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lunedì 15 gennaio 2018

Il grande romanzo degli anni '00

Negli ultimi mesi non ho letto moltissimi romanzi-mattone, quelli con un sacco di protagonisti che racchiudono ben più di una storia, ma un’intera società. Mi ritrovo a scorrere le mie letture ogni tanto e per qualche motivo guardo a queste epopee con una certa ammirazione.
Molti di questi libri sono piuttosto vecchiotti, oppure sono moderni ma ambientati in epoche passate (un centinaio di anni fa, a volte di più). Quindi mi sono chiesta: è possibile scrivere un romanzo di questo tipo ambientato nella nostra epoca? Parlare dell’uomo di oggi all’uomo di oggi con la stessa sorprendente lucidità con la quale Dostoevskji parlava della famiglia Karamazov? O con gli insegnamenti che Dickens amava mettere sulle labbra ai suoi protagonisti, rendendoli esempio di buone o cattive abitudini dei suoi contemporanei?
In parole povere, si può scrivere il grande romanzo degli anni 2000?

Non ho bisogno di arrivare alla fine del post per dire questo, ma certo che si può! Tutto si può! Soprattutto quando si entra nell’universo della scrittura.
Ma andiamo più nei dettagli…

Il discorso che sto per aprire è molto più ampio, credo, di quanto questo piccolo blog possa sopportare, ma ci proveremo lo stesso.
Negli ultimi tempi, complici i social network, un nuovo concetto sta prendendo forma, quello dell’importanza del singolo. Nel Rinascimento siamo passati dal considerare Dio il centro dell’universo a considerare l’umanità importante e più capace di quanto non avessimo mai osato immaginare. Oggi andiamo ancor più nel dettaglio e consideriamo il singolo il centro di tutto. La tecnologia ha aiutato molto questo concetto.
Oggi tutti hanno la possibilità di dire ciò che pensano, tutti sono convinti che la loro opinione conti quanto quella di chiunque altro. Di piattaforme per farsi sentire ce ne sono a migliaia e ciò che conta di più non è quello che dici, ma quanto forte lo dici.
Lo so, questa critica proprio da parte di una persona che apre un blog potrebbe sembrare ipocrita, ma vi dirò, non è il fatto che tutti dicano la loro a infastidirmi, sono tutto un altro genere di cose. Ad esempio il fatto che internet abbia molto più successo con le critiche distruttive che costruttive, o il fatto che persone che non se ne intendono di qualcosa pensino effettivamente che la loro opinione sia pari a quella di persone specializzate in un dato settore. Mi disturba il fatto che la gente che viene ascoltata di più è quella che parla con la voce più grossa, invece che quella che dice cose sensate, o il fatto che internet possa distruggere la vita di una persona perché tutti hanno la possibilità di dargli addosso.
Quindi in realtà trovo le nuove tecnologie invenzioni utilissime e potenzialmente meravigliose, ma ovviamente il modo in cui le utilizziamo è umano e loro hanno la possibilità di ingigantire sia le nostre idee più belle che i nostri peggiori comportamenti.

Insomma, tutto ciò per dire: questo è il secolo del singolo, della persona comune che ha il suo momento di gloria, degli ostacoli personali che vengono superati dopo grandi tribolazioni, della realizzazione personale. Le cose si concentrano più sull’interiorità, sulla vita di tutti i giorni, su quanto una persona che ha una vita appartenente banale possa essere speciale, basta prendersi la briga di conoscerla.
Anche nei libri si riflette questo gusto, se così vogliamo chiamarlo, quest’idea che non so se è tutta del nostro secolo, ma che ho sentito espressa più di una volta. Sono evidentemente figlia della mia epoca, perché lo trovo giusto, persino bello. Penso che ognuno di noi sia importante, che tutti siano speciali, se solo ci si prende la briga di andare oltre le apparenze.
Ma allora, di cosa potrebbe parlare il grande romanzo degli anni ’00? Perché anche se mi sembra romantico e così carinooo questa idea di fondo che il 99% dell’umanità sia formato da belle persone (basta scavare un po’ in alcune, ma non sono cattive, magari hanno solo un carattere di merda), un po’ ho la sensazione che siamo diventati egocentrici. La verità è che un grande romanzo non può parlare di una sola persona, per quante piccole gesta eroiche questa compia. Non può per definizione essere Il Romanzo ’00 se non parla della comunità ma del singolo, perché anche se siamo così concentrati su cosa succede a noi, c’è un intero mondo di noi là fuori.
E però di cosa dovrebbe parlare, se questa è la realtà in cui viviamo?

Forse potrebbe parlare di come possiamo migliorare. Potrebbe mettere in luce i modi belli e quelli brutti in cui stiamo usando questa tecnologia che ha travolto le nostre abitudini, il nostro rapportarci con il mondo, con gli amici, con noi stessi. Potrebbe parlare di come sia giusto imparare ad alzare gli occhi per renderci conto che non è importante mostrare cosa facciamo, ma goderci il momento – si fa presto a dirlo, ma quanti di noi lo fanno davvero?
Più andiamo avanti più siamo distanti dalle generazioni che sono nate con internet veloce, illimitato, e portatile, e secondo me è quello che ha veramente cambiato moltissime cose. Io mi ricordo quando internet non ce l’avevano tutti, e chi ce l’aveva ci metteva talmente tanto a far caricare una pagina web che nel frattempo facevi in tempo a prepararti un panino, a fare una partita a carte, a mettere a posto quella cosa che hai rimandato tutto il giorno, e quindi alla fine ti stufavi e andavi (di persona) a chiedere a un amico, o alla bibliotecaria.

Non dubito che qualcuno scriverà, prima o poi, questo Grande Romanzo dei Nostri Tempi. E quando uscirà spero che non parli del singolo, ma di tutti.

sabato 9 settembre 2017

Significato per il singolo e la massa

Esiste una domanda che attanaglia ogni lettore, prima o poi, le cui risposte sono tutte diverse e tutte corrette. I libri devono avere un messaggio?
È una domanda comune e rispondere è complesso. Ad esempio ho sempre pensato che i romanzi non dovessero per forza avere uno scopo, ma allo stesso tempo mi infastidiscono alcuni romanzi che sento fini a sé stessi.
Dopo tanto pensare, forse, ho trovata una risposta che trova d’accordo tutte le obiezioni che fa il mio cervello in casi come questi. Quando cerco di ragionare, ad esempio.

Ogni storia ha un significato per il proprio autore, che sia un professionista o un appassionato, che cerchi di pubblicare le sue storie o che le tenga nel cassetto e scriva per il puro piacere di farlo. Ma non è detto che in queste lo scrittore abbia inserito a forza un significato che il lettore deve fare proprio.
Penso che per l’autore cercare sin dall’inizio di dare un messaggio alla propria opera sia deleterio. Rischia di finire per concentrarsi di più sul messaggio che sul mezzo con il quale comunica, tuttavia se non cura il canale di comunicazione, ossia il libro, il messaggio non potrà essere compreso. Inoltre sono fortemente convinta che ogni autore abbia delle idee sociali, politiche e quant’altro, che nel suo romanzo compariranno comunque, nolenti o volenti, perché le idee di un autore non possono staccarsi da ciò che scrive. Egli scrive ciò che pensa, mette in bocca ai suoi personaggi le sue riflessioni, mette in atto nella trama che crea i meccanismi della società che vorrebbe vedere nella realtà, o che teme si realizzino nella realtà. Insomma, l’autore non ha bisogno di pensare al messaggio per crearne uno, il solo scrivere lo porta a dire la sua, a dare un’opinione, che sia il suo concetto di amore, di amicizia, che sia la preoccupazione per i giovani d’oggi o per l’ambiente.

