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domenica 22 ottobre 2017

YOU'LL FLOAT TOO

Ieri sera sono andata a vedere IT al cinema.
Ho conosciuto la vecchia miniserie tardi, non l’ho vista come un sacco di gente della mia generazione, appartenente facendosela addosso al buio dopo essere tornati a casa da scuola il pomeriggio. L’ho vista quando ero abbastanza grande da capire che non potevo aspettarmi più di tanto da una serie per la tv, e anche abbastanza grande per capire che l’unica cosa veramente bella era Tim Curry.
Al film darei un 7-, voto di tutto rispetto secondo me, dato che viene da una persona che ha letto e amato l’originale (ed è da ieri sera che ho voglia di rileggerlo).

Un tempo pensavo che le trasposizioni cinematografiche dovessero essere il più fedeli possibile al libro, ma ora non sono della stessa idea.
Un libro può rendere molto più a livello di sensazioni, un film è migliore a un livello immediato. Mentre il libro si insinua sottopelle il film ti colpisce dritto in faccia, è comunque giusto che siano diversi per poter sfruttare al meglio le loro caratteristiche.
Questo non significa che un film possa distruggere un romanzo come e quando vuole, ma deve rispettare l’universo della storia. Ad esempio non mi interessa se ogni scena non riprende esattamente il libro, ma mi infastidisco se un personaggio viene snaturato, eliminato, o una situazione che ne lega altre viene ignorata. In questo IT è stato un film giusto: pur mettendo mano alla storia non ha ‘ucciso’ l’universo che King aveva creato, lo ha semplificato di molto. (C’è solo un dettaglio che non mi è andato giù, attenzione SPOILER: non puoi far morire Henry Bowers, deve comparire da pazzo psicotico nel prossimo!)

Ciò che mi è piaciuto del film è stata la parte più normale e tranquilla, quella che parla dei ragazzini e di come vivono l’estate. Il modo in cui si conoscono, le piccole storielle sentimentali che si vengono a creare, il loro rapporto d’amicizia che si fa più stretto grazie alle avventure cui vanno incontro (e non mi riferisco solo al mostro, ma anche ad esempio alla lotta con i bulli). L’atmosfera più piacevole, quella ricreata meglio, è l’infanzia e l’età strana in cui non sei più bambino ma non sei ancora nemmeno adolescente e più disincantato.
La parte meno riuscita è quella horror. Nulla da dire riguardo all’attore che ha interpretato il clown, inquietante pur con una caratterizzazione diversa da quella di Tim Curry ma, secondo me, voluta. I paragoni sarebbero stati inevitabili e penso che sia stato meglio allontanare le due interpretazioni di IT il più possibile, proprio per rendere il paragone difficile e inutile da fare. Questo Pennywise non è unicamente mostruoso, come quella della miniserie, ma anche a tratti ridicolo in un modo che mette i brividi.
Ciò che non mi è piaciuto è il modo in cui il film tenta di spaventarti: jumpscare, jumpscare ovunque. Credo che con un personaggio del genere, una storia così e degli effetti speciali che non puntavano al realismo, si dovevano usare tecniche più vecchie. Il jumpscare è facile, d’effetto, ma lascia insoddisfatti, non è una paura reale ma una paura d’impatto e inevitabile. La paura vera è quella che non finisce con la fine della scena ma quella che ti accompagna durante tutto il film, che fa salire la tensione poco a poco e la trascina fino alla fine tenendoti con il cuore in gola. Il tipo di paura utilizzata nei vecchi film, dove l’effetto speciale più tecnologico era il sangue finto e quindi si dovevano arrangiare con altri modi.
Un peccato per il film, ma penso che coloro che non hanno letto il libro possano restarne molto soddisfatti. Non lo saranno forse i fanatici di King, però io ad esempio, che accetto di buon grado un compromesso tra film e libro, sono stata abbastanza contenta e l’ho guardato con piacere.

Detto questo (e mi rendo conto che ho scritto più di quanto volessi in realtà) ecco il vero motivo del post. Dato che dovranno fare una seconda parte ho immaginato quali potessero essere gli attori che andranno ad interpretare i protagonisti. Non sono riuscita a basarmi più di tanto sulla fisicità degli attori ragazzini, ho pensato più ai personaggi adulti che dovevano diventare e ho scelto attori che apprezzo.

Bill Denbrough: Ryan Gosling
Ho appena visto “Blade runner 2049” e forse è stato quello il punto. Mi ero ricordata dell’esistenza di Gosling dopo aver visto “Drive” ma soprattutto “Veloce come un tuono”.
Riesco ad immaginarlo come capo della banda dei Perdenti, come quello che più di tutti è rimasto un po’ bambino e, proprio per questo, è la forza del gruppo. L’unico che crede ancora genuinamente nella magia di cui il gruppo è capace, che sa che superando i loro terrori e credendo in loro stessi potranno battere IT.

Ben Hanscom: Badley Cooper
Anche questa è una scelta dettata dall’ispirazione, e anche dal fatto di aver visto Bradley Cooper in alcuni film molto belli, a recitare parti complesse.
Penso che sia adatto a portare sullo schermo l’interiorità di uomo che ha una sorta di rivincita sulla vita. Da ragazzino grasso e preso in giro ad architetto benestante e richiesto. Tuttavia rimane un uomo timido, che non ha dimenticato il primo amore della sua vita.

Beverly Marsh: Jessica Chastain
E va bene, questa l’ho scelta perché ha i capelli rossi. Inoltre so che è un’attrice molto capace e può recitare ruoli intensi (vedi “The help” o “Interstellar”).

Richie Tozier: Joseph Gordon-Levitt
Adoro questo attore, lo conosco da anni e ho visto molti dei suoi film, sia commedie che film d’azione. Lo trovo bravo e per qualche motivo riesco ad immaginarlo benissimo a interpretare Richie ‘Boccaccia’ Tozier, lo smaliziato del gruppo, quello che ha sempre la battuta pronta e alleggerisce ogni situazione, ma che è forse il più fedele degli amici di Bill e lo seguirebbe fin nell’inferno – o nelle fogne.

Eddie Kaspbrak: Ben Whishaw
Adoro anche quest’attore, l’ho visto in diversi film e ho sempre trovato impressionante come riesca ad essere versatile. Non penso di poter paragonare nessuno dei ruoli in cui l’ho visto, perché in ogni personaggio in cui si è calato è stato completamente diverso, tanto da non sembrare la stessa persona.
Anche per questo lo ritengo adatto a fare Eddie, il ragazzino ipocondriaco oppresso dalla madre e, poi, un uomo oppresso dalla moglie. Condizionato dalle proprie fisime al punto da farvi ruotare attorno la propria vita, riesce nonostante questo a trovare il coraggio di combattere quando la situazione lo richiede, per l’appunto quasi trasformandosi in un altro.

Mi mancano Stan Uris, Mike Hanlon ed Henry Bowers, per i quali non ho trovato nessuno che mi convincesse e non volevo scegliere attori a caso.

