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sabato 18 febbraio 2023

L'inevitabile leggerezza della lingua

  Qualche anno fa era molto il voga il discorso sulla lingua italiana, prima per via del femminile professionale e poi per i tentativi di introdurre la neutralità di genere in una lingua che, neutra, non lo è. Tutti ne parlano e dappertutto, dai professionisti ai politici, dai giornali ai social. Non è più un argomento caldissimo ma io ho di recente letto il saggio di Vera Gheno al riguardo, “Singolari femminili”, che si occupa proprio dell’introduzione del femminile professionale nel parlato di tutti i giorni.
   Ho letto questo saggio in parte perché immaginavo quale fosse la sua posizione, e magari volevo solo un po’ di sostegno da parte degli esperti. Avevo già sentito parlare dell’autrice, di professione sociolinguista, in un podcast se non ricordo male, e da allora è sempre rimasto un nome che ricordo. Quindi in parole povere, sì, io dico sindaca, assessora, architetta, e chi non desidera essere chiamata in quel modo può semplicemente dirmelo e mi correggerò.
   Non ho intenzione di sviscerare tutte le motivazioni che mi portano ad essere d’accordo con questa evoluzione della lingua, anche perché sono sempre le stesse che di certo avrete già sentito se avete chiacchierato dell’argomento anche solo una volta. Vorrei parlare di qualcosa di diverso su cui il saggio di Vera Gheno mi ha fatta riflettere.
  Coloro che si ergono a difesa dell’italiano, affermando che termini come portiera per indicare un portiere donna, non esistono, sono davvero convinti di fare il bene della nostra lingua. Io mi definisco femminista ed è uno dei motivi per cui sono d’accordo con questo cambiamento e non vedo né come possa essere contrastato, né perché dovremmo farlo (al contrario, credo dovremmo incoraggiarlo). Riconosco comunque che non tutti coloro che si battono per mantenere l’italiano com’è adesso sono maschilisti. Penso che ci sia una fetta di persone genuinamente devota alla lingua, che la vedono come qualcosa di sacro e immutabile, e per loro il modo in cui ci esprimiamo non ha nessuna relazione con il nostro credo politico o sociale.
   È questa fetta che, secondo me, non ci ha pensato più di tanto alla propria posizione.
  Oltre alle questioni sociali, sono d’accordo con il cambiamento proprio per una questione di lingua, perché mi piace la lingua. Le lingue, in generale, mi divertono. Mi piace scoprire l’etimologia di certe parole che vengono dal latino o dal greco. A volte mi capita di confrontare alcuni dialetti con lo spagnolo e ci sono tante parole che sono proprio uguali, come chicle, che significa gomma da masticare sia in spagnolo (quello sudamericano del Perù, che è quello che conosco per via dei miei genitori) che, a quanto pare, in provincia di Torino – così mi disse una ragazza torinese una volta. Oppure è divertente scoprire che alcune parole italiane di uso comune, come ad esempio bistecca, vengono da una modificazione dell’inglese beef steak, ossia ciò che chiedevano i soldati inglesi stanziati in Italia nelle osterie quando volevano vedersi servire una fiorentina.
   La lingua è in perpetuo cambiamento, basta pensare alle vecchie edizioni dei romanzi. Vi sarà capitato di avere per le mani un libro stampato negli anni ‘50, magari un classico straniero, e di confrontare il linguaggio utilizzato con quello dell’edizione aggiornata. Molte parole risultano desuete (un po’ come la parola desueto, se è per questo), e a volte la costruzione della frase pare macchinosa. Non è a causa del libro, è per via della traduzione. I traduttori hanno il compito di far comprendere al meglio ciò che un romanzo vuole comunicare, e se settant’anni fa era comune utilizzare la parola ‘figliuolo’ per riferirsi ad un giovane, oggi non avrebbe senso perché suonerebbe anacronistico, e il traduttore preferirebbe magari sostituirla con ‘ragazzo’, che rende meglio l’idea ad un lettore contemporaneo. Questi sono solo esempi, dato che non sono traduttrice, ma era giusto per rendere l’idea.
   La lingua cambia ad ogni generazione, ad ogni nuova invenzione, ad ogni contatto sempre più stretto che le nazioni hanno fra loro. Cambia al bisogno perché è viva, come noi. Solo le lingue morte hanno delle regole grammaticali granitiche, lingue che nessuno usa più. Ha senso dire che in latino non esisteva la parola pantaloni, perché non avevano bisogno di nominare qualcosa che non avevano. Ma quando qualcuno ha poi inventato la calzamaglia hanno avuto bisogno di introdurre questa nuova parola, perché avevano un indumento che non era una tunica e avevano bisogno che avesse un nome. Le lingue si reinventano perché i tempi cambiano, per aiutarci ad andare avanti. In realtà, magari senza rendercene conto, siamo noi a reinventarle perché ne abbiamo bisogno. Non dobbiamo cercare di fermare lo sviluppo linguistico, sarebbe come cercare di fermare la crescita di una persona. Non si può e soprattutto non si deve.
  Coloro che si dicono amanti della lingua italiana, e che quindi non vogliono usare il femminile di sindaco, ci pensino un secondo. Che cosa succederebbe se ci fermassimo qui? Se decidessimo che da ora in poi ogni nuova parola verrà bandita dal vocabolario? Come chiameremmo le nuove scoperte? O, dopo una rivoluzione e la formazione di un nuovo paese, come ci potremo riferire a quel paese e ai suoi abitanti? Se in un futuro ci fosse un contatto alieno, come dovremmo rivolgerci a loro, senza inventare nuove parole?
   Le parole sono vive perché la nostra cultura è viva. Quando le regole grammaticali saranno scolpite sulla carta sarà perché ci siamo estinti e i popoli del futuro studieranno l’italiano come noi studiamo il sanscrito, senza nemmeno esser certi di averlo capito appieno. Parlare italiano sarà un mero esercizio senz’anima, senza poter comprendere e apprezzare appieno la sua forma e la sua bellezza. Ecco perché dobbiamo incentivare il cambiamento, andare avanti. In realtà è molto facile andare avanti: basta seguire il flusso. Basta comunicare.
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giovedì 26 gennaio 2023

Riflessione in ritardo: L'amica geniale di Elena Ferrante

   Ho terminato da qualche giorno di leggere il primo romanzo della serie di Elena Ferrante, L’amica geniale. Come al solito arrivo molto tardi a parlare dei romanzi di successo, quindi questa sarà più una mia riflessione.

   Sono grande fan della serie tv e ho visto tutte le stagioni uscite fin ora. Non appena terminai la prima decisi che avrei letto i romanzi, ma li lasciai indietro perché conoscevo già la storia e volevo leggere altri libri. In effetti la trama non si discosta di una virgola, cosa che apprezzo. Troppo spesso capita che la trama di un romanzo venga stravolta nella trasposizione televisiva, anche se non ce ne sarebbe bisogno o, peggio, anche se le modifiche vanno a rovinare la logica della trama, dell’universo creato dall’autore o dei personaggi.
  Il motivo per cui ero estremamente curiosa di leggere il libro è che la serie mi piace moltissimo. Adesso che ho ‘provato’ lo stile della Ferrante devo ammettere di essere felice di aver visto prima la serie tv perché, incredibile ma vero, l’ho preferita al romanzo.


