venerdì 3 novembre 2017

Paris – Edward Rutherfurd

Non sono nata con la passione per il viaggio, da bambina non mi immaginavo in terre lontane, vestita da esploratrice, a scoprire nuovi mondi. Fu una gita scolastica a Parigi a insegnarmi la bellezza di scoprire una città nuova, sentire l’atmosfera che vi si respira, fare attenzione ai piccoli dettagli che la rendono diversa da ciò che conosciamo.
Complice il fatto di essere abbastanza grandi e in compagnia di ragazzi più piccoli, cui i professori prestavano più attenzione, invece di una gita sembrò una vacanza fra amici. Ricordo le corse in metro per rispettare gli orari imposti dagli insegnanti, ma anche le soste nei parchi a riposare e guardarci in giro, i musei immensi, i colori vividi della città, le stradine tortuose e i grandi viali. Ricordo la sensazione di serenità, come se tutto corresse veloce attorno a me ma io avessi la possibilità di prendermela con calma e godermi il momento.
Ho sempre una parola buona da spendere per Parigi e da quando l’ho lasciata attendo solo il momento di tornarci (è che ci sono così tanti posti da vedere, e un luogo nuovo suscita sempre più curiosità di uno già visitato). Per questo probabilmente fui così felice quando scoprii un romanzo storico ambientato proprio a Parigi, che ripercorre la storia della città dal medioevo all’illuminismo, dalla rivoluzione francese al periodo dorato della belle epoque, per poi sprofondare nell’occupazione tedesca e nel periodo della resistenza.

La narrazione si apre nel 1885, il giorno dei funerali di Victor Hugo. Come era stato festeggiato il suo ritorno in Francia dopo l’esilio, allo stesso modo la gente scende in piazza per dargli il definitivo addio. La folla si accalca nelle strade della capitale per omaggiare il grande autore seguendo il corteo funebre, ma le persone sono così tante che Thomas Gascon è costretto ad arrampicarsi su un edificio per vedere qualcosa, ed è in quella che vede una ragazza, così bella che decide che un giorno la sposerà.
Ci vuole un po’ per scoprire se Thomas riuscirà o meno nel suo intento. Infatti mentre lui e suo fratello Louis si arrangiano come possono per procurarsi da vivere (chi come operaio per monsieur Eiffel e chi come cameriere al Moulin Rouge), altre vicende e altri personaggi compaiono nella narrazione. I Gascon sono infatti solo una delle famiglie coinvolte, e nemmeno la più antica.
Abbiamo Jaques Le Sourd, discendente di colui che veniva soprannominato Ammazzaratti di Parigi, ed erede di nulla più che un sentimento di odio verso i nobili che hanno assassinato suo padre e il desiderio di vendetta verso uno di loro in particolare. La famiglia De Cygne, nobili con un titolo più importante delle loro finanze, che tuttavia godono ancora di una certa reputazione, nonostante la posizione dei nobili sia sempre più in discussione. Dall’altro lato i tre fratelli Blanchard, borghesi il cui padre ha saputo mettere in piedi un impero e facenti parte della nuova classe di ricchi. Infine la famiglia di Jacob il mercante, ebrei tornati a Parigi da poche generazioni, ignari dei pericoli che il secolo breve ha in serbo per loro.
Queste famiglie sono la rappresentazione di ciò che significava far parte di una determinata classe sociale, in un periodo in cui i contorni delle classi sociali, una volta netti, cominciano a sfaldarsi e mischiarsi. Le vicende principali inoltre hanno luogo in un paese ancora in subbuglio, fra sostenitori della monarchia e della repubblica, fra chi spera in un secondo Napoleone e chi curiosa fra marxismo e leninismo, senza dimenticare le glorie della rivoluzione e gli orrori del terrore.
La storia principale copre un arco di circa cento anni ma, a fare da stacco nei modi e nei momenti giusti, le vicende della Parigi antica, quella dove le famiglie che impariamo a conoscere sono protagoniste di vicende che cambieranno il corso della loro storia futura. La città medievale ci racconta delle origini della famiglia di Jacob ben Jacob e di come si salvò dalla cacciata degli ebrei dalla Francia. Anni dopo scopriamo come i Le Sourd abbiano radici profonde nella storia della città, seppure come ladri e ingannatori. La corte del re Sole invece narra come la famiglia De Cygne si salvò dall’oblio, e prima ancora come una ramo raggiunse il nuovo mondo e lì prosperò, nelle sconfinate terre del Canada.
 
