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martedì 14 marzo 2017

L’ultimo degli uomini – Margaret Atwood

Ricordo benissimo come sono arrivata a questo libro. In biblioteca avevo visto, fra le novità, “L’altro inizio”, che mi aveva incuriosita sin dalla copertina. Leggendo la trama ho scoperto che era il terzo della “MaddAddam Trilogy”, così sono incappata in “L’ultimo degli uomini” (titolo originale: Oryx and Crake), dell’autrice canadese Margaret Atwood.
Di solito evito le saghe ed è da anni che non ne inizio una. Ha giocato a favore di questa il fatto che fosse già conclusa, il che mi risparmia l’attesa spasmodica per il prossimo volume, inoltre la trama è troppo, troppo interessante.

La narrazione alterna il presente al passato senza uno schema preciso, apparentemente in base ai ricordi del protagonista, che in seguito ad un disastro di portata mondiale rimane l’unico essere umano sulla terra. Ha abbandonato il suo vecchio nome, Jimmy, per riferirsi a sé stesso con l’appellativo di Uomo delle Nevi.
Il mondo in cui vive è tossico. Uomo delle Nevi non può stare al sole per troppo tempo, non può fare il bagno in mare, deve dormire su un albero a causa degli animali pericolosi creati dall’uomo tramite manipolazione genetica, e che ora popolano la terra e si stanno inselvatichendo. Gli unici a far compagnia al protagonista sono i cosiddetti Figli di Crake.
Creati per essere perfetti, copiano molti dei comportamenti animali e il loro DNA è costruito ad hoc per evitare tutto ciò che gli umani hanno di ‘sbagliato’. Mangiano solo radici ed erbe, non conoscono la territorialità se non per proteggere la loro specie, possono vivere solamente trent’anni e, una volta raggiunta la maturità, si riproducono solamente ogni tre anni. I meccanismi che regolano la loro società sono costruiti per evitare diseguaglianze razziali, poiché i Figli di Crake nascono ognuno con un colore diverso di pelle, sessuali, poiché la loro specie non conosce il desiderio se non in relazione alla riproduzione in determinati periodi. Dovrebbero essere la specie che salverà il mondo, pensata per sostituire gli umani e vivere in armonia con la natura.
Uomo delle Nevi ricorda e si interroga. Come si è arrivati a tanto? C’era un modo diverso da quello escogitato dal suo migliore amico, Crake, per cambiare le cose o si era giunti troppo in là?

Credo di averne già parlato in relazione a “L’atlante delle nuvole”, di David Mitchell. La mia idea riguardo alla tecnologia e di come la stiamo utilizzando può essere definita… forse poco popolare. Ma credo che sia ciò che l’autrice di questo libro vuole dire: il fatto che possiamo fare qualcosa non significa che dobbiamo per forza farlo.
Il libro è ambientato in un futuro che, secondo me, non è poi così improbabile. La manipolazione genetica nel romanzo ha raggiunto livelli di eccellenza tali da poter creare una nuova specie, quindi nulla di ciò che potete immaginare è impossibile. Gli scienziati hanno creato degli animali, i proporci, per tenere in incubazione organi umani da usare nei trapianti; i bambini si programmano con caratteristiche decise dai genitori; hanno inventato una macchina che fa nascere e nutre solo il petto del pollo, un petto fatto di sola carne che succhia nutrimento e non pensa, non sente dolore, non è chiaro se la sua possa considerarsi vita, ma nutre migliaia di persone e quindi perché non usarlo?
I cittadini che stanno meglio vivono nei Recinti, piccole oasi di benessere che crescono attorno alle grandi aziende, che forniscono ai loro dipendenti tutto ciò di cui hanno bisogno: case, scuole, centri commerciali, ospedali, e tutto quel che la città deve offrire. Fuori dai Recinti ci sono le Plebopoli, ossia il resto del mondo. La terra è devastata dal clima terrestre che si è fatto ostile a causa dello sfruttamento senza controllo di ogni risorsa naturale, ci sono carestie, criminalità, povertà, ignoranza.
La cosa che mi ha fatto riflettere è che il mondo dipinto dall’autrice non mi sembra così strano o incomprensibile. Laddove la scienza può tenta sempre di fare qualcosa, e quando si pensa di aver raggiunto un risultato ci si domanda: «Perché non andare oltre?». Tuttavia a mio parere ci sono dei limiti che non dovrebbero essere superati anche avendo la possibilità di farlo. A questo punto dovremmo chiederci: chi ha il diritto di decidere qual è il punto da non superare?
Nel romanzo ci sono alcune cose che di certo siamo portati ad aborrire, come il petto di pollo fine a sé stesso (fa ridere dirlo così, ma la descrizione è aberrante), o il fatto che gli esseri umani si fanno trapiantare organi che crescono dentro fabbriche a forma di maiale. Siamo in un futuro che ha eliminato alcuni dei tabù che noi conosciamo, utilizzando gli animali a piacimento dell’uomo. Ma non abbiamo già iniziato questo processo? Facciamo esperimenti sugli animali, li usiamo come cavie, li cloniamo. La vita stessa dell’animale ha un significato diverso dalla vita umana, quindi non trovo strano che l’uomo, in un futuro, possa giustificare qualsiasi mutazione genetica sugli animali in base al fatto che «tanto sono animali».
Da qui a fare la stessa cosa sulle persone, quanta distanza c’è? Da qui al futuro che la Atwood dipinge così cupo, manca davvero tanto?

