mercoledì 15 ottobre 2014

Le ceneri di Angela - Frank McCourt

   Iniziai a leggere “Le ceneri di Angela” parecchio tempo fa, nel 2010. Lo abbandonai dopo nemmeno cento pagine perché era straziante. Non esagero.
   Nel suo essere di una sincerità impietosa, tuttavia, lo ricordavo anche molto divertente, così quando poco tempo fa l’ho ritrovato a casa di mia mamma ho deciso di rubarlo e, dato che ricordavo cos’era successo nella parte già letta, ho ricominciato da dove mi ero interrotta.
 
 
   Probabilmente, il motivo per cui questa storia è molto triste, è che mentre la leggi sai che si tratta di un’autobiografia. L’unico modo in cui sono riuscita ad andare avanti nella pietosa lettura è stato ripetermi: «Tanto poi lui va in America, scrive un libro e diventa ricco e famoso, così non deve più preoccuparsi di sua madre che mendica il cibo e dei suoi fratelli che muoiono di fame, e di tutti che si vergognano di essere così poveri.» Sì, lo so, è una farse lunga da ripetersi, ma leggere questo libro senza aggrapparsi ad un po’ di speranza è impossibile e anche molto doloroso.
   Non ho mai letto autobiografie in vita mia, a parte quella di Roal Dahl, “Boy”, che però, come l’autore tende subito a precisare, «non si tratta di un’autobiografia ma di una raccolta di fatti accaduti, perché le autobiografie di solito sono lunghe e noiose.»
 
   I genitori di Francis McCourt, entrambi irlandesi, erano andati in America per cercare fortuna e lì si erano stabiliti per qualche anno. A causa della grande depressione che segue la prima guerra mondiale tornano con i due figli, Francis e Malachy, a vivere in Irlanda, più precisamente a Limerick.
   Frank McCourt senior viene dall’Irlanda del nord e tutti lo considerano uno strano. Perde continuamente il lavoro perché quando arriva giorno di paga va al pub a bersi tutto quanto, rincasa tardi e sveglia i figli per far loro cantare canzoni patriottiche e fargli promettere che moriranno per l’Irlanda, e la mattina dopo non si presenta al lavoro. Angela Sheehan in McCourt tenta in ogni modo di fermarlo, arrivando persino a chiedere che la paga del marito venga consegnata a lei, ma quelli delle fabbriche sanno che se una moglie viene a chiedere la paga del marito è perché lui se la beve tutta la pub, e non ce lo vogliono un ubriacone a lavorare nella loro fabbrica. E allora via un altro lavoro.
   La famiglia, che nel frattempo si allarga con l’arrivo di due gemelli e una bambina, sopravvive a stento grazie al sussidio – e anche quello va in bevute – e alla carità. Gli anni passano, i bambini crescono e ne nascono altri, mentre altri ne muoiono, per gli stenti o le malattie.
   Frank senior va in Inghilterra con l’intenzione di trovare lavoro e mandare soldi alla famiglia, ma una volta partito nessuno lo sente più. Frankie junior, il fratello maggiore e ormai uomo di casa, si arrangia allora come può per aiutare la famiglia. Con piccoli furtarelli e lavoretti qua e là, Frankie porta a casa qualche scellino già dall’età di tredici  anni, e quando ne raggiunge diciannove ha messo da parte abbastanza denaro per prendere una nave e andare in America che, i suoi genitori lo dicono sempre: è la terra delle possibilità.
 
 
   Raccontato in prima persona dal punto di vista dello stesso Frankie, lo stile è secco, sbrigativo, sincero ma avvolgente.
   Sembra di ascoltare la storia raccontata di prima mano dal piccolo protagonista, con l’ingenuità tipica di un bambino che crede ciecamente in quello che gli adulti dicono e non usa tanti giri di parole. Non manca comunque una buona dosa di ironia che, soprattutto quando si parla di adulti, chiesa e in generale di tutti i benpensanti, trabocca dalla pagina.
   I personaggi sono tratteggiati vivacemente e tanto bene che sembra di conoscerli e di capirli. Alcuni sono cupi e non sempre positivi, come Francis senior, che si redime ogni tanto quando racconta le storie ai suoi figli, li fa ridere e li consiglia, raccomandandosi che devono sempre confidarsi con lui piuttosto che vivere nella preoccupazione. Altri personaggi sono velati da un manto di rammarico, di impotenza e di angoscia, come Angela. Altri ancora compaiono per brevi periodi, colorando la vita di Frank con i loro bizzarri comportamenti e le loro strambe idee, come ad esempio i suoi compagni di scuola, gli insegnanti o i datori di lavoro più tardi. Ogni personaggio porta con sé luci e ombre, e questo li rende estremamente complessi e reali.
   La Limerick degli anni ’30 e ‘40, dove si svolge l’intera vicenda, riprende vita, a partire dai vicoli più bui e poveri dove abitano famiglie come quelle dei McCourt, e sebbene venga molte volte maledetta come cittadina di provincia, viene voglia di vederla.
   La chiesa, che all’epoca svolgeva un ruolo molto più attivo nella comunità, diventa uno degli elementi chiave della vicenda, nella buona e nella cattiva sorte. Frank e i compagni di classe, cui sin da piccoli vengono inculcati a forza i valori della Chiesa Cattolica, si domandano spesso che cosa voglia dire l’uno o l’altro comandamento, arrivando a teoria spesso esilaranti, e sono convinti che ogni piccola cosa sia peccato. Ma alla fine, come commenta Frankie stesso, «se fai un peccato tanto vale farne un altro perché la condanna è sempre la stessa. Un peccato: dannazione eterna. Dieci peccati: idem.»
Immagine tratta dal film omonimo del 1991.
 
   Non posso che consigliare caldamente questo libro a chi è incuriosito dalla vicenda, però vi avverto che non dovete peli sullo stomaco né essere facili al pianto, perché rischiate di dover girare con un pacchetto di kleenex oltre al libro.
   È vero che non si tratta di uno di quei romanzi che narrano di un grande amore che vince su ogni cosa, o di un protagonista coraggioso e senza macchia. Questa è una storia semplice, in cui viene svelato anche il lato più debole e umano dei protagonisti, in cui viene mostrata la miseria senza veli. Proprio per questo, tuttavia, ha qualcosa di molto confortante, perché nonostante tutto c’è sempre speranza.
   In un modo o nell’altro, ci insegna questo libro, tutti possiamo arrivare alla nostra America.

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