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lunedì 9 gennaio 2023

La montagna

   Dopo tanti anni di assenza è difficile trovare un modo per iniziare. Mi pare di essere in uno di quei film indipendenti dalla comicità un po’ particolare, in cui i personaggi si guardano in silenzio per un attimo e non sanno cosa dire. Perché dopo quattro anni, cosa si può dire?
   Fortuna che scrivere è diverso da parlare. Intanto il primo paragrafo è scivolato fuori dalla tastiera con facilità disarmante.
   Da qui non può che essere tutto in discesa.

   Questo blog è sempre stato il mio piccolo angolino libero, in cui fare ciò che più mi aggrada. Non ci sono regole prestabilite, se ci sono le ho decise io e se non riesco più ad adattarmici le cambio. Da qualche mese ormai sentivo la tentazione di ricominciare a scrivere, nonostante possa non sembrare il momento più adatto. Di tempo per leggere ne avrò poco, per scrivere ancora meno, e avrò così tanti di quei pensieri che potrebbe essere complicato tirare fuori la matassa dalla mente e svolgerla a beneficio di una persona esterna – o a mio beneficio, se è per questo.
   Le novità son presto dette: Il Fidanzato ha ricevuto una promozione a Il Marito e Noi Due stiamo per diventare Noi tre. A breve. Brevissimo. Da un momento all’altro, tanto che mi sento come una bomba a orologeria. Nonostante questo, o forse – chissà – proprio per questo, il desiderio di scrivere e di leggere e di parlare di libri si è amplificato fino a raggiungere proporzioni elefantiache ed eccomi qui. Magari, in un momento in cui tutto sta per cambiare, ho bisogno di fare qualcosa per me, di ricordarmi che è mio dovere ritagliarmi un pezzettino che è solo mio.
   Da qui non può che essere tutto in salita, ma per fortuna mio marito mi ha fatto conoscere le meraviglie della montagna – a me, che sono un’amante del mare – e le salite non fanno più così orrore.

   Quindi parliamo di libri.
   Non avevo un’idea precisa di ciò che avrei detto quando ho iniziato a scrivere questo post, ma le parole si srotolano da sole sulla pagina e ora è come guardare una vallata dall’alto: non se ne capisce la portata quando si è in fondo, ma sulla cima se ne gode il panorama e si notano le forme, i sentieri già percorsi e la strada per ridiscendere, ed è subito chiaro che cosa si debba fare.
   Negli ultimi anni ho ricominciato a rileggere libri già letti, cosa che prima evitavo con cura. Ho scoperto che non mi dispiace e vorrei dedicarvi un post a parte. La rilettura è un argomento che va trattato con i dovuti modi, si merita un suo post.
   Un’altra abitudine che ho preso è quella di leggere saggi. Prima non leggevo saggi. Non sapevo su cosa buttarmi, temevo che fossero noiosi, o complessi, o forse non avevo ricevuto la spinta necessaria a uscire dalla mia comfort zone, ovvero i romanzi. Be’ non so come è iniziata, non ricordo, fatto sta che adesso metà della mia wishlist è composta da saggi e mi sembra di non averne mai abbastanza.
   Come al solito comunque sono molto severa con ogni libro che ha la sventura di capitare sotto il mio scrutinio (è una fortuna che io non faccia l’insegnante o sarei quella stretta di voti che tutti gli studenti odiano) e, dando un’occhiata alle lettura degli ultimi anni, quelle che mi sono rimaste impresse a distanza di anni sono davvero poche.