   La storia è ambientata nei sobborghi di Napoli e inizia alla fine degli anni ‘50, in un quartiere cui non viene dato un nome e che conosciamo come ‘il rione’. Narrato in prima persona, racconta la storia di Elena, chiamata Lenù, e del suo rapporto con una bimba del vicinato, Raffaella, soprannominata Lila.
   Le due crescono nella povertà del dopoguerra e la loro infanzia è segnata dalle difficoltà che accomunavano molte famiglie prima della ripresa economica degli anni ‘60. Non sono informata riguardo allo stile di vita dell’epoca, ma immagino che la violenza raccontata dalla Ferrante fosse effettivamente all’ordine del giorno se unita all’ignoranza e alla povertà. Lila, figlia minore del calzolaio, è spesso vittima degli abusi verbali e fisici del padre che, mal sopportando quelli che lui considera capricci o provocazioni, spesso picchia la figlia. Tuttavia è chiaro che, sebbene l’uomo sia particolarmente violento, nessuno interviene perché la situazione non è considerata abbastanza grave da farlo. Inoltre vige la legge non scritta che ognuno a casa propria fa quello che desidera, specialmente gli uomini. Lenù combatte in casa una guerra silenziosa contro la madre, che scarica senza motivo apparente le proprie frustrazioni sulla figlia maggiore, spesso lasciandosi andare a urla e schiaffi. Il rione stesso è cresciuto grazie alla violenza, infatti una delle personalità più in vista è Don Achille, un uomo che si è arricchito durante gli anni della guerra grazie alla borsa nera, e verso cui tutti portano un rispetto venato di paura. Altra famiglia in vista sono i Solara, i quali sono benestanti probabilmente perché parte della camorra, anche se in questo primo romanzo rimane un suggerimento più che una certezza.
   Questo è il mondo in cui si crescono Lenù e Lila. Tutto in loro è opposto, dal carattere alla famiglia d’origine, dalle prospettive alle speranze che ripongono nel futuro. Lenù è la narratrice della storia e si racconta come una ragazzina semplice, volenterosa e non dissimile da molti altri ragazzini del rione. È orgogliosa di essere una delle più brave alle scuole elementari, una volta cresciuta sogna un fidanzato, i meriti scolastici, l’approvazione dei genitori e degli insegnanti. Molti dei ragazzini del rione smettono di studiare alla fine delle elementari senza crucciarsene più di tanto, invece Lenù ha l’opportunità di continuare e frequentare le medie, il ginnasio e poi il liceo classico. È grazie ai suoi studi e agli ottimi risultati, conseguiti con grande fatica, che comincia a sognare qualcosa oltre al rione, alla povertà e all’ignoranza. Si immerge nei libri e nella conoscenza, il che le permette di scoprire l’esistenza di un mondo diverso rispetto a quello stretto del rione. Più entra in contatto con nuove idee, più desidera allontanarsi dalle persone che fino a quel momento hanno plasmato la sua vita. Non solo i genitori, orgogliosi ma diffidenti nei confronti di questa figlia istruita che non riescono più a comprendere, ma anche le persone del rione, con la loro memoria lunga per i meschini litigi di anni prima, il loro eccessivo orgoglio e le rappresaglie violente di cui macchiano. Tuttavia anche in questo desiderio di fuga così personale ha l’impressione di non essere indipendente dalla sua amica.
   Al contrario di Lenù, a Lila non è permesso proseguire gli studi poiché il padre non lo ritiene necessario. Dopo qualche anno di frustrazione in cui cerca di imparare da autodidatta ciò che l’amica studia in classe, rinuncia di fronte alla scoperta di un potere nuovo, che all’inizio le fa paura: la propria femminilità. All’inizio dell’adolescenza Lila guarda con sospetto e vorrebbe poter rifiutare il cambiamento del corpo e le attenzioni sgradevoli dei maschi che questo cambiamento si porta dietro. Antepone le proprie passioni all’interesse verso i ragazzi e si dedica a disegnare scarpe, alla lettura, al ballo. Tuttavia sembra essere proprio questa indifferenza – o meglio diffidenza – che la rendono una delle ‘prede’ più ambite dagli adolescenti del rione. Non aiuta la sua genialità fuori dal comune. Ciò che traspare dalla narrazione di Lenù, infatti, è che Lila riesce in tutto ciò cui si applica, e con risultati eccellenti. Ha un carisma dal quale le persone rimangono loro malgrado affascinate e, una volta cresciuta, la bellezza spigolosa ma fresca della giovinezza la rendono una ragazza desiderabile. L’acume, la bellezza e i suoi modi difficili la rendono l’unica ragazza che vale la pena conquistare, piegare, il che la porta ad avere molti ammiratori. Alla fine di questo primo romanzo Lila, che fin da bambina aveva instillato in Lenù il desiderio latente di allontanarsi dal rione, si rassegna a non uscirne. Però capisce di poter migliore la propria posizione al suo interno, nell’unico modo che ha una ragazza per farlo: un buon matrimonio. La scelta di un pretendente, il che implica l’automatico rifiuto di altri ragazzi, crea non poche tensioni all’interno delle famiglie e del rione stesso.
  Lenù assiste alle peripezie dell’amica dalla sua posizione tranquilla, provando un misto di invidia e colpa nei suoi confronti e sentendosi una frode: tutti la considerano l’amica geniale, la ragazza che studia e va al liceo, ma lei sa bene che il genio fra le due è Lila. Eccellente in ogni ambito, un genio stretto dalle regole ferree della povertà e dell’ignoranza, che se avesse avuto le stesse possibilità di Lenù avrebbe brillato ancora più splendente.


   Il tema centrale del romanzo è il rapporto fra le due ragazze, anche se abbiamo solo il punto di vista di Lenù. La ragazza passa la vita a rincorrere quest’amica dalla personalità magnetica, invidiandone l’intelligenza e la bellezza, e senza riuscire a non paragonarsi a lei. La protagonista appare meschina ai nostri occhi, ma riusciamo a perdonarla almeno un po’ perché dall’altra parte abbiamo Lila, che in diverse occasioni la deride, abbattendo con un solo commento tutti i suoi sforzi. Le fa notare di essere migliore di lei in ogni cosa, con uno sforzo minimo e senza le agevolazioni che Lenù ha dalla sua.
   Non è chiaro fino a che punto le due si rendano conto che il loro è un rapporto tossico, fatto sta che di fronte a tutti sono amiche. Si difendono a vicenda, si tengono informate sulle rispettive vite e si fanno confidenze, si aiutano e si supportano come fanno gli amici, puntellando questi atti di affetto con atteggiamenti scostanti di malignità. L’evolversi di questo rapporto è ciò che incuriosisce il lettore, ma ho come l’impressione che le due ‘amiche’ non arriveranno mai ad avere un’amicizia sana, priva di competizione e invidia. L’introduzione del romanzo presenta una Lenù sui sessant’anni circa, che decide di raccontare la loro storia dopo un fatto curioso che accade a Lila. L’idea che siano ancora in contatto e che la protagonista racconti la storia con tale acredine, mi fa pensare che il loro rapporto non si sia evoluto affatto, il che è un peccato.