Quindi ecco un’altra domanda: una volta accettato che l’autore manda comunque un messaggio con i suoi romanzi, sia pure inconsciamente, siamo sicuri che vengano sempre recepiti nella maniera corretta?
Non ho alcun dubbio nel dire assolutamente no, e quasi mai.
Per quanto un autore sia capace a volte il suo messaggio può essere frainteso, o può anche perdersi nella narrazione (magari in un romanzo di ampio respiro, ad esempio qualcuno ha mai provato a cercare il significato del Signore degli Anelli? Io no, me lo sono perso in mezzo alla storia, ma forse cercando nei meccanismi che legano i popoli della Terra di Mezzo si trova una simbologia per i popoli della nostra terra, o fra i valori che alcuni personaggi portano si trova una sorta di guida morale secondo Tolkien, chi lo sa?). Molto spesso il significato di un romanzo non viene compreso, o viene compreso solo a metà, o non viene proprio cercato, preferendogli la storia.
Penso che siano veramente pochi i lettori che colgono sempre il messaggio nel romanzo che leggono. Io ad esempio, che ne leggo molti, non saprei dire di quali ho colto una doppia lettura, oltre a quella fornita unicamente dagli intrecci della trama. Però non metto al primo posto solo le storie di cui ho recepito il messaggio, ma tutte quelle che mi hanno emozionata, anche se non saprei dire se hanno una seconda chiave di lettura o un significato nascosto, e quale sia.

Dopo tutto questo ragionamento mi sembra di capire una cosa: per me, singolo lettore, il messaggio dei romanzi non conta così tanto. Ciò che conta è: il libro ti è piaciuto? Quello è il motivo per cui ricordiamo una lettura, perché ci emoziona, ci porta altrove, non perché ne capiamo l’importanza a livello culturale. Quello semmai arriva dopo.
Inoltre è vero che, dalla stessa storia, ogni lettore trae un insegnamento diverso. Il modo in cui una lettura viene percepita cambia a seconda di chi legge, di quando legge, del perché legge. Questo potrebbe definire anche il modo in cui viene recepito il messaggio, e quindi il modo in cui viene interpretato. Un giorno lessi un articolo molto interessante (perdonatemi ma non so citare la fonte perché è successo molto tempo fa, forse uno o addirittura due anni fa) in cui un blogger diceva di aver riletto “La strada” di Cormac McCarthy dopo essere diventato padre. Il romanzo parla di un uomo e suo figlio che devono sopravvivere in un mondo quasi completamente deserto e crudele, l’articolo sottolineava come, letto in due diversi momenti, avesse avuto un significato profondamente diverso. È impossibile dare un unico significato ad un libro, cambia da persona a persona e, anche nelle esperienze di lettura di un singolo, cambia a seconda del periodo in cui lo si legge.
Quindi il significato di un libro non ha importanza di per sé, ce l’ha in quanto interpretazione personale.

Stabilito questo esiste però un altro punto di vista, più ampio se vogliamo.
I libri con un messaggio ben definito e inconfondibile, di carattere sociale o culturale, o libri che ricordano una parte della nostra storia, sono più rari e sono quelli che adesso definiamo classici. Un giorno i libri di oggi più iconici potranno diventare classici, e così si andranno ad allungare le fila di quei romanzi che siamo sicuri abbiamo qualcosa da dirci.
Una volta riconosciuto il loro spessore, rivestiti di un insegnamento, questi libri hanno un compito: il compito di ricordare quell’insegnamento. Questi sono i romanzi scritti per tutti noi, per farci rendere conto di un problema che stiamo ignorando, per ricordarci i nostri errori passati e non ripeterli, per farci capire che per quante cose possano accadere nella storia noi restiamo sempre umani, preda in ogni secolo degli istinti più bassi come delle aspirazioni più nobili.
Esistono romanzi che non vogliono dare nulla più che qualche ora di svago, ma esistono anche quelli che ci sconvolgono con le loro argomentazioni e ci fanno riflettere. Questo post non serve per dire che un tipo è migliore di un altro, sono libri con una funziona diversa, e che servono tutti. Ma se leggiamo un libro che ci pare dica qualcosa di importante, qualcosa di cui tutti dovrebbero essere consapevoli, probabilmente quello è un libro che dovrebbe sopravvivere all’oblio delle mode, un libro che dovremmo consigliare il più possibile.

Il resto può rimanere in tutta dignità sulle nostre librerie, in quanto romanzi che abbiamo amato.

martedì 13 giugno 2017

Carta straccia #3: Il ristorante degli amori ritrovati – Ito Ogawa

Era da parecchio, per fortuna, che non incappavo in un libro da inserire in questa rubrica. Questo romanzo ha riportato in auge Carta straccia nel modo peggiore possibile: avevo grandi aspettative per “Il ristorante degli amori ritrovati”, pensavo davvero che sarebbe stata un’ottima lettura, una di quelle che ti scaldano l’animo e ti fanno venire voglia di rimanere a casa, con la coperta addosso (o un ventilatore, che in questo momento sarebbe più gradito), un tè caldo in una mano (coca cola ghiacciata) e un libro nell’altra.
Ma mi sbagliavo. Non è quel tipo di libro. Ma almeno c’è una nota positiva, lo cancellerò dal Kindle e sarò libera di dimenticarmene.

Ringo è appassionata di cucina e conosce tutto sia della cucina tradizionale giapponese, perché la nonna le ha insegnato tutto quello che sa, che di quella etnica, perché ha lavorato in diversi ristoranti e fatto esperienza.
Il giorno in cui il suo fidanzato scompare, portandosi via tutte le loro cose, a Ringo non resta altro da fare se non tornare nel piccolo paese di montagna dal quale proviene. Peccato che lì abiti ancora sua madre, con la quale non è mai andata d’accordo.
Dopo qualche momento di indecisione Ringo pensa di mettere a frutto le sue conoscenze in cucina e ristuttura il granaio della madre per farne un ristorante. Realizzato con materiali di recupero e deciso a utilizzare i prodotti che la terra può offrire, il ristorante prende vita e, con il suo menù peculiare, attira molti clienti. Infatti Ringo decide che Il ristorante lumaca servirà solo un gruppo, una coppia o un cliente alla volta, per il quale il menù sarà personalizzato a seconda dell’occasione.
Sembra una coincidenza ma, dopo aver mangiato al Ristorante lumaca, gli avventori trovano l’amore, riprendono contatti con qualcuno che credevano di aver perduto, o rimettono in sesto la loro vita riuscendo infine a lasciarsi alle spalle i dolori passati.
Proprio questo accade alla madre di Ringo, che ritrova il suo grande amore di quando era ragazza. Scopre però allo stesso tempo di essere malata e che le restano pochi mesi di vita. Dopo aver conosciuto meglio sua madre, Ringo si rimbocca le maniche e prepara il menù per il giorno del suo matrimonio.
La madre di Ringo muore poco dopo e la ragazza, che serberà nel cuore il suo ricordo, si getta a capofitto nel suo lavoro al ristorante. Cucinare la rende felice e mangiare ciò che prepara rende felici gli altri, decide quindi che essere una cuoca sarà il suo futuro.

