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martedì 31 luglio 2018

Per salvarsi


Sui treni, per salvarsi, per fermare la perversa rotazione di quel mondo che li martellava di là dal vetro, e per schivare la paura, e per non farsi risucchiare dalla vertigine della velocità che certo doveva  continuamente bussargli nel cervello quanto meno nella forma di quel mondo che strisciava di là del vetro in forme mai viste prima, meravigliose certo, ma impossibili perché il solo concederglisi per un attimo istantaneamente rimetteva in corso la paura, e di conseguenza quell’ansia densa e informe che cristallizzata in pensiero si rivelava a tutti gli effetti nient’altro che il sordo pensiero della morte – sui treni, per salvarsi, presero l’abitudine di consegnarsi a un gesto meticoloso, una prassi peraltro consigliata dagli stessi medici e da insigni studiosi, una minuscola strategia di difesa, ovvia ma geniale, un piccolo gesto esatto, e splendido.
Sui treni, per salvarsi, leggevano.
Linimento perfetto. La fissa esattezza della scrittura come sutura di un terrore. L’occhio che trova nei minuscoli tornanti dettati dalle righe la nitida scorciatoia per sfuggire all’indistinto flusso di immagini imposto dal finestrino. Vendevano, nelle stazioni, delle apposite lampade, lampade per la lettura. Si reggevano con una mano, descrivevano un intimo cono di luce da fissare sulla pagina aperta. Bisogna immaginarselo. Un treno in corsa furibonda su due lame di ferro, e dentro il treno un angolo di magica immobilità ritagliato minuziosamente dal compasso di una fiammella. La velocità del treno e la fissità del libro illuminato. L’eternamente cangiante multiformità del mondo intorno e l’impietrito microcosmo di un occhio che legge. Come un nòcciolo di silenzio nel cuore di un boato.

Alessandro Baricco, Castelli di rabbia, Milano, RCS Libri, 1997, settima edizione, pg. 245

sabato 5 marzo 2016

Imperativo

Lavoro in un call center e la maggior parte dei miei colleghi sono della mia generazione. Siamo tutti fra i venti e i trent’anni e per fortuna c’è un buon feeling. Siamo abituati a portarci qualcosa da fare per quando ci sono dei ‘tempi morti’, durante i quali le chiamate scarseggiano o sono del tutto assenti. Come potete intuire spesso mi porto un libro.
Ormai i colleghi sono abituati a vedermi divorare un volume dopo l’altro, hanno accolto l’arrivo del kindle e osservano placidamente come ogni dieci o quindici giorni cambi il titolo del romanzo che ho sottobraccio. Mi è capitato spesso che mi dicessero “Ma l’altro l’hai già finito?” o “Oddio, quello è un mattone!”.
Da un po’ la maggioranza è giunta alla conclusione che «Patty, sei troppo intelligente!». Cerco di dissuaderli da questa idea malsana e, quando gli chiedo come mai dovrei esserlo, mi rispondono che per forza deve essere così: leggo tantissimo.
Non è la prima volta che mi capita di sentire una cosa del genere. Le persone che leggono sono considerate intelligenti, ma penso che sia un concetto sbagliato (e cercherò di convincere i miei colleghi, prima che scoprano da soli l’amara verità e rimangano delusi dal mio normalissimo intelletto).
 