La zona di Parigi denominata Maquis, la Macchia,
dove vivevano le famiglie più povere.
Leggendo “Paris” è subito chiaro che Rutherfurd ha compiuto un grande lavoro di studio, spaziando in ogni campo toccato dalla narrazione. Dalla storia della città e della Francia ai piccoli particolari dei sobborghi di Parigi, come il Maquis abitato dalla famiglia Gascon (che oggi non è più un sobborgo ma fa parte del cuore della città). Da questioni tecniche su come vennero costruite la torre Eiffel e la Statua della Libertà, ai giardini di ninfee di Claude Monet, che egli stesso fece costruire e coltivò nella sua proprietà. Molto spesso si tratta di dettagli che poco hanno a che vedere con la storia, ma che hanno il potere di renderla più reale.
I fatti storici sono veri e verificabili e anche i personaggi che non sono nati dalla penna dell’autore (Monet, Eiffel, Hemingway) hanno un realismo tutto particolare. Mi è capitato di leggere altri romanzi nei quali comparivano figure storiche realmente esistite, e non sono mai sembrati naturali. Gli autori muovevano questi personaggi in modo goffo, intimiditi dalla loro fama. Mi sembrava di avere a che fare con personaggi che l’autore non riusciva a far quadrare, con i quali aveva timore di sbagliare pur essendosi documentato. Rutherfurd invece è riuscito a rendere protagonisti anche pittori, autori e politici di spicco come se fossero personaggi inventati. Non avevano più importanza di altri, non declamavano frasi poetiche, ed era facile immaginarli a Parigi in un bistrot o a passeggio in un parco assieme agli altri protagonisti, dimenticandosi che hanno fatto la storia e vedendoli come semplici persone, esattamente come dovevano apparire all'epoca.

Devo ammettere che è passato un po’ di tempo da quando ho finito di leggere questo libro. Solo ora mi decido a scriverne la recensione e, nel frattempo, è finita una stagione, ho finito di leggere altri romanzi, ho appeso dei quadri in casa e i ricordi di questo libro sono sbiaditi. Per un attimo, prima di iniziare, avevo la tentazione di lasciar perdere perché non ricordavo alla perfezioni tutto e mi dispiaceva non essere precisa, perché l’ho letto con gli occhi che brillavano.
Se avessi scritto subito cosa pensavo di “Paris” ne sarebbe venuto fuori molto di più. Eppure anche così, a qualche mese di distanza, mi scopro a pensare con nostalgia alle atmosfere della vecchia Parigi, e il desiderio di tornarci è sempre più grande.
Leggerò altro di Edward Rutherfurd, questo è certo, a quanto ho capito i suoi romanzi sono più o meno dello stesso stampo, ma tutti in luoghi diversi. Un ottimo modo per scegliere la prossima destinazione delle vacanze!

Parigi, quartiere di Montmartre, oggi.

domenica 22 ottobre 2017

YOU'LL FLOAT TOO

Ieri sera sono andata a vedere IT al cinema.
Ho conosciuto la vecchia miniserie tardi, non l’ho vista come un sacco di gente della mia generazione, appartenente facendosela addosso al buio dopo essere tornati a casa da scuola il pomeriggio. L’ho vista quando ero abbastanza grande da capire che non potevo aspettarmi più di tanto da una serie per la tv, e anche abbastanza grande per capire che l’unica cosa veramente bella era Tim Curry.
Al film darei un 7-, voto di tutto rispetto secondo me, dato che viene da una persona che ha letto e amato l’originale (ed è da ieri sera che ho voglia di rileggerlo).

Un tempo pensavo che le trasposizioni cinematografiche dovessero essere il più fedeli possibile al libro, ma ora non sono della stessa idea.
Un libro può rendere molto più a livello di sensazioni, un film è migliore a un livello immediato. Mentre il libro si insinua sottopelle il film ti colpisce dritto in faccia, è comunque giusto che siano diversi per poter sfruttare al meglio le loro caratteristiche.
Questo non significa che un film possa distruggere un romanzo come e quando vuole, ma deve rispettare l’universo della storia. Ad esempio non mi interessa se ogni scena non riprende esattamente il libro, ma mi infastidisco se un personaggio viene snaturato, eliminato, o una situazione che ne lega altre viene ignorata. In questo IT è stato un film giusto: pur mettendo mano alla storia non ha ‘ucciso’ l’universo che King aveva creato, lo ha semplificato di molto. (C’è solo un dettaglio che non mi è andato giù, attenzione SPOILER: non puoi far morire Henry Bowers, deve comparire da pazzo psicotico nel prossimo!)

