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lunedì 20 ottobre 2014

Il quadernino di Snoopy e Woodstock

   Chiamatemi folle – ma chi non lo è, visto da vicino? – ma quando leggo ho un sacco di piccole abitudini e/o manie.
   Ad esempio quando inizio a leggere sposto sempre il segnalibro sul capitolo successivo, così già che ci sono posso dare una sbirciatina al titolo, oppure prima di cominciare vado sempre a guardare quante pagine ci sono in totale, cose così insomma.
 
   Una cosa che faccio e che mi piace parecchio è sottolineare le frasi che mi colpiscono di più. Molti mi crocifiggerebbero per questo, lo so: sottolineo e faccio anche l’orecchia alla pagina, così non rischio di perdere la citazione!
   Se il libro non è mio ovviamente non lo faccio, ma quando è mio chi me lo vieta? A me non dà fastidio e anzi, i libri vissuti hanno più fascino!
   Comunque sia, parecchio tempo fa una mia cara amica mi ha regalato un quadernino blu, con disegnato Snoopy che se la dorme seduto ad un banco assieme a Woodstock. Dato che io scarabocchio su qualunque foglio mi capiti fra le mani, avevo deciso di tenermi buono il quadernino per qualcosa di importante, per non farlo diventare l’ennesimo quaderno scarabocchiato. Così mi è venuto in mente di scriverci le citazioni dei libri che leggo.
 
 
   Non sono nemmeno lontanamente vicina a finirlo, sono a poco più di metà, ma ogni tanto mi piace prendere il mio quaderno e leggere qualche estratto. In questo modo mi sembra di ricordare le sensazioni che un libro mi ha fatto provare mentre lo leggevo, anche se sono passati, e ricordo benissimo quello che mi ha lasciato e insegnato.
   Le citazioni mi piacciono moltissimo, tanto che ho deciso che ad ogni libro letto ne sceglierò una da lasciare in cima al blog. Le citazioni degli ultimi due libri letti potete leggere in cima alla pagina, ma che mi dite di voi? Avete qualche citazione che vi passa per la testa in questo momento?

venerdì 17 agosto 2012

Dove ti portano le parole

   Dopo aver visto il film ed aver ossessivamente cantato “Addio e grazie per il pesce” per circa una settimana, ho finalmente deciso di leggere il primo libro facente parte della collana della “Guida”, di Duglas Adams (1952 – 2001).
   Tanto per cominciare ne approfitto per rivedere il video, ed ecco a voi il canto dei delfini:


   Molto difficile spiegare la trama di questo libro. Non lo farò perché mi sembra troppo complicato, ma soprattutto perché penso che una trama lo farebbe sembrare oltremodo sciocco e non gli renderebbe giustizia. In realtà è assurdo, qualcuno potrebbe addirittura definirlo stupido, però è divertentissimo, e lo consiglio a tutti quelli che non pensano che la letteratura debba per forza essere una spaccatura di maroni.
   Ahivoi, ora mi permetto di fare una digressione.

   Non so come mi sono avvicinata alla lettura, ma da quel che mi ricordo leggo fin da quando ero bambina, e posso dire con assoluta sicurezza che avvicinarmi ai libri è una delle cose migliori che ho fatto fin ora nella mia vita – certo, inconsapevolmente, ma dovrò pur darmi qualche vanto, no?
   Entrando a contatto con lettori di ogni sorta (grazie alla passione dei libri ho avuto la fortuna di conoscere persone meravigliose) ho capito che non tutti hanno la mia stessa concezione della lettura. Prima non pensavo nemmeno che ci fosse, una concezione della lettura. Io leggevo e basta, e davo per scontato che le persone la pensassero come me. In realtà non è un pensiero profondo, è solo: leggere mi piace, perciò lo faccio.
   Ovviamente con il tempo ho sviluppato dei gusti in fatto di letteratura, e ho iniziato a preferire alcune letture ad altre, ma di una cosa sono sempre stata convinta e tranquilli, fra poco arriveremo al nocciolo del discorso. Se per caso inizio a leggere un libro che non mi piace prima di tutto significa che ho letto almeno una buona porzione di libro, ma che misteriosamente ci ho messo secoli – quando invece è risaputo che un libro che ti prende lo leggi in tutti i momenti liberi della giornata e di conseguenza lo finisci in un petosecondo. Tuttavia sono ottimista per natura e ad ogni pagina mi dico «dài che ci siamo, dài che adesso succede qualcosa di veramente, veramente fico!» Solo quando a metà libro ancora non accade nulla mi rassegno all’evidenza, lo lancio in qualche angolo oscuro della camera, e penso amaramente che, ancora una volta, mi sono lasciata ingannare dalla copertina (sì, io sono una di quelle che viene attratta dalle copertine).