Leggere è positivo sotto moltissimi punti di vista. Aiuta a rilassarsi, liberare la mente, imparare cose nuove, accrescere il lessico, è semplicemente bello perché scopriamo mondi e storie prima sconosciuti, allena la fantasia e non ultimo ci dà sempre spunto per imbastire una conversazione o un’idea di cosa fare nel tempo libero se per caso non abbiamo nulla in mente.
Questo non ha però nulla a che vedere con l’intelligenza. L’intelligenza si calcola su molti altri fattori, se volete sapere quanto una persona è intelligente calcolate il numero del suo QI, non il numero dei suoi scaffali della libreria. Indubbiamente leggere può aiutare a diventare più colti e più ricettivi, ma lo stesso fanno le parole crociate mi dicono.
Si dovrebbe togliere dalla testa quest’idea del fatto che leggere è da persone intelligenti, penso che dia un’immagine sbagliata della lettura. È come se la chiudesse in una sfera di privilegiati, come se fosse una capacità innata. Rende la lettura qualcosa a cui non tutti possono accedere, il che non è assolutamente vero.
In Italia poi dovremmo essere ancor più motivati a incoraggiare la lettura, e quindi scacciare questo sciocco luogo comune che vuole che uno debba per forza essere intelligente se prende in mano un libro. Purtroppo penso che sia un luogo comune della nostra penisola, perché la cultura qui è diventata davvero di nicchia. Mi spiace dirlo, ma è così.
Ogni volta che mi capita di leggere delle statistiche rabbrividisco, perché secondo questi studi gli italiani che leggono sono pochissimi, quelli che vanno ai musei anche meno, quelli che si dedicano a qualsiasi tipo di attività culturale sono bestie rare. Per forza le persone quando salgono in metropolitana e vedono qualcuno con un libro pensano che sia un genio, perché è diventata una cosa particolare. La stragrande maggioranza ascolta musica o gioca con lo smartphone. Non voglio dire che ascoltare musica o stare su whatsapp sia sbagliato, è solo quello che fa la maggior parte della gente. Chi legge ormai è considerato una mosca bianca, e questo è negativo.
Lo scrivo nero su bianco perché sia ben chiaro:
 
Leggere è per tutti.
Per leggere non si deve avere alcun talento particolare.
Non ci vuole molto a imparare a leggere.
Leggere è bello.
Leggete.
 
 

lunedì 1 febbraio 2016

I libri migliori hanno le peggiori recensioni

Negli ultimi tempi mi sto impegnando molto a scrivere racconti più o meno lunghi (non dico romanzi per non tirarmi la sfiga addosso, dato che ne ho uno in corso di cui scorgo a malapena la metà), e in contemporanea mando avanti il blog. Le recensioni, che hanno sempre fatto parte di questo spazio da quando il blog è nato, mi sembrano diverse da un tempo.
Sicuramente dipenderà dal fatto che sono passati gli anni e si cambia anche nei giudizi e nelle letture. Cambia anche il modo di scrivere, e già solo lo scrivere dona una prospettiva differente su ciò che leggiamo. Ma spesso mi domando in che modo avere una passione per la scrittura influenza la lettura e le eventuali recensioni di un romanzo. È fuor di dubbio che si ha un approccio più tecnico, si tende a porsi più domande durante le lettura.
Innanzitutto però diciamo ci sono due tipi di romanzi, e in primis in base a questo la mia lettura e la conseguente recensione è influenzata. I romanzi che mi piacciono e quelli che non mi piacciono.
Molto semplice.
 
Per i libri che mi piacciono fila sempre tutto molto liscio. Vengo talmente presa che me ne frego dei dettagli tecnici, di farmi mille domande sulla trama, di chiedermi come mai un personaggio funziona così bene eccetera eccetera. Queste cose passano in secondo piano e, quando mi ritrovo a recensire un libro che ho amato, spesso diventa un’ode in suo onore, sbrodolante aggettivi superlativi, dall’aria solenne e nostalgica.
Con i libri che invece non mi piacciono sono pignola oltre ogni dire. Riesco a trovare tutto ciò che mi infastidisce, che si parli di trama, personaggi, tecnica, messaggio che recepisco, qualsiasi cosa! I poveri libri in questione si trovano così dissezionati – vivisezionati, vista la crudeltà che mostro nei loro confronti – fin nei minimi dettagli.
Quindi ecco, non lo avevo mai pensato in maniera chiara, non me ne ero mai resa conto, ma scrivere questo post mi ha fatta rendere conto di una cosa: non sono affatto oggettiva. Poco male. In fondo non è il mio lavoro e, anzi, è proprio per dire la mia in libertà che ho aperto il blog. Il politically correct non farà mai parte di questo spazio, che invece serve proprio per dire ciò che penso, senza offendere certo, ma con una serenità che un professionista non sempre può permettersi.
 