Ciò che mi è piaciuto del film è stata la parte più normale e tranquilla, quella che parla dei ragazzini e di come vivono l’estate. Il modo in cui si conoscono, le piccole storielle sentimentali che si vengono a creare, il loro rapporto d’amicizia che si fa più stretto grazie alle avventure cui vanno incontro (e non mi riferisco solo al mostro, ma anche ad esempio alla lotta con i bulli). L’atmosfera più piacevole, quella ricreata meglio, è l’infanzia e l’età strana in cui non sei più bambino ma non sei ancora nemmeno adolescente e più disincantato.
La parte meno riuscita è quella horror. Nulla da dire riguardo all’attore che ha interpretato il clown, inquietante pur con una caratterizzazione diversa da quella di Tim Curry ma, secondo me, voluta. I paragoni sarebbero stati inevitabili e penso che sia stato meglio allontanare le due interpretazioni di IT il più possibile, proprio per rendere il paragone difficile e inutile da fare. Questo Pennywise non è unicamente mostruoso, come quella della miniserie, ma anche a tratti ridicolo in un modo che mette i brividi.
Ciò che non mi è piaciuto è il modo in cui il film tenta di spaventarti: jumpscare, jumpscare ovunque. Credo che con un personaggio del genere, una storia così e degli effetti speciali che non puntavano al realismo, si dovevano usare tecniche più vecchie. Il jumpscare è facile, d’effetto, ma lascia insoddisfatti, non è una paura reale ma una paura d’impatto e inevitabile. La paura vera è quella che non finisce con la fine della scena ma quella che ti accompagna durante tutto il film, che fa salire la tensione poco a poco e la trascina fino alla fine tenendoti con il cuore in gola. Il tipo di paura utilizzata nei vecchi film, dove l’effetto speciale più tecnologico era il sangue finto e quindi si dovevano arrangiare con altri modi.
Un peccato per il film, ma penso che coloro che non hanno letto il libro possano restarne molto soddisfatti. Non lo saranno forse i fanatici di King, però io ad esempio, che accetto di buon grado un compromesso tra film e libro, sono stata abbastanza contenta e l’ho guardato con piacere.

Detto questo (e mi rendo conto che ho scritto più di quanto volessi in realtà) ecco il vero motivo del post. Dato che dovranno fare una seconda parte ho immaginato quali potessero essere gli attori che andranno ad interpretare i protagonisti. Non sono riuscita a basarmi più di tanto sulla fisicità degli attori ragazzini, ho pensato più ai personaggi adulti che dovevano diventare e ho scelto attori che apprezzo.

Bill Denbrough: Ryan Gosling
Ho appena visto “Blade runner 2049” e forse è stato quello il punto. Mi ero ricordata dell’esistenza di Gosling dopo aver visto “Drive” ma soprattutto “Veloce come un tuono”.
Riesco ad immaginarlo come capo della banda dei Perdenti, come quello che più di tutti è rimasto un po’ bambino e, proprio per questo, è la forza del gruppo. L’unico che crede ancora genuinamente nella magia di cui il gruppo è capace, che sa che superando i loro terrori e credendo in loro stessi potranno battere IT.

Ben Hanscom: Badley Cooper
Anche questa è una scelta dettata dall’ispirazione, e anche dal fatto di aver visto Bradley Cooper in alcuni film molto belli, a recitare parti complesse.
Penso che sia adatto a portare sullo schermo l’interiorità di uomo che ha una sorta di rivincita sulla vita. Da ragazzino grasso e preso in giro ad architetto benestante e richiesto. Tuttavia rimane un uomo timido, che non ha dimenticato il primo amore della sua vita.

Beverly Marsh: Jessica Chastain
E va bene, questa l’ho scelta perché ha i capelli rossi. Inoltre so che è un’attrice molto capace e può recitare ruoli intensi (vedi “The help” o “Interstellar”).