   Il punto è che non leggerei mai qualcosa che non mi piace per forza, e non leggerei mai qualcosa solo perché è famoso anche se la trama non mi interessa. C’è gente, invece, che lo fa. C’è gente convinta che la narrativa debba per forza mandare un messaggio, avere uno scopo, ed essere in generale qualcosa su cui spaccarsi la testa per comprenderla, con significati nascosti, metafore, e chi più ne ha più ne metta.
   Io credo che prima di tutto la letteratura debba essere un piacere. Parto dal presupposto che lo scrittore, quando scrive, lo fa per piacere personale in primis, perciò anche leggere la sua opera dovrebbe essere un piacere. Secondo me Dante si offenderebbe a morte se sapesse che generazioni di studenti sono costretti a studiare la Divina Commedia, e che quindi per riflesso più della metà di loro pensa che sia utile solo come fermaporte.
   Purtroppo ho conosciuto gente che considera certi libri sciocchi e superficiali perché questi non sono pieni di ragionamenti filosofici, dialoghi strappalacrime, o parole astruse.
   Leggere dovrebbe essere qualcosa di piacevole. Ci lamentiamo perché le persone non leggono più come una volta? Sinceramente non me la sento di biasimare un ragazzo che non si avvicina alla lettura perché è abituato a pensare che tutta la letteratura sia come quella che gli insegnano a scuola. Ha ragione, cacchio! Se tutti i libri devono essere come “Il ciclo dei vinti” o “Una stanza tutta mia” nemmeno io leggerei poi così tanto.
   Non è affatto un reato se un libro è leggero, scorrevole, facile da leggere. Non significa che sia pessimo se parla di cose di tutti i giorni, o di cose impossibili. Un libro può parlare di quello che vuole, ed è a seconda dei gusti che ci rimarrà nel cuore o che ce lo dimenticheremo, non a seconda di quanto ci ha fatto scervellare durante e dopo la lettura.

Io, quando mi dicono che Jane Eyre è un bellissimo classico

   Okay, questa era iniziata come una recensione, poi è finita in un… in un qualcosa che non saprei definire, un’idea forse. Per un secondo ho pensato di staccare i due argomenti e fare due post separati, ma poi ho pensato che non era un brutto post così com'è venuto.
   Riguardo a “Guida galattica per gli autostoppisti”, se non siete quel genere di lettori che qui mi sono tanto impegnata per denigrare, allora ve lo consiglio come libro, se non altro per avere la risposta a La Vita, L’Universo E Tutto Quanto.

lunedì 4 giugno 2012

22/11/'63 - Stephen King

   Raramente gli autori di best seller mi hanno attratta, oppure quando lo hanno fatto mi hanno delusa (ad esempio Dan Brown; già all’età di tredici anni ero abbastanza rompipal- critica da capire che “Il codice Da Vinci” era un po’ una boiata, ed era pure noioso secondo me). Ora sto più attenta a comprare il best seller dell’anno, o se lo faccio prima mi leggo diverse recensioni in merito.
   Stephen King, ecco, non è l’ultimo arrivato, infatti ogni suo ruttino letterario vende milioni copie, ergo sono best seller, ergo li dovrei guardare con sospetto. Tuttavia c’è un libro proprio di King che ho smniato per avere per mesi interi.
   Cacchio, ultimamente tutte le volte che inizio una recensione è una cosa del tipo “Di solito non compro questo tipo di libri, ma ora l’ho fatto perché bla bla bla”. Forse dovrei ponderare di più…

   Motivi per cui non ero certa di comprare l’ultimo ruttino di King:
   Uno. L’unica volta che ho provato a leggerlo (mi pare fosse “Il gioco di Gerald”, solo perché non avevo nient’altro da leggere) mi ha schifato e da quel momento ho voluto cancellarlo dai miei ricordi.
   Due. Il libro conta quasi ottocento pagine, e se non mi fosse piaciuto mi sarei sentita in colpa ad abbandonarlo.
   Tre. Ultimo, ma non meno importante motivo: il prezzo. Circa 25 euri da sborsare, infatti, per ‘sto libro, che se fossero stati sprecati sarebbero significati grossi rimpianti per almeno tre settimane.