  La serie tv emana un senso di tensione costante. In ogni episodio pare debba succedere qualcosa di incredibile e anche i fatti più banali vengono caricati di angoscia – quella buona, quella che ti fa venire voglia di guardare l’episodio successivo. Nel libro questo non succede, e non credo sia perché conosco già la trama (ho visto la serie quando è uscita e, francamente, ricordavo solo a grandi linee la prima stagione). Credo sia lo stile dell’autrice e il taglio che è stato dato alla sceneggiatura.
   Lo stile della Ferrante è scorrevole e nel complesso piacevole. Per una volta non mi è pesato leggere una narrazione in prima persona, cosa che solitamente mi riesce difficile. Tuttavia le pagine erano prive di suspense. Magari sbaglio ad aspettarmi dal libro la stessa aria che tira nella serie, ma ammetto di essere rimasta delusa.
  Nonostante questo penso che andrò avanti a leggere anche i romanzi, e ovviamente sto aspettando per l’anno prossimo l’ultima stagione della serie tv. Quindi nonostante gli elementi che non mi hanno entusiasmata, la Ferrante ha colpito nel segno anche con me: devo sapere che cosa ne sarà di Lenù e Lila, degli altri personaggi che abitano il rione, che lo rendono un luogo vero e vivo. 
   Qualcuno di voi lo ha letto i libri o ha visto la serie? Ho sempre sentito opinioni contrastanti al riguardo, quindi sono molto curiosa di sapere cosa ne pensano sia i fan che i detrattori della storia.

domenica 11 febbraio 2018

Dovremmo essere tutti femministi – Chimamanda Ngozi Adichie

Non leggo molti saggi, penso di poter contare su una mano tutti quelli che ho letto sin’ora. Non so come mai, forse perché ho sempre paura che siano noiosi. Mi piacerebbe ogni tanto prendere un libro che non sia di narrativa e potermi immergere, e nel contempo apprendere, riflettere. Ad esempio vorrei leggere delle belle biografie, o studi riguardo ad argomenti che mi interessano, per saperne di più.
Scorrendo la mia wishlist ci sono pochissimi saggi, forse due o tre in tutto. E ora, uno di meno.

Il motivo per cui mi ha incuriosita “Dovremmo essere tutti femministi”, piccolo phamplet della Adichie (di cui ho già in wishlist da tempo immemore “Americanah”), è principalmente che ho sempre visto il femminismo come un movimento sospetto.
Sono curiosa riguardo le opinioni sul femminismo, perché ce ne sono moltissime e la maggior parte sono contrastanti.  La prima cosa che si pensa quando si parla di femminismo sono le prime manifestazioni anni ’60 con le quali le donne hanno cominciato a ribellarsi ad un sistema che le voleva angeli del focolare. Poi vengono alla mente i luoghi comuni sulla feroce femminista-tipo: non si depila, odia tutti gli uomini e non ha un fidanzato, è sempre arrabbiata, e non dimentichiamo che ha forti probabilità di essere lesbica – non è chiaro se essere femminista sia una conseguenza o un risultato dell’orientamento sessuale. Gli esperti ancora dibattono su questo argomento.

Una delle cose che vengono in mente a me, invece, è che il femminismo si fa portatore di battaglie che io non supporto, per questo sono così restia a definirmi femminista, nonostante sia del tutto favorevole all’uguaglianza dei sessi.
Mi sembra che il femminismo voglia che la donna somigli all’uomo, non che la donna abbia pari diritti e opportunità. Come se l’uomo fosse il prototipo ideale che dobbiamo raggiungere. Si fanno i complimenti a una donna dicendo che “ha le palle”, si pensa che la donna di oggi debba essere tosta, forte, non farsi intimidire, fare carriera. Tutte caratteristiche che appartengono alla natura maschile o comportamenti che, fino ad oggi, sono stati tipici dell’uomo.
Altra idea di cui ho sentito parlare invece è l’esatto opposto: gli uomini dovrebbero essere più come le donne. Accettare la loro sensibilità, togliersi dalla testa idee retrograde che vedono l’uomo il pilastro della famiglia, essere sempre ‘dei duri’. Credo che ci sia un fondamento di verità in questo, in quanto esistono moltissimi luoghi comuni anche sugli uomini, ma non è detto che la soluzione sia assomigliare alle donne. Piuttosto gli uomini, come noi donne, dovrebbero battersi per dimostrare che tutti i preconcetti che si hanno sul maschio sono sciocchezze.
Alcuni gruppi che si definiscono femministi dichiarano cose assurde, ad esempio che se l’uomo può andare in giro a torso nudo allora anche le donne dovrebbero poterlo fare. Quello non è femminismo, è solo mancanza di buon senso.

Per questo non apprezzo il femminismo, almeno per come lo definiamo oggi. Penso che ci sia bisogno di un femminismo diverso, il tipo di femminismo che ho scoperto nelle parole della Adichie e nel quale mi sono finalmente rispecchiata.
Le donne vengono ancora rese oggetto di ingiustizia nella nostra società, che fra l’altro è quella dove ce la passiamo meglio. Esistono paesi e culture nelle quali le donne vengono maltrattate fisicamente, mentalmente, e tutto ciò non è contro la legge ma, anzi, ne fa parte! In alcuni paesi la donna è inferiore per cultura. Chi dice che ormai il femminismo non ha ragione di esistere ha torto, e la realtà in cui viviamo lo dimostra tutti i giorni.
Credo che sia sempre più voluto, oggi, un femminismo che non parla solo della donna, una sorta di femminismo bisex. Il tipo di femminismo nel quale anche gli uomini possano rispecchiarsi, che anche loro possano abbracciare, perché è giusto che sia così. Noi donne conviviamo con gli uomini, e nessun movimento per salvaguardare i nostri diritti sarà mai completo se non vi includiamo anche l’uomo. Non c’è nessuna crescita se combattiamo solo per i diritti delle donne, se cerchiamo di imporre la supremazia di un genere sull’altro.
Per questo dovremmo essere tutti femministi. Perché così facendo si elimina la distanza che c’è fra noi, si eliminano le discriminazioni e le ingiustizie nei confronti di tutti, e prima di pensare all’uomo o alla donna si pensa alla persona.


Vi lascio alcune delle frasi del libro che più mi hanno colpita e che, spero, possiate trovare interessanti.

Quindi gli uomini governano, nel vero senso della parola, il mondo. La cosa poteva avere senso mille anni fa, quando gli esseri umani vivevano in un mondo in cui la forza fisica era la qualità più importante per sopravvivere. La persona fisicamente piú forte aveva piú probabilità di diventare il capo. E gli uomini di solito sono fisicamente piú forti (è ovvio che esistono molte eccezioni). Oggi viviamo in un mondo profondamente diverso. La persona piú qualificata per comandare non è quella piú forte. È la piú intelligente, la piú perspicace, la piú creativa, la piú innovativa. E non esistono ormoni per queste qualità. Un uomo ha le stesse probabilità di una donna di essere intelligente, innovativo, creativo. Ci siamo evoluti. Ma le nostre idee sul genere non si sono evolute molto.

