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giovedì 27 aprile 2017

La lega dei cattivi – Parte 2

Seconda puntata della Lega dei Cattivi! Ultima puntata, in realtà.
Avevo una mezza idea di fondare anche “La compagnia degli eroi”, ma mi trovo in difficoltà a sceglierli. Ho sempre avuto un debole per i cattivi dei libri, e invece ho sempre cordialmente detestato i buoni (così noiosi e prevedibili, con le loro intenzioni pure, puah!). Rimane il fatto che certamente lo farò, prima o poi, nulla mi toglierà il piacere di stilare l’ennesima lista, che sia di buoni o di cattivi, non importa. Non si preca mai l’occasione per fare una lista.
Be’ ciancio alle bande, ecco come termina l’accozzaglia di cattivi dei libri, che a confronto le Suicide squad impallidiscono e si ritirano in un angolo a piangere.

Gli invisibili
Ci sono alcuni cattivi che non vedi mai, sai solo che sono da evitare e sconfiggere. Penso che si tratti di personaggi molto complessi nonostante tutto, che hanno richiesto all’autore grandi capacità: non è da tutti non mostrare un personaggio e riuscire a far trasparire il suo carattere, le motivazioni, il modo in cui influisce sulla trama e gli altri personaggi. Il mio cattivo preferito in questo senso è Sauron.
Esiste tutta una storia riguardo Sauron nei libri precedenti “Il signore degli anelli”, che ci spiega le sue origini, come ha acquisito il suo potere e di che razza sia. Ci sono opinioni divergenti al riguardo perché alcuni pensano che sia di una razza a parte, io quando avevo letto “Il Silmarillion” avevo capito che Sauron fosse un elfo, traviato da un essere malvagio di cui ora non ricordo il nome e quindi diventato in seguito anch’egli malvagio.
Il punto però è che Sauron non si vede mai nel Signore degli Anelli, seppure il libro porti come titolo proprio uno dei nomi con cui la Terra di Mezzo si riferisce a lui. Si parla solo dell’esistenza dell’Occhio di Sauron, che tuttavia non ha un ruolo attivo nella storia. Chi si muove sono i suoi eserciti, i suoi sottoposti, e in realtà non lo si vede fino alla fine, quando viene sconfitto. Se ci pensiamo bene uno dei cattivi più grandi di sempre, fisicamente non esiste. Tuttavia la sua personalità, la sua mente, la sola idea del suo ritorno, è talmente potente da soggiogare popoli e menti, da muovere eserciti, da indurre personaggi a iniziare più di una battaglia.
Essendo “Il signore degli anelli” un fantasy classico mi piace anche che le motivazioni di Sauron siano chiare fin dal principio, e del tutto non contestabili. Vuole conquistare la Terra di mezzo, e che male c’è in questo? Non è un desiderio strano, anzi, è un’ottima ragione per formare un esercito. In fondo è quello che ha cercato di fare l’Impero Romano per moltissimi anni, e se l’espansione territoriale ha smosso eserciti di persone, non vedo perché non debba farlo con eserciti di orchi.
Non so se il suo fascino sia dovuto proprio al fatto che non compare mai, ma Sauron rimane uno dei migliori antagonisti di sempre.

I nemici di loro stessi
Esistono dei cattivi che si mettono da soli i bastoni fra le ruote, un po’ per il bene del romanzo e la sua riuscita, un po’ perché il creatore li ha fatti nascere scemotti. Mi vengono in mente ad esempio tutti i cattivi dei fumetti più classici, importanti quanto un protagonista ma che riescono sempre a fallire qualsiasi cosa facciano (vedi Joker e Willy il coyote).
Pensandola in questi termini c’è il libro più famoso di Oscar Wilde e, con lui, il protagonista pessimo per eccellenza: Dorian Gray. Un ragazzo che ha tutte le fortune, è ricco, è bello, affascinante, è benvoluto e ha sconfinate possibilità di fronte a sé. Ovviamente riesce a mandare tutto in pappa solo a causa della sua stupidità. Sì, ci sono temi più profondi da analizzare nel “Ritratto di Dorian Gray”, lo sappiamo, ma personalmente ho sempre creduto che il peggior nemico di Dorian fosse Dorian. Mi ha sempre infastidita il fatto che si rovinasse la vita da solo, una vita, poi, che prometteva bene. Adoro “Il ritratto di Dorian Gray”, adoro la storia, l’atmosfera, la vicenda, ma Dorian mi ha sempre fatta pensare alle persone che sprecano le loro opportunità.
Lui rimane un personaggio della Lega dei Cattivi un po’ discosto dagli altri, che lo bullizzano perché dicono che non è un vero cattivo, dato che è il protagonista del suo libro (viene difeso solo da Voldemort, che in segreto ha sempre voluto che il suo nome fosse nei titoli dei libri della Rowling, e un po’ lo invidia per questo).

I giustificati
In alcuni romanzi il cattivo viene analizzato molto bene, talmente tanto in effetti che il lettore si trova a parteggiare per lui. Pensi che in fondo non abbia tutti i torti, che con lui sono sempre stati malvagi e tutti gli altri si meritano la sofferenza che il cattivo ha loro da elargire.


La prima cattiva cui ho pensato, che è anche la protagonista, è la Carrie del primo romanzo Stephen King. Ragazzina plagiata dalla follia fondamentalista cristiana della madre, presa pesantemente in giro da tutti, scopre di avere poteri telecinetici. Cos’altro potrebbe accadere?! E poi, diciamocelo, la maggior parte di quelli che lei ammazza fra atroci dolori erano veramente stronzi, vedere che la pagano per tutto quello che hanno fatto sembra frutto di una giustizia divina che raramente esiste nella realtà. Quindi sì, io tifavo per Carrie e una parte di me voleva che lei trionfasse completamente e si rifacesse una vita altrove, combattendo contro il bullismo.
Ultimo cattivo, ma non per questo meno importante, è forse quello meno conosciuto, ma che non potevo esismermi dall’inserire. Per il mondo di Abarat: Cristopher Carrion! Brutto, malvagio, sembra uscito da un malatissimo film dell’orrore. Invece no, è uscito dalla malatissima mente di Clive Barker, l’uomo che ci ha regalato Hellraiser. Sebbene la storia di Carrion non abbia lo stesso impatto di quella di Carrie, lo giustifichiamo lo stesso perché il personaggio viene dotato di immensa sensibilità. Con l’andare avanti della narrazione conosciamo il suo passato, i suoi sentimenti, le motivazioni che lo spingono, che per una volta vanno oltre il semplice voler essere potente. Carrion combatte contro altri mali, per il suo male. Vuole veder trionfare le tenebre e per farlo deve combattere con tenebre più subdole, che si rivestono di luce. Insomma, se mai leggerete Abarat, e non smetterò mai di consigliarvelo, ve lo possono garantire: amerete Cristopher Carrion.