Meh…
Che dire? Avevo accennato al fatto di aver avuto un sacco di speranze per questo romanzo, e infatti è così. È molto strano perché sono state deluse al massimo ma, allo stesso tempo, non lo sono state. La storia ha tutte le caratteristiche per essere un gran bella storia, ma è riuscita a rovinare tutto con un solo elemento: lo stile.
Ito Ogawa
Non mi sono informata sull’autrice ma forse si tratta di un’esordiente. Il fatto è che sembra di leggere un esordiente, si capisce che è un esordiente e, se non lo è, allora è nei guai. Ogni cosa si svolge troppo in fretta e con troppa facilità. Non c’è una vera e propria trama, non ci sono problematiche che i protagonisti affrontano, il pettine non giunge mai al fantomatico nodo (forse alla fine, con la notiza della morte imminente della madre, ma il tutto nelle ultime venti o trenta pagine). Sembra un resoconto dei fatti, per di più stilato da una persona rancorosa e superba.
Ringo passa quattro quinti di libro a detestare sua madre e, quando scopre che lei è malata, ogni risentimento passa come per magia. Invece di cogliere questo momento come un’opportunità per affrontarsi, capirsi, spiegarsi, le due donne non fanno che guardarsi da lontano e sperare di essere più vicine, cosa che non accade, ma si comportano come se avessero risolto i problemi che le separano da sempre.
Ho voluto leggere questo libro perché parlava di cucinare, di cibo, della bellezza di preparare un buon pasto per le persone che amiamo, di come il cibo e la cucina siano parte fondamentale di ciò che siamo. Peccato sembrasse il menù di un ristorante. Volevo immergermi per qualche attimo nell’atmosfera tranquilla di quando fai lievitare una focaccia e intanto la casa si riempie dell’odore della pasta, o il vapore della verdura che si alza quando togli il coperchio e avverti tutto il profumo degli ingredienti freschi, o ancora il rumore della carne che sfrigola quando la metti sull’olio bollente e comincia a rilasciare i succhi. Questo intendo io per romanzo che parla di cucina, l'atmosfera magica che si crea quando si cucina con passione e si assaggia (incuranti delle calorie!) un piatto preparato con amore.
L’unica nota positiva sta nell’ambientazione. Siamo in un piccolo paese di montagna perso in mezzo al Giappone. La vita segue il ritmo della natura e tutto è più tranquillo, silenzioso, lontano dal caos e dalla fretta irrazionale della città. Le persone sono più semplici, cortesi, e il paesaggio di cui si può godere ogni giorno è un regalo.

Conclusione? Non leggetelo.
Davvero, mi capita raramente di dirlo ma questa è una di quelle volte. Non leggetelo, perché vedere un romanzo pieno di possibilità rovinato così è ancora peggio di trovarne uno che ne è completamente privo.

Nonostante le mie critiche pare che in Giappone abbia avuto successo,
tanto che ne è stato tratto un film.

martedì 6 giugno 2017

Oceano mare – Alessandro Baricco

Quando ho aperto il blog pensavo che avrei recensito ogni singolo libro e che sarebbe stato bellissimo. Poi mi sono resa conto che leggo troppi libri per poterli recensire tutti, quindi ho deciso di parlare solo di quelli che mi sono piaciuti molto, o che non mi sono piaciuti affatto. Poi ho visto che non sempre ho qualcosa da dire su una lettura, perché mi lascia un po’… meh. Non mi è dispiaciuta, ma non mi è nemmeno piaciuta, quindi ne verrebbe una recensione scialba. E questi sono i motivi per cui di solito non scrivo recensioni.
Poi leggo Baricco, e mi ricordo che ci sono libri di cui non riesco a parlare.
Potrei dirvi della trama di “Oceano mare”, dei personaggi, del finale, dello stile, ma non hanno ancora inventato delle parole adatte a descrivere cosa significano certi romanzi. Una cosa simile mi è successa con “Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano”, ma all’epoca non avevo un blog. Adesso che mi sento quasi in dovere di spargere il germe della lettura a più persone possibili, mi chiedo come si possa parlare di un libro talmente impenetrabile come questo.
Dopo tanto pensarci ho capito che non si può.
Quindi lascerò parlare il libro stesso.

“Edel, c’è un modo di fare degli uomini che non facciano del male?”
Se la deve esser chiesta anche Dio, questa, al momento buono.

Ha 38 anni, Bartleboom. Lui pensa che da qualche parte, nel mondo, incontrerà un giorno una donna che, da sempre, è la sua donna. […]Quasi ogni giorno, ormai da anni, prende la penna in mano e le scrive. Non ha nomi e non ha indirizzi da mettere sulle buste: ma ha una vita da raccontare. E a chi, se non a lei? Lui pensa che quando si incontreranno sarà bello posarle sul grembo una scatola di mogano piena di lettere e dirle
“Ti aspettavo.”

La natura ha una sua perfezione sorprendente e questo è il risultato di una somma di limiti. La natura è perfetta perché non è infinita.

Aveva perso un po’ di quello smalto… gli si era appannata l’anima, se capite cosa voglio dire. Era come se si fosse aspettato qualcosa di diverso, lui, di proprio diverso. Non era preparato a quella normalità lì.


lunedì 5 dicembre 2016

I sopravvissuti


La gif dice tutto.
Sì, sono viva. Senza tediarvi troppo, vi dico solo che ho impegnato il 99% delle mie energie prima per cercare casa, poi per compare la prescelta e in seguito per ristrutturarla. Ora che siamo in dirittura d’arrivo sento finalmente di stare tornando in una dimensione di normalità.
Riprendo quindi il blog!, che, devo ammettere, mi è mancato parecchio. Riprendo i commenti ai blog che seguo, che ho continuato a leggere con interesse ma saltuariamente e sempre fra un minuto di tempo e l’altro, per cui non ho mai avuto davvero tempo di lasciare un commento agli articoli.
In questo periodo mi sono concentrata su altre priorità, lasciando il resto in standby. Ho fatto come quegli animali che regolano l’afflusso di sangue solo agli organi vitali per sopravvivere in casi estremi. Ho rallentato l’afflusso di tutto ciò che non era essenziale e ho diminuito persino le letture (ora capite come la situazione era spossante!).
La maggior parte dei libri che leggevo finivano per stancarmi presto e li ho lasciati perdere senza troppi rimorsi. Pochissimi hanno resistito, e di questi ancora meno sono quelli che ricordo con piacere. A loro va dedicato in premio questo post, dato che sono scampati al libricidio.
Quindi ecco a voi, con tutti gli onori, i sopravvissuti.

