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giovedì 26 gennaio 2023

Riflessione in ritardo: L'amica geniale di Elena Ferrante

   Ho terminato da qualche giorno di leggere il primo romanzo della serie di Elena Ferrante, L’amica geniale. Come al solito arrivo molto tardi a parlare dei romanzi di successo, quindi questa sarà più una mia riflessione.

   Sono grande fan della serie tv e ho visto tutte le stagioni uscite fin ora. Non appena terminai la prima decisi che avrei letto i romanzi, ma li lasciai indietro perché conoscevo già la storia e volevo leggere altri libri. In effetti la trama non si discosta di una virgola, cosa che apprezzo. Troppo spesso capita che la trama di un romanzo venga stravolta nella trasposizione televisiva, anche se non ce ne sarebbe bisogno o, peggio, anche se le modifiche vanno a rovinare la logica della trama, dell’universo creato dall’autore o dei personaggi.
  Il motivo per cui ero estremamente curiosa di leggere il libro è che la serie mi piace moltissimo. Adesso che ho ‘provato’ lo stile della Ferrante devo ammettere di essere felice di aver visto prima la serie tv perché, incredibile ma vero, l’ho preferita al romanzo.


   La storia è ambientata nei sobborghi di Napoli e inizia alla fine degli anni ‘50, in un quartiere cui non viene dato un nome e che conosciamo come ‘il rione’. Narrato in prima persona, racconta la storia di Elena, chiamata Lenù, e del suo rapporto con una bimba del vicinato, Raffaella, soprannominata Lila.
   Le due crescono nella povertà del dopoguerra e la loro infanzia è segnata dalle difficoltà che accomunavano molte famiglie prima della ripresa economica degli anni ‘60. Non sono informata riguardo allo stile di vita dell’epoca, ma immagino che la violenza raccontata dalla Ferrante fosse effettivamente all’ordine del giorno se unita all’ignoranza e alla povertà. Lila, figlia minore del calzolaio, è spesso vittima degli abusi verbali e fisici del padre che, mal sopportando quelli che lui considera capricci o provocazioni, spesso picchia la figlia. Tuttavia è chiaro che, sebbene l’uomo sia particolarmente violento, nessuno interviene perché la situazione non è considerata abbastanza grave da farlo. Inoltre vige la legge non scritta che ognuno a casa propria fa quello che desidera, specialmente gli uomini. Lenù combatte in casa una guerra silenziosa contro la madre, che scarica senza motivo apparente le proprie frustrazioni sulla figlia maggiore, spesso lasciandosi andare a urla e schiaffi. Il rione stesso è cresciuto grazie alla violenza, infatti una delle personalità più in vista è Don Achille, un uomo che si è arricchito durante gli anni della guerra grazie alla borsa nera, e verso cui tutti portano un rispetto venato di paura. Altra famiglia in vista sono i Solara, i quali sono benestanti probabilmente perché parte della camorra, anche se in questo primo romanzo rimane un suggerimento più che una certezza.
   Questo è il mondo in cui si crescono Lenù e Lila. Tutto in loro è opposto, dal carattere alla famiglia d’origine, dalle prospettive alle speranze che ripongono nel futuro. Lenù è la narratrice della storia e si racconta come una ragazzina semplice, volenterosa e non dissimile da molti altri ragazzini del rione. È orgogliosa di essere una delle più brave alle scuole elementari, una volta cresciuta sogna un fidanzato, i meriti scolastici, l’approvazione dei genitori e degli insegnanti. Molti dei ragazzini del rione smettono di studiare alla fine delle elementari senza crucciarsene più di tanto, invece Lenù ha l’opportunità di continuare e frequentare le medie, il ginnasio e poi il liceo classico. È grazie ai suoi studi e agli ottimi risultati, conseguiti con grande fatica, che comincia a sognare qualcosa oltre al rione, alla povertà e all’ignoranza. Si immerge nei libri e nella conoscenza, il che le permette di scoprire l’esistenza di un mondo diverso rispetto a quello stretto del rione. Più entra in contatto con nuove idee, più desidera allontanarsi dalle persone che fino a quel momento hanno plasmato la sua vita. Non solo i genitori, orgogliosi ma diffidenti nei confronti di questa figlia istruita che non riescono più a comprendere, ma anche le persone del rione, con la loro memoria lunga per i meschini litigi di anni prima, il loro eccessivo orgoglio e le rappresaglie violente di cui macchiano. Tuttavia anche in questo desiderio di fuga così personale ha l’impressione di non essere indipendente dalla sua amica.
   Al contrario di Lenù, a Lila non è permesso proseguire gli studi poiché il padre non lo ritiene necessario. Dopo qualche anno di frustrazione in cui cerca di imparare da autodidatta ciò che l’amica studia in classe, rinuncia di fronte alla scoperta di un potere nuovo, che all’inizio le fa paura: la propria femminilità. All’inizio dell’adolescenza Lila guarda con sospetto e vorrebbe poter rifiutare il cambiamento del corpo e le attenzioni sgradevoli dei maschi che questo cambiamento si porta dietro. Antepone le proprie passioni all’interesse verso i ragazzi e si dedica a disegnare scarpe, alla lettura, al ballo. Tuttavia sembra essere proprio questa indifferenza – o meglio diffidenza – che la rendono una delle ‘prede’ più ambite dagli adolescenti del rione. Non aiuta la sua genialità fuori dal comune. Ciò che traspare dalla narrazione di Lenù, infatti, è che Lila riesce in tutto ciò cui si applica, e con risultati eccellenti. Ha un carisma dal quale le persone rimangono loro malgrado affascinate e, una volta cresciuta, la bellezza spigolosa ma fresca della giovinezza la rendono una ragazza desiderabile. L’acume, la bellezza e i suoi modi difficili la rendono l’unica ragazza che vale la pena conquistare, piegare, il che la porta ad avere molti ammiratori. Alla fine di questo primo romanzo Lila, che fin da bambina aveva instillato in Lenù il desiderio latente di allontanarsi dal rione, si rassegna a non uscirne. Però capisce di poter migliore la propria posizione al suo interno, nell’unico modo che ha una ragazza per farlo: un buon matrimonio. La scelta di un pretendente, il che implica l’automatico rifiuto di altri ragazzi, crea non poche tensioni all’interno delle famiglie e del rione stesso.
  Lenù assiste alle peripezie dell’amica dalla sua posizione tranquilla, provando un misto di invidia e colpa nei suoi confronti e sentendosi una frode: tutti la considerano l’amica geniale, la ragazza che studia e va al liceo, ma lei sa bene che il genio fra le due è Lila. Eccellente in ogni ambito, un genio stretto dalle regole ferree della povertà e dell’ignoranza, che se avesse avuto le stesse possibilità di Lenù avrebbe brillato ancora più splendente.


