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lunedì 14 marzo 2016

Eternal war, Gli eserciti dei santi – Livio Gambarini

Qualche tempo fa la casa editrice Acheron Books mi ha gentilmente inviato una copia ebook di uno dei romanzi da loro pubblicati. Devo ammettere che all’inizio ero restia ad accettare di scrivere una recensione del libro, perché leggendo la trama non sapevo se sarebbe stato nelle mie corde. Il rischio era quello di avere una recensione negativa, ma più per un gusto personale che per il libro in sé.
Ormai sono un po’ di anni che non leggo un libro fantasy. Per qualche motivo tutti quelli che inizio non mi soddisfano, quindi li lascio a metà o li termino con fatica. Quando sono andata a leggere la quarta di copertina di “Eternal war”, di Livio Gambarini, in parte i miei dubbi si sono fatti più ampi, in parte ero incuriosita. Il libro è un fantasy storico, ambientato nella Firenze del XIII secolo, in piena guerra tra le fazioni di Guelfi e Ghibellini.
Ero curiosa perché non ho mai letto un libro fantasy di questo tipo, che avesse come base proprio la storia che noi tutti conosciamo. Ammetto di essere stata un poco preoccupata per quanto riguarda l’epoca scelta e per i personaggi. Avevo paura che il mondo di allora venisse edulcorato e che i personaggi di Guido Cavalcanti e Dante Alighieri non venissero rappresentati come io amo immaginarli.
Alla fine però la curiosità ha prevalso e ho cominciato a leggerlo. E meno male…
 
Si sta per disputare la battaglia di Montaperti, fra Guelfi e Ghibellini, e le famiglie delle due fazioni sono schierate l’una contro l’altra. Certi di vincere per capacità numerica, i Guelfi sono tronfi e sicuri di sé, ma nelle loro anime non alberga un briciolo di umiltà o fede. Incredibilmente i Ghibellini vincono la battaglia e le famiglie avversarie, fra cui quella dei Cavalcanti, subiscono molte perdite. I nemici entrano a Firenze e i Cavalcanti sono costretti a fuggire.
Questa vittoria viene prontamente spiegata da quello che accade in una sorta di universo parallelo che si muove, non visto, in mezzo a noi. Nello Spirito la fazione Ghibellina aveva alleati potenti, Santi e magie che i Guelfi non avevano a disposizione.
Lo spirito dei Cavalcanti, l’Ancestrarca Kaballicante (chiamato anche Kabal), cerca di fare quello che può per salvare la sua famiglia umana. Cede parte del suo potere per salvare il piccolo Guido Cavalcanti, rapito dai Ghibellini, poiché alla sua nascita ha investito molto sul bimbo, regalandogli più Virtù di qualsiasi alto umano a Firenze.
Passati molti anni, Guido si è fatto un ragazzo capace, arguto e in grado di ammaliare la gente. Alla morte dei genitori diventa capofamiglia e, innamorato di Bice degli Uberti, vorrebbe chiederla in sposa. L’unico ostacolo è la sua provenienza: Bice fa parte di una delle più potenti famiglie di Ghibellini e Guido deve essere cauto nella sua proposta di matrimonio. Per indirizzare il suo amore lungo una via priva di rischi, che gli impedisca di fare follie, uno spirito lo spinge a scrivere sonetti d’amore.
Nello Spirito le cose non vanno meglio. Kabal ha molti nemici e deve tentare il tutto per tutto per riavere il suo antico potere. Inoltre rischia di perdere il ‘comando’ che esercita su Guido, poiché un altro spirito, Ancestrarca di una famiglia nemica, ha messo gli occhi su di lui e vorrebbe portarlo dalla sua parte.
 
Scrivere questa piccolo sinossi è stato piuttosto complicato, perché “Eternal war” non somiglia a nulla che abbia mai letto prima. Questa è la cosa che più mi è piaciuta del romanzo, è innovativo e incalzante, e le idee che sostengono la narrazione sono originali.
Per sapere come andrà a finire dovrete leggerlo, un po’ perché ve lo consiglio, un po’ perché non vorrei fare troppi spoiler, e anche perché scriverlo nella recensione e spiegarvi tutto sarebbe troppo complicato.
Ma passiamo ai pro e ai contro.
Oltre all’originalità ho apprezzato moltissimo la ricostruzione storica. Quasi mi sembrava di essere lì a Firenze, in mezzo alle vecchie case e agli enormi e lussuosi palazzi in pietra, che allora erano un modello di modernità e potere. Il modo in cui agiscono i personaggi, in cui si rapportano fra di loro, sia quelli umani che quelli ‘spirituali’, se così possiamo chiamarli, è molto diverso dal modo in cui siamo abituati oggi a vivere, e questo mi è piaciuto perché dava alla storia un sapore più vero.
Altra nota positiva sono i personaggi. E va bene, la maggior parte aveva una bassa morale e curava gli interessi della famiglia, il potere, la ricchezza e la fama. Però a me sono piaciuti lo stesso. Vi dirò di più, il mio preferito era Kabal! Per tutta la narrazione ha brillato per astuzia, cinismo, una leggera avidità e quanto basta di leccaculaggine. Però era il personaggio più geniale di tutti (assieme allo spirito di San Pietro, che mi ha fatta sbellicare)! A costo di essere anacronistica, direi che è machiavellico.
L’inizio del romanzo era un po’ confusionario. Ho faticato a immergermi nella storia perché si inizia subito con molti concetti da imparare. L’universo creato dall’autore è complesso e lui ci immerge subito il lettore con tutte le scarpe, il che spiazza. Questo, oltre al fatto di trovarsi proprio in mezzo ad una battaglia e a scene di azione, rende difficoltoso seguire la narrazione in un primo momento.
Altro neo è che tutto il romanzo mi è sembrato un poco affrettato, come se si avesse premura di arrivare alla fine. Mi sarebbe piaciuto soffermarmi di più sul carattere di Kabal e di altri spiriti e sulle storie che li legano.
 