Jonathan Stange e Mr. Norell, di Susanna Clarke
All'inizio dell'Ottocento, della magia inglese rimangono quasi solo leggende come quella di Re Corvo, il grande mago capace di fondere la sapienza delle fate con la ragione umana. Ma dalle regioni del Nord un tempo visitate da elfi e folletti appare il signor Norrell, capace di far parlare le statue della cattedrale di York: la notizia sembra segnare il ritorno della magia in Inghilterra, e Norrell si trasferisce a Londra per offrire i suoi servizi magici al governo, impegnato nella guerra contro Napoleone. Ma una profezia parla di due maghi che faranno rinascere la magia inglese. Uno dei due maghi è Norrell. E l'altro chi è?

Con tutto il rispetto per chi scrive le quarte di copertina, ma questa è davvero pessima.
Non rende affatto giustizia al libro, allo stile, al linguaggio, alla trama, proprio a niente! Ho letto questo romanzo dopo averne letto la recensione sul blog “La Leggivendola”, che adoro e seguo da anni. Mi fido ciecamente delle sue recensioni e, sebbene a volte i miei gusti vadano altrove, quando trovo qualche libro che mi sembra interessante e che lei ha recensito bene la curiosità aumenta e la voglia di leggero è irresistibile.
Infatti l’ho letto.
Che dire di “Jonathan Strange e Mr. Norell”? Il commento a caldo che avevo da fare, non molto approfondito né ricercato, a chi mi chiedeva come andava la mia lettura in quel periodo, era: «È come se Jane Austen avesse deciso di lasciar perdere i matrimoni degli ereditieri e si fosse dedicata al fantasy». Ed è proprio così, per diversi motivi.
Il linguaggio della Clarke è minuzioso, elaborato, e ci riporta in un’epoca che solo i romanzi ottocenteschi sanno ormai evocare. Trovo questo particolare interessante perché l’autrice poteva benissimo adattare i toni ad una più moderna scrittura, invece ha deciso di rimanere fedele all’epoca in cui si svolge la vicenda. Mi rendo conto che non sempre si può fare (un romanzo in latino ambientato nell’epoca d’oro dell’impero romano non è il massimo, ebbene sì), ma quando se ne ha la possibilità questo dettaglio aumenta la magia del romanzo. Mi è capitato di leggere romanzi storici ma nessuno utilizzava un linguaggio così fedele all’epoca trattata. Penso che una scelta come questa sia da lodare perché non è affatto facile scrivere in un linguaggio così lontano da noi per un libro che oltre ad essere lungo tratta anche temi piuttosto estranei all’epoca.
La trama è complessa e prosegue senza fretta, proprio come nelle epopee familiari di fine ottocento. Conosciamo a fondo i personaggi, la loro vita e coloro che gli si muovono attorno. Di ognuno leggiamo le disavventure e, alla fine, anche quelli che consideravamo semplici comparse hanno modo di avere un ruolo decisivo. Nessuno è lì per caso, nessuna pagina è scritta a vuoto.
La storia si chiude con una drammaticità inaspettata. Non ci sono vincitori né vinti, non esiste nessuno che ne esca completamente pulito. L’ho trovato un romanzo massiccio, che si scopre essere alla fine molto più di quello che appare. Non è solo un fantasy, non è solo un’avventura, né una prova di stile eccellente, è una storia complessa capace di incantare il lettore. Personalmente mi ha trasmesso l’idea dell’esistenza di forze a noi incomprensibili, cose “più grandi di noi” con le quali abbiamo a che fare e di cui scorgiamo un barlume di quando in qua, ma che non potremo mai capire del tutto.

La breve favolosa vita di Oscar Wao, di Junot Dìaz
“La breve e favolosa vita di Oscar Wao”: già dal titolo si capisce che il romanzo non avrà un lieto fine classico. Ma non importa. Perché la vita di Oscar - ribattezzato Wao da un amico dominicano che storpia il nome di Wilde – è davvero favolosa. Da favola. Da favola letteraria, magica e realistica al tempo stesso. Nasce e cresce nel New Jersey, il grasso, poco attraente, intelligente e parecchio eccitato Oscar. Sua madre Belicia è una ex reginetta di bellezza scappata da Santo Domingo perché perseguitata dal clan del dittatore Trujillo, la sorella, Lola, è una ragazza dolce, assennata e insieme spericolata come tutte le dominicane di Diaz. L'intero albero genealogico di Oscar, come quello di altre migliaia di dominicani, è composto da figure torturate, espropriate, martirizzate.

Altro libro, altro blog. Mi deve perdonare l’autrice se non ricordo esattamente quale, di tutti quelli che leggo, sia quello che mi ha regalato questa perla. (Se sai di essere tu, fatti avanti.)
Ciò che più mi piace della letteratura sudamericana è il cosiddetto ‘realismo magico’. Se avete letto un romanzo qualsiasi di Isabel Allende o Gabriel Garcia Marquez sapete a cosa mi riferisco. Spiegarlo mi risulta complicato. In questi libri accadono fatti inspiegabili, appunto magici, che tutti accettano senza farsi patemi e andando avanti con la vita, pensando che in fondo ci sono cose peggiori da sopportare, un po’ come i familiari di Banjamin Button non si sono mai fatti un problema del loro pargolo vecchio e brutto. Junot Dìaz ha smorzato questi toni, ha reso tutto un po’ più moderno, più reale e meno magico, tuttavia il romanzo è come circondato da un alone di romanticismo, come se stessimo leggendo una fiaba.
I personaggi sono estremamente umani, adorabili nella forza che tirano fuori tutti i giorni per andare avanti e commoventi nei madornali errori che compiono. Ho amato tutti i personaggi di questo romanzo, dal migliore amico di Oscar, il tipico sciupafemmine dominicano, alla svampita e bellissima Belicia che, da giovane, faceva girare la testa a tutti gli uomini del paese ma era innamorata dell’unico sbagliato. Il protagonista, Oscar, rimane solo una parte di questo folle e ricco affresco ma la cosa non mi infastidiva. Mentre leggevo pensavo che avrei voluto conoscere uno come lui, un ragazzo impacciato e romantico, e che gli sarei stata amica. Poi mi sono resa conto che proprio quella era la sua condanna. Il povero Oscar veniva sempre friendzonato, un po’ per colpa sua, un po’ per malignità della ragazza che era oggetto del suo interesse spesso.
Ma vi dico una cosa (concedetemi lo spoiler o saltate questa riga, se volete leggere il libro). Alla fine della sua vita avrà conosciuto l’amore.

Wonder, di R. J. Palacio
È la storia di Auggie, nato con una tremenda deformazione facciale, che, dopo anni passati protetto dalla sua famiglia per la prima volta affronta il mondo della scuola. Come sarà accettato dai compagni? Dagli insegnanti? Chi si siederà di fianco a lui nella mensa? Chi lo guarderà dritto negli occhi? E chi lo scruterà di nascosto facendo battute? Chi farà di tutto per non essere seduto vicino a lui? Chi sarà suo amico? Un protagonista sfortunato ma tenace, una famiglia meravigliosa, degli amici veri aiuteranno August durante l'anno scolastico che finirà in modo trionfante per lui. Il racconto di un bambino che trova il suo ruolo nel mondo. Il libro è diviso in otto parti, ciascuna raccontata da un personaggio e introdotta da una canzone (o da una citazione) che gli fa da sfondo e da colonna sonora, creando una polifonia di suoni, sentimenti ed emozioni.

