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lunedì 21 dicembre 2015

Il nome della rosa - Umberto Eco

Buondì! Non sono scomparsa, né mi sono data alla macchia o sono stata rapita dagli alieni. Semplicemente mi sono presa le ferie, quindi ho deciso di staccare da tutto. Anche da internet.
Non so proprio come ho fatto ma è stato quasi automatico. L’altroieri mi sono accorta che era da un sacco che non guardavo gli altrui blog, non sbirciavo twitter né facevo molto altro in realtà con cellulare e pc. Non è stato un male. Mi sono fatta una vacanza completa e ora sono pronta a ripartire meglio di prima, di sicuro senza il nervosismo che avevo accumulato prima di queste vacanze.
 
Ho finalmente colmato una mia lacuna letteraria. Per la verità non tengo molto conto delle mie lacune letterarie, perché mi sono resa conto che tutti pensano che le abbia. Dato che le persone sanno che leggo molto, sembra che debba aver già letto tutto! La gente è tipo: «Non mi dire che non hai letto “L’antologia di Topolino”!, una che legge tanto come te.»
Tuttavia ammetto di essermi sempre sentita un po’ fuori dai giochi quando si parlava di Umberto Eco (o, come lo chiama il Fidanzato “Umberto-erto-erto!”), perché non ho mai letto niente di suo. E soprattutto ammetto di aver covato moltissima curiosità per questo romanzo, perché ne ho sentito parlare da… sempre.
Quindi sono stata molto fiera di me quando ho iniziato a leggere “Il nome della rosa”. E per la verità sono stata ancora più fiera quando l’ho finito.
 
Ebbene, questa non è una recensione, anche se vorrei ardentemente che lo fosse. La verità è che non tutti i libri si possono recensire. Alcuni semplicemente perché ci sono piaciuti troppo, e più che una recensione ne scriviamo un’adulazione, altri perché sono al di là delle nostre capacità.
Questo è uno di quei romanzi che ritengo ‘al di là’. Forse a causa di tutto quel latinorum, o per le dissertazioni filosofiche, religiose, politiche e storiche, ma sento di avere troppe carenze per recensirlo come si deve – finirei per fare un pasticcio.
Mi limito a dire che l’ho apprezzato molto, non solo in quanto giallo perfettamente costruito ma anche e forse soprattutto per la ricostruzione storica. A partire dal linguaggio, che ho adorato e al quale mi sono affezionata sin troppo, tirando fuori addirittura qualche frase anticheggiante con gli amici – che si sono affrettati a chiamare la neuro. Per quanto riguarda lo studio storico che è stato fatto per scrivere questo romanzo, non posso che essere sbalordita. Leggerlo è stato interessantissimo e mi sono soffermata con piacere sulle discussioni dei personaggi, che ho sempre trovato molto interessanti. Meno interessanti, per me, sono stati i racconti dettagliati delle vicende dei frati eretici, ma ho letto d’un fiato la parte in cui compaiono gli inquisitori, anche se mi faceva ribollire di rabbia, e avrei voluto poter entrare nel libro e strangolare tutti gli inquisitori (che probabilmente mi avrebbero additato come strega).
Oltre a questo ho provato a scoprire chi fosse il colpevole perché ero curiosissima. Mi era anche balenata in testa l'idea di farmi uno schemino, ma ha prevalso la pigrizia e poi spesso e volentieri i personaggi ripercorrevano le vicende accadute, fosse anche per fare il punto della situazione - un espediente che ho trovato molto astuto da parte dell'autore - quindi nonostante tutto perdersi nelle congetture non era poi così facile. Alla fine su qualcosa ci avevo azzeccato, anche se non nella maniera giusta (sto per spoilerare, attenzione): avevo previsto che sarebbe finita con un incendio, minimo con qualcuno bruciato, e il fatto che fosse in effetti così mi ha riempita di orgoglio! D’altro canto non mi dispiace aver toppato alla grande, perché anche il protagonista lo ha fatto, quindi mi sento scagionata.
 