Richie Tozier: Joseph Gordon-Levitt
Adoro questo attore, lo conosco da anni e ho visto molti dei suoi film, sia commedie che film d’azione. Lo trovo bravo e per qualche motivo riesco ad immaginarlo benissimo a interpretare Richie ‘Boccaccia’ Tozier, lo smaliziato del gruppo, quello che ha sempre la battuta pronta e alleggerisce ogni situazione, ma che è forse il più fedele degli amici di Bill e lo seguirebbe fin nell’inferno – o nelle fogne.

Eddie Kaspbrak: Ben Whishaw
Adoro anche quest’attore, l’ho visto in diversi film e ho sempre trovato impressionante come riesca ad essere versatile. Non penso di poter paragonare nessuno dei ruoli in cui l’ho visto, perché in ogni personaggio in cui si è calato è stato completamente diverso, tanto da non sembrare la stessa persona.
Anche per questo lo ritengo adatto a fare Eddie, il ragazzino ipocondriaco oppresso dalla madre e, poi, un uomo oppresso dalla moglie. Condizionato dalle proprie fisime al punto da farvi ruotare attorno la propria vita, riesce nonostante questo a trovare il coraggio di combattere quando la situazione lo richiede, per l’appunto quasi trasformandosi in un altro.

Mi mancano Stan Uris, Mike Hanlon ed Henry Bowers, per i quali non ho trovato nessuno che mi convincesse e non volevo scegliere attori a caso.

Ammetto di essere curiosa di vedere la seconda parte, ma mi hanno già detto che uscirà nel 2019, quindi aspetterò. Non che sia un problema, è da quando avevo diciassette anni, cioè quando ho visto la versione vecchia, che attendo che ne facciano un remake. Sono paziente. Pazientate con me, e prima o poi galleggerete anche voi.


giovedì 5 ottobre 2017

Penna alla mano #6: Non perdiamoci in lungaggini

Molto spesso sento dire che la cosa peggiore per un romanzo è avere uno stile troppo ricercato o essere molto lungo. L’utilizzo di parole poco in uso, una sintassi arzigogolata, periodi lunghi cui si deve prestare molta attenzione e, nel complesso, un romanzo con tante pagine, è da evitare, soprattutto se si è uno scrittore alle prime pubblicazioni.
Certo, uno stile complesso richiede una lettura attenta e un editore può avere dei dubbi e dei ripensamenti nello scommettere su un autore semisconosciuto che gli porta un romanzo difficile da mandare giù, ma queste sono questioni editoriali, che hanno poco a che vedere – o dovrebbero averlo – con ciò che l’autore sceglie di scrivere e come lo scrive.

Esistono libri più difficili di altri, con uno stile unico e a volte proprio ostico, che piacciono comunque. Si pensi a tutti i classici che continuano a sopravvivere al tempo – anche a questi tempi, dove tutto è meglio quanto più è svelto – e anche ad alcuni autori moderni che si perdono in mezzo a periodi kilometrici o a flussi di coscienza incomprensibili. Non è facile leggere romanzi di questo calibro, ed è giusto che ci sia varietà nella scelta e che si possa anche avere una vasta fetta di libri scorrevoli, piacevoli e leggeri. Però mi chiedo se sia giusto dire agli autori che più semplificano, meglio sarà per i loro libri.
Frasi corte, sintassi basica, parole del parlato di tutti i giorni, non esagerare con le pagine, queste sono le regole per scrivere un libro. Un libro che vende. Forse è giusto, se la vediamo da un punto di vista prettamente editoriale. Il compito di un editore è quello di vendere libri. Sa che ne venderà di più con un certo tipo di storia e uno specifico stile, perché anche quel settore segue delle regole di mercato. Tuttavia non apprezzo che si diffonda l’idea della semplicità a tutti i costi, la necessità di modificare il proprio stile per piacere ai lettori. Chissà in quanti ci sono cascati! Penso che appiattisca il panorama librario. Ogni autore ha uno stile personale, non è corretto chiedere loro di produrre ciò che il mercato vuole, si dovrebbe chiedere loro di produrre e basta.
Se un autore modifica uno stile costruito negli anni, grazie a ore di pratica con la penna in mano e di teoria con un libro in grembo, per fare colpo su un editore, forse dovrebbe chiedersi perché scrive. Sono convinta che chi scrive solo per pubblicare ha bisogno di dare una rinfrescata alla memoria e ricordarsi perché ha iniziato. Perché di solito la cosa migliore dello scrivere è scrivere. Tutto quello che viene dopo può essere piacevole, ma superfluo alla passione per la scrittura.