Questo è un libro per bambini. Ogni tanto mi capita di leggerli e spesso li trovo carini, anche se effettivamente adatti ad una certa fascia di età. “Wonder” invece è un libro per tutti, forse più per gli adulti che per i bambini.
Ho trovato interessantissimo pensare a come reagisco io di fronte ad una persona con problemi fisici che la rendono poco attraente. Personalmente se noto qualcuno con una deformazione cerco di mantenere gli occhi puntati altrove, non perché mi causi fastidio ma perché penso che potrei metterla a disagio, fissandola. Forse il mio atteggiamento viene confuso con qualcosa di orribile come il disgusto, e questo libro mi ha fatto riflettere molto su cosa potremmo fare per rendere meno pesante a queste persone il semplice gesto che noi diamo per scontato di uscire di casa. Inoltre mi ha fatto riflettere perché sempre più spesso, oggi, si sentono notizie di persone con handicap fisici o mentali che vengono maltrattate dai cosiddetti ‘normodotati’ (che tanto normo poi non sono, a mio parere, se trovano divertimento nell’umiliare una persona malata).
Consiglio questo libro a tutti. Rimane una narrazione per bambini e rende alcune questioni complesse molto più semplici di quanto in realtà non siano, le spoglia delle complicazioni di cui le rivestono gli adulti per esaminarle all’osso e renderle comprensibili anche ai più piccoli. Tuttavia non è un male perché ci mette di fronte ai fatti nudi e crudi e ci costringe a rispondere a delle domande semplici, senza via di scampo. Perché rifuggiamo da chi è diverso? Perché a volte ci sentiamo a disagio di fronte a persone con un handicap?
Forse leggendo “Wonder” qualcuno di noi riuscirà a darsi una risposta, e a trovare una soluzione.

Qualcuno di voi ha letto uno di questi libri? Mi auguri di sì perché li ho trovati tutti meravigliosi, in modo diverso. E se non li avete letti, vi ho incuriosito?

Awww, sono felice di essere tornata!

domenica 14 febbraio 2016

Va’, metti una sentinella – Harper Lee

Iniziare una recensione come questa ha richiesto delle ricerche e molte riflessioni. Perché non è solo una recensione ma anche un pensiero.
Lessi “Il buio oltre la siepe” di Harper Lee quando andavo al liceo. Ero infervorata nella lettura, piena di ideali illuminati, pensieri profondi, e un nodo alla gola quando pensavo a tutti i temi che questo romanzo porta con sé – che non vengono mai alla mente con leggerezza, né si possono spazzare via con una scrollata di spalle. Mi piacque moltissimo e non manco di ricordarlo ogni tanto.
Quando seppi che era uscito il seguito ne rimasi stupita. Per me quella storia non aveva un seguito, finiva lì, ed era completa e perfetta così com’era. Nonostante questo non ebbi dubbi nel comprarlo e lo lessi avidamente, anche se un po’ perplessa. Non sapevo cosa aspettarmi, dove mi avrebbe portata, se essere curiosa o sulle mie.
Prima di dirvi ciò che penso, però, un piccolo excursus.
 
Lo dico per chi non ha sentito parlare della vicenda, ma si vocifera che la Lee non sia stata particolarmente d’accordo con l’idea di pubblicare “Va’, metti una sentinella”. Alcuni sostengono che sia stata convinta, altri che sia stata costretta. Aldilà di tutte le teorie che possono esserci, vorrei sottolineare un fatto.
“Va’, metti una sentinella” è stato scritto prima di “Il buio oltre la siepe”. Lee lo sottopose a un editore ma questi lo rifiutò, consigliandole di presentare la sua protagonista, Scout, da bambina. Sappiamo tutti che lo fece con grande successo, e dopodiché lasciò il suo primo romanzo nel cassetto. Pare che lo tenesse sottochiave, in una cassetta di sicurezza. Di certo dopo il successo che ebbe “Il buio oltre la siepe”, Harper Lee si rendeva bene conto dell’importanza che poteva avere quel manoscritto, ma ha scelto di non pubblicarlo.
I motivi per i quali lo ha conservato possono essere molteplici, forse puramente affettivi. Fatto sta che per cinquant’anni ha deciso di lasciarlo nell’ombra, di dimenticarlo, e di far sì che tutti quanti lo dimenticassero.
 
Se qualcuno di voi ha letto “Va’, metti una sentinella”, sa benissimo che cosa accade. (E badate bene che sto per dirlo, quindi se ancora non lo avete letto fuggite, sciocchi!). Atticus Finch è invecchiato, e ora che i diritti dei neri stanno davvero prendendo piede ha paura. Paura di ciò che potrebbe accadere, di vedere un nero essere suo pari, di poter essere forse scavalcato da un nero, e di dovergli lo stesso rispetto e le stesse identiche premure che si devono a un bianco. A dargli contro l’ormai cresciuta Scout, che accetta a braccia aperte un mondo dove i diritti civili sono uguali per tutti e che rimane allibita e annientata nello scoprire che l’uomo che ha sempre ammirato, suo padre, è uno di quegli uomini che lei disprezza di più.
Sono rimasta allibita e annientata come Scout.
Harper Lee
Il personaggio di Atticus Finch è diventato simbolo, per intere generazioni, di rettitudine, onestà, lealtà. Vederlo così trasfigurato mi è dispiaciuto molto, perché il mito che gli si era creato attorno era sì irraggiungibile (perché una persona così perfetta è difficile che esista) ma dava esempio e speranza.
Mi piaceva pensare che esistesse, anche solo nella fantasia collettiva, qualcuno come Atticus Finch. Qualcuno che si sarebbe sempre alzato per proteggere chi non poteva farlo, per dire le cose come stanno davvero e cercare di cambiare ciò che non è giusto. Perché se esiste nella nostra fantasia, allora forse potremmo trovare il coraggio di agire nella realtà.
Mi rendo conto che sto parlando di cose molto astratte, ma ecco che arrivo alla conclusione.
Se Harper Lee aveva deciso di mettere sotto chiave “Va’, metti una sentinella”, forse c’era un motivo. Forse anche lei si è resa conto che “Il buio oltre la siepe” è stato molto più che un romanzo, ha influenzato moltissima gente in maniera positiva, ha portato con sé un ideale importante. Questo ideale era incarnato da Atticus Finch.
“Va’, metti una sentinella” distrugge questo personaggio.
 
Per fortuna non sono morti gli ideali di Atticus, tuttavia mi dispiace molto il fatto che sia stato trasformato in un anziano fragile, atterrito dalla novità e dalla possibilità di condividere dei privilegi con prima erano solo suoi. Scout non è abbastanza forte come personalità contrastante, non è abbastanza saggia, carismatica né convincente per sostituirlo quindi ecco, penso che con questo romanzo abbiamo perso qualcuno a cui ci si poteva ispirare.
Per quanto mi riguarda cercherò di fare in modo che “Va’, metti una sentinella” scompaia dalla mia memoria. Preferisco ricordare Atticus Finch come Harper Lee ha voluto mostrarcelo per oltre cinquant’anni.
 