   Quindi come mai alla fine l’ho comprato? Ah boh, non lo so, di sicuro è stato anche grazie allo spacciatore di libri che me lo ha venduto a metà prezzo (ebbene sì: lo comprai in una bancarella. Fuck yeah!).


La trama
   Credo di non aver mai scritto la trama di un libro così lungo. Facciamo che mi dò il limite di una pagina, altrimenti rischiamo che questa recensione sia kilometrica. Ce la farò? Stay tuned.

   Jake Epping è un insegnante di inglese sui quaranta, divorziato da una moglie ex alcolista, e senza figli. Queste sono le caratteristiche che portano il gestore della tavola calda “Al’s”, Al Templeton, a sceglierlo come uomo giusto al momento giusto per la missione che aveva in mente da anni: tornare nel passato e salvare J. F. Kennedy dall’attentato che lo uccise, a Dallas, il 22 Novembre del 1963.
   Nella cantina del bar di Al c’è un passaggio che sbuca nell’Agosto del 1958. Si può comodamente fare avanti e indietro, come Al ha fatto per molto tempo, comprando carne di ottima qualità a prezzi stracciati, e per quanto tempo si passi nella cosiddetta Buca del Coniglio, che porta sempre nello stesso posto allo stesso momento, nel 2011 saranno passati solo due minuti.
   Al Templeton si è ammalato di cancro al polmoni ed è chiaro che morirà di lì a qualche mese, così Jake accetta di tornare indietro nel tempo. Dopo una serie di prove (un viaggetto nel ’58 di qualche mese - ma sì, per provare se mi piace!) e ripensamenti Jake passa oltre la Buca del Coniglio, deciso a uccidere Lee Harvey Oswald, l’assassino di John F. Kennedy.
   Il problema di fondo, principalmente, è che il corso degli eventi ha una sua certa plasticità. Al passato non piace essere cambiato, e ogni volta che Jake prova a cambiare qualcosa sembra che la mala sorte si accanisca contro di lui. Quando prova a salvare un amico del 2011 da un incidente che, da bambino, lo lasciò senza famiglia e zoppicante, ha la riprova di questo, e così decide di studiare il più possibile le mosse di Oswald per ucciderlo qualche mese prima che lui uccida Kennedy, assicurandosì così al tempo stesso che Oswald sia l'unico colpevole.
   Nel frattempo si stabilisce vicino a Dallas, in Texas, e, per dirla alla Stephen King, «fu in quel momento che smisi di vivere nel passato e iniziai a vivere e basta». Trova un lavoro come insegnante e una fidanzata. Gli anni passano, e Jake (sotto il nome di George Amberson) comincia a pedinare Lee Harvey Oswald per assicurarsi che non agisca per conto di terzi, e per decidere quale sarebbe il momento giusto per ucciderlo.
   La data fatidica si avvicina ma, per una serie di sfighe dovute al passato plastico, Jake si ritrova assieme a Sadie, la sua ragazza, lo stesso 22 Novembre a dover salvare il presidente. Il piano riesce, ma Sadie rimane uccisa.
   Jake decide di tornare indietro e ricominciare tutto daccapo, con l’intenzione di salvare la vita di Sadie, ma quando torna nel 2011 scopre che il futuro nel quale Kennedy è sopravvissuto è molto peggio di come aveva sperato: malattie infettive, terremoti, Riunioni dell’Odio e chi più ne ha più ne metta. L’unica cosa da fare, a quel punto, è tornare nel ’58, facendo in modo che tutto ricominci daccapo, e non cambiare nulla. Così fa Jake, e rinuncia all’amore di Sadie, tornando definitivamente nel 2011, un tempo nel quale Sadie ha ottant’anni e si ricorda di lui come in una sorta di déjà vu, senza poter più tornare indietro, dato che la cantina dove sorgeva la Buca del Coniglio sarà distrutta di lì a un mese.