E con questa puntata è finita la Lega dei Cattivi. Mi è piaciuto scrivere questi post, perché mi ha dato l’opportunità di ripensare a romanzi cui, altrimenti, non avrei ripensato.
Se ci saranno aggiunte alla lega verrete senz’altro a saperlo. Un buon cattivo non si può mai ignorare!

giovedì 30 marzo 2017

La Lega dei Cattivi – Parte 1

Chi legge di quando in qua questo blog forse avrà notato che a volte simpatizzo per i cattivi delle storie. Nei libri capita spesso che il protagonista mi dia noia, e spezzo sempre una lancia in favore dell’antagonista. Penso sia una questione di giustizia: tutti ce l’hanno con il cattivo di turno, ma senza di lui l’eroe non avrebbe nessuno da combattere. L’eroe riscuote successo di pubblico, è logico, sta dalla parte del Bene. Ma cosa dovrebbe fare un povero cattivo che fa solo il suo mestiere? Io sono dalla parte dei cattivi, che saranno sempre troppo bistrattati per i miei gusti.
Ci sono alcuni cattivi, poi, che mi piacciono molto e, sebbene alla fine sia naturale tifare per la vittoria del protagonista, quasi mi dispiace che il cattivo abbia fallito. Sono personaggi con personalità, intelligenti, che hanno delle motivazioni molto più profonde del classico “conquistare il mondo” di Mignolo con Prof.
Inolte, non dimentichiamolo, il cattivo ha sempre l’opportunità di comportarsi male senza sfigurare. Da un cattivo ci aspettiamo che rapini una banca, si faccia una collana di teschi di coniglietti fuffosi, prenda in giro i protagonisti con scherzi stupidi. Non ha una reputazione da proteggere, i cattivi possono permettersi molto di più, come personaggi. Cose più divertenti.
Quindi ecco qui i cattivi di cui ho letto e che mi sono piaciuti. Una sorta di Lega dei Cattivi delle mie letture.

I puristi
Questi sono coloro che sono cattivi nell’animo, che fanno del male consapevolmente e sono felici di farlo. Ammetto che le motivazioni di alcuni siano tutt’ora non chiarite, altre non pervenute, altre semplicemente malate. Ma essere cattivo nell’animo ha questa piccola difficoltà: vuoi essere cattivo e basta, sei nato così, e le motivazioni che ti spingono sono a volte banali. Vallo a spiegare, ai lettori, che ti hanno scritto così.
Il primo cattivo che chiamo in causa è la signorina Trinciabue, dal romanzo per bambini “Matilda” di Rold Dhal. Quelli di Dahl sono forse i cattivi migliori, liberi da ogni aspettativa perché quello che un bambino vuole da un cattivo, è solo che sia cattivo. Non c’è bisogno di spiegare tanto il perché, non è quello che interessa. E poi lo sanno tutti che le streghe odiano i bambini, che i giganti li mangiano e che a volte anche fra gli adulti che conoscono si può celare un cattivo coi fiocchi. È questo il caso della signorina Trinciabue, la crudele preside della suola di Matilda, una ex campionessa di lancio del peso che si è reinventata preside, per terrorizzare tutti gli allievi! Una parte di me aveva il timore che potesse in ogni momento arrivare nella mia scuola per fare l’insegnante. Di matematica, magari.
Un po’ più cattivo e molto più famoso è Tom Riddle, alias Voldemort. Scelta scontata forse, ma era d’obbligo inserirlo, se non lo avessi fatto si sarebbe risentito. Ho sempre trovato Voldemort un personaggio affascinante, paradossalmente lo era di più nei primi libri, quelli dove non c’era fisicamente ma la sua presenza aleggiava su tutta la storia. Questo è uno di quei cattivi di cui vuoi conoscere il passato, che ti incuriosiscono, e che una piccola parte di noi vorrebbe veder trionfare anche solo per sapere che cosa avrebbe fatto dopo.
Ultimo dei puristi, un altro personaggio femminile: Annie Wilkies, nata dalla penna di Stephen King per il romanzo “Misery”. Questo è stato uno dei pochissimi personaggi che mi abbia terrorizzata di notte. Sognavo infermiere pazze che si avvicinavano furtive al mio letto con un’ascia stretta fra le mani. La sensazione era un po’ di paura e un po’ di adrenalina, quel sentore angoscioso che ci attanaglia quando è buio e la fantasia corre. Scrittori famosi di tutto il mondo, guardatevi dai vostri fans numero 1.