   Il tema centrale del romanzo è il rapporto fra le due ragazze, anche se abbiamo solo il punto di vista di Lenù. La ragazza passa la vita a rincorrere quest’amica dalla personalità magnetica, invidiandone l’intelligenza e la bellezza, e senza riuscire a non paragonarsi a lei. La protagonista appare meschina ai nostri occhi, ma riusciamo a perdonarla almeno un po’ perché dall’altra parte abbiamo Lila, che in diverse occasioni la deride, abbattendo con un solo commento tutti i suoi sforzi. Le fa notare di essere migliore di lei in ogni cosa, con uno sforzo minimo e senza le agevolazioni che Lenù ha dalla sua.
   Non è chiaro fino a che punto le due si rendano conto che il loro è un rapporto tossico, fatto sta che di fronte a tutti sono amiche. Si difendono a vicenda, si tengono informate sulle rispettive vite e si fanno confidenze, si aiutano e si supportano come fanno gli amici, puntellando questi atti di affetto con atteggiamenti scostanti di malignità. L’evolversi di questo rapporto è ciò che incuriosisce il lettore, ma ho come l’impressione che le due ‘amiche’ non arriveranno mai ad avere un’amicizia sana, priva di competizione e invidia. L’introduzione del romanzo presenta una Lenù sui sessant’anni circa, che decide di raccontare la loro storia dopo un fatto curioso che accade a Lila. L’idea che siano ancora in contatto e che la protagonista racconti la storia con tale acredine, mi fa pensare che il loro rapporto non si sia evoluto affatto, il che è un peccato.