 
Chiariti questi punti, penso che sia inevitabile per qualcuno che scrive avere un approccio più pragmatico ad un romanzo. Ma è una cosa buona?
Se si trattasse solo di scrivere recensioni sarebbe una cosa ottima. Un lettore/autore che analizza un libro può avere una comprensione a mio parere più completa di un testo, e magari notare sottigliezze che all’occhio di un lettore medio sfuggono. In questo modo sicuramente la sua recensione potrà essere più ricca, interessante, accattivante, o semplicemente fornire più pareri sul romanzo in questione.
Ma leggere non si tratta solo di analizzare un testo, si tratta prima di tutto di un passaggio di emozioni. Conoscere le tecniche per scrivere, maneggiarle con più o meno sapienza, possono intaccare la lettura? Possono rovinare un poco quello scambio emotivo?
Dalla mia esperienza devo dire che, purtroppo, sì. Faccio molta più fatica di prima ad amare incondizionatamente un romanzo. Non so se dipenda dal fatto che ho maturato un gusto più ricercato, più… snob?, o proprio dal fatto che mi sto impegnando molto di più nella scrittura, ma è così.
Mi viene da pensare che sia un piccolo prezzo da pagare per portare avanti la mia passione per scrivere. Ma d’altronde mi dico che il mondo è pieno di romanzi, e di certo non ficco il naso nelle pagine con l’intento di rimanere delusa, perciò leggo con entusiasmo e ottimismo in attesa di trovare il prossimo libro che mi conquisterà. Quindi è un prezzo che posso pagare senza troppi patemi, soprattutto perché le sempre più rare volte in cui trovo una storia che mi fa perdere la testa e non riesco affatto a recensirlo in maniera oggettiva, sono le migliori.
Ecco la crudele verità, lettori di questo blog: diffidate delle mie recensioni, quelle più sconclusionate, disordinate e romantiche sono quelle dei libri più belli.

giovedì 5 novembre 2015

Abbasso la sezione per ragazzi!

Quando ero ragazzina e mi trovavo nella mia fase fantasy a livello acuto, in libreria gironzolavo sempre nel reparto dedicato ai ragazzi. Lì ho trovato moltissimi libri che ho amato e tutt’ora adoro e conservo gelosamente nella mia libreria – o per meglio dire nei mobili che si sono ritrovati loro malgrado ad essere librerie, dato che non so più dove mettere i libri.
Poco tempo fa mi è capitato di vedere, nella biblioteca dove vado di solito, il terzo libro della saga “Abarat”, di Clive Barker, negli scaffali dedicati a bambini e ragazzi.
Non conoscete questo titolo? Lo sapevo. Non lo conosce quasi nessuno, non ho mai incontrato nessuno che lo conoscesse, anzi di solito sono io a consigliarlo a tutti (se qualcuno di voi lo conosce me lo dica, lo lovverò).
Vi basti sapere che è dello stesso autore che ha scritto “Hellraiser”. Nel libro ci sono mostri con dieci occhi sparpagliati sulla faccia, altri con tre bocche che possono parlare con gli insetti e ci vivono pure, personaggi malvagi che schiavizzano bambini e altri che uccidono gente con i propri incubi. Non so di cosa fosse fatto Barker quando lo ha scritto, ma di certo era roba potente. E vi parlo solo del primo libro. Nelle sue intenzioni “Abarat” dovrebbe essere un pentalogia che, mannaggia a lui!, non è ancora finita. Comunque sia ho già letto l’ultima uscita in inglese e vi confermo che segue lo stesso andazzo del primo e del secondo libro.
Quindi la mia domanda è: perché si trova nel reparto bambini?
A questa domanda ne sono seguite altre, e da queste è nato il post che state leggendo.
 
 
Fino a quando abbiamo nove o dieci anni è giusto che i libri abbiano un’età consigliata. Quando i bambini sono piccoli anche due o tre anni fanno la differenza e magari si rischia di comprare un libro troppo semplice o troppo complesso.
Credo che si possano dividere per età fino alla preadolescenza, quando poi nei bambini vengono sparati ormoni come si aprono gli idranti su una folla. Spuntano i brufoli, i ragazzini cominciano a chiudersi in camera e a dire che i genitori gli fanno due palle così (posso appurarlo con la mia dolce nipote, che a volte desidero lanciare fuori dalla finestra, e non ha nemmeno quindici anni).
Quando si cominciano ad avere undici o dodici anni, allora mettere dei paletti sulle letture può essere più complicato. Ci sono romanzi con temi delicati che vengono però trattati con un’ottica comprensibile, ci sono libri dalla trama semplice e una prosa complessa. Inoltre si deve prendere in considerazione la maturità che un ragazzino di quell’età sta conquistando, che è del tutto soggettiva.
 