Facciamo un grave torto ai maschi educandoli come li educhiamo. Soffochiamo la loro umanità. Diamo della virilità una definizione molto ristretta. La virilità è una gabbia piccola e rigida dentro cui rinchiudiamo i maschi.
Insegniamo loro ad aver paura della paura, della debolezza, della vulnerabilità. Insegniamo loro a mascherare chi sono davvero, perché devono essere, per usare un’espressione nigeriana, «uomini duri».

Qualche tempo fa una giovane è stata vittima di uno stupro di gruppo in un’università nigeriana, e la reazione di molti suoi coetanei, sia maschi sia femmine, è stata piú o meno questa: sí, lo stupro è una cosa sbagliata, ma cosa ci faceva una ragazza in una stanza da sola con quattro ragazzi?
Cerchiamo, se possibile, di mettere da parte l’orribile disumanità di questa reazione. A questi nigeriani è stato insegnato a ritenere la donna colpevole per sua stessa natura. E ad aspettarsi cosí poco dagli uomini che vedere l’uomo come una creatura selvaggia priva di autocontrollo per loro è tutto sommato accettabile.

lunedì 15 gennaio 2018

Il grande romanzo degli anni '00

Negli ultimi mesi non ho letto moltissimi romanzi-mattone, quelli con un sacco di protagonisti che racchiudono ben più di una storia, ma un’intera società. Mi ritrovo a scorrere le mie letture ogni tanto e per qualche motivo guardo a queste epopee con una certa ammirazione.
Molti di questi libri sono piuttosto vecchiotti, oppure sono moderni ma ambientati in epoche passate (un centinaio di anni fa, a volte di più). Quindi mi sono chiesta: è possibile scrivere un romanzo di questo tipo ambientato nella nostra epoca? Parlare dell’uomo di oggi all’uomo di oggi con la stessa sorprendente lucidità con la quale Dostoevskji parlava della famiglia Karamazov? O con gli insegnamenti che Dickens amava mettere sulle labbra ai suoi protagonisti, rendendoli esempio di buone o cattive abitudini dei suoi contemporanei?
In parole povere, si può scrivere il grande romanzo degli anni 2000?

Non ho bisogno di arrivare alla fine del post per dire questo, ma certo che si può! Tutto si può! Soprattutto quando si entra nell’universo della scrittura.
Ma andiamo più nei dettagli…

Il discorso che sto per aprire è molto più ampio, credo, di quanto questo piccolo blog possa sopportare, ma ci proveremo lo stesso.
Negli ultimi tempi, complici i social network, un nuovo concetto sta prendendo forma, quello dell’importanza del singolo. Nel Rinascimento siamo passati dal considerare Dio il centro dell’universo a considerare l’umanità importante e più capace di quanto non avessimo mai osato immaginare. Oggi andiamo ancor più nel dettaglio e consideriamo il singolo il centro di tutto. La tecnologia ha aiutato molto questo concetto.
Oggi tutti hanno la possibilità di dire ciò che pensano, tutti sono convinti che la loro opinione conti quanto quella di chiunque altro. Di piattaforme per farsi sentire ce ne sono a migliaia e ciò che conta di più non è quello che dici, ma quanto forte lo dici.
Lo so, questa critica proprio da parte di una persona che apre un blog potrebbe sembrare ipocrita, ma vi dirò, non è il fatto che tutti dicano la loro a infastidirmi, sono tutto un altro genere di cose. Ad esempio il fatto che internet abbia molto più successo con le critiche distruttive che costruttive, o il fatto che persone che non se ne intendono di qualcosa pensino effettivamente che la loro opinione sia pari a quella di persone specializzate in un dato settore. Mi disturba il fatto che la gente che viene ascoltata di più è quella che parla con la voce più grossa, invece che quella che dice cose sensate, o il fatto che internet possa distruggere la vita di una persona perché tutti hanno la possibilità di dargli addosso.
Quindi in realtà trovo le nuove tecnologie invenzioni utilissime e potenzialmente meravigliose, ma ovviamente il modo in cui le utilizziamo è umano e loro hanno la possibilità di ingigantire sia le nostre idee più belle che i nostri peggiori comportamenti.

Insomma, tutto ciò per dire: questo è il secolo del singolo, della persona comune che ha il suo momento di gloria, degli ostacoli personali che vengono superati dopo grandi tribolazioni, della realizzazione personale. Le cose si concentrano più sull’interiorità, sulla vita di tutti i giorni, su quanto una persona che ha una vita appartenente banale possa essere speciale, basta prendersi la briga di conoscerla.
Anche nei libri si riflette questo gusto, se così vogliamo chiamarlo, quest’idea che non so se è tutta del nostro secolo, ma che ho sentito espressa più di una volta. Sono evidentemente figlia della mia epoca, perché lo trovo giusto, persino bello. Penso che ognuno di noi sia importante, che tutti siano speciali, se solo ci si prende la briga di andare oltre le apparenze.
Ma allora, di cosa potrebbe parlare il grande romanzo degli anni ’00? Perché anche se mi sembra romantico e così carinooo questa idea di fondo che il 99% dell’umanità sia formato da belle persone (basta scavare un po’ in alcune, ma non sono cattive, magari hanno solo un carattere di merda), un po’ ho la sensazione che siamo diventati egocentrici. La verità è che un grande romanzo non può parlare di una sola persona, per quante piccole gesta eroiche questa compia. Non può per definizione essere Il Romanzo ’00 se non parla della comunità ma del singolo, perché anche se siamo così concentrati su cosa succede a noi, c’è un intero mondo di noi là fuori.
E però di cosa dovrebbe parlare, se questa è la realtà in cui viviamo?

Forse potrebbe parlare di come possiamo migliorare. Potrebbe mettere in luce i modi belli e quelli brutti in cui stiamo usando questa tecnologia che ha travolto le nostre abitudini, il nostro rapportarci con il mondo, con gli amici, con noi stessi. Potrebbe parlare di come sia giusto imparare ad alzare gli occhi per renderci conto che non è importante mostrare cosa facciamo, ma goderci il momento – si fa presto a dirlo, ma quanti di noi lo fanno davvero?
Più andiamo avanti più siamo distanti dalle generazioni che sono nate con internet veloce, illimitato, e portatile, e secondo me è quello che ha veramente cambiato moltissime cose. Io mi ricordo quando internet non ce l’avevano tutti, e chi ce l’aveva ci metteva talmente tanto a far caricare una pagina web che nel frattempo facevi in tempo a prepararti un panino, a fare una partita a carte, a mettere a posto quella cosa che hai rimandato tutto il giorno, e quindi alla fine ti stufavi e andavi (di persona) a chiedere a un amico, o alla bibliotecaria.

