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domenica 19 novembre 2017

La figlia della fortuna – Isabel Allende

Non ricordo quando ho letto per la prima volta Isabel Allende, deve essere stato in terza media o poco dopo (a pensarci adesso infatti non è che capissi proprio tutti i passaggi), ma è una delle autrici che conosco da più tempo, e della quale ho letto molto. Ricordo ad esempio quanto fossi contenta dell’uscita di “La città delle bestie”, dato che già avevo letto “La casa degli spiriti” e mi era piaciuta. Inoltre la trilogia che ne seguì era per ragazzi, ed ero più felice di leggere una storia più leggera.
Il mio rapporto con la Allende dura da parecchio insomma, anche se è una di quelle autrici con la quale non sono al passo e che leggo sporadicamente, nonostante la apprezzi molto. Mi sono ricordata di lei qualche tempo fa e, non appena ne ho avuta l’opportunità, ho recuperato un suo vecchio romanzo e ho iniziato a leggere “La figlia della fortuna”.

Il 1800 è appena iniziato e Vàlparaiso è una delle cittadine più importanti del Cile. Viene scelta come approdo dai fratelli Sommers, che fuggono da uno scandalo che li ha colpiti in Inghilterra, e lì decidono di mettere radici. La famiglia è composta da tre fratelli, il capitano John, che passa più tempo per mare che in terra, l’uomo d’affari Jeremy e dalla solare e bellissima Rose. Quando quest’ultima si trova davanti alla porta una neonata avvolta in un panciotto la adotta e la cresce come una figlia, dandole il nome di Eliza.
La bambina cresce alla maniera inglese, imparando come ci si comporta da signorina e con tutti gli agi di una lady, pur sviluppando un forte legame con la sua terra grazie alle cure della domestica, una india che lei chiama Mama Frésia. L’idillio finisce quando la ragazza si innamora di Joaquin Andieta, un giovane dalle idee rivoluzionarie con il quale intreccia una relazione passionale, fatta di incontri sussurrati, di sogni per il futuro e di piani per fuggire insieme. Almeno fino a quando non accadono due cose: in California scoppia la febbre dell’oro ed Eliza rimane incinta.
Joaquin si imbarca verso l’avventura e l’ignoto, con l’intento di tornare ricco e sposare Eliza, senza sapere che lei aspetta un figlio. Passano poche settimane e la ragazza, che nasconde a fatica la gravidanza, prende una decisione folle, ma ferma: raggiungerà il suo amato in California.
Grazie all’aiuto di un giovane medico cinese riesce a salire su una nave come clandestina, ma durante la traversata perde il bambino. Quando i due sbarcano a San Francisco scoprono un mondo ricco di possibilità, libero dalle regole che conosceva Eliza e bisognoso dell’aiuto che un medico come Tao Chi’en può offrire.
Tuttavia la California si rivela anche molto diversa da ciò che raccontavano. Invece della terra ricca di pepite d’oro che promettevano esiste solo la fatica dei minatori, un dilagante razzismo contro gli stranieri di ogni dove, che i gringos non fanno che fomentare, e terre ignote e sconfinate, pericolosissime se percorse da soli.
Eliza si mette in viaggio alla ricerca di Joaquin Andieta, pur tenendosi sempre in contatto con Tao Chi’en, cheè diventato il suo più caro amico. Per viaggiare più comoda e sicura si finge uomo, e si spaccia per il fratello minore di Andieta, così che i viaggiatori e le compagnie che trova lungo la strada cominciano a chiamarlo ‘el chilenito’. Ma i mesi passano e i ricordi dell’amante si fanno sfocati, i contorni della sua immagine svaniscono fra le terre selvagge della California, che inghiotte tutti i suoi tentativi. Joaquin Andieta si fa sempre più lontano dal cuore e dalla mente di Eliza, occupata da altre avventure e da nuovi affetti, mentre all’orizzonte comincia a profilarsi l’immagine di un bandito la cui storia assomiglia pericolosamente a quella di Joaquin.

Ultimamente con i libri è un periodo un po’ sfigato. Fatico a trovarne uno che mi catturi e ne ho lasciati molti a metà (fortuna che con la biblioteca i rimpianti sono meno!). Circa a metà di questo romanzo stavo per arrendermi e scartarlo come l’ennesimo che non è stato di mio gusto, perché una buona parte è dedicata all’infanzia e all’adolescenza di Eliza.
All’inizio è piacevole, come tutti i libri della Allende. L’autrice immerge il lettore nella storia con una delicatezza e un calore tali che leggerla è come rientrare a casa mentre fuori nevica, e trovare un camino acceso e dei colori vivaci a darci il benvenuto. Si conoscono i personaggi, si apprezza il ritmo della storia, calmo ma inarrestabile. Dopo un po’, tuttavia, forse proprio per chi già conosce la Allende, la storia comincia a perdere di attrattiva.
L’infanzia dorata e sognante della protagonista, in un Chile presentato in maniera estremamente vivida, somiglia molto a quella di altre sue eroine, tanto che ci si chiede quando finirà. Ma se tenete duro e riuscite a superare lo scoglio, il resto è tutto in discesa. Infatti dopo la partenza di Eliza il romanzo diventa più avvincente, abbandona le tinte rosa che ha mantenuto fino a questo momento e il realismo magico tipico dell’autrice si smorza. Ed ecco che il libro diventa speciale, caratteristico: un romanzo d’avventura, ambientato nel selvaggio west di metà ottocento!