  La serie tv emana un senso di tensione costante. In ogni episodio pare debba succedere qualcosa di incredibile e anche i fatti più banali vengono caricati di angoscia – quella buona, quella che ti fa venire voglia di guardare l’episodio successivo. Nel libro questo non succede, e non credo sia perché conosco già la trama (ho visto la serie quando è uscita e, francamente, ricordavo solo a grandi linee la prima stagione). Credo sia lo stile dell’autrice e il taglio che è stato dato alla sceneggiatura.
   Lo stile della Ferrante è scorrevole e nel complesso piacevole. Per una volta non mi è pesato leggere una narrazione in prima persona, cosa che solitamente mi riesce difficile. Tuttavia le pagine erano prive di suspense. Magari sbaglio ad aspettarmi dal libro la stessa aria che tira nella serie, ma ammetto di essere rimasta delusa.
  Nonostante questo penso che andrò avanti a leggere anche i romanzi, e ovviamente sto aspettando per l’anno prossimo l’ultima stagione della serie tv. Quindi nonostante gli elementi che non mi hanno entusiasmata, la Ferrante ha colpito nel segno anche con me: devo sapere che cosa ne sarà di Lenù e Lila, degli altri personaggi che abitano il rione, che lo rendono un luogo vero e vivo. 
   Qualcuno di voi lo ha letto i libri o ha visto la serie? Ho sempre sentito opinioni contrastanti al riguardo, quindi sono molto curiosa di sapere cosa ne pensano sia i fan che i detrattori della storia.

venerdì 29 dicembre 2017

Cent’anni di solitudine – Gabriel Garcìa Màrquez

Una premessa: le feste non sono il mio forte.
Non odio il Natale, ma lui assorbe tutte le mie energie e il mio tempo. Faccio l’albero, compro i regali, organizzo, cucino, impacchetto, e quindi non faccio nient’altro a parte l’essenziale per sopravvivere. Insomma, tutto questo per dire che non riesco a stare dietro al blog, quindi auguri di Buon Natale in ritardo a tutti e Buone Feste per tutte quelle che verranno (nel caso non riuscissi ad aggiornare fino a dopo la Befana)!

Ma passiamo alla recensione di oggi, per la quale ci vuole una seconda premessa:
Una volta sottolineavo le citazioni sui libri ma, prendendone molti in prestito alla biblioteca, ho cominciato a scrivermi le citazioni più carine su un quadernino. Ho iniziato a farlo anche con i libri comprati, per non rovinarli. Capita spesso che un libro che mi è piaciuto molto sia foriero di molte citazioni. Almeno, fino ad ora era stato così, adesso c’è un’eccezione.
“Cent’anni di solitudine” di Gabriel Garcìa Màrquez è la mia eccezione.

I coniugi Buendìa e altre giovani famiglie partono dal loro paese di origine e si inoltrano nella foresta, in cerca di un luogo perfetto per fondare un nuovo villaggio. E proprio vicino a un fiume, quasi del tutto isolato dal resto della Colombia, circondato da alberi e a qualche kilometro dalle case più vicine, nasce Macondo. Il villaggio è ricco di vita, pace, curiosità, e non fa altro che ingrandirsi e fiorire. Esattamente come la famiglia Buendìa, che dà vita a due maschi che vengono chiamati con il nome del padre, e una femmina.
Inizia così la storia della famiglia, famiglia cui lo zingaro Melquìades legge il futuro all’inizio della loro esistenza, consegnandolo alla memoria di un fascio di pergamene che nessuno riesce a decifrare. Molti ci provano nel corso degli anni, ma la storia di Macondo esige attenzione altrove e le vecchie pergamene che celano il futuro dei Buendìa vengono dimenticate.
Il patriarca dei Buendìa impazzisce di saggezza e per questo viene legato ad un albero. Il figlio maggiore torna dopo una fuga di anni solo per essere ucciso in circostanze misteriose, il minore va alla guerra ed entra nella storia della Colombia, ma termina la sua vita modellando pesciolini d’oro nel suo laboratorio. I tanti figli cui hanno dato vita, legittimi o illegittimi che siano, proseguono la stirpe combattendo per i diritti dei lavoratori nel grande sciopero a danni della compagnia bananiera che si insedierà vicino a Macondo, altri combatteranno per un amore ostacolato dalla famiglia, altri ancora verranno dimenticati, assassinati, esiliati. E pian piano la famiglia che un tempo era impetuosa e forte come le rapide di un fiume, si assottiglierà fino a divenire un rigagnolo fangoso.
Perché qualunque cosa accada le cose andranno in un solo modo, come aveva predetto lo zingaro Melquìades, come le pergamene ammuffite hanno profetizzato, come svelano solo dopo cento anni di infruttuosi tentativi di decifrazione: “Il primo della stirpe è legato ad un albero, l’ultimo se lo stanno mangiando le formiche”.