In conclusione, devo dire che ho trovato “Eternal war” un libro bello, godibile e che tiene l’attenzione alta. Lo consiglio? Direi di sì, anche se ho paura che sia fruibile da una nicchia di lettori, coloro che amano il romanzo storico e anche quello fantasy.
Nonostante questo ha il grandissimo pregio di essere lontano da qualsiasi cosa conosca, non è paragonabile a nulla.
Leggerlo comporta una costante, bella sorpresa.

mercoledì 28 ottobre 2015

Leggere è un’arte #2: La ragazza con l’orecchino di perla – Tracy Chevalier

I romanzi che hanno come tema l’arte sono i miei preferiti. Sin ora, purtroppo, ne ho trovati pochissimi che mi piacciano davvero. Devono avere la giusta dose di romanzo e arte. Devono saper miscelare la vicenda, i personaggi e i fatti storici (che molto spesso in questo genere giocano se non un ruolo fondamentale, almeno un ruolo importante) con la parte artistica, a volte tecnica ma molto spesso anche e soprattutto emozionale.
Immaginavo di imbarcarmi in una storia più d’amore che di arte e storia, quando iniziai “La ragazza con l’orecchino di perla”. Le storie romantiche non mi prendono né emozionano quasi mai, tuttavia scelgo questi libri un po’ come scelgo di andare a vedere una mostra: mi piace l’artista?, bene, lo leggo.
Probabilmente è una scelta sbagliata, come dimostrerà questa recensione, ma la curiosità mi batte sempre. Che posso fare? Mi disegnano così.
 
Siamo a Delft, piccola cittadina olandese, alla fine del 1600. La giovane Griet, a causa di un incidente che ha reso il padre completamente cieco, è costretta a trovare un lavoro per dare sostegno economico ai suoi cari. Da lei dipendono i genitori, la sorella minore e il fratello, su cui la famiglia ha investito tanto perché lavori in un forno che produce ceramiche.
Griet si ritrova quindi nella casa del maestro Jan Vermeer, famoso e stimato pittore, a lavorare come domestica. Inizialmente turbata dal lusso della casa e dalle immagini religiose che si allontanano dalla sua fede, essendo lei protestante e i Vermeer cattolici, Griet pian piano si abitua alla sua nuova vita e al lavoro. Inizia a comprendere la dinamiche che vigono all’interno della famiglia e a destreggiarsi fra le varie personalità con cui ormai convive.
Il pittore lascia che sia la suocera, Maria Thins, a occuparsi di governare la casa e vendere i suoi quadri su commissione. Lui si occupa soprattutto della pittura, dell’arte, e lo fa con i suoi modi e i suoi tempi. La moglie, Catarina, sebbene tenti di sembrare padrona della situazione, soffre perché non sempre ha la piena attenzione del marito, inoltre viene descritta come vanesia e debole.
Uno dei compiti più importanti di Griet è occuparsi di pulire lo studio dell’artista, senza però spostare nulla o cambiare disposizione agli oggetti. Grazie a questa intrusione forzata ma necessaria, Vermeer osserva Griet da lontano e ne rimane affascinato. Con il passare del tempo scopre anche che Griet nasconde un gusto non comune per l’arte, soprattutto per qualcuno nella sua posizione sociale – la ragazza infatti non è altro che una semplice popolana. Fra i due viene a crearsi una complicità particolare, fatta di sguardi e silenzi trascorsi vicini l’uno all’altro, mentre miscelano e preparano colori.
È in questo clima che il pittore è costretto, per una serie di incombenze, a iniziare “Ragazza con turbante”, il ritratto di Griet.
 
Da dove incominciare? Il mio sospetto iniziale si è rivelato fondato. “La ragazza con l’orecchino di perla” non è incentrato sul quadro, né su Vermeer, e nemmeno sulla sua pittura. Principalmente, è una storia d’amore.
Be’, se non altro mi sono tolta la curiosità.
Non è che non abbia apprezzato questo libro, in realtà l’ho letto molto in fretta perché, se c’è da dire qualcosa sullo stile, è proprio che è scorrevole e facile da leggere. Nonostante la Chevalier si soffermi spesso su dettagli che, a dirveli, farebbero cadere le braccia, non risulta mai noiosa o prolissa. Apprezzabile sicuramente il fatto che si sia documentata su Vermeer e sull’Olanda del ‘600 – il che non è semplice dato che le notizie su questo artista sono da sempre molto scarse.
Ciò che davvero non mi è piaciuto del romanzo è stata la protagonista. Ora chiudete la pagina e mi mandate a quel ridente paese, lo so. Ma questa volta non è il mio ribrezzo per i protagonisti a parlare, è proprio un fatto oggettivo – ve lo giuro.
Tracy Chevalier
Griet è una ragazza giovane, semplice, una ragazza del popolo. Non viene detto ma quasi certamente è analfabeta, cresciuta in un ambiente piuttosto povero e di certo superstizioso, come la stragrande maggioranza dei popolani di tutto il mondo di quei tempi. Anche se suo padre dipinge piastrelle non ha l’esperienza di qualcuno che dipinge un quadro. Ciò che la figlia di un artigiano che disegna figurine stilizzate su ceramica può recepire dell’arte deve essere una parte infinitesimale di ciò che si dovrebbe apprendere per avere, se non buon gusto, un gusto almeno passabile. Nonostante tutto questo Griet intuisce e ‘sente’ cosa il maestro vuole dire quando parla di arte. Azzarda persino dei suggerimenti che vengono seguiti da Vermeer stesso e pensa a dettagli come le luci in un dipinto e gli accostamenti di colore quando persino la padrona, moglie dell’artista che vive con lui da anni, non ci bada affatto.
Inoltre nonostante sia al suo primo impiego e non abbia mai incontrato persone di un ceto sociale superiore al suo, Griet comprende al volo come funzionano le cose in casa. Capisce subito chi dovrebbe comandare ma non lo fa, chi desidera farlo ma non è capace, e chi lo fa in secondo piano – e quindi a chi deve più rispetto. Impossibile, immagino, che una ragazza ingenua e inesperta come Griet recepisca subito queste sottigliezze. In partica è troppo furba per essere ciò che è, il suo personaggio è contraddittorio, irreale.
Questa è la cosa che più mi ha infastidita di tutta la narrazione. Soprattutto perché è basata su questi giochi di potere, apparenze e sottili furbizie. Il che è un peccato, perché io adoro le sottili furbizie e i giochi di potere. In mano ai personaggi che dovrebbero usarli, però.