Detto ciò adesso dovrò assolutamente guardare il film del “Nome della rosa”. Un po’ perché me ne hanno sempre parlato tutti benissimo, un po’ perché sono curiosa di vedere come sono state affrontate nel film le situazioni che durante la lettura mi hanno catturata.
E allora vado, miei prodi. E se qualcuno di voi conosce altri romanzi simili a questo si faccia avanti, orsù!
 
 

lunedì 21 luglio 2014

Inferno - Dan Brown

  Prima che pensiate che questo sia l’ennesimo, irato sfogo contro il povero Dan Brown, che altra colpa non ha se non quella di aver scritto un best seller consultando “100 cose da fare a Roma”, lasciatemi dire che non è così.
   Personalmente credo che quando iniziò a scrivere “Angeli e demoni” e “Il codice Da Vinci”, Brown volesse solo scrivere un bel thriller che interessasse le persone, non un manuale di storia, per questo motivo lo perdono. Ovviamente apprezzo molto di più gli autori che si informano pedissequamente sulla materia da loro trattata, ma non me la sento di condannare Dan Brown solo perché il suo editore – ignorante quanto lui riguardo i dettagli – gli ha detto che era un libro fantastico.
   Questa piccola premessa solo per dire che, a mio parere, Dan ha imparato dai suoi errori. Lungi dal volersi di nuovo attirare addosso la critica realmente acculturata, per “Inferno” ha studiato bene.
 
 
   Lessi “Angeli e demoni” all’epoca dell’uscita, e ne fui entusiasta. Nessuno mi dava retta quando dicevo che era un libro bellissimo, nemmeno in famiglia, e quando tutti cominciarono a comprarlo dopo il boom di “Il codice Da Vinci” nessuno mi ascoltò mugugnare: «Io ve l’avevo detto». Per curiosità cominciai anche a leggere il secondo ma dopo appena cinquanta pagine mi arresi.
   Da un lato avevo quindi un libro che mi era piaciuto moltissimo, da un altro invece un libro noiosissimo. Avevi deciso di non fidarmi più del signor Brown e dei suoi best seller (come d'altronde faccio con tutti i best seller).
   Dopo qualche anno vedo le librerie piene del profilo nasuto di Dante, con abbinato il nome di Dan Brown. Lo ammetto, inizialmente pensai: «Oh no! Che cos’ha fatto quest’uomo al povero Dante?». Io adoro Dante, amo “La divina commedia”, e nonostante lo scetticismo iniziale alla fine la curiosità prevalse.
   Adesso se penso a Dan Brown ho un libro bellissimo, un libro noioso e un libro non poi così bello. Non credo che lo leggerò ancora, e questa volta è una decisione ferma! ...a meno che non intitoli il suo prossimo libro “Caravaggio e il mistero dei Puffi”, o "Dalì viaggia nello spazio", allora ci potrei pensare.
 
 
   La trama è piuttosto complicata, non ho intenzione di sviscerarla qui, anche perché quella è il punto forte del libro e non vorrei rovinarvelo, nel caso voleste leggerlo.
  Vi basti sapere che questo libro inizia col botto!
   Robert Langdon, professore universitario e studioso di simbologia, si risveglia a Firenze senza sapere come ci è capitato. Un sicario vuole ucciderlo, e a quanto pare anche il governo americano. Non ha la più pallida idea di cosa stia succedendo e così inizia a ripercorrere i suoi passi aiutato dalla dottoressa Sienna Brooks. Così facendo porta alla luce il terribile piano di Bertrand Zobrist, genio genetista, che visto il pericoloso sovrappopolamento del pianeta ha deciso di porvi rimedio rilasciando un virus che dimezzerà la popolazione mondiale.
   Se ci ripenso non posso fare a meno di credere che il cattivo del libro abbia ragione, probabilmente. Non che io m’intenda di queste cose, ma è vero: ci sono paesi dove un bene primario come l’acqua scarseggia, e poco ci manca che anche da noi venga messa una tassa sull’acqua! Non mi sembra poi così assurdo che succeda proprio quello che Dan Brown pronostica nel suo romanzo. Se l’avete letto o lo leggerete, vi sfido a non soffermarvi a pensarci!
   A parte questo, la trama e i suoi totali stravolgimenti mano a mano che il romanzo va avanti – e soprattutto alla fine – sono la cosa migliore del libro, che purtroppo ha anche dei lati negativi.
   Dan Brown, forse smanioso di non cadere di nuovo nell’errore, ha visitato Firenze e Istanbul, le due città dove si svolge la vicenda, e probabilmente si è informato su tutto ciò che stava scrivendo, con libri, guide e probabilmente studiosi esperti. Questo è sicuramente il motivo del perché il romanzo, a tratti, sembra il mio manuale di storia che usavo all’università. Descrizioni che rasentavano la noia! Leggevo e a tratti mi rendevo conto di aver letto una parte senza prestarvi attenzione, proprio come si fa con i libri di scuola, quando ti ritrovi a leggere la stessa riga dieci volte e ancora non sai di cosa parla!
 