Atticus Finch
 

domenica 10 gennaio 2016

L'atlante delle nuvole - David Mitchell

Per essere onesti sono passati qualcosa come tre mesi da quando ho finito di leggere “L’atlante delle nuvole” di David Mitchell. Il problema fondamentale è che mi è piaciuto così tanto che devo recensirlo ugualmente, anche se a mente fredda. Un po’ mi dispiace perché so che, se fatta subito, questa recensione avrebbe grondato ammore da tutte le sillabe.
Ho già letto Mitchell qualche anno fa. Lessi “I mille autunni di Jacob De Zoet” e mi piacque moltissimo. Non so perché non ho ancora incontrato nessuno che lo abbia letto. Comunque penso che si stato quello a sancire la mia ammirazione per Mitchell. Invece “L’atlante delle nuvole” ha sancito la mia ossessione. Sul serio, da ora in poi Mitchell dovrà stare attento, potrei stalkerarlo per sapere dei suoi romanzi in arrivo.
Quando di un autore leggi due libri e ne ami due alla follia, vorrà pur dir qualcosa.
 
Per chi non avessi visto il film di qualche anno fa, molto fedele fra l’altro, il romanzo si compone di sei storie che si susseguono in ordine cronologico, dalla metà del 1800 fino ad un’epoca più in là del futuro più tecnologico che possiamo immaginare. Ogni storia si interrompe a metà per raccontare la seguente, e così avanti fino alla sesta storia, che leggiamo senza interruzioni e dopo la quale riprendiamo e terminiamo tutte le altre in ordine inverso.
Di per sé ogni racconto è avvincente, commovente, o anche divertente, che sia la storia di come un robot tenta la ribellione per salvare i suoi simili o di come un editore cerca di scappare da una casa di riposo. Ogni epoca porta con sé personaggi eclettici, situazioni delle più disparate e momenti carichi di emozione.
Ciò che hanno in comune tutte le storie è il desiderio di giustizia, di un popolo o anche solo del singolo. Inoltre sono legate sia dalle storie stesse, che si ripresentano nelle altre sotto forma di diari, film, libri o registrazioni, che da tanti altri piccoli dettagli. Ricorrono ovunque le parole ‘atlante delle nuvole’, così come ricorre una voglia a forma di stella cadente in ogni personaggio principale.
 
La prima storia è ambientata nel 1800, è il diario di un notaio che viaggia ai Caraibi e il cui bottino recuperato per lavoro viene notato da un dottore imbroglione, che tenta di avvelenarlo per poterlo derubare.
Il diario viene trovato da un giovane compositore inglese diseredato. Questi viaggia in Belgio per lavorare assieme ad un grande musicista ormai anziano, che sfrutta la sua bravura per la propria fama. Durante la sua permanenza in casa del vecchio scambia lettere con il suo amante, Rufus Sixmith.
Anni dopo le lettere, gelosamente custodite da Sixmith, vengono lette da una giornalista dopo la morte dell’uomo. Questi era invischiato, suo malgrado, nella storia dell’occultamento di segreti politici ed economici, segreti che la giornalista Luisa Rey cercherà di portare a galla e denunciare.
La storia di Luisa viene raccontata in un libro, che però ancora non è un vero libro. Il manoscritto viene infatti inviato ad un editore perché venga preso in considerazione per essere pubblicato, cosa che l’editore fa durante le sue peripezie per fuggire da un ospizio dove è stato erroneamente rinchiuso. Le sue avventure sono così strambe che l’editore decide di farne egli stesso un racconto, che anni dopo si trasforma in un film.
Il film preferito di Somni 451 in effetti, nonché l’unico film che abbia mai visto, perché Somni 451 è una servente in un fast food del futuro. Creata dagli uomini per servirli è ignara, come le sue sorelle, della loro schiavitù, abilmente camuffata in vita reale e felice, almeno finché Somni non scopre la verità e fugge. Ma viene catturata, e le sue memorie prima dell’esecuzione vengono registrate.
Questa registrazione arriva direttamente al giovane Zachry, che vive in un’epoca post apocalittica che lui chiama Dopo la Caduta. Il mondo che conosce è selvaggio, smile per molti versi alla nostra epoca preistorica.
 
David Mitchell
Le storie che ho preferito sono quella ambientata negli anni trenta, con le lettere del giovane musicista, e le ultime due ambientate rispettivamente in un futuro non così lontano, e in uno invece così lontano da non riuscire a immaginarlo.
Penso di aver amato la prima storia perché mi sono affezionata al protagonista, un ragazzo incompreso, ribelle, e tuttavia dotato di genio. Invece le ultime due storie erano interessanti per la loro analisi della società e l’ipotesi di un futuro che mi sembra orribilmente plausibile.
Nel futuro di Somni 451 il pianeta sta morendo. Abbiamo sfruttato tutte le risorse disponibili, distrutto tutto ciò che la Terra ci ha offerto, e viviamo con i paraocchi senza voler vedere che cosa abbiamo fatto e a che cosa andiamo incontro. L’umanità è avida di sapere, di tecnologia sempre più avanzata, e preferisce non pensare a cosa gli riserva il futuro per non dover fare i conti con le proprie colpe.
In quello che io ho ribattezzato il Super-Futuro, invece, siamo l’umanità dopo la disfatta. Piccole tribù che vivono di caccia, raccolta, hanno superstizioni molto simili a quelle dei nostri popoli antichi. Si ammalano facilmente, vivono fino ai quarant’anni se sono fortunati e hanno sviluppato un linguaggio rozzo che è il risultato dell’involuzione di una lingua e di un popolo.
Forse potrà sembrare orribile, o tremendamente pessimista, ma io penso che andrà più o meno così se non ci diamo una regolata. In realtà penso di essere ancora ottimista nel mio piccolo, perché da alcune conversazioni con amici ho scoperto che, per la maggior parte, pensano che prima o poi ci estingueremo e basta, o distruggeremo il pianeta causando una sorta di auto genocidio.
Be’ ovviamente nessuno può sapere se andrà così, né i miei amici, né voi, né tanto meno io. Ma spero che, come detto sopra, prima di arrivare a questi livelli catastrofici ci daremo una regolata e smetteremo di vivere con i paraocchi.
 
“L’atlante delle nuvole” è un romanzo corale, di cui è difficile capire le intenzioni. Mettere nero su bianco il messaggio che vuole trasmettere è pressoché impossibile, ma anche inevitabile. Vuole dimostrare come ogni cosa sia collegata? O magari parla della ciclicità della specie umana. O forse vuole difendere l’uguaglianza, la libertà, il diritto di parola e di pensiero! O magari tutte queste cose insieme o nessuna di queste?
Non lo so, ma mi ha fatto riflettere. Solo per questo vale la pena leggero.
 
La locandina del film
 

martedì 8 settembre 2015

Mansfield park - Jane Austen

Sin da quando lessi “Orgoglio e pregiudizio” per un compito scolastico, ho adorato Jane Austen e i suoi romanzi. Non li ho ancora letti tutti, perché secondo me c’è un momento giusto per leggere i suoi romanzi. Solitamente si piazzano dopo qualche romanzo d’avventura, magari uno o due storici, e un racconto romantico. Allora sì che viene voglia di leggere Jane Austen, immergersi nell’atmosfera dell’Inghilterra di metà ottocento.
Attenzione però! L’Inghilterra di metà ottocento della classe medio alta. Quei salotti dove si passava il tempo a motteggiare allegramente, ad ascoltare musica dal vivo, a giocare a carte o, magari, si sceglieva di uscire all’aperto a fare una passeggiata attorno alla proprietà, per parlare in serenità in qualche parco ben curato e un po’ nascosto con un gentiluomo dal bel portamento inglese.
 