Mano a mano che il tempo passa stiamo perdendo molti dei nostri tabù, è già accaduto. Pensiamo di poter disporre del mondo come vogliamo e solo negli ultimi decenni si sta creando una coscienza collettiva, perché ci stiamo rendendo conto che la terra non è una fonte inesauribile di energia e che l’abbiamo danneggiata.
“L’ultimo degli uomini” ci presenta un mondo già al termine della sua vita. Una società umana priva di morale, una terra sull’orlo del disastro ambientale. Pensare che possa essere possibile mi ha un po’ inquietata, per questo vi consiglio di leggere il romanzo. E di farlo leggere ad altri, che magari lo faranno leggere ad altri.
E così un giorno, chissà, magari eviteremo di mangiare pollo transgenico.

giovedì 31 marzo 2016

Passaparola #4

Ogni tanto risorgo dalle mie ceneri e scrivo qualche post. Nulla di impegnativo, anche se sto cercando di organizzarmi per tornare ai ritmi di prima e scrivere più di due post al mese! Eh, questa vita che si mette in mezzo alle faccende del blog, è la mia croce…
Comunque, mi scuso per il terribile ritardo con cui ho postato le richieste di segnalazione. Le autrici che mi hanno contattata sono state mooolto pazienti, quindi basta cianciare ed ecco le segnalazioni di oggi.
 
Fino alla fine della rete – R.V. Beta
Insofferente alle regole ma incapace di affrancarsi da un’esistenza piatta e una vita sociale insoddisfacente, Daisuke, impiegato in una multinazionale, afferra al volo un’occasione per cambiare.
Yuuki è una giovane pirata informatica che, spinta dalla sua smania di ribellione, potrebbe aver fatto un colpo troppo grosso.
Daisuke e Yuuki, braccati da forze più grandi di loro, dovranno unire le forze e misurarsi con nuove sfide pur di sopravvivere.
Carne e plastica scaraventati in un viaggio intenso, una finestra aperta sui fuochi d’artificio del ciberspazio e sulla periferia estrema della realtà, con la costante paranoia di essere scovati dagli onnipotenti guardiani dei lucchetti digitali.
 
 
Il mondo dell’altrove – Sabrina Biancu
Cinque racconti – in cui fantasia e realtà si mescolano – capaci di trasportare il lettore in un altro mondo, in un luogo magico. Capaci di farlo sognare. Ogni cosa è viva e insegna qualcosa d’importante. E ciascuna storia si trasforma nella tappa di un viaggio in cui si cresce e si matura a fianco di Elia, Rosy, Tea, Pietro, Desideria, André e della stellina Irina.
 
“Ogni problema ha una soluzione, solo alla morte non c’è rimedio. Se uno cade deve avere la forza di rialzarsi, se uno sbaglia deve capire i suoi errori e andare avanti con consapevolezza, se è in una brutta situazione deve rimboccarsi le maniche e dare una svolta alla sua vita e se non crede in sé deve cercare quella fiducia che gli permetterà di fare ciò che vuole. Non piangerti addosso, non serve a nulla, sii fiducioso, ottimista, credi in te e nelle tue capacità. Trova quello che più sai fare e metti in pratica la tua arte, prima per te stesso e poi per gli altri. Amati incondizionatamente, con tutto te stesso, con la forza che possiedi, e potrai pensare, provare e agire in tutto ciò che sai di riuscire. Tutto si può, basta volerlo.
Utilizza tutto questo, destati da questo stato d’insicurezza e paura e realizza la vita che vuoi. Credici con tutto te stesso e con orgoglio e tenacia riuscirai a uscire dallo stato di negatività in cui sei entrato. Una cosa ti chiedo: abbi fiducia, o fede, o speranza, chiamala come vuoi ma abbine tanta, questa è la chiave per aspirare a una vita migliore.”
 

domenica 28 giugno 2015

Voglio essere un lupo di mare

Oggi sono pronta per una rivelazione sulla mia condizione di lettrice.
Con la quantità di libri che esistono al mondo è difficile definirsi lettori navigati, ma una delle condizioni fondamentali, a mio parere, è aver spaziato fra i generi. Non che sia obbligatorio, per carità, ma penso che se si leggono gli stessi generi si è navigati solo in quei generi. In un oceano di libri chi legge sempre gli stessi generi naviga i mari, chi spazia e occasionalmente legge un genere che non conosce ha solcato almeno una volta l’oceano.
A questo proposito, io sono un marinaio semplice. Mi fregio di essere al di sopra di un mozzo, ma non più in alto. Mi fregio di conoscere paesi lontani, continenti appena scoperti, popolazioni diverse dalla nostra, ma è come se fossi al servizio di una nave mercantile: vado lontano e scopro sempre cose nuove e meravigliose, ma faccio sempre le stesse rotte.
Quindi a voi la rivelazione: non ho mai, e dico mai in tutta la vita, letto un romanzo di fantascienza.
 
Ecco cosa immagino di fare quando leggo e dico di essere
un lupo di mare.
Se non veritiera, dovete darmi atto di essere fantasiosa. 