Tutto il resto
   Non riesco a separare in comparti stagni ogni cosa, o almeno, non sempre, anche se il mio cervellino lo vorrebbe. In questo caso non c’è un comparto “Personaggi”, né quello dello “Stile”, perché questo libro mi ha emozionata tanto che provare a fare una recensione tanto inquadrata sarebbe inutile.
   Alla fine, anche contro tutti i miei pregiudizi, Stephen King mi è piaciuto. Sto addirittura pensando se non è il caso di leggere qualcos’altro di suo. Come sempre, ogni consiglio è bene accetto (ma regolatevi sul fatto che ho amato questo libro e odiato “Il gioco di Gerald”).
   Da un po’ non mi capitava di leggere in ogni singolo momento: sull’autobus, prima di dormire, mentre facevo colazione se ero da sola, nel tragitto stanza/salotto facendo le cose con una mano sola… awww!, che magici momenti quando rovesci metà scrivania ma la tua mente è dentro le pagine di un libro, in questo caso, nel 1958.

   Partiamo dalla considerazione più semplice: stile godibilissimo. Divertente (in alcuni momenti ridevo da sola, sul serio), leggero, nonostante le varie spiegazioni politiche e fantascientifiche che il caso richiedeva, romantico e a tratti d’azione. Non ho idea di come tutti questi elementi si mescolino in maniera tanto armonica, ma lo fanno.
   La mia parte preferita è stata senza dubbio quella che lascia da parte tutte le faccende politiche e fantascientifiche, la parte più romanzesca ecco. Ho adorato la storia d’amore fra Jake e Sadie (anche se dico sempre il contrario, le storie d’amore mi piacciono), gli alunni e i dipendenti della scuola di Jodie, gli spettacoli che mettevano in scena. Mi ha emozionata moltissimo, più delle parti d’azione (e soprattutto più della parte subito dopo l’attentato a Kennedy, che in realtà ho trovato noiosa, anche se credo fosse necessaria).
   La fine, invece, mi ha devastata. Non tanto per il 2011 catastrofico, a quello ero persino in parte preparata – è come se fosse la morale della storia, no?: "non cerchiamo di cambiare cose che non possono essere cambiate, alla fine si può essere felici anche così". No, la cosa che più mi è dispiaciuta è che Jake ha dovuto lasciare Sadie. Sì, certo, l’ha rincontrata nel 2011, ma, oh, una piccola pecca: lei ha ottant’anni e non si ricorda di lui.
   In alcune parti mi è addirittura venuto un groppo in gola. Era un groppo da “non è giusto, però!”. Avrei voluto andare da Stephen King e chiedergli di trovare una formidabile soluzione a tutto.

   Be’, avrete capito ormai qual è il mio verdetto: approvato al 100%! Anche con il finale che vorrei cambiare perché, nonostante io voglia con tutta l’anima che finisca in modo diverso (ecco perché la gente scrive fanfiction!), non è un brutto finale, fatto male, di quelli che li vedi che sono stati lanciati lì perché, prima o poi, il libro doveva finire! No, in un certo senso è giusto che finisca così. Purtroppo.
   Per di più, oltre a tenere il mio naso incollato alle pagine, questo libro mi ha fatta soffrire di tachicardia: ogni volta che succedeva qualcosa di emozionante il cuore mi batteva più forte.

Poche note intelligenti
   Ci sono persino delle osservazioni critiche davvero oggettive da fare su questo romanzo, nonostante la mia recensione fatta con il cuore in mano.
   Prima di tutto, apprezzo veramente moltissimo il lavoro di ricerca che Stephen King ha fatto per scrivere questo romanzo. Perché l’ha fatto(a differenza di molti autori), e si vede. Insomma, viene fuori come si viveva davvero nei primi anni ’60 in America, senza nessun “sparo a caso perché tanto sarà stato così”. Anche questo ha contribuito a rendere il libro più affascinante.
   Altra cosa che ho apprezzato: anche se non hai la più pallida idea di cosa sia successo a Dallas nel '63, non importa, perché tutto ciò che devi sapere lo spiega nel libro, senza risultare, per altro, noioso o prolisso. Insomma, non è come leggere il manuale di storia.