martedì 6 ottobre 2015

La bambina che salvava i libri – Markus Zusak

Su aNobii ho una lunga wish list che aggiorno spesso, più spesso di quanto non legga i libri che contiene. È come un’Idra di romanzi: ne leggi uno e ne ricrescono due. Comunque sia, spesso mi capita di mettere qualcosa in lista e dimenticarmene per un po’ – un bel po’. Il risultato è che metto lì dei libri ad attendere pacifici il loro turno, poi capita che diventino famosi e tutti li leggano, mentre io, che li ho nella mia lista dei desideri da tanto tempo, ancora non lo faccio.
Ecco cos’è successo con “La bambina che salvava i libri”, di Markus Zusak.
In realtà tutto iniziò in una notte buia e tempestosa… Okay, solo buia. E velata di insonnia. Navigavo su internet e mi capitò di leggere una recensione di “The book thief”. Lo misi wish list e me ne sarei dimenticata presto se, qualche mese dopo, non fossi stata bombardata dalla pubblicità del film tratto dal libro.
Guardai il film. E lo adorai.
Parecchio tempo dopo lessi il libro. E fu allora che lo amai.
 
Prima di tutto permettetemi una piccola digressione sul titolo, che mi ha fatta sclerare non poco.
Titolo originale: The book thief.
Titolo tradotto in italiano: La bambina che salvava i libri.
Titolo del film: Storia di una ladra di libri.
Titolo del libro conseguente al film: Storia di una ladra di libri.
Voglio dire… perché?
Non sarebbe stato molto più semplice chiamarlo “La ladra di libri” sin dall’inizio, e basta? Forse era troppo semplice per gli editori, poco accattivante, o semplicemente sensato. E non sia mai che traducano un titolo in maniera sensata.
 
Scleri a parte, voglio leggere “Il messaggero”, l’altro libro di Zusak, e penso che se potessi leggerei anche la sua lista della spesa (e probabilmente ne farei una recensione). Non ho intenzione di raccontarvi la trama, che forse conoscete già perché avrete letto il libro o visto il film. Questo è uno di quei racconti che va gustato in prima persona quindi questa, più che una recensione, sarà un’ode al libro da parte di una fangirl.
Ci sono tantissime cose che mi sono piaciute di questo romanzo. In primis la sua narratrice, ironica e tagliente nei momenti giusti, poetica e profonda in quelli necessari. Oltre ad essere una narratrice originale, inoltr, La Morte è anche onnisciente, quindi l’autore ha usato un ottimo espediente per raccontare la sua storia in ogni sua piccola minuzia, in ogni sentimento dei protagonisti, anche i più nascosti.
Markus Zusak
Per qualche motivo, è proprio così che lo
immaginavo. Un viso gentile e sorridente.
La divisione che è stata fatta per il romanzo, poi, è molto carina. Ogni parte ha il nome del titolo del libro che in quel momento è più importante per la protagonista. Un’idea che ho trovato divertente.
Ma la cosa che più mi ha rapita di questo libro sono i personaggi. Penso di non essermi mai innamorata di così tanti personaggi in una sola lettura. Chiaramente non figura la protagonista fra i miei preferiti, ma è solo perché i personaggi secondari sono tutti fantastici!
Primo fra tutti Max Vanderburg, il pugile ebreo. Adoro il modo in cui si rapporta con Liesel, come un fratello maggiore che vuole proteggerla – io lo vorrei come fratello maggiore. Tuttavia appare allo stesso tempo fragile e impaurito. Poi i genitori adottivi di Liesel, diversi per carattere e modo di fare, ma ognuno a modo suo forte, determinato, pronto a farsi in quattro per le persone che ama. Infine Rudy Steiner, citato per ultimo ma non per questo meno importante. Amico di Liesel nella buona e nella cattiva sorte, fin da bambino un sognatore e un dongiovanni!
 
Forse ho voluto leggere questo libro perché prometteva di essere una sorta di rifugio per un’amante (feticista?) dei libri come me. Scoprire che esistono persone che amano i libri a tal punto da farne il cardine di un romanzo è sempre bello, soprattutto per una che annusa le pagine dei libri – sniffacarte mi chiamano.
Quando ho aperto “Storia di una ladra di libri” pensavo di sapere a che cosa andavo incontro. Invece ho scoperto qualcosa di nuovo, di inaspettato, una storia che mi ha conquistata forse soprattutto perché, sebbene di libri ce ne siano parecchi nella storia, la cosa più importante rimangono le persone, gli affetti, le loro storie.
Consiglierei a tutti di leggerlo e, in effetti, da qualche giorno a questa parte è quello che sto facendo.
 
Ecco il mio personaggio preferito
in uno dei momenti più belli del film.
 

giovedì 22 gennaio 2015

Leggere è un'arte #1: La passione di Artemisia - Susan Vreeland

Lessi “La passione di Artemisia”, di Susan Vreeland, come lettura estiva per la scuola. Era il terzo anno di liceo e il primo nell’indirizzo di beni culturali, quindi comprai zelantemente il libro e iniziai a leggerlo cercando di vederne il lato pedagogico, che peraltro persi subito di vista: la storia mi aveva appassionata sin dalle prima pagine.
Non conoscevo bene Artemisia Gentileschi, avevo visto i suoi dipinti e li avevo studiati solo superficialmente, perché non rientravano nel programma.
 