   A parte questo il romanzo non mi ha presa più di tanto, anche se non saprei dire il perché. La trama era interessante, molto, e si poteva anche sorvolare sulla tediosità di alcune parti (basta saltarle a piè pari! Facile no?), ma c’era qualcosa che non mi convinceva.
   Quando un libro mi piace molto, ma davvero molto, appena ho del tempo libero mi metto a leggerlo. Non c’è televisione o sonnellino che tenga, lo leggo finché non lo finisco! Sarà capitato anche a voi, immagino.
   Leggendo “Inferno” invece, dovevo un pochino costringermici. Una volta iniziato a leggere potevo continuare per un po’, certo, ma mi serviva uno sforzo di volontà per l’input iniziale.
   Questione di gusti, forse.
 
Bradley Cooper
 
   Ripensando ai film che erano stati tratti dai libri di Dan Brown mi è venuto in mente che, dato che erano improponibili, io li rifarei tutti con un cast differente – soprattutto non sceglierei mai uno come Tom Hanks per il ruolo di Robert Langdon. Tanto per gioco, ho pensato a quali attori sceglierei io per il film di “Inferno”.
   Ho sempre immaginato Robert Langdon come un moderno e un pochino più realistico Indiana Jones. Entrambi professori universitari, affascinanti e colti ma anche avventurosi e puri di cuore. L’unica differenza è che Indiana le avventure se le andava a cercare, mentre a Langdon capitano, indesiderate, fra capo e collo. Ho due attori che vedrei bene nei panni del professor Robert Langdon: Daniel Craig e Bradley Cooper.
   Sienna Brooks invece la immagino atletica e bella, e ci vedrei bene a interpretarla Blake Lively.
   Per la cosiddetta “Donna dai capelli d’argento”, ovvero la direttrice dell’OMS Elizabeth Sinskey sceglierei Judy Dench.
   Invece come super-cattivo Bertrand Zobrist, che ha i capelli rossi, è geniale e ovviamente affascinante (che cattivo sarebbe sennò?) sceglierei un attore che ho ‘scoperto’ da poco: Domhnall Gleeson, un attore irlandese, che fra l’altro è anche regista e sceneggiatore teatrale (se volete un consiglio guardatevi “Questione di tempo”, con lui, Rachel McAdams e Bill Nighy, un film bellissimo!).
 
Blake Lively
 
Bene, questo è quanto. Non una recensione appassionata come altre, ma spero che vi abbia dato qualche dritta nel caso siate curiosi, come me, di leggere l'ultima fatica di Dan Brown.