Quindi, se c’è una conclusione a questo post, eccola: non modificate il vostro stile per piacere agli altri, modificatelo purché piaccia a voi!

lunedì 25 settembre 2017

Igiene dell'assassino - Amélie Nothomb

Ogni tanto decido di cambiare la citazione di inizio colonna, a sinistra del blog. Perlopiù sono frasi che hanno a che vedere con l’argomento principale del blog, quindi scrittura, libri, lettura e tutto ciò che vi ruota attorno.
Non appena ho iniziato a leggere questo libricino di poche pagine, qualche settimana fa, ho pensato subito che avrei trovato delle citazioni che potevo utilizzare, e in effetti non si è smentito. “Igiene dell’assassino”, di Amélie Nothomb, regala perle che valgono la citazione, e inoltre ve ne sono parecchie collegate all’argomento del blog, essendo uno dei protagonisti uno scrittore. Ma a inizio lettura non potevo indovinare quanto sgomento e malessere avrei provato leggendolo. E nemmeno quante risate mi sarei fatta, almeno fino ad un certo punto.

 L’autore premio nobel Pretextat Tach ha ancora un mese di vita e, in barba all’odio che prova per il mondo e il genere umano, ha deciso di concedere la sua prima intervista in una carriera durata almeno sessant’anni.
Il vecchio intimidisce già prima di incontrarlo, si tratta infatti di uno scrittore di grande fama e di una figura tanto lontana dai riflettori, tanto peculiare, che nessuno sa cosa aspettarsi. A prima vista si rimane sconvolti. Pretextat Tach è talmente obeso che per muoversi ha bisogno di una sedia a rotelle, è calvo, ma ha la pelle liscia, luminosa e morbida come quella di un neonato. L’incanto si spezza quando apre bocca.
Il divertimento unico dell’autore sembra essere quello di ridicolizzare i giornalisti che vogliono intervistarlo. Li sciocca con descrizioni dettagliate della sua dieta malsana e rivoltante, ribalta le loro stesse parole ingannandoli con la sua dialettica raffinata, allenata da anni di scrittura, li deride sottilmente e rende vano ogni tentativo di avere una conversazione logica. Almeno fino a che non arriva l’ultimo giornalista.
La giovane donna che comincia l’intervista a Tach prende in mano la situazione immediatamente, avendo intuito che il vecchio non ha la minima intenzione di essere intervistato, piuttosto desidera un passatempo crudele. Una volta messo in chiaro che lei non è lì per intervistarlo la giornalista gli svela il vero motivo per cui ha voluto incontrarlo: ha scoperto il suo segreto più grande, rivelato al mondo intero e quindi automaticamente celato nel migliore dei modi, e ha intenzione di farglielo confessare.

Mentre stavo scrivendo la trama ragionavo sul fatto di raccontarvi o meno svolgimento e finale ma poi, per rimanere fedele al mio principio di far scoprire i bei libri ai lettori, ho deciso di tacere. Per la prima volta ammetto che è stato difficile, perché vorrei parlarvi di molti degli aspetti di questo romanzo, che mi ha stupita e a tratti angustiata.
Il romanzo è quasi del tutto dialogato. Pochissime descrizioni, quasi tutte per inframmezzare il discorso e descrivere i movimenti dei protagonisti, o il loro tono di voce. Non c’è introspezione dei personaggi, ma questi si descrivono da soli, parlando. Così sembra proprio di conoscerli come si conosce una persona nella realtà: parlandole. Una persona ci può nascondere i suoi veri pensieri, si può tradire con certe espressioni, che valutiamo in base a cosa dice e come lo dice, e qui sta la forza del dialogo. Da questo punto di vista trovo che la Nothomb abbia fatto un lavoro eccellente. Non è facile far intendere la natura di un personaggio lasciando allo stesso la propria descrizione e solo con dei dialoghi, soprattutto se è un personaggio eclettico, ma lei ce l’ha fatta.
Ciò che ho preferito del romanzo è stato il lessico. Alto, ricercato, oscuro. Mi è capitato persino di dover usare il dizionario qualche volta, e ho l’impressione che l’autrice abbia scelto apposta vocaboli desueti o molto precisi, un po’ per caratterizzare il personaggio, un po’ per arricchire la storia e costringere il lettore all’attenti. Infatti si deve seguire con attenzione ogni passaggio per poterlo comprendere, ogni frase è un capolavoro di complessità grammaticale. Leggere questo libro è stato un piacere anche perché ogni singola virgola sembrava ponderata, ogni parola soppesata e ogni frase piena, ricca, essenziale in ogni sua particella. Mi viene in mente una citazione di “L’eleganza del riccio” di Muriel Barbery, che mi è sempre piaciuta:
Io credo che la grammatica sia una via d’accesso alla bellezza. Quando parliamo, quando leggiamo o quando scriviamo, ci rendiamo conto se abbiamo scritto o stiamo leggendo una bella frase. Siamo capaci di riconoscere una bella espressione o uno stile elegante. Ma quando si fa grammatica, si accede a un’altra dimensione della bellezza della lingua. Fare grammatica serve a sezionarla, guardare come è fatta, vederla nuda, in un certo senso. Ed è una cosa meravigliosa, perché pensiamo: “Ma guarda un po’ che roba, guarda un po’ com’è fatta bene! Quanto è solida, ingegnosa, acuta!”
Questo è, grossomodo, quello che ho pensato lungo tutta la lettura di “Igiene dell’assassino”.
 