Ci credereste che, con oltre trecento pagine di libro, non ho trovato una sola citazione?
E ci credereste che questo libro, nonostante ciò, mi è piaciuto un sacco?
E ci credereste che anni fa lo avevo abbandonato, insoddisfatta?
Ebbene, ci dovete credere perché è così.

I miei genitori sono sudamericani e, come tutti i bravi sudamericani che ho conosciuto in vita mia (tanti) tengono in gran conto gli scrittori di cui l’america latina può vantarsi, esattamente come gli italiani che ho conosciuto (sempre tanti) sono fieri dei loro nobel per la letteratura. Per questo probabilmente ho sempre avuto il nome di questo autore nelle orecchie, da quando ho imparato a leggere.
Almeno tre degli scrittori che pressoché tutti i sudamericani hanno letto almeno una volta nella vita sono Mario Vergas Llosa, Pablo Neruda e ovviamente Gabriel Garcìa Marquez. È come Dante per il Bel Paese, in qualche modo ne vieni impregnato, che ti piaccia o meno, che tu lo capisca o no. Fa parte di te, perché lui fa parte dell’america latina.
Ci ho messo un po’ per compiere questo passo della cultura sudamericana (che a me sembra quasi un rito di passaggio, una specie di battesimo latino, come bere il pisco o mangiare rocoto relleno), ma meglio tardi che mai, no?

Ho iniziato questa recensione, ma in realtà non so bene cosa dire a proposito di Cent’anni di solitudine. Credo di aver capito perché non sono riuscita a trovare citazioni ‘collezionabili’.
Tutto in questo romanzo sarebbe da citare, perché ogni frase è strettamente legata a quella dopo, come una catena indistruttibile. E quando lo si finisce di leggere si capisce che l’inizio è legato alla fine, che l’inizio è esso stesso una fine e la fine è un inizio.
Troppo complesso da spiegare, dovreste leggerlo. Detesto dirlo, ma non c’è modo di parlarne se non lo si ha letto. Potrei raccontarvelo nei dettagli, ma tutto ciò che esiste di magico e incredibile perderebbe la sua magia e la sua incredibilità, e rimarrebbe ciò che rimane di un’eccellente idea in mano ad un lettore entusiasta: occhi brillanti e spiegazioni sconclusionate.


martedì 6 giugno 2017

Oceano mare – Alessandro Baricco

Quando ho aperto il blog pensavo che avrei recensito ogni singolo libro e che sarebbe stato bellissimo. Poi mi sono resa conto che leggo troppi libri per poterli recensire tutti, quindi ho deciso di parlare solo di quelli che mi sono piaciuti molto, o che non mi sono piaciuti affatto. Poi ho visto che non sempre ho qualcosa da dire su una lettura, perché mi lascia un po’… meh. Non mi è dispiaciuta, ma non mi è nemmeno piaciuta, quindi ne verrebbe una recensione scialba. E questi sono i motivi per cui di solito non scrivo recensioni.
Poi leggo Baricco, e mi ricordo che ci sono libri di cui non riesco a parlare.
Potrei dirvi della trama di “Oceano mare”, dei personaggi, del finale, dello stile, ma non hanno ancora inventato delle parole adatte a descrivere cosa significano certi romanzi. Una cosa simile mi è successa con “Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano”, ma all’epoca non avevo un blog. Adesso che mi sento quasi in dovere di spargere il germe della lettura a più persone possibili, mi chiedo come si possa parlare di un libro talmente impenetrabile come questo.
Dopo tanto pensarci ho capito che non si può.
Quindi lascerò parlare il libro stesso.

“Edel, c’è un modo di fare degli uomini che non facciano del male?”
Se la deve esser chiesta anche Dio, questa, al momento buono.