lunedì 21 maggio 2012

Dieci piccoli indiani - Agatha Christie

   Non so in base a cosa scelgo un libro. A volte in base alle recensioni (ed è molto rischioso, perché ti fai delle aspettative sul libro che forse non verranno soddisfatte), altre volte perché la quarta di copertina è interessante, altre volte ancora me lo consigliano e altre, lo ammetto, mi lascio ammaliare dalla copertina. “Dieci Piccoli Indiani”, invece, l’ho letto perché era famoso, che è un rischio anche quello perché uno può giustamente pensare che se il libro famoso allora è un buon libro. Spesso fidarsi così ciecamente del buon senso dell’umanità è sbagliato (Un esempio? “Twilight” Un altro esempio? “Firmino”) ma i rischi si devono correre ogni tanto, no?
   Volevo leggere da tanto un libro di Agatha Christie, un po’ perché è la scrittrice di romanzi gialli per eccellenza, un po’ perché ero curiosa di leggere un romanzo giallo. Non ho mai letto un romanzo giallo, anche se il genere mi ha sempre incuriosito, per cui alla veneranda età di vent’anni posso dire: «Ho letto il mio primo romanzo giallo.» Fra tanti ho scelto proprio “Dieci Piccoli Indiani” perché la trama era molto accattivante, per cui eccola qui senza nessuno spoiler (anche perché altrimenti ci metterei una vita a scrivere solo la trama).


La trama
   Otto persone vengono invitate a Nigger Island per motivi diversi e, all’apparenza, da diverse persone. Una volta giunti lì ci sono due domestici, due coniugi, ad attenderli, che li avvisano che i signori Owen, proprietari della casa a Nigger Island, non saranno lì prima del giorno dopo.
   Durante la cena un disco che il maggiordomo Rogers mette sul grammofono annuncia le malefatte di ognuno degli ospiti, che sono tutti accusati di aver ucciso o comunque indotto alla morte, una o più vittime innocenti. Dopo l’iniziale trambusto gli ospiti giungono alla conclusione che tutto si tratta di uno scherzo di cattivo gusto, ma si scopre anche che nessuno conosce i signori Owen. Quella sera muoiono due degli ospiti: uno avvelenato con del whiskey e l’altra a causa di una dose troppo forte di medicinale.
   Il giorno dopo tutti gli ospiti sono certi che non si tratta di disgrazie ma di omicidi, e giungono alla conclusione che il signor Owen sia uno di loro. Ogni volta che muore una persona una delle dieci statue di porcellana raffiguranti negretti scompare, e la morte di ognuno di loro somiglia volutamente alla scomparsa dei negretti nella filastrocca per bambini che ricorre ovunque in casa.
   Uno dopo l’altro gli ospiti vengono assassinati e si crea una situazione per cui nessuno può essere escluso dai sospetti.
   Come vuole la filastrocca l’ultimo sopravvissuto si suicida, preso dallo shock e dai sensi di colpa di quell’omicidio che adombra la sua vita, perché tutti gli ospiti lì presenti avevano una grave colpa che era rimasta impunita ma che opprimeva l’animo della maggior parte di loro.
   Una lettera firmata da uno dei personaggi rivela infine il mistero: come ha attirato gli ospiti sull’isola dove non c’era via di fuga, come ha ucciso tutti uno per uno e ha indotto al suicidio l’ultimo, e poi come si è tolto la vita imitando le circostanze in cui, secondo la filastrocca, doveva morire.

Lo stile
   Considerando che il romanzo si svolge ed è stato scritto nel 1939 è sorprendentemente incalzante. Mi aspettavo qualcosa di molto più lento, mi aspettavo che ci mettesse un po’ a ingranare, invece già da subito è molto interessante!
   Si percepisce una sorta di malessere man mano che la storia va avanti. La filastrocca a cui gli omicidi si rifanno ha una fine ben precisa: «e nessuno ne restar», per cui si va avanti a leggere con questo senso di inevitabilità, molto incalzante.
   I piccoli dettagli sono quelli che rendono il mistero veramente inquietante: la sparizione delle statue dei negretti, il fatto che la filastrocca decida le morti.
   Ci sono due domande che ricorrono: chi è l’assassino? E: chi sarà il prossimo?
   L’atmosfera che si viene poi a creare è stata magistralmente architettata. Il lettore segue ogni personaggio anche nei suoi pensieri privati, è vero, ma questo non esclude che qualcuno di loro sia l’assassino perché strane insinuazioni vengono fatte per ognuno di loro, per cui c’è sempre la possibilità che tutti siano assassini. Allo stesso modo alcuni omicidi fanno sospettare più di alcuni che di altri, ma ad un tratto il lettore comincia a credere che tutto sia possibile: che ci siano due assassini? Che si siano sbagliati e ci sia qualcun altro sull’isola? Che qualcuno abbia finto di essere morto? Le risposte vengono date solo alla fine.