L'autrice, Amélie Nothomb

Ma non c’è solo forma in questo libro, c’è anche una storia agghiacciante dietro. Il protagonista narra di una situazione inverosimile, quasi fantastica tanto è irreale, che suscita disgusto e quella morbosa curiosità di cui, chi più chi meno, tutti siamo dotati e che forse è insita nel genere umano. Il finale lascia interdetti, personalmente non l’ho apprezzato perché mi è parso cinico. Tuttavia ammetto che è d’effetto, coglie impreparati e lascia di stucco.
Altra cosa che mi ha stupita è che questo è il primo romanzo della Nothomb, pubblicato nel 1992 quando aveva solo ventisei anni.


Che altro dire di “Igiene dell’assassino”? Solo che vale la pena leggerlo, perché nessuna descrizione, recensione, riassunto, commento, potrebbe mai spiegare l’ingegnosa astuzia di questo libro, che cattura sin dalle prime pagine e non molla neanche una volta finito.

sabato 9 settembre 2017

Significato per il singolo e la massa

Esiste una domanda che attanaglia ogni lettore, prima o poi, le cui risposte sono tutte diverse e tutte corrette. I libri devono avere un messaggio?
È una domanda comune e rispondere è complesso. Ad esempio ho sempre pensato che i romanzi non dovessero per forza avere uno scopo, ma allo stesso tempo mi infastidiscono alcuni romanzi che sento fini a sé stessi.
Dopo tanto pensare, forse, ho trovata una risposta che trova d’accordo tutte le obiezioni che fa il mio cervello in casi come questi. Quando cerco di ragionare, ad esempio.

Ogni storia ha un significato per il proprio autore, che sia un professionista o un appassionato, che cerchi di pubblicare le sue storie o che le tenga nel cassetto e scriva per il puro piacere di farlo. Ma non è detto che in queste lo scrittore abbia inserito a forza un significato che il lettore deve fare proprio.
Penso che per l’autore cercare sin dall’inizio di dare un messaggio alla propria opera sia deleterio. Rischia di finire per concentrarsi di più sul messaggio che sul mezzo con il quale comunica, tuttavia se non cura il canale di comunicazione, ossia il libro, il messaggio non potrà essere compreso. Inoltre sono fortemente convinta che ogni autore abbia delle idee sociali, politiche e quant’altro, che nel suo romanzo compariranno comunque, nolenti o volenti, perché le idee di un autore non possono staccarsi da ciò che scrive. Egli scrive ciò che pensa, mette in bocca ai suoi personaggi le sue riflessioni, mette in atto nella trama che crea i meccanismi della società che vorrebbe vedere nella realtà, o che teme si realizzino nella realtà. Insomma, l’autore non ha bisogno di pensare al messaggio per crearne uno, il solo scrivere lo porta a dire la sua, a dare un’opinione, che sia il suo concetto di amore, di amicizia, che sia la preoccupazione per i giovani d’oggi o per l’ambiente.