Gli insospettabili
Questo nome è derivato più dal genere di appartenenza di questo tipo di cattivo, ovvero i gialli. Non è un genere che leggo molto, è vero, ma in quei pochi che ho letto vi ho trovato dei cattivi stupendi, alcuni dei più interessanti. I cattivi dei gialli hanno un vantaggio, rispetto agli altri, per essere fedeli al loro genere di appartenenza devono essere scaltri, intelligenti, astuti, e guidati da un obiettivo così forte da portarli persino all’omicidio. Se il libro è scritto bene saranno sempre quelli di cui non avresti mai sospettato.
Il primo indiziato è il giudice Lawrence John Wargrave, che Agata Christie inserisce fra i cadaveri ritrovati a Nigger Island in “Dieci piccoli indiani”. Il libro di per sé non descrive moltissimo i suoi personaggi, ma del giudice si può intuire tutto alla fine, o si possono solo fare ipotesi. Un folle? Un uomo consimato dai sensi di colpa? Di sicuro un cattivo infallibile, che nessuno avrebbe mai scoperto se non fosse stato per la sua stessa confessione postuma.
Altro giallo, altro insospettabile. “Il nome della rosa” di Umberto Eco presenta uno dei cattivi più innocui e al contempo pericolosi, Jorge da Burgos. Monaco ed ex bibliotecario ormai vecchio e cieco, è disposto a uccidere e a morire per conservare i segreti più oscuri della biblioteca del monastero, segreti che potrebbero cambiare la vita stessa dei religiosi di ogni ordine. Il libro è molto complesso e sfido chiunque a capire che il vero cattivo di tutta la vicenda è proprio lui (non lo aveva capito nemmeno il protagonista, quindi mi sa che noialtri abbiamo poche possibilità). Tuttavia è un personaggio che colpisce, più che per la sua malvagità per la sua tenacia, per il sacrificio che è disposto a compiere. Completamente folle, ma non per questo meno magnifico. Personaggi come lui se ne trovano pochi, nei libri.

Nella piccola lista che ho compilato per scrivere questo post c’è ancora qualche cattivo che aspetta il suo turno, ma aspetterà ancora un po’ altrimenti il post sarebbe lunghissimo!
E poi non è sicuro mettere troppi cattivi tutti assieme, chissà che cosa potrebbero combinare. Già il giudice Wargrave con a disposizione un’accoppiata come Annie Wilkies e la signorina Trinciabue è pericolosissimo.
Qualche altro cattivo da suggerire?

lunedì 16 gennaio 2017

La vita segreta dei personaggi

Quando mi viene in mente un’idea per una storia, fosse anche solo una frase, me la scrivo per non dimenticarla e, se non continua a ronzarmi in testa, la lascio lì in attesa del suo momento. Dopo la pausa forzata dei precedenti mesi tutto sta ricominciando a girare e anche la mia voglia di scrivere è tornata. Piano piano, in sordina, si è fatta un giro negli angoli più remoti del mio cervello senza farsi notare, ha toccato qualche neurone per far vedere che era ancora viva e, per un po’, ha gironzolato guardando come un osservatore curioso che aria tirava. Quando ha capito che era tornata la calma si è installata nel suo giaciglio e ha cominciato a bombardarmi: la voglia di scrivere si è fatta sentire e ho dovuto rispondere al suo richiamo.
Per prima cosa ho ricercato nella memoria una storia che sentivo di voler raccontare più delle altre e, aiutata dal fedele file word in cui appunto ogni cosa, ho trovato quest’idea che, da diversi anni, attendeva paziente che mi decidessi a riprenderla. Dato che era assolutamente abbozzata ho pensato a cosa mi va di scrivere in questo momento e, in base a quello che mi piace di più, ho cominciato a delineare la trama, l’ambientazione e i personaggi.
Dopo tutta questa pappardella siamo arrivati al punto, l’argomento di cui volevo parlare nel post: i personaggi. (Per qualche motivo sento come il dovere di fare una sorta di introduzione, in alcuni post.) Ho iniziato a pensare alla costruzione dei miei e questo mi ha fatta riflettere su come sia utile e, non solo, necessario, creare più di una facciata da appiccicare sul personaggio per manovrarlo come un pupazzo, ma una vera e propria vita fittizia in cui potrà muoversi libero.

Per capirci meglio, dividiamo i concetti di cui ho appena parlato. Uno è la facciata, quello che serve al lettore per visualizzare il personaggio. Fra questi elementi possiamo mettere il sesso, l’aspetto fisico, la nazionalità, la classe sociale, un accenno sul carattere, e tutto quello che indirizza il nostro personaggio a muoversi in un determinato modo.
Ad esempio posso decidere di presentare:

[…] una signorina di tutto rispetto, Miss Gwendoline Burbridge, che poteva giurare sulla Cattedrale di St. Mary di non aver mai e poi mai ballato un lento con un uomo che non fosse suo padre, il Colonnello. Non era una ragazza bruttina, aveva invece tratti graziosi, gli occhi verdi, le fossette sulle guance e lunghe gambe che nascondeva sotto gonne alla caviglia. Ma lei non si curava di quelle sciocchezze e, ogni volta che se ne presentava l’occasione, ricordava al mondo di tutti gli inviti che aveva rifiutato nelle sale da ballo dai più affascinanti giovani.

Da questo piccolo ritratto possiamo già farci un’idea di com’è Miss Burbridge, e abbiamo in mente che tipo di personaggio sarà e come influenzerà la storia o sarà influenzata da essa. Ad esempio potrebbe essere un’antagonista e, da rigida ragazza quale ci è sembrata, spifferare al Colonello di tutte le volte che suo fratello è uscito di nascosto. Oppure potrebbe essere lei la protagonista, e trovarsi nel bel mezzo di un dilemma che metterà in discussione tutti i suoi ideali.
Il lettore si ritrova con questo personaggio e, che più avanti mostri altre sfaccettature o meno, è come se fosse davanti ad un fatto compiuto. Ma non sarebbe meglio se lettore e autore potessero capirlo? Spiegarsi come mai si comporta in un determinato modo, perché fa certe scelte. Tutto questo è dato dal background del personaggio, che ci fornisce più elementi per comprenderlo e sentirlo più umano, simile a noi, meno prodotto costruito senz’anima.
In questo background dei personaggi io metterei l’infanzia, la famiglia e gli amici, gli incontri, e alcune esperienze che ha vissuto e lo hanno cambiato. Forse non sono elementi utili alla trama, ma il bravo autore saprà inserirli nella narrazione delicatamente. Sono dettagli utili al personaggio e sta all’autore decidere se sono abbastanza importanti da farli conoscere, se vuole rendere il suo personaggio una maschera o un tuttotondo.
Per tornare alla nostra Miss Burbridge:

Gwendoline tolse le forcine dai capelli e rimise tutto in ordine nel mobile da toletta. Si mise a letto e quasi spense la luce, salvo poi fermare la mano a metà gesto e prendere il libricino che Mr. Dolan aveva tanto insistito per consegnarle. Sbuffò piano nel prenderlo fra le mani. Era una di quelle edizioni economiche che si compravano per due spiccioli ed era chiaro che era stata letta molte volte da qualcuno che aveva poca cura per i libri.
In quella lo sguardo della ragazza cadde sulle fotografie che teneva sul comò. Erano tutte di cugini, vecchi zii, nonni, e tutti ostentavano uno sguardo severo. Tranne quella della zia Matilde. Sorrideva all’obbiettivo come aveva sempre sorriso ai suoi nipoti. Era l’unica foto sua, in casa; sua madre aveva fatto gettare via tutte le altre quando la sorella era fuggita con quello “yankee senza vergogna”, più di quindici anni prima.
A volte a Gwendoline mancava ancora. Lei era l’unica a ridere delle marachelle dei nipoti, a imbastire un tè all’ultimo momento, ad accennare passi di danza in mezzo alla strada e ad ascoltare quando nessun altro sembrava disposto a farlo. Non aveva mai visto l’uomo con il quale era scappata, il capitano di un mercantile che era partito da New York, ma sperava che fosse bello. Aveva capito poco di quel che era successo, da bambina, e ora parlarne rendeva sua madre irritabile quindi non ne parlavano mai. La notizia della morte della zia era arrivata con quattro mesi di ritardo, solo pochi anni dopo la sua scomparsa, e sua madre non aveva versato nemmeno una lacrima.
Gwendoline aprì il libro di Mr. Dolan, chiedendosi se ne fosse davvero valsa la pena.

In questo brano già entriamo in contatto con una Miss Burbridge diversa, più umana. Ha una madre molto severa, che non esita a ripudiare la sorella in seguito a uno scandalo. La stessa figura della zia è vista dalla protagonista come una donna libera e allegra, che però ha pagato le conseguenze delle sue scelte. Possiamo solo fare ipotesi, così come farà il lettore, ma forse è per questo che la protagonista ha scelto una strada diversa. Ha guardato il mondo e l’ambiente in cui si trova e ha visto che le ragazze che seguono i loro desideri sono malviste, ne ha avuto una riprova nella sua famiglia, quindi non accetta nemmeno uno ballo.
Il piccolo aneddoto della zia non è legato alla trama ma ci è utile per capire il personaggio, che prima appariva poco attraente. Con un background acquista spessore, non è più solo una facciata. Vedendo cosa c’è dietro alle apparenze comprendiamo il personaggio e, se fosse inserito in una storia, potrebbe anche iniziare a piacerci.

Ecco perché l’autore dovrebbe costruire una vita, seppur fittizia, per i propri personaggi. Non basta una facciata per muoverli come burattini, hanno bisogno di tutta un’esistenza di contorno per muoversi da soli, perché il lettore possa entrare in contatto con loro, vedere che cosa accade dietro le quinte della trama.
Questo è quello che mi propongo di fare per i miei personaggi, perché questo è quello che preferisco trovare in un romanzo. Mi piace pensare che, oltre ciò che leggo nelle pagine, il personaggio abbia una vita propria. Ora, non pensate che stia diventando pazza, so benissimo che i personaggi dei libri non esistono, ma come insegna Silente “solo perché lo stiamo immaginando non significa che non sia reale”.

Quindi niente facciate, più personaggi vivi

mercoledì 6 gennaio 2016

Una strada perigliosa per un luogo più bello

Questo post sarà piuttosto ingarbugliato, perché ho delle osservazioni da fare che già nella mia testa hanno una forma confusa. Metterle per iscritto, in un modo comprensibile per altro, potrebbe essere più complicato del previsto.
Vi è mai capitato di leggere un libro bellissimo, di cui vi siete innamorati, ma di voler cambiare qualche dettaglio nella trama o nei personaggi? Magari per far finire bene una vicenda triste, o per rendere meglio giustizia al protagonista.
A me è capitato moltissime volte. Mi immergo così tanto nel libro da affezionarmici, e desiderare che tutto vada bene. Purtroppo non sempre è così, e mi ritrovo a pensare che vorrei tanto avere il numero di telefono dell’autore (o, in caso di autore scomparso, avere un passaggio per l’aldilà) per chiedergli di cambiare una o due cosine, giusto per non far terminare il tutto in una valle di lacrime, o anche solo per cambiare quel particolare che proprio non mi va giù.
D’altro canto mi domando: il libro che ho amato funzionerebbe allo stesso modo? Forse sarebbe troppo perfetto, soprattutto per me che detesto i finali troppo rose e fiori (coerenza mode: ON). Quando mi soffermo a pensarci mi dico che in fondo so benissimo anche io che quello è il modo giusto di far andare avanti la narrazione. Non sarebbe altrettanto potente altrimenti. Mi viene quindi di pensare che esistono storie che hanno un’anima propria, che quasi vivono di vita propria. Per quanto un lettore o un autore stesso vogliano cambiarla c’è sempre qualcosa che non li convince nella versione edulcorata e magari più ottimista o con una fine più allegra che ne hanno nella loro testa.
 
Per quanto riguarda le mie esperienze da lettrice posso dire che ci sono moltissimi romanzi che avrei voluto cambiare.
Il primo che mi viene in mente è “I mille autunni di Jacob De Zoet”, di David Mitchell, nel quale alla fine il protagonista (attenzione, spoiler in arrivo!) in un modo o nell’altro perde l’amore della sua vita. Ecco, Jacob De Zoet mi piaceva così tanto che avrei tanto voluto che potesse rimanere assieme alla sua bella, perché la loro storia d’amore mi emozionava. Tuttavia finendo il libro, seppur con grande rammarico, mi sono resa conto che non sarebbe potuta andare diversamente. Non sarebbe stato altrettanto onesto, immediato, di pancia, se fosse finita in un altro modo. Per quanto mi riguarda la storia deve seguire quel corso.
Oltre a quello mi vengono mente “22/11/‘64” di Stephen King, che ha una storia analoga, o “Il profumo” di Patrik Suskind. Sicuramente ce ne sono moltissimi altri, che però adesso non mi sovvengono.
La penso allo stesso modo riguardo a certe storie che ho scritto. Vi dirò di più! Certe volte pianifico la storia perché prenda una certa piega ma, ad un tratto, mi rendo conto che anche se da un punto di vista tecnico la trama non è malaccio, deve comunque prendere una strada differente. Vuoi per i personaggi, che altrimenti verrebbero snaturati, vuoi per le atmosfere, vuoi per quello che la storia comincia a trasmettere e per ciò che vi ho riversato, ma ora è come se gli fossero cresciute le sue gambette e stesse decidendo da sola dove andare.
Forse è una strada più perigliosa, ma è quella che alla fine porterà in un luogo più bello.