Ammetto di essere curiosa di vedere la seconda parte, ma mi hanno già detto che uscirà nel 2019, quindi aspetterò. Non che sia un problema, è da quando avevo diciassette anni, cioè quando ho visto la versione vecchia, che attendo che ne facciano un remake. Sono paziente. Pazientate con me, e prima o poi galleggerete anche voi.


venerdì 14 luglio 2017

Stephen King: 5 cose che ho trovato nei suoi libri


Causa curiosità riguardo a tutti i libri con una trama vagamente surreale ho iniziato a leggere Stephen King. Causa Il Fidanzato ho continuato a leggere King. Causa abilità nel narrare dell’autore, non posso più fare a meno di King.

Da un po’, ormai, mi sembra di essere circondata da lui. Sarà per l’uscita ad Agosto del film tratto dalla Torre Nera, e a Settembre di IT, ma vedo King ovunque. Una delle cose piacevoli dei suoi romanzi è che, in un certo senso, vai incontro all’inaspettato ma consapevole che alcuni fattori saranno sempre lì a sottolineare il suo stile e il suo universo. È come entrare in casa e scoprire che qualcuno ha ridipinto le pareti. Tutto è nuovo ma familiare al tempo stesso.

A questo proposito ci sono alcune cose che tornano nei libri di King, e sebbene sia uno scrittore molto prolifico e io non abbia letto nemmeno la metà dei suoi romanzi, mi pare di aver individuato alcuni temi cari. Cose che ti fanno capire che ti trovi in un suo libro. Se riscontrate tre o più fattori di questi nella vostra vita, attenti: potreste essere personaggi di Stephen King.



Alter ego

In tantissimi romanzi firmati dal Re esiste un personaggio che è insegnante, scrittore, o che ha velleità artistiche tali da spingerlo a scrivere. Mentre leggo di questi non posso fare a meno di pensare che siano una sorta di alter ego dell’autore stesso, che dopo alcuni lavoretti in gioventù divenne insegnante e poté, dopo il successo dei suoi primi romanzi, dedicarsi totalmete all’attività di scrittore.

Si pensi al famosissimo Jack di “Shining”, insegnante frustrato dalla vita e aspirante scrittore. O al protagonista di “Misery”, che si ritrova nei guai proprio a causa dei suoi romanzi ma, grazie a questi, viene anche salvato. Oppure al più recente insegnante Jake Epping, che troviamo in “22/11/’64”, capace di instillare nei giovani di questo o del precedente secolo la stessa passione per la letteratura che prova egli stesso.



Il gemello cattivo

Per non uscire dall’area ‘personaggi’ ce n’è anche un altro che ricorre spesso: l’alcolista. King lo usa in due accezioni, se è un personaggio negativo si tratta spesso di un ubriacone della peggior specie, violento e con episodi psicotici che vanno più o meno a intaccare la trama – mi viene in mente il padre della Beverly in “IT”. Altre volte però all’autore piace far redimere il suo personaggio, come ha fatto ad esempio con il protagonista di “Doctor sleep”.

Anche questi personaggi mi fanno pensare a un alter ego dello scrittore, poiché King non nasconde di aver avuto molti problemi di alcol e droga nel corso della sua vita. Con questi personaggi quasi mi sembra che voglia mettere in guarda i lettori, per dire che è così che si diventa, con quella roba, che lui lo sa e che non c’è nulla di peggio della dipendenza (da alcol, non da carta e penna).



Casa dolce casa

Stephen King abita nel Maine, uno stato a nord degli Stati Uniti, confinante con il Canada. Non me ne intendo ma a rigor di logica dovrebbe avere un clima rigido, ampi spazi aperti, laghi e viste splendide e tanta neve d’inverno.

Forse lo usa spesso come ambientazione perché lo conosce, o perché gli piace, forse perché i paesi di provincia creano l’ambientazione perfetta per un romanzo dell’orrore. Posti dove i vicini si conoscono l’un l’altro, dove i poliziotti sono abituati a trattare con una rapina a mano armata, tutt’al più, ma non con un assassino furbo e un paio di mostri e fantasmi. Quelle sono cittadine dove un assassino può nascondersi amalgamandosi con la gente comune, e dove un oscuro segreto può essere celato per molti secoli.

Ora che ci penso, luoghi non molto diversi dalle nostre, di provincie…



Fido

Dato che sono una piccola stalker, seguo le pagine twitter di diversi autori, fra i quali Stephen King. Oltre che fare una campagna di boicottaggio contro Trump ogni tanto consiglia libri ma, soprattutto, mette foto del suo cane Molly (AKA The Thing of Evil) in atteggiamenti più o meno distruttivi.

Ora, da una persona che fa così tante foto al cane che, per inciso, è ben pasciuto e dal pelo brillante, mi aspetto che adori gli animali, in special modo i cani. Rimane però il fatto che ho letto più di un libro di King nel quale il cane finisce male. Ma tanto male. Le scene con cani morti o sofferenti mi distruggono, e di solito colui che infierisce sul povero animale è un personaggio pazzo, guidato da forze malvage, o semplicemente cattivo. Sono giunta alla conclusione che lo faccia per scioccare il lettore, perché quale modo migliore per far capire la tempra di un personaggio e nel contempo farlo odiare, se non fargli uccidere un animale che gli dimostra fiducia?

Insomma, mi sa che è una tecnica. Edgar Allan Poe, lo sapeva anche lui, ma preferiva i gatti.



Il male fatto libro

Fra le tecniche e i concetti più usati da King ci ho trovato qualcosa di diverso dai personaggi e le situazioni che ormai sono un suo cliché nei romanzi dell’orrore. L’interpretazione di un sentimento, di una forza che è in ognuno di noi: il male.

In molti libri il cattivo di King per eccellenza è un personaggio (nella serie della Torre Nera e in “L’ombra dello scorpione” abbiamo Randall Flagg, in “Cose preziose” Leland Gaunt e non dimentichiamo la follia che IT porta a Darry, che può contagiare chiunque), ma mi ha sempre dato l’impressione che il discorso fosse più ampio. Ognuno di questi antagonisti ha qualcosa di soprannaturale che va oltre le magie che compie per sopraffare gli eroi della storia. Possiedono una forza che li muove e una volontà che va oltre quella di uccidere, o mangiare bambini o collezionare anime, ma è la volontà di fare del male. Per il gusto di farlo, perché è giusto che il male esista, perché solo con Il Bene possiamo combatterlo e senza Il Male non esisterebbe Il Bene.

Certo poi King rappresenta il bene come una tartaruga spaziale o una vecchia centenaria, ma tant’è. L’importante è che il Male venga sconfitto, che sia un pagliaccio o un ottimo venditore.

mercoledì 28 gennaio 2015

L'occhio del male - Richard Bachman (S. King)

Questo è l’ultimo del malloppone di libri di King che mi sono arrivati a casa ormai almeno sei mesi fa. Ho scelto quelli più interessanti e li ho letti, alternandoli con libri un po’ meno ‘kingheschi’, altrimenti dopo tre sarei collassata. Ma alla fine ce l’ho fatta! Li ho letti tutti e ne sono uscita ancora sana di mente, il che è già una conquista.
Se avessi letto prima “L’occhio del male” Stephen si sarebbe risparmiato molte delle mie battutacce – e anche il mio fidanzato, che prende ogni commento su di lui molto sul personale, manco fosse il suo editore – perché con questo libro si è guadagnato il mio rispetto. Ora la nostra relazione è di amore/odio, un po’ come fratelli, del tipo: «Nessuno può parlare male di Stephen! Solo io!»
 