So che detto da una persona che si dice appassionata di arte e ha frequentato il liceo artistico (e se ne vanta) può sembrare strano, ma l’arte di quegli anni non mi ha mai colpita molto, se non per la precisione dei dipinti e delle sculture.
Il fatto è che gli artisti, all’epoca, dipingevano soprattutto su commissione e non sempre avevano tutta la libertà che desideravano – pur lasciando ognuno il suo tocco personale. Inoltre non dimentichiamo che la religione aveva una grandissima importanza, e i soggetti delle opere erano perlopiù religiosi. Questo è, soprattutto, il motivo per cui l’arte prima del 1700 non è una delle mie preferite.
L’apprezzo, in diversi artisti, per la precisione del tocco e l’originalità di alcuni dipinti o statue che, pur rispettando i canoni e regole morali e sociali dell’epoca, hanno qualcosa di diverso. I temi, però, alla lunga sono sempre gli stessi. La mia non è una critica, solo una constatazione.
Anche dopo aver letto il libro, Artemisia Gentileschi non riesce ad essere una delle mie pittrici preferite, sia per lo stile, caravaggista senza mai raggiungere il modello di Caravaggio, sia per le tematiche, che sono sempre le stesse e alla lunga stancano. Non mi dispiace vedere una sua mostra, ma ammetto che non è la mia prima scelta.
 
Susan Vreeland
Leggendo il libro della Vreeland ho capito come mai certi temi sono così ricorrenti nella produzione della Gentileschi, ho scoperto moltissime cose sulla vita della pittrice e anche fatto un bel salto nel passato, nell’Italia a cavallo fra il 1500 e il 1600, a Roma, Napoli e Firenze.
Una delle prime cose che saltano all’occhio, leggendo il libro, è quanto l’autrice si sia documentata, sia sulla protagonista che sull’arte, la storia e i personaggi – tutti realmente esistiti – che compaiono nel libro. Vedere che un autore si documenta su qualcosa mi fa sempre piacere, indica vero impegno e non superficialità.
Veniamo a sapere molto della vita di Artemisia. In primis lo stupro che subì da Agostino Tassi, un collaboratore del padre di lei, anch’esso pittore. Questo la portò ad avere rapporti freddi con il padre in quanto questi, per motivi economici, non volle interrompere il suo rapporto lavorativo con Tassi. Poi il matrimonio con un pittore e la nascita della figlia che, se inizialmente le dà soddisfazione, inizia ad un certo punto a sfaldarsi con i tradimenti del marito.
Scopriamo così, e ci viene confermato con uno sguardo alle opere pittoriche, che Artemisia fu una pittrice di talento, ricettiva degli stili e alle mode del tempo, ma con uno sguardo differente e personale sul mondo dell’arte. I suoi dipinti rispecchiano la sua vita. Sono la conseguenza dell’essere donna in un mondo in cui la donna deve sempre lottare, lottare ancora più delle altre, se pensiamo che l’arte è sempre stata un campo di battaglia già per gli uomini.
Se siete interessati di arte, dopo aver letto questo libro guarderete ai dipinti della Gentileschi con occhi diversi. Seppur ad un certo punto ripetitivi, i quadri come “Anna e i vecchioni”, “Giuditta e Oloferne” e “Cleopatra”, avranno un senso nuovo. Io personalmente li ho interpretati come lo sfogo di un’artista che, consapevole di essere sottostimata a causa del suo sesso, ha dato il meglio proprio eleggendo come suo principale tema la donna.
 
Lo stile della Vreeland è scorrevole, e penso che questo sia indice di grande capacità perché l’autrice si ritrova spesso a parlare di arte con termini tecnici, o magari a spiegare concetti e abitudini che per noi, oggi, sono del tutto estranei. La storia rimane realistica grazie a questi dettagli, ma non ne è appesantita. Il romanzo non è mai noioso, troppo complesso o simile ad un libro di storia o di tecniche pittoriche.
Non posso che concludere consigliando questo libro a tutti. Certo è una lettura che troverà maggior successo in un pubblico femminile, ma penso che anche gli uomini possano apprezzarla. In più chiunque ami l’arte o la storia può trovarla una lettura interessante, oltre che un romanzo appassionante.
 
Artemisia Gentileschi
 

venerdì 28 novembre 2014

Che paese, l'America - Frank McCourt

   Qualcuno ricorda con quanta poetica convinzione e gioia avevo recensito “Le ceneri di Angela”? Be’, ora scordatevela.
   Dire che sono rimasta delusa da questo libro è un eufemismo, e dire che non mi è piaciuto non sarebbe del tutto corretto. Che ci rimane quindi, a parte le recensione, per rimuginare meglio sul perché e il percome non consiglierei questo libro a nessuno? Soprattutto a chi ha letto la prima parte.
 
   Frank McCourt arriva a New York a diciannove anni, forte di un passato che lo ha temprato e desideroso di un futuro migliore. Sbarca in un universo del quale capisce poco, se ne sta ai margini assieme a tutti gli altri immigrati di vario genere ma sogna il proletariato.
   Dapprima invisibile ragazzo delle pulizie nella hall di un grande albergo di lusso, Frank fa la sua brava leva nell’esercito degli Stati Uniti e, quando torna a casa, ricomincia a lavorare e poi si iscrive all’Università – grazie più che altro alla sua simpatia, perché il diploma non ce l’ha. Si laurea e comincia a insegnare. Sposa una bella ragazza, ha una bella figlia, e riunisce tutta la sua famiglia – o quasi – nel continente americano.
   Sembra idilliaco, e in effetti lo è da un certo punto di vista. Frank McCourt non si ritroverà mai più a raccogliere carbone per strada per accendere il fuoco, né a patire la fame o agognare una fetta di pane fritto. Ma allora, come mai questo libro mi è così odioso?
   Come in ogni cosa, anche qui c’è il rovescio della medaglia.
 