Oltre a questo, ho adorato tutti i personaggi, cosa che fino ad ora non mi era mai successo. Tutti, anche quelli che rimangono in secondo piano o quelli più eclettici, sono veri e adorabili e nascondono una natura umanissima dietro cliché studiati, che definirei più che altro preconcetti. Ogni personaggio si comporta come ci aspettiamo che si debba comportare, almeno fino a un certo punto. Mano a mano che li si conosce si scoprono sempre più segreti, si capisce il perché delle loro azioni e del loro carattere, cambiano assieme alla storia e si lasciano alle spalle il personaggio un po’ maschera con il quale avevano iniziato il viaggio.
Il mio preferito è Tao Chi’en, il medico cinese reinventatosi cuoco su una nave. La storia di Tao Chi’en, per buona parte della sua vita noto solo come Il Quarto Figlio, è avvincente, appassionante, dolce e triste al tempo stesso. Sono rimasta conquistata dalla furbizia di Tao, che trova modo più volte di salvarsi la pelle, è avido di apprendere e, anche se ha vacillato in alcuni periodi della sua vita, si è rimesso in piedi e ha infine deciso di dedicarsi vita ad una causa nobile, seppur pericolosa.
I fratelli Sommers sono alcuni dei miei personaggi preferiti, per forza di cose quella che mi è piaciuta di più è Rose, perché è la più approfondita. Una donna elegante, allegra, che ha preso quel nubilato forzato che lo scandalo le ha imposto come l’opportunità per vivere libera. I piccoli segreti della donna, che vengono svelati tutti solo alla fine del romanzo, le conferiscono un’aura di mistero che non si vuole penetrare, per mantenere intatta la figura affascinante di lei.
Anche il gruppo delle tre prostitute, dette Colombe Infangate, capitanate dalla mastodontica Joe Spaccaossa e accompagnate da Babalù Il Cattivo e da un bambino indiano, mi è piaciuto. A completare il gruppo sarà El Chilenito, che metterà le sue doti di pianista a servizio dell’attività della Spaccaossa, creando con gli altri ciò che più si avvicina a un focolare nelle due carrette trainate da cavalli che usano come rifugio.

L’unica cosa che non ho apprezzato è la fine del romanzo, che secondo me si svolge troppo velocemente. Tutto viene spiegato e sistemato (anche se una parte viene totalmente lasciata all’immaginazione del lettore, e molto lo veniamo a sapere da piccole rivelazioni riguardo al futuro, che l’autrice ha sparso lungo la narrazione), ma troppo in fretta per i miei gusti, come se la narrazione dovesse finire in fretta e furia.
Ho letto il libro sul kindle e quando ero alla fine ho cominciato a chiedermi se il file non fosse danneggiato, perché mi segnalava che stavo per terminare il libro, ma mi sembrava ci fossero ancora così tante cose da dire!, e non potevano essere dette in così poco tempo. Invece la Allende le ha dette, con la sveltezza e il rigore di un riassunto, quasi, e la cosa mi è dispiaciuta.

“La figlia della fortuna” rimane un romanzo godibile, che a tratti mi ha appassionata molto, anche se non lo ritengo uno dei migliori lavori di Isabel Allende.
Ovviamente questo non significa che non leggerò altri suoi romanzi! Avrò sempre un occhio di riguardo per quest’autrice, che ha la capacità di incantare con le sue storie.


martedì 9 maggio 2017

Passaparola #6

Mi sono appena resa conto di avere parecchi post che aspettano di essere pubblicati, più che per una questione di tempo perché il mio pc sta lentamente morendo. Dopo otto anni di onorato servizio dice basta – tutte le volte che la ‘o’ della tastiera salta via dalla sede è come se lo gridasse. Comunque sia ho già deciso che ne prenderò uno nuovo il prima possibile, nel frattempo potrebbe esserci un rallentamento delle pubblicazioni perché accenderlo e ascoltare la ventola che gira vorticosamente è uno strazio.
Oggi vi lascio con la segnalazione di un romanzo per la rubrica Passaparola. Mi raccomando, diffondete il verbo con tutti i lettori romantici che conoscete!


Titolo: Let me kiss you hard 1
Autore: Valentina Bindi
Editore: PubMe
Genere: Narrativa romantica
Prezzo: 9,77 (e-book 1,99)
Pagine: 234
ISBN: 8871630777
Amazon: https://www.amazon.it/Let-Me-Kiss-You Hard/dp/8871630777/ref=sr_1_4?ie=UTF8&qid=1492189082&sr=8-4&keywords=let+me+kiss+you+hard


Anna, una ragazza di ventotto anni di Dublino si ritroverà a scoprire un sogno che non ha mai potuto avere. La sua famiglia è ricca, ma ciò non ha fatto altro che alimentare le sue insicurezze fino a portarla verso brutte strade. Rooney è la sua migliore amica, la sorella mancata, è lei che ogni volta la salverà sempre sull'orlo del precipizio. Ma non potrà evitare che si innamori di un ragazzo alquanto misterioso. Si tratta di Morgan, lui è il figlio della ricca Welsh Beauty Production, la ditta numero uno in Irlanda per profumi e saponi biologici. Tutto nascerà da un incontro casuale alle splendide scogliere Cliffs Of Moher; da una semplice richiesta di scattare una fotografia sboccerà quello che sarà il suo amore più difficile. Da quel giorno la sua vita verrà stravolta, la distanza non potrà mettere freni al loro amore. Ma soltanto un particolare che scoprirà Anna riguardo la famiglia di Morgan la farà allontanare fino a lasciarsi. A cadere tra le braccia di un altro, tra dolore e amore sarà costretta a decidere se seguire il suo amore o lasciare che se ne vada, perché lei ha troppa paura delle responsabilità.

martedì 18 aprile 2017

Passaparola #5

Oggi un post diverso dai soliti che ultimamente popolano il blog, un post di segnalazione. Era da un po’ che non ricevevo richieste di segnalazione e mi ha fatto piacere.
Avevo già visto il titolo in questione altrove, e avevo letto la sinossi perché sembrava interessante. Sperando che anche voi la pensiate come me, a voi il Passaparola di oggi.

Titolo: Ritratto di dama
Autore: Giorgia Penzo
Editore: CartaCanta 
Genere: narrativa romantica
Data di uscita: marzo 2017
Prezzo di copertina: € 13.00 (presto disponibile anche in ebook)
Pagine: 152
ISBN: brossura (9788896629970)