In un’intervista un signore che aveva letto, da bambino, “Lo hobbit”, ricorda la recensione che ne scrisse per suo padre, che aveva una piccola casa editrice ed era amico di Tolkien. Da bambino, lo consigliava ad altri bambini di circa nove anni. Rimasi basita quando vidi questa intervista perché io avevo letto “Lo hobbit” alle medie e lo avevo trovato un bel mattoncino, per quanto piacevole.
Questa è la prova che un ragazzino può leggere, comprendere e apprezzare molto più di quel che immaginiamo. Chiudere la loro immaginazione e la passione per la lettura nella ‘sezione per ragazzi’ non è giusto. Dovremmo solo informarci prima sui che libri vogliono leggere e, nel caso non siano adatti, non comprarglieli. Se non parlano di argomenti troppo adulti per la loro età, è un problema che siano faticosi da leggere? Davvero dobbiamo proteggerli dai classici perché sono pesanti, dai romanzi di formazione perché potrebbero avere qualche contenuto che li porta a farsi delle domande?
A volte mi sembra che dividere la sezione ‘per ragazzi’ dalle altre sia come dare un fermo alla lettura. Prima o poi questi ragazzi si stuferanno delle letture consigliate che, per l’80%, sono tutte abbastanza simili le une alle altre. Inoltre proteggerli dai libri brutti e cattivi non adatti a loro non è compito della libreria, bensì dei genitori o di chi vuole comprare loro un libro. Dando un’occhiata veloce queste persone possono capire subito che va bene “Harry Potter” e un po’ meno “Trono di spade”.
Cosa c’è di meglio di leggere un libro un poco ostico ma che ci piace, arrivare alla fine e vedere che ce l’abbiamo fatta? Più facciamo fatica a ottenere qualcosa, più siamo soddisfatti quando arriviamo al traguardo. Perché rendere la lettura qualcosa di facile? Qualcosa di scontato, senza emozione di per sé? Se diamo ai ragazzi libri facili non gli stiamo rendendo più comoda la vita, li stiamo allontanando dalla lettura. Leggere qualcosa che un team di esperti ha considerato adatto alla loro età significa fargli leggere qualcosa su concetti già assimilati. Vuol dire non scoprire. Mentre invece i libri servono proprio a quello, fare esperienze su qualcosa di nuovo.
 
 
Non mi aspettavo che questo post uscisse così ricco di contenuti, ma alla fine così è stato. Almeno, a me sembra ricco – forse è un’idea mia.
Le conclusioni che ne traggo sono le seguenti: Rivoluzione! Aboliamo le sezioni per ragazzi!
A parte gli scherzi, credo che sarebbe un buon modo per rendere la lettura più interessante per chi vi si avvicina da molto giovane. Forse farebbe bene anche ad alcuni adulti, pieni di libri seri e impegnativi, prendere in mano un romanzo e scoprire che si tratta di un libricino semplice, di poche pretese, che tuttavia li conquista.

giovedì 12 febbraio 2015

Della fortuna di leggere

A volte circostanze fortuite nella vita ci donano più di quanto, in un primo momento, possiamo capire. Ad esempio, io leggo da quando ero bambina e prima di qualche anno fa non mi ero mai soffermata a pensare, veramente, a che fortuna avessi avuto a cominciare a leggere.
Le cose potevano andare diversamente. Potevo non incontrare il libro giusto e decidere che la lettura non faceva per me. Oppure al posto di comprarmi un libro i miei potevano decidere di comprarmi un album da colorare – che comunque sarebbe stato un ottimo bottino dal mio punto di vista, e non mi avrebbe spinta a chiedere di più. Magari, invece, potevo essere in un mood cattivo e detestare il mio primo libro con tutto il cuore, tanto da non leggerne più.
Invece ho letto proprio quel libro, in quel momento, con quello stato d’animo. Ed è stato allora che sono diventata una lettrice.
Con il senno di poi posso dire che è stata fortuna, fatto sta che amo essere una lettrice. Mi sento privilegiata ad amare così tanto i libri e averli amati da sempre, perché so che ci sono moltissime persone che non leggono, che odiano leggere, che faticano a leggere qualcosa di più delle previsioni meteo.
Quindi ecco perché vale la pena essere un lettore:
 
