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lunedì 3 settembre 2018

Siedi e goditi il viaggio

Lo so, ho appena scritto un post sul viaggio a Parigi e adesso, a giudicare dal titolo di questo, ve ne voglio propinare un altro. Ma questa volta è diverso, questi sono viaggi letterari.
Come già accennato ho faticato a leggere in questi ultimi mesi, ma ci sono alcuni dei pochi libri che ho letto che mi hanno trasportata. E in queste settimane in cui si fanno i conti su come sono andate le vacanze, io vi racconto dei viaggi supplementari che ho fatto seduta sul divano!

Non so a cosa sia dovuto, ma ci sono libri profondamente legati al luogo che raccontano. Magari non tanto per la trama, che potrebbe benissimo svolgersi altrove con minime differenze, ma soprattutto perché l’autore sembra amare quel luogo.
Penso sia questa la differenza fondamentale, quando senti che un romanzo è scritto per appartenere a un determinato posto. Lo leggi, e mentre lo leggi ti rendi conto che i personaggi, l’atmosfera, le sensazioni, non sarebbero le stesse, non funzionerebbero, se il romanzo fosse ambientato altrove. Penso che sia perché l’autore sente profondamente quella città o quel paese, lo ha vissuto e apprezzato, e forse il romanzo che stiamo leggendo non è tanto una storia quanto il risultato di un profondo legame con quel luogo.
E quindi eccoli, i romanzi che mi hanno fatta viaggiare!

American gods – Neil Gaiman
Fin’ora di Gaiman ho letto solo storie per bambini e, anche se questo romanzo l’avevo in wish list da tempo immemore, a farmi decidere una volta per tutte è l’aver visto la prima stagione della serie tv, che più che una storia è un capolavoro di fotografia, quasi un’opera d’arte! (La consiglio, si vede?) Questo è il primo romanzo “per grandi” che ho letto di questo autore, e adesso che conosco questo lato del suo stile non lo lascerò andare mai più.
Può sembrare scontato che un libro con già nel titolo ha la parola ‘America’ sia effettivamente legato all’America, eppure io ci ho trovato più di un semplice legame dovuto alla trama. Per forza di cose è ambientato negli Stati Uniti, ma come già detto non basta che una storia sia ambientata in un determinato posto per sentirlo, quel posto.
Io non simpatizzo per gli USA, come a volte sento fare a qualcuno, come se fosse ancora la terra promessa dell’inizio del secolo scorso. Penso che sia un paese molto diverso dal nostro, con molte possibilità e molti difetti, come tutti i paesi immagino. Eppure con “American gods” mi sono ritrovata a scoprire un aspetto che comprendo e sento di più.
La trama è molto fantasy e neanche per sbaglio parla di come si vive negli Stati Uniti, ma pone l’accento sulle migrazioni avvenute per secoli in queste terre. Forse è per questo motivo che la storia mi ha presa così tanto, perché l’idea che l’America e il suo popolo come lo conosciamo oggi si sia formato tramite migrazioni in fondo è il concetto che a noi Europei arriva per primo. Forse anche all’autore, che è inglese, questo concetto affascina, anche perché tutto si basa sul fatto che gli uomini, viaggiando, hanno portato con loro il proprio credo: i propri dèi.
“American gods” non è quel libro che consiglierei a tutti, perché non sempre è di facile lettura e deve anche piacere il genere per goderlo appieno. Tuttavia è una di quelle storie che vorrei tutti leggessero, perché vi ho trovato dei passaggi di delicatezza e intensità incredibili.