   McCourt passa gran parte della sua infanzia, e quindi tutto “Le ceneri di Angela”, a risentirsi con il padre che si beveva lo stipendio e li aveva abbandonati a Limerick a sopravvivere con la carità. Ma non appena sbarca a New York e prende un po’ di confidenza con la città, le ragazze e lo stipendio, ecco che corre nei peggiori bar di Caracas per fare esattamente la stessa cosa.
   Traspare una sorta di invidia per i ricchi americani che lui giudica fortunati, poiché non hanno patito tutto ciò che ha dovuto patire lui in Irlanda. Frank vorrebbe essere come loro ma, quando si ritrova in mezzo a quella gente, la scopre distante e incomprensibile.
   Nella vita adulta poi, nonostante i desideri di essere un buon marito e un padre presente, diventa sì un padre affettuoso ma un marito insofferente. A questo punto non è chiaro se i coniugi McCourt si siano separati o meno, resta comunque il fatto che la vita privata dell’autore non è poi così piacevole.
 
   Se non altro non gli si può rimproverare di non essere stato onesto.
   Non sarebbe corretto da parte mia giudicare la vita, le scelte e gli errori di un altro. Qualcuno che per di più non conosco e con cui non ho nulla a che vedere. Non discuto su come Frank McCourt ha mandato avanti la sua esistenza, perché quelli sono affari suoi. Dico solo che poteva anche evitare di scrivere quest’altro libro!
   “Le ceneri di Angela” lasciava una bella sensazione. Il lettore, consapevole del fatto che si trattava di una storia vera, poteva riflettere su come, nella vita, le cose possono sempre migliorare e, con un mix di sangue freddo, impegno e fortuna, anche l’impresa che sembra più difficile può essere realizzata. Se c’è una vita da cui trarre un insegnato, era quella di Frank McCourt.
   Salvo poi per il secondo libro.
   “Che paese, l’America” riesce a mostrare, nonostante i desideri realizzati e una vita che va solo in meglio, come si può essere sprezzanti delle cose ottenute e non averne mai abbastanza. Ritengo che da leccare il giornale del fish and chips a comprare casa a New York ci sia un grosso salto di qualità. Sebbene McCourt abbia fatto questo gran bel salto, e come lui i fratelli, non sembra essere felice di ciò che ha ottenuto. 
   Qui sta la pecca del libro, perché se visto da un’ottica differente, McCourt ha vissuto quello che qualcuno potrebbe definire ‘Il sogno americano’. Lui lo ha vissuto, ma nel suo libro ha saputo mettere l’accento solo sulle brutture della vita adulta, accompagnato dallo stesso stile secco e onesto che tanto bene si era adattato ad illuminare i piaceri dell’infanzia.
 
   Tanto per essere chiari, leggete “Le ceneri di Angela”. Poi chiudete il libro e dimenticate che ne esiste il seguito.

mercoledì 15 ottobre 2014

Le ceneri di Angela - Frank McCourt

   Iniziai a leggere “Le ceneri di Angela” parecchio tempo fa, nel 2010. Lo abbandonai dopo nemmeno cento pagine perché era straziante. Non esagero.
   Nel suo essere di una sincerità impietosa, tuttavia, lo ricordavo anche molto divertente, così quando poco tempo fa l’ho ritrovato a casa di mia mamma ho deciso di rubarlo e, dato che ricordavo cos’era successo nella parte già letta, ho ricominciato da dove mi ero interrotta.
 
 
   Probabilmente, il motivo per cui questa storia è molto triste, è che mentre la leggi sai che si tratta di un’autobiografia. L’unico modo in cui sono riuscita ad andare avanti nella pietosa lettura è stato ripetermi: «Tanto poi lui va in America, scrive un libro e diventa ricco e famoso, così non deve più preoccuparsi di sua madre che mendica il cibo e dei suoi fratelli che muoiono di fame, e di tutti che si vergognano di essere così poveri.» Sì, lo so, è una farse lunga da ripetersi, ma leggere questo libro senza aggrapparsi ad un po’ di speranza è impossibile e anche molto doloroso.
   Non ho mai letto autobiografie in vita mia, a parte quella di Roal Dahl, “Boy”, che però, come l’autore tende subito a precisare, «non si tratta di un’autobiografia ma di una raccolta di fatti accaduti, perché le autobiografie di solito sono lunghe e noiose.»
 
   I genitori di Francis McCourt, entrambi irlandesi, erano andati in America per cercare fortuna e lì si erano stabiliti per qualche anno. A causa della grande depressione che segue la prima guerra mondiale tornano con i due figli, Francis e Malachy, a vivere in Irlanda, più precisamente a Limerick.
   Frank McCourt senior viene dall’Irlanda del nord e tutti lo considerano uno strano. Perde continuamente il lavoro perché quando arriva giorno di paga va al pub a bersi tutto quanto, rincasa tardi e sveglia i figli per far loro cantare canzoni patriottiche e fargli promettere che moriranno per l’Irlanda, e la mattina dopo non si presenta al lavoro. Angela Sheehan in McCourt tenta in ogni modo di fermarlo, arrivando persino a chiedere che la paga del marito venga consegnata a lei, ma quelli delle fabbriche sanno che se una moglie viene a chiedere la paga del marito è perché lui se la beve tutta la pub, e non ce lo vogliono un ubriacone a lavorare nella loro fabbrica. E allora via un altro lavoro.
   La famiglia, che nel frattempo si allarga con l’arrivo di due gemelli e una bambina, sopravvive a stento grazie al sussidio – e anche quello va in bevute – e alla carità. Gli anni passano, i bambini crescono e ne nascono altri, mentre altri ne muoiono, per gli stenti o le malattie.
   Frank senior va in Inghilterra con l’intenzione di trovare lavoro e mandare soldi alla famiglia, ma una volta partito nessuno lo sente più. Frankie junior, il fratello maggiore e ormai uomo di casa, si arrangia allora come può per aiutare la famiglia. Con piccoli furtarelli e lavoretti qua e là, Frankie porta a casa qualche scellino già dall’età di tredici  anni, e quando ne raggiunge diciannove ha messo da parte abbastanza denaro per prendere una nave e andare in America che, i suoi genitori lo dicono sempre: è la terra delle possibilità.
 