giovedì 3 dicembre 2015

Caffé su bianco

Parliamo spesso dei libri che ci piacciono, dei nostri autori preferiti, del genere che prediligiamo, di ciò che amiamo in un libro. Ma che ne dite di ciò che non ci piace?
Dalla prima occhiata in libreria alla fine del romanzo, ecco cosa non piace a me.
 
In libreria, cercando un bel romanzo da leggere senza richieste particolari, ciò che di sicuro mi fa allontanare dallo scaffale è una copertina trita e ritrita. Non mi attraggono le copertine troppo simili al bestseller del momento, perché in automatico penso ad un romanzo-copia di ciò che è di moda in questo periodo. Quindi scarsa qualità, idee già utilizzate, personaggi ‘predefiniti’ e, in generale, storia scontata che non lascia nulla. Forse mi sbaglio, ma come avrò modo di saperlo se le copertine che mi vengono proposte non hanno nulla di nuovo?
Stessa cosa accade con il titolo. Avevo già parlato dei titoli in un precedente post. Purtroppo vengono tradotti in maniera barbara e seguendo la moda del momento. Un titolo non originale mi allontana decisamente, è l’unica cosa che riesce ad annoiarmi prima di aver aperto un libro.
 
Passiamo quindi all’incipit. Il romanzo prescelto ha superato i rigorosi test estetici iniziali di cui sopra, mi accingo a leggere giusto l’inizio per vedere se mi va. Mi deve catturare in fretta. Su questo, lo ammetto, sono superficiale, lascio perdere senza sforzarmi se non mi interessa da subito. Per piacermi deve avere qualche tratto di originalità, nello stile o nel personaggio che presenta, o anche solo nel contesto in cui vuole portarmi. Magari inizia con un piccolo conflitto che possa subito catturare la mia attenzione. Tanto per capirci, non va bene:
 
Marco viveva in un piccolo appartamento al quarto piano, dal quale la vista era grigia dello smog della grande città. Era un ragazzo tranquillo, lavorava in una caffetteria e aveva un gatto nero che aveva chiamato Luke, con il quale aveva litigato appena prima di uscire di casa. Luke si era arrampicato sull’armadio e ci erano voluti dieci minuti buoni per tirarlo giù. Marco era uscito in ritardo quella mattina, probabilmente la caffetteria aveva già aperto.
 
Non funziona, non mi interessa sapere che Marco è uno qualsiasi che ha un gatto qualsiasi. Sarebbe meglio, magari:
 
L’orologio segnava già le sette meno venti e Luke muoveva la coda ritmicamente da sopra l’armadio. Miagolava ogni tanto, come facendosi beffe del suo padrone che, in ritardo per il lavoro, cercava di riacciuffarlo con mille lusinghe. Aveva provato con la promessa dei croccantini, poi aveva cercato di farlo saltare giù brandendo un piumino per la polvere contro di lui, ma non aveva funzionato. Aveva anche esclamato ‘Luke, io sono tuo padre!’, ma il gatto non era parso impressionato.”.
 
Un po’ meglio, mi sembra. Presenta il personaggio principale dandogli subito un accenno di carattere, fa capire che tipo di vita conduce senza sbandierare che è normale e forse monotona, e mette già un pochino di carne al fuoco facendo notare che avrà un contrattempo arrivando in ritardo al lavoro, e questo potrebbe dare spunti per l’infittirsi della trama. Forse un lettore non analizzerà tutto così a fondo come ho fatto io adesso, ma percepirà queste informazioni inconsciamente.
 
Okay. Marco e il suo gatto mi hanno conquistata, compro il libro e inizio a leggerlo non appena posso (conoscendomi non aspetto neanche di arrivare a casa, probabilmente lo leggerei direttamente in libreria, sull’autobus, in attesa dentro un bar, insomma subito).
Quando ancora il romanzo deve ingranare, presentare i personaggi principali, la situazione in cui si trovano e introdurre il conflitto che porterà avanti la trama, una delle cose che più noto sono gli errori ortografici o di revisione. Forse il libro che ho comprato li ha, ma andando avanti scopro che è un buon romanzo, quindi posso passarci sopra. Purtroppo però non dimenticherò mai che ho trovato questi errori. Se il romanzo è autopubblicato diciamo che posso chiudere un occhio, se invece è pubblicato da una casa editrice continuerò a guardar male tutte le pubblicazioni della CE in questione, ricordando vita natural durante quel romanzo pieno zeppo di errori.
In queste cose sono come un elefante. Non dimentico… mai.
Eccomi, mentre cerco di dimenticare i refusi di un libro.
 
Continuando a leggere, altre cose che mi danno fastidio sono personaggi scontati che non hanno uno sviluppo e una trama inconsistente.
Per i primi se non sono come piacciono a me comincio a dare i primi segni di squilibrio a metà libro. Non apprezzo i personaggi che si presentano in un modo all’inizio del romanzo e, quando questo finisce, non hanno subìto nessuna evoluzione o non si è visto che un solo lato del loro carattere. Non sopporto quelli ‘assoluti’, ossia assolutamente perfetti, simpatici, gentili, affermati, intelligenti e tutte le qualità che si possono immaginare. Così come non amo quelli troppo cattivi, che vogliono conquistare il mondo, non hanno mai amato nessuno, rubano le caramelle ai bambini e vogliono sterminare tutte le creature coccolose sulla faccia della terra.
Ecco, no, personaggi così sono da bollare completamente. Intanto perché non potrebbero mai esistere, e poi perché sono prevedibili e noiosi. Se qualcuno è buono fino all’osso farà sempre la scelta giusta, e se invece è cattivo fino all’osso farà sempre ciò che è peggio. Non c’è divertimento, nei libri, con personaggi del genere.
Riguardo alla trama invece non mi piacciono le trame troppo semplici. Quando un libro presenta un semplice scorrere di eventi senza nessun gioco di intreccio, nessuna azione e reazione, allora quasi certamente non mi piace.
 