Ecco svelato il mio deplorevole segreto! La fantascienza è  un genere che non mi ha mai affascinata né incuriosita, e purtroppo non conosco persone che la leggono e possono consigliarmi un buon romanzo con cui iniziare.
Sono sicura che esistano molti altri generi che ancora non ho letto (lo steampunk è uno di quelli che mi affascinano di più, e ho già in mente di sopperire alla mia mancanza, so anche con quale libro lo farò!) ma ho il tarlo della fantascienza già da un po’ e mi piacerebbe tanto poter leggere un bel libro e scoprire che non parla solo di mostri verdi provenienti da lontane galassie che attaccano il nostro mondo. Mi piacerebbe andare oltre la visione della fantascienza che ho adesso, e capire se è un genere che può fare per me.
Avete qualche libro da consigliarmi? Scrivetelo pure qui sotto! E se invece non vi viene in mente nulla, qual è il genere che non avete mai letto? Con quale vorreste passare la soglia dei mari ora conosciuti e addentrarvi nell’oceano dei libri?

venerdì 25 aprile 2014

Meant to be alone - Yoko Hogawa

   Da qualche tempo ho una nuova, conturbante passione per un telefilm. Guidata dall’interesse – hem, hem – scentifico che ho per la nobile e delicata arte della deduzione, e per il favoloso personaggio che Artur Conan Doyle… Okay, guidata dal corpo di quest’uomo:
 
Benedict Cumberbatch
   Sto parlando di Sherlock, il telefilm della BBC che, per mia grande sfiga, dura solo tre puntate a stagione. E gli attori se la prendono comoda, chiaramente, ogni volta che devono fare una stagione nuova: sono troppo impegnati a fare Lo Hobbit e Star Trek! Questo a sua volta mi ha portato a scrivere una fanfiction su Sherlock, e una su Benedict Cumberbatch. Ma in primis, mi ha portato alla ricerca di fanfiction sul fandom di EFP intitolato: Sherlock BBC.
 
   Con mio grande rammarico, ho scoperto che un buon 75% delle fanfiction su Sherlock parlano della relazione fra quest’ultimo e Watson (interpretato da Martin Freeman, che è diventato il mio eroe al primo Lo Hobbit).
   Non scoprirò mai perché questo conturbi tanto i fan. Io non amo le fanfiction slash, ma più che altro perché la maggior parte snaturano i personaggi. Ho letto veramente poche fanfiction che mantengono intatto il personaggio e non lo trasformano in una mammoletta isterica o in un ipersensibile piagnone. Ma con il tempo ho imparato a non bollare completamente la fanfiction slash e ne ho trovate di veramente bellissime.
   Con questi pensieri che mi frullavano in testa ho aperto Meant to be alone, di Yoko Hogawa. Poi l’ho richiusa e aperta di nuovo almeno tre volte prima di interessarmi sul serio, perché sebbene la trama fosse molto innovativa e curiosa, immaginare quei due uomini insieme mi dava una sensazione di disagio psicologico! Ogni volta che iniziavo il primo capitolo non potevo fare a meno di pensare che prima o poi sarebbe arrivato il momento in cui avrei dovuto immaginarli avvinghiati nudi l’uno all’altro, e la cosa non poteva che destabilizzarmi. Poi ho cercato di soprassedere a questo e a pensare a loro come Sherlock e John, anche se avevano le fattezze di Benedict e Martin.
 
La mia usuale reazione quando leggo fanfiction slash
   Siamo in un mondo nel quale le persone nascono con il nome della loro anima gemella tatuata sull’anulare, e al primo contatto fisico si forma fra loro un legame indissolubile. Esistono solo due eccezioni alla regola: i bondless e i ribbon. I primi non hanno nessun nome a legarli a qualcuno, i secondi sono quelli ad essere stati rifiutati dalla loro anima gemella, quindi il nome della persona amata è inciso sul dito con la forza e il fastidio di un taglio, che sanguina e si infetta e che non guarirà mai del tutto.
   Sherlock Holmes è un bondless, convinto di non poter amare nessuno. John Watson è un ribbon, consapevole di essere stato rifiutato dalla persona che ama. Un certo Sherlock, il cui nome non fa che bruciare sul suo dito.
   La storia in sé non porta molte sorprese, è il racconto delle prime due stagioni di Sherlock trasportate in questo universo in cui le regole sociali sono leggermente diverse da quelle che conosciamo. Almeno fino a che Sherlock non finge il suo suicidio e scompare. Lì l’autrice ha inventato di sana pianta la trama e la storia diventa il giusto connubio fra azione e introspettivo. Tuttavia la cosa più interessante è che lungo la storia sono disseminati spunti di riflessione, proprio riguardo a questa faccenda dell’anima gemella.
   Ad esempio, proprio nel primo capitolo, l’autrice ci fa notare che grazie alle anime gemelle il razzismo e il disprezzo per gli omosessuali non esiste. Al contrario, esiste un’altra sorta di discriminazione, soprattutto contro i ribbon: la società li evita perché la logica dice che se questi soggetti sono stati rifiutati dalla loro anima gemella, allora chiaramente non sono persone buone. Questo comporta che i ribbon debbano scontrarsi, fin da bambini, contro odio, disprezzo e pregiudizi. I ribbon hanno difficoltà ha farsi degli amici, non sono ammessi alle scuole migliori, difficilmente trovano lavoro e, inevitabilmente, la maggior parte di loro finisce per diventare un criminale. Questo ad esempio mi ha fatto riflettere riguardo a molti degli immigrati clandestini che cercano fortuna in paesi diversi dal loro. Certo, la faccenda è molto più complicata che in una fanfiction, ma credo che ci sia una certa similarità fra le due situazioni.
   Ma torniamo alla storia!
   Ripercorrere le prime due stagioni di Sherlock in questo modo è molto bello. Rivediamo scene che abbiamo già visto, ma sotto una luce differente. La storia è molto cupa, quel pizzico di ilarità dato alla serie qui non esiste. Ciò non toglie che sia una lettura molto appassionante. Ero totalmente immersa in questa fanfiction anche perché, dopo il finto suicidio di Sherlock, ci chiediamo come andrà a finire, cosa avrà inventato l’autrice, soprattutto perché la situazione è molto più critica che nel telefilm. La fine, ve lo posso assicurare, lascia con il fiato corto.
   A metà storia avevo già messo in conto che sarebbe finita fra le mie preferite. E così è stato.
   Consiglio Meant to be alone a tutti coloro che amano le Sherlock/John, a coloro che non le amano, ma soprattutto a chi ama il telefilm Sherlock, perché nonostante l’ambientazione AU i personaggi sono fedeli e sembra proprio di guardare una puntata del nostro telefilm preferito.