Il viaggio di due anime che si amano da sempre e che combattono per incontrarsi, una favola metropolitana dalle atmosfere parigine.
Notte di San Lorenzo. Seduta su una panchina di fronte a Notre Dame una ragazza sembra aspettare qualcuno. Guillaume, studente di Storia dell’arte, la nota da lontano. Incrocia il suo sguardo e ha un sussulto: è identica alla famosa Belle Ferronnière ritratta da Leonardo da Vinci. Con una immediata complicità, dal Point Zéro inizia la loro passeggiata attraverso la Ville Lumière. I due parlano di ciò di cui è fatta la vita: arte, fato, desideri, morte. Ma soprattutto d’amore. A un passo dall’alba, la ragazza svela a Guillaume il suo segreto…

martedì 10 gennaio 2017

Colpa delle stelle – John Green

Arrivo sempre in ritardo con i best seller, e questo non ha fatto eccezione. Avevo adocchiato questo libro tempo addietro e, ad un tratto, nel web ho visto esplodere la sua fama. Solo dopo parecchio tempo mi sono decisa a leggerlo.
Conosco l’autore, John Green, da una decina d’anni. I suoi romanzi scritti a quattro mani, in collaborazione con autori di libri per ragazzi molto conosciuti negli USA, sono alcuni dei primi che mi hanno fatta discostare dal genere fantasy, in un periodo in cui il fantasy cominciava ad andarmi stretto e mi guardavo attorno in cerca di qualcos’altro. Avevo quattordici anni e le storie di Green si avvicinavano così tanto alla storia d’amore che sospiravo per avere, che alla fine ho amato i suoi libri.
Quando ho preso in mano questo romanzo una parte di me sperava di potersi immergere di nuovo in quella nube rosa, un po’ opaca, che avvolge un po’ tutti durante l’adolescenza. Volevo sentire il cuore palpitare senza riserve, struggermi un po’ di fronte al romanticismo acerbo, idealizzato, se vogliamo puro, che abbiamo solo a sedici o diciotto anni.
Purtroppo non è stato così. Quindi questa recensione serve in pratica a spiegarvi come mai l’amatissimo “Colpa delle stelle” non mi è piaciuto e, anzi, mi ha proprio fatta arrabbiare.

Hazel Grace Lancaster ha un cancro alla tiroide al quarto stadio, con “una nutrita colonia satellite nei polmoni” che le impedisce di respirare. Per questo motivo deve sempre avere con sé una bombola di ossigeno che le consenta di sopravvivere. Al gruppo di supporto che ha iniziato a frequentare per far contenti i suoi genitori conosce Augustus Waters, un sopravvissuto ad un osteosarcoma che lo ha restituito alla sua famiglia più allegro ed entusiasta di prima, anche se con una gamba in meno.
Un po’ per il suo fascino, un po’ per il suo carattere, Hazel si infatua subito di Gus e, dopo aver superato diversi ostacoli medici e non, fanno un viaggio ad Amsterdam per conoscere Peter Van Houten, autore di “Un imperiale afflizione”, il libro preferito di Hazel. Dato che il libro si interrompe a metà di una frase, a simboleggiare l’imprevedibilità della vita, la ragazza vorrebbe delle risposte sulla fine del romanzo, che narra di un’adolescente malata di cancro. I due scoprono però che Van Houten è ormai un uomo perso, alcolizzato e incattivito dalla vita, e si godono il loro viaggio senza più pensare a lui.
Augustus rivela ad Hazel di aver fatto dei controlli medici e di essere di nuovo malato. Al ritorno a casa Gus inizia la chemioterapia e altre cure sperimentali, che tuttavia non hanno effetto. Il ragazzo muore dopo molte sofferenze.

Avevo visto il film “Colpa delle stelle” perché un’amica che di solito non ama i film romantici – come me, d’altronde – mi aveva detto che era carino. L’ho guardato, ed era davvero carino! Mi è piaciuta la storia, la morale che vi ho trovato, gli attori e la comicità sottile. Mi aspettavo che il libro fosse molto più di questo e, forse, proprio per questo motivo mi ha delusa. Ho investito sin troppe speranze in lui.
Questo libro è pessimista dalla prima all’ultima pagina, a partire dalla sua protagonista.

Hazel è una ragazza matura, poco incline a raccontarsi favole sulla sua vita perché sa che prima o poi dovrà morire. Ha deciso che non vuole causare più dolore del necessario, quindi limita le sue amicizie a mere conoscenze e fa tutto quello che i suoi genitori vogliono per renderli felici.
Molti forse hanno visto schiettezza nei modi di Hazel, io ci ho visto cinismo e anche una piccola dose di bastardaggine. Capisco che lei voglia essere onesta con le persone che la amano, ma non sopporto che si rivolga ai suoi genitori facendogli notare bruscamente che prima o poi lei morirà e loro rimarranno soli e tristi, e non sopporto che dica al suo fidanzato morente che è inutile sperare di fare grandi cose nella vita, che tanto sta morendo.
Hazel per prima dovrebbe sapere che cosa si prova a covare ancora della speranza, la speranza che ha anche lei di guarire e vivere. Perché deve distruggere quella degli altri, persone che lei dice di amare? Quando una situazione è disperata tutti se ne rendono conto, nel libro sappiamo bene che Augustus morirà, lo sa lui, lo sa Hazel, lo sanno i suoi parenti, quindi è inutile anche distruggere le sue ultime speranze. A cosa serve farlo? Per non farlo illudere troppo? Sognare è l’ultima cosa che gli resta. Morirà, e nessuno sa che cosa succederà dopo alla sua anima, sempre che ne abbiamo una, quindi perché togliergli l’unica felicità che può avere nei suoi ultimi giorni? La possibilità di sperare, sognare, illudersi. Pensieri sciocchi, ma che non fanno male a nessuno.

John Green
Il personaggio di August era il mio preferito. Un giovane idealista, convinto che avrebbe cambiato il mondo facendo qualcosa di grande! Non siamo un po’ tutti così a diciassette anni? Almeno una volta nella vita pensiamo che avremo l’opportunità di fare qualcosa di importante, di diventare famosi e amati da tutto il mondo, e solo con il tempo ci rendiamo conto che la maggior parte di noi sarà incasellata nella società e ci sono pochissime probabilità di uscire dalla propria casella. Tuttavia l’esperienza ci insegna ad apprezzare i piccoli gesti di coraggio che ci sono richiesti tutti i giorni, le azioni eroiche che non cambiano il mondo ma fanno bene a noi e ai nostri cari. Quella casella che alcuni trovano angusta può così perdere d’importanza fino a scomparire.
Augustus non vive abbastanza da imparare questa lezione, ma il suo personaggio è talmente puro e pieno di ottimismo e gioia che mi ha conquistata.
Alla fine del libro Hazel lo ha reso come lei. Lo ha reso una di quelle persone che, quando si sogna in grande, affonda le tue speranze con una sola frase jolly a cui nessuno può ribattere: «Tanto è inutile. Prima o poi moriremo tutti». Bene, è vero. Ma mi riservo ancora il diritto di vivere, dato che sono viva. Di godere di tutte le cose buone e belle che ci sono e prendere anche quelle cattive, così potrò capire la differenza. E chi se ne frega se alla fine morirò! Di certo non renderò la mia esistenza piatta, come la protagonista di questo libro insegna, solo perché so che accadrà.
Io sono dalla parte di Augustus Waters, e non capisco come delle gente abbia potuto trovare romantico il rapporto fra lui ed Hazel. Il modo in cui lei lo schiaccia e distrugge tutto ciò che di bello esiste in lui mi ha oltremodo infastidita! Passiamo un libro intero a bearci della battute di Gus, del suo modo di fare curioso, come se fosse su un palcoscenico, del suo carattere estroverso che mette allegria a tutti. Alla fine lui però muore, ed è diventata una persona sterile, triste, perché anche se cerca di non darlo a vedere ha smesso di chiudere gli occhi e sognare in grande, anche solo per quel poco tempo che gli resta.
Perché tanto a che serve?

Una buona parte del libro vuole criticare quel buonismo che prende tutti noi quando una persona viene a mancare. Quando qualcuno non c’è più allora si dimenticano i suoi difetti e si ricorda solo quanto era meravigliosa. Tutti coloro che l’hanno conosciuta, anche solo superficialmente, si dicono enormemente rattristate e scuotono la testa sconsolate. Sì, è sbagliato, a mio parere è irrispettoso e un po’ sciocco comportarsi così, ma detesto ancora Hazel che si arrabbia con queste persone che ricordano Gus e soffrono per la perdita nell’unico modo in cui possono farlo.
Qui il libro lascia un messaggio che condivido: i funerali sono per i vivi, non per i morti.
Tutto ciò che facciamo e diciamo quando qualcuno viene a mancare è, per la maggior parte, facciata. Ma è necessario, perché in un momento di turbamento tale l’unica cosa in cui possiamo forse trovare un minimo di conforto è sapere che le cose andranno in un certo modo, un modo programmato. Quindi ci vestiamo a lutto, ascoltiamo l’omelia e ci facciamo a vicenda le condoglianze.
Alla morte di Augutus la protagonista è disgustata dai messaggi di condoglianze sulla pagina facebook del ragazzo, tanto da rispondere a uno di quelli con una frase che di sensibile e rispettoso ha ben poco. La sua frase viene ignorata e alla fine si perde nel marasma di commenti. Sceglie in seguito di non leggere il discorso, profondamente toccante, che aveva preparato per Augutus e che gli aveva letto quando era ancora in vita, ma fa un discorso tranquillo, prevedibile forse, ma che accontenta i presenti proprio per la sua normalità.
Meglio così. La memoria di chi non c’è più non verrà sigillata nell’ora e mezza in cui il prete ha parlato, ma continuerà con noi. Quindi meglio far passare i funerali il più in fretta e piattamente possibile.

Rimane il fatto che, anche con questo piccolo gesto alla fine del romanzo, ho detestato Hazel con tutte le mie forze. Arrogante, si sente superiore a tutto e tutti perché sa che prima o poi morirà, come se questo ti rendesse in qualche modo più consapevole. L’unica cosa che la salva in extermis è il fatto di avere sedici anni, giusto perché a quell’età alcuni sono spocchiosi non per scelta ma a causa degli ormoni. Ma anche così, non mi è piaciuta.
Passerò molto tempo a chiedermi come ha fatto questo libro ad avere successo, come alcuni hanno giudicato romantica la storia dei protagonisti e perché a qualcuno dovrebbe piacere una ragazza che ti dice che “stai per morire, inutile raccontarsi storie”.
Ma il magico mondo dell’editoria raramente risponde a queste domande.

Vi consiglio il film, il cui messaggio può essere riassunto nella frase sopra.

domenica 21 febbraio 2016

Passaparola #3

Era da un po’ che non pubblicavo questa rubrica, ma ne approfitto per dire a tutti gli autori in ascolto (o meglio, in lettura) che se desiderate segnalare il vostro romanzo o racconto in questo blog potete tranquillamente scrivermi.
Quindi ecco a voi la segnalazioni di oggi!
 
 
Due colleghi psicologi e amici di lunga data ideano un progetto che vede protagonisti due loro pazienti, diversi in tutto ma uniti dalla profonda sofferenza che li ha segnati e inaspettatamente dalla musica classica. Il desiderio della giovane Irina, martire di violenze e abusi, di vivere l’esistenza di una comune adolescente si fonderà con la speranza di Philippe di superare il rimorso di aver permesso che la moglie e il figlio, vittime della sua effimera esistenza, morissero. Faranno da cornice ai loro desideri e speranze l’energia della dottoressa Jean La Mot, che considera il suo operato una missione, la determinazione e il coraggio di Etienne, deciso a percorrere la lunga strada che dista dal proprio cuore a quello della ragazza che ama e l’ossessione di Pierre Danton, un efferato criminale, di riavere accanto a sé la sua donna. Ogni parte del progetto è studiata nei minimi dettagli, niente andrà storto o forse niente andrà per il verso giusto…

Titolo: Beethoven’s Silence ‘… io sono Irina e sono Elise…’
Autore: Sonia Paolini
Formato: E-Book (versione cartacea entro febbraio)
Lunghezza: 362 pagine
Genere: Romanzo Rosa, Narrativa Contemporanea
Editore: Lettere Animate Editore (13 gennaio 2016)
Lingua: Italiano
ISBN: 9788868826765
Prezzo: 1,99 E
Alcuni link per l’acquisto:
 
 
 

lunedì 25 gennaio 2016

Segna(la)libro #6: Soulless, The parasol protectorate book I – Gail Carriger

Ogni tanto trovo anche materiale per le rubriche, quindi eccomi qui per segnalarvi un libro di cui ho sentito ben poco parlare, ma che mi sento di consigliare.
Primo di una pentalogia e romanzo d’esordio dell’autrice, “Soulless” viene presentato come una romanzo steampunk. Purtroppo non ho qualcosa con cui confrontarlo, ma devo dire che di steampunk vi ho trovato giusto una spruzzatina, ma forse è un’impressione mia. L’ho trovato un libro scorrevole, leggero, uno di quei libri da leggere quando si ha voglia di qualcosa di non troppo impegnativo, ma comunque piacevole. Non privo di difetti ma sicuramente originale e degno di esser letto.
Il peggior difetto di questo romanzo è che è pieno di refusi, in questo caso però è colpa dell’editore. Anche se un romanzo non ha la pretesa di essere chissà cosa sta alla casa editrice revisionarlo e presentarlo bene al pubblico. Un vero peccato, perché altrimenti sarebbe stata una lettura ancor più piacevole.
La soluzione è, nel caso la trama vi interessi, leggerlo in lingua!
 
Nella Londra di fine ottocento, uomini, vampiri e lupi mannari hanno imparato a convivere, ma questo non vuol dire che l’esistenza della giovane Alexia Tarabotti non sia piena di problemi. Innanzitutto non ha un’anima, un bello svantaggio se si vuole trovare marito. Suo padre è morto e , per aggiungere sfortuna alla sfortuna, era pure di origine italiana! Quando un vampiro l’aggredisce – uno sgarbo imperdonabile nell’etichetta – e lei lo uccide con il suo parasole, le cose sembrano davvero precipitare: la regina Vittoria in persona manda l’inquietante Lord Maccon (un lupo mannaro volgare e trasandato) a svolgere le indagini. Ma non è finita: la popolazione di vampiri di Londra inizia ad essere misteriosamente decimata, e tutti sembrano ritenere Alexia colpevole. Chi vuole incastrarla? Riuscirà la ragazza a sfruttare a proprio vantaggio l’impermeabilità ai poteri soprannaturali di cui gode essendo senz’anima? O i suoi guai non sono ancora finiti?

lunedì 18 gennaio 2016

Psicologia da bestseller

Tempo fa, quando impazzava la moda di “Twilight”, avevo letto l’ennesima recensione che però, a differenza di molte che puntavano a svilire il libro o ad innalzarlo a poetica, voleva analizzarlo da un punto di vista sociale e psicologico.
Non ho le competenze adatte per fare qualcosa di analogo, ma volevo soffermarmi su alcuni elementi che si trovano soprattutto nella narrativa indirizzata ad un giovane pubblico femminile, e che sembrano essere la chiave per il successo di questi romanzi (ovviamente quando supportati da un buon editore o da un buon passaparola in caso di autopubblicazione).
 
Chiariamo, prima di tutto, di che genere di romanzi sto parlando. Non intendo offendere nessuno, lettore o autore che sia, quando dico che questi sono romanzi che potremmo definire popolari, o di evasione. Di certo non entreranno nella storia della letteratura e non verranno assegnati come lettura agli studenti del 3000 a.C. Non credo che apportino particolare beneficio al lettore, per i motivi che poi spiegherò, perché non gli offrono nessuna crescita a livello culturale e letterario, né portano un messaggio di particolare importanza. Rischiano di diventare addirittura un danno se diventano fenomeno di massa, poiché vengono considerati ad un livello superiore di ciò che sono in realtà, ossia un passatempo, un divertimento a mio parere.
Sono sempre stata fermamente convinta di una cosa: leggere è un piacere e ognuno ha il diritto di leggere ciò che vuole, ma è anche giusto prendere coscienza di ciò che si sta leggendo. Insomma, non pensate di avere il Sacro Graal della letteratura fra le mani con l’ultimo best seller di Dan Brown. Capito ciò, Dan Brown non è nemmeno così malaccio. C’è infinitamente di meglio come c’è infinitamente di peggio.
Quindi ecco, parliamo di libri piuttosto commerciali, che raggiungono le più alte classifiche di vendita. La domanda che spesso in molti si pongono è: come mai? E qui cercherò una risposta pseudoscientifica.
 
 
Mi concentro sui libri indirizzati ad un giovane pubblico femminile perché sono quelli con cui ho più familiarità. Sì, li ho letti, sì, ce li ho ancora a casa (anche se alcuni sono andati perduti negli anni), sì, spesso e volentieri mi sono piaciuti. Con l’andare avanti del tempo ho cambiato gusti, sono maturata come lettrice e/o come persona, o chissà cosa è successo, fatto sta che adesso aborro quel genere di libri. Mi capita di leggerli ogni tanto, soprattutto per ritrovare quella sensazione di ‘perdutamente innamorata’ che mi causavano, ma hanno perso qualsiasi fascino su di me, e anzi spesso mi fanno arrabbiare e annoiare.
Ma nel tempo ci sono cose che non sono cambiate, cioè alcuni dettagli di questi romanzi, che penso siano la chiave per renderli fruibili a più lettrici possibile.
 
Una protagonista femminile in cui identificarsi
Solitamente la protagonista è una ragazza adolescente, pressoché la stessa fascia di età cui è destinato il libro. Penso sia normale aiutare il lettore ad immedesimarsi, ma in alcuni casi questa volontà diventa talmente importante da annientare il personaggio. Nascono così protagoniste senza un vero carattere.
Entrare in contatto con personaggi del genere è, in un primo momento, molto facile, perché non hanno un carattere che potrebbe entrare in contrasto con il lettore. Non hanno capacità né interessi particolari, sono simpatiche, intelligenti e un po’ di timide, insomma un ritratto standard in cui ci si può calare facilmente durante l’adolescenza.
Purtroppo ne risente il romanzo, poiché non è mai piacevole in realtà trovarsi a leggere di personaggi senza una personalità definita.
 
Un protagonista maschile protettivo
Passiamo quindi al protagonista maschile, che c’è sempre. È bello, misterioso e irraggiungibile. Si interessa alla nostra protagonista in barba a chissà quale legge dell’attrazione, dato che lei ha un non-carattere. Anche lui è standard, incarna tutto ciò che un’adolescente può desiderare in un ragazzo.
Un fatto che trovo inquietante è che la stragrande maggioranza siano terribilmente gelosi, protettivi al limite dello stalking (a volte vanno oltre allo stalking), e che la protagonista subisca senza dire una parola e, anzi, essendone addirittura lusingata. Penso che anche questo sia un aspetto che catturi l’immaginazione di una lettrice, più che altro per farla sospirare un po’ sulla storia d’amore, ma viene affrontato nella maniera sbagliata. Un pizzico di gelosia è una cosa, fa anche un po’ bene all’ego e alla coppia sentirsi desiderati e desiderare al punto di essere un poco gelosi, ma non deve sfociare nell’ossessione perché rischia di portare un messaggio sbagliato.
Una trama e uno stile semplici
La trama molte volte fa da sfondo alla storia d’amore, più che il contrario. Succede quindi che sia molto semplice, o che diventi centrale solo alla fine.
In questo caso i personaggi sono abbastanza costretti dalla situazione a seguire un certo percorso, vuoi per salvare i propri cari, vuoi per la loro storia d’amore, i protagonisti non devono effettuare scelte, più che altro si trovano alle strette e vengono costretti a reagire dagli eventi e a seguire l’unica via possibile.
Non deve esserci quindi alcuno sforzo da parte del lettore per comprendere la trama. Anche qui ne risente il romanzo poiché non c’è davvero una crescita del personaggio, uno svilupparsi della vicenda, quindi rimane molto lineare e spesso scontato.
Stessa cosa per lo stile. Nulla di ricercato né di originale, persino il vocabolario si limita a parole semplici e comuni, paragoni scontati e nessuna ricerca di uno stile personale. Altro stratagemma per avvicinare anche i lettori meno esperti.
 
Questo fanno i best seller, vendono non solo a chi è già appassionato di libri ma anche e forse soprattutto a chi non legge così tanto, o a chi non legge affatto. Parlando di ragazzi, quindi, penso che siano queste le parole chiave per un best seller: immedesimazione e facilità.
Non qualcosa di cui essere particolarmente allegri, per essere sinceri.

mercoledì 28 ottobre 2015

Leggere è un’arte #2: La ragazza con l’orecchino di perla – Tracy Chevalier

I romanzi che hanno come tema l’arte sono i miei preferiti. Sin ora, purtroppo, ne ho trovati pochissimi che mi piacciano davvero. Devono avere la giusta dose di romanzo e arte. Devono saper miscelare la vicenda, i personaggi e i fatti storici (che molto spesso in questo genere giocano se non un ruolo fondamentale, almeno un ruolo importante) con la parte artistica, a volte tecnica ma molto spesso anche e soprattutto emozionale.
Immaginavo di imbarcarmi in una storia più d’amore che di arte e storia, quando iniziai “La ragazza con l’orecchino di perla”. Le storie romantiche non mi prendono né emozionano quasi mai, tuttavia scelgo questi libri un po’ come scelgo di andare a vedere una mostra: mi piace l’artista?, bene, lo leggo.
Probabilmente è una scelta sbagliata, come dimostrerà questa recensione, ma la curiosità mi batte sempre. Che posso fare? Mi disegnano così.
 
Siamo a Delft, piccola cittadina olandese, alla fine del 1600. La giovane Griet, a causa di un incidente che ha reso il padre completamente cieco, è costretta a trovare un lavoro per dare sostegno economico ai suoi cari. Da lei dipendono i genitori, la sorella minore e il fratello, su cui la famiglia ha investito tanto perché lavori in un forno che produce ceramiche.
Griet si ritrova quindi nella casa del maestro Jan Vermeer, famoso e stimato pittore, a lavorare come domestica. Inizialmente turbata dal lusso della casa e dalle immagini religiose che si allontanano dalla sua fede, essendo lei protestante e i Vermeer cattolici, Griet pian piano si abitua alla sua nuova vita e al lavoro. Inizia a comprendere la dinamiche che vigono all’interno della famiglia e a destreggiarsi fra le varie personalità con cui ormai convive.
Il pittore lascia che sia la suocera, Maria Thins, a occuparsi di governare la casa e vendere i suoi quadri su commissione. Lui si occupa soprattutto della pittura, dell’arte, e lo fa con i suoi modi e i suoi tempi. La moglie, Catarina, sebbene tenti di sembrare padrona della situazione, soffre perché non sempre ha la piena attenzione del marito, inoltre viene descritta come vanesia e debole.
Uno dei compiti più importanti di Griet è occuparsi di pulire lo studio dell’artista, senza però spostare nulla o cambiare disposizione agli oggetti. Grazie a questa intrusione forzata ma necessaria, Vermeer osserva Griet da lontano e ne rimane affascinato. Con il passare del tempo scopre anche che Griet nasconde un gusto non comune per l’arte, soprattutto per qualcuno nella sua posizione sociale – la ragazza infatti non è altro che una semplice popolana. Fra i due viene a crearsi una complicità particolare, fatta di sguardi e silenzi trascorsi vicini l’uno all’altro, mentre miscelano e preparano colori.
È in questo clima che il pittore è costretto, per una serie di incombenze, a iniziare “Ragazza con turbante”, il ritratto di Griet.
 
Da dove incominciare? Il mio sospetto iniziale si è rivelato fondato. “La ragazza con l’orecchino di perla” non è incentrato sul quadro, né su Vermeer, e nemmeno sulla sua pittura. Principalmente, è una storia d’amore.
Be’, se non altro mi sono tolta la curiosità.
Non è che non abbia apprezzato questo libro, in realtà l’ho letto molto in fretta perché, se c’è da dire qualcosa sullo stile, è proprio che è scorrevole e facile da leggere. Nonostante la Chevalier si soffermi spesso su dettagli che, a dirveli, farebbero cadere le braccia, non risulta mai noiosa o prolissa. Apprezzabile sicuramente il fatto che si sia documentata su Vermeer e sull’Olanda del ‘600 – il che non è semplice dato che le notizie su questo artista sono da sempre molto scarse.
Ciò che davvero non mi è piaciuto del romanzo è stata la protagonista. Ora chiudete la pagina e mi mandate a quel ridente paese, lo so. Ma questa volta non è il mio ribrezzo per i protagonisti a parlare, è proprio un fatto oggettivo – ve lo giuro.
Tracy Chevalier
Griet è una ragazza giovane, semplice, una ragazza del popolo. Non viene detto ma quasi certamente è analfabeta, cresciuta in un ambiente piuttosto povero e di certo superstizioso, come la stragrande maggioranza dei popolani di tutto il mondo di quei tempi. Anche se suo padre dipinge piastrelle non ha l’esperienza di qualcuno che dipinge un quadro. Ciò che la figlia di un artigiano che disegna figurine stilizzate su ceramica può recepire dell’arte deve essere una parte infinitesimale di ciò che si dovrebbe apprendere per avere, se non buon gusto, un gusto almeno passabile. Nonostante tutto questo Griet intuisce e ‘sente’ cosa il maestro vuole dire quando parla di arte. Azzarda persino dei suggerimenti che vengono seguiti da Vermeer stesso e pensa a dettagli come le luci in un dipinto e gli accostamenti di colore quando persino la padrona, moglie dell’artista che vive con lui da anni, non ci bada affatto.
Inoltre nonostante sia al suo primo impiego e non abbia mai incontrato persone di un ceto sociale superiore al suo, Griet comprende al volo come funzionano le cose in casa. Capisce subito chi dovrebbe comandare ma non lo fa, chi desidera farlo ma non è capace, e chi lo fa in secondo piano – e quindi a chi deve più rispetto. Impossibile, immagino, che una ragazza ingenua e inesperta come Griet recepisca subito queste sottigliezze. In partica è troppo furba per essere ciò che è, il suo personaggio è contraddittorio, irreale.
Questa è la cosa che più mi ha infastidita di tutta la narrazione. Soprattutto perché è basata su questi giochi di potere, apparenze e sottili furbizie. Il che è un peccato, perché io adoro le sottili furbizie e i giochi di potere. In mano ai personaggi che dovrebbero usarli, però.

martedì 8 settembre 2015

Mansfield park - Jane Austen

Sin da quando lessi “Orgoglio e pregiudizio” per un compito scolastico, ho adorato Jane Austen e i suoi romanzi. Non li ho ancora letti tutti, perché secondo me c’è un momento giusto per leggere i suoi romanzi. Solitamente si piazzano dopo qualche romanzo d’avventura, magari uno o due storici, e un racconto romantico. Allora sì che viene voglia di leggere Jane Austen, immergersi nell’atmosfera dell’Inghilterra di metà ottocento.
Attenzione però! L’Inghilterra di metà ottocento della classe medio alta. Quei salotti dove si passava il tempo a motteggiare allegramente, ad ascoltare musica dal vivo, a giocare a carte o, magari, si sceglieva di uscire all’aperto a fare una passeggiata attorno alla proprietà, per parlare in serenità in qualche parco ben curato e un po’ nascosto con un gentiluomo dal bel portamento inglese.
 
Nonostante questi tipi di letture un po’ idealizzino, a mio parere, l’idea che abbiamo dell’epoca di quel tempo, rendono in maniera molto verosimile se non altro una parte di popolazione, e la natura umana tutta.
L’idealizzazione sta nel fatto che, all’infuori delle piccole società che la Austen crea, unendo due o tre famiglie e pochi altri elementi, pare non esserci nulla. Non un servitore in casa (compaiono molto raramente nella narrazione, appena di sfuggita se non mai, seppure la loro presenza in quegli anni fosse costante nelle case di borghesi e nobili), non un popolano per le vie, né apparentemente uno stato, un popolo, una monarchia o famiglia reale che sia, di cui oggi invece si ama discutere per ogni quisquilia. Sembra quasi che questi nobili vivessero in una bolla di vetro opaco, senza vedere nulla al di fuori di ciò che il racconto della Austen suggerisce, nulla che non abbia a che fare con la trama stessa. Forse era davvero così. Forse i nobili inglesi dell’epoca preferivano davvero essere sordi alla politica, ciechi alla povertà, e semplicemente si chiudevano nei loro palazzi londinesi o nelle loro regge di campagna in estate. Chi lo sa?
Eppure c’è un fondo di verità che aleggia lungo tutta la narrazione. Una delle cose che più preferisco di Jane Austen è la sua capacità di comprendere la natura umana. Quella sì non cambia di molto negli anni, uomini e donne possono essere solari, umili, meschini, sciocchi e un sacco di altre cose belle o brutte, ora come allora. Dei suoi personaggi amo il fatto di riuscire a comprenderli sempre e in toto, senza sforzo o pregiudizio, perché hanno un carattere reale che agisce e reagisce in maniera coerente a sé stesso.
Una sola cosa posso dire di male ai personaggi di Jane Austen: in ogni romanzo che ho letto sin ora c’è un personaggio (spesso femminile) che sembra voler incarnare tutte le qualità positive e allontanare quelle negative. Ho sistematicamente detestato tutti quei personaggi, e mi andava anche bene finché erano personaggi minori o comunque non i principali. Ma poi ho letto “Mansfield Park”. Ho incontrato quella che sembra essere l’eroina preferita della Austen, la più perfetta e la più arrogante nella sua rappresentazione: Fanny Price.
 
Per chi non ha letto Mansfield Park faccio un riassunto (spoiler alert!).
A dieci anni Fanny Price si trasferisce a casa degli zii nella magione di Mansfield Park. Provenendo da una famiglia piuttosto povera e rozza, essere a Mansfield e poter godere di privilegi quali l’educazione scolastica, la conoscenza di persone altolocate, l’adozione di maniere raffinate, è per Fanny una vera fortuna. Nonostante questo rimane sempre relegata ad un ruolo inferiore rispetto ai cugini, perché loro occupano un gradino più alto in società.
Fanny cresce così misurando costantemente la distanza fra sé e la due cugine. Mentre lei studia e si meraviglia di ciò che apprende, loro si annoiano e pensano che l’educazione sia solo un mezzo per apparire intelligenti, mentre Fanny si rende utile in casa loro pensano a passatempi poco faticosi e più ludici, mentre lei rimane nelle retrovie nella società le due cucine non vedono l’ora di lanciarcisi.
In gran segreto Fanny s’innamora del cugino Edmund, che però è interessato ad una nuova vicina che è in visita assieme al fratello. I due nuovi arrivati sono Mr. e Miss Crawford, entrambi viziati e vanesi, egoisti e con poco senno. Edmund inizialmente s’infatua di Miss Crawford ma desiste nel chiedere la sua mano quando si rende conto della natura negativa della ragazza. Mr. Crawford invece è innamorato di Fanny a dispetto del suo rango inferiore e chiede la sua mano. Lei lo rifiuta, scatenando lo sdegno e lo stupore di tutti. Non a torto, però, lo fa, perché pochi mesi dopo aver chiesto la sua mano Mr. Crawford verrà coinvolto in uno scandalo con la più sciocca delle cugine di Fanny, che fra l’altro si era appena sposata.
Infine Fanny, grazie alla sua perseveranza, onestà e umiltà sposa il cugino Edmund.
 