Non dubito che qualcuno scriverà, prima o poi, questo Grande Romanzo dei Nostri Tempi. E quando uscirà spero che non parli del singolo, ma di tutti.

sabato 5 marzo 2016

Imperativo

Lavoro in un call center e la maggior parte dei miei colleghi sono della mia generazione. Siamo tutti fra i venti e i trent’anni e per fortuna c’è un buon feeling. Siamo abituati a portarci qualcosa da fare per quando ci sono dei ‘tempi morti’, durante i quali le chiamate scarseggiano o sono del tutto assenti. Come potete intuire spesso mi porto un libro.
Ormai i colleghi sono abituati a vedermi divorare un volume dopo l’altro, hanno accolto l’arrivo del kindle e osservano placidamente come ogni dieci o quindici giorni cambi il titolo del romanzo che ho sottobraccio. Mi è capitato spesso che mi dicessero “Ma l’altro l’hai già finito?” o “Oddio, quello è un mattone!”.
Da un po’ la maggioranza è giunta alla conclusione che «Patty, sei troppo intelligente!». Cerco di dissuaderli da questa idea malsana e, quando gli chiedo come mai dovrei esserlo, mi rispondono che per forza deve essere così: leggo tantissimo.
Non è la prima volta che mi capita di sentire una cosa del genere. Le persone che leggono sono considerate intelligenti, ma penso che sia un concetto sbagliato (e cercherò di convincere i miei colleghi, prima che scoprano da soli l’amara verità e rimangano delusi dal mio normalissimo intelletto).
 
Leggere è positivo sotto moltissimi punti di vista. Aiuta a rilassarsi, liberare la mente, imparare cose nuove, accrescere il lessico, è semplicemente bello perché scopriamo mondi e storie prima sconosciuti, allena la fantasia e non ultimo ci dà sempre spunto per imbastire una conversazione o un’idea di cosa fare nel tempo libero se per caso non abbiamo nulla in mente.
Questo non ha però nulla a che vedere con l’intelligenza. L’intelligenza si calcola su molti altri fattori, se volete sapere quanto una persona è intelligente calcolate il numero del suo QI, non il numero dei suoi scaffali della libreria. Indubbiamente leggere può aiutare a diventare più colti e più ricettivi, ma lo stesso fanno le parole crociate mi dicono.
Si dovrebbe togliere dalla testa quest’idea del fatto che leggere è da persone intelligenti, penso che dia un’immagine sbagliata della lettura. È come se la chiudesse in una sfera di privilegiati, come se fosse una capacità innata. Rende la lettura qualcosa a cui non tutti possono accedere, il che non è assolutamente vero.
In Italia poi dovremmo essere ancor più motivati a incoraggiare la lettura, e quindi scacciare questo sciocco luogo comune che vuole che uno debba per forza essere intelligente se prende in mano un libro. Purtroppo penso che sia un luogo comune della nostra penisola, perché la cultura qui è diventata davvero di nicchia. Mi spiace dirlo, ma è così.
Ogni volta che mi capita di leggere delle statistiche rabbrividisco, perché secondo questi studi gli italiani che leggono sono pochissimi, quelli che vanno ai musei anche meno, quelli che si dedicano a qualsiasi tipo di attività culturale sono bestie rare. Per forza le persone quando salgono in metropolitana e vedono qualcuno con un libro pensano che sia un genio, perché è diventata una cosa particolare. La stragrande maggioranza ascolta musica o gioca con lo smartphone. Non voglio dire che ascoltare musica o stare su whatsapp sia sbagliato, è solo quello che fa la maggior parte della gente. Chi legge ormai è considerato una mosca bianca, e questo è negativo.
Lo scrivo nero su bianco perché sia ben chiaro:
 
Leggere è per tutti.
Per leggere non si deve avere alcun talento particolare.
Non ci vuole molto a imparare a leggere.
Leggere è bello.
Leggete.
 
 

lunedì 1 febbraio 2016

I libri migliori hanno le peggiori recensioni

Negli ultimi tempi mi sto impegnando molto a scrivere racconti più o meno lunghi (non dico romanzi per non tirarmi la sfiga addosso, dato che ne ho uno in corso di cui scorgo a malapena la metà), e in contemporanea mando avanti il blog. Le recensioni, che hanno sempre fatto parte di questo spazio da quando il blog è nato, mi sembrano diverse da un tempo.
Sicuramente dipenderà dal fatto che sono passati gli anni e si cambia anche nei giudizi e nelle letture. Cambia anche il modo di scrivere, e già solo lo scrivere dona una prospettiva differente su ciò che leggiamo. Ma spesso mi domando in che modo avere una passione per la scrittura influenza la lettura e le eventuali recensioni di un romanzo. È fuor di dubbio che si ha un approccio più tecnico, si tende a porsi più domande durante le lettura.
Innanzitutto però diciamo ci sono due tipi di romanzi, e in primis in base a questo la mia lettura e la conseguente recensione è influenzata. I romanzi che mi piacciono e quelli che non mi piacciono.
Molto semplice.
 
Per i libri che mi piacciono fila sempre tutto molto liscio. Vengo talmente presa che me ne frego dei dettagli tecnici, di farmi mille domande sulla trama, di chiedermi come mai un personaggio funziona così bene eccetera eccetera. Queste cose passano in secondo piano e, quando mi ritrovo a recensire un libro che ho amato, spesso diventa un’ode in suo onore, sbrodolante aggettivi superlativi, dall’aria solenne e nostalgica.
Con i libri che invece non mi piacciono sono pignola oltre ogni dire. Riesco a trovare tutto ciò che mi infastidisce, che si parli di trama, personaggi, tecnica, messaggio che recepisco, qualsiasi cosa! I poveri libri in questione si trovano così dissezionati – vivisezionati, vista la crudeltà che mostro nei loro confronti – fin nei minimi dettagli.
Quindi ecco, non lo avevo mai pensato in maniera chiara, non me ne ero mai resa conto, ma scrivere questo post mi ha fatta rendere conto di una cosa: non sono affatto oggettiva. Poco male. In fondo non è il mio lavoro e, anzi, è proprio per dire la mia in libertà che ho aperto il blog. Il politically correct non farà mai parte di questo spazio, che invece serve proprio per dire ciò che penso, senza offendere certo, ma con una serenità che un professionista non sempre può permettersi.
 
 
Chiariti questi punti, penso che sia inevitabile per qualcuno che scrive avere un approccio più pragmatico ad un romanzo. Ma è una cosa buona?
Se si trattasse solo di scrivere recensioni sarebbe una cosa ottima. Un lettore/autore che analizza un libro può avere una comprensione a mio parere più completa di un testo, e magari notare sottigliezze che all’occhio di un lettore medio sfuggono. In questo modo sicuramente la sua recensione potrà essere più ricca, interessante, accattivante, o semplicemente fornire più pareri sul romanzo in questione.
Ma leggere non si tratta solo di analizzare un testo, si tratta prima di tutto di un passaggio di emozioni. Conoscere le tecniche per scrivere, maneggiarle con più o meno sapienza, possono intaccare la lettura? Possono rovinare un poco quello scambio emotivo?
Dalla mia esperienza devo dire che, purtroppo, sì. Faccio molta più fatica di prima ad amare incondizionatamente un romanzo. Non so se dipenda dal fatto che ho maturato un gusto più ricercato, più… snob?, o proprio dal fatto che mi sto impegnando molto di più nella scrittura, ma è così.
Mi viene da pensare che sia un piccolo prezzo da pagare per portare avanti la mia passione per scrivere. Ma d’altronde mi dico che il mondo è pieno di romanzi, e di certo non ficco il naso nelle pagine con l’intento di rimanere delusa, perciò leggo con entusiasmo e ottimismo in attesa di trovare il prossimo libro che mi conquisterà. Quindi è un prezzo che posso pagare senza troppi patemi, soprattutto perché le sempre più rare volte in cui trovo una storia che mi fa perdere la testa e non riesco affatto a recensirlo in maniera oggettiva, sono le migliori.
Ecco la crudele verità, lettori di questo blog: diffidate delle mie recensioni, quelle più sconclusionate, disordinate e romantiche sono quelle dei libri più belli.