Infine, parliamo della fine. La fine di un libro è delicata quanto il suo inizio, se non di più. Perché se arriviamo alla fine di un romanzo ci siamo fatti delle aspettative, vogliamo che la storia si concluda in maniera adeguata.
Personalmente sono parecchi i finali che non mi piacciono ma penso di poter riassumere in generale le mie preferenze così: non amo i finali affrettati. Non voglio che nell’ultimo capitolo venga risolto tutto e tanti cari saluti, voglio dire addio ai luoghi e ai personaggi che ho amato con calma, scoprendo tutto ciò che hanno fatto dopo la fine dell’avventura che ci è stata narrata. Ci sono sempre conseguenze alla fine di un romanzo se questo ha narrato una bella storia, e io come lettore voglio conoscerle tutte, vorrei sapere che fine hanno fatto i personaggi, anche quelli meno importanti, e come si sono risolte tutte le magagne della storia.
E mi sento così.
 
Mi sono resa conto di tutte queste piccole preferenze innanzitutto leggendo come se non ci fosse un domani, e poi soprattutto recensendo libri. Così facendo mi sono soffermata ad analizzare parecchi libri in maniera molto più approfondita del semplice “mi è piaciuto” o “non mi è piaciuto”. In questo modo è stato automatico scoprire quali libri erano più interessanti per me e quali non lo erano.
Inizialmente questo post doveva parlare dei generi che mi piacevano di meno. Alla fine però mi sono resa conto che, almeno per me, non è questione di generi. Ho trovato, scavando nella memoria, almeno un libro letto per ogni genere, persino quelli che effettivamente mi attraggono di meno, come i libri di fantascienza o romantici. Ne ho letto e apprezzato diversi in vita mia, quindi ho pensato che non posso completamente bollare nessun genere. Inoltre non c’è nulla, in termini di canone, che proprio detesto in questi generi. Ad esempio non odio la tecnologia né lo spazio o gli alieni che potrei trovare nei romanzi di fantascienza, e non odio di per sé le situazioni romantiche, anzi tutt’altro, ogni tanto mi fa piacere avere qualche scena romantica nella quale potermi crogiolare.
La verità è che vado molto a periodi. Ci sono giorni che smanio per leggere di cavallereschi duelli, altri che vorrei solo immaginare filosofici dibattiti fra pittoreschi personaggi, e altri ancora che vorrei sentirmi nei panni della ragazza corteggiata romanticamente da un tipo misterioso e sexy. Insomma, a periodi è proprio il modo giusto per definire le mie abitudini di lettura.
Giunta a questa conclusione mi sono detta che non è un genere a non piacermi, sono solo dei dettagli, e da qui è nato questo post.
E voi? Che mi dite dei dettagli che vi balzano subito all’occhio e che possono compromettere seriamente un libro? Come una macchia di caffè su un vestito bianco.

lunedì 19 gennaio 2015

Tra le righe #1: Shannon McFarland

   Ho scritto mille volte questo post, ma non mi riusciva come volevo. Alla fine ho pensato che, dato che in “Tra le righe” ho intenzione di presentare un personaggio diverso ogni volta, potevo provare a scrivere una sorta di carta d’identità letteraria per rompere un po’ il ghiaccio con questo post.
   Vediamo che ne è venuto fuori.
 
Nome: Shannon McFarland/Daisy St. Patience/Bubba Joan
Libro di provenienza: Invisible monsters
Immaginato/a da: Chuck Palahniuk
Segni particolari: incredibile bellezza deturpata da un misterioso colpo di fucile.
 
   E infatti inizia proprio così “Invisible monsters”, con un colpo di fucile sparato da ignoto che colpisce la bellissima modella in carriera Shannon, privandola della mascella.
   Se prima la vita di Shannon era perfetta, ora cade in pezzi. Il fidanzato la lascia, la sua migliore amica la tradisce e la sua carriera è finita per sempre – oltre che alla sua normale vita di tutti i giorni. In ospedale Shannon incontra Brandy, una donna transgender che sta per sottoporsi alla vaginoplastica. Sarà da lei che Shannon imparerà a costruirsi una nuova vita, dandosi nuove identità, dandone agli altri, e fuggendo da ciò che le persone si aspettano che sia.
 
   Devo dire che come inizio per la rubrica ho scelto un personaggio non facile. Non ho mai letto il libro, lo conoscevo perché lo avevo regalato ad un’amica che era in Palahniuk-mode ON. Ho sentito parlare di questo romanzo proprio da lei, e quando stavo pensando a “Fra le righe”, Shannon McFarland è il primo personaggio che mi è venuto in mente.
   Checché io stia cercando di infondere alle rubriche qualcosa di allegro, il nuovo non sempre è piacevole. A volte arriva all’improvviso ed è duro da superare, ma in quel caso dobbiamo stringere i denti e andare avanti, perché solo andando avanti se ne uscirà.

martedì 2 dicembre 2014

Personaggi: amore et odio

   Sono tre le cose fondamentali in un libro, a mio parere. La trama, lo stile e i personaggi. Se l’autore azzecca già due di queste cose siamo a cavallo, se ne azzecca una sola finisce nella mia lista nera, se fa centro con tutte e tre… è il mio idolo, e io fangirlerò.
   Vorrei soffermarmi in particolare sui personaggi, che secondo me sono come un biglietto da visita. I personaggi sono la prima cosa con cui il lettore si scontra, ancor prima che con lo stile. Ci vuole un po’ di tempo per assimilare lo stile di un autore, imparare tutte le sue piccole abitudini, ciò che gli piace e che lo contraddistingue. Quel che invece impariamo a conoscere da subito sono i personaggi.
 
Come to the dark side... we have cookies!
   Per qualche motivo che sicuramente ha radici psicologiche da qualche parte nel mio cervellino, un sacco di protagonisti mi stanno antipatici (Freud direbbe che è a causa delle loro teste, a forma di simbolo fallico). Invece adoro i personaggi secondari – meglio se sono la spalla del protagonista – e gli antagonisti.
   La cosa fondamentale che deve fare un personaggio per piacermi è essere il più reale possibile. Avere forze così come debolezze, commettere degli errori, stare antipatico a qualcuno all’interno della storia, avere delle stranezze e delle passioni, un passato non del tutto triste ma nemmeno idilliaco dal quale trae – consapevolmente o meno – insegnamenti, patemi e comportamenti che adotta nel presente.
   Mi rendo conto che quasi tutti i personaggi, almeno un pochino, devono essere stereotipati. Devono avere quel qualcosa che affascini alla prima lettura, altrimenti come fanno ad “acchiapparci”? Ad esempio il classico amico migliore amico burlone del protagonista, o la ragazza antipatica e svampita. L’importante è che non siano solo questo, che nascondano dietro la faccia più di ciò che mostrano. Non succede così anche nella vita, alla fine? Prendiamo in antipatia la bella bionda dalle gambe lunghe in base a sole due frasi che ha pronunciato ma, quando impariamo a conoscerla, scopriamo che è una persona come tutte le altre, che può starci antipatica come simpatica a prescindere dalla sua biondezza.
 
   Orbene, ora che abbiamo esaurito la parte filosofica/pesante del post veniamo alla mia parte preferita! Un bella lista (adoro le liste).
 
   Cose che amo in un personaggio
  • Amo quando un personaggio fa o dice cose stupide e se ne pente subito dopo.
    Cosa mi succede quando ci sono personaggi
    con questa caratteristiche.
  • Amo i personaggi che hanno delle passioni bizzarre, come fare collezione di cose improbabili o fotografare attimi sfuggenti.
  • Amo quando esitano.
  • Amo i cattivi che hanno uno scopo.
  • Amo i personaggi psicopatici, ad esempio quelli che hanno una doppia personalità o sono talmente fuori di testa da essere convinti di essere nel giusto quando non è così.
  • Amo quando tutti i personaggi parlano compatibilmente all’epoca in cui si trovano.
  • Amo i personaggi che fanno battute veramente divertenti, e non battute tristi che fanno ridere giusto i personaggi del libro.
  • Amo i personaggi che si comportano male consapevolmente.
  • Amo quando un personaggio, dopo una crescita interiore, fa qualcosa al di fuori delle sue corde. Come un tipo chiuso che confessa a cuore aperto ciò che sente o cose simili.
 
   …di conseguenza…
Cosa mi succede
quando i personaggi non mi piacciono.
  • Odio i personaggi che non fanno un bel niente nella vita, almeno fino a quando non inizia il libro. Come le ragazze che non hanno interessi all’infuori del belloccio di turno, che se non fosse per lui e le avventure in cui le trascina che vita monotona vivrebbero?
  • Odio i personaggi perfetti in tutto e per tutto e li odio ancora di più quando “fingono” banali difetti per essere considerati ancor più bravi, belli e buoni.
  • Odio le coppie inutili. Per intenderci, quelle che stanno assieme “perché la trama dice così”, quando è chiaro che i due personaggi potrebbero benissimo odiarsi stando ai loro caratteri.
  • Odio i cattivi che vogliono conquistare il mondo senza un perché o con motivazioni banali come che gli hanno ucciso il criceto.
  • Odio i personaggi che, per vendicarsi, pianificano genocidi coinvolgendo chi è palese che non c’entri nulla (e non hanno nemmeno come scusante il fatto di essere pazzi!).
  • Odio i personaggi che se ne escono con frasi ad effetto che nella realtà nessuno dice mai.
  • Odio i personaggi che vogliono a tutti i costi essere tenebrosi e si disperano riguardo alla loro famiglia travagliata, fumando erba, ascoltando musica rock e pensando di essere davvero alternativi.
  • Odio i personaggi che, quando hanno una relazione, nonostante le prove palesi del fatto che la persona amata straveda per loro, sono gelosi. Tanto lo sappiamo che serve solo per quella scena in cui lui prende lei per le spalle e la bacia con passione contro ad un muro!

martedì 4 novembre 2014

Ti amo, libro!

   Questo post è indirizzato prima di tutto alle donzelle, ma solo per una questione di conoscenza mia personale. Qui parliamo di cotte, le cotte che ci prendiamo per i personaggi dei libri.
   L’unico motivo per cui non includo anche i maschi in questo rosabondo delirio, è che non conosco molti ragazzi che si sono presi delle cotte analoghe. Il mio fidanzato è innamorato di Stephen King – il che suona preoccupante – ma, anche se l’autore stesso si è inserito come personaggio nella serie della “Torre nera”, non mi pare il caso di prendere in esame questa cosa. L’unico commento che ho ricevuto da parte di un ragazzo ad un personaggio è stato da parte del mio collega quando gli ho prestato Eragon. Il suo verdetto finale è stato che Eragon «è per forza finocchio, perché altrimenti com’è possibile che in quattro libri non si schiaccia quella bella topa di Arya nemmeno una volta?»
   Alla luce di questi fatti ho deciso di lasciare perdere qui il punto di vista maschile, e dedicarmi solo a quello più romantico e a me congeniale di noi donzelle.
   Orbene, sono pronta a smascherare alcune delle mie cotte più famose, e a difenderle dagli attacchi di chi dice che è assurdo prendersi una cotta per qualcuno che non esiste.
 
   Ron Weasley – Harry Potter, di J. K. Rowling
   Ovviamente essendo Harry Potter uno dei primissimi libri a cui mi sono appassionata era logico che lì in mezzo ci fosse qualcuno per cui prendermi una cotta. Andavo sì e o alle medie, se non ancora in quinta elementare, quando il mio cuoricino di lettrice ha trovato il personaggio che più si adattava all’idea che avevo allora di ideale romantico: Ron Weasley!
   Ron Weasley era tutto ciò che a dieci anni potevo desiderare: timido, impacciato, divertente e con i capelli rossi. Non so dirvi perché, ma i capelli rossi mi stavano molto simpatici.
 
