa e superba.
Ringo passa quattro quinti di libro a detestare sua madre e, quando scopre che lei è malata, ogni risentimento passa come per magia. Invece di cogliere questo momento come un’opportunità per affrontarsi, capirsi, spiegarsi, le due donne non fanno che guardarsi da lontano e sperare di essere più vicine, cosa che non accade, ma si comportano come se avessero risolto i problemi che le separano da sempre.
Ho voluto leggere questo libro perché parlava di cucinare, di cibo, della bellezza di preparare un buon pasto per le persone che amiamo, di come il cibo e la cucina siano parte fondamentale di ciò che siamo. Peccato sembrasse il menù di un ristorante. Volevo immergermi per qualche attimo nell’atmosfera tranquilla di quando fai lievitare una focaccia e intanto la casa si riempie dell’odore della pasta, o il vapore della verdura che si alza quando togli il coperchio e avverti tutto il profumo degli ingredienti freschi, o ancora il rumore della carne che sfrigola quando la metti sull’olio bollente e comincia a rilasciare i succhi. Questo intendo io per romanzo che parla di cucina, l'atmosfera magica che si crea quando si cucina con passione e si assaggia (incuranti delle calorie!) un piatto preparato con amore.
L’unica nota positiva sta nell’ambientazione. Siamo in un piccolo paese di montagna perso in mezzo al Giappone. La vita segue il ritmo della natura e tutto è più tranquillo, silenzioso, lontano dal caos e dalla fretta irrazionale della città. Le persone sono più semplici, cortesi, e il paesaggio di cui si può godere ogni giorno è un regalo.

Conclusione? Non leggetelo.
Davvero, mi capita raramente di dirlo ma questa è una di quelle volte. Non leggetelo, perché vedere un romanzo pieno di possibilità rovinato così è ancora peggio di trovarne uno che ne è completamente privo.

Nonostante le mie critiche pare che in Giappone abbia avuto successo,
tanto che ne è stato tratto un film.

martedì 6 giugno 2017

Oceano mare – Alessandro Baricco

Quando ho aperto il blog pensavo che avrei recensito ogni singolo libro e che sarebbe stato bellissimo. Poi mi sono resa conto che leggo troppi libri per poterli recensire tutti, quindi ho deciso di parlare solo di quelli che mi sono piaciuti molto, o che non mi sono piaciuti affatto. Poi ho visto che non sempre ho qualcosa da dire su una lettura, perché mi lascia un po’… meh. Non mi è dispiaciuta, ma non mi è nemmeno piaciuta, quindi ne verrebbe una recensione scialba. E questi sono i motivi per cui di solito non scrivo recensioni.
Poi leggo Baricco, e mi ricordo che ci sono libri di cui non riesco a parlare.
Potrei dirvi della trama di “Oceano mare”, dei personaggi, del finale, dello stile, ma non hanno ancora inventato delle parole adatte a descrivere cosa significano certi romanzi. Una cosa simile mi è successa con “Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano”, ma all’epoca non avevo un blog. Adesso che mi sento quasi in dovere di spargere il germe della lettura a più persone possibili, mi chiedo come si possa parlare di un libro talmente impenetrabile come questo.
Dopo tanto pensarci ho capito che non si può.
Quindi lascerò parlare il libro stesso.

“Edel, c’è un modo di fare degli uomini che non facciano del male?”
Se la deve esser chiesta anche Dio, questa, al momento buono.

Ha 38 anni, Bartleboom. Lui pensa che da qualche parte, nel mondo, incontrerà un giorno una donna che, da sempre, è la sua donna. […]Quasi ogni giorno, ormai da anni, prende la penna in mano e le scrive. Non ha nomi e non ha indirizzi da mettere sulle buste: ma ha una vita da raccontare. E a chi, se non a lei? Lui pensa che quando si incontreranno sarà bello posarle sul grembo una scatola di mogano piena di lettere e dirle
“Ti aspettavo.”

La natura ha una sua perfezione sorprendente e questo è il risultato di una somma di limiti. La natura è perfetta perché non è infinita.

Aveva perso un po’ di quello smalto… gli si era appannata l’anima, se capite cosa voglio dire. Era come se si fosse aspettato qualcosa di diverso, lui, di proprio diverso. Non era preparato a quella normalità lì.