giovedì 2 gennaio 2014

Hunger Games La ragazza di fuoco - Suzanne Collins

   Sarà la ferma decisione di tornare a scrivere, o le vacanze natalizie che mi permettono più tempo libero, ma leggo come un treno e non voglio fermarmi. Questo implica che abbiamo, a distanza di non molto, un’altra recensione.
   Come potete ricordare avevo recensito il primo Hunger Games con entusiasmo, e ora a distanza di quasi un anno mi ritrovo a leggere il secondo. Forse a causa della leggera immaturità che ho riscontrato nel primo libro, non sono impazzita per comprare il secondo appena dopo averlo finito, e probabilmente è per questo che ho aspettato così tanto tempo per leggerlo. In effetti “Hunger games – La ragazza di fuoco” è il regalo di un’amica per Natale, per cui non è vero neanche che l’ho comprato. Comunque sia ho apprezzato moltissimo il regalo e ho letto con avidità.


   La prima cosa da dire di questa seconda prova di Suzanne Collins è che il libro è sicuramente più maturo del primo, sia a livello di personaggi che di trama. Sia perché Katniss è meno petulante e più simpatica, sia perché l’argomentazione è più ampia. Non si tratta più di salvare sé stessi e i propri cari, si tratta di salvare un popolo. In particolare la popolazione di Panem.
   Sono contenta perché, finalmente, ho trovato una protagonista che mi piace. Ammetto di nuovo che, se dovessi mai incontrare Katniss, le tirerei un ceffone dopo dieci minuti per la sua incredibile cocciutaggine e stupidità (insomma, si può che passa un intero libro a vedere che tutti le danno una mano e a non rendersi conto di nulla?!), ma lo farei con rispetto. Il personaggio di Katniss è molto migliorato dal libro precedente, intanto adesso non fa più la finta tonta riguardo ai sentimenti di Peeta e Gale, e non sfoggia la sua superiorità intellettuale di fronte agli abitanti di Capitol City. Inoltre Katniss ha incarnato una delle mie più profonde fantasie letterarie: un protagonista che non vuole essere protagonista. Almeno all’inizio. Katniss è la pedina fondamentale della rivoluzione dei distretti di Panem, ma non vuole esserlo. Per buona parte del libro desidera scappare e voltare le spalle a tutti, salvando quelli che ama e mandando a quel paese gli altri. Questa diatriba, in realtà, continua a roderla per tutto il libro e solo nelle ultime pagine si rende conto di essere lei quella che deve portare avanti la rivoluzione, altrimenti non lo farà nessuno. Per il resto del tempo, all’inespressa domanda: «Katniss, invece di vivere la tua vita da vincitrice, ti andrebbe di metterti in pericolo per migliaia di sconosciuti, mettendo così a rischio te stessa e chi ami?», lei risponde:
 
   Insomma, dove altro la trovate una protagonista come lei? Katniss prima di rassegnarsi ad essere Ghiandaia Imitatrice della rivoluzione è egoista, impulsiva, pensa solo a salvare Peeta e per lei gli altri possono anche crepare. Insomma è una persona reale, che non ha sempre intenti nobili e prende decisioni sagge e coraggiose.
   Continuando a parlare di personaggi, ecco, non si può avere tutto dalla vita. Perché Peeta, che nello scorso libro mi era piaciuto tanto, adesso comincia a stancare. Il bravo ragazzo che non farebbe male ad una mosca nella situazione del precedente libro era molto interessante. Ci si domanda come si comporterà una persona con il suo carattere negli Hunger Games. Ma ora che non si tratta più solo di “giochi” ma di vera rivoluzione, Peeta dovrebbe tirare fuori quel suo innato charme di cui tanto si vocifera e usarlo contro il presidente Snow. Invece lui riesce a ferirsi innumerevoli volte, dimostrare quanto è sensibile, quanto è innamorato di Katniss, e alla fine riesce anche a farsi catturare. Peeta, a mio parere, sarebbe un personaggio interessantissimo se gli permettessero di giocare d’astuzia. Come carne da macello nell’arena è sprecato! Lui dovrebbe essere colui che guida la rivoluzione dall’interno, con le sue parole infiammanti e la sua astuzia. Nell’arena, fa solo la figura del babbeo.
 