lunedì 18 gennaio 2016

Psicologia da bestseller

Tempo fa, quando impazzava la moda di “Twilight”, avevo letto l’ennesima recensione che però, a differenza di molte che puntavano a svilire il libro o ad innalzarlo a poetica, voleva analizzarlo da un punto di vista sociale e psicologico.
Non ho le competenze adatte per fare qualcosa di analogo, ma volevo soffermarmi su alcuni elementi che si trovano soprattutto nella narrativa indirizzata ad un giovane pubblico femminile, e che sembrano essere la chiave per il successo di questi romanzi (ovviamente quando supportati da un buon editore o da un buon passaparola in caso di autopubblicazione).
 
Chiariamo, prima di tutto, di che genere di romanzi sto parlando. Non intendo offendere nessuno, lettore o autore che sia, quando dico che questi sono romanzi che potremmo definire popolari, o di evasione. Di certo non entreranno nella storia della letteratura e non verranno assegnati come lettura agli studenti del 3000 a.C. Non credo che apportino particolare beneficio al lettore, per i motivi che poi spiegherò, perché non gli offrono nessuna crescita a livello culturale e letterario, né portano un messaggio di particolare importanza. Rischiano di diventare addirittura un danno se diventano fenomeno di massa, poiché vengono considerati ad un livello superiore di ciò che sono in realtà, ossia un passatempo, un divertimento a mio parere.
Sono sempre stata fermamente convinta di una cosa: leggere è un piacere e ognuno ha il diritto di leggere ciò che vuole, ma è anche giusto prendere coscienza di ciò che si sta leggendo. Insomma, non pensate di avere il Sacro Graal della letteratura fra le mani con l’ultimo best seller di Dan Brown. Capito ciò, Dan Brown non è nemmeno così malaccio. C’è infinitamente di meglio come c’è infinitamente di peggio.
Quindi ecco, parliamo di libri piuttosto commerciali, che raggiungono le più alte classifiche di vendita. La domanda che spesso in molti si pongono è: come mai? E qui cercherò una risposta pseudoscientifica.
 
 
Mi concentro sui libri indirizzati ad un giovane pubblico femminile perché sono quelli con cui ho più familiarità. Sì, li ho letti, sì, ce li ho ancora a casa (anche se alcuni sono andati perduti negli anni), sì, spesso e volentieri mi sono piaciuti. Con l’andare avanti del tempo ho cambiato gusti, sono maturata come lettrice e/o come persona, o chissà cosa è successo, fatto sta che adesso aborro quel genere di libri. Mi capita di leggerli ogni tanto, soprattutto per ritrovare quella sensazione di ‘perdutamente innamorata’ che mi causavano, ma hanno perso qualsiasi fascino su di me, e anzi spesso mi fanno arrabbiare e annoiare.
Ma nel tempo ci sono cose che non sono cambiate, cioè alcuni dettagli di questi romanzi, che penso siano la chiave per renderli fruibili a più lettrici possibile.
 
Una protagonista femminile in cui identificarsi
Solitamente la protagonista è una ragazza adolescente, pressoché la stessa fascia di età cui è destinato il libro. Penso sia normale aiutare il lettore ad immedesimarsi, ma in alcuni casi questa volontà diventa talmente importante da annientare il personaggio. Nascono così protagoniste senza un vero carattere.
Entrare in contatto con personaggi del genere è, in un primo momento, molto facile, perché non hanno un carattere che potrebbe entrare in contrasto con il lettore. Non hanno capacità né interessi particolari, sono simpatiche, intelligenti e un po’ di timide, insomma un ritratto standard in cui ci si può calare facilmente durante l’adolescenza.
Purtroppo ne risente il romanzo, poiché non è mai piacevole in realtà trovarsi a leggere di personaggi senza una personalità definita.
 
Un protagonista maschile protettivo
Passiamo quindi al protagonista maschile, che c’è sempre. È bello, misterioso e irraggiungibile. Si interessa alla nostra protagonista in barba a chissà quale legge dell’attrazione, dato che lei ha un non-carattere. Anche lui è standard, incarna tutto ciò che un’adolescente può desiderare in un ragazzo.
Un fatto che trovo inquietante è che la stragrande maggioranza siano terribilmente gelosi, protettivi al limite dello stalking (a volte vanno oltre allo stalking), e che la protagonista subisca senza dire una parola e, anzi, essendone addirittura lusingata. Penso che anche questo sia un aspetto che catturi l’immaginazione di una lettrice, più che altro per farla sospirare un po’ sulla storia d’amore, ma viene affrontato nella maniera sbagliata. Un pizzico di gelosia è una cosa, fa anche un po’ bene all’ego e alla coppia sentirsi desiderati e desiderare al punto di essere un poco gelosi, ma non deve sfociare nell’ossessione perché rischia di portare un messaggio sbagliato.
Una trama e uno stile semplici
La trama molte volte fa da sfondo alla storia d’amore, più che il contrario. Succede quindi che sia molto semplice, o che diventi centrale solo alla fine.
In questo caso i personaggi sono abbastanza costretti dalla situazione a seguire un certo percorso, vuoi per salvare i propri cari, vuoi per la loro storia d’amore, i protagonisti non devono effettuare scelte, più che altro si trovano alle strette e vengono costretti a reagire dagli eventi e a seguire l’unica via possibile.
Non deve esserci quindi alcuno sforzo da parte del lettore per comprendere la trama. Anche qui ne risente il romanzo poiché non c’è davvero una crescita del personaggio, uno svilupparsi della vicenda, quindi rimane molto lineare e spesso scontato.
Stessa cosa per lo stile. Nulla di ricercato né di originale, persino il vocabolario si limita a parole semplici e comuni, paragoni scontati e nessuna ricerca di uno stile personale. Altro stratagemma per avvicinare anche i lettori meno esperti.
 
Questo fanno i best seller, vendono non solo a chi è già appassionato di libri ma anche e forse soprattutto a chi non legge così tanto, o a chi non legge affatto. Parlando di ragazzi, quindi, penso che siano queste le parole chiave per un best seller: immedesimazione e facilità.
Non qualcosa di cui essere particolarmente allegri, per essere sinceri.

giovedì 3 dicembre 2015

Caffé su bianco

Parliamo spesso dei libri che ci piacciono, dei nostri autori preferiti, del genere che prediligiamo, di ciò che amiamo in un libro. Ma che ne dite di ciò che non ci piace?
Dalla prima occhiata in libreria alla fine del romanzo, ecco cosa non piace a me.
 