 
Un lettore non ha giornate noiose. Se per caso non sa cosa fare gli basta scegliere un libro dagli scaffali e immergersi in quel mondo. Quando alzerà gli occhi si renderà conto che saranno passate ore, e lui non si sarà affatto annoiato.
I lettori hanno sempre un posto dove andare quando sono in giro e non sanno cosa fare. Rintanarsi in una libreria è l’ideale per passare del tempo e spulciare libri. In alternativa c’è anche la biblioteca, nella quale ci si può fermare quanto si vuole per sprofondare in una comoda poltrona e leggere.
Quando due o più lettori si incontrano non sono mai a corto di parole. Che si abbiano o meno gli stessi gusti, parlare di libri è sempre un piacere e scambiare pareri e punti di vista è sempre utile e interessante.
Chi legge sa molte cose. Se non sono nozioni utili saranno informazioni curiose, particolari o bizzarre, così che chi si accompagna ad un lettore difficilmente può annoiarsi. Una curiosa capacità dei lettori è, inoltre, quella di riuscire ad immagazzinare un’enorme quantità di informazioni riguardanti autori, libri, personaggi, editori e librerie – ma riescono a dimenticarsi subito di dover comprare il latte.
Se una persona legge molto tende, nel tempo, a voler cambiare o variare i suoi generi di lettura preferiti. Ogni volta che ci si allontana dal proprio genere ci si mette in gioco, si prova, si tenta, si scoprono nuovi gusti che nemmeno noi pensavamo di avere. Questo ci rende più aperti, meno intolleranti e diffidenti nei confronti di ciò che non conosciamo, e come si applica ai libri può applicarsi anche alla vita.
In ultimo, ma non per questo meno importante, le persone che leggono hanno modo di rilassarsi e ribaltare del tutto una giornata orribile solo prendendo in mano un bel libro. Hanno qualcosa che li rende felici, e questo qualcosa è facilmente reperibile, per fortuna loro e di quelli che gli stanno attorno.
 
 
A questo punto sono arrivata alla conclusione che avere una passione per la lettura è una fortuna.
Tutte le qualità e le opportunità sopraelencate non sono solo frutto dell’esperienza e del proprio modo di essere, vengono date anche dalla lettura. Non che tutti coloro che leggono siano colti, interessanti, di mente aperta e davvero simpatici. Ma possono sempre essere felici, e quando una persona è felice è sempre più bello averci a che fare.

mercoledì 10 dicembre 2014

I diritti del lettore

   Tempo fa lessi un piccolo saggio di Daniel Pennac, “Come un romanzo”. Più che leggerlo lo si sfoglia in mezz’ora di tempo, essendo davvero sottile, e anche questo è uno di quei libri che consiglio a tutti. Lettori e non.
   Questo saggio parla proprio di come invogliare le persone, in particolare i giovani, a leggere. Chi non legge potrebbe trovarlo interessante, sia che voglia iniziare sia che consideri i libri la peste bubbonica del nostro secolo. Chi legge, invece, lo adorerà. Noi lettori adoriamo parlare di libri, di leggere e tutto ciò che vi è anche solo lontanamente correlato. Indi per cui un saggio del genere, non troppo impegnativo, è come conversare con un vecchio amico – lettore – con il quale puoi confrontarti su tutti gli argomenti librosi che ti passano per la testa.
   In questo saggio Pennac ha scritto dieci diritti di cui ogni lettore, da quello esperto a quello meno temprato, si può avvalere.
 
   Il diritto di non leggere
   A volte noi lettori leggiamo così tanto, ma così tanto, pensando solo ad accaparrare libro su libro, che perdiamo di vista una delle cose più importanti: leggere.
   Non è una gara a chi legge di più o a chi accumula più libri, ma penso che a volte ce lo scordiamo. Se non leggiamo per un po’ nessuno se ne avrà a male.
 