   A questo proposito arriviamo ad un altro punto che mi sta molto a cuore.
  La politica è la chiave di questo secondo libro. Ricorda moltissimo “1984” di George Orwell (probabile che vi sia almeno un po’ ispirato). La società è controllata, più che dalla forza, dalla psicologia, e quando Katniss entra in questo meccanismo le viene chiesto di fingere per la popolazione, per tenerla sotto controllo. Ho trovato molto interessante questo fatto, che nel libro precedente era stato appena accennato, e infatti la parte del libro che ho preferito è quella in cui sono fuori dall’arena.
   Solo una cosa ho trovato inconcepibile ma, purtroppo, è uno dei perni del libro. Un uomo che manipola la popolazione con leva psicologica – terrore e speranza – come il presidente Snow, non potrebbe mai indire degli Hunger Games come questi. Il compito di Snow è quello di tenere i Distretti in ordine e allietare Capitol City con i giochi. Usando vecchi tributi Snow crea agitazione fra i Distretti perché annuncia apertamente di essere a conoscenza dell’imminente idea di ribellione e avere tutta l’intenzione di combatterla, annunciando che "anche i più forti non possono competere con Capitol City". Inoltre manda a morte i precedenti vincitori, amati da tutta Capitol City, e così nemmeno alla capitale piacciono i settantacinquesimi Hunger Games. Sono dei giochi controproducenti, tanto che un uomo intelligente come Snow non li avrebbe mai organizzati. Il punto di quei giochi era uccidere Katniss, questo è logico, ma ci sono moltissimi modi per ucciderla o renderla inoffensiva. Snow, che tanto ama la psicologia, non userebbe la violenza.
   Il libro poteva essere molto più interessante se Katniss avesse guidato consapevolmente la rivoluzione da fuori l’arena.
 
Jennifer Lawrence, com'è comprensibile interpreta Katniss nel film.
 
   La storia comunque è bella anche così, e queste sono preferenze personali. Ci tengo poi a precisare che ho apprezzato moltissimo tutti i nuovi personaggi, e l’idea dell’arena/orologio era fantastica! Anche il finale mi è piaciuto molto, e adesso sono curiosa di sapere come andrà a finire.
 
   Ho visto anche il film, di “Hunger Games – La ragazza di fuoco”. Consiglio a tutti anche il film, se non altro perché ci sono un sacco di attori meritevoli, fra cui Jennifer Lawrence e Woody Harrelson (che sta meglio con i capelli lunghi che non dal vero), ma anche Philip Seymour Hoffman e Stanley Tucci. Soprattutto la Lawrence, è un’attrice fantastica e piena di talento. Devo ammettere che sono curiosa di vederla in altri film, e spero che ne faccia a valanghe. Penso che sia una donna di cui potrei anche innamorarmi!
   Comunque sia, non chiedetemi se è meglio film o il libro perché non vi so rispondere. Entrambi sono molto belli ma forse, per quel che sono, è riuscito meglio il film.

lunedì 28 gennaio 2013

Pop corn #2

Lo Hobbit (2012)
Sono andata a vederlo al cinema
e credo di essermi innamorata di Bilbo.
 
I mercenari 2 (2012)
Non il mio genere,
è stato piacevole perché visto assieme agli amici.

Splatters - Gli shizzacervelli (1992)
Uno dei primi film di Peter Jackson,
guardato per curiosità, sono rimasta soddisfatta e stupita.

Sucker Punch (2011)
Cervellotico, effetti speciali fighissimi,
solo un po' troppe fighette che non hanno ragione di essere tali, per i miei gusti
(insomma, voglio dire, che cacchio ci vai a fare nel gelo dell'antartide in minigonna?!).
 
La mala educaciòn (2004)
Primo film di Pedro Almodovar che guardo,
inquetante e alla fine sorprendente, mi ha tenuta incollata allo schermo.

venerdì 17 agosto 2012

Dove ti portano le parole

   Dopo aver visto il film ed aver ossessivamente cantato “Addio e grazie per il pesce” per circa una settimana, ho finalmente deciso di leggere il primo libro facente parte della collana della “Guida”, di Duglas Adams (1952 – 2001).
   Tanto per cominciare ne approfitto per rivedere il video, ed ecco a voi il canto dei delfini:


   Molto difficile spiegare la trama di questo libro. Non lo farò perché mi sembra troppo complicato, ma soprattutto perché penso che una trama lo farebbe sembrare oltremodo sciocco e non gli renderebbe giustizia. In realtà è assurdo, qualcuno potrebbe addirittura definirlo stupido, però è divertentissimo, e lo consiglio a tutti quelli che non pensano che la letteratura debba per forza essere una spaccatura di maroni.
   Ahivoi, ora mi permetto di fare una digressione.