In libreria, cercando un bel romanzo da leggere senza richieste particolari, ciò che di sicuro mi fa allontanare dallo scaffale è una copertina trita e ritrita. Non mi attraggono le copertine troppo simili al bestseller del momento, perché in automatico penso ad un romanzo-copia di ciò che è di moda in questo periodo. Quindi scarsa qualità, idee già utilizzate, personaggi ‘predefiniti’ e, in generale, storia scontata che non lascia nulla. Forse mi sbaglio, ma come avrò modo di saperlo se le copertine che mi vengono proposte non hanno nulla di nuovo?
Stessa cosa accade con il titolo. Avevo già parlato dei titoli in un precedente post. Purtroppo vengono tradotti in maniera barbara e seguendo la moda del momento. Un titolo non originale mi allontana decisamente, è l’unica cosa che riesce ad annoiarmi prima di aver aperto un libro.
 
Passiamo quindi all’incipit. Il romanzo prescelto ha superato i rigorosi test estetici iniziali di cui sopra, mi accingo a leggere giusto l’inizio per vedere se mi va. Mi deve catturare in fretta. Su questo, lo ammetto, sono superficiale, lascio perdere senza sforzarmi se non mi interessa da subito. Per piacermi deve avere qualche tratto di originalità, nello stile o nel personaggio che presenta, o anche solo nel contesto in cui vuole portarmi. Magari inizia con un piccolo conflitto che possa subito catturare la mia attenzione. Tanto per capirci, non va bene:
 
Marco viveva in un piccolo appartamento al quarto piano, dal quale la vista era grigia dello smog della grande città. Era un ragazzo tranquillo, lavorava in una caffetteria e aveva un gatto nero che aveva chiamato Luke, con il quale aveva litigato appena prima di uscire di casa. Luke si era arrampicato sull’armadio e ci erano voluti dieci minuti buoni per tirarlo giù. Marco era uscito in ritardo quella mattina, probabilmente la caffetteria aveva già aperto.
 
Non funziona, non mi interessa sapere che Marco è uno qualsiasi che ha un gatto qualsiasi. Sarebbe meglio, magari:
 
L’orologio segnava già le sette meno venti e Luke muoveva la coda ritmicamente da sopra l’armadio. Miagolava ogni tanto, come facendosi beffe del suo padrone che, in ritardo per il lavoro, cercava di riacciuffarlo con mille lusinghe. Aveva provato con la promessa dei croccantini, poi aveva cercato di farlo saltare giù brandendo un piumino per la polvere contro di lui, ma non aveva funzionato. Aveva anche esclamato ‘Luke, io sono tuo padre!’, ma il gatto non era parso impressionato.”.
 
Un po’ meglio, mi sembra. Presenta il personaggio principale dandogli subito un accenno di carattere, fa capire che tipo di vita conduce senza sbandierare che è normale e forse monotona, e mette già un pochino di carne al fuoco facendo notare che avrà un contrattempo arrivando in ritardo al lavoro, e questo potrebbe dare spunti per l’infittirsi della trama. Forse un lettore non analizzerà tutto così a fondo come ho fatto io adesso, ma percepirà queste informazioni inconsciamente.
 
Okay. Marco e il suo gatto mi hanno conquistata, compro il libro e inizio a leggerlo non appena posso (conoscendomi non aspetto neanche di arrivare a casa, probabilmente lo leggerei direttamente in libreria, sull’autobus, in attesa dentro un bar, insomma subito).
Quando ancora il romanzo deve ingranare, presentare i personaggi principali, la situazione in cui si trovano e introdurre il conflitto che porterà avanti la trama, una delle cose che più noto sono gli errori ortografici o di revisione. Forse il libro che ho comprato li ha, ma andando avanti scopro che è un buon romanzo, quindi posso passarci sopra. Purtroppo però non dimenticherò mai che ho trovato questi errori. Se il romanzo è autopubblicato diciamo che posso chiudere un occhio, se invece è pubblicato da una casa editrice continuerò a guardar male tutte le pubblicazioni della CE in questione, ricordando vita natural durante quel romanzo pieno zeppo di errori.
In queste cose sono come un elefante. Non dimentico… mai.
Eccomi, mentre cerco di dimenticare i refusi di un libro.
 
Continuando a leggere, altre cose che mi danno fastidio sono personaggi scontati che non hanno uno sviluppo e una trama inconsistente.
Per i primi se non sono come piacciono a me comincio a dare i primi segni di squilibrio a metà libro. Non apprezzo i personaggi che si presentano in un modo all’inizio del romanzo e, quando questo finisce, non hanno subìto nessuna evoluzione o non si è visto che un solo lato del loro carattere. Non sopporto quelli ‘assoluti’, ossia assolutamente perfetti, simpatici, gentili, affermati, intelligenti e tutte le qualità che si possono immaginare. Così come non amo quelli troppo cattivi, che vogliono conquistare il mondo, non hanno mai amato nessuno, rubano le caramelle ai bambini e vogliono sterminare tutte le creature coccolose sulla faccia della terra.
Ecco, no, personaggi così sono da bollare completamente. Intanto perché non potrebbero mai esistere, e poi perché sono prevedibili e noiosi. Se qualcuno è buono fino all’osso farà sempre la scelta giusta, e se invece è cattivo fino all’osso farà sempre ciò che è peggio. Non c’è divertimento, nei libri, con personaggi del genere.
Riguardo alla trama invece non mi piacciono le trame troppo semplici. Quando un libro presenta un semplice scorrere di eventi senza nessun gioco di intreccio, nessuna azione e reazione, allora quasi certamente non mi piace.
 
Infine, parliamo della fine. La fine di un libro è delicata quanto il suo inizio, se non di più. Perché se arriviamo alla fine di un romanzo ci siamo fatti delle aspettative, vogliamo che la storia si concluda in maniera adeguata.
Personalmente sono parecchi i finali che non mi piacciono ma penso di poter riassumere in generale le mie preferenze così: non amo i finali affrettati. Non voglio che nell’ultimo capitolo venga risolto tutto e tanti cari saluti, voglio dire addio ai luoghi e ai personaggi che ho amato con calma, scoprendo tutto ciò che hanno fatto dopo la fine dell’avventura che ci è stata narrata. Ci sono sempre conseguenze alla fine di un romanzo se questo ha narrato una bella storia, e io come lettore voglio conoscerle tutte, vorrei sapere che fine hanno fatto i personaggi, anche quelli meno importanti, e come si sono risolte tutte le magagne della storia.
E mi sento così.
 