 
   Raccontato in prima persona dal punto di vista dello stesso Frankie, lo stile è secco, sbrigativo, sincero ma avvolgente.
   Sembra di ascoltare la storia raccontata di prima mano dal piccolo protagonista, con l’ingenuità tipica di un bambino che crede ciecamente in quello che gli adulti dicono e non usa tanti giri di parole. Non manca comunque una buona dosa di ironia che, soprattutto quando si parla di adulti, chiesa e in generale di tutti i benpensanti, trabocca dalla pagina.
   I personaggi sono tratteggiati vivacemente e tanto bene che sembra di conoscerli e di capirli. Alcuni sono cupi e non sempre positivi, come Francis senior, che si redime ogni tanto quando racconta le storie ai suoi figli, li fa ridere e li consiglia, raccomandandosi che devono sempre confidarsi con lui piuttosto che vivere nella preoccupazione. Altri personaggi sono velati da un manto di rammarico, di impotenza e di angoscia, come Angela. Altri ancora compaiono per brevi periodi, colorando la vita di Frank con i loro bizzarri comportamenti e le loro strambe idee, come ad esempio i suoi compagni di scuola, gli insegnanti o i datori di lavoro più tardi. Ogni personaggio porta con sé luci e ombre, e questo li rende estremamente complessi e reali.
   La Limerick degli anni ’30 e ‘40, dove si svolge l’intera vicenda, riprende vita, a partire dai vicoli più bui e poveri dove abitano famiglie come quelle dei McCourt, e sebbene venga molte volte maledetta come cittadina di provincia, viene voglia di vederla.
   La chiesa, che all’epoca svolgeva un ruolo molto più attivo nella comunità, diventa uno degli elementi chiave della vicenda, nella buona e nella cattiva sorte. Frank e i compagni di classe, cui sin da piccoli vengono inculcati a forza i valori della Chiesa Cattolica, si domandano spesso che cosa voglia dire l’uno o l’altro comandamento, arrivando a teoria spesso esilaranti, e sono convinti che ogni piccola cosa sia peccato. Ma alla fine, come commenta Frankie stesso, «se fai un peccato tanto vale farne un altro perché la condanna è sempre la stessa. Un peccato: dannazione eterna. Dieci peccati: idem.»
Immagine tratta dal film omonimo del 1991.
 
   Non posso che consigliare caldamente questo libro a chi è incuriosito dalla vicenda, però vi avverto che non dovete peli sullo stomaco né essere facili al pianto, perché rischiate di dover girare con un pacchetto di kleenex oltre al libro.
   È vero che non si tratta di uno di quei romanzi che narrano di un grande amore che vince su ogni cosa, o di un protagonista coraggioso e senza macchia. Questa è una storia semplice, in cui viene svelato anche il lato più debole e umano dei protagonisti, in cui viene mostrata la miseria senza veli. Proprio per questo, tuttavia, ha qualcosa di molto confortante, perché nonostante tutto c’è sempre speranza.
   In un modo o nell’altro, ci insegna questo libro, tutti possiamo arrivare alla nostra America.

domenica 12 ottobre 2014

Quelli che ce l'hanno fatta

   Iniziamo con il dire che questo è un post importante (una volta ogni tanto ci vuole!, direte voi).
   Man mano che si va avanti diventa sempre più impegnativo tenere le redini di tutto quanto. E non parlo solo per me, parlo in generale.
   Quando siamo piccoli il tempo abbonda. Anche il ragazzo più impegnato ha una marea di tempo che può decidere di usare per lo studio o per qualcos’altro. Una volta dosato il numero di ore che è giusto dedicare allo studio e quali quelle da dedicare a noi stessi, ci rendiamo conto che spazio per le nostre passioni ce n’è a iosa. C’è chi si impegna nella musica, chi nello sport, chi pensa all’arte, agli amici, chi naviga su internet. E poi c’è chi legge e/o scrive.
   (Immagino che la maggior parte delle persone che capitano da queste parti siano se non aspiranti scrittori, come minimo lettori in erba. A meno che non siate qui per le gif stupide che, lo ammetto, servono solo a darmi visibilità.)
   Quando si iniziano ad avere più responsabilità, tuttavia, è facile mettere da parte qualcosa che non è la priorità assoluta per dedicarci a qualcosa che sentiamo indispensabile. Ed ecco che all’improvviso per impegni di lavoro smettiamo di andare a lezione di canto, che comunque è solo un hobby. O per passare del tempo in più con la nostra metà che, eccheppalle non riusciamo mai a vederci!, rinunciamo a quella mezz’ora che dedichiamo al disegno. Oppure dato che siamo veramente stanchi e vogliamo solo rimbambirci davanti alla tv, chi ce lo fa fare di metterci a scrivere?
   Ebbene, sono tutte cose vere. No, non vi prenderò in giro, non vi dirò che poco alla volta le giornate sembreranno più lunghe, perché non è così. Casomai, andando avanti, le giornate si fanno più corte.
 
 
   Non c’è una soluzione, lo ammetto. Tuttavia vi dirò, se avete una passione che per un motivo o per l’altro fate fatica a coltivare, non mettetela da parte perché «eh, ho impegni più importanti.» Piuttosto dedicatevi anche solo poche ore alla settimana, risicate il tempo che avete a disposizione qua e là, ma non rinunciatevi.
   Tanto più che, se è una vera passione che vi rende soddisfatti e felici di voi stessi, presto o tardi tornerà a bussare alla porta.
   In questi ultimi mesi mi sono dovuta sforzare di scrivere qualcosa, e chiaramente non tutti i giorni riesco a scrivere. A volte manca semplicemente il tempo, altre e più controverse volte manca l’ispirazione o la voglia. Però una cosa devo dirla: da quando ho ricominciato a scrivere sono molto più contenta. Non scrivo solo questo blog, che per quanto viene letto potrei anche scrivere un diario!, ma scrivo anche fanfiction e sto cercando di portare avanti una storia mia.
 