   Ho lasciato con Steinbeck e riprendo con Steinbeck: La valle dell’Eden. Autore per me ormai collaudato, non ha deluso neanche questa volta. A distanza di anni del romanzo ricordo le atmosfere, più che la trama: un’America soleggiata, calda, una famiglia che basa la sua esistenza sui valori di una volta, su delle sicurezze stoiche che, di lì a qualche anno, verranno smembrate, soppiantate dalla rivoluzione culturale e sessuale degli anni ‘60. Mi ricordo un’America che non scende a patti, che vede le cose bianche o nere, e sono in pochi coloro che accettano un mondo fatto di compromessi, di sfumature e di verità relative. Il protagonista è uno di loro, bollato come ragazzo ribelle dall’animo oscuro, si scontra con il padre e il fratello, entrambi troppo attaccati al sogno americano, alla patina che lo riveste, per accettare che il mondo non è così semplice. Eppure, legati indissolubilmente, i due fratelli incarnano uno la cecità di fronte al cambiamento, l’altro la curiosità per lo stesso.
   Una lettura che ricordo sempre con piacere è Nel guscio di Ian McEwan. Storia di un Amleto senza nome che assiste impotente al complotto della madre e dello zio per uccidere suo padre. Impotente perché assiste a tutto ciò dall’interno del proprio guscio: il grembo della madre. Il suo unico potere? Venire al mondo. Di questo libro ho anche visto la trasposizione teatrale, un lungo monologo recitato benissimo da Marco Bonadei. Ora, non mi intendo di teatro, ma essere soli sul palco, parlare per due ore e non annoiare è certamente una sfida. Consigliatissimo il libro e, a chi piace, anche lo spettacolo.
   Un romanzo cui sono legata più da un punto di vista sentimentale, probabilmente, è They both die at the end, di Adam Silevera. Forse perché l’ho comprato a New York, durante il viaggio del matrimonio/luna di miele. Visitare un paio di librerie storiche era nelle tappe del viaggio e, alla Strand, ho comprato questo YA di cui avevo già sentito parlare e che ancora non era arrivato in Italia (ora c’è, con il titolo L’ultima notte della nostra vita, mi pare). Storia godibile e, come si nota dal titolo, dal finale tragico ma che in qualche modo va bene così. Uno di quei finali amari che vorresti fosse diverso ma, allo stesso tempo, sai che quel finale è quello giusto – purtroppo.
   Altra autrice che per me è già intoccabile e di cui leggerei anche la lista della spesa è Amélie Nothombe, di cui ho scoperto Sabotaggio d’amore. Uno dei suoi libricini sottili, che rischiano di passare inosservati o incompresi. Personalmente è un’autrice che mi mette in soggezione, forse per la misura immensa del suo ego, o forse per il fatto che può addirittura permetterselo, un ego così smisurato. Una volta ragionai sul fatto che alcuni degli artisti più bravi sono quelli che, di persona, sembrano più antipatici. La Nothombe sembra così. Perché avere la presunzione di scrivere un romanzo su un periodo della propria infanzia durato pochi mesi e che, a posteriori, può essere considerato irrilevante, richiede una fortissima convinzione di essere interessanti. E ci vogliono tanto fegato ed egocentrismo per farlo. E tanto talento anche.
   Uno dei primi saggi su cui mi sono lanciata è stato un classico di un tema a me caro, il femminismo. Ho pensato di iniziare dalle basi e leggere Il secondo sesso, di Simone de Beauvoir. Una pietra miliare, posso dire a posteriori, che tuttavia va collocata nel suo tempo. La Beauvoir è decisamente all’avanguardia sulla maggior parte dei temi trattati, ma ancora figlia sul tempo per altri. Nonostante questo ritengo che sia una lettura base per chiunque voglia affacciarsi su questo tema, o sarebbe come voler correre ancor prima di aver imparato a camminare.