   Chissà se un giorno, fra cinquant'anni, qualcuno scriverà un libro nel quale qualcuno torna indietro nel tempo per uccidere Barack Obama e vedere che cosa cambierà nel futuro?

lunedì 21 maggio 2012

Dieci piccoli indiani - Agatha Christie

   Non so in base a cosa scelgo un libro. A volte in base alle recensioni (ed è molto rischioso, perché ti fai delle aspettative sul libro che forse non verranno soddisfatte), altre volte perché la quarta di copertina è interessante, altre volte ancora me lo consigliano e altre, lo ammetto, mi lascio ammaliare dalla copertina. “Dieci Piccoli Indiani”, invece, l’ho letto perché era famoso, che è un rischio anche quello perché uno può giustamente pensare che se il libro famoso allora è un buon libro. Spesso fidarsi così ciecamente del buon senso dell’umanità è sbagliato (Un esempio? “Twilight” Un altro esempio? “Firmino”) ma i rischi si devono correre ogni tanto, no?
   Volevo leggere da tanto un libro di Agatha Christie, un po’ perché è la scrittrice di romanzi gialli per eccellenza, un po’ perché ero curiosa di leggere un romanzo giallo. Non ho mai letto un romanzo giallo, anche se il genere mi ha sempre incuriosito, per cui alla veneranda età di vent’anni posso dire: «Ho letto il mio primo romanzo giallo.» Fra tanti ho scelto proprio “Dieci Piccoli Indiani” perché la trama era molto accattivante, per cui eccola qui senza nessuno spoiler (anche perché altrimenti ci metterei una vita a scrivere solo la trama).


La trama
   Otto persone vengono invitate a Nigger Island per motivi diversi e, all’apparenza, da diverse persone. Una volta giunti lì ci sono due domestici, due coniugi, ad attenderli, che li avvisano che i signori Owen, proprietari della casa a Nigger Island, non saranno lì prima del giorno dopo.
   Durante la cena un disco che il maggiordomo Rogers mette sul grammofono annuncia le malefatte di ognuno degli ospiti, che sono tutti accusati di aver ucciso o comunque indotto alla morte, una o più vittime innocenti. Dopo l’iniziale trambusto gli ospiti giungono alla conclusione che tutto si tratta di uno scherzo di cattivo gusto, ma si scopre anche che nessuno conosce i signori Owen. Quella sera muoiono due degli ospiti: uno avvelenato con del whiskey e l’altra a causa di una dose troppo forte di medicinale.
   Il giorno dopo tutti gli ospiti sono certi che non si tratta di disgrazie ma di omicidi, e giungono alla conclusione che il signor Owen sia uno di loro. Ogni volta che muore una persona una delle dieci statue di porcellana raffiguranti negretti scompare, e la morte di ognuno di loro somiglia volutamente alla scomparsa dei negretti nella filastrocca per bambini che ricorre ovunque in casa.
   Uno dopo l’altro gli ospiti vengono assassinati e si crea una situazione per cui nessuno può essere escluso dai sospetti.
   Come vuole la filastrocca l’ultimo sopravvissuto si suicida, preso dallo shock e dai sensi di colpa di quell’omicidio che adombra la sua vita, perché tutti gli ospiti lì presenti avevano una grave colpa che era rimasta impunita ma che opprimeva l’animo della maggior parte di loro.
   Una lettera firmata da uno dei personaggi rivela infine il mistero: come ha attirato gli ospiti sull’isola dove non c’era via di fuga, come ha ucciso tutti uno per uno e ha indotto al suicidio l’ultimo, e poi come si è tolto la vita imitando le circostanze in cui, secondo la filastrocca, doveva morire.

Lo stile
   Considerando che il romanzo si svolge ed è stato scritto nel 1939 è sorprendentemente incalzante. Mi aspettavo qualcosa di molto più lento, mi aspettavo che ci mettesse un po’ a ingranare, invece già da subito è molto interessante!
   Si percepisce una sorta di malessere man mano che la storia va avanti. La filastrocca a cui gli omicidi si rifanno ha una fine ben precisa: «e nessuno ne restar», per cui si va avanti a leggere con questo senso di inevitabilità, molto incalzante.
   I piccoli dettagli sono quelli che rendono il mistero veramente inquietante: la sparizione delle statue dei negretti, il fatto che la filastrocca decida le morti.
   Ci sono due domande che ricorrono: chi è l’assassino? E: chi sarà il prossimo?
   L’atmosfera che si viene poi a creare è stata magistralmente architettata. Il lettore segue ogni personaggio anche nei suoi pensieri privati, è vero, ma questo non esclude che qualcuno di loro sia l’assassino perché strane insinuazioni vengono fatte per ognuno di loro, per cui c’è sempre la possibilità che tutti siano assassini. Allo stesso modo alcuni omicidi fanno sospettare più di alcuni che di altri, ma ad un tratto il lettore comincia a credere che tutto sia possibile: che ci siano due assassini? Che si siano sbagliati e ci sia qualcun altro sull’isola? Che qualcuno abbia finto di essere morto? Le risposte vengono date solo alla fine.