   Il diritto di saltare la pagine
   Vi è mai capitato di leggere un libro molto interessante, che però è scritto in maniera pessima? O noiosa? A me sì, purtroppo. In questi casi avvalersi di questo diritto può essere comodo. Nessuno ci vede, siamo solo noi e il nostro libro.
   …e se per caso ci perdiamo qualcosa di importante, possiamo sempre tornare indietro e leggere la parte mancante!
 
   Il diritto di non finire un libro
   Non smetterò mai di ripetere che leggere è un piacere, e se un libro non ci piace possiamo abbandonarlo senza remore. Ho abbandonato parecchi libri in vita mia, lo ammetto.
   Conosco persone che se iniziano qualcosa lo leggono tutto, fino alla fine, anche se la storia o lo stile non gli piace. Io non ci riesco, quindi chiudo il libro e lo lascio sulla mensola. In fondo ne ho tutto il diritto, no?
 
   Il diritto di rileggere
   Qualche anno fa rileggevo spesso i miei libri preferiti, fino a usurarli peggio dei libri antichi! Ora non lo faccio più così spesso, ma solo perché mi sembra di avere così tanti libri nuovi che mi aspettano, e non voglio usare del tempo prezioso per rileggere qualcosa che conosco già.
   Tuttavia, se un libro ci piace, nulla ci vieta di leggerlo una, nessuna, centomila volte.
 
   Il diritto di leggere qualsiasi cosa
   Ho disquisito di questo argomento poco fa, in un post intitolato “Topolino contro il mondo”. In parole spicce: parteggio per coloro che leggono Topolino e ne traggono allegria e magari anche un insegnamento, piuttosto che per quelli che si leggono Machiavelli e non ne capiscono una mazza!
 
   Il diritto al bovarismo (malattia testualmente contagiosa)
   Per chi non lo sapesse spiego cos’è il bovarismo. Come potete ben immaginare, il nome viene dal romanzo di Flaubert “Madame Bovary”, ed è una corrente di pensiero sviluppatasi nella seconda metà dell’ottocento. Definiva, a quei tempi, la tendenza di alcuni artisti a sfuggire la monotonia della provincia, e agognare la città. Allo stesso modo, i libri fornivano un modo per evadere.
   Oggi il termine bovarismo viene usato per parlare delle persone che, con la letteratura, evadono dal mondo circostante.
   Credo che questo sia il diritto più importante di ogni lettore. Senza il diritto al bovarismo, dove sta il senso? Perché leggiamo, se non per viaggiare in terre lontane, in tempi passati e futuri, in tempi fantastici?
   Tutti dovrebbero usufruire di un po’ di bovarismo di quando in qua.
 
   Il diritto di leggere ovunque
   Io amo leggere sui mezzi pubblici. Non so dirvi perché, ma è una cosa che adoro. Agogno il momento in cui non dovrò più usare la macchina per andare al lavoro e potrò prendere il bus, o la metro. E immergermi nel libro di turno. (Una delle mie più grandi fortune è anche quella di avere un udito selettivo, molto utile per non sentire gli schiamazzi sul treno!)
 
   Il diritto di spizzicare
   Non è odioso quando si vorrebbe sfogliare un libro e qualcuno ha pensato bene di imballarlo nella plastica? Lo trovo a dir poco frustrante! A noi lettori piace leggiucchiare come ci pare e piace, e se vedo ancora un libro incellofanato potrei cominciare una rivolta!
 
   Il diritto di leggere ad alta voce
   Quando sono da sola, ogni tanto leggo ad alta voce. Ecco, forse questo è un diritto da coltivare in solitaria, perché non è giusto che gli altri siano costretti ad ascoltare quel che leggiamo.
 
   Il diritto di tacere
   Ammetto che sia raro che un lettore non desideri parlare di libri. Ma se per caso una lettura non lo ha colpito, lo ha annoiato, o forse al contrario era così personale, così radicalmente legata alla sua vita, che non è nemmeno riuscito a farsene un’idea, perché obbligarlo?
   Se vedete un lettore taciturno, lasciatelo in pace.