Fair play – Tove Jansson
Quest’anno per il mio compleanno io e Il Fidanzato siamo andati un giorno a Camogli (mi sogno ancora il fritto misto e la focaccia al formaggio!). Mentre passeggiavamo siamo passati vicino a una libreria con i romanzi esposti e, dato che se c’è una libreria indipendente io ci devo entrare per forza, allora ci siamo entrati. Il Fidanzato ha colto l’occasione per un ulteriore regalo, punzecchiandomi affinché scegliessi un libro. La scelta è caduta su questo romanzetto sottile, edito da Iperborea, che si è rivelato più complesso di quanto immaginassi.
Tove Jansson era finlandese e, dopo aver letto questo libro, penso che amasse i paesaggi della Finlandia o, più in generale, del nord. La trama del romanzo è praticamente inesistente, sono stralci di vita di una coppia di donne ormai quasi anziane, due artiste che vivono su un’isola e che condividono una casa, il loro tempo, le loro idee e delle abitudini rassicuranti. Spicca la personalità delle protagoniste, perché è grazie a loro se la storia prende corpo. Personalmente io ho trovato anche un altro protagonista in “Fair play”. Il luogo dove si svolgono gli eventi.
Un’isola quasi del tutto disabitata, incantata di quell’incanto che hanno le terre aspre, in cui vivere non è così semplice, ma non per questo non priva di fascino. Nelle descrizioni del mare, delle nebbie, dei temporali, che pur non erano il punto focale del romanzo – per niente – avrei voluto essere lì. In mezzo al freddo e alla tempesta, ad ascoltare le assi del soffitto che scricchiolavano, guardare fuori dalla finestra e vedere il mare in tumulto, ascoltare l’ululato del vento e attendere il mattino dopo per ritrovare la calma e il paesaggio freddo di fronte agli occhi.
Non c’è un motivo particolare per cui “Fair play” non potrebbe essere ambientato in un altro luogo. Ma, di fatto, non potrebbe esserlo.

La banda di Asakusa – Yasunari Kawabata
Ho un debole per il Giappone. Ma non come ce l’ho per Parigi, ho un debole per tutto il Giappone! Per le tradizioni che convivono con il progresso incalzante, per la frenesia delle grandi città e la pace delle campagne, per le abitudini così diverse dalle nostre. Mi piace che in Giappone facciano alcune cose con calma, come se fossero sempre alla ricerca della pace interiore, e mi affascina che ne facciano altre in tutta fretta ed efficienza, fino all’esaurimento nervoso. Mi piacciono i film delicati e malinconici, e gli anime che passano metà puntata a gridare (aMMori del momento: “Attacco dei giganti” e “My hero academia”). In parole povere, del Giappone mi piacciono le sue contraddizioni.
Non ricordo come mai ho sentito parlare di questo romanzo ma, leggendo che era ambientato in un quartiere di Tokyo, mi sono incuriosita e l’ho letto. Nonostante la mia fascinazione, infatti, non ho mai trovato un autore giapponese che mi piacesse davvero (ho letto la Yoshimoto, Ito Ogawa, Murakami e ho ancora da leggere il recente nobel Kazuo Ishiguro).
Almeno fino ad ora.
“La banda di Asakusa”, a differenza dei romanzi di cui vi ho parlato prima, ha una reale relazione con la trama. Infatti l’autore si era prefissato proprio di scrivere un romanzo ambientato ad Asakusa, un quartiere di Tokyo molto antico nel quale aveva vissuto per tanti anni. Non definirei questo libro un romanzo, ma penso di non aver mai letto una dichiarazione d’amore ad un luogo, prima. Yasunari Kawabata rende Asakusa alla stregua di una persona, delinea infatti non solo la geografia e la storia del quartiere, ma anche le sue peculiarità, i difetti, le brutture e le bellezze, in un susseguirsi di vicende che a volte diventano flusso di pensiero, ragionamento, e poi tornano racconto e poi di nuovo flusso.
Ho trovato splendido il fatto che un autore abbia scritto così tanto su questa piccola città nella città. Trovo sempre bello quando un artista comunica il proprio amore per qualcosa di inaspettato come un quartiere cittadino.

lunedì 13 agosto 2018

Parigi

Sapete che ogni tanto vi allieto con i resoconti delle mie vacanze, quindi ecco quella di quest’anno – e quale periodo migliore dell’estate per parlare di vacanze?
Quest’anno sono andata a Parigi. O meglio, sono tornata a Parigi. Erano anni che volevo farlo, penso da quasi dieci anni. È una di quelle città di cui mi sono innamorata per la sua atmosfera, più che per la visita in sé. Certo, visitare la città è stato bellissimo, sono stati bellissimi i musei, guardare fuori dai finestrini della metro quando viaggiava sopra la città, perdersi nelle stradicciole di Montmartre. Eppure quel che ricordo meglio è la sensazione che tutto sia tranquillo, come se mi trovassi in una piccola porzione di spazio dove tutto va bene, una bolla allegra.
Per me Parigi non è la città dell’amore. Non è neanche la città che da qualche anno è tristemente nota per gli attentati (perché sì, mi hanno anche detto: “Vai a Parigi? Sei pazza!”). Per me è la città della primavera. Perché mi dà le stesse sensazioni che mi dà la primavera. Un pomeriggio di primavera, per essere più precisi. Un pomeriggio al parco, con la temperatura perfetta e il tempo che sembra scorrere con regole diverse. Non hai impegni per la serata, non devi andare da nessuna parte e quindi ti fermi nel tuo angolo preferito e, appena prima di ascoltare la musica, o leggere un libro, o fare qualunque cosa tu sia andato lì a fare, respiri una grossa boccata d’aria e ti rilassi.