I personaggi
   Trattare dieci personaggi in modo abbastanza approfondito non è possibile, soprattutto se consideriamo che questo romanzo non è molto lungo e che protagonista indiscusso non è il personaggio ma il delitto, la situazione. La Christie ovvia a questo problema eliminando abbastanza in fretta tre personaggi, così da poterli trattare con superficialità, mentre tutti gli altri (con l’eccezione forse della signorina Vera, e si capirà alla fine l’utilità di questa cosa) sono alquanto stereotipati.
   Mi è piaciuta molto l’atmosfera che si è andata creando fra questi personaggi, che ha contribuito al senso di velocità della storia. Prima di tutto occorre sapere che sono persone di diversi status sociali, con diversi problemi e caratteri, ma proprio per quello si comportano l’uno con l’altro in maniera cauta. Sono estranei, fra di loro, quindi sono cortesi ma con freddezza. Dopo i primi omicidi è quasi bello vedere come prosegue questa farsa: tutti si sforzano di sembrare più calmi possibile, come se tutto fosse normale, ma si percepisce il senso di disagio. Più avanti ci sono i primi attacchi di isterismo, di rabbia, e tutte le convenzioni vengono finalmente gettate al vento. Alla fine, quando rimangono solo in tre, il sospetto si è fatto spietato e terrificante. Sembra di trovarsi in una gabbia, ed è proprio questo quel che la scrittrice voleva: è lo stile di cui si avvale l’enigma della camera chiusa.
   Il fatto che pian piano tutte le persone, per istinto di sopravvivenza o per terrore, abbandonino la ragione e le convenzioni e diventino in qualche modo meno umane e più animali è qualcosa che mi ha affascinata molto, e da questo punto di vista mi sento di promuovere il libro a pieni voti.

Agatha Cristie

Curiosità
   Il titolo originale è “Ten Little Niggers (And Then There Were None)”, ossia “Dieci piccoli negri (E poi non rimase nessuno). Provarono a pubblicare con il titolo “E poi non rimase nessuno” ma venne poi cambiato con il più politicamente corretto “Dieci piccoli indiani”.
   Ormai il libro è famoso in tutto il mondo con questo titolo, ma io credo che potrebbe essere ripubblicato con il titolo originale, perché credo che sia più giusto così. Non è un tentativo per offendere nessuno, dopotutto, ed essere così maledettamente attenti a offendere qualcuno con la parola “negro”, al giorno d’oggi, non fa che sottolineare ancora di più la faccenda che potrebbe offendersi. (Ma offendersi per cosa, poi? Per essere negro come una delle statuine di porcellana? Non è la “g” che fa il razzismo.)
   Ovviamente, questa è solo un’opinione personale.

In conclusione
   Come prima lettura gialla devo dire che non mi ha delusa neanche un po’. In futuro credo che proverò altri romanzi gialli, magari non della Christie, giusto per vedere se è il suo stile che mi piace o proprio il genere.
   Sono accetti consigli!


Dieci poveri negretti
se ne andarono a mangiar:
uno fece indigestione,
solo nove ne restar.

Nove poveri negretti
fino a notte alta vegliar:
uno cadde addormentato,
otto soli ne restar.

Otto poveri negretti
se ne vanno a passeggiar:
uno, ahimè, è rimasto indietro,
solo sette ne restar.

Sette poveri negretti
legna andarono a spaccar:
un di lor s'infranse a mezzo,
e sei soli ne restar.

I sei poveri negretti
giocan con un alvear:
da una vespa uno fu punto,
solo cinque ne restar.

Cinque poveri negretti
un giudizio han da sbrigar:
un lo ferma il tribunale
quattro soli ne restar.

Quattro poveri negretti
salpan verso l'alto mar:
uno se lo prende un granchio,
e tre soli ne restar.

I tre poveri negretti
allo zoo vollero andar:
uno l'orso ne abbrancò,
e due soli ne restar.

I due poveri negretti
stanno al sole per un po':
un si fuse come cera
e uno solo ne restò.