I personaggi
   Trattare dieci personaggi in modo abbastanza approfondito non è possibile, soprattutto se consideriamo che questo romanzo non è molto lungo e che protagonista indiscusso non è il personaggio ma il delitto, la situazione. La Christie ovvia a questo problema eliminando abbastanza in fretta tre personaggi, così da poterli trattare con superficialità, mentre tutti gli altri (con l’eccezione forse della signorina Vera, e si capirà alla fine l’utilità di questa cosa) sono alquanto stereotipati.
   Mi è piaciuta molto l’atmosfera che si è andata creando fra questi personaggi, che ha contribuito al senso di velocità della storia. Prima di tutto occorre sapere che sono persone di diversi status sociali, con diversi problemi e caratteri, ma proprio per quello si comportano l’uno con l’altro in maniera cauta. Sono estranei, fra di loro, quindi sono cortesi ma con freddezza. Dopo i primi omicidi è quasi bello vedere come prosegue questa farsa: tutti si sforzano di sembrare più calmi possibile, come se tutto fosse normale, ma si percepisce il senso di disagio. Più avanti ci sono i primi attacchi di isterismo, di rabbia, e tutte le convenzioni vengono finalmente gettate al vento. Alla fine, quando rimangono solo in tre, il sospetto si è fatto spietato e terrificante. Sembra di trovarsi in una gabbia, ed è proprio questo quel che la scrittrice voleva: è lo stile di cui si avvale l’enigma della camera chiusa.
   Il fatto che pian piano tutte le persone, per istinto di sopravvivenza o per terrore, abbandonino la ragione e le convenzioni e diventino in qualche modo meno umane e più animali è qualcosa che mi ha affascinata molto, e da questo punto di vista mi sento di promuovere il libro a pieni voti.

Agatha Cristie

Curiosità
   Il titolo originale è “Ten Little Niggers (And Then There Were None)”, ossia “Dieci piccoli negri (E poi non rimase nessuno). Provarono a pubblicare con il titolo “E poi non rimase nessuno” ma venne poi cambiato con il più politicamente corretto “Dieci piccoli indiani”.
   Ormai il libro è famoso in tutto il mondo con questo titolo, ma io credo che potrebbe essere ripubblicato con il titolo originale, perché credo che sia più giusto così. Non è un tentativo per offendere nessuno, dopotutto, ed essere così maledettamente attenti a offendere qualcuno con la parola “negro”, al giorno d’oggi, non fa che sottolineare ancora di più la faccenda che potrebbe offendersi. (Ma offendersi per cosa, poi? Per essere negro come una delle statuine di porcellana? Non è la “g” che fa il razzismo.)
   Ovviamente, questa è solo un’opinione personale.

In conclusione
   Come prima lettura gialla devo dire che non mi ha delusa neanche un po’. In futuro credo che proverò altri romanzi gialli, magari non della Christie, giusto per vedere se è il suo stile che mi piace o proprio il genere.
   Sono accetti consigli!


Dieci poveri negretti
se ne andarono a mangiar:
uno fece indigestione,
solo nove ne restar.

Nove poveri negretti
fino a notte alta vegliar:
uno cadde addormentato,
otto soli ne restar.

Otto poveri negretti
se ne vanno a passeggiar:
uno, ahimè, è rimasto indietro,
solo sette ne restar.

Sette poveri negretti
legna andarono a spaccar:
un di lor s'infranse a mezzo,
e sei soli ne restar.

I sei poveri negretti
giocan con un alvear:
da una vespa uno fu punto,
solo cinque ne restar.

Cinque poveri negretti
un giudizio han da sbrigar:
un lo ferma il tribunale
quattro soli ne restar.

Quattro poveri negretti
salpan verso l'alto mar:
uno se lo prende un granchio,
e tre soli ne restar.