   Non so come mi sono avvicinata alla lettura, ma da quel che mi ricordo leggo fin da quando ero bambina, e posso dire con assoluta sicurezza che avvicinarmi ai libri è una delle cose migliori che ho fatto fin ora nella mia vita – certo, inconsapevolmente, ma dovrò pur darmi qualche vanto, no?
   Entrando a contatto con lettori di ogni sorta (grazie alla passione dei libri ho avuto la fortuna di conoscere persone meravigliose) ho capito che non tutti hanno la mia stessa concezione della lettura. Prima non pensavo nemmeno che ci fosse, una concezione della lettura. Io leggevo e basta, e davo per scontato che le persone la pensassero come me. In realtà non è un pensiero profondo, è solo: leggere mi piace, perciò lo faccio.
   Ovviamente con il tempo ho sviluppato dei gusti in fatto di letteratura, e ho iniziato a preferire alcune letture ad altre, ma di una cosa sono sempre stata convinta e tranquilli, fra poco arriveremo al nocciolo del discorso. Se per caso inizio a leggere un libro che non mi piace prima di tutto significa che ho letto almeno una buona porzione di libro, ma che misteriosamente ci ho messo secoli – quando invece è risaputo che un libro che ti prende lo leggi in tutti i momenti liberi della giornata e di conseguenza lo finisci in un petosecondo. Tuttavia sono ottimista per natura e ad ogni pagina mi dico «dài che ci siamo, dài che adesso succede qualcosa di veramente, veramente fico!» Solo quando a metà libro ancora non accade nulla mi rassegno all’evidenza, lo lancio in qualche angolo oscuro della camera, e penso amaramente che, ancora una volta, mi sono lasciata ingannare dalla copertina (sì, io sono una di quelle che viene attratta dalle copertine).


   Il punto è che non leggerei mai qualcosa che non mi piace per forza, e non leggerei mai qualcosa solo perché è famoso anche se la trama non mi interessa. C’è gente, invece, che lo fa. C’è gente convinta che la narrativa debba per forza mandare un messaggio, avere uno scopo, ed essere in generale qualcosa su cui spaccarsi la testa per comprenderla, con significati nascosti, metafore, e chi più ne ha più ne metta.
   Io credo che prima di tutto la letteratura debba essere un piacere. Parto dal presupposto che lo scrittore, quando scrive, lo fa per piacere personale in primis, perciò anche leggere la sua opera dovrebbe essere un piacere. Secondo me Dante si offenderebbe a morte se sapesse che generazioni di studenti sono costretti a studiare la Divina Commedia, e che quindi per riflesso più della metà di loro pensa che sia utile solo come fermaporte.
   Purtroppo ho conosciuto gente che considera certi libri sciocchi e superficiali perché questi non sono pieni di ragionamenti filosofici, dialoghi strappalacrime, o parole astruse.
   Leggere dovrebbe essere qualcosa di piacevole. Ci lamentiamo perché le persone non leggono più come una volta? Sinceramente non me la sento di biasimare un ragazzo che non si avvicina alla lettura perché è abituato a pensare che tutta la letteratura sia come quella che gli insegnano a scuola. Ha ragione, cacchio! Se tutti i libri devono essere come “Il ciclo dei vinti” o “Una stanza tutta mia” nemmeno io leggerei poi così tanto.
   Non è affatto un reato se un libro è leggero, scorrevole, facile da leggere. Non significa che sia pessimo se parla di cose di tutti i giorni, o di cose impossibili. Un libro può parlare di quello che vuole, ed è a seconda dei gusti che ci rimarrà nel cuore o che ce lo dimenticheremo, non a seconda di quanto ci ha fatto scervellare durante e dopo la lettura.

Io, quando mi dicono che Jane Eyre è un bellissimo classico

   Okay, questa era iniziata come una recensione, poi è finita in un… in un qualcosa che non saprei definire, un’idea forse. Per un secondo ho pensato di staccare i due argomenti e fare due post separati, ma poi ho pensato che non era un brutto post così com'è venuto.
   Riguardo a “Guida galattica per gli autostoppisti”, se non siete quel genere di lettori che qui mi sono tanto impegnata per denigrare, allora ve lo consiglio come libro, se non altro per avere la risposta a La Vita, L’Universo E Tutto Quanto.

lunedì 4 giugno 2012

22/11/'63 - Stephen King

   Raramente gli autori di best seller mi hanno attratta, oppure quando lo hanno fatto mi hanno delusa (ad esempio Dan Brown; già all’età di tredici anni ero abbastanza rompipal- critica da capire che “Il codice Da Vinci” era un po’ una boiata, ed era pure noioso secondo me). Ora sto più attenta a comprare il best seller dell’anno, o se lo faccio prima mi leggo diverse recensioni in merito.
   Stephen King, ecco, non è l’ultimo arrivato, infatti ogni suo ruttino letterario vende milioni copie, ergo sono best seller, ergo li dovrei guardare con sospetto. Tuttavia c’è un libro proprio di King che ho smniato per avere per mesi interi.
   Cacchio, ultimamente tutte le volte che inizio una recensione è una cosa del tipo “Di solito non compro questo tipo di libri, ma ora l’ho fatto perché bla bla bla”. Forse dovrei ponderare di più…

   Motivi per cui non ero certa di comprare l’ultimo ruttino di King:
   Uno. L’unica volta che ho provato a leggerlo (mi pare fosse “Il gioco di Gerald”, solo perché non avevo nient’altro da leggere) mi ha schifato e da quel momento ho voluto cancellarlo dai miei ricordi.
   Due. Il libro conta quasi ottocento pagine, e se non mi fosse piaciuto mi sarei sentita in colpa ad abbandonarlo.
   Tre. Ultimo, ma non meno importante motivo: il prezzo. Circa 25 euri da sborsare, infatti, per ‘sto libro, che se fossero stati sprecati sarebbero significati grossi rimpianti per almeno tre settimane.

   Quindi come mai alla fine l’ho comprato? Ah boh, non lo so, di sicuro è stato anche grazie allo spacciatore di libri che me lo ha venduto a metà prezzo (ebbene sì: lo comprai in una bancarella. Fuck yeah!).