Nonostante questi tipi di letture un po’ idealizzino, a mio parere, l’idea che abbiamo dell’epoca di quel tempo, rendono in maniera molto verosimile se non altro una parte di popolazione, e la natura umana tutta.
L’idealizzazione sta nel fatto che, all’infuori delle piccole società che la Austen crea, unendo due o tre famiglie e pochi altri elementi, pare non esserci nulla. Non un servitore in casa (compaiono molto raramente nella narrazione, appena di sfuggita se non mai, seppure la loro presenza in quegli anni fosse costante nelle case di borghesi e nobili), non un popolano per le vie, né apparentemente uno stato, un popolo, una monarchia o famiglia reale che sia, di cui oggi invece si ama discutere per ogni quisquilia. Sembra quasi che questi nobili vivessero in una bolla di vetro opaco, senza vedere nulla al di fuori di ciò che il racconto della Austen suggerisce, nulla che non abbia a che fare con la trama stessa. Forse era davvero così. Forse i nobili inglesi dell’epoca preferivano davvero essere sordi alla politica, ciechi alla povertà, e semplicemente si chiudevano nei loro palazzi londinesi o nelle loro regge di campagna in estate. Chi lo sa?
Eppure c’è un fondo di verità che aleggia lungo tutta la narrazione. Una delle cose che più preferisco di Jane Austen è la sua capacità di comprendere la natura umana. Quella sì non cambia di molto negli anni, uomini e donne possono essere solari, umili, meschini, sciocchi e un sacco di altre cose belle o brutte, ora come allora. Dei suoi personaggi amo il fatto di riuscire a comprenderli sempre e in toto, senza sforzo o pregiudizio, perché hanno un carattere reale che agisce e reagisce in maniera coerente a sé stesso.
Una sola cosa posso dire di male ai personaggi di Jane Austen: in ogni romanzo che ho letto sin ora c’è un personaggio (spesso femminile) che sembra voler incarnare tutte le qualità positive e allontanare quelle negative. Ho sistematicamente detestato tutti quei personaggi, e mi andava anche bene finché erano personaggi minori o comunque non i principali. Ma poi ho letto “Mansfield Park”. Ho incontrato quella che sembra essere l’eroina preferita della Austen, la più perfetta e la più arrogante nella sua rappresentazione: Fanny Price.
 
Per chi non ha letto Mansfield Park faccio un riassunto (spoiler alert!).
A dieci anni Fanny Price si trasferisce a casa degli zii nella magione di Mansfield Park. Provenendo da una famiglia piuttosto povera e rozza, essere a Mansfield e poter godere di privilegi quali l’educazione scolastica, la conoscenza di persone altolocate, l’adozione di maniere raffinate, è per Fanny una vera fortuna. Nonostante questo rimane sempre relegata ad un ruolo inferiore rispetto ai cugini, perché loro occupano un gradino più alto in società.
Fanny cresce così misurando costantemente la distanza fra sé e la due cugine. Mentre lei studia e si meraviglia di ciò che apprende, loro si annoiano e pensano che l’educazione sia solo un mezzo per apparire intelligenti, mentre Fanny si rende utile in casa loro pensano a passatempi poco faticosi e più ludici, mentre lei rimane nelle retrovie nella società le due cucine non vedono l’ora di lanciarcisi.
In gran segreto Fanny s’innamora del cugino Edmund, che però è interessato ad una nuova vicina che è in visita assieme al fratello. I due nuovi arrivati sono Mr. e Miss Crawford, entrambi viziati e vanesi, egoisti e con poco senno. Edmund inizialmente s’infatua di Miss Crawford ma desiste nel chiedere la sua mano quando si rende conto della natura negativa della ragazza. Mr. Crawford invece è innamorato di Fanny a dispetto del suo rango inferiore e chiede la sua mano. Lei lo rifiuta, scatenando lo sdegno e lo stupore di tutti. Non a torto, però, lo fa, perché pochi mesi dopo aver chiesto la sua mano Mr. Crawford verrà coinvolto in uno scandalo con la più sciocca delle cugine di Fanny, che fra l’altro si era appena sposata.
Infine Fanny, grazie alla sua perseveranza, onestà e umiltà sposa il cugino Edmund.
 
Orbene, ci sono parecchie cose da dire su questo romanzo. Mi ha presa, su questo non c’è dubbio. L’ho letto più velocemente di quanto credessi possibile! Tuttavia ci sono parecchie cose che non ho apprezzato in questo libro, come molte altre invece mi hanno fatta riflettere.
La prima, come già accennavo, è la protagonista. Incarna tutte le qualità che una persona può incarnare, è talmente perfetta da dare la nausea. Inoltre la sua relazione con Edmund è delle più tristi. Forse la Austen intendeva essere ironica, ma se è così allora qualcuno deve dirmelo perché io non l’ho capito. Edmund sposa Fanny, ma non c’è traccia di romanticismo fra i due, per lo meno da parte di lui. Per come l’ho interpretata io, Edmund sposa Fanny perché è quella che più si avvicina al suo ideale di moralità, ma non la ama. Come può amarla? Fanny è grigia, noiosa, prevedibile, fa quel che la gente farebbe se si comportasse sempre bene. Ma non è bello ogni tanto comportarsi male? Invece Fanny ama Edmund dell’amore più ingenuo che può esserci. Non si arrabbia con lui nemmeno quando va contro a tutti i suoi ideali, nemmeno quando si rimangia la parola data perché caduto come uno scemo nelle malie di Miss Crawford. A Edmund, Fanny si asservisce perché è l’uomo che ama.
Non ho capito poi che cosa ci fosse di tanto male in Miss Crawford. Personalmente l’ho trovata più simpatica di Fanny, più naturale e sicuramente meno musona. Certo nel libro viene descritta in maniera negativa, è ricca e quindi viziata, è avida e quindi opportunista. Ma quel che ho visto io invece è una donna furba e sicura di sé, in un’epoca in cui le donne sciocche e insicure erano purtroppo la maggior parte, causa una società che le costringeva al ruolo di grazioso soprammobile. Una donna come Miss Crawford forse ha meno scrupoli, pensa più al profitto, ma per vivere serenamente sono convinta che molte donne dovessero fare così in quell’epoca.
Quindi meno Fanny e più Miss Crawford per tutti! Perché di donne furbe sicure di sé il mondo non avrà mai abbastanza.
 
Ho sentito dire che Jane Austen considerava “Mansfield Park” uno dei suoi libri più importanti poiché l’educazione – in particolare quella femminile – era al centro della narrazione. Si stupì molto quando venne a malapena notato dai critici, passato quasi sotto silenzio rispetto ad altri suoi precedenti lavori come ad esempio “Orgoglio e pregiudizio”. Credo che fosse un tema più scottante, che ai critici conveniva far passare dietro le quinte piuttosto che sul palcoscenico, perché era un tema che avrebbe suscitato polemica.
Con il messaggio che il romanzo mi ha trasmesso sono del tutto d’accordo. Fanny riesce a raggiungere il suo ideale di felicità grazie alla caparbietà e serietà che ha maturato nel corso degli anni. Queste gli vengono non solo dall’educazione aristocratica, ma anche e forse soprattutto dalla distanza che tiene da essa. La Austen dimostra proprio che coloro che hanno tutto, che sono vezzeggiati e adulati sin dall’infanzia, crescono con una percezione distorta di loro stessi, una percezione troppo alta rispetto a ciò che è la realtà. Mentre chi viene relegato nell’angolo può vedere le cose da un punto di vista più ampio, il cui centro sono le cose che contano, e non sé stessi.
Pienamente d’accordo! Qui la Asuten si è guadagnata il mio pollice alzato.
 