Solo, il povero negretto
in un bosco se ne andò:
ad un pino s'impiccò,
e nessuno ne restò.

sabato 12 maggio 2012

Dolce come il cioccolato - Laura Esquivel

   Devo ammettere che quando ho iniziato a leggere questo libro ero piuttosto scettica. Non mi piaceva molto e credevo che lo avrei presto abbandonato perché troppo triste. Per circostanze di forza maggiore mi sono ritrovata da sola con lui in un viaggio in treno da quasi un’ora… Mi sono letta quasi tre capitoli e da quel momento in poi una delle mie maggiori preoccupazioni nella giornata è stata quella di trovare qualche minuto per andare avanti a leggere, dato che questa è stata una settimana impegnativa. Nonostante questo mi ci sono voluti pochi giorni per finirlo e quando l’ho terminato ero davvero contenta.



La trama

   Siamo nel Messico del 1910, in piena Rivoluzione, e seguiamo le sorti della famiglia De La Garza e dei suoi servitori, ma soprattutto di Tita, la minore di tre sorelle.
   La famiglia De La Garza è capeggiata dalla severissima Mamma Elena, capace di spaccare perfettamente un’anguria solo facendo delle incisioni sulla buccia – e già questo dovrebbe darci un’idea di che tipo di donna è questa –, che ha tre figlie: Rosaura, Gertrudis e Tita.
   L’usanza in famiglia è che la figlia minore si occupi della madre fino alla sua morte, per cui quando un ragazzo di nome Pedro Muzquiz, innamorato di Tita e profondamente ricambiato, chiede la sua mano, questa gli viene rifiutata. Mamma Elena gli propone tuttavia di sposare un’altra sorella: Rosaura. Pedro accetta il compromesso solo per poter rimanere vicino a Tita e vengono così celebrate le nozze. Disastrose nozze, poiché nel preparare la torta del matrimonio aiutata da Nacha, la cuoca che ha insegnato a Tita i segreti della cucina, la ragazza piange nell’impasto della torta e questo provoca una strana intossicazione: gli invitati, nel mangiarla, non possono fare a meno di ricordare il loro amore perduto, e allora un’immensa tristezza s’impadronisce di loro. Il matrimonio culmina in una vomitata collettiva (descritta con talmente tanta audacia e maestria che non fa nemmeno schifo leggerla) perché quello è l'unico modo per smettere di piangere.
   Pedro e Rosaura abitano alla fattoria dei De La Garza e Rosaura ha un figlio da Pedro. Tuttavia l’amore che prova per Tita aleggia nell’aria come i fumi della cucina, di cui Tita è diventata la responsabile dopo la morte della cuoca Nacha. Nei suoi piatti Tita trasferisce il desiderio che sente per Pedro, e in una di queste ricette (quaglie ai petali di rosa) si crea un’alchimia con la quale i ragazzi comunicano, per la quale «Tita era l’emittente, Pedro il destinatario e Gertrudis la fortunata nella quale si creava, grazie al cibo, la sintesi di questo singolare rapporto sessuale.» Per placare questa passione Gertrudis corre a fare la doccia, ma le gocce d’acqua evaporano prima di raggiungere la sua pelle. Il suo aroma di rose si espande così violentemente e velocemente che, a molta distanza, il rivoluzionario Juan sente questo irresistibile aroma, abbandona la battaglia, corre a cavallo fino alla fattoria dei De La Garza e, al suo arrivo, trova Gertrudis che gli corre incontro, ancora nuda, mentre fugge dall’incendio che il suo corpo troppo caldo ha causato nelle docce. Juan la fa salire in sella e i due si allontanano al galoppo presi da passione incontrollabile.
   Data l’attrazione palpabile fra Tita e Pedro, Mamma Elena decide che Rosaura e il marito si trasferiranno altrove. Poche settimane dopo la loro partenza giunge un terribile messaggio: il figlio di Rosaura, il nipote a cui Tita si era tanto affezionata e che aveva allattato al posto di sua sorella con del latte che era scaturito come per magia dal suo seno, è morto. Mama Elena non si scompone alla notizia, al contrario rimane fredda come sempre, e allora tutto il risentimento che Tita prova nei suoi confronti esplode, e la ragazza la accusa di essere la colpevole della morte del nipote e fugge nella piccionaia.
   Giorni dopo Tita è come impazzita: non si è mossa dalla piccionaia, non vuole scendere, si rifiuta di parlare. Un dottore nordamericano amico di famiglia, che ha sempre avuