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lunedì 23 marzo 2015

Tra le righe #3: Lisbeth Salander

Ero piuttosto indecisa sul personaggio ideale della bad girl, non tanto perché non ce ne siano, ma perché ne volevo una veramente tosta e allo stesso tempo reale. Alla fine è stato qualcun altro a scegliere per me, e cioè il sito “Parole a colori”.
“Parole a colori” è un sito che seguo spesso, anche se mi interesso alla sezione dedicata ai libri e alla narrativa e basta (ma se anche le altre sono ricche, interessanti e curate come quella dedicata ai libri senz’altro vale la pena dargli un’occhiata). Qualche tempo fa, leggendo i nuovi articoli, ho scoperto che la fortunata trilogia Millennium, di Stieg Larsson, verrà continuata da un altro autore.
I primi tre libri erano infatti, nelle intenzioni di Larsson, una sorta di preludio ad una serie composta da ben dieci volumi. Protagonista sempre Lisbeth Salander, aiutata dal giornalista e amico Mikael Blomkvist.
Chi mi conosce sa che “Uomini che odiano le donne” è stato il libro che mi ha fatto capire quanto i gusti personali possono essere bellamente ignorati di fronte ad un buon libro. Non mi sono mai ritenuta un’appassionata lettrice di gialli o thriller, tuttavia ho amato questa serie, che mi ha presa moltissimo dall’inizio alla fine (come dimenticare le barriere di zaini che costruivo a scuola, sul banco, per nascondermici dietro e leggere “La ragazza che giocava con il fuoco”? Awww... bei ricordi!).
Essendo Larsson deceduto a causa di un attacco cardiaco ormai più di dieci anni fa, qualcuno ha pensato bene di affidare la stesura dei suoi romanzi ad un altro autore, lo svedese David Lagercrantz, che basandosi sugli appunti che lo scrittore ha lasciato pubblicherà gli altri libri. La sua fatica ha già un titolo, “Ciò che non uccide”, e una data di pubblicazione mondiale, il 27 Agosto. Non mi dilungo a dire cosa ne penso, credo che aspetterò di leggere il romanzo – o di schifarlo, ancora i miei sentimenti non sono chiari nei suoi confronti.
Il punto della situazione è questo, comunque: Lisbeth Salander. Si è insediata nel mio cervello e non vuole saperne di uscire. Qualsiasi altra candidata alla rubrica sembra troppo buona a paragone suo, o troppo esagerata fino ad essere una caricatura. Quindi parliamo di Lisbeth Salander, e speriamo che dopo la rubrica esca dalla mia testa.
 
Lisbeth Salander interpretata da Noomi Rapace
Nome: Lisbeth Salander
Libro: Trilogia Millennium
Immaginato da: Stieg Larson
Segni particolari: un enorme drago tatuato lungo tutta la schiena e un’espressione poco amichevole.
 
Dall’aspetto al suo modo di rapportarsi con gli altri, Lisbeth Salander non fa una buona impressione. Ma lei vuole così. Lo stile gotico-punk dei suoi vestiti la fa sembrare subito una bad girl, e scopriamo che lo è non solo nell’aspetto quando vediamo che il suo lavoro consiste nell’hackerare computer per scovare informazioni riservate. Oppure quando scopriamo il suo liberismo sessuale, o le sue amicizie particolari come quelle con altri hacker, pugili in pensione, spogliarelliste o giornalisti che lo stesso stato vuole eliminare.
Ma non è solo questo. Leggendo scopriamo il perché Lisbeth è la persona che è diventata. Il suo passato è fosco, non libero da accuse di prostituzione, di aggressione, di assunzione di sostanze illegali, ma si può attribuire il tutto ad una famiglia poco attenta? La risposta ci viene data da Larsson soprattutto nel secondo libro. Lisbeth Salander è figlia di una spia dell’est Europa rifugiata in Svezia, un uomo violento e malvagio, che maltratta la madre di Lisbeth fino a danneggiarle il cervello, e tuttavia lo stato continua a proteggerlo per assicurarsi i suoi servigi. Dopo che le autorità le voltano le spalle, Lisbeth, alla sola età di undici anni, capisce che solo lei può rendere giustizia a sé stessa, e se necessario è disposta a farlo anche con mezzi non convenzionali.
Per correttezza ho messo anche l'interpretazione di Rooney Mara,
anche se per me Lisbeth avrà sempre il volto di Noomi.
Questa è la parte della bad girl, ma il vero motivo per cui ho scelto Lisbeth Salander per la rubrica è che, nonostante sia una cattiva ragazza in tutto e per tutto, con certi comportamenti sfugge ai canoni prefissati del personaggio e diventa una personalità reale. Ad esempio quando la sorprendiamo ad osservare Mikael Blomkvist con ogni sognanti da ragazzina innamorata, o quando si prende cura del suo vecchio tutore colpito da ictus come farebbe una figlia, o ancora quando tenta in maniera impacciata di riallacciare i rapporti con i suoi amici dopo una lunga assenza. La Lisbeth Salander che crediamo di conoscere si sfalda, allora, e prende le sembianze di una persona diversa, di una persona vera.
Questo personaggio mi è sempre piaciuto, perché è «la donna che odia gli uomini che odiano le donne». Credo che sia uno di quelli su cui ho veramente poco da ridire. Anzi, a pensarci bene, non ho nulla da ridire su Lisbeth Salander, il che è incredibile. Posso solo sperare, però, che i prossimi romanzi, pur non essendo firmati da Stieg Larrson, siano altrettanto coinvolgenti e non snaturino questa eroina che ho amato tanto.

lunedì 21 luglio 2014

Inferno - Dan Brown

  Prima che pensiate che questo sia l’ennesimo, irato sfogo contro il povero Dan Brown, che altra colpa non ha se non quella di aver scritto un best seller consultando “100 cose da fare a Roma”, lasciatemi dire che non è così.
   Personalmente credo che quando iniziò a scrivere “Angeli e demoni” e “Il codice Da Vinci”, Brown volesse solo scrivere un bel thriller che interessasse le persone, non un manuale di storia, per questo motivo lo perdono. Ovviamente apprezzo molto di più gli autori che si informano pedissequamente sulla materia da loro trattata, ma non me la sento di condannare Dan Brown solo perché il suo editore – ignorante quanto lui riguardo i dettagli – gli ha detto che era un libro fantastico.
   Questa piccola premessa solo per dire che, a mio parere, Dan ha imparato dai suoi errori. Lungi dal volersi di nuovo attirare addosso la critica realmente acculturata, per “Inferno” ha studiato bene.
 
 
   Lessi “Angeli e demoni” all’epoca dell’uscita, e ne fui entusiasta. Nessuno mi dava retta quando dicevo che era un libro bellissimo, nemmeno in famiglia, e quando tutti cominciarono a comprarlo dopo il boom di “Il codice Da Vinci” nessuno mi ascoltò mugugnare: «Io ve l’avevo detto». Per curiosità cominciai anche a leggere il secondo ma dopo appena cinquanta pagine mi arresi.
   Da un lato avevo quindi un libro che mi era piaciuto moltissimo, da un altro invece un libro noiosissimo. Avevi deciso di non fidarmi più del signor Brown e dei suoi best seller (come d'altronde faccio con tutti i best seller).
   Dopo qualche anno vedo le librerie piene del profilo nasuto di Dante, con abbinato il nome di Dan Brown. Lo ammetto, inizialmente pensai: «Oh no! Che cos’ha fatto quest’uomo al povero Dante?». Io adoro Dante, amo “La divina commedia”, e nonostante lo scetticismo iniziale alla fine la curiosità prevalse.
   Adesso se penso a Dan Brown ho un libro bellissimo, un libro noioso e un libro non poi così bello. Non credo che lo leggerò ancora, e questa volta è una decisione ferma! ...a meno che non intitoli il suo prossimo libro “Caravaggio e il mistero dei Puffi”, o "Dalì viaggia nello spazio", allora ci potrei pensare.
 
 
   La trama è piuttosto complicata, non ho intenzione di sviscerarla qui, anche perché quella è il punto forte del libro e non vorrei rovinarvelo, nel caso voleste leggerlo.
  Vi basti sapere che questo libro inizia col botto!
   Robert Langdon, professore universitario e studioso di simbologia, si risveglia a Firenze senza sapere come ci è capitato. Un sicario vuole ucciderlo, e a quanto pare anche il governo americano. Non ha la più pallida idea di cosa stia succedendo e così inizia a ripercorrere i suoi passi aiutato dalla dottoressa Sienna Brooks. Così facendo porta alla luce il terribile piano di Bertrand Zobrist, genio genetista, che visto il pericoloso sovrappopolamento del pianeta ha deciso di porvi rimedio rilasciando un virus che dimezzerà la popolazione mondiale.
   Se ci ripenso non posso fare a meno di credere che il cattivo del libro abbia ragione, probabilmente. Non che io m’intenda di queste cose, ma è vero: ci sono paesi dove un bene primario come l’acqua scarseggia, e poco ci manca che anche da noi venga messa una tassa sull’acqua! Non mi sembra poi così assurdo che succeda proprio quello che Dan Brown pronostica nel suo romanzo. Se l’avete letto o lo leggerete, vi sfido a non soffermarvi a pensarci!
   A parte questo, la trama e i suoi totali stravolgimenti mano a mano che il romanzo va avanti – e soprattutto alla fine – sono la cosa migliore del libro, che purtroppo ha anche dei lati negativi.
   Dan Brown, forse smanioso di non cadere di nuovo nell’errore, ha visitato Firenze e Istanbul, le due città dove si svolge la vicenda, e probabilmente si è informato su tutto ciò che stava scrivendo, con libri, guide e probabilmente studiosi esperti. Questo è sicuramente il motivo del perché il romanzo, a tratti, sembra il mio manuale di storia che usavo all’università. Descrizioni che rasentavano la noia! Leggevo e a tratti mi rendevo conto di aver letto una parte senza prestarvi attenzione, proprio come si fa con i libri di scuola, quando ti ritrovi a leggere la stessa riga dieci volte e ancora non sai di cosa parla!
 
   A parte questo il romanzo non mi ha presa più di tanto, anche se non saprei dire il perché. La trama era interessante, molto, e si poteva anche sorvolare sulla tediosità di alcune parti (basta saltarle a piè pari! Facile no?), ma c’era qualcosa che non mi convinceva.
   Quando un libro mi piace molto, ma davvero molto, appena ho del tempo libero mi metto a leggerlo. Non c’è televisione o sonnellino che tenga, lo leggo finché non lo finisco! Sarà capitato anche a voi, immagino.
   Leggendo “Inferno” invece, dovevo un pochino costringermici. Una volta iniziato a leggere potevo continuare per un po’, certo, ma mi serviva uno sforzo di volontà per l’input iniziale.
   Questione di gusti, forse.
 
Bradley Cooper
 
   Ripensando ai film che erano stati tratti dai libri di Dan Brown mi è venuto in mente che, dato che erano improponibili, io li rifarei tutti con un cast differente – soprattutto non sceglierei mai uno come Tom Hanks per il ruolo di Robert Langdon. Tanto per gioco, ho pensato a quali attori sceglierei io per il film di “Inferno”.
   Ho sempre immaginato Robert Langdon come un moderno e un pochino più realistico Indiana Jones. Entrambi professori universitari, affascinanti e colti ma anche avventurosi e puri di cuore. L’unica differenza è che Indiana le avventure se le andava a cercare, mentre a Langdon capitano, indesiderate, fra capo e collo. Ho due attori che vedrei bene nei panni del professor Robert Langdon: Daniel Craig e Bradley Cooper.
   Sienna Brooks invece la immagino atletica e bella, e ci vedrei bene a interpretarla Blake Lively.
   Per la cosiddetta “Donna dai capelli d’argento”, ovvero la direttrice dell’OMS Elizabeth Sinskey sceglierei Judy Dench.
   Invece come super-cattivo Bertrand Zobrist, che ha i capelli rossi, è geniale e ovviamente affascinante (che cattivo sarebbe sennò?) sceglierei un attore che ho ‘scoperto’ da poco: Domhnall Gleeson, un attore irlandese, che fra l’altro è anche regista e sceneggiatore teatrale (se volete un consiglio guardatevi “Questione di tempo”, con lui, Rachel McAdams e Bill Nighy, un film bellissimo!).
 
Blake Lively
 
Bene, questo è quanto. Non una recensione appassionata come altre, ma spero che vi abbia dato qualche dritta nel caso siate curiosi, come me, di leggere l'ultima fatica di Dan Brown.

martedì 20 novembre 2012

Pop corn #1

   Una piccola lista di film da guardare (o da non guardare). Gli ultimi cinque che ho visto, commentati dalla sottoscritta a seconda dei suoi gusti!
 
Lasciami entrare, Tomas Alfredson (2008)
   Atmosfere cupe, copione essenziale e lunghi silenzi sono le tre principali caratteristiche di questo film, che mi è piaciuto molto e che consiglio.
   Non saprei in che genere collocarlo, perché nonostante possa essere considerato horror, paura non fa, più che altro è drammatico, e dà un nuovo significato alla parola “vampiro” – fortunatamente, un significato molto diverso da quello gli si è applicato negli ultimi anni.
 
Perché lui... brilla.
 
   La fine mi ha messo un po’ di tristezza, anche se la si può interpretare come si vuole. Da un lato spero che Eli vampirizzi Oskar e che vivano assieme per il resto della loro non vita, ma dall’altro sospetto fortemente che Oskar diventi l’aiutante umano di Eli, per intenderci, che prenda il posto del vecchio Hakan.
   Questa seconda ipotesi, che penso sia la più probabile, mi dispiace, ma l’idea che Eli vada in giro per il mondo soggiogando ragazzini e portandoseli dietro finché non li ha completamente distrutti psicologicamente mi sembra la fine migliore, in realtà. Certo, è triste e molto inquietante, ma è in linea con il film. Visceralmente sento che sia giusto così.
   Come sempre traggo spunto da ogni cosa per nuovi libri, e questo film mi ha proprio fatto venire voglia di leggere il di lui libro!
 
La 25° ora, Spike Lee (2002)
   Da molto tempo volevo vedere questo film, perché la trama mi ispirava parecchio, e poi un film dove c’è Edward Norton non posso non prenderlo in considerazione (come dimenticare “Schegge di paura” e “Fight Club”?).
 
Lui è il mio ragazzo,
devo solo trovare il momento giusto per dirglielo.
 
   Purtroppo questa volta sono rimasta delusa, non dall’interpretazione di Edward Norton, ma dal film.
   Carine le scene che mostravano che cosa poteva succedere se Monty fosse fuggito (a proposito, il diminutivo Monty per Montgomery è bellissimo, adoro Monty), ma quella è forse una delle poche parti di rilievo della storia che, se vogliamo dirla tutta, non racconta proprio un bel niente.
 
Il ladro di orchidee, Spike Jonze (2002)
   Questo è uno dei film più deprimenti che io abbia mai visto. Mi sono sforzata di arrivare alla fine, ma alla scena in cui Charlie si masturba con la foto di Susan Orlean nella quarta di copertina il mio amor proprio si è sentito offeso per il personaggio, e io ho abbandonato il film.
 
 
   La sola cosa positiva è Nicolas Cage, perché anche se il film mi ha depresso e schifata, riconosco che lui ha recitato veramente bene, come al solito d'altronde.
 
Intervista con il vampiro, Neil Jordan (1994)
   Di vampiri ultimamente ne ho visti molti, e questo in realtà è uno di quelli che non volevo vedere. Avevo delle riserve, per il solo fatto che ne avevo sentito parlare e mi lasciava perplessa questa specie di legame quasi sessuale fra Louis e Lestat, soprattutto perché avevano il viso di Brad Pitt e Tom Cruise, e la cosa mi faceva sinceramente rabbrividire (inevitable!).
   Nonostante il film sprizzi tensione sessuale fra uomini da ogni fotogramma, devo ammettere che mi è piaciuto molto, a livello di storia. Consigliato agli amanti dei vampiri!
 
The wrestler, Darren Aronofsky (2008)
   Uno di quei film che non avrei mai visto da sola, lo ammetto.
   Partivo un po’ incerta, ma alla fine mi è piaciuto molto, e mi ha fatta commuovere, ho anche versato qualche lacrima!
   Mickey Rourke ha fatto qui una delle sue migliori interpretazioni, ha dato vita ad un personaggio reale. La storia è tristissima, sul serio, se qualcuno volesse mai guardarlo vi consiglio di farlo quando siete psicologicamente preparati per cose tristi, altrimenti vi uccide.
 
Mickey Rourke da giovane.
Ma come hai fatto a diventare quel che sei ora?!
 
   Una delle cose belle, anche, del film, è che mostra un dietro le quinte del mondo del wrestling. Io non mi sono mai neanche lontanamente interessata al wrestling (e questo film, per quanto bello, non mi farà certo venire voglia di interessarmene), tuttavia ho trovato interessante il film anche da questo punto vista. Molto abile, il regista, a fare sì che tutti – anche i profani come me – potessero interessarsi e capire il mondo del wrestling.
 
   Ed ecco gli ultimi cinque film che ho guardato e relativo commento. Se qualcuno non è d’accordo, lasci pure un commento. Opure se volete consigliarmi un film fate pure; sono sempre alla ricerca di nuovi film da vedere!

martedì 6 novembre 2012

Memorie di un pornografo romantico - Maxim Jakubowski

   Ho sempre pensato che prima o poi avrei letto un romanzo erotico, prima di tutto perché non ne ho mai letto uno e la curiosità mi avrebbe sicuramente spinta a leggerne uno un giorno, e poi perché il genere comunque mi incuriosisce.
   Questo libro mi è stato prestato da un’amica, e ho iniziato a leggerlo con tanta curiosità e piena di aspettative.
 
 
La trama
   Cornelia è una spogliarellista/serial killer che, stanca di uccidere, vuole lasciare «il giro». Per non perderla le vengono affidati incarichi investigativi, e le viene chiesto di scoprire se esiste e se verrà pubblicato postumo un manoscritto del recentemente scomparso scrittore Conrad Korzeniowski (notare la somiglianza del nome dell’autore con quello di uno dei protagonisti).
   Cornelia scopre che varie parti di un libro autobiografico, che racconta tutta la verità sulle amanti di Conrad, sono sparse per il mondo, inviate a varie amanti. Lo scrittore si era innamorato di Kay, una delle tante donne con cui era stato, ma venne da lei rifiutato perché era già sposata.
   Durante un incontro di sesso organizzato via internet Cornelia viene quasi uccisa. Dopo aver rintracciato e ucciso quello che doveva essere il suo assassino, Cornelia capisce che era «il giro» a volerla morta, perché lei aveva deciso di abbandonare il lavoro da killer.
   Nel frattempo il committente del suo lavoro di ricerca si tira indietro, e la donna interrompe le indagini.
   Cornelia torna a fare la killer, ma prima incontra il suo committente e scopre che si tratta di Kay, l’ex amante di Conrad che, avendo sentito voci di un manoscritto autobiografico sulla vita sessuale dello scrittore, voleva impedire che fosse editato per proteggere il suo matrimonio.
   A intervallare la storia vi sono parti del manoscritto, che apparentemente narrano scene di sesso non collegate fra loro.
 
Maxim Jakubowski
 
   Come si può ben intuire dalla scarsa partecipazione che ho avuto nello scrivere il riassunto della trama, da quel punto di vista “Memorie di un pornografo romantico” non mi è piaciuto neanche un po’.
   A mio parere non diventa interessante fino a che non cercano di uccidere Cornelia (il che avviene a metà libro), e la fine è semplicistica e deludente. Lo davano come un thriller erotico, ma io del thriller non gli ho visto nulla.
   Ho notato, questo sì, la parte erotica.
 
Eros
   Mi sono sempre chiesta come si potesse scrivere una scena di sesso senza risultare volgare, ma allo stesso tempo senza edulcorarla troppo.
   Pur non avendo esperienza in letture di questo genere, quel che mi aspetto da una scena erotica, in primis, è un certo grado di eccitamento.
 
Inutile che fate quelle facce,
mica uno legge un libro erotico per immaginarsi arcobaleni ed unicorni.
   Per fare questo ci vuole una grande capacità, a mio parere, perché tutti noi veniamo eccitati da cose diverse.
   Credo che ci sia solo una piccola regola, almeno per quanto riguarda la parte dello scrivere: la scena non deve essere volgare (e se qualcuno sta pensando che l’eros è volgare, per favore chiudi la pagina). Se avessi voluto qualcosa di volgare sarei andata su You Porn, ma quello che si cerca dalla letteratura erotica è ben diverso. Una differenza sottile, che non riesco nemmeno a spiegare. È la stessa differenza che c’è tra fare sesso e fare l’amore… Sono io che non so spiegarmi, chi ha capito qualcosa delle mie parole confuse, complimenti!
   Da questo punto di vista il libro mi è piaciuto, è anche riuscito a farmi apprezzare pratiche sessuali che solitamente non mi piacciono (anche solo teoricamente parlando). Certo, alcune cose mi sembravano persino troppo estreme – in fondo io sono una persona tranquilla – ma nel complesso accettabili, e nel racconto azzeccate.
 
In conclusione
   Come primo esperimento di libro erotico da leggere mi sembra andato abbastanza bene. Ho capito che il genere non mi dispiace, che è soprattutto lo stile dell’autore a influire.
   I prossimi libri erotici che stuzzicano la mia curiosità sono “La storia di O” e “L’amante di lady Chatterley”. Poi credo che per curiosità, e perché ne ho lette due pagine a caso in libreria e mi stavo rovesciando dal ridere, leggerò anche “Cinquanta sfumature di grigio”.
   Se qualcuno di voi conosce dei libri erotici da consigliarmi, prego, solo vi chiedo una cosa: che la trama sia decente.

lunedì 4 giugno 2012

22/11/'63 - Stephen King

   Raramente gli autori di best seller mi hanno attratta, oppure quando lo hanno fatto mi hanno delusa (ad esempio Dan Brown; già all’età di tredici anni ero abbastanza rompipal- critica da capire che “Il codice Da Vinci” era un po’ una boiata, ed era pure noioso secondo me). Ora sto più attenta a comprare il best seller dell’anno, o se lo faccio prima mi leggo diverse recensioni in merito.
   Stephen King, ecco, non è l’ultimo arrivato, infatti ogni suo ruttino letterario vende milioni copie, ergo sono best seller, ergo li dovrei guardare con sospetto. Tuttavia c’è un libro proprio di King che ho smniato per avere per mesi interi.
   Cacchio, ultimamente tutte le volte che inizio una recensione è una cosa del tipo “Di solito non compro questo tipo di libri, ma ora l’ho fatto perché bla bla bla”. Forse dovrei ponderare di più…

   Motivi per cui non ero certa di comprare l’ultimo ruttino di King:
   Uno. L’unica volta che ho provato a leggerlo (mi pare fosse “Il gioco di Gerald”, solo perché non avevo nient’altro da leggere) mi ha schifato e da quel momento ho voluto cancellarlo dai miei ricordi.
   Due. Il libro conta quasi ottocento pagine, e se non mi fosse piaciuto mi sarei sentita in colpa ad abbandonarlo.
   Tre. Ultimo, ma non meno importante motivo: il prezzo. Circa 25 euri da sborsare, infatti, per ‘sto libro, che se fossero stati sprecati sarebbero significati grossi rimpianti per almeno tre settimane.

   Quindi come mai alla fine l’ho comprato? Ah boh, non lo so, di sicuro è stato anche grazie allo spacciatore di libri che me lo ha venduto a metà prezzo (ebbene sì: lo comprai in una bancarella. Fuck yeah!).


La trama
   Credo di non aver mai scritto la trama di un libro così lungo. Facciamo che mi dò il limite di una pagina, altrimenti rischiamo che questa recensione sia kilometrica. Ce la farò? Stay tuned.

   Jake Epping è un insegnante di inglese sui quaranta, divorziato da una moglie ex alcolista, e senza figli. Queste sono le caratteristiche che portano il gestore della tavola calda “Al’s”, Al Templeton, a sceglierlo come uomo giusto al momento giusto per la missione che aveva in mente da anni: tornare nel passato e salvare J. F. Kennedy dall’attentato che lo uccise, a Dallas, il 22 Novembre del 1963.
   Nella cantina del bar di Al c’è un passaggio che sbuca nell’Agosto del 1958. Si può comodamente fare avanti e indietro, come Al ha fatto per molto tempo, comprando carne di ottima qualità a prezzi stracciati, e per quanto tempo si passi nella cosiddetta Buca del Coniglio, che porta sempre nello stesso posto allo stesso momento, nel 2011 saranno passati solo due minuti.
   Al Templeton si è ammalato di cancro al polmoni ed è chiaro che morirà di lì a qualche mese, così Jake accetta di tornare indietro nel tempo. Dopo una serie di prove (un viaggetto nel ’58 di qualche mese - ma sì, per provare se mi piace!) e ripensamenti Jake passa oltre la Buca del Coniglio, deciso a uccidere Lee Harvey Oswald, l’assassino di John F. Kennedy.
   Il problema di fondo, principalmente, è che il corso degli eventi ha una sua certa plasticità. Al passato non piace essere cambiato, e ogni volta che Jake prova a cambiare qualcosa sembra che la mala sorte si accanisca contro di lui. Quando prova a salvare un amico del 2011 da un incidente che, da bambino, lo lasciò senza famiglia e zoppicante, ha la riprova di questo, e così decide di studiare il più possibile le mosse di Oswald per ucciderlo qualche mese prima che lui uccida Kennedy, assicurandosì così al tempo stesso che Oswald sia l'unico colpevole.
   Nel frattempo si stabilisce vicino a Dallas, in Texas, e, per dirla alla Stephen King, «fu in quel momento che smisi di vivere nel passato e iniziai a vivere e basta». Trova un lavoro come insegnante e una fidanzata. Gli anni passano, e Jake (sotto il nome di George Amberson) comincia a pedinare Lee Harvey Oswald per assicurarsi che non agisca per conto di terzi, e per decidere quale sarebbe il momento giusto per ucciderlo.
   La data fatidica si avvicina ma, per una serie di sfighe dovute al passato plastico, Jake si ritrova assieme a Sadie, la sua ragazza, lo stesso 22 Novembre a dover salvare il presidente. Il piano riesce, ma Sadie rimane uccisa.
   Jake decide di tornare indietro e ricominciare tutto daccapo, con l’intenzione di salvare la vita di Sadie, ma quando torna nel 2011 scopre che il futuro nel quale Kennedy è sopravvissuto è molto peggio di come aveva sperato: malattie infettive, terremoti, Riunioni dell’Odio e chi più ne ha più ne metta. L’unica cosa da fare, a quel punto, è tornare nel ’58, facendo in modo che tutto ricominci daccapo, e non cambiare nulla. Così fa Jake, e rinuncia all’amore di Sadie, tornando definitivamente nel 2011, un tempo nel quale Sadie ha ottant’anni e si ricorda di lui come in una sorta di déjà vu, senza poter più tornare indietro, dato che la cantina dove sorgeva la Buca del Coniglio sarà distrutta di lì a un mese.

Tutto il resto
   Non riesco a separare in comparti stagni ogni cosa, o almeno, non sempre, anche se il mio cervellino lo vorrebbe. In questo caso non c’è un comparto “Personaggi”, né quello dello “Stile”, perché questo libro mi ha emozionata tanto che provare a fare una recensione tanto inquadrata sarebbe inutile.
   Alla fine, anche contro tutti i miei pregiudizi, Stephen King mi è piaciuto. Sto addirittura pensando se non è il caso di leggere qualcos’altro di suo. Come sempre, ogni consiglio è bene accetto (ma regolatevi sul fatto che ho amato questo libro e odiato “Il gioco di Gerald”).
   Da un po’ non mi capitava di leggere in ogni singolo momento: sull’autobus, prima di dormire, mentre facevo colazione se ero da sola, nel tragitto stanza/salotto facendo le cose con una mano sola… awww!, che magici momenti quando rovesci metà scrivania ma la tua mente è dentro le pagine di un libro, in questo caso, nel 1958.

   Partiamo dalla considerazione più semplice: stile godibilissimo. Divertente (in alcuni momenti ridevo da sola, sul serio), leggero, nonostante le varie spiegazioni politiche e fantascientifiche che il caso richiedeva, romantico e a tratti d’azione. Non ho idea di come tutti questi elementi si mescolino in maniera tanto armonica, ma lo fanno.
   La mia parte preferita è stata senza dubbio quella che lascia da parte tutte le faccende politiche e fantascientifiche, la parte più romanzesca ecco. Ho adorato la storia d’amore fra Jake e Sadie (anche se dico sempre il contrario, le storie d’amore mi piacciono), gli alunni e i dipendenti della scuola di Jodie, gli spettacoli che mettevano in scena. Mi ha emozionata moltissimo, più delle parti d’azione (e soprattutto più della parte subito dopo l’attentato a Kennedy, che in realtà ho trovato noiosa, anche se credo fosse necessaria).
   La fine, invece, mi ha devastata. Non tanto per il 2011 catastrofico, a quello ero persino in parte preparata – è come se fosse la morale della storia, no?: "non cerchiamo di cambiare cose che non possono essere cambiate, alla fine si può essere felici anche così". No, la cosa che più mi è dispiaciuta è che Jake ha dovuto lasciare Sadie. Sì, certo, l’ha rincontrata nel 2011, ma, oh, una piccola pecca: lei ha ottant’anni e non si ricorda di lui.
   In alcune parti mi è addirittura venuto un groppo in gola. Era un groppo da “non è giusto, però!”. Avrei voluto andare da Stephen King e chiedergli di trovare una formidabile soluzione a tutto.

   Be’, avrete capito ormai qual è il mio verdetto: approvato al 100%! Anche con il finale che vorrei cambiare perché, nonostante io voglia con tutta l’anima che finisca in modo diverso (ecco perché la gente scrive fanfiction!), non è un brutto finale, fatto male, di quelli che li vedi che sono stati lanciati lì perché, prima o poi, il libro doveva finire! No, in un certo senso è giusto che finisca così. Purtroppo.
   Per di più, oltre a tenere il mio naso incollato alle pagine, questo libro mi ha fatta soffrire di tachicardia: ogni volta che succedeva qualcosa di emozionante il cuore mi batteva più forte.

Poche note intelligenti
   Ci sono persino delle osservazioni critiche davvero oggettive da fare su questo romanzo, nonostante la mia recensione fatta con il cuore in mano.
   Prima di tutto, apprezzo veramente moltissimo il lavoro di ricerca che Stephen King ha fatto per scrivere questo romanzo. Perché l’ha fatto(a differenza di molti autori), e si vede. Insomma, viene fuori come si viveva davvero nei primi anni ’60 in America, senza nessun “sparo a caso perché tanto sarà stato così”. Anche questo ha contribuito a rendere il libro più affascinante.
   Altra cosa che ho apprezzato: anche se non hai la più pallida idea di cosa sia successo a Dallas nel '63, non importa, perché tutto ciò che devi sapere lo spiega nel libro, senza risultare, per altro, noioso o prolisso. Insomma, non è come leggere il manuale di storia.


   Chissà se un giorno, fra cinquant'anni, qualcuno scriverà un libro nel quale qualcuno torna indietro nel tempo per uccidere Barack Obama e vedere che cosa cambierà nel futuro?

mercoledì 25 gennaio 2012

Virtuoso e dispotico

   Sono anni che voglio leggere “Fight Club”.
   Finalmente l’ho fatto.

   Se avete letto il libro, sapete bene che è inutile cercare di fornire una trama senza sembrare dei pazzi o senza far sembrare il libro una cazzata di dimensioni colossali. In effetti, non so neanche se questa possa definirsi una recensione vera, insomma non so neanche cosa pensare di questo romanzo.
   Ci sono delle cose, però, che mi hanno colpito.
   Credo seriamente che Chuck Palahniuk abbia qualche serio problema, anche se certo dicono che fra la follia e la genialità c’è una linea molto sottile… Non saprei dire se lui l’avesse già oltrepassata quando ha scritto “Fight Club”, o magari stava proprio lì lì per saltarla a piè pari. Comunque sia le cose che mi hanno colpito di più sono il tema della violenza e l’ideologia anticonsumistica portata all’estremo. Oltre a questo il finale è da discutere, mette una certa angoscia.
   La maggior parte della gente dice di aborrire la violenza con tutto sé stesso. Una parte della gente accetta un certo tipo di violenza, come ad esempio il bullismo, o la caccia, o che ne so io non l’avete ancora capito che sto sparando cacchiate a raffica?, troppo confusa da un argomento tanto ampio anche solo per pensare?
   La verità, credo io, è che in realtà tutti commettiamo atti di violenza ogni giorno, anche senza rendercene conto, senza volerlo, senza averlo in qualche modo programmato. Badate bene che la violenza non è solo gridare, o picchiare, o minacciare, la violenza è anche psicologica, e anche se entrambi i tipi di violenza – fisica e mentale – vanno a mio parere condannati, credo che il secondo sia un po’ più malevolo.
   Penso che scatenare la violenza a piccole dosi sia in qualche modo catartico, e in “Fight Club” questo certo viene detto, neanche tanto fra le righe. Se la nostra rabbia, la nostra frustrazione, tutte le cose negative che abbiamo dentro, non le sputiamo fuori in qualche modo, quelle si accumulano. Tutti si sfogano in maniera differente, ma un pizzico di violenza credo ci sia in tutti questi metodi. Vediamola dal punto di vista di un alieno: anche semplicemente fare ginnastica è violenza contro sé stessi; insomma me ne sto a lesionare i miei muscoli fino a che non sudo come una capra nel deserto, cosa dovrebbe pensare il mio amico alieno di me?
   Cosa succede, però, quando questa rabbia si accumula? E quando l’unico modo che c’è per farla uscire è ricorrere alla violenza consapevolmente, a tanta violenza, da usare senza cautela tutta in una volta.
   Allora si aprono i fight club.
   Quello che mi ha lasciato basita in questo libro è proprio che, in un caso estremo, ha ragione. È terrificante da immaginare, ma se qualcuno incanalasse tutta questa violenza per scopi ovviamente non bellissimi (perché è dura pensare che la violenza possa portare qualcosa di bello) che cosa potrebbe succedere? Scommetto che al mondo ci sono migliaia di persone che si sentono frustrate come il nostro Protagonista (in mancanza di un nome userò il maiuscolo per riferirmi a lui), e una parte di loro poi finiscono sul giornale perché sparano all’impazzata su un autobus, si suicidano, cercano di sparare al Papa o che so io.
   In definitiva, “Fight Club” racconta di come il mondo sarebbe se tutti decidessero di collaborare, una volta ogni tanto, per scaricare la loro folle violenza contro tutto e tutti, con un motivo diverso per ognuno. Chi non ne può più al lavoro, chi ha perso tutto, chi ha paura, chi è semplicemente annoiato. Per combattere quel che sentiamo dentro, combattiamo contro qualcun altro, senza limitazioni, e ci sentiremo meglio. Ecco cosa dice. In un angolo della mia testa, non stento a credere che abbia ragione.
   E qui arriviamo al secondo argomento che ho trovato interessante.
   Tyler Durden vuole riportare il mondo intero a un’epoca preistorica. Distruggere le civiltà, vivere senza il superfluo. Questo viene detto varie volte nel libro, viene ripetuto ancora e ancora. Inutile dire che credo che sia il pensiero di un folle, e nessuno può contestarmi perché, se lo facesse, significa che ne ha utilizzate di cose superflue per arrivare a questo misero articolo sul blog.
   Nonostante sia folle, e se succedesse qualcosa del genere rimpiangerei il mio divano comodo, il mio pc per scrivere, e milioni di altre cose, devo ammettere che la curiosità ha spesso il sopravvento.
   Immaginate di vedere una città in disastro post apocalittico, non un anima per strada, tutti rinchiusi dentro quel che rimane delle rovine a ripararsi perché sta venendo buio, e una luce non la possiamo accendere con un solo pigiare di tasto.
   Per quanto sia orribile, la cosa mi affascina in maniera pericolosa. Ho pensato un sacco di volte a come sarebbe se decidessi di mollare tutto e andare a vivere in un isola deserta. L’uomo ha più risorse di quanto ci possiamo immaginare noi ora, sosia sputati di Homer Simposon, per sopravvivere. Si attacca alla vita con i denti e con le unghie e non la molla fino a che non è al limite.

   L’ultima parte di questa recensione/pensiero: il finale del libro.
   Il nostro amico Protagonista ha perso ormai ogni potere su Tyler, e per eliminare lui si spara. Non è descritto alla perfezione che cosa accade, ma in pratica io ho capito (o forse solo immaginato) che lui rimane in coma. Siamo quindi tutti salvi? No, affatto: quel che ha creato è talmente perfetto che i fight club vanno avanti senza di lui, e continuano incessantemente ad avvicinarsi al loro scopo.
   Ho detto che questa fine mette angoscia, perché? Se mi metto nei panni del Protagonista non posso fare a meno di sentirmi impotente. È una sensazione frustrante, immaginate di capire esattamente che cosa succede, immaginate di vedere il mondo farvi ciao ciao con la mano prima di buttarsi nel baratro e di non poter fare nulla.

   Senza senso per tre quarti, il libro ti lascia senza fiato nelle ultime cento pagine. E tu Devi Continuare A Leggere. È come un ordine, leggi!
   Se lo iniziate non c’è scampo, seguirete questo dispotico ordine. Però possiamo anche ammettere che alla fine sia una lettura che porta al virtuosismo, è raro che un romanzo faccia ragionare così tanto. Non c’è conclusione logica a questi ragionamenti, ma tanto non c’è neanche nel libro per cui non dobbiamo sentirci idioti. Ci sentiamo semplicemente confusi, come se avessimo appena ricevuto un pugno in piena faccia, in mezzo ad una folla urlante, con il nostro avversario che magari è piccolo e gracile, niente scarpe e niente camicia, perché queste sono le regole del combattimento in un Fight Club.

martedì 3 gennaio 2012

Tagliata in due da Dexter, il Vendicatore

   È l’una e tredici del mattino, e queste sono le prime impressioni a caldo che ho avuto del primo romanzo di Jeff Lindsay, “Dexter, Il vendicatore”.
   Pubblicato per la prima volta nel 2004 con il titolo “La mano sinistra di Dio” (“Darkly dreaming Dexter”, in inglese), il libro ha avuto successo immediato, diventando un best seller. Questo ha fatto sì che nel 2006 ne venisse prodotta una serie dalla Showtime, che è diventata, oserei dire, più famosa del libro stesso. Ho conosciuto infatti per prima la serie televisiva “Dexter”, che mi ha oltremodo affascinata, e così dopo parecchio (all’alba della sesta stagione) mi ritrovo a leggere il libro.
   Essenzialmente ci troviamo di fronte alla stessa trama, e per chi ha visto la serie non è più una sorpresa così grande. Tuttavia nessuno gli risparmia la mia critica, perché, ahimè mi duole ammetterlo, ma questo è uno dei rarissimi casi in cui lo show televisivo ha fatto un lavoro migliore del libro.
   Non voglio però confrontare le due cose, assolutamente, perché la carta stampata ha meccanismi del tutto diversi da quelli della pellicola, ma se, nel loro ambiente, dovessi votare i due lavori, darei a questo libro un sei e mezzo, mentre la serie si prende come minimo un nove.
   Perché?
  
   Ovviamente non posso che ammirare la scelta del protagonista: un uomo orribile, un mostro, come lui stesso si definisce, un malato mentale, un serial killer! Se lo vedessimo al telegiornale lo chiameremmo in questi e molti altri modi, anche poco lusinghieri, ma di certo non: il fichissimo protagonista dell’ultimo libro che ho comprato. Non che io ammiri il lavoro dei serial killer, ma ammiro Jeff Lindasy per averci provato (ed esserci riuscito!) e aver preso come protagonista, come ufficiale “bravo ragazzo”, un assassino della peggior specie!
   Esistono già, nella storia della letteratura moderna e contemporanea, personaggi negativi protagonisti. Tuttavia credo che oggi l’immagine del serial killer sia il cattivone per antonomasia. L’idea di poterlo trovare affascinante, provare simpatia per lui, addirittura stare dalla sua parte, era qualcosa che non balenerebbe in testa a nessuno se non fosse per la bravura di un autore. E qui torno ad ammirare Lindsay, che ha reso un personaggio socialmente inaccettabile il nostro eroe.
   A questo punto sorge spontanea una domanda: «Come ha fatto?». Purtroppo non ho nessuna teoria al riguardo, perché qui arriviamo al nodo negativo di questa recensione, ovvero lo stile.
   Dire che non mi è piaciuto non è del tutto vero. La narrazione in prima persona rende possibili certe… confidenze, certe frasi che usiamo nel parlato ma che solitamente non useremmo per uno scritto, ed è proprio questo che a volte non mi piace: credo che lo scrittore si prenda troppe licenze con questo escamotage. E in “Dexter” di licenze ne sono state prese parecchie! È una questione di gusti, me ne rendo conto, ma credo che in questo Lindsay abbia esagerato.
   Passiamo ad un altro punto che mi ha fatto riflettere. Il tono del romanzo è di certo leggero, il protagonista tende a buttare tutto sul ridere anche nelle situazioni più cupe, e questo è di certo un bene secondo me, perché altrimenti il tutto sarebbe troppo serioso, e allora sì che ci renderemmo conto che il nostro amato protagonista è un brutale serial killer che ode voci che lo incitano ad uccidere! Il che lo renderebbe piuttosto spaventoso, per nulla simpatico, no no… Quindi in pratica mi è piaciuto questo andare avanti in maniera divertente, ironica.
   Arriviamo al punto dolente, perché ce ne sono un paio belli grossi.
   Questo romanzo manca di particolari, e i momenti di tensione svaniscono quando dovrebbero essere al loro picco.
   Punto primo: i particolari. L’autore si è dilungato molto a parlare di quanto Dexter si senta inumano, di quanto sia privo di sentimenti (la cui cosa poi viene smentita continuamente nel corso della narrazione, e soprattutto per come si risolve alla fine la storia), ma non ha dato alla trama e a certi aspetti della sua vita lo stesso spessore, cosa ingiustificata data la prima persona. Il protagonista avvia una ricerca quasi da detective, ma le intuizioni, il ritrovamento di prove e l’articolazione di ipotesi (queste ultime due poi sarebbero il suo lavoro) semplicemente non ci sono. Dexter va avanti a intuizioni, quasi a tentoni, e con una fortuna sfacciata riesce a risolvere la situazione! Inoltre la sua vita privata, già quasi inesistente, ha quel poco di slancio con la storia di Rita, che lui afferma essere importante per la sua facciata da persona normale, ma sembra che non appena Lindsay raggiunge il suo scopo (ossia, appunto, la scopa inteso come verbo) ci dimentichiamo di Rita, e dei passi avanti in una relazione che, mostro o non mostro, anche Dexter deve compiere, o per lo meno fingere.
   Infine i momenti di maggior tensione, verso la fine del romanzo, semplicemente scompaiono, anche se io ancora non ho capito il perché. Forse è solo perché già sapevo come andava la storia. Ma davvero, la parte che doveva emozionarmi di più mi ha lasciata quasi indifferente, anzi peggio! Ero in uno stato da «Ma quando la finiamo?» Mi sono ritrovata ad apprezzare di più tutto il resto del racconto, che il nodo cruciale della trama.
   Il finale, poi, è semplicistico. Non viene neanche spiegato per bene. Ecco, questo mi ha talmente indignata che non ho voglia neanche di spenderci parole. Dev’essere stato lo stesso stato d’animo di Linsday quando ha scritto quel maledettamente corto epilogo.

   Alla fine? Alla fine questo libro mi trova impreparata a dargli un voto finale. Probabilmente è a causa di Michael C. Hall, che nei panni di Dexter mi ha fatta affezionare a lui. È tutta colpa sua…
   Sono talmente divisa che sono certa di due cose: la prima è che mi è piaciuta più la serie, la seconda che continuerò a leggere i romanza di Dexter. Eh sì, possiamo dire che, alla fine, in modo piuttosto intricato, Lindsay ha vinto anche su di me.