Un piccolo scorcio della camera.
Già dal trombone e dal lampadario capite che era bellissimo!

Ma passiamo alle cose concrete!
Ho offerto la mia vita a Air BnB, soprattutto dopo aver visto i prezzi di certi appartamenti. Quello che abbiamo scelto era in una buona posizione, non troppo centrale ma vicino alla metropolitana, e anche qui se hai la metro vicino puoi fare quello che ti pare.
Era spettacoloso!, lo abbiamo scelto per quello. Molto bohémien, per calarci meglio nella parte. Era un monolocale ricavato da una soffitta pieno zeppo di cianfrusaglie, mobili antichi, strumenti di ogni sorta appesi alle pareti, quadri e foto antiche, vecchie lampade, e – per qualche motivo – una miriade di specchi (ne ho contati almeno undici). Da lì si vedevano i tetti della città e, complici anche gli strumenti, mi aspettavo di vedere Romeo ‘er mejo del colosseo’ con la banda a suonare jazz sul tetto di fianco.
Musée d'Orsay
Per quanto riguarda i musei,sul sito del Louvre e del Musée d’Orsay ci sono scritti i giorni in cui fare le visite gratuite, ma nel caso non foste così fortunati da capitare da quelle parti proprio in quei giorni è meglio prenotare online direttamente sul sito del museo (anche se dovete registrarvi e tutto, ma non ci vuole molto).
Se siete appassionati di arte o semplicemente meticolosi nelle visite, prendetevi un intero pomeriggio per il Louvre. Accaparratevi una cartina appena entrati e cercate di capirci qualcosa: è immenso e labirintico. Meno impegnativo ma, a mio parere, più suggestivo, è il Musée d’Orsay, i cui soffitti altissimi e la possibilità di passare lungo quelle che una volta erano la struttura della vecchia stazione, rendono la visita più completa e più bella.
Altro museo da visitare assolutamente è il Musée Rodin, soprattutto i giardini. Mi sarebbe piaciuto che le statue all’esterno fossero più curate, ma sembra che la natura prenda facilmente il sopravvento sulle opere. Comunque gironzolare lungo il parco, fra gli alberi e i sentierini, e scoprire le diverse statue è un’esperienza da fare!
Altro luogo da visitare è certamente il cimitero di Père Lachaise, io l'ho trovato meraviglioso. Suggestivo, tranquillo ma nonostante tutto molto solenne (come si conviene a un luogo di culto).



Due quartieri hanno avuto la mia totale attenzione in questo viaggio: quello latino e Montmartre.
Il primo è il classico quartiere medioevale, è la parte più vecchia della città e prende questo nome perché un tempo era il quartiere abitato dagli studiosi, che parlavano quotidianamente latino. Questa è una delle zone che non hanno subito riqualificazioni urbanistiche e infatti si possono ritrovare strade piccole e tortuose, vecchi palazzi affastellati uno vicino all’altro e un’atmosfera vivace dovuta ai tanti ristoranti e negozi.
Montmartre è più ariosa, ma non per questo più facile da percorrere, infatti sorge su una collina e passeggiare per il quartiere… be’, diciamo che è un esercizio! Se non ricordo male fino alla fine dell’800 era considerata una zona povera, vi sorgevano ancora vigneti, cascine e le baracche dei più poveri. Pian piano però la città si è allargata e anche la collina di Montmartre è stata riqualificata con vere strade e anche lì le cascine sono state sostituite da palazzi.
La più grande e ambiziosa opera è la basilica del Sacré Coeur, sicuramente da visitare. Se avete tempo fermatevi sui gradini ad ascoltare qualcuno dei tanti musicisti che si esibiscono da quelle parti. Prima di arrivare alla basilica c’è una lunga salita piena di negozietti di souvenir e, dopo aver salito tutti i gradini ed essere passati di fianco all’edificio, si accede a delle stradine piene di ristoranti.
Se poi avete voglia di esplorare il quartiere potete andare alla ricerca del “Muro dei ti amo”, in una zona molto più tranquilla, lontana dalle masse di turisti.