La trama
   Credo di non aver mai scritto la trama di un libro così lungo. Facciamo che mi dò il limite di una pagina, altrimenti rischiamo che questa recensione sia kilometrica. Ce la farò? Stay tuned.

   Jake Epping è un insegnante di inglese sui quaranta, divorziato da una moglie ex alcolista, e senza figli. Queste sono le caratteristiche che portano il gestore della tavola calda “Al’s”, Al Templeton, a sceglierlo come uomo giusto al momento giusto per la missione che aveva in mente da anni: tornare nel passato e salvare J. F. Kennedy dall’attentato che lo uccise, a Dallas, il 22 Novembre del 1963.
   Nella cantina del bar di Al c’è un passaggio che sbuca nell’Agosto del 1958. Si può comodamente fare avanti e indietro, come Al ha fatto per molto tempo, comprando carne di ottima qualità a prezzi stracciati, e per quanto tempo si passi nella cosiddetta Buca del Coniglio, che porta sempre nello stesso posto allo stesso momento, nel 2011 saranno passati solo due minuti.
   Al Templeton si è ammalato di cancro al polmoni ed è chiaro che morirà di lì a qualche mese, così Jake accetta di tornare indietro nel tempo. Dopo una serie di prove (un viaggetto nel ’58 di qualche mese - ma sì, per provare se mi piace!) e ripensamenti Jake passa oltre la Buca del Coniglio, deciso a uccidere Lee Harvey Oswald, l’assassino di John F. Kennedy.
   Il problema di fondo, principalmente, è che il corso degli eventi ha una sua certa plasticità. Al passato non piace essere cambiato, e ogni volta che Jake prova a cambiare qualcosa sembra che la mala sorte si accanisca contro di lui. Quando prova a salvare un amico del 2011 da un incidente che, da bambino, lo lasciò senza famiglia e zoppicante, ha la riprova di questo, e così decide di studiare il più possibile le mosse di Oswald per ucciderlo qualche mese prima che lui uccida Kennedy, assicurandosì così al tempo stesso che Oswald sia l'unico colpevole.
   Nel frattempo si stabilisce vicino a Dallas, in Texas, e, per dirla alla Stephen King, «fu in quel momento che smisi di vivere nel passato e iniziai a vivere e basta». Trova un lavoro come insegnante e una fidanzata. Gli anni passano, e Jake (sotto il nome di George Amberson) comincia a pedinare Lee Harvey Oswald per assicurarsi che non agisca per conto di terzi, e per decidere quale sarebbe il momento giusto per ucciderlo.
   La data fatidica si avvicina ma, per una serie di sfighe dovute al passato plastico, Jake si ritrova assieme a Sadie, la sua ragazza, lo stesso 22 Novembre a dover salvare il presidente. Il piano riesce, ma Sadie rimane uccisa.
   Jake decide di tornare indietro e ricominciare tutto daccapo, con l’intenzione di salvare la vita di Sadie, ma quando torna nel 2011 scopre che il futuro nel quale Kennedy è sopravvissuto è molto peggio di come aveva sperato: malattie infettive, terremoti, Riunioni dell’Odio e chi più ne ha più ne metta. L’unica cosa da fare, a quel punto, è tornare nel ’58, facendo in modo che tutto ricominci daccapo, e non cambiare nulla. Così fa Jake, e rinuncia all’amore di Sadie, tornando definitivamente nel 2011, un tempo nel quale Sadie ha ottant’anni e si ricorda di lui come in una sorta di déjà vu, senza poter più tornare indietro, dato che la cantina dove sorgeva la Buca del Coniglio sarà distrutta di lì a un mese.

Tutto il resto
   Non riesco a separare in comparti stagni ogni cosa, o almeno, non sempre, anche se il mio cervellino lo vorrebbe. In questo caso non c’è un comparto “Personaggi”, né quello dello “Stile”, perché questo libro mi ha emozionata tanto che provare a fare una recensione tanto inquadrata sarebbe inutile.
   Alla fine, anche contro tutti i miei pregiudizi, Stephen King mi è piaciuto. Sto addirittura pensando se non è il caso di leggere qualcos’altro di suo. Come sempre, ogni consiglio è bene accetto (ma regolatevi sul fatto che ho amato questo libro e odiato “Il gioco di Gerald”).
   Da un po’ non mi capitava di leggere in ogni singolo momento: sull’autobus, prima di dormire, mentre facevo colazione se ero da sola, nel tragitto stanza/salotto facendo le cose con una mano sola… awww!, che magici momenti quando rovesci metà scrivania ma la tua mente è dentro le pagine di un libro, in questo caso, nel 1958.

   Partiamo dalla considerazione più semplice: stile godibilissimo. Divertente (in alcuni momenti ridevo da sola, sul serio), leggero, nonostante le varie spiegazioni politiche e fantascientifiche che il caso richiedeva, romantico e a tratti d’azione. Non ho idea di come tutti questi elementi si mescolino in maniera tanto armonica, ma lo fanno.
   La mia parte preferita è stata senza dubbio quella che lascia da parte tutte le faccende politiche e fantascientifiche, la parte più romanzesca ecco. Ho adorato la storia d’amore fra Jake e Sadie (anche se dico sempre il contrario, le storie d’amore mi piacciono), gli alunni e i dipendenti della scuola di Jodie, gli spettacoli che mettevano in scena. Mi ha emozionata moltissimo, più delle parti d’azione (e soprattutto più della parte subito dopo l’attentato a Kennedy, che in realtà ho trovato noiosa, anche se credo fosse necessaria).
   La fine, invece, mi ha devastata. Non tanto per il 2011 catastrofico, a quello ero persino in parte preparata – è come se fosse la morale della storia, no?: "non cerchiamo di cambiare cose che non possono essere cambiate, alla fine si può essere felici anche così". No, la cosa che più mi è dispiaciuta è che Jake ha dovuto lasciare Sadie. Sì, certo, l’ha rincontrata nel 2011, ma, oh, una piccola pecca: lei ha ottant’anni e non si ricorda di lui.
   In alcune parti mi è addirittura venuto un groppo in gola. Era un groppo da “non è giusto, però!”. Avrei voluto andare da Stephen King e chiedergli di trovare una formidabile soluzione a tutto.