 
   Parentesi filosofica a parte, ho iniziato a scrivere questo post per parlare di una cosa in particolare: quelli che ce l’hanno fatta.
   Esistono centinaia di persone che ogni anno esordiscono pubblicando il loro primo libro, ma dato che io mi sono avvicinata alla scrittura soprattutto grazie alle fanfiction (nonostante deboli tentativi che farebbero ridere i polli quando ero alle elementari e alle medie), vorrei parlare di autori di EFP che hanno pubblicato qualcosa, e segnalarvi qualche titolo.
   Tutti quelli che vado a segnalarvi sono titoli Originali, quindi non fanfiction bensì vere storie inventante di sana pianta dagli autori. Non che io abbia nulla in contrario alle fanfiction che, rimaneggiate, diventano vere storie e vengono pubblicate (sì, esistono e lo sappiamo tutti), ma diciamo che ammiro di più colui che inventa qualcosa dal nulla e mi sembra anche più onesto in un certo senso – meglio però non dilungarsi ora nel discorso.
 
 
   Comunque vada non importa, di Eleonora C. Caruso
   Questo è l’unico libro che non ho ancora letto, che non è mai stato pubblicato su EFP (almeno non che io sappia), e del quale mi limito solo a fare segnalazione.
   Conosco il libro poiché, alla sua uscita, EFP lo segnalò in bacheca.
   Di lui so solo che parla di una ragazza appassionata di fumetti, che esce di casa solo per comprane di nuovi. In pratica un otaku italiana.
   In ogni modo, Eleonora – CaskaLangley – Caruso ha pubblicato la sua storia, sicuramente aiutata dalla pratica che ha fatto su EFP.
 
 
   Lividi, di Annick Emdin
   Parecchio tempo fa avevo recensito con toni entusiastici una storia trovata nella sezione noir di EFP. Intitolata “La moda del lento”, l’autrice era Vera Lynn. Ora la storia non si trova più su EFP ma si può acquistare tranquillamente il formato cartaceo.
   Ovviamente lo consiglio ancora a tutti, e se qualcuno volesse più informazioni vi invito a leggere la recensione che ne feci parecchio tempo fa: “Meravigliose tenebre”.
 
   Hyacinthe, di Primavere Rouge
   Questo è un caso singolare e mi dispiace molto che alla fine l’autrice non sia riuscita a pubblicare il romanzo (maggiori informazioni su ciò che è successo potete trovarle direttamente sulla pagina della storia). In parole povere aveva interrotto la pubblicazione su EFP a pochi capitoli dalla fine ma ha da poco ricominciato daccapo, revisionando il tutto, poiché non ha raggiunto con l’editore un accordo che la convincesse.
   Molto tempo fa ho iniziato a leggere “Hyacinthe”, un’Originale storica ambientata a Parigi appena prima dello scoppiare della Rivoluzione. La vicenda segue principalmente la storia di Etienne, un povero ragazzo del popolo, e Andres, un nobile che s’innamora di lui. Oltre a questa ci sono le storie parallele di tutti i personaggi di contorno, che così di contorno poi tanto non sono.
   Non mi dilungherò a parlarne qui perché, prima di tutto, non ho ancora finito di leggerla e poi perché quando sarà che – finalmente – riesco a finire questa storia, voglio dedicarvi un intero, lunghissimo post. Nel frattempo non posso che consigliarvi di andare a leggerla.
 
 
   Di carne e di carta, di Mirya
   C’è davvero bisogno di dire qualcosa? Oltre al fatto che amo Mirya e che leggerò qualsiasi cosa lei decida di scrivere, fosse anche la lista della spesa.
   Tanto per cambiare, ho recensito anche “Di carne e di carta” e, pochi giorni fa, ho scoperto con stupore che quest’estate Mirya ne ha fatto prima un e-book e poi un cartaceo. Aveva già detto, nel suo blog, che le avevano proposto di pubblicare tempo fa, ma l’offerta non le interessava. Devo dire di essere proprio contenta che abbia deciso per il self publishing!
   Chiaramente, questo libro avrà un posto d’onore fra i miei scaffali e lo farò leggere a tutti quelli che conosco!
 
   Insomma ragazzi, tutto questo per dire: loro ce l’hanno fatta. Quindi possiamo farcela anche noi!

lunedì 31 marzo 2014

Notre Dame de Paris - Victor Hugo

   Questa enigmatica quando brutta immagine di apertura serve per fare presente una cosa ai lettori. Io detesto “Il gobbo di Notre Dame”. E credo che si capisca il perché.
   Sin da bambina, quando ho visto per la prima volta il cartone animato, ho avuto paura di Quasimodo (e vi prego di non ridere, mi facevo intere nottate di incubi con lui). Nel profondo del vostro cuore, potete biasimarmi? Ve la sentite davvero di condannare una povera bimba che, anche se aveva capito il significato intrinseco del cartone animato – la classica storia della “bellezza interiore” – pensava che forse questa volta la Disney aveva un tantino esagerato? Insomma, avevano già stravolto il libro per adattarlo ad un pubblico di bambini, perché non togliere anche quelle braccia da scimmia a Quasimodo? Perché non diminuire un po’ la sua gobba? Perché non fargli un semplice brufolo sull’occhio, piuttosto che quell’affare deforme che glielo copre tutto?
   Be’, a causa di questa terribile fedeltà della Disney all’unico personaggio cui potevano fare del bene, migliorando un pochino il suo aspetto, io sono rimasta traumatizzata. Talmente tanto, in effetti, che quando mi è capitato di trovarmi di fronte ad una vecchia edizione di “Notre Dame de Paris” di Victor Hugo, alla ‘veneranda’ età di ventidue anni, ho pensato che era giunto il momento di esorcizzare i miei demoni.
   C’è chi ha paura dell’altezza, e si mette a fare bungee jumping. Chi soffre di aracnofobia, e si guarda i documentari sugli insetti. Io leggo “Notre Dame de Paris”.
   Se devo essere del tutto sincera, non mi aspettavo che questo libro mi piacesse. In realtà quando l’ho incominciato ho pensato soltanto: «Vediamo che cosa aveva in mente il decerebrato [Hugo] quando ha dato inizio a tutto questo.» Maledicevo Hugo in tutte le lingue a me conosciute, lui e Walt Disney. Poi ho letto il libro.
   E l’ho maledetto più forte. Ma con lo stesso mix di amore e odio con cui si maledice George R. R. Martin.
George Martin, sadico ideatore del "Trono di Spade".
In effetti, vedo somiglianze fisiche fra lui e Hugo.
 