   Per rimanere in tema saggi, uno di tutt’altra natura ma considerato un classico di quella tematica è Armi, acciaio e malattie, di Jared Diamond. L’autore, geografo e antropologo, illustra come l’evoluzione delle popolazioni sia intrinsecamente legata al luogo in cui si sono sviluppate. Le popolazioni dell’Eurasia hanno avuto uno sviluppo più veloce rispetto a quelle isolate dell’Oceania, o a quelle dei climi meno favorevoli come l’Africa e le Americhe. Diamond spiega cosa ha favorito questo sviluppo e cosa lo ha ostacolato, con un linguaggio estremamente chiaro. L’unica critica che si può muovere al libro è che, verso la fine, diventa un poco ripetitivo: le cause che secondo l’autore vanno a inficiare sullo sviluppo tecnologico sono sempre le stesse, e sebbene ci siano differenze fra un continente e l’altro, ovviamente, il succo della questione rimane lo stesso e la lettura si fa monotona negli ultimi capitoli.
   Avevo accennato tempo fa al fatto che la cultura giapponese mi affascina. È difficile trovare romanzi di autori giapponesi che non siano i soliti due o tre che vengono citati da vent’anni, così mi sono informata e ho deciso di iniziare dai classici moderni. Ho scovato Yukio Mishima, un personaggio particolare la cui vita è stata una fitta rete di contraddizioni, ma la cui penna mi ha conquistata. Ho letto Confessioni di una maschera, romanzo d’esordio in cui sceglie di rivelare le proprie passioni omosessuali e, in alcuni casi, particolarmente estreme (un interesse anche troppo entusiastico nei confronti del sangue, dei martiri e delle ferite), insieme alle proprie insicurezze adolescenziali, alle paure e alla brama contraddittoria di vivere per sempre e allo stesso tempo di morire gloriosamente. Si intravede la figura di un giovane che, nonostante le stranezze, suscita tenerezza e in alcuni casi compassione. Non so se abbia scritto altri libri autobiografici, in ogni caso sono curiosa di conoscere questo autore un po’ folle e un po’ timido in queste pagine si rivela con sincerità e coraggio.
   Per tornare ai saggi ho letto qualcosa che non mi sarei mai aspettata di leggere, anche solo un paio di anni fa. L’unica regola è che non ci sono regole, intervista dell’autrice Erin Meyer a Reed Hastings, fondatore di Netflix. Ho fatto l’abbonamento a Netflix, cedendo alle pressioni, poco prima dell’inizio della pandemia – quindi una decisione che si è rivelata fortuita nei lunghi mesi di reclusione – e quando ho visto questo titolo ho pensato che sarebbe stato interessante leggere la storia dell’azienda. Peccato che non si tratti della storia dell’azienda, ma della sua politica. Se lo avessi capito prima probabilmente non lo avrei letto, ma per fortuna non l’ho capito e ho scoperto una cosa nuova su di me: mi interessa questo argomento. Hastings racconta delle strategie che utilizza con i suoi collaboratori per fare in modo di avere un’azienda di successo. Alcune possono sembrare bislacche a noi italiani visto che la cultura del lavoro negli USA è molto diversa, ma i principi su cui si basa sono universali e molti sono applicabili anche qui. Sono abbastanza convinta che da qualche parte il signor Hastings voglia mettere in buona luce il suo prodotto, e che forse ci sono alcune cose non dette, ma non si può ignorare il fatto che egli ha, effettivamente, fondato un’azienda di videonoleggio e, mentre Blockbuster affondava, Netflix faceva il botto. Il libro offre anche uno spaccato su com’è lavorare negli Stati Uniti, il che fa venire un po’ voglia di tenersi alla larga da quel posto, ma rimane comunque una lettura interessante.