Orbene, ci sono parecchie cose da dire su questo romanzo. Mi ha presa, su questo non c’è dubbio. L’ho letto più velocemente di quanto credessi possibile! Tuttavia ci sono parecchie cose che non ho apprezzato in questo libro, come molte altre invece mi hanno fatta riflettere.
La prima, come già accennavo, è la protagonista. Incarna tutte le qualità che una persona può incarnare, è talmente perfetta da dare la nausea. Inoltre la sua relazione con Edmund è delle più tristi. Forse la Austen intendeva essere ironica, ma se è così allora qualcuno deve dirmelo perché io non l’ho capito. Edmund sposa Fanny, ma non c’è traccia di romanticismo fra i due, per lo meno da parte di lui. Per come l’ho interpretata io, Edmund sposa Fanny perché è quella che più si avvicina al suo ideale di moralità, ma non la ama. Come può amarla? Fanny è grigia, noiosa, prevedibile, fa quel che la gente farebbe se si comportasse sempre bene. Ma non è bello ogni tanto comportarsi male? Invece Fanny ama Edmund dell’amore più ingenuo che può esserci. Non si arrabbia con lui nemmeno quando va contro a tutti i suoi ideali, nemmeno quando si rimangia la parola data perché caduto come uno scemo nelle malie di Miss Crawford. A Edmund, Fanny si asservisce perché è l’uomo che ama.
Non ho capito poi che cosa ci fosse di tanto male in Miss Crawford. Personalmente l’ho trovata più simpatica di Fanny, più naturale e sicuramente meno musona. Certo nel libro viene descritta in maniera negativa, è ricca e quindi viziata, è avida e quindi opportunista. Ma quel che ho visto io invece è una donna furba e sicura di sé, in un’epoca in cui le donne sciocche e insicure erano purtroppo la maggior parte, causa una società che le costringeva al ruolo di grazioso soprammobile. Una donna come Miss Crawford forse ha meno scrupoli, pensa più al profitto, ma per vivere serenamente sono convinta che molte donne dovessero fare così in quell’epoca.
Quindi meno Fanny e più Miss Crawford per tutti! Perché di donne furbe sicure di sé il mondo non avrà mai abbastanza.
 
Ho sentito dire che Jane Austen considerava “Mansfield Park” uno dei suoi libri più importanti poiché l’educazione – in particolare quella femminile – era al centro della narrazione. Si stupì molto quando venne a malapena notato dai critici, passato quasi sotto silenzio rispetto ad altri suoi precedenti lavori come ad esempio “Orgoglio e pregiudizio”. Credo che fosse un tema più scottante, che ai critici conveniva far passare dietro le quinte piuttosto che sul palcoscenico, perché era un tema che avrebbe suscitato polemica.
Con il messaggio che il romanzo mi ha trasmesso sono del tutto d’accordo. Fanny riesce a raggiungere il suo ideale di felicità grazie alla caparbietà e serietà che ha maturato nel corso degli anni. Queste gli vengono non solo dall’educazione aristocratica, ma anche e forse soprattutto dalla distanza che tiene da essa. La Austen dimostra proprio che coloro che hanno tutto, che sono vezzeggiati e adulati sin dall’infanzia, crescono con una percezione distorta di loro stessi, una percezione troppo alta rispetto a ciò che è la realtà. Mentre chi viene relegato nell’angolo può vedere le cose da un punto di vista più ampio, il cui centro sono le cose che contano, e non sé stessi.
Pienamente d’accordo! Qui la Asuten si è guadagnata il mio pollice alzato.
 
In generale direi che questo romanzo mi è piaciuto, nonostante i suoi lati negativi. Forse proprio per quelli perché, nonostante tutto, mi è piaciuto analizzarlo, trovare le ragioni per cui non sono d’accordo con questa o quella affermazione.
Penso che un romanzo che ci fa ragionare, discutere, che ci spinge all’analisi, anche se considerato un cattivo romanzo, sia sempre meglio di un romanzo che passa sotto silenzio senza stuzzicare nemmeno una corda della nostra voglia di dibattito.

mercoledì 24 giugno 2015

Passaparola #1

Una piccola premessa per questo post. Dato che ho iniziato a ricevere richieste di recensioni e segnalazioni di romanzi, aggiornerò la pagina dei contatti.
Per il momento vi basti sapere che questo è il primo post di una nuova rubrica che ho deciso di intitolare “Passaparola”. Qui intendo pubblicizzare libri su richiesta degli autori stessi, che contano appunto sul passaparola perché la loro opera abbia più visibilità possibile. Preciso che queste sono solamente segnalazioni, che riporteranno la copertina del romanzo, la sinossi ed eventualmente un link per comprare il romanzo. Si tratta di pubblicità fine a sé stessa, senza alcun giudizio critico sul romanzo poiché non penso che avrò sempre la possibilità di leggerli. Ciò non toglie che possa anche, su richiesta, recensirlo.
Per gli autori interessati aggiornerò presto la pagina dei Contatti, così da spiegare bene la policy del blog.
 
Titolo: Per sempre estate
Autore: Fay Camshell
Genere: YA autoconclusivo
Editore: Narcissus (selfpublished)
Data di uscita: 21 giugno 2015
Prezzo: 0,99
Formato: ebook
Pag: 265
Acquistabile su: Amazon; Gplay; Giveaway
 
A otto anni mi imbarazzavo quando qualcuno diceva che ero bella, a sedici adoravo che i ragazzi mi guardassero … ero così ingenua.
Ora, a venti, odio chi mi definisce bella, dopo quello che è successo l'anno scorso, detesto essere giudicata solo per l'aspetto fisico, tutto a causa "sua".
Summer è costretta a passare l'estate lavorando con i suoi genitori nonostante avesse promesso a se stessa che niente l'avrebbe riportata a casa. Decisa a chiudere per sempre con i ragazzi, non permette a nessuno di avvicinarsi, i suoi propositi, però, vacillano quando incontra Lucas. Lui è tutto quello che Summer ha sempre odiato. È ricco, presuntuoso e troppo sicuro di sé, ma spesso le apparenze ingannano e il passato non sempre resta tale...
Dalla morte di mia madre sono diventato un guscio vuoto senza sentimenti, colmo solo di sensi di colpa, rimorsi e obblighi.
Obblighi. Una parola insignificante che rappresenta perfettamente la mia vita prestabilita.
Lucas StJames ha tutto quello che si può desiderare dalla vita: soldi, una futura carriera nella società del padre e ragazze. Ciò che nessuno sa è che, dalla morte della madre, tre anni prima, nasconde un segreto che lo tormenta e non gli permette di lasciarsi alle spalle una vita che odia. Complice il suo migliore amico e un viaggio di lavoro del padre, Lucas accetta di partire per una vacanza estiva che dovrebbe aiutarlo a liberarsi dai fantasmi del passato. Quando incontra Summer, però, desidera un'unica cosa: che sia per sempre estate.