   Una persona che, come me, ricorda il cartone animato e, senza sapere nulla di Hugo e della sua chiara tendenza al cinismo e al tragico, legge il libro, rimane sconvolto. Non giustifichiamolo dicendo che all’epoca era di moda scrivere libri tristi! Vi ricordo che nello stesso periodo Charles Dickens scriveva “Oliver Twist” e “Canto di Natale”, che finiscono a chili di tarallucci e litri di vino!
   Comunque sia, il prologo del libro ci informa che la storia venne ispirata da una parola che l’autore trovò incisa in una delle torri di Notre Dame. Ananke. In greco “necessità” o, più poeticamente – come immagino lo abbia detto Hugo – “destino”, “fato”. Per più di metà libro ci si chiede quando mai Quasimodo, preso dallo sconforto, inciderà quelle lettere nella pietra, ma dopo tanta attesa veniamo smentiti.
   Una delle prime cose che si notano è che il protagonista non è Quasimodo, come vogliono farci credere le migliaia di trasposizioni, bensì Claude Frollo.
   Il personaggio di Frollo è molto diverso da quello che abbiamo oggi nella nostra testa. Tanto per cominciare non è un giudice ma un diacono. Per di più è l’unico che si occupa di Quasimodo, che lo salva da neonato quando questi viene abbandonato dagli zingari suoi genitori, e che gli vuole bene. Quasimodo per parte sua gli è affezionato a sua volta. Le uniche cose che ama sono Claude Frollo e la chiesa di Notre Dame.
   Quasimodo, purtroppo, è ancora più sfigato di come potremmo immaginarlo. Non solo è gobbo e guercio, ma anche storpio (ha una gamba più corta dell’altra) e, a forza di suonar campane, sordo. Per non farci mancare nulla, inoltre, Quasimodo è anche stupido. Oggi diremmo che ha un handicap mentale ma, nel medioevo, si diceva solo che fosse stupido. Quasimodo viene descritto più come un animale che come un uomo. Nonostante Frollo lo abbia accudito, amato, educato, lui rimane preda dei suoi istinti, i suoi ragionamenti sono apparentemente molto semplici e la sua psicologia, come i suoi sentimenti, elementari. L’aggettivo adatto è, appunto, animalesco.
   Per contrapposizione abbiamo Claude Frollo. Un uomo colto, serio, estremamente razionale. Da giovane, entusiasta studente, che però ha dovuto iniziare la sua carriera di diacono alla morte dei genitori per assicurare un futuro al fratello minore – che fra l’altro è per lui una delusione, sia accademica che umana.
   Entrambi questi personaggi si vedono crollare addosso il proprio mondo e le proprie convinzioni. Sono costretti a mettersi in discussione, a rivalutare tutto ciò su cui si sono basati fino a quel momento per vivere. Tutto a causa di Esmeralda. Il più tormentato dei due è, chiaramente, Frollo. Preso da passione irrazionale, incontrollabile, animale, per Esmeralda, è costretto a cedere a questa voglia e tenta più volte di convincere la donna a sposarlo – una volta anche con la forza – per poter giacere con lei. Assieme a questa passione che lui vede come negativa, essendo quella insistente e insaziabile, lo tormentano anche la gelosia e l’invidia. Scorgendo questo cambiamento nel suo maestro Quasimodo si sente confuso, non lo riconosce e inizia a chiedersi se egli sia davvero un uomo buono, come buono è sempre stato con lui.
 
Victor Hugo
 
   Entrambi i personaggi, a modo loro e nella realtà del loro carattere e modo di essere, scoprono di avere diverse sfaccettature. Questa è una delle cose che mi piace di più vedere, nei libri: il grigio. Sono fermamente convinta che le cose non siano bianche o nere, e poterne avere prova anche leggendo è sempre bello. Proprio quando pensiamo di aver inquadrato qualche personaggio ecco che succede qualcosa che ribalta completamente l’immagine che abbiamo di lui!
   Prendendo atto di queste informazioni ci accorgiamo di star entrando in un romanzo molto diverso da quel che ci aspettavamo. E non ho ancora finito con i personaggi principali. Per chi ama Esmeralda e Phoebus, be’… fuggite, sciocchi!
   Esmeralda di per sé non è un personaggio tanto negativo. Diciamo che è solo irrimediabilmente sciocca, e si comporta di conseguenza. Cieca di fronte al fatto che l’unica cosa che Phoebus vuole da lei è la sua verginità, si strugge per lui, gli perdona tutto, lo adula e nemmeno quando scopre che sta per sposarsi con un'altra donna la prende un po’ di stizza. Phoebus è un soldato rozzo, ubriacone, sesso-dipendente e bugiardo. Si capisce subito che questi personaggi non mi piacciono, data la descrizione poco poetica che ne do – a differenza di come mi sono dilungata in sviolinate nella descrizione di Frollo e Quasimodo.
 
   La trama principale è semplice, ma viene arricchita da sottotrame interessanti e avvincenti. Tuttavia, per chi desidera leggere il libro (e ve lo consiglio), non la racconterò qui. Inoltre la forza di questo romanzo, oltre alla capacità narrativa dell’autore, sono i personaggi.
   Non pensavo di potermi affezionare ad un cattivo, ma è così. Mi stavo innamorando di Claude Frollo, e maledicevo Esmeralda perché preferiva lo stupido anche se affascinante Phoebus all’acuto e (quasi sempre) gentile Frollo.