In generale direi che questo romanzo mi è piaciuto, nonostante i suoi lati negativi. Forse proprio per quelli perché, nonostante tutto, mi è piaciuto analizzarlo, trovare le ragioni per cui non sono d’accordo con questa o quella affermazione.
Penso che un romanzo che ci fa ragionare, discutere, che ci spinge all’analisi, anche se considerato un cattivo romanzo, sia sempre meglio di un romanzo che passa sotto silenzio senza stuzzicare nemmeno una corda della nostra voglia di dibattito.

venerdì 28 agosto 2015

Sex on the book

La sessualità e il sesso è argomento largamente dibattuto, oggi come nel passato, da uomini e da donne, e nonostante questo rimane un mistero per tutti. Per chi ha una sessualità rigida e ricca di tabù, certamente lo è, ma anche per chi la vive in maniera più libera, spensierata, malata o serena. Per chi non la vive affatto. E per chi non può fare a meno di viverla.
Essendo in questo blog, vi giro la questione in un’ottica prettamente libraria. Di sesso se ne parla sempre, ma come se ne parla nei libri?
Questo post mi sta interessando più del previsto, tanto che ho fatto qualche ricerca su internet. Sono lieta di non essere incappata in siti porno, ma di aver invece trovato spunti interessanti.
Per prima cosa: è giusto scrivere di sesso e sessualità nei libri?
 
Credo che per andare avanti si debba fare una distinzione doverosa, che molti danno per scontata ma che alcuni non fanno affatto. La sessualità e il sesso sono due cose diverse, seppur correlate. La sessualità è qualcosa che possediamo sin dalla nascita, è la consapevolezza del proprio corpo, un connubio di caratteri e comportamenti. Il sesso invece può essere inteso sia come organo riproduttivo maschile o femminile, che come atto sessuale.
Ora, non sono un dottore, ma mi sembra che stiamo parlando di due cose differenti.
 
Per tornare alla domanda iniziale, io rispondo: sì, è giustissimo parlare di sessualità e sesso nei libri. Non c’è motivo di non farlo, e ci sono invece parecchi motivi per farlo.
Scrivere un libro per parlare di sessualità e spiegarla, ad esempio, a dei bambini, è importante. Penso che libri del genere debbano essere scritti da professionisti, da pediatri e/o psicologi, perché credo che sia giusto che anche i più piccoli siano a conoscenza della sessualità. Intesa soprattutto come affetto, dimostrazione di emozioni, diritto alla propria privacy anche da piccoli e sicuramente un sacco di altre cose che io non so. Se che quando avrò dei figli vorrei avere la possibilità di spiegare loro, nella maniera più corretta ed efficace, tutto ciò che devono sapere per iniziare a vivere la loro sessualità e proteggersi da una sessualità che potrebbe essere pericolosa. Non essendo ferrata in questo campo, penso che dei libri potrebbero aiutarmi molto, quindi c’è bisogno di libri sulla sessualità.
Ho preso ora l’esempio dei bambini, ma potrei prendere come esempio anche un adulto. Ci sono molte persone che hanno problemi con la loro sessualità o con il sesso, e hanno tutto il diritto di informarsi per poter vivere serenamente. Sono anche fermamente convinta che un libro aiuti molto di più che reperire informazioni frammentarie su internet o quelle manipolate in tv – senza contare poi che il 90% di ciò che sentiamo in televisione viene rimosso quindici minuti dopo.
Non c’è invece ragione, penso, di trattare la sessualità come un tabù. Esistono persone che lo fanno tutt’oggi, quindi non penso di fare un’affermazione scontata. I tabù impediscono l’informazione, mitizzano l’argomento stesso che vogliamo nascondere e lo rendono misterioso e curioso, portando spesso alla paura nei suoi confronti o ad un’eccessiva curiosità. Nessuna di queste due cose è positiva.
Quindi è giusto parlarne, informare ed essere consapevoli.
 
E qui termina la mia piccola introduzione, che tanto piccola poi non è, ma che mi sembrava doverosa per mettere in chiaro ciò che penso. Una volta preso atto che considero normale e corretto non nascondere uno degli elementi base della natura umana, passo ad un argomento meno scottante e più leggero, forse persino divertente.
Le scene di sesso nei romanzi.
Altra domanda: che cosa ci aspettiamo da una scena di sesso?
Questa è una cosa a cui non ho mai pensato, onestamente. Forse perché non sono molti i libri in cui trovo scene di sesso. Mi è capitato, certo, ma essendo scene che hanno importanza non in quanto tali ma nell’insieme del romanzo, non mi sono mai soffermata a pensarci troppo.
Facciamo un passo indietro. Perché leggiamo romanzi? Per emozionarci, per perderci in un mondo differente, per volare con la fantasia, per conoscere storie dolci, adrenaliniche, storie che ci potrebbero cambiare la vita. Non è così? Nei nostri libri preferiti le scene divertenti ci fanno ridere, quelle drammatiche ci fanno piangere, quelle più intense ragionare. Ma quindi cosa dovrebbe fare una scena erotica? Farci arrapare?
Ci ho pensato un po’ mentre scrivevo questo post ma non ho trovato la risposta. Forse l’unica soluzione è chiedere all’autore stesso del romanzo. Forse solo allora potremmo capire davvero che cosa dobbiamo aspettarci da una scena di sesso, e non è ancora detto che ci piaccia o che sia scritta bene!
Non mi pronuncio sullo stile. Penso che quella sia una questione di gusti. Per esempio a me non piacciono le scene troppo descrittive, meglio lasciare un po’ di cose all’immaginazione. E non amo i vocaboli troppo volgari, perché sto leggendo un libro e non guardando un film porno. Ecco, per come sono fatta io condirei un po’ tutto con un velo di non detto, di magia, di intuizione, di romanticismo e malinconia. Ma immagino che ci siano lettori di tutti i tipi, cui piace anche un «ma sì, tu buttacelo!», come direbbero alcune mie conoscenze.
 
Vi rigiro quindi tutte le mie domande e sono curiosa di conoscere le risposte. A questo proposito so che Agosto non è il momento migliore per pretendere risposte, ma il post è arrivato adesso e non lo voglio rimandare.
Quindi secondo voi è giusto scrivere di sesso e sessualità? A che cosa servono le scene di sesso nei libri? Secondo voi è meglio uno stile elegante o è preferibile un linguaggio più spinto? Le scene di sesso, se non sono necessarie ai fini della trama o per spiegare il rapporto che si crea fra i personaggi, secondo voi sono utili o potrebbero anche essere eliminate?
Spero di avervi fatto riflettere su un argomento che io trovo curioso e interessante. Spero anche di non avere infastidito nessun bacchettone nei paraggi.