Billy Halleck è avvocato in una tranquilla cittadina del New England, dove vive una vita ordinaria. Ha una moglie che fuma troppo, una figlia a cavallo tra infanzia e adolescenza, ed è parecchio sovrappeso. La sua esistenza scorre placida fra amici ipocriti, scorpacciate nei fast food e udienze. Finché non investe una zingara.
La settantenne muore sul colpo ma Billy viene dichiarato non colpevole. La carovana di zingari che si era stabilita ai margini della città si ferma abbastanza da seguire il processo ed è subito lampante come il capo della polizia abbia insabbiato le prove a carico di Billy, e come il giudice lo abbia assolto con leggerezza. Non gli tolgono nemmeno la patente. All’uscita del tribunale Billy viene avvicinato da uno zingaro, che lo tocca su una guancia pronunciando una sola parola: «Dimagra.»
Dimentico presto della faccenda e sollevato dal fatto che il processo sia terminato, Billy va in vacanza con la moglie in montagna e gli ci vogliono quei pochi giorni per notare che sta perdendo peso. Inizialmente non vi fa caso, pensando che sia grazie al moto fatto in vacanza, ma quando torna a casa e ricomincia con gli abitudinari tre pasti colossali al giorno, tutta la famiglia nota che c’è qualcosa che non va. Billy comincia a perdere due chili al giorno e la moglie, preoccupata, lo spinge ad andare dal medico. Il referto è rassicurante, Billy è in ottima forma, perdere qualche chilo gli fa bene, ma  ancora non si spiega la repentina perdita di peso.
In poche settimane passa da cento a novanta chili, fino a raggiungere presto gli ottanta. È allora che gli tornano in mente le parole del vecchio zingaro, dimagra, e si convince di essere stato colpito da una maledizione. La sua sicurezza aumenta quando viene a sapere che il giudice che lo ha assolto si sta velocemente trasformando in una lucertola, mentre il capo della polizia si è riempito di pustole fino a diventare irriconoscibile. Nel frattempo la bilancia segna settanta chili.
Billy racconta alla moglie i suoi dubbi, ma lei lo ritiene pazzo e vuole farlo internare in un ospedale psichiatrico. Decide così di partire da solo alla ricerca degli zingari, per costringere il vecchio a togliere la maledizione che gli ha lanciato.
 
Una piccola curiosità e irritazione riguardo questo libro, nella fattispecie per l’edizione italiana. L’occhio del male, un segno di scongiuro che si usa fare con le mani, non c’entra proprio un bel niente con la storia. Il titolo originale del libro è “Thinner”, che secondo me è molto più d’effetto, incuriosisce, ma soprattutto è pertinente alla storia, poiché sono le parole con cui Billy viene maledetto. A questo punto potevano intitolare il libro ‘dimagra’, perché “L’occhio del male” è uno di quei titoli banali che, almeno sotto ai miei occhi, passano inosservati come una cartaccia lungo la strada.
Titoli a parte, questo libro mi ha presa moltissimo. Inizialmente, immagino, perché era piuttosto bislacco. Insomma, di solito si maledice la gente con diaboliche persecuzioni, mala sorte o cose del genere. Invece qui facciamo dimagrire un obeso, quasi a fargli un favore. A questo punto mi farò maledire anch’io, solo un pochino, solo finché non raggiungo il mio peso forma!
La vicenda però prende subito piede, e King ha fatto in modo di tenere alta l’attenzione del lettore per tutta la narrazione. Inizialmente siamo curiosi di vedere come Billy scoprirà di essere maledetto, come potrà barcamenarsi tra la vita di tutti i giorni, il rapporto con la moglie e la paura di quello che gli sta accadendo. Quando poi decide di partire alla ricerca degli zingari inizia una corsa contro il tempo, contro la maledizione: Billy è talmente debole e magro che la gente si ferma a guardarlo, disgustata, e qualunque sforzo può causargli la morte. È questo senso di impotenza e ineluttabilità che ci spinge a proseguire la lettura, per arrivare ad una fine difficile da immaginare.
 
La locandina del film del 1996.
Oltre ad essere un bellissimo romanzo, “L’occhio del male” offre anche spunto per delle riflessioni. La giustizia, il concatenarsi degli eventi, i disturbi alimentari, ma soprattutto la naturale diffidenza che le persone nutrono nei confronti del diverso, e il disprezzo con il quale lo trattano.
Non credo che King volesse a tutti i costi denunciare qualcosa, scrivendo questo libro, sono anzi abbastanza certa che desiderasse solo scrivere un romanzo avvincente. Ma se un romanzo è scritto bene non ha bisogno di sbandierare ai quattro venti che cosa vuole dimostrare, il pensiero e le riflessioni dell’autore saranno intrinseche alla storia, così ben legati da inviare chiaramente un messaggio.
A me è capitato di pensarci, al diverso, mentre leggevo questo libro. Lo consiglierei a chi è diffidente nei suoi confronti, a chi pensa di conoscerlo e a chi lo tormenta per la sua diversità. Non si sa mai come e quando un diverso, dopo tante vessazioni, decide di reagire, però possiamo star certi di meritarcelo. L'unica domanda è: la nostra maledizione sarà equa?

mercoledì 7 gennaio 2015

Le notti di Salem - Stephen King

   Negli ultimi anni c’è stata una sovrappopolazione di vampiri nei libri, e se alcuni hanno mantenuto una certa fedeltà all’ormai mitico “Dracula” di Bram Stoker, altri si sono trasformati a piacimento degli autori in mammolette che farebbero rivoltare il suddetto Bram nella tomba.
   Ecco perché avevo grandi aspettative per “Le notti di Salem”. Speravo di rivedere quei bei vampiri di una volta, quelli che bevevano sangue umano, erano cattivi nell’animo e si ritraevano di fronte all’aglio. E non sono stata delusa.
 
   Jerusalem’s Lot è una piccola cittadina sonnacchiosa del New England, che non si agita più di tanto quando due nuovi abitanti aprono un negozio di mobili antichi e comprano la vecchia tenuta in cima alla collina, casa Marsten. Nonostante la casa sia stata, in precedenza, sede di orribili delitti, il paese ha altro a cui pensare, soprattutto quando un bambino scompare nel bosco e il fratello di lui muore per cause sconosciute.
   Qui inizia la curiosa infestazione che colpisce ‘Salem’s Lot, i cui abitanti muoiono uno dopo l’altro, solo per poi rialzarsi al calar della notte e mietere altre vittime. Sembra incredibile ma è così e in pochi giorni alcuni degli abitanti, accompagnati dallo scrittore Ben Maers, capiscono che cosa sta succedendo: il Lot è infestato dai vampiri.
   Salvare la città potrebbe essere impossibile ormai, quasi tutti gli abitanti sono stati trasformati e ogni notte se ne aggiunge qualcuno alle schiere maledette. L’unica cosa da fare è cercare coloro che hanno iniziato tutto quanto, i misteriosi uomini trasferitisi a casa Marsten.
 