I tre poveri negretti
allo zoo vollero andar:
uno l'orso ne abbrancò,
e due soli ne restar.

I due poveri negretti
stanno al sole per un po':
un si fuse come cera
e uno solo ne restò.

Solo, il povero negretto
in un bosco se ne andò:
ad un pino s'impiccò,
e nessuno ne restò.

giovedì 12 aprile 2012

Ach!

   Ho appena terminato di leggere “Il caso dei libri scomparsi”, di Ian Sanssom.


   Questo libro è l’ennesimo lampante esempio di come non ci si debba mai fidare delle recensioni ufficiali. A leggere le critiche infatti questo libro ci appare divertentissimo, il primo di una trilogia nuova ed originale, con un protagonista anticonvenzionale e un mistero oscuro da risolvere veramente ma veramente fico! … be’, non è nulla di tutto ciò.
   L’unica consolazione che trovato nel leggerlo, andando avanti e avanti con caparbietà e oserei dire coraggio, è che almeno me l’hanno regalato, quindi non ho speso neanche un centesimo per ‘sta roba.

   Partiamo dalla cosa più evidente. Dovrebbe far ridere, si evince dalle situazioni, dai dialoghi, dalle battute. La verità è che non fa ridere nemmeno per sbaglio. Mi è capitato raramente di piegare un poco le labbra in un debole sorriso, il che non compensa il fatto che ci siano trecento pagine di sfighe – si presuppone divertenti ma in realtà patetiche e poi esagerate – contro il protagonista.
   Protagonista ad una prima occhiata – devo ammetterlo – interessante. Non mi era mai capitato di leggere di un bibliotecario grassottello mezzo irlandese e mezzo ebreo. Con l’andare avanti della situazione il personaggio diventa purtroppo stereotipo, così come pressoché tutta l’Irlanda del Nord di Sanssom: strano accento, molta religione, decisamente strambi in qualsiasi modo possibile. Per di più nessuno viene trattato con grande attenzione ma solo superficialmente, nemmeno Israel Armstrong, il nostro bibliotecario, viene preso in gran conto.
   Quindi ecco che lo stile e i personaggi non si salvano, tanto per cominciare. Proviamo a riporre speranza nel mistero da risolvere? Bene, partiamo dal presupposto che Israel viene incaricato di ritrovare i libri scomparsi, manco fosse un detective. Capisco che oggi come oggi sia, per così dire, di moda prendere il primo povero malcapitato che ci capita fra le mani e gettarlo nell’azione nonostante sia una persona comune; a volte è proprio quello il bello. Ma qui la cosa non viene affatto giustificata! Per lo meno in qualche altro libro o film ti avevano rapito la figlia e la moglie, e quindi ti ritrovavi coinvolto per forza e non potevi mollare. Israel, invece, può andarsene quando vuole, e desidera ardentemente farlo date tutte le lagne che ci propone nel corso del libro (credo di aver letto più disavventure qui che nel “Signore degli Anelli”), l’unico motivo per cui non lo fa è che altrimenti non ci sarebbe niente da scrivere, così Sanssom lo costringe a Tundrum, cittadina dell’Irlanda del Nord, senza apparente motivo e con tutte le possibilità di tornare a casa.
   Torniamo al nostro giallo. La soluzione del mistero viene rivelata letteralmente nelle ultime due pagine. Dico sul serio, le ultime due, ed è talmente fiacca e prevedibile che per poco non piangevo di sconforto.

   Non consiglierei questo libro a nessuno. Non si salva né per la comicità né per il filone giallo.
   Ach! Che sconforto!