Ha 38 anni, Bartleboom. Lui pensa che da qualche parte, nel mondo, incontrerà un giorno una donna che, da sempre, è la sua donna. […]Quasi ogni giorno, ormai da anni, prende la penna in mano e le scrive. Non ha nomi e non ha indirizzi da mettere sulle buste: ma ha una vita da raccontare. E a chi, se non a lei? Lui pensa che quando si incontreranno sarà bello posarle sul grembo una scatola di mogano piena di lettere e dirle
“Ti aspettavo.”

La natura ha una sua perfezione sorprendente e questo è il risultato di una somma di limiti. La natura è perfetta perché non è infinita.

Aveva perso un po’ di quello smalto… gli si era appannata l’anima, se capite cosa voglio dire. Era come se si fosse aspettato qualcosa di diverso, lui, di proprio diverso. Non era preparato a quella normalità lì.


martedì 28 febbraio 2017

Segnala(la)libro #7

Titolo: La sovrana lettrice
Autore: Alan Bennett

A una cena ufficiale, circostanza che generalmente non si presta a un disinvolto scambio di idee, la regina d’Inghilterra chiede al presidente francese se ha mai letto Jean Genet. Ora, se il personaggio pubblico noto per avere emesso, nella sua carriera, il minor numero di parole rischia una domanda del genere, qualcosa deve essere successo. E in effetti è successo qualcosa di semplice, ma dalle conseguenze incalcolabili: per puro accidente, la sovrana a scoperto quegli oggetti strani che sono i libri, non può più farne a meno e cerca di trasmettere il virus della lettura a chiunque incontri sul suo cammino. Con quali ripercussioni sul suo entourage, sui sudditi, sui servizi di sicurezza e soprattutto sui lettori lo scoprirà solo chi arriverà all’ultima pagina, anzi all’ultima riga. Perché oltre alla irrefrenabili risate questa storia ci regala un sopraffino colpo di scena – uno di quei lampi di genio che ci fanno capire come mai Alan Bennett sia considerato un grande maestro del comico e del teatro contemporaneo.

Premetto che ho un debole per l’Inghilterra e gli inglesi. Non tanto per la letteratura, non faccio mai caso alla nazionalità di un autore, a meno che non scopra che il libro è strettamente legato alla sua cultura.
No, mi piace l’Inghilterra perché mi piacciono alcuni piccoli dettagli. Mi piace l’idea di un cottage in campagna, della sala da tè piena di alzatine con biscotti e pasticcini, mi piace il loro accento e la metropolitana di Londra (così comprensibile rispetto ad altre!), mi piace che lì il teatro non costi uno sproposito e che gli anziani londinesi posseggano così tanta dimestichezza con la tecnologia (mai visti così tanti vecchietti con lo smartphone come a Londra). Insomma, mi piace l’Inghilterra così come piace a qualcuno che non ci vive.
Detto questo, un po’ la famiglia reale mi lascia perplessa. Non capisco questo amore per loro, probabilmente perché non sono inglese. Ammetto di ridacchiare sempre un po’ di gusto quando qualcuno fa delle battutine rivolte a loro, ma non è per cattiveria. Ho raggiunto un grado di simpatia tale per la figura bonaria e totalmente innocua e di facciata che è la regina (almeno come appare al giorno d'oggi), che ormai mi sono presa certe libertà e la chiamo “La Betty”.

Non leggo spesso libri che parlano di libri perché ho paura di scoprire romanzi stucchevoli, smielati – perché è come divento io quando parlo di libri, e una parte di me si odia perché percepisco l’imbarazzo nell’interlocutore. L’ultimo che ho letto deve essere stato un paio di anni fa e ricordo che era carino, ma non abbastanza da recensirlo ad esempio, e con una morale più che mai buonista.
Unire i libri agli inglesi, e più che mai alla regina, è stato un guilty pelasure. Ho già letto Alan Bennett e sapevo più o meno a che cosa andavo incontro, infatti il libro non mi ha delusa.
Perché qualcuno dovrebbe leggerlo? Be’, anche se non amate l’Inghilterra, “La sovrana lettrice” è leggero e divertente, ma offre anche degli spunti di riflessione. In maniera esagerata e paradossale, ci mostra come un libro può cambiarci la vita, e ci fa riflettere anche su alcune caratteristiche della lettura: leggere è importante perché solo così ci abituiamo a pensare, confrontare, farci delle domande. La lettura, che pure può sembrare un atto statico, è il primo passo per l’azione.
La Betty lo sa. Leggere è stata forse l’azione più sovversiva che abbia mai fatto.