   Per avvicinarmi alle lettura più recenti, infine, ecco Cecità di José Saramago. L’autore non ha bisogno di presentazioni, e forse la storia è arrivata nel momento giusto: né troppo addentro alla pandemia da non permettere di concentrarsi sulla narrazione, né troppo al di fuori da non ricordare la situazione come fosse ieri. Durante i mesi di lockdown vedevo sul web tanta gente, una volta passata la fase di shock iniziale, cominciare a consigliare alcuni libri da leggere a tema ‘malattia’, alcuni dei più gettonati erano La peste di Camus e L’ombra dello scorpione di King. Mi chiedo ora perché nessuno abbia parlato di Cecità. La trama è semplicissima, nel mondo si diffonde una malattia che rende ciechi dall’oggi al domani e la società collassa nel giro di un paio di settimane. È impressionante il fatto che Saramago abbia descritto alcune delle situazioni che si vengono a creare senza aver vissuto in prima persona una pandemia (almeno, non credo che l’abbia vissuta, ma avrà sicuramente sentito storie sull’influenza spagnola e magari, chissà, si è rifatto a quelle). Prima l’incredulità, la sensazione che non possa capitare a noi, poi il panico quando inizia a diventare virale. La costruzione di centri di raccolta per i malati, la paura dei sani nei confronti degli infetti, che si trasforma in vera e propria violenza pur di scampare al contagio. Le misure insufficienti che vengono prese dal governo e la gestione inefficace di fronte a una situazione così grave e sconosciuta. Infine – e qui per fortuna sfociamo nella pura ipotesi perché non siamo arrivati a tanto – la violenza senza quartiere che si genera in una situazione disperata, ciò che si è disposti a fare per sopravvivere, quanto si può scendere a patti con la propria umanità per conservare la propria vita. Ancora non mi sento di consigliare questo romanzo a tutti, proprio per la vicinanza con un fenomeno che ha così radicalmente cambiato le nostre abitudini e concezioni, e che per il resto della vita segnerà uno spartiacque. Non leggetelo, se ancora non avete preso le distanze.
   Appena qualche mese fa, infine, ho letto La vegetariana, di Han Kang. Anche questo libro è stato scelto per curiosità nei confronti della letteratura estera. Leggo molti autori americani e inglesi, che si prendono larga fetta del mercato, e ovviamente italiani. Gli europei poi arrivano più facilmente in Italia, per una questione puramente geografica immagino, ma ci sono dei luoghi che rimangono nel lato oscuro della luna. Di libri di autori sudamericani, ad esempio, si parla pochissimo, di romanzi di autori di origine africana ancora meno, e gli autori asiatici si devono andare a cercare per trovare qualcosa. Fortuna che oggi la ricerca è più semplice, così ho deciso di leggere La vegetariana, ricordando il successo che aveva avuto e pensando che, dato che non ho mai letto nulla di un autore coreano, potevo iniziare da lì. Ho avuto un graditissima sorpresa, tanto che ho già in wishlist il prossimo libro della Kang nella sua traduzione inglese (perché non è edito in Italia). La cosa che più mi ha rapita è lo stile secco dell’autrice, in linea con la storia che racconta. Il modo spoglio e pacato di raccontare la storia di una donna che sceglie di spogliarsi di tutto ciò che è inutile, e mentre lo fa si rende conto che ogni cosa, in fondo, è inutile. Abbandonate le convenzioni, a iniziare dal modo di mangiare, la protagonista decide di lasciarsi andare solo a ciò che veramente desidera, senza pensare alle conseguenze o ai giudizi altrui. Ogni piccola libertà che si prende è come togliere uno strato alla realtà e scoprire che c’è un altro strato che può levare, un altra usanza irragionevole di cui, si rende conto, può fare a meno. E così avanti fino a raggiungere il nocciolo, fino a spogliarsi completamente di ciò che ritiene superfluo.