Quindi ecco un’altra domanda: una volta accettato che l’autore manda comunque un messaggio con i suoi romanzi, sia pure inconsciamente, siamo sicuri che vengano sempre recepiti nella maniera corretta?
Non ho alcun dubbio nel dire assolutamente no, e quasi mai.
Per quanto un autore sia capace a volte il suo messaggio può essere frainteso, o può anche perdersi nella narrazione (magari in un romanzo di ampio respiro, ad esempio qualcuno ha mai provato a cercare il significato del Signore degli Anelli? Io no, me lo sono perso in mezzo alla storia, ma forse cercando nei meccanismi che legano i popoli della Terra di Mezzo si trova una simbologia per i popoli della nostra terra, o fra i valori che alcuni personaggi portano si trova una sorta di guida morale secondo Tolkien, chi lo sa?). Molto spesso il significato di un romanzo non viene compreso, o viene compreso solo a metà, o non viene proprio cercato, preferendogli la storia.
Penso che siano veramente pochi i lettori che colgono sempre il messaggio nel romanzo che leggono. Io ad esempio, che ne leggo molti, non saprei dire di quali ho colto una doppia lettura, oltre a quella fornita unicamente dagli intrecci della trama. Però non metto al primo posto solo le storie di cui ho recepito il messaggio, ma tutte quelle che mi hanno emozionata, anche se non saprei dire se hanno una seconda chiave di lettura o un significato nascosto, e quale sia.

Dopo tutto questo ragionamento mi sembra di capire una cosa: per me, singolo lettore, il messaggio dei romanzi non conta così tanto. Ciò che conta è: il libro ti è piaciuto? Quello è il motivo per cui ricordiamo una lettura, perché ci emoziona, ci porta altrove, non perché ne capiamo l’importanza a livello culturale. Quello semmai arriva dopo.
Inoltre è vero che, dalla stessa storia, ogni lettore trae un insegnamento diverso. Il modo in cui una lettura viene percepita cambia a seconda di chi legge, di quando legge, del perché legge. Questo potrebbe definire anche il modo in cui viene recepito il messaggio, e quindi il modo in cui viene interpretato. Un giorno lessi un articolo molto interessante (perdonatemi ma non so citare la fonte perché è successo molto tempo fa, forse uno o addirittura due anni fa) in cui un blogger diceva di aver riletto “La strada” di Cormac McCarthy dopo essere diventato padre. Il romanzo parla di un uomo e suo figlio che devono sopravvivere in un mondo quasi completamente deserto e crudele, l’articolo sottolineava come, letto in due diversi momenti, avesse avuto un significato profondamente diverso. È impossibile dare un unico significato ad un libro, cambia da persona a persona e, anche nelle esperienze di lettura di un singolo, cambia a seconda del periodo in cui lo si legge.
Quindi il significato di un libro non ha importanza di per sé, ce l’ha in quanto interpretazione personale.

Stabilito questo esiste però un altro punto di vista, più ampio se vogliamo.
I libri con un messaggio ben definito e inconfondibile, di carattere sociale o culturale, o libri che ricordano una parte della nostra storia, sono più rari e sono quelli che adesso definiamo classici. Un giorno i libri di oggi più iconici potranno diventare classici, e così si andranno ad allungare le fila di quei romanzi che siamo sicuri abbiamo qualcosa da dirci.
Una volta riconosciuto il loro spessore, rivestiti di un insegnamento, questi libri hanno un compito: il compito di ricordare quell’insegnamento. Questi sono i romanzi scritti per tutti noi, per farci rendere conto di un problema che stiamo ignorando, per ricordarci i nostri errori passati e non ripeterli, per farci capire che per quante cose possano accadere nella storia noi restiamo sempre umani, preda in ogni secolo degli istinti più bassi come delle aspirazioni più nobili.
Esistono romanzi che non vogliono dare nulla più che qualche ora di svago, ma esistono anche quelli che ci sconvolgono con le loro argomentazioni e ci fanno riflettere. Questo post non serve per dire che un tipo è migliore di un altro, sono libri con una funziona diversa, e che servono tutti. Ma se leggiamo un libro che ci pare dica qualcosa di importante, qualcosa di cui tutti dovrebbero essere consapevoli, probabilmente quello è un libro che dovrebbe sopravvivere all’oblio delle mode, un libro che dovremmo consigliare il più possibile.

Il resto può rimanere in tutta dignità sulle nostre librerie, in quanto romanzi che abbiamo amato.