Mi sono resa conto di tutte queste piccole preferenze innanzitutto leggendo come se non ci fosse un domani, e poi soprattutto recensendo libri. Così facendo mi sono soffermata ad analizzare parecchi libri in maniera molto più approfondita del semplice “mi è piaciuto” o “non mi è piaciuto”. In questo modo è stato automatico scoprire quali libri erano più interessanti per me e quali non lo erano.
Inizialmente questo post doveva parlare dei generi che mi piacevano di meno. Alla fine però mi sono resa conto che, almeno per me, non è questione di generi. Ho trovato, scavando nella memoria, almeno un libro letto per ogni genere, persino quelli che effettivamente mi attraggono di meno, come i libri di fantascienza o romantici. Ne ho letto e apprezzato diversi in vita mia, quindi ho pensato che non posso completamente bollare nessun genere. Inoltre non c’è nulla, in termini di canone, che proprio detesto in questi generi. Ad esempio non odio la tecnologia né lo spazio o gli alieni che potrei trovare nei romanzi di fantascienza, e non odio di per sé le situazioni romantiche, anzi tutt’altro, ogni tanto mi fa piacere avere qualche scena romantica nella quale potermi crogiolare.
La verità è che vado molto a periodi. Ci sono giorni che smanio per leggere di cavallereschi duelli, altri che vorrei solo immaginare filosofici dibattiti fra pittoreschi personaggi, e altri ancora che vorrei sentirmi nei panni della ragazza corteggiata romanticamente da un tipo misterioso e sexy. Insomma, a periodi è proprio il modo giusto per definire le mie abitudini di lettura.
Giunta a questa conclusione mi sono detta che non è un genere a non piacermi, sono solo dei dettagli, e da qui è nato questo post.
E voi? Che mi dite dei dettagli che vi balzano subito all’occhio e che possono compromettere seriamente un libro? Come una macchia di caffè su un vestito bianco.

giovedì 5 novembre 2015

Abbasso la sezione per ragazzi!

Quando ero ragazzina e mi trovavo nella mia fase fantasy a livello acuto, in libreria gironzolavo sempre nel reparto dedicato ai ragazzi. Lì ho trovato moltissimi libri che ho amato e tutt’ora adoro e conservo gelosamente nella mia libreria – o per meglio dire nei mobili che si sono ritrovati loro malgrado ad essere librerie, dato che non so più dove mettere i libri.
Poco tempo fa mi è capitato di vedere, nella biblioteca dove vado di solito, il terzo libro della saga “Abarat”, di Clive Barker, negli scaffali dedicati a bambini e ragazzi.
Non conoscete questo titolo? Lo sapevo. Non lo conosce quasi nessuno, non ho mai incontrato nessuno che lo conoscesse, anzi di solito sono io a consigliarlo a tutti (se qualcuno di voi lo conosce me lo dica, lo lovverò).
Vi basti sapere che è dello stesso autore che ha scritto “Hellraiser”. Nel libro ci sono mostri con dieci occhi sparpagliati sulla faccia, altri con tre bocche che possono parlare con gli insetti e ci vivono pure, personaggi malvagi che schiavizzano bambini e altri che uccidono gente con i propri incubi. Non so di cosa fosse fatto Barker quando lo ha scritto, ma di certo era roba potente. E vi parlo solo del primo libro. Nelle sue intenzioni “Abarat” dovrebbe essere un pentalogia che, mannaggia a lui!, non è ancora finita. Comunque sia ho già letto l’ultima uscita in inglese e vi confermo che segue lo stesso andazzo del primo e del secondo libro.
Quindi la mia domanda è: perché si trova nel reparto bambini?
A questa domanda ne sono seguite altre, e da queste è nato il post che state leggendo.
 
 
Fino a quando abbiamo nove o dieci anni è giusto che i libri abbiano un’età consigliata. Quando i bambini sono piccoli anche due o tre anni fanno la differenza e magari si rischia di comprare un libro troppo semplice o troppo complesso.
Credo che si possano dividere per età fino alla preadolescenza, quando poi nei bambini vengono sparati ormoni come si aprono gli idranti su una folla. Spuntano i brufoli, i ragazzini cominciano a chiudersi in camera e a dire che i genitori gli fanno due palle così (posso appurarlo con la mia dolce nipote, che a volte desidero lanciare fuori dalla finestra, e non ha nemmeno quindici anni).
Quando si cominciano ad avere undici o dodici anni, allora mettere dei paletti sulle letture può essere più complicato. Ci sono romanzi con temi delicati che vengono però trattati con un’ottica comprensibile, ci sono libri dalla trama semplice e una prosa complessa. Inoltre si deve prendere in considerazione la maturità che un ragazzino di quell’età sta conquistando, che è del tutto soggettiva.
 
In un’intervista un signore che aveva letto, da bambino, “Lo hobbit”, ricorda la recensione che ne scrisse per suo padre, che aveva una piccola casa editrice ed era amico di Tolkien. Da bambino, lo consigliava ad altri bambini di circa nove anni. Rimasi basita quando vidi questa intervista perché io avevo letto “Lo hobbit” alle medie e lo avevo trovato un bel mattoncino, per quanto piacevole.
Questa è la prova che un ragazzino può leggere, comprendere e apprezzare molto più di quel che immaginiamo. Chiudere la loro immaginazione e la passione per la lettura nella ‘sezione per ragazzi’ non è giusto. Dovremmo solo informarci prima sui che libri vogliono leggere e, nel caso non siano adatti, non comprarglieli. Se non parlano di argomenti troppo adulti per la loro età, è un problema che siano faticosi da leggere? Davvero dobbiamo proteggerli dai classici perché sono pesanti, dai romanzi di formazione perché potrebbero avere qualche contenuto che li porta a farsi delle domande?
A volte mi sembra che dividere la sezione ‘per ragazzi’ dalle altre sia come dare un fermo alla lettura. Prima o poi questi ragazzi si stuferanno delle letture consigliate che, per l’80%, sono tutte abbastanza simili le une alle altre. Inoltre proteggerli dai libri brutti e cattivi non adatti a loro non è compito della libreria, bensì dei genitori o di chi vuole comprare loro un libro. Dando un’occhiata veloce queste persone possono capire subito che va bene “Harry Potter” e un po’ meno “Trono di spade”.
Cosa c’è di meglio di leggere un libro un poco ostico ma che ci piace, arrivare alla fine e vedere che ce l’abbiamo fatta? Più facciamo fatica a ottenere qualcosa, più siamo soddisfatti quando arriviamo al traguardo. Perché rendere la lettura qualcosa di facile? Qualcosa di scontato, senza emozione di per sé? Se diamo ai ragazzi libri facili non gli stiamo rendendo più comoda la vita, li stiamo allontanando dalla lettura. Leggere qualcosa che un team di esperti ha considerato adatto alla loro età significa fargli leggere qualcosa su concetti già assimilati. Vuol dire non scoprire. Mentre invece i libri servono proprio a quello, fare esperienze su qualcosa di nuovo.
 
 
Non mi aspettavo che questo post uscisse così ricco di contenuti, ma alla fine così è stato. Almeno, a me sembra ricco – forse è un’idea mia.
Le conclusioni che ne traggo sono le seguenti: Rivoluzione! Aboliamo le sezioni per ragazzi!
A parte gli scherzi, credo che sarebbe un buon modo per rendere la lettura più interessante per chi vi si avvicina da molto giovane. Forse farebbe bene anche ad alcuni adulti, pieni di libri seri e impegnativi, prendere in mano un romanzo e scoprire che si tratta di un libricino semplice, di poche pretese, che tuttavia li conquista.