   Dopo questa che era decisamente una scalata di titoli, vi lascio in pace ad ammirare la vallata, sperando che magari abbiate trovato qualche titolo di vostro gradimento. Non c’è molto altro da dire, se non che spero di tornare presto a scrivere con regolarità, anche se la vita ci mette sempre in mezzo lo zampino. E questa volta non posso che esserne felice.

domenica 11 novembre 2018

Furore - John Steinbeck


“Non è se possiamo, è se vogliamo. […] Perché se è ‘possiamo’, allora non possiamo niente, manco andare in California né niente; ma se è ‘vogliamo’, be’, allora facciamo come vogliamo.”

Lo so, questa frase infonde speranza. Ma non fatevi ingannare, la speranza è l’ultima cosa che si trova in “Furore”. O meglio, si trova, ma appena appena, giusto un goccio e solo dopo che ti è stata strappata via. Te la ripropongono solo per sadismo, immagino, perché è come se Steinbeck te la infilasse a forza sotto le unghie, assieme al sale grosso.
Dopo aver capito l’andazzo del romanzo ho cominciato a leggerlo aspettandomi il peggio in ogni pagina, e neanche così è stato abbastanza.

Negli anni ’30 molte zone del centro degli Stati Uniti vennero colpite da quella che chiamarono Dust Bowl, una serie di tempeste di sabbia che per anni impedirono agli agricoltori di coltivare la terra. La maggior parte delle famiglie finirono per indebitarsi e persero le proprietà, così buona parte della popolazione migrò in California, dove si diceva cercassero moltissimi braccianti.
Il romanzo narra del viaggio della famiglia Joad, che parte dall’Oklahoma carica di tutti gli ultimi loro possedimenti, su un vecchio furgoncino vendutogli a un prezzo disonesto. Macinano un kilometro dopo l’altro, in un viaggio estenuante, che si porta via gli anziani nonni a causa del dolore di lasciare la propria terra, unite alla fatica della traversata. La famiglia inizia così a disgregarsi, soprattutto quando le voci che cominciano ad arrivare alle loro orecchie dicono che di lavoro, in California, non ce n’è. I Joad non vogliono crederci – perché dovrebbero prendersi la briga di stampare volantini e far girare la notizia, se di braccianti non hanno bisogno? – e raggiungono la California.
È dura scoprire che le voci sono vere. Che le persone come loro, che hanno dovuto abbandonare le loro case, vivono ai margini della città, in baraccopoli sporche e miserabili, che procurano vergogna al solo vederle, per lo stato in cui sono ridotte e in cui si sono ridotti coloro che abitano. È dura scoprire che le persone che abitano le città li disprezzano, li chiamano okie, li credono fannulloni, ladri, agitatori di masse. Tutti pensano sempre il peggio di loro, che vivono nella sporcizia per scelta, e non perché non possono comprarsi neanche del sapone, che non vogliano lavorare ma piuttosto mangiare a sbafo, che desiderano paghe più alte per vivere nella bambagia, quando la verità è che con trenta centesimi al giorno non possono neanche sfamarci la famiglia.
I Joad si ritrovano insieme a moltissimi altri, centinaia, forse migliaia, a lottare per ottenere un lavoro. Lavori duri, malpagati, lavori che dai più disperati vengono accettati solo per un pasto caldo e un luogo dove dormire all’asciutto – sia anche un vagone abbandonato del treno o un baracca. Ed è allora che la rabbia cresce, quando i bambini hanno fame e gli uomini sono costretti a umiliarsi e non rispondere agli insulti per non finire in prigione, quando si abbassa la testa per non perdere il posto e ci si fa chiamare “maledetti okie”. La rabbia cresce ed esplode quando i grandi proprietari tacciono sullo stipendio e ti fanno pagare anche il sacco che usi per raccogliere il loro cotone. E quando chi ha il coraggio di alzare la voce viene ucciso e sul giornale annunciano solo di aver trovato l’ennesimo barbone morto a causa del freddo; e i campi dove sono montate le tende vengono dati alle fiamme; e i colpevoli non vengono mai trovati; e la polizia arresta invece chi vuole formare un sindacato con falsa accusa di vagabondaggio.
È allora che i grappoli del furore sono maturi.

Penso di aver parlato talmente tanto di questo romanzo, con così tante persone e così spesso, mentre lo leggevo, che adesso che mi trovo a scriverne la recensione non so più cosa dire.
…sul serio.
Vediamo cosa viene fuori con un po’ di flusso di coscienza.

La prima cosa che mi viene mente riguarda il linguaggio. Ne avevo avuto già un bellissimo esempio, di questo tratto di Steinbeck, con “Uomini e topi”. Un linguaggio semplice, grezzo, ma che arriva dritto al punto. Sapevo che quel breve romanzo era scritto per adattarsi in seguito a spettacolo teatrale indirizzato soprattutto alla classe medio/bassa, con un’istruzione piuttosto limitata, e pensavo fosse quella la ragione di tanta semplicità, ma non è così.
Essendo “Furore” un romanzo di più ampio respiro sono stata in grado di cogliere lo stile dell’autore, in questa scelta. Il linguaggio di Steinbeck si può definire ‘terra terra’, se vogliamo, grossolano, a volte proprio grammaticalmente sbagliato. Nei dialoghi è normale, essendo i protagonisti mezzadri che hanno un’istruzione minima, che venga utilizzato un linguaggio di questo genere, o il romanzo risulterebbe non veritiero, artificioso e forse addirittura fastidioso. Ma anche nel narrato Steinbeck sceglie di allinearsi a questo modo di parlare, limandolo appena, un modo spiccio ma estremamente schietto e diretto.
La cosa che mi è piaciuta di più di questo modo di scrivere è come contrasta con la profondità degli argomenti trattati. Esposte con questo linguaggio le lunghe dissertazioni che spesso occupano interi capitoli, creano una contrapposizione netta e quasi paradossale, eppure bellissima da leggere proprio per questo motivo. Credo di aver trovato, in questo romanzo, gli argomenti più profondi e toccanti di cui io abbia mai letto, come la vita e la morte, la colpa, il peccato, la povertà e ciò che si è disposti a fare per i propri cari, il dolore non fisico ma spirituale. In breve, la natura umana, che è ciò che Steinbeck riesce a tirare fuori in ogni occasione, in ogni storia, anche quella che ad una prima occhiata può sembrare unicamente un romanzo sociale. E togliere quella patina di sacralità da argomenti tanto complessi, che mai a mio parere riusciremo a comprendere fino in fondo, li rende in qualche modo più accessibili, più comprensibili. E ci fa anche rendere conto che è il pensiero fine a se stesso ciò che accomuna tutti gli uomini, che non importa il ceto sociale, la cultura, l’intelligenza. Ogni persona, in ogni epoca, è proprietaria di un mondo interiore immenso.