   Be’, avrete capito ormai qual è il mio verdetto: approvato al 100%! Anche con il finale che vorrei cambiare perché, nonostante io voglia con tutta l’anima che finisca in modo diverso (ecco perché la gente scrive fanfiction!), non è un brutto finale, fatto male, di quelli che li vedi che sono stati lanciati lì perché, prima o poi, il libro doveva finire! No, in un certo senso è giusto che finisca così. Purtroppo.
   Per di più, oltre a tenere il mio naso incollato alle pagine, questo libro mi ha fatta soffrire di tachicardia: ogni volta che succedeva qualcosa di emozionante il cuore mi batteva più forte.

Poche note intelligenti
   Ci sono persino delle osservazioni critiche davvero oggettive da fare su questo romanzo, nonostante la mia recensione fatta con il cuore in mano.
   Prima di tutto, apprezzo veramente moltissimo il lavoro di ricerca che Stephen King ha fatto per scrivere questo romanzo. Perché l’ha fatto(a differenza di molti autori), e si vede. Insomma, viene fuori come si viveva davvero nei primi anni ’60 in America, senza nessun “sparo a caso perché tanto sarà stato così”. Anche questo ha contribuito a rendere il libro più affascinante.
   Altra cosa che ho apprezzato: anche se non hai la più pallida idea di cosa sia successo a Dallas nel '63, non importa, perché tutto ciò che devi sapere lo spiega nel libro, senza risultare, per altro, noioso o prolisso. Insomma, non è come leggere il manuale di storia.


   Chissà se un giorno, fra cinquant'anni, qualcuno scriverà un libro nel quale qualcuno torna indietro nel tempo per uccidere Barack Obama e vedere che cosa cambierà nel futuro?

lunedì 26 settembre 2011

Ciao, suolo!

Un po’ di divagazioni mentali ogni tanto vanno bene. Sembra che io stia facendo di tutto per diventare un otaku, e già il fatto che sappia che cosa significa otaku la dice lunga. Mea culpa!
Comunque sia mi sto fissando parecchio con: “Kuroshituji” e annesse fanfiction, le fanfiction in generale, “Devil beside you” (il drama di “Lui, il diavolo”, o “Akuma de soro”) e annesse fanfiction, mi sono fatta una scorpacciata di tipo tre ore di “Lovley Complex” rivedendo le mie parti preferite e, in definitiva, non ho fatto niente per tutta la mattina. Fortuna che ho lezione oggi pomeriggio così non mi sento una babbea vera.
A parte questo, mi è venuto in mente che questo blog, oltre ad una pubblicità per le mie fanfiction, si sta trasformando in un commentario di tutto ciò che leggo: libri, fanfiction, originali, anime, manga… Quindi ora ci aggiungerò anche i film. E per cominciare un bel film che ho visto proprio ieri sera, “Guida galattica per autostoppisti”.


La cosa che mi ha catturato è stato di certo l’inizio: la canzone dei delfini. Se dei delfini si mettono a cantare non posso mica resistere. Dopo quella, mi aveva già conquistato.
Allora, vi avviso, tanto per essere sicuri: se vi piacciono i film strappalacrime, con un filo logico, con una trama concreta e magari sui quali scervellarsi per comprenderne il significato profondo, questo film non fa per voi. Se non rientrate in questa categoria guardatelo, perché fa sbellicare dal ridere! Tutto, dalle poesie più brutte dell’universo, all’arma che cambia il punto di vista, passando per il Dio Starnuto (salute), i topi intelligenti e l’improbabilità. Quest’ultima, in particolare, è un concetto che mi è piaciuto molto. Ad essere sinceri non so nemmeno se l’ho capito a fondo, ma non importa!

Vi lascio con il monologo del cetaceo tratto dal film, e il bellissimo testo della mia nuova canzone preferita.

Addio, e grazie per il pesce.

Addio e grazie per il pesce,
anche se in fondo ci rincresce.
La vita a volte va così.
L’intelligenza che c’è in voi,
non vi ha mai resi come noi.
Non c’è rispetto verso le cose belle.
Vi salutiamo e grazie per tutto il pesce.
Il mondo si distruggerà,
la colpa è vostra e si sa,
e alcuni l sapevano già da tempo.
La pesca qui è tragica,
è fuori da ogni logica.
Ma moli di voi non sono cattivi affatto.
Addio,
vi salutiamo e grazie per tutto il pesce.
Io in testa ho un pallino,
posso avere un pesciolino?
Una cosa vorrei fare:
imparare a cantare.
Che gioia infinita.
Tutti nell’oceano della vita.
Addio,
vi salutiamo e grazie per tutti il pesce!