Mi sono affezionata a Île de la cité, tanto che ho insistito con Il Fidanzato a fermarci nel parchetto che sta proprio sulla punta dell’isola, al quale si può accedere dal Pont Neuf (mi sono affezionata anche a lui: non sapevo, prima, che ci si potesse affezionare a un ponte).
Ovviamente è stato d’obbligo un salto alla Tour Eiffel, rigorosamente di sera perché è più suggestiva. Altra tappa è stata Notre Dame, ma questa volta non mi sono limitata a visitare l’interno della cattedrale. Se avete la possibilità consiglio caldamente una visita alle torri, dalle quali si ha una vista sulla città molto bella. Inoltre si possono vedere i famosi garogoyle e – è stata una vera sorpresa – accedere al campanile!



Insomma, Parigi è una città da vedere almeno una volta nella vita. La sua storia è scritta in ogni quartiere, edificio, in ogni piazza. Si divide fra gli acciottolati stretti e le casupole dipinte a colori pastello, agli opulenti palazzi barocchi, fino ai boulevard e le piazze napoleoniche, che non descriverei in altro modo se non monumentali.
Non so se ci tornerò ancora, a Parigi, perché ci sono così tanti posti da conoscere, visitare, scoprire. Ma di certo avrà sempre un posto di riguardo fra le mie città preferite, grazie all’atmosfera magica che vi si respira.
Quella, e il fatto che lì ho scoperto il frappuccino e il chai tea latte: Starbucks rulleggia.


lunedì 28 agosto 2017

Praga

Ogni tanto vi ammorbo con dei post diversi dal solito, questo potrebbe persino essere utile! A voi un piccolo prontuario di informazioni su una delle più belle città che io abbia mai visitato e che ho visto per la prima volta quest’estate: Praga!
Se avete in programma un viaggio e non sapete quale meta scegliere, vi consiglio Praga. Se un giorno il Diavolo vi tenterà e vorrete spendere quel gruzzolo che giace lì per cose importanti come la pensione, andate a Praga. Ne varrà la pena, e forse scoprirete che volete passare lì, dopotutto, gli anni della pensione.

Il cimitero ebraico
Prima cosa da sapere su Praga, è molto piccola e i mezzi di trasporto sono sì utili ma, a volte, superflui. Quando ho prenotato l’albergo ero preoccupata perché si trovava nella zona di Praga2, mentre la zona da visitare era a Praga1. Siccome il prezzo era buono ho pensato “Pazienza anche se è un po’ lontano, ci sono sempre i mezzi pubblici”. Una volta lì ho scoperto che le zone non sono assegnate per distanza dal centro. Tanto per farvi capire, il primo giorno a pranzo io e Il Fidanzato abbiamo visto che una delle nostre mete culinarie (la birreria U Fleku) era poco distante dall’hotel. Abbiamo deciso di andarci a piedi e, dopo mangiato, abbiamo visto che il centro era a quindici minuti di cammino da lì. Insomma, abbiamo fatto una passeggiata giusto per digerire e ci siamo ritrovati in pieno centro storico! Morale della favola? Non spaventatevi se trovate alloggi a Praga5 o Praga6, quattro fermate di metro e siete in centro.
Seconda cosa che mi ha colpita della città: il 90% degli edifici sono meravigliose costruzioni storiche! E qui si richiede una deviazione.
Per una serie di vicissitudini al mio compagno hanno regalato almeno una ventina di guide del National Geographic, quindi prima di visitare la città mi sono letta gran parte del libricino e ho scoperto che Praga è stata una delle città europee meno colpite dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, quindi tantissimi edifici risalgono all’epoca romanica o rinascimentale, mentre la maggior parte delle facciate è degli anni ‘20 o ‘30 del secolo scorso. Sono state rifatte per seguire il gusto dell’epoca, ma dato che gli edifici erano ancora in ottime condizioni, non hanno ritenuto necessario abbatterli.
Girare per le strade è bellissimo, in ogni dove ci sono palazzi con decorazioni splendide e tutte diverse!