L’avete mai visto un fagiano, che vola tutto teso, bello con quelle penne disegnate e tutte dipinte, e pure gli occhi dipinti? Poi, bum! Lo raccattate, ed è solo un cencio insanguinato, e allora capite che avete sfasciato qualcosa che era meglio di voi; e manco mangiarlo vi cambia niente, perché avete sfasciato qualcosa che stava dentro di voi, e non la potrete riaggiustare.

E dopo questo stralcio non mi sento di dire più niente. Non c’è più niente che io possa dire che vada oltre, dopo questa frase (Steinbeck è riuscito a uccidere qualsiasi tentativo di spiegare il suo romanzo, con un estratto come questo).
Una delle più meravigliose del libro, per me, e che volevo condividere.

domenica 3 dicembre 2017

Libri a confronto: USA

Di recente mi è capitato di leggere in rapida sequenza due romanzi che, a giudicare dai commenti e dalle recensioni che avevo letto in giro, avrei potuto anche paragonare. Dopo aver letto il primo ho pensato che sarebbe stato interessante leggere anche l’altro che, per un caso fortuito, mi è capitato fra le mani. Il fatto è che uno mi è piaciuto moltissimo, l’altro non mi è piaciuto affatto.
Sto parlando di “Canto della pianura” di Kent Haruf e “Uomini e topi” di John Steinbeck.
E so che vi state domandando quale mi è piaciuto e quale no, quindi iniziamo.

Ho letto per primo Haruf, incuriosita dalle ottime recensioni che, più o meno da due anni, spopolano nel web. All’inizio non volevo piegarmi, perché la trama non mi sembrava interessante e dopo aver letto un paio di recensioni ho cominciato a evitarle senza nemmeno leggerne un rigo. Mi ha infine convinta l’uscita dell’ultimo romanzo, “Le nostre anime di notte”, e il modo in cui lettori appassionati vi si sono gettati sopra, come se attorno a noi ci fosse solo l’apocalisse letteraria e Haruf fosse l’ultimo faro di speranza in un mondo altrimenti oscuro.
Per chi non fosse al corrente, “Canto della pianura” intreccia le storie di pochi personaggi, tutti abitanti della cittadina di Holt. Non viene specificato l’anno o il luogo, ma è facile riconoscervi quell’America rurale del sud degli Stati Uniti, dove si trovano ancora le fattorie e la campagna sconfinata, un paese dove tutti si conoscono e sanno i fatti altrui, e se da un lato dilaga l’ignoranza dall’altro è uno dei pochi luoghi in cui si può trovare gente caritatevole e genuina.
Lontana dagli scintillanti grattacieli cui siamo abituati a pensare quando si parla di USA, Holt è quadro di diverse storie. Victoria, sedicenne incinta, viene cacciata di casa dalla madre e trova ospitalità da due anziani fratelli che gestiscono un terreno. L’insegnante di storia Guthrie ha da dimostrare la sua buona fede con la famiglia di un suo allievo, poiché i genitori sono convinti che egli maltratti il figlio adolescente con pessimi voti immeritati. I suoi bambini nel frattempo crescono con una madre che, affetta da depressione, passa tutto il tempo in una stanza buia e sono alla ricerca della dolcezza che ella ha smesso di dare.

Non è stato premeditato, ma poco dopo mi sono ritrovata a leggere per la prima volta Steinbeck, sempre titubante in quanto grande classico americano e timorosa di non poterlo comprendere fino in fondo. Era da molto che avevo questo libro in wishlist e, finalmente, sono riuscita a procurarmelo in una vecchia edizione, con la traduzione di Cesare Pavese e libera da introduzioni e commenti di altri, così ho potuto leggerlo a mente sgombra, senza sapere cosa aspettarmi.
Il romanzo, quasi un racconto per lunghezza, ha protagonisti George e Lennie, due lavoranti che si spostano di fattoria in fattoria a cercar lavoro. George è piccolo e astuto, mentre Lennie ha il cervello di un bambino nel corpo di un gigante. Il sogno di entrambi è mettere da parte i soldi per comprare un terreno tutto loro dove alleveranno galline, avranno un orto, dove potranno decidere loro quando lavorare e quando no ma, soprattutto, un posto dove allevare conigli. Infatti Lennie adora gli animali di piccola taglia dal pelo soffice, ma ogni volta che ne trova uno lo carezza talmente tanto che finisce per ammazzarlo. Sembra quasi che il loro desiderio stia per realizzarsi grazie a un socio in affari, quando Lennie uccide senza nemmeno rendersene conto la moglie del padrone, poiché quella prende sottogamba sia la forza che il difetto di intelligenza dell’uomo. Lennie fugge in un luogo tranquillo ma viene seguito da un gruppo di uomini decisi a linciarlo. Il primo a trovarlo però è George che, per farlo scampare alla sofferenza, gli racconta ancora una volta della loro fattoria, lo rassicura sul loro avvenire, e gli spara alla nuca.

Ora che ho finito di scrivere la trama di “Uomini e topi”, avrei voglia di parlare solamente di questo libro…
Nel caso ve lo stiate ancora chiedendo, è stato lui quello che mi è piaciuto.
Ma non credo che ve lo stiate ancora chiedendo.

Ho sentito dire che Steinbeck ha fatto da base ad autori come Haruf, tuttavia in “Canto della pianura” non ho trovato un grammo dell’intensità che invece cattura il lettore in “Uomini e topi”. Capisco perché i due romanzi sono stati a volte paragonati: l’ambientazione simile, lo stile semplice e scorrevole, i dialoghi estremamente chiari e le descrizioni del paesaggio che, secondo me, denotano un grande amore per la terra di cui si parla. È vero, in questo i due romanzi si somigliano grazie a certi dettagli di stile e tematiche, e allora perché Steinbeck mi ha emozionato in modo inversamente proporzionale ad Haruf?
Credo che sia perché le intenzioni di Steinbeck erano più definite ed energiche di quelle di Haruf. Certo, le mie sono solo supposizioni, ma laddove mi sembra che Haruf abbia scritto per amore dell’atto in sé, per amore delle storie e del paese di cui scriveva (tutti motivi bellissimi, è indubbio), Steinbeck ha scritto per scuotere gli animi.
“Uomini e topi” parla di operai agli operai, tutto nel romanzo è progettato per loro, perché il messaggio arrivi forte e chiaro. Il linguaggio semplice, perché spesso i lavoranti non sapevano leggere molto o affatto, i dialoghi squisitamente sbagliati dal punto di vista grammaticale, i personaggi vividi eppure così estremamente umani! Sono tutti tasselli che vanno a rendere la storia particolarmente intensa e che, in Haruf, mancano di una spinta.

Ho trovato i due romanzi molto diversi, e non penso che possano essere paragonati solo in base al fatto che sono ambientati nello stesso territorio. La carica emotiva che Steinbeck infonde al romanzo, prima dipingendo la vita dura e le speranze dei protagonisti per poi distruggerli come unica soluzione alla sofferenza, manca totalmente in Haruf, sia per la natura delle situazioni raccontate che, io credo, per uno stile differente.
I personaggi di “Canto della pianura” sono in balìa della corrente, non sanno cosa vogliono e attendono il futuro con la speranza che sia meglio del presente, eppure non sognano qualcosa in particolare né si rimboccano le maniche per uscire dalla situazione in cui si trovano. Per tutto il libro mi sono parsi apatici, quasi depressi, incapaci di reagire.
In fin dei conti penso che la grande differenza fra questi due romanzi non sia tanto la storia o l’epoca, ma la capacità dell’autore di rendere la drammaticità delle situazioni. Haruf ha messo i suoi personaggi in posizioni difficili, eppure provare pena per loro è quasi impossibile perché ogni cosa viene presentata piattamente. Steinbeck ha concentrato in meno pagine personaggi più intensi, che compaiono anche poco nella storia ma riescono a trasmettere la loro angoscia, e questo emoziona molto più di una vicenda in sé drammatica.
Non posso che concludere consigliando caldamente “Uomini e topi”. È perdurato nel tempo nonostante sia profondamente legato alla sua epoca, perché analizzando ciò che voleva denunciare Steinbeck ha colto le ragioni profonde dell’ingiustizia, dovute alla natura umana più che alle regole ritorte della società.



«Per noi è diverso. Noi abbiamo un avvenire. Noi abbiamo qualcuno a cui parlare, a cui importa qualcosa di noi. Non ci tocca di sederci all’osteria e gettar via i nostri soldi, solamente perché non c’è un altro posto dove andare. Ma se quegli altri li mettono in prigione, possono crepare perché a nessuno gliene importa. Noi invece è diverso.»
Lennie interruppe. «Noi invece è diverso! E perché? Perché… perché ci sei tu che pensi a me e ci sono io che penso a te, ecco perché.»