   Vorrei farvi riflettere sulla natura dei vampiri.
   Un po’ perché leggevo questo libro (che sotto Natale è… wow!, lettura consigliata!) ma soprattutto grazie al commento di un piccoletto di otto anni di mia conoscenza, ho cominciato a pensare che quello di King è uno dei libri sui vampiri più realistici che abbia mai letto.
   ‘Sto piccoletto di otto anni di cui vi parlavo, proprio il giorno di Natale salta fuori con un commento molto arguto: «Ma i vampiri sarebbero facili da battere: hanno paura di tutto! Dell’aglio, delle croci, dell’acqua santa, del sole… Sono un po’ sfigati.» E in effetti a pensarci bene è proprio così.
Dalla serie tv del 1979.
   La cosa bella del romanzo di King è che i vampiri, pur rispettando i canoni classici, riescono ad essere un nemico pericoloso ma al tempo stesso che è possibile sconfiggere. Quando un nemico è troppo potente possono succedere due cose: o il protagonista vince grazie ad un escamotage magari anche forzato, oppure perde e basta. In questo caso è preferibile la seconda opzione, che almeno rende la storia verosimile. In altri libri o film sui vampiri ci vengono mostrati questi esseri brutti quanto cattivi – o spaventosamente belli quanto cattivi – che sono duri come la roccia, veloci come il vento, forti come un tirannosauro. Nonostante questo il protagonista trionfa… Be’, ma scherziamo?
   In “Le notti di Salem” il vampiro per eccellenza non riesce ad essere sconfitto perché non riescono a trovarlo di giorno. Di notte cercano di starne ben alla larga ovviamente, ma fanno fatica a trovarlo quando è più vulnerabile perché questo vampiro è più astuto di loro. Sa come non farsi trovare, si nasconde da decine di centinaia di anni.
   Una cosa che non salta fuori mai quando si parla di vampiri è la loro esperienza e quanto dovrebbero essere intelligenti e furbi. Ci troviamo di fronte a creature millenarie in fondo. Per questo i vampiri di “Le notti di Salem” sono i più veri di cui abbia mai letto, e penso che il libro meriti un posto di tutto rispetto affianco a “Dracula” o simili.
   Le vicende umane sono approfondite, ma ho apprezzato il fatto che siano narrate solo quelle dei protagonisti e non quelle dell’intera cittadina, anche se è in effetti tutta Jerusalem’s Lot ad essere infestata. Come sempre il lavoro di King sui personaggi è stato ottimo, tanto che non è stato raro commuovermi in certi passaggi.
 
   In conclusione, non so se sia stato questo libro o mio nipote a fornirmi nuove idee sui vampiri che non avevo mai considerato. Fatto sta che, per un po’, di libri con i vampiri non ne leggerò, perché a pensarci bene è proprio vero. Sono sfigati.

domenica 7 dicembre 2014

Cose preziose - Stephen King

   Fra la pila di libri del caro zio Stephen (me ne mancano ancora due fra quelli che ho scelto di leggere!), questo era uno di quelli che mi incuriosiva di più. La trama era interessante, lo stile era quello incalzante di King e io ero proprio in vena di leggere un bel romanzo horror.
   La delusione, ahimè, si è fatta sentire su più fronti.
 
   La curiosità è forte a Castle Rock, piccolo paesino di provincia del Maine, quando il signor Leland Gaunt arriva in città e apre un nuovo negozio che chiama “Cose preziose”. Per ogni acquirente c’è l’articolo giusto, e il signor Gaunt chiede così poco in cambio! Un prezzo da mercatino delle pulci, e la promessa di fare un piccolo scherzo al vicino. Ma cos’è, in fondo, uno scherzetto, in confronto a quello che il signor Gaunt ha venduto loro? La possibilità di immergersi in un’avventura amorosa con Elvis per Cora Rusk, un magico rimedio per la dolorosa artrite di Polly Chalmers, la promessa di diventare ricchi con un tesoro sepolto per Asso Merrill.
   Gli abitanti di Castle Rock, uno alla volta, cadono nella trappola del signor Gaunt, e molti di loro ricevono anche scherzi di cattivo gusto. Lenzuola sporche di fango, gomme della macchina bucate, fiori e aiuole rovinati. Ognuno di loro imputa lo scherzo ad una persona che trovano particolarmente antipatica, con la quale avevano qualche conto in sospeso o degli screzi passati. In un solo giorno, poi, tutto esplode. Letteralmente.
   Gaunt, grazie a due soci soggiogati con la persuasione, fa piazzare delle bombe lungo tutta la città Nel frattempo tutti coloro che avevano subìto brutti scherzi, accecati dall’odio e dalla paura che qualcuno possa rubare il prezioso oggetto che hanno acquistato da Gaunt, si recano dalla persona tanto odiata con l’intento di ucciderla. Tutti sono stati aizzati contro tutti, la polizia non sa più cosa fare, e persino una tempesta ci si mette a fare interferenza con le onde radio!
   Alla fine è lo sceriffo Alan Pangborn a scoprire che cos’ha intenzione di fare Gaunt. Mentre la città è nel caos e infestata di cadaveri, il commerciante aveva fatto le valige e stava per andarsene con il suo ricavato: le anime di quelli che erano morti, disposti a vendere persino loro stessi per una mera illusione.
   Lo sceriffo fa fuggire Gaunt, costringendolo a lasciar andare le anime dei compaesani, grazie ai suoi trucchi di magia che, incredibilmente, divengono realtà. Leland Gaunt scompare, ma non per sempre. Un altro negozio apre, da qualche altra parte. “Desideri esauditi”. Con un nome così, chi lo sa, potrebbe vendere qualsiasi cosa…
 
Leland Gaunt nel film del '93.
Era interpretato da Max Von Sydow
   Considerando che il libro non mi è piaciuto, sono piuttosto soddisfatta di come ho riassunto la trama. Di solito, se il libro non mi piace, il riassunto mi viene freddo e distaccato.
   In questo caso non è così solo perché l’unica cosa che mi è piaciuta di questo libro è la trama. Inizialmente cattura grazie a quell’elemento magico, il fatto che tutti rimangano stregati da Gaunt. Poi si rimane coinvolti nella vicenda e, nostro malgrado, vogliamo sapere come va a finire. La trama è ben costruita, purtroppo il ritmo non è incalzante. Non lo definirei nemmeno lento, sarebbe un insulto alla lentezza: è lumachesco.
   Ho fatto una tale fatica a finirlo! Già vedere quanto tempo ci ho messo è un indizio: quasi due mesi. Quasi due mesi per un libro di seicento pagine. La cosa noiosa di questo romanzo è che ogni singola cosa è descritta sin nei minimi particolari. Come se, raccontando la mia giornata, dicessi: «Oggi mi sono svegliata e sono rimasta nel letto per qualche minuto. Ho aperto gli occhi. Mi sono guardata attorno. Poi mi sono alzata e sono andata in bagno. Mi sono guardata allo specchio (che faccia da schiaffi ragazzi! Non per nulla sono raffreddata).» Insomma, mi sono spiegata? Questa è di gran lunga la pecca più grande del romanzo.
   Un’altra cosa che non mi è piaciuta (l’ultima, giuro) è la fine. Sono felice di constatare che non finisce proprio bene – veritiero – ma non sono altrettanto felice della battaglia finale fra lo sceriffo Pangborn e il signor Gaunt. Negli ultimi, cruciali momenti, Alan Pangborn esegue della vera e propria magia: vede un serpente di cartapesta trasformarsi in un vero serpente, sputa fiamme dalla manica della giacca, e fa fuggire in questo modo Gaunt. Il tutto, senza nemmeno fare una piega, come se sapesse già che il suo innocuo serpente giocattolo, quando lanciato verso il signor Gaunt, diventerà un animale vero. Alan Pangborn è un adulto, lungo tutta la storia non dimostra di credere nella fantasia o cose del genere, quindi perché dovrebbe riuscire a sconfiggere un demone con la magia? In “It” era diverso, si parlava di bambini, con loro la fantasia si spreca! Qui invece non ha senso.
 