giovedì 15 dicembre 2011

Fanfiction autorizzata - Un giallo fallimentare


   Da brava appassionata di Death Note quale sono, ho voluto leggere il romanzo scritto da Nisio Isin, che sarebbe una sorta di spin-off del manga, una fanfiction autorizzata, se vogliamo.
   Lo so, probabilmente avrei fatto meglio ad ordinarlo in inglese, ma conoscendomi ho immaginato che dopo un po’ la pigrizia avrebbe avuto il sopravvento, e mi sarei stufata di leggere in inglese, abbandonando così l’opera. Onde evitare questo, mi sono fatta passare una copia del romanzo in formato pdf che una persona coraggiosa ha voluto tradurre dall'inglese in italiano.
   Purtroppo devo dire che, non essendo un professionista, questa persona ha tradotto alcune parti davvero molto male, tanto che la sintassi delle frasi è a tratti simile a quella inglese, mentre a volte non si capiscono bene i ragionamenti. Per di più ci sono diversi errori di distrazione. In fondo sarebbe bastato far leggere a qualcun altro l’opera conclusa, perché chi scrive ormai non vede più certi errori. Devo ammettere che però anche io ho un cuore, e mi dispiace molto dire queste cose, perché era chiaro l’entusiasmo del traduttore. Non lo biasimo però, perché in effetti ci sono professionisti per questo genere di lavori, e anzi devo dire che è stato proprio coraggioso a imbarcarsi in quest’impresa.
   Ma passiamo al romanzo. Purtroppo non mi sento del tutto di promuoverlo, e non credo che lo rileggerò una seconda volta, anche se è ormai parte di uno dei miei manga preferiti. Quel che ho apprezzato molto di questo lavoro è stata la scelta dei personaggi, mentre non mi è piaciuta affatto la parte investigativa.
   Il caso degli omicidi di Los Angeles di BB era davvero molto, molto complicato, e la cosa non mi ha sorpresa più di tanto. Quello che mi dava fastidio era il metodo di ricerca: la maggior parte delle conclusioni che Naomi Misora ha tratto (seppur guidata da mano esperta – quella del serial killer) sono molto forzate a mio giudizio, tanto da farmi pensare che, se si fosse trattato di un vero caso, nessuno avrebbe mai potuto risolverlo, così come non sarebbe stato possibile per Naomi risolverlo senza le spintarelle di Ryuzaki nella giusta direzione. Mi chiedo anche a cosa sia esattamente servita la loro collaborazione, perché sono sicura che L avrebbe potuto far risolvere il caso a Misora o risolverlo lui stesso, e BB ha messo in pratica una collaborazione inutile, perché la sua trappola per L era attuabile anche senza Naomi.
   L’unica intuizione naturale che ha fatto Naomi Misora è stato qualcosa a cui tutti, e a maggor ragione un’agente dell’FBI, sarebbero potuti arrivare: il fatto che Ryuzaki sapesse della capoeira, quando lei ne aveva parlato solo con L e si era difesa con quella tecnica quando era stata aggredita, l'ha fatta arrivare alla conclusione che il suo collega era l'aggressore. Lì però per forza di cose! Insomma, ci ero arrivata anche io – non esattamente un detective – al fatto che quello era un grosso errore da parte di Ryuzaki, e allora ho capito che lui era BB.
   Il ragionamento di BB per quanto riguardava la costruzione degli omicidi di Los Angeles, il fatto che lui volesse “travestirsi” da ultima vittima perché L non scovasse mai il killer, dato che era morto, era molto bello. E credo che tutte le turbe psichiche di BB fossero ben pensate. Anche io se fossi destinata ad essere una scadente copia dell’originale L m’indignerei, e tentare di sorpassarlo in un caso sarebbe il modo giusto per combatterlo!
   Ciò che mi è piaciuto molto della storia sono stati i personaggi. La scelta di Naomi Misora, prima di tutto! Non che il suo personaggio mi stia particolarmente simpatico, ma è bello vedere in azione una donna in Death Note, ogni tanto, e lei era di certo la più adatta. Ho adorato la fine, quando a sua insaputa incontra L e lo arresta! Divertentissimo lui che tenta di colpirla con la capoeira (e così sappiamo anche come mai ha deciso di impararla)! Mi piace anche la scelta di Mello come narratore. E' una sorta di rivincita contro Near, a mio parere, essere a conoscenza di questa storia.
   Purtroppo però questo voleva essere un giallo, oltre che un omaggio a Death Note, e credo proprio che abbia fallito miseramente il primo intento.