   Murtagh – Il Ciclio dell’eredità, di Cristopher Paolini
   A quindici anni i miei gusti erano un tantino cambiati e, anche se ho dovuto attendere fino ai venti per sapere come la storia finiva – e non è che mi abbia entusiasmata ammettiamolo –, della mia cotta sono sempre stata convinta.
   Personatemi fans di Eragon ma, a mio parere, il Cavaliere dei Draghi era un po’ una mezza tacca rispetto a Murtagh che, oltre ad avere dalla sua un passato lacrimevole e un’aura tenebrosa, aveva quello che ogni personaggio maschile di un libro deve avere per essere non solo affascinante, ma persino sexy: una cicatrice! E non una cicatrice piccola, intendo una vera cicatrice. Quella di Murtagh, in particolare, era sulla schiena – e cosa c’è di più sexy di una schiena? – e l’attraversava in diagonale per tutta la sua lunghezza. Poi, come nei libri sia possibile che le cicatrici siano affascinanti e non degli sfregi, per me rimarrà sempre un mistero. Rimane comunque il fatto che Murtagh, con o senza cicatrice, aveva fascino.
   Il personaggio di Murtagh era molto interessante perché era sempre diviso fra il bene che desiderava fare, e il male che era costretto a fare. Questo gli dava delle sfaccettature interessanti e in special modo nell’ultimo libro lo hanno reso sempre più reale. Paolini ha saputo dargli un carattere adeguato al suo passato e degli atteggiamenti che rispecchiano la sua personalità nel presente.
   Murtagh secondo me è il più vero dei personaggi della saga, e forse anche per questo è quello che mi piace di più.
 
   Alex – La città delle bestie, di Isabel Allende
   Il realismo magico degli scrittori sudamericani mi è sempre piaciuto, perché – per ovvi motivi – l’ho sempre compreso alla perfezione e condiviso, così come i personaggi tipici che questi autori fanno nascere, personaggi dalle caratteristiche bizzarre e improbabili ma, allo stesso tempo, estremamente umani.
   Isabel Allende nel suo romanzo per ragazzi “La città delle bestie” non utilizza questi personaggi sin troppo assurdi, tali da sembrare irreali. Al contrario il suo protagonista è un ragazzo come tanti, che si ritrova ad affrontare un’avventura straordinaria e, grazie alla sua sensibilità e alla sua intelligenza, comprende e accetta i nuovi mondi che va a scoprire, imparando qualcosa ad ogni viaggio.
   Forse è per questo che quando ho letto il libro mi sono presa una cotta terribile per Alex, il protagonista. Perché era talmente ordinario da sembrare reale e raggiungibile.
 
   Edward Cullen – Twilight, di Stephenie Meyer
   Volevo provare a nascondervelo, ma alla fine mi sono detta che non è giusto rinnegare il proprio passato e, anche se ad un’occhiata più attenta il sex symbol dei vampiri è decisamente un uomo straziante e sessista, per un po’ di tempo ho sognato che i vampiri esistessero sul serio!
   Non ho molto da dire su Edward, in quanto la cotta mi è passata – mentre gli altri avranno sempre un posticino nel mio cuore, e non li ho certo nominati tutti! – ma per il breve periodo in cui sono stata cotta di lui sono stata una sognatrice decisamente fra le nuvole, non c’è che dire.
 
   Dopo la parentesi fangirlosa mi ergo a difesa delle cotte letterarie!
   Quando si legge un libro che piace ci si immerge totalmente nella storia. I suoi intrighi e colpi di scena diventano la nostra preoccupazione mentre leggiamo, e i personaggi sono i nostri eroi, quelli che affrontano la sfida che tanto ci emoziona.
   Spesso portano con sé una personalità propria, ed è quella a conquistarci. Poco importa che sia inventata, il fatto che sia immaginaria non significa che sia meno reale, perché quello che conta è ciò che ci suscita e ci insegna, che non è certo una fantasia.
   Io credo che gli scrittori, quando inventano un buon personaggio, si rendono conto ad un certo punto che ha una personalità propria. Certo, loro l’hanno creata e la conoscono a menadito, ma sanno che i personaggi per rimanere fedeli a loro stessi potrebbero fare qualcosa che gli scrittori non avevano pianificato.
   Se un personaggio ci lascia qualcosa, esprimendo dei dubbi che credevamo solo nostri, gioendo in situazioni analoghe alla nostra e soffrendo per motivi per i quali abbiamo sofferto anche noi, allora mi sembra normale affezionarsi un po’ a questo personaggio.
   Se poi aggiungiamo che il tizio in questione è alto, tenebroso e maledettamente sexy, il gioco è fatto!
 
   Il pensiero comune è che prendersi una cotta per una persona che di fatto non esiste sia una cosa sciocca e inutile, e scommetto che in molti pensano che chi lo fa non ha un fidanzato/fidanzata e non ne troverà mai una/uno all’altezza degli standard di perfezione dei libri.
   Mi trovo a dissentire. Le persone fantasticano di continuo, e non per questo non è detto che non apprezzino e amino quel che hanno già. Anzi io penso che fantasticare faccia bene ogni tanto perché, quando abbiamo finito di pensare a quanto sarebbe bello stare nell’amazzonia fra le braccia di Alex, affrontiamo la giornata in maniera diversa. E alla fine, quando ad abbracciarci non è Alex ma qualcun altro, allora ci rendiamo conto che quello sì che è un abbraccio che scalda davvero, come il nostro abbraccio immaginario non potrà mai fare.
 
   Ah, maledizione! Questo doveva essere un post tranquillo e scanzonato, invece è andato a finire nella mia solita filosofia spicciola! Non riesco proprio a farci nulla: quando voglio scrivere qualcosa di serio finisco per fare un macello, quando invece voglio rimanere leggera finisco per filosofare.
   A parte questo, quali sono le vostre cotte letterarie e cosa ne pensate in generale?