   Passiamo alle cose positive. Indubbiamente King è un ottimo scrittore, perché non è da tutti riuscire a descrivere come si vive in un piccolo paese di provincia, tracciandone la storia e introducendo moltissimi personaggi. Soprattutto quest’ultima cosa è lodevole.
   Vi sono moltissimi personaggi che entrano in gioco in “Cose preziose”, e nessuno di questi viene tralasciato. Tutti sono chiari, hanno una personalità che rispetta le loro azioni e i loro pensieri, sono reali.
 
   Il titolo originale del libro è “Needful things”. Una volta tanto sono abbastanza soddisfatta di come è stato tradotto il titolo. Needful significa necessario, indispensabile. Capisco che una traduzione alla lettera non sarebbe stata altrettanto efficace, però cose preziose suona bene.
 
   Per concludere, ovviamente gli amanti di King riterranno questo l’ennesimo capolavoro del Re. Ma gli amanti con un po’ di senso critico potranno perlomeno convenire con me che non si tratta del suo lavoro migliore?

venerdì 7 novembre 2014

Gli incubi di Hazel - Leander Deeny

   Tempo fa, nel reparto per ragazzi della Feltrinelli della mia città, ho visto un libro che ha attirato su tutti i fronti la mia attenzione. Il bordo della pagine era nero, la copertina sembrava imbottita ed era morbida al tatto. Il disegno sulla copertina era carino, il titolo accattivante e la descrizione decisamente interessante. Non mi ci volle molto per decidermi, così lo comprai e fui di ritorno a casa con “Gli incubi di Hazel”, di Leander Deeny.
 
   Hazel è una bambina di dieci anni che viene costretta dai genitori a passare tre settimane di vacanza dalla sorella di sua madre, zia Eugenia Pequierde.
   Zia Eugenia è vedova e ha un figlio, Isambard, della stessa età di Hazel. Vivono entrambi in un enorme maniero fatiscente assieme ad una noiosa servitù. La zia si rivela subito antipatica e noiosa. Continua a parlare del marito, morto in un incidente, e non fa che paragonare Hazel a Isambard, che a detta sua è un bambino educato e intelligente, tanto che conduce moltissimi esperimenti.
   Hazel scopre che nel bosco vicino al castello vivono degli strani mostri che dicono di essere gli incubi della zia Eugenia. Ognuno di loro è formato da due animali diversi e sono: Geoff il gorillopardo, Francis lo struzzorana e Noel il pitospino. Passano il tempo a cercare di spaventare zia Eugenia, ma non sanno come fare, così Hazel si offre di aiutarli, per vendicarsi dell’antipatia della zia.
   Ma chi ha creato gli incubi?, e perché costui, chiunque egli sia, vuole dare il tormento alla zia Eugenia? Hazel scoprirà le risposte dove meno se lo aspetta, nella cornice di un castello in rovina e circondata da misteri oscuri e personaggi bizzarri – cani Frankenstein, anatre che fumano, cameriere che sanno cucinare solo sugo di carne!
   La verità è la più incredibile di tutte…
 
 
   Sono rimasta ammaliata da questo libro sin dalle prime pagine. Potrebbe trarre facilmente in inganno con la sua trama adatta ad un pubblico di bambini, ma avendo già letto il finale vi sconsiglio vivamente di farlo leggere a figli o nipotini.
   Lo stile è molto scorrevole e divertente e, anche se la storia cardine non prende subito il via, dopo appena un paio di capitoli si continua a leggere giusto per scoprire quali bizzarrie ci saranno nelle prossime pagine.
   Oltre a questo i disegni all’inizio di ogni capitolo sono veramente belli, e già solo per quelli adoro “Gli incubi di Hazel”.
   L’ambientazione della storia è cupa, vagamente gotica, e anche la sensazione che ci viene trasmessa è quella di essere in un mondo sospeso, lontano e differente da quello al quale siamo abituati. Cupo diventa anche lo svolgersi dei fatti ad un certo punto del libro, e lì ci si rende conto che non si sta certo leggendo una favoletta per bambini.
 
   Questo è uno dei pochi libri che ho mai letto in cui ci sono personaggi che non vogliono piacere al lettore. Sono pittoreschi e fanno sorridere, ma hanno anche un lato oscuro e genuinamente cattivo. La cosa interessante e anche molto bella, a mio parere, è che alla fine i personaggi riescono bene o male a perdonarsi fra di loro, e a volersi bene comunque.
   Leander Deeny ha creato una storia popolata da persone (e mostri) reali. Diventa impossibile per il lettore elevarsi a giudice e scegliere il personaggio migliore, l’eroe positivo, perché non ne esiste nessuno. Tuttavia non si riesce nemmeno a trovare la volontà per condannarli, perché anche se hanno fatto cose malvage avevano le loro ragioni: rabbia, tristezza, amarezza. Tutte ragioni umane che possiamo comprendere e a volte ahimè anche condividere.
 
Leander Deeny, classe 1980,
esordisce nel 2008 con "Gli incubi di Hazel",
in lingua originale "Hazel's phantasmagoria".
 
   Non posso che concludere consigliando questo libro un po’ a tutti. Io non sono brava a consigliare libri, basta che mi piaccia per essere consigliato al mondo intero! “Gli incubi di Hazel” però ha un po’ della favola e del fantasy, un po’ della storia horror e del mistero, e giusto un pochino del romanzo di formazione.
   Magari funziona come jolly: va bene per tutti!

mercoledì 8 ottobre 2014

Doctor Sleep - Stephen King

   Ho finito da poco di leggere “Doctor Sleep”, di Stephen King.
   Non ho molto da dire al riguardo, per la verità, ma solo perché ne ho piene le scatole di Stephen King. Insomma, non di lui in particolare, e nemmeno dei suoi libri (li leggo volentieri, altrimenti non li leggeri nemmeno), ma solo di parlare di lui.
   Passerà del tempo prima che recensisca come si deve un altro dei suoi romanzi, spero che non me ne voglia (ma non credo proprio!).
   La seguente non è una recensione, è una sfilza di cose che mi sono piaciute e non mi sono piaciute di questo libro.
 