Il palazzo reale
Ci sono due quartieri che mi sono piaciuti moltissimo, la Città vecchia (Stare Mesto) e il quartiere ebraico (Josefov).
Nella Città Vecchia l’attrazione più importante è la piazza detta appunto “della città vecchia”, nella quale potersi rilassare e dove attendere lo scoccare dell’ora dell’Orologio Astronomico, che si trova all’esterno del municipio. Già di per sé è un bellissimo orologio, ma ogni ora si aziona un meccanismo e si possono vedere i pupazzi situati ai lati e all’interno della struttura muoversi.
Attaccata a Stare Mesto c’è Mala Strana, il quartiere minore. In queste stradine ci si perde facilmente, ma va bene lo stesso perché sono tutte vie molto piccole, tortuose e pittoresche, dove si possono trovare bei negozi, bar o ristoranti. In questa zona l’ultimo giorno io e il mio compagno abbiamo scovato una caffetteria che vendeva cioccolatini artigianali. Abbiamo fatto la seconda colazione, come gli hobbit, e anche comprato dei regali commestibili!
Da qui Josefov è a due passi, ed è ricca di monumenti da visitare.
A questo punto ci tengo a precisare una cosa, ogni singola visita è a pagamento, anche quelle agli edifici sacri. Per il giro delle sinagoghe abbiamo pagato poco più di 10 € a testa. Non molto, se penso che abbiamo visitato cinque o sei sinagoghe, il cimitero ebraico (decisamente suggestivo!) e ci siamo imbattuti in un signore anziano, nella sinagoga Vecchia Nuova, che ci ha raccontato un po’ di storia. L’ha tirata per le lunghe, è vero, ma è stato comunque piacevole incontrarlo! Abbiamo scoperto che la leggenda narra che le pietre della sinagoga Vecchia Nuova sono arrivate direttamente da Gerusalemme, trasportate dagli angeli. Inoltre ci ha spiegato che la torre appena fuori dall’edifico è fornita di due orologi per un motivo ben preciso: quello più in basso era per gli ebrei, che leggono l’ora al contrario, infatti le lancette scorrono verso sinistra, invece quello più in alto era stato installato lì perché anche tutti gli altri potessero leggerlo, ed è lì situato perché si vedesse da oltre le mura del quartiere ebraico.
A Josefov pullulano ovunque rimandi alla leggenda del golem. Io ho comprato un magnete a forma di golem da attaccare al frigo, per arricchire la mia collezione di magneti da ogni parte del mondo, ma c’erano bar e ristoranti dedicati al golem e al rabbino che lo creò, Judah Loew, disegni, fumetti e quant’altro.
Vista dal Ponte Carlo
Ultima info da guida, ossia un altro posto bellissimo da visitare: il castello di Praga! La strada che porta al castello è una via in salita, tortuosa, con i marciapiedi stretti, curve che impediscono la visuale ed è piena di piccoli negozi che vendono oggetti in legno, burattini, vari gadget della città (l’oggettistica più in voga è quella con Alfons Mucha) e ristorantini. Insomma, l’ho adorata. Lungo tutta la strada il castello incombe su di noi, arroccato su un altura e, quando vi si arriva, la prima cosa che vien voglia di fare è rivolgere lo sguardo alla città sottostante, che si estende tutta ai nostri piedi (in quel momento si capisce come mai il castello sorge proprio lì, in effetti era una sistemazione strategica). In un museo che si trova nella piazza sulla quale dà anche il castello, una guardia museale molto gentile ci ha portati fino alla finestra dalla quale abbiamo potuto vedere il cambio della guardia, che viene fatto tutti i giorni ma solo a mezzogiorno. Altre cose da vedere all’interno sono di sicuro la Cattedrale di San Vito, talmente alta da far venire il torcicollo a forza di osservare le guglie più alte, il Palazzo Reale, che dimostra che l’architettura più è semplice più comunica un senso di solennità, e il mio preferito: il Vicolo d’Oro. In questa stradina gli alchimisti avevano aperto i loro negozi, alla ricerca della formula per trovare la Pietra Filosofale, oggi c’è un museo di armi e armature medioevali e ogni casetta è una ricostruzione delle case realmente esistenti, con tanto di cartello di presentazione degli abitanti.
Uscendo dal castello si può riattraversare la Moldava passando dal Ponte Carlo, che vene costruito per rimpiazzare un ponte più antico distrutto a causa di un’inondazione. Il ponte è pieno di statue di santi e la struttura è ormai annerita dal tempo, ma trovo che faccia parte del suo fascino.

