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martedì 28 febbraio 2017

Segnala(la)libro #7

Titolo: La sovrana lettrice
Autore: Alan Bennett

A una cena ufficiale, circostanza che generalmente non si presta a un disinvolto scambio di idee, la regina d’Inghilterra chiede al presidente francese se ha mai letto Jean Genet. Ora, se il personaggio pubblico noto per avere emesso, nella sua carriera, il minor numero di parole rischia una domanda del genere, qualcosa deve essere successo. E in effetti è successo qualcosa di semplice, ma dalle conseguenze incalcolabili: per puro accidente, la sovrana a scoperto quegli oggetti strani che sono i libri, non può più farne a meno e cerca di trasmettere il virus della lettura a chiunque incontri sul suo cammino. Con quali ripercussioni sul suo entourage, sui sudditi, sui servizi di sicurezza e soprattutto sui lettori lo scoprirà solo chi arriverà all’ultima pagina, anzi all’ultima riga. Perché oltre alla irrefrenabili risate questa storia ci regala un sopraffino colpo di scena – uno di quei lampi di genio che ci fanno capire come mai Alan Bennett sia considerato un grande maestro del comico e del teatro contemporaneo.

Premetto che ho un debole per l’Inghilterra e gli inglesi. Non tanto per la letteratura, non faccio mai caso alla nazionalità di un autore, a meno che non scopra che il libro è strettamente legato alla sua cultura.
No, mi piace l’Inghilterra perché mi piacciono alcuni piccoli dettagli. Mi piace l’idea di un cottage in campagna, della sala da tè piena di alzatine con biscotti e pasticcini, mi piace il loro accento e la metropolitana di Londra (così comprensibile rispetto ad altre!), mi piace che lì il teatro non costi uno sproposito e che gli anziani londinesi posseggano così tanta dimestichezza con la tecnologia (mai visti così tanti vecchietti con lo smartphone come a Londra). Insomma, mi piace l’Inghilterra così come piace a qualcuno che non ci vive.
Detto questo, un po’ la famiglia reale mi lascia perplessa. Non capisco questo amore per loro, probabilmente perché non sono inglese. Ammetto di ridacchiare sempre un po’ di gusto quando qualcuno fa delle battutine rivolte a loro, ma non è per cattiveria. Ho raggiunto un grado di simpatia tale per la figura bonaria e totalmente innocua e di facciata che è la regina (almeno come appare al giorno d'oggi), che ormai mi sono presa certe libertà e la chiamo “La Betty”.

Non leggo spesso libri che parlano di libri perché ho paura di scoprire romanzi stucchevoli, smielati – perché è come divento io quando parlo di libri, e una parte di me si odia perché percepisco l’imbarazzo nell’interlocutore. L’ultimo che ho letto deve essere stato un paio di anni fa e ricordo che era carino, ma non abbastanza da recensirlo ad esempio, e con una morale più che mai buonista.
Unire i libri agli inglesi, e più che mai alla regina, è stato un guilty pelasure. Ho già letto Alan Bennett e sapevo più o meno a che cosa andavo incontro, infatti il libro non mi ha delusa.
Perché qualcuno dovrebbe leggerlo? Be’, anche se non amate l’Inghilterra, “La sovrana lettrice” è leggero e divertente, ma offre anche degli spunti di riflessione. In maniera esagerata e paradossale, ci mostra come un libro può cambiarci la vita, e ci fa riflettere anche su alcune caratteristiche della lettura: leggere è importante perché solo così ci abituiamo a pensare, confrontare, farci delle domande. La lettura, che pure può sembrare un atto statico, è il primo passo per l’azione.
La Betty lo sa. Leggere è stata forse l’azione più sovversiva che abbia mai fatto.

lunedì 18 maggio 2015

Segna(la)libro #5: “Mama tandoori” – Ernest Van Der Kwast

Ho da poco deciso che le rubriche, da ora in poi, saranno tutte a cadenza casuale. Curioso è che, appena presa questa decisione, io abbia trovato subito un libro con cui inaugurare la nuova serie di rubriche.
Lo scopo di “Segna(la)libro” è quello di portare maggior attenzione su libri che non sono molto conosciuti ma che ho letto e mi sono piaciuti, di modo che qualcun altro possa conoscerli e magari apprezzarli come ho fatto io. Per fare questo vi riporto solo la quarta di copertina, di modo da poter giudicare esattamente come si fa in libreria. Più in basso, tuttavia, troverete anche dei commenti personali (che a quel punto siete liberissimi di leggere o meno).
 
Ernest ha quasi trent’anni: è un normale ragazzo olandese di origini indiane. Ma la sua vita nasconde un dettaglio imbarazzante: la temibile mamma Veena. Approdata in Olanda da Bombay nel 1969 con due valigie piene di sogni e gioielli, Veena ha sposato il timido studente di medicina Theo van der Kwast, dando alla luce tre figli. Ernest, il minore,  assiste sgomento e affascinato alle peripezie della sua sgangherata famiglia multietnica, di nonna Voorst, che ha il vizietto di uscire nuda sul balcone dell’ospizio, dello zia Sharma, noto attore bollywoodiano, ma soprattutto della vulcanica mamma che, con la sua smisurata faccia tosta, riesce ad accumulare un piccolo patrimonio immobiliare ma anche a rovinare la vita di tutti quelli che hanno la sventura di incontrarla. Una commedia moderna, piccante come il peperoncino, su una madre che, per fortuna, non è la vostra.
 
Tre motivi per leggere questo libro:
L’autore riesce a narrare con una vena umoristica di fondo sia i momenti felici e che i momenti tristi della vita, e ci dimostra che anche nelle situazioni peggiori si può comunque essere felici.
Questo libro fa veramente ridere, non come quelli che vengono pubblicizzati come la commedia dell’anno e invece non ti fanno nemmeno piegare le labbra in una smorfia. Magari non fa sganasciare, ma sicuramente un risatina, causa le sue tragicomiche vicende, ve la strapperà.
Se pensate che la vostra famiglia sia strana, rumorosa e a volte eccessiva, questo libro vi farà felici: c’è sempre qualcuno con una famiglia ancora più strana, più rumorosa e molto più eccessiva della vostra.

giovedì 5 febbraio 2015

Carta canta #1: Candy Girl – Diablo Cody

Qualcuno si ricorda del film “Juno”? Per inciso, si tratta il film che ha generato su mtv la proliferazione di programmi riguardo teenager incinte e ragazze madri. Il film non ha la stessa linea becera di quei programmi, ma guarda caso il mondo si è accorto che le giovani madri potrebbero scatenare l’interesse del pubblico.
Ma non sono qui per parlare di minorenni incinte o programmi tv dalla dubbia morale, sono qui per parlare di Diablo Cody, che nel 2007 firma la scenografia di “Juno” e si fa conoscere anche oltreoceano.
 
Diablo Cody per i colleghi, Brook Busey per gli amici. Oltre ad essere sceneggiatrice è anche scrittrice, e nel 2006 pubblica il suo libro “Candy Girl – Memorie di una ragazzaccia per bene”. In questo ci racconta del suo trasferimento a Minneapolis per amore e di come, per un anno, abbia fatto la spogliarellista.
Non cominciate a pensare male! Diablo Cody ci informa subito con spassosa autoironia che la sua non è stata una vita di privazioni, un’infanzia di molestie, e non ha subìto alcun trauma mentale che non fosse quello delle sessioni di studio a fine anno, che finivano inevitabilmente con un crollo psico-fisico ma con ottimi voti – qualcuno si rispecchia in lei? Cresciuta in una famiglia agiata e subito assunta in una studio legale, Diablo parte per incontrare Jhonny, conosciuto online, e decide di trasferirsi e cominciare la sua vita assieme a lui. Il suo nuovo lavoro è facile, la sua relazione perfetta, ma c’è qualcosa che manca.
A ventiquattro anni Diablo può ben dire di essere sempre stata una brava ragazza, di non aver mai fatto particolari follie. La sua vita è stata tranquilla ma lei ha ancora voglia di ribellarsi. Perché se non lo fa a vent’anni, quando la fa?
Forte di questa decisione, entusiasta e appoggiata da un comprensivo e quanto mai adorabile Jhonny, Cody inizia con “La serata della dilettante” organizzata dallo Skyway Lounge dove, oltre ad essere la più vecchia, scopre che ballare nuda davanti ad un pubblico non è facile. A dirla tutta, è terrorizzante. Ma c’è una parte di lei che vuole rifarlo.
Inizia così il viaggio in compagnia di Diablo Cody, che ci porta fra un locale e l’altro con le sue battute inaspettate e divertentissime, con le situazioni tragicomiche attraverso le quali è passata. Non lesina sui dettagli sconci e non pone veli su un mondo che non è affatto rose e fiori, tuttavia con uno stile scorrevole, leggero ed energico ci evita ogni tragicità da soap opera.
 
Essendo l’autrice appassionata di musica ci sono moltissimi riferimenti a gruppi musicali, soprattutto rock ma anche alle più famose canzoni pop di sempre. Leggendo non si può fare a meno di pensare alla coreografia che useremmo in una lap-dance se fossimo al posto della protagonista (personalmente, io la farei al buio nella mia camera, senza specchi e senza nessuno che mi guarda a parte lo Spirito Santo, che si sicuro si ammazzerebbe dalle risate), e le canzoni che potremmo usare.
Diablo Cody ci lascia molti spunti, quali “Barbie Girl” degli Aqua, “Armageddon it” dei Def Leppard e “Beast of burden” del Rolling Stones. Per fortuna ci lascia anche due compilation molto utili sulle quali basarci, ossia «dieci canzoni migliori per spogliarsi» e «dieci canzoni che non si dovrebbero mai usare in uno strip.» Non sia mai che volessimo provare.
Lascio a voi scoprire quali sono e scoprire tutti gli altri titoli, che personalmente adoro, che accompagnano questo libro anomalo e divertente. E vi lascio alla canzone con la quale Diablo Cody si spogliò la prima volta: “Rag Doll”, Areosmith.
 
 

lunedì 10 settembre 2012

The Album - Spoiler 20

   Capitolo venti: Touches you, o Arruolato nell'esercito
   Lyrics usate: I wanna be your sister, wanna be your mother mother too. / I wanna be your brother, wanna be your father too.
   Spoiler:
   «Be’ non è andata male, in fondo», dice Andrea allacciando la cintura.
   «…»
   «Insomma, poteva andare peggio. Conoscendola, poteva dire cose molto peggiori. Poteva continuare a infierire. Anzi, sai una cosa? Credo che tu le stia simpatico.»
   «…»
   Andrea mia guarda preoccupata. «Se vuoi… se vuoi le dico che ti ha dato fastidio. Si scuserà se glielo dico, ci tiene a essere corretta.»
   Metto in moto. «…»
   «Michael! Dì qualcosa! Mi dispiace!»
   Io la guardo prima di partire. Sono sconvolto.
   «No, dai, sono stati simpatici», esalo. «La prossima volta che ti verrà voglia di fare una cena in famiglia, però, ricordati che ci sono io. Sono un grande attore, posso interpretare contemporaneamente tutta la tua famiglia. Voglio essere tua sorella e voglio essere anche tua madre. Voglio essere tuo fratello e tuo padre. Okay?»
   «Ma io non ho fratelli.»
   «Non importa, basta che tua madre la faccio io.»
 
 
   Allora, eccomi qua. Con un po' di ritardo, mi scuso, ma ho avuto un po' di impegni negli ultimi giorni.
   Ho trovato questa scritta/gif in giro su internet e mi è piaciuta tantissimo, quindi ve la posto così potete rubarla e salvarla sul vostro pc!
 
   Il prossimo capitolo sarà divertente (spero, altrimenti significa il mio personale fallimento xD), e dopo la fanfiction inizierà ad avviarsi verso la sua fine. Certo, i capitolo sono ben venticinque, quindi è ancora presto per parlare di fine, però la trama comincierà a intripparsi per giungere alla sua conclusione.
   Nel frattempo spero di non annoiarvi con questi capitoli che sembrano un po' tappabuchi, e in effetti lo sono.

sabato 25 agosto 2012

L'importanza di chiamarsi Ernest - Oscar Wilde

   Era da molto che volevo leggere “L’importanza di chiamarsi Ernesto”.
   In realtà sono un’accanita lettrice di Wilde, per cui è da molto che penso a farmi la collezione delle sue opere (il prossimo libro di Wilde che comprerò sarà il “De Profundis”, l’ho già adocchiato in libreria).
   Non c’è un preciso ordine in cui proseguo, fin ora ho letto “Il ritratto di Dorian Gray”, “Il fantasma di Canterville”, “Il delitto di Lord Arthur Savage” e altri racconti.
   Questo è il primo testo teatrale di Wilde che leggo.
 
 
   Con i testi teatrali ho sempre avuto una certa difficoltà. Non mi risultano scorrevoli come un libro, e spesso li trovo difficili. “L’importanza di chiamarsi Ernesto” è solo il secondo che ho letto in maniera scorrevole (l’altro è “Novecento”, di Alessandro Baricco).
 
   Da un lato sono rimasta leggermente delusa, dall’altro molto contenta di questo libro.
   Partiamo dalle cose belle:
   Storia divertente e piacevole da leggere, dialoghi assolutamente scorrevoli ed evocativi. Riuscivo ad immaginarmi tutta la scena e i personaggi quando leggevo, e dalle loro frasi si riesce anche a capire la loro personalità.
   La pecca più grande, in generale, è che è una storia decisamente frivola. Troppo leggeva! Fa ridere, certo, e magari qualche volta la si potrebbe anche rileggere, però una volta che la finisci non ti rimane nulla di importante da ricordare, nulla a cui puoi tenere eccessivamente. È come andare al cinema a vedere una delle tante commedie: carina, divertente, ma sostanzialmente vuota.
 
Oscar Wilde
Franco ed Ernest
L’edizione di “L’importanza di chiamarsi Ernesto” che mi hanno regalato per il mio compleanno mi ha chiarito delle cose riguardo alla traduzione italiana. Un po’di tempo fa avevo detto che mi sarebbe piaciuto leggere un’edizione in cui veniva mantenuto il gioco di parole di Wilde: Ernest è un nome di uomo, ma significa anche “onesto, sincero”. Alcune edizioni cambiano il nome di Ernest con quello di Franco, in modo da mantenere questo gioco di parole. L’introduzione al testo di L. Lunari mi ha fatta ragionare sul fatto di ritrovarmi quel nome in mezzo al testo. Effettivamente devo ammettere che ritrovarmi un Franco in mezzo delle Gwendolen, delle Cecily e degli Algernon sarebbe terribile. Ovviamente, non avendo mai tradotto nessun libro, non mi era neanche mai passata per la testa una problematica del genere. Comunque sia so cosa significa “ernest” e quindi l’intera faccenda è in realtà solo un capriccio (tanto più che ho il testo inglese a fronte, per cui posso leggermelo in inglese quando voglio).
 
Il film
   Di questo libro è stato tratto anche un film nel 2002, diretto da Oliver Parker, che io consiglio vivamente. Gli attori principali sono Colin Firth e Rupert Everett, che trovo decisamente azzeccati per il ruolo (soprattutto il secondo nella parte di Algernon), accompagnati da attrici sicuramente all’altezza, come Reese Witherspoon, Frances O’ Connor e Judi Dench.
   Ecco una piccola scena del film, a voi se vederlo o meno:
 

venerdì 17 agosto 2012

Dove ti portano le parole

   Dopo aver visto il film ed aver ossessivamente cantato “Addio e grazie per il pesce” per circa una settimana, ho finalmente deciso di leggere il primo libro facente parte della collana della “Guida”, di Duglas Adams (1952 – 2001).
   Tanto per cominciare ne approfitto per rivedere il video, ed ecco a voi il canto dei delfini:


   Molto difficile spiegare la trama di questo libro. Non lo farò perché mi sembra troppo complicato, ma soprattutto perché penso che una trama lo farebbe sembrare oltremodo sciocco e non gli renderebbe giustizia. In realtà è assurdo, qualcuno potrebbe addirittura definirlo stupido, però è divertentissimo, e lo consiglio a tutti quelli che non pensano che la letteratura debba per forza essere una spaccatura di maroni.
   Ahivoi, ora mi permetto di fare una digressione.

   Non so come mi sono avvicinata alla lettura, ma da quel che mi ricordo leggo fin da quando ero bambina, e posso dire con assoluta sicurezza che avvicinarmi ai libri è una delle cose migliori che ho fatto fin ora nella mia vita – certo, inconsapevolmente, ma dovrò pur darmi qualche vanto, no?
   Entrando a contatto con lettori di ogni sorta (grazie alla passione dei libri ho avuto la fortuna di conoscere persone meravigliose) ho capito che non tutti hanno la mia stessa concezione della lettura. Prima non pensavo nemmeno che ci fosse, una concezione della lettura. Io leggevo e basta, e davo per scontato che le persone la pensassero come me. In realtà non è un pensiero profondo, è solo: leggere mi piace, perciò lo faccio.
   Ovviamente con il tempo ho sviluppato dei gusti in fatto di letteratura, e ho iniziato a preferire alcune letture ad altre, ma di una cosa sono sempre stata convinta e tranquilli, fra poco arriveremo al nocciolo del discorso. Se per caso inizio a leggere un libro che non mi piace prima di tutto significa che ho letto almeno una buona porzione di libro, ma che misteriosamente ci ho messo secoli – quando invece è risaputo che un libro che ti prende lo leggi in tutti i momenti liberi della giornata e di conseguenza lo finisci in un petosecondo. Tuttavia sono ottimista per natura e ad ogni pagina mi dico «dài che ci siamo, dài che adesso succede qualcosa di veramente, veramente fico!» Solo quando a metà libro ancora non accade nulla mi rassegno all’evidenza, lo lancio in qualche angolo oscuro della camera, e penso amaramente che, ancora una volta, mi sono lasciata ingannare dalla copertina (sì, io sono una di quelle che viene attratta dalle copertine).


   Il punto è che non leggerei mai qualcosa che non mi piace per forza, e non leggerei mai qualcosa solo perché è famoso anche se la trama non mi interessa. C’è gente, invece, che lo fa. C’è gente convinta che la narrativa debba per forza mandare un messaggio, avere uno scopo, ed essere in generale qualcosa su cui spaccarsi la testa per comprenderla, con significati nascosti, metafore, e chi più ne ha più ne metta.
   Io credo che prima di tutto la letteratura debba essere un piacere. Parto dal presupposto che lo scrittore, quando scrive, lo fa per piacere personale in primis, perciò anche leggere la sua opera dovrebbe essere un piacere. Secondo me Dante si offenderebbe a morte se sapesse che generazioni di studenti sono costretti a studiare la Divina Commedia, e che quindi per riflesso più della metà di loro pensa che sia utile solo come fermaporte.
   Purtroppo ho conosciuto gente che considera certi libri sciocchi e superficiali perché questi non sono pieni di ragionamenti filosofici, dialoghi strappalacrime, o parole astruse.
   Leggere dovrebbe essere qualcosa di piacevole. Ci lamentiamo perché le persone non leggono più come una volta? Sinceramente non me la sento di biasimare un ragazzo che non si avvicina alla lettura perché è abituato a pensare che tutta la letteratura sia come quella che gli insegnano a scuola. Ha ragione, cacchio! Se tutti i libri devono essere come “Il ciclo dei vinti” o “Una stanza tutta mia” nemmeno io leggerei poi così tanto.
   Non è affatto un reato se un libro è leggero, scorrevole, facile da leggere. Non significa che sia pessimo se parla di cose di tutti i giorni, o di cose impossibili. Un libro può parlare di quello che vuole, ed è a seconda dei gusti che ci rimarrà nel cuore o che ce lo dimenticheremo, non a seconda di quanto ci ha fatto scervellare durante e dopo la lettura.

Io, quando mi dicono che Jane Eyre è un bellissimo classico

   Okay, questa era iniziata come una recensione, poi è finita in un… in un qualcosa che non saprei definire, un’idea forse. Per un secondo ho pensato di staccare i due argomenti e fare due post separati, ma poi ho pensato che non era un brutto post così com'è venuto.
   Riguardo a “Guida galattica per gli autostoppisti”, se non siete quel genere di lettori che qui mi sono tanto impegnata per denigrare, allora ve lo consiglio come libro, se non altro per avere la risposta a La Vita, L’Universo E Tutto Quanto.

domenica 13 maggio 2012

The Album - Spoiler 3

   Capitolo tre: Rain, o Frappuccino medico
   Lyric: I'm ready for more then this.
   Spoiler:
   «No, fra una cosa e l’altra da fare ho smesso. Comunque sono stufa di ballare al Jewel, non è proprio il massimo, se lo prendi per il verso sbagliato può essere orribile.»
   «E tu lo prendi così?», domando corrugando le sopracciglia. Sono stranito, se ha resistito per due anni significa che non era proprio distrutta, oppure che era disperata.
   «Diciamo che, ultimamente, ci sto pensando tanto. Vedo quel che sei riuscito a fare tu, poi è morto Pagnin, e mi vengono in mente tutti gli anni scorsi. Ho sprecato tante occasioni. Ma fare la spogliarellista non è il sogno di una vita, diciamocelo, e credo di essere pronta per fare qualcosa di più di questo
When it rains!
Adoro questa foto, e solo per le gocce di pioggia.

domenica 6 maggio 2012

The Album - Spoiler 2

   Capitolo due: Lollipop, o La danzatrice
   Lyric: Suckin' too hard on your lollipop.
   Spoiler:
   «Andrea?» Questa volta non lo dico con piacere e stupore, ma con la gola secca e gli occhi spalancati. Lei non da l’impressione di avermi visto e continua a ballare tirando fuori dal reggicalze un chupa chupa, che scarta sul palco di fronte ad un amico di Richard e mette in bocca mentre la canzone continua. Mi allontano dal palco a passi veloci, le mani in tasca e la testa bassa, e mi incastro in un angolo della sala senza perdere di vista Andrea che si agita sul palco come una forsennata.
   Dio, “Succhia forte il tuo lecca-lecca”, ma come mi è venuto in mente?!

       


Intervistatore: Non è troppo difficile da gestire come fratello minore?
Yasmine: Oh, no! E' molto semplice...

martedì 3 gennaio 2012

Tagliata in due da Dexter, il Vendicatore

   È l’una e tredici del mattino, e queste sono le prime impressioni a caldo che ho avuto del primo romanzo di Jeff Lindsay, “Dexter, Il vendicatore”.
   Pubblicato per la prima volta nel 2004 con il titolo “La mano sinistra di Dio” (“Darkly dreaming Dexter”, in inglese), il libro ha avuto successo immediato, diventando un best seller. Questo ha fatto sì che nel 2006 ne venisse prodotta una serie dalla Showtime, che è diventata, oserei dire, più famosa del libro stesso. Ho conosciuto infatti per prima la serie televisiva “Dexter”, che mi ha oltremodo affascinata, e così dopo parecchio (all’alba della sesta stagione) mi ritrovo a leggere il libro.
   Essenzialmente ci troviamo di fronte alla stessa trama, e per chi ha visto la serie non è più una sorpresa così grande. Tuttavia nessuno gli risparmia la mia critica, perché, ahimè mi duole ammetterlo, ma questo è uno dei rarissimi casi in cui lo show televisivo ha fatto un lavoro migliore del libro.
   Non voglio però confrontare le due cose, assolutamente, perché la carta stampata ha meccanismi del tutto diversi da quelli della pellicola, ma se, nel loro ambiente, dovessi votare i due lavori, darei a questo libro un sei e mezzo, mentre la serie si prende come minimo un nove.
   Perché?
  
   Ovviamente non posso che ammirare la scelta del protagonista: un uomo orribile, un mostro, come lui stesso si definisce, un malato mentale, un serial killer! Se lo vedessimo al telegiornale lo chiameremmo in questi e molti altri modi, anche poco lusinghieri, ma di certo non: il fichissimo protagonista dell’ultimo libro che ho comprato. Non che io ammiri il lavoro dei serial killer, ma ammiro Jeff Lindasy per averci provato (ed esserci riuscito!) e aver preso come protagonista, come ufficiale “bravo ragazzo”, un assassino della peggior specie!
   Esistono già, nella storia della letteratura moderna e contemporanea, personaggi negativi protagonisti. Tuttavia credo che oggi l’immagine del serial killer sia il cattivone per antonomasia. L’idea di poterlo trovare affascinante, provare simpatia per lui, addirittura stare dalla sua parte, era qualcosa che non balenerebbe in testa a nessuno se non fosse per la bravura di un autore. E qui torno ad ammirare Lindsay, che ha reso un personaggio socialmente inaccettabile il nostro eroe.
   A questo punto sorge spontanea una domanda: «Come ha fatto?». Purtroppo non ho nessuna teoria al riguardo, perché qui arriviamo al nodo negativo di questa recensione, ovvero lo stile.
   Dire che non mi è piaciuto non è del tutto vero. La narrazione in prima persona rende possibili certe… confidenze, certe frasi che usiamo nel parlato ma che solitamente non useremmo per uno scritto, ed è proprio questo che a volte non mi piace: credo che lo scrittore si prenda troppe licenze con questo escamotage. E in “Dexter” di licenze ne sono state prese parecchie! È una questione di gusti, me ne rendo conto, ma credo che in questo Lindsay abbia esagerato.
   Passiamo ad un altro punto che mi ha fatto riflettere. Il tono del romanzo è di certo leggero, il protagonista tende a buttare tutto sul ridere anche nelle situazioni più cupe, e questo è di certo un bene secondo me, perché altrimenti il tutto sarebbe troppo serioso, e allora sì che ci renderemmo conto che il nostro amato protagonista è un brutale serial killer che ode voci che lo incitano ad uccidere! Il che lo renderebbe piuttosto spaventoso, per nulla simpatico, no no… Quindi in pratica mi è piaciuto questo andare avanti in maniera divertente, ironica.
   Arriviamo al punto dolente, perché ce ne sono un paio belli grossi.
   Questo romanzo manca di particolari, e i momenti di tensione svaniscono quando dovrebbero essere al loro picco.
   Punto primo: i particolari. L’autore si è dilungato molto a parlare di quanto Dexter si senta inumano, di quanto sia privo di sentimenti (la cui cosa poi viene smentita continuamente nel corso della narrazione, e soprattutto per come si risolve alla fine la storia), ma non ha dato alla trama e a certi aspetti della sua vita lo stesso spessore, cosa ingiustificata data la prima persona. Il protagonista avvia una ricerca quasi da detective, ma le intuizioni, il ritrovamento di prove e l’articolazione di ipotesi (queste ultime due poi sarebbero il suo lavoro) semplicemente non ci sono. Dexter va avanti a intuizioni, quasi a tentoni, e con una fortuna sfacciata riesce a risolvere la situazione! Inoltre la sua vita privata, già quasi inesistente, ha quel poco di slancio con la storia di Rita, che lui afferma essere importante per la sua facciata da persona normale, ma sembra che non appena Lindsay raggiunge il suo scopo (ossia, appunto, la scopa inteso come verbo) ci dimentichiamo di Rita, e dei passi avanti in una relazione che, mostro o non mostro, anche Dexter deve compiere, o per lo meno fingere.
   Infine i momenti di maggior tensione, verso la fine del romanzo, semplicemente scompaiono, anche se io ancora non ho capito il perché. Forse è solo perché già sapevo come andava la storia. Ma davvero, la parte che doveva emozionarmi di più mi ha lasciata quasi indifferente, anzi peggio! Ero in uno stato da «Ma quando la finiamo?» Mi sono ritrovata ad apprezzare di più tutto il resto del racconto, che il nodo cruciale della trama.
   Il finale, poi, è semplicistico. Non viene neanche spiegato per bene. Ecco, questo mi ha talmente indignata che non ho voglia neanche di spenderci parole. Dev’essere stato lo stesso stato d’animo di Linsday quando ha scritto quel maledettamente corto epilogo.

   Alla fine? Alla fine questo libro mi trova impreparata a dargli un voto finale. Probabilmente è a causa di Michael C. Hall, che nei panni di Dexter mi ha fatta affezionare a lui. È tutta colpa sua…
   Sono talmente divisa che sono certa di due cose: la prima è che mi è piaciuta più la serie, la seconda che continuerò a leggere i romanza di Dexter. Eh sì, possiamo dire che, alla fine, in modo piuttosto intricato, Lindsay ha vinto anche su di me.

sabato 22 ottobre 2011

Oh! Oh! Oh!

Ho appena finito di leggere/guardare Kuroshituji, o The Black Butler, come si voglia, si Yana Toboso. Ora, considerando la mia passione per i personaggi cattivi e carismatici, considerando il fatto che mi piacciano i manga un po’ diversi che non parlano solo di scuola o di combattimenti, considerando la figaggine di Sebastian… come possono non essere stata conquistata?! Anzi, rapita. No, se vogliamo essere proprio precisi, rapita e segregata da questo manga! Possibilmente segregata a casa di Ciel Phantomhive, ovvio.

Allora, per prima cosa, per coloro che non hanno letto questo manga, ve lo consiglio caldamente, è divertente ma soprattutto interessantissimo! Iniziando a leggere la storia di fondo, quella del contratto fra Ciel e Sebastian, anche se mi aspettavo che non succedesse tutto subito, certo non mi sarei mai e poi mai immaginata che, mentre aspettiamo di scoprire chi sono gli assassini dei coniugi Phantomhive, le vicende sarebbero state dei gialli. Insomma, tutto, a partire dal caso di Jack lo Squartatore, passando per il Noah’s Ark e l’assassino a Casa Phantomhive, per finire nell’attuale nave da crociera infestata, è assolutamente, assurdamente, irrimediabilmente magnifico!
Sono davvero contentissima di avere iniziato a leggere Kuroshituji perché mi piace un sacco, è innovativo e i personaggi sono molto fascinosi.

Parliamo dei personaggi, che, dopo la storia, sono la cosa più interessante che esiste. Ma ci credete che li adoro tutti? Davvero, non ce n’è uno che non mi piaccia, che mi annoi, che io trovi esagerato, come mi capita invece in molti manga che leggo.
Insomma, alcuni in certi manga sono talmente esagerati da risultare… pacchiani, non saprei come altro definirli. Comunque, più o meno in ordine di preferenza, eccovi una bella scarrellata di immagini:


Sebastian Michaelis. Personalmente, se me lo ritrovassi davanti, farei un contratto con lui solo per tenermelo affianco. Il fatto poi che debba divorare la mia anima… hm, ci penserò a tempo debito.
Comunque Sebastian è il migliore perché è malvagio e carismatico, anche se personalmente a volte credo che l’autrice esageri a farlo essere così perfetto, qualche debolezza anche in lui lo farebbe molto più interessante.
Credo che Ciel cominci a piacergli (non in senso yaoi, non emozioniamoci troppo!), a volte rimane stupito da quello che il suo bocchan dice, lo protegge, lo aiuta anche in compiti che vanno oltre a quelli di demone e di maggiordomo. Indi per cui sono molto curiosa di vedere se fra i due si svilupperà un rapporto più profondo (eventuali yaoiste, vi prego di non leggere qualche doppio sens in questa frase! xD).


Passiamo oltre, a voi Grell Sutcliffe! Non per essere ripetitiva, ma adoro anche lui. Insomma, ve l’ho detto che li amo tutti, sono tutti favolosi. Grell e Sebastian, in particolare, si contendevano il primo posto, ma alla fine ha vinto Sebastian perché è più cattivo, ah ah!
Comunque, mi piace Grell perché è divertente, fa sempre un sacco di scena e mi fa ridere da matti quando ci prova con Sebastian e lui, puntualmente, fa la faccia schifata. Leggendo qua e là ho trovato scritto che Yana Toboso diceva che nonostante l’infatuazione per Sebastian il vero amore di Grell è sempre stato William. Se così fosse mi piacerebbe un sacco, mi vengono in mente un mucchio di fanfiction, ormai il mio cervello ragiona a fanfiction! Si ciba di fanfiction! Oddio, sono malata!


Terzo nella scala delle preferenze c’è, ovviamente, Ciel Phantomhive. Mi piace soprattutto per il suo carattere: generoso, tenero, gentile, magnanimo, e il fatto che tenti di nascondere tutte queste qualità dietro ad una maschera di odiosa e saccente arroganza mi fa impazzire. Anche il suo rapporto con Lizzy mi piace, per quanto lui tenti di nasconderlo in realtà lei gli piace molto, e le vuole bene.



Metto assieme, perché sono inseparabili, il principe Soma e l’adorabile Agni. Divertentissimi e, sinceramente, non mi spiacerebbe fingermi una fanciulla in pericolo per farmi salvare da loro così da doverli opoi spitare! Ancora una volta, la mia mente malefica e geniale colpisce! Seh, come no! xD Comunque, mi piacciono parecchio, soprattutto Soma perché ha paura di Sebastian, ah ah!


In quinta posizione stazionano fermamente, in un blocco unito, tre dei fedeli servi Phantomhive: Meirin, Baldroy e Finny. Sono tutti quanti divertentissimi, terrorizzati da Sebastian e veramente disastrosi, ma nascondono un passato oscuro e abilità incredibili.


Mi ritrovo a parlare di Tanaka in seguito, isolato, perché lui è fortissimo! Cioè… No, non posso descriverlo. Il titolo del post dice già tutto.
Silenzio solenne.


Ora basta silenzio però! Perché il prossimo è Undertaker, il becchino che si nutre di risate. Uh uh uh… Che dire su di lui? Be’, mi piace e basta. Tutto qui, davvero. Mi piace il fatto che si faccia pagare in risate!

Ce ne sono anche altri che mi piacciono, ma meglio non strafare per oggi. Insomma, piuttosto: ho visto l’anime, entrambe le stagioni, e mi hanno fatto veramente schifo. Forse ne parlerò prossimamente, goodbye!
Oh! Oh! Oh!

martedì 4 ottobre 2011

Cleptomani, assassini e imbecilli


In un impeto di passione per Rupert Grint sono andata a cercare la sua filmografia, e ho trovato qualcosa di curioso che sembrava divertente, “Wild Target”.
Il primo punto a favore del film è stato di sicuro il cast: oltre a Grint c’erano Bill Nighy, che ho adorato fin da quando ho visto “Love Actually”, Emily Blunt ("Il diavolo veste Prada"), Rupert Everett e Martin Freeman, fra i principali. Insomma, che altro si può chiedere dalla vita? Tutti gli attori principali li adori!, che altro c’è da fare? E' come servire a un affamato un pollo arrosto.

La trama, senza troppe anticipazioni, parla di un assassino cinquantaquattrenne, Victor Maynard (Nighy), che vive da solo, ha delle abitudini rigorose e una madre davvero troppo orgogliosa di lui e anche troppo ficcanaso. L’ultimo dei suoi incarichi è una ragazza di nome Rose (Blunt), che ha truffato un ricco collezionista al mercato nero. Rose è furba, disordinata, agitata, è possibile che soffra di cleptomania -o forse è solo fatta così-, ed è l’opposto di Victor. Fin qui, diciamo che il film è abbastanza prevedibile: due personaggi contrastanti. La ragazza gli sfugge una volta e il cliente decide di chiamare un altro assassino. Per non vedersi scappare l’incarico Victor lo uccide a sangue freddo e con grande precisione ma, dopo una serie di equivoci, si ritroverà guardia del corpo di Rose, si ritroverà un giovane apprendista di nome Tony (Grint) e si ritroverà a dover fare finta di essere un detective privato. Si ritroverà molte gatte da pelare, in pratica, compresa quella rosa che c'è sulla locandina.


Io, sul serio, quando ho visto il trailer mi aspettavo che fosse divertente, ero già preparata a quello che avrei visto. Ma è impossibile prepararsi a qualche cosa del genere! Ho riso fino a spanciarmi per metà film, le battute, le situazioni imbarazzanti, i personaggi! Per l’altra metà sono rimasta abbastanza in tensione. Di tutto il cast metà muore, una parte finisce all’ospedale, e solo una piccola parte sopravvive. Con quel numero di morti incredibile mi stava assalendo il dubbio di un finale triste; morti tutti, sangue ovunque, ultimo poetico sguardo dei due innamorati… Ah!
Non vi dico come finisce.


C’è da dire che una buona parte del film, a parte le risate e la tensione finale, è anche tenero. Ecco, questo non me lo aspettavo.
Forse perché c’è di mezzo una strana storia d’amore, per nulla convenzionale, fatta tutta di litigi (ma quale bella storia non lo è?) e massaggi ai piedi, di gesti gentili non voluti e male interpretati.
O forse per il povero Tony, che delle volte nel suo modo di fare ingenuo e super-impacciato è tenero, e non scontato come molti altri personaggi costruiti su questo modello. E’ molto ben calibrato in quel senso, perché anche se è un personaggio fatto apposta per far ridere e fare tenerezza allo stesso tempo, ha anche il suo, come dire?, lato oscuro. Insomma non è solo quello, c’è dell’altro al di là della sua faccia da pollo, qualcosa che delinea la storia del personaggio e gli dona più di una sfaccettatura sola.
Così come si intende il passato di Viktor, con una famiglia come la sua ci si chiede: questo poveretto che altro avrebbe potuto fare nella vita? Era destinato! E in un certo senso anche costretto, secondo me, a diventare killer professionista (a partire dalle figurine di pistole attaccate sopra la culla). Forse è proprio Viktor l’unico per cui mi dispiace.
Riguardo al personaggio di Emily non ho molto da dire, sembra la solita ragazza un po’ fuori di testa e con una grande voglia di essere libera, che usa per i suoi scopi metodi assolutamente non convenzionali.


L’unica cosa che forse, ad un’analisi più attenta, ho notato e non mi fa impazzire, è che il personaggio di Tony, anche se per molti versi è dissimile da quello ‘canonico’ di Ron Weasley interpretato da Grint, diciamo che un po’ lo ricorda: impacciato, un po’ sciocco delle volte, credulone, fa ridere, dice sempre la cosa giusta per sdrammatizzare. Hmmm… be’ alla fine non è un grosso problema, e il film è piacevolissimo –no, okay, è una figata.

In sintesi, Wild Target è da vedere assolutamente, adatto a tutti (ecco, magari un pubblico maggiore di dodici anni per morti e questioni di sesso) è leggero, non troppo impegnativo ma, vi assicuro, ve lo ricorderete per un po’!

lunedì 26 settembre 2011

Ciao, suolo!

Un po’ di divagazioni mentali ogni tanto vanno bene. Sembra che io stia facendo di tutto per diventare un otaku, e già il fatto che sappia che cosa significa otaku la dice lunga. Mea culpa!
Comunque sia mi sto fissando parecchio con: “Kuroshituji” e annesse fanfiction, le fanfiction in generale, “Devil beside you” (il drama di “Lui, il diavolo”, o “Akuma de soro”) e annesse fanfiction, mi sono fatta una scorpacciata di tipo tre ore di “Lovley Complex” rivedendo le mie parti preferite e, in definitiva, non ho fatto niente per tutta la mattina. Fortuna che ho lezione oggi pomeriggio così non mi sento una babbea vera.
A parte questo, mi è venuto in mente che questo blog, oltre ad una pubblicità per le mie fanfiction, si sta trasformando in un commentario di tutto ciò che leggo: libri, fanfiction, originali, anime, manga… Quindi ora ci aggiungerò anche i film. E per cominciare un bel film che ho visto proprio ieri sera, “Guida galattica per autostoppisti”.


La cosa che mi ha catturato è stato di certo l’inizio: la canzone dei delfini. Se dei delfini si mettono a cantare non posso mica resistere. Dopo quella, mi aveva già conquistato.
Allora, vi avviso, tanto per essere sicuri: se vi piacciono i film strappalacrime, con un filo logico, con una trama concreta e magari sui quali scervellarsi per comprenderne il significato profondo, questo film non fa per voi. Se non rientrate in questa categoria guardatelo, perché fa sbellicare dal ridere! Tutto, dalle poesie più brutte dell’universo, all’arma che cambia il punto di vista, passando per il Dio Starnuto (salute), i topi intelligenti e l’improbabilità. Quest’ultima, in particolare, è un concetto che mi è piaciuto molto. Ad essere sinceri non so nemmeno se l’ho capito a fondo, ma non importa!

Vi lascio con il monologo del cetaceo tratto dal film, e il bellissimo testo della mia nuova canzone preferita.

Addio, e grazie per il pesce.

Addio e grazie per il pesce,
anche se in fondo ci rincresce.
La vita a volte va così.
L’intelligenza che c’è in voi,
non vi ha mai resi come noi.
Non c’è rispetto verso le cose belle.
Vi salutiamo e grazie per tutto il pesce.
Il mondo si distruggerà,
la colpa è vostra e si sa,
e alcuni l sapevano già da tempo.
La pesca qui è tragica,
è fuori da ogni logica.
Ma moli di voi non sono cattivi affatto.
Addio,
vi salutiamo e grazie per tutto il pesce.
Io in testa ho un pallino,
posso avere un pesciolino?
Una cosa vorrei fare:
imparare a cantare.
Che gioia infinita.
Tutti nell’oceano della vita.
Addio,
vi salutiamo e grazie per tutti il pesce!