 
   Nelle note d’autore alla fine del libro, King dice che dopo aver scritto “Shining”, mentre firmava degli autografi, un suo fan gli ha chiesto che fine avesse fatto Danny Torrence, il bambino protagonista. Questa domanda gli ronzava in testa ogni tanto, ma lui non ci dava troppo peso. Un giorno, improvvisamente, l’ispirazione lo ha colpito e ha partorito “Doctor Sleep”.
   Be’, cominciamo con il dire che, se fosse dipeso da me, non sarebbe mai nato nessun libro. A mio parere “Shining” era bello che concluso, e come potete leggere dalla mia recensione del libro, non è che mi avesse emozionato tanto, per cui non mi chiedevo che fine avessero fatto i personaggi. Mi sembrava scontato che Danny e la mamma avrebbero vissuto una vita pacifica fino alla fine dei loro giorni, tormentandosi ogni tanto per quel che era successo in passato ma vivendo, tutto sommato, felici.
   In fin dei conti però sono abbastanza contenta che il tarlo «Cos’è successo a Danny Torrence» abbia spinto King a scrivere un nuovo libro con lui come protagonista perché, se da bambino mi lasciava indifferente, da adulto Danny mi è piaciuto molto di più.
   Possiamo dire anche che mi sono innamorata di lui, come solo di un personaggio letterario ci si può innamorare. Speravo con tutta me stessa che alla fine del libro Dan avrebbe vissuto una maggica storia d’ammore  nella quale io avrei potuto crogiolarmi (sì, ultimamente voglio leggere storie d’amore, okay? A chi abbia da consigliarne di carine dico, avanti siore e siori!).
   A parte lui anche l’altra protagonista, Abra, mi è piaciuta molto. Una ragazzina di tredici anni risoluta, sensibile, divertente e con un potere enorme. La luccicanza in Abra è mille volte più potente che in Dan. Se lui è una lampadina, Abra è un faro da stadio.
   Proprio questo, a mio parere, rovina un po’ la storia. Nonostante il gruppo del Vero Nodo, che si nutre della luccicanza dei bambini torturandoli e uccidendoli, voglia prendere Abra per cibarsene, diventa subito ovvio che la ragazzina è troppo forte per loro. Non c’è assolutamente storia e, sebbene alla fine del libro King ci faccia salire l’ansia per quello che succederà, non ho mai dubitato nemmeno un secondo che Abra e Dan avrebbero vinto. Abra è troppo potente, è logico che vinca lei. Senza averlo mai fatto riesce a scacciare dalla sua testa una donna molto forte che cerca di frugarle nel cervello, facendole anche del male fisico a distanza di kilometri. Ora ditemi se una così, quando si concentra, non può fare fuori tutti i suoi nemici!
 
   Se qualcuno avesse letto il libro, comunque, e si fosse affezionato talmente ai personaggi da voler leggere qualche altro libro con loro come protagonisti, potremmo semplicemente decidere di andare da Stephen King e, casualmente, chiedergli: «Scusa ma, dopo “Doctor Sleep”, che fin ha fatto Abra?»

lunedì 1 settembre 2014

Misery - Stepehn King

   Una piccola premessa, prima di cominciare con la recensione.
   Io ho paura dei pazzi. Mi spiego meglio. Se vedo un film con gli spiriti, i fantasmi, gli zombie o altri mostri del genere non mi spavento quasi mai. Se vedo film con dei pazzi psicopatici che cercano di ucciderti per il solo motivo che a loro sembra logico e semplice, allora mi spavento. Non so voi, ma gli psicopatici in carne e ossa mi fanno rabbrividire molto di più che un presunto spirito che galleggia per casa. A spaventarmi non è tanto il fatto che sono certa che esistano, ma che sono imprevedibili e incomprensibili.
   Un’altra premessa è che raramente mi sono spaventata con un libro. Ho avuto paura, da bambina, con i libri della serie di Peggy Sue, di Serge Brussolo, perché succedevano cose molto inquietanti delle volte, ma così su due piedi non mi viene in mente nessun libro per il quale io abbia provato veramente paura. Forse una sorta di malessere, come quando leggevo “Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino” o “Ingannevole è il cuore più di ogni cosa”, ma paura mai. Un po’ perché i libri dell’orrore non sono il mio genere, un po’ perché faccio fatica a spaventarmi.
   Ho appena letto “Misey”, di Stephen King.
   E ho avuto gli incubi.
 
   Stephen King è molto evocativo, per chi non lo sapesse. Talmente tanto, in effetti, che è facile immaginare i suoi libri come scene di un film. Non perché descriva ambienti e personaggi particolarmente bene – anzi, a volte non li descrive affatto – ma perché sa come trasmettere una sensazione. Talvolta sensazioni roboanti, che ci vengono addosso come onde nel mare grosso, e talvolta sensazione sottili, intuizioni o fantasie.
   In “Misery” esistono più sensazioni che descrizioni, e probabilmente è questo che fa crescere l’ansia e la paura man mano che si va avanti a leggere.
   Non vi svelerò la trama se non per informarvi di cosa parla il libro, giusto perché non partiate impreparati.
 
   Paul Sheldon, scrittore della seria di libri che vedono come protagonista l’indistruttibile eroina vittoriana Misery, si sveglia in una stanza che non è un ospedale, dopo un brutto incidente stradale in un luogo isolato che gli ha distrutto entrambe le gambe e gli impedisce di muoversi. A salvarlo dalla morte certa è stata un ex infermiera, Annie Wilkies, che lo porta nel casolare dove abita e comincia a prendersi cura di lui.
   Paul si rende conto presto che Annie è pazza. Volubile e imprevedibile, per mezzo di torture psicologiche e fisiche gli ruba, pian piano quel che è lui. Lima con pazienza ogni suo spigolo, ogni sua forza di replica, e la dignità e l’orgoglio gli vengono succhiati via pian piano.
   Costretto a scrivere per Annie – la sua ammiratrice numero uno – un libro intitolato “Il ritorno di Misery”, Paul combatte per la sua vita e tenta in ogni modo di rimanere sano, in un mondo che non è più il suo: è il mondo di Annie Wilkies, il mondo nel quale se non sei d’accordo con lei ti può venire amputato un pollice, il mondo in cui anche quando pensi di essere salvo ti rendi conto che Annie sa ogni cosa. Un mondo che sta logorando Paul Sheldon, che lo sta lentamente facendo impazzire.

 
   Spero di avervi per lo meno incuriositi, anche se mi rendo conto che la mia piccola anticipazione nulla ha a che vedere con la suspance del romanzo.
   Non ho mai visto il film che ne è stato tratto (“Misery non deve morire”) ma non appena me lo procurerò lo guardo subito! So che Kathy Bates, che nel film è Annie, ha anche preso un oscar per la sua interpretazione. Sono decisamente curiosa di vedere come hanno fatto il film.
   Be’, ora sfido chiunque di voi a leggerlo e a non avvertire almeno un brivido alla schiena.

giovedì 7 agosto 2014

Shining - Stephen King

   “Shining” è uno di quei titoli che senti in continuazione, e ogni volta che lo senti ti dici: «Dovrei leggerlo, prima o poi.» Invece non lo leggi mai finché qualcuno non te lo mette fra le mani, perché quando vai in libreria, deciso a comprarlo, «oh!, guarda le offerte: tutti i libri a cinque euro!», e quando li ritrovi tutti quei libri a cinque euro? In fondo, “Shining” lo vendono tutti. La stessa cosa accade con il film, o per lo meno la stessa cosa è accaduta a me. Ogni volta che beccavo il film in seconda serata morivo di sonno, e gli interminabili minuti in cui il bambino si fa kilometri di hotel in triciclo nel silenzio più totale non aiutano affatto (come d’altronde nemmeno i primi piani di un Jack Nicholson allucinato).
   Non avrei mai letto “Shining” se qualcuno non avesse deciso di disfarsi di qualche libro e il mio fidanzato non me ne avesse portati a casa una dozzina. Le braccia cariche e gli occhi tondi scintillanti (solo perché la maggior parte erano firmati Stephen King), come se avesse trovato un cagnolino per strada e lo avesse raccolto. Faceva la faccia tenera – perché sa che non abbiamo più scaffali da riempire – e chiedeva: «Possiamo tenerli? Per favooore
 

   Ebbene, è stato uno di quei casi in cui, terminato di leggere, ho pensato: «Be’, almeno era gratis.»
 
   Devo ammettere forse di essermi fatta un po’ troppe aspettative riguardo a questo libro, ben sapendo che l’azione doveva essere limitata visto che parliamo di tre persone isolate dalla neve per sei mesi! Ma non è corretto da parte mia essere così severa, perché ci sono state parti che mi sono piaciute molto.
 
 
   Jack Torrance è un aspirante scrittore, ex alcolista, che ha perso il lavoro da insegnante perché, preso dalla collera, ha picchiato uno dei suoi studenti. L’unico lavoro che riesce a rimediare è quello all’Overlook Hotel, un albergo in montagna che rimane chiuso per la stagione invernale poiché inagibile a causa della neve, che lo isola da ogni cittadina vicina. Il suo compito di guardiano è quello di scaldare a turno tutte le aree dell’albergo e occuparsi della caldaia, abbassando la pressione tre o quattro volte al giorno per impedire che scoppi. Così Jack Torrance e famiglia, la bella moglie Wendy e il piccolo Danny di soli cinque anni, si trasferiscono all’Overlook Hotel.
   Presto i nuovi inquilini scoprono che l’albergo ha un passato oscuro. Molti delitti vi si sono consumati, fra omicidi e suicidi, e l’albergo è diventato un luogo malvagio. Impregnato del male e della morte stessa, desidera trascinare sempre più persone tra le fila dei suoi fantasmi e il piccolo Danny è un candidato ideale grazie al dono che possiede, lo shining.
   Lo shining permette a Danny di leggere nel pensiero, di avere visioni del futuro e di comunicare con altri che hanno il suo stesso potere, anche a miglia di distanza. Crede di essere l’unico prima di incontrare Dick Halloran, il cuoco dell’Overlook, che mentre illustra a Wendy il funzionamento della cucina vede in Danny lo shining e gli confessa di averlo anche lui.
   A metà Dicembre una delle tante nevicate della stagione si rivela quella decisiva. Rinchiude la famiglia Torrance nell’Overlook Hotel, e allora l’albergo scatena la sua invettiva contro di loro. Le siepi innevate del giardino, a forma di cane e di leone, li attaccano per poi tornare immobili come semplici arbusti, facendo credere a Jack di essere impazzito. Le feste di capodanni passati si risvegliano nei saloni da ballo e lasciano strascichi di coriandoli e festoni come se si fossero tenuto la sera prima. Fantasmi di morti si alzano e cercano di strangolare Danny, oppure con lusinghe e inganni, tentano di convincere Jack a uccidere i suoi cari.
   Confuso e ammaliato dal potere dell’Overlook, Jack Torrance si convince che l’unica colpevole della sua vita andata a rotoli è Wendy, che gli ha impedito di affermarsi come scrittore, che lo ha spinto all’alcolismo, che gli mette contro suo figlio Danny. Deve ammazzarla. E con lei, anche il bambino, secondo fautore della sua sconfitta. Dopotutto, l’hotel non vuole loro, ma lui, è lui quello importante. Ma per dimostrare di essere all’altezza deve ucciderli. Loro non amano l’Overlook come lo ama lui, loro volevano andarsene quando Danny ha iniziato ad avere le visioni. La pagheranno cara per quello, Jack li ucciderà e farà bella figura con il direttore dell’albergo.
   Ormai folle, l’uomo li attacca, ma Danny ha chiesto aiuto a Dick Halloran grazie ai suoi poteri telepatici. Questi li raggiunge dall’altra parte del paese e li porta fuori dall’hotel appena prima che questo esploda a causa della caldaia, che Jack aveva trascurato.
 
Ecco cosa intendevo prima con "facce allucinate".
   Se verso la fine il libro diventa incalzante, mi spiace dire che per le duecento e passa pagine prima, è terribilmente lento. Ho saltato alcune parti a piè pari riprendendo la lettura poco più avanti, e non me ne sono affatto pentita. Mi è piaciuto molto come sono stati delineati i personaggi e la conclusione è perfetta.
   L’unica pecca è che è uno di quei libri che non rileggerei mai. Sì, carino, ma tutto qui.
   Non fraintendetemi, sono sicura che sia un classico dell’horror e magari anche uno dei lavori meglio riusciti di King, ma forse non è il libro che fa per me.

mercoledì 23 gennaio 2013

La bambina che amava Tom Gordon - Stephen King

   Mi sono ricreduta su Stephen King grazie ad un solo libro letto più che altro per curiosità: con 22/11/’63 Stephen ha guadagnato una nuova adepta.
   Essendo, prima di Natale, a corto di libri da leggere, ho sbirciato nella piccola ma importante (nel senso di pesante letterariamente parlando!) libreria del mio fidanzato e ho trovato un vecchio libro con le pagine un poco ingiallite e spesse. Era “La bambina che amava Tom Gordon”, e siccome il titolo mi sconfinferava ho deciso di leggerlo.
 
 
La trama
   Patricia – Tricia – McFarland è la sorella minore (nove anni) in una famiglia che conta lei, suo fratello e i suoi genitori, che si stanno separando. Durante una gita domenicale nel bosco assieme alla madre e al fratello Tricia decide di lasciare il sentiero perché le scappa la pipì, senza che nessuno dei suoi familiari se ne renda conto, dato che entrambi sono impegnati in un acceso quanto estenuante litigio.
   Dopo aver espletato i suoi bisogni al riparo degli alberi, Tricia decide di continuare a camminare in mezzo al bosco per raggiungere di nuovo il sentiero in un secondo momento. Comincia a camminare dritto e prosegue per qualche ora, fino a che non si rende conto di essersi persa. La paura e la sorpresa sono tali che Tricia inizia a correre e finisce dentro ad un tronco che contiene un nido di vespe. La bambina fugge e cade vicino ad un ruscello, ma ormai è irrimediabilmente perduta, piena di punture, sporca e impaurita.
   Con nello zaino una bottiglia di limonata e una di acqua, un sandwich al tonno, un uovo bollito e delle merendine decide di seguire il percorso del fiume, pensando che la porterà in qualche luogo abitato.
   Passa un giorno e una notte, nella quale Tricia impara le più semplici regole della sopravvivenza grazie all’esperienza diretta: per non farsi pungere dagli insetti si spalma di fango, per dormire si ripara sotto a dei rami, raziona le sue scorta di cibo (che comunque durano solo per i primi due giorni) e cerca di risparmiare più energia possibile.
   Senza che se renda conto il fiume che sta seguendo diventa sempre più flebile. Scompare e si trasforma in una palude.
   Dopo qualche tentennamento Tricia decide di guadare la palude e, scarpe da ginnastica legate al collo, la attraversa. Perde molte delle sue energie nell’attraversamento della palude e lì comincia ad avere il primo sentore di qualcosa, nel bosco, che la segue. Un mostro, pensa l’immaginazione di Tricia, un mostro orribile che vuole mangiarmi. Ma se si tratta solo dell’immaginazione di una bambina, allora come si spiegano le carcasse di animali morti?
   Tutte le notti, avida di contatto umano, Tricia tira fuori il suo walkman e cerca alla radio le partite dei Red Sox, per i quali gioca il lanciatore Tom Gordon, il giocatore preferito di Tricia. Sa anche, grazie alle notizie sentite alla radio, che le ricerche per la sua scomparsa sono iniziate già dalla sera stessa in cui si è persa, ma sarebbe estremamente delusa se sapesse che già nei primi tre giorni si è allontanata di nove miglia dal raggio di ricerca stabilito dalla polizia.
   I giorni passano e, uscita dalla palude, Tricia finisce le sue scorte di acqua. Disidratata e affaticata, trova per sua grande fortuna un grosso fiume ma, bevendo a grandi quantità l’acqua all’apparenza limpida, la prima volta si sente male. Dopo un po’ il suo corpo si abitua e la bambina riesce anche a fare scorte di cibo grazie delle bacche acidule e delle piccole ghiande, di cui si riempie lo zaino.
   La sera continua a tifare i Red Sox ma si sta ammalando, e durante il giorno la stanchezza e la malattia la inducono a visioni terrificanti: il mostro misterioso continua a seguirla, un sacerdote con la testa foramta da un nido di vespe la reclama, e radure piene di animali morti e gocciolanti sangue la perseguitano. Si ritrova a parlare con Tom Gordon stesso, con suo padre o con la sua migliore amica Pepsi, salvo poi per scoprire che non sono mai stati con lei.
   Tricia arriva ad una seconda palude ma, erroneamente, non la attraversa. Peccato, perché al di là della palude c’era un laghetto molto frequentato dai pescatori. Tormentata dal mal di gola e dalla febbre, la bambina continua il suo cammino.
   Quando è al limite delle sue forze sente il rumore di una furgoncino e sa che sta per giungere ad una strada, ma proprio in quel momento la presenza che le è stata tanto vicina in quei giorni, il mostro che aveva persino dormito al suo fianco una notte, la raggiunge: un orso.
   L’animale si avvicina tanto da annusarle il viso e la bambina, imitando la mossa di Tom Gordon, afferra il suo walkman ormai scarico e lentamente si piega con il braccio all’indietro a prepararsi al lancio. L’orso comincia a ritirarsi, come allarmato dalla curiosa mossa di quell’esserino dall’aria risoluta, e fugge definitivamente quando un cacciatore che ha visto tutta la scena da lontano gli spara ad un orecchio.
   Tricia viene salvata dal cacciatore e ricoverata d’urgenza in ospedale, ma prima di addormentarsi guarda suo padre negli occhi e punta un dito al cielo, come fa Tom Gordon quando chiude la partita.
 
Stefano Re
(Conosciuto anche con l'mproprio nome di Stephen King)
 
Lo stile
   La storia è semplice e un poco scarsa per quanto riguarda i fatti accaduti (si potrebbe facilmente descrivere come “la storia di una bambina che si perde nel bosco”) e a questo Stephen King ha contrapposto una narrazione ricca di dettagli. A volte scorrevole, a volte, devo ammettere, mi annoiava.
   Il narratore è onnisciente, per cui il lettore sa tutto quel che la protagonista ignora: sa che se avesse attraversato la seconda palude avrebbe trovato subito delle case, sa che se avesse continuato a tirare dritto per un po’ avrebbe ritrovato il sentiero, sa che anche se stanno cercando la protagonista sono del tutto fuori strada. Sono dettagli che non dovevano essere per forza dati al lettore, ma se la vicenda ti ha coinvolto è assicurato che ti esasperino. Viene voglia di poter parlare con Tricia per dirle dove deve andare!
 
Dantesco
   L’unico personaggio veramente approfondito è per l'appunto Patricia, mentre tutti gli altri, per quanto vengano citati, sono visti solo dal punto di vista della bambina.
   Verso la fine del romanzo tutto comincia a diventare molto inquietante e soprattutto incalzante, perché sembra di essere sempre arrivati al limite fisico e mentale di Tricia. In questo punto della narrazione compare più tangente che mai il personaggio di Tom Gordon.
   Lui è la ragione di Patricia, le consiglia come fare per risparmiare energie, la sprona, la aiuta quando lei ha la mente talmente annebbiata che non riesce a ragionare. Questo mi ha fatto venire un po’ in mente il Virgilio di Dante; Tom Gordon diventa una sorta di guida, anche se è molto più pratico di Virgilio, adatto al viaggio per nulla spirituale di Tricia.
 
Tom Gordon
 
Non sono convinta
   La sola cosa, purtroppo, che non mi convince di questo libro è anche una cosa fondamentale, una cosa che sta alla base della storia. Per dirla in breve: Tricia non si comporta come una bambina.
   Sì, forse io sono esigente in termini di personaggi, soprattutto quando si tratta di bambini, perché ne trovo a iosa che non sembrano affatto bambini ma si comportano e pensano come adulti. Ce ne sono veramente pochi, di cui ho letto, che mi sono sembrati personaggi veritieri e coerenti.
   Anche Stephen King è caduto nella trappola del “personaggio bambino”!
   Tricia ha dei comportamenti tipici di quelli dei bambini, ad esempio si dispera e diventa isterica delle volte, piange e dopo che si è sfogata si sente molto meglio, scioccamente invece di stare ferma in un posto attendendo pazientemente i soccorsi decide di continuare a camminare, e queste sono tutte cose che un bambino potrebbe benissimo fare. Però le viene in mente di seguire il fiume quando ne trova uno, le viene in mente di non mangiare certe foglie con del sangue di animale sopra, le viene in mente di seguire un certo percorso invece di un altro quando comincia a trovare tracce di civiltà, e un sacco di altre cose che i bambini non sanno. Non credo che a nove anni ti venga in mente di razionare del cibo dalle prime ore in cui sei perso nel bosco, dai per scontato che verrai presto ritrovato!
   Questa obiezione potrebbe sembrare poca roba, ma secondo me è importante, perché se Tricia si fosse comportata come i bambini di nove anni che conosco io, il libro avrebbe avuto una tragica e veloce fine.