Passando ora a cose diverse, qualche curiosità.
Adoro assaggiare il cibo che non conosco e da questo punto di vista a Praga mi sono trovata benissimo! Oltre a mangiare bene a prezzi modici ho assaggiato piatti che non avevo mai mangiato. I nuovi sapori stanno nelle piccole cose, non tanto nei piatti di carne, che sono una rivisitazione dei nostri stufai (il famoso gulash non è altro che quello) ma ho scoperto la una salsina bianca al rafano piccantissima e, per la seconda volta in vita mia, ho apprezzato una birra! Non amo il sapore amarognolo della maggior parte delle birre, ma quella che servono a Praga è meno amara, molto corposa, una birra scura che persino io ho bevuto più che volentieri. In ceco si chiama ‘pivo’ e viene solo 35 corone (meno dell’acqua, circa 1,30 )! Oltre a queste cose dovete assolutamente assaggiare un dolce tipico, il trdlo. Si tratta di un impasto dolce a base di farina e spezie, che viene arrotolato e cotto allo spiedo, finisce per assomigliare a un cannoncino gigantesco. Può essere servito così, oppure con qualcosa all’interno. Io l’ho preso con dentro della frutta e sopra del gelato alla crema, buonissimo!
Altre curiosità che ho notato è che le guardie museali erano tutti anziani. Non anziani come un sessantenne che si avvicina alla pensione, anziani come una persona che si è già ritirata da tempo. Non so se si tratti effettivamente di lavoratori o di un servizio per gli anziani, che comunque li tiene impegnati in un lavoro poco faticoso (c’erano sedie in ogni stanza dove potevano riposarsi), oppure se l’età per il pensionamento è molto, molto più avanzata rispetto alla nostra. Fatto sta che è una cosa che ho trovato curiosa.

Ora vi lascio, dopo questo post lunghissimo che potrebbe avervi ammorbato, ma nel caso qualcuno di voi abbia in programma un viaggio a Praga, be’… divertitevi! Avete fatto un’ottima scelta!

venerdì 5 settembre 2014

Siena e Firenze

   Qualche foto di quando sono andata a Siena e a Firenze (risalgono all’anno scorso, sì, ma a chi importa?). Nel caso ne aveste l’occasione, magari vi faranno venire voglia di visitare una di queste due bellissima città, o magari entrambe!
   L’anno scorso io e il mio fidanzato decidemmo di andare tre giorni a Firenze e, già che eravamo di passaggio, ci fermammo mezza giornata a visitare anche Siena.
 
Siena, addobbata per la Contrada del Luccio



Questa era la nostra stanza.
Ogni stanza era dedicata ad un poeta,
la nostra era, come potete bem notare, quella di Dante!
Aww, sarà destino...



   A seguire tre delle mie statue preferite. Ovviamente ho visto gli originali nei musei, ma dato che né al Museo dell'Accademia né a quello degli Uffizi si potevano fare fotografie (nemmeno senza flash), mi sono limitata a farle alle riproduzioni.



 

domenica 24 agosto 2014

Parco Natura Viva

   A voi un piccolo show fotografico del “ParcoNatura Viva”, un parco faunistico bellissimo in cui sono andata qualche giorno fa (vi ho messo anche il link al sito, se cliccate sul nome, nel caso vogliate darci un’occhiata).
   Ci sono due parchi, il primo, più piccolo, è quello in modalità safari, visitabile in macchina. Se per caso arrivate in treno potete affittare lì una macchina e fare il giro del parco. Il secondo si visita a piedi, ed è come uno zoo normalissimo, tranne per il fatto che è il più grande che abbia mai visto o visitato! Persino più grande dello zoo di Londra (che comunque era molto bello, anche per il solo fatto di essere a Londra – sì sono di parte!) e più grande del parco delle Cornelle!
   Purtroppo la mia macchina fotografica mi ha bluffato la sera prima di partire perché ha fatto finta di essere del tutto carica, quando invece la carica stava per esaurirsi, quindi ho potuto fare pochissime foto, ma ecco a voi, fra quelle che ho fatto, le mie preferite:





Questo ora è il desktop del mio pc!

Qui non siamo più al safari.
In questo spazio c'erano anche i rinoceronti, ma erano in quel momento invisibili, probabilmente nascosti all'ombra o appallottolati a forma di roccia.
Questi sono i piccoli Timon!
Dal vivo sono carinissimi! Viene voglia di rubarne uno...
Lui si era messo in posa in mezzo alla cornice di rami proprio per me
(o almeno, così mi piace pensare).

Okay, questa foto è sleale, l'orso andino è tutto sfocato, lo so.
L'ho messa perché è involontariamente venuta artistica, e molto bella!
L'orso mi guardava, e io ho fatto la foto con il massimo della zoom,
la macchina fotografica però ha dovuto pensare
"Oh, la Patty non vede l'ora di fotografare quelle belle foglie verdi,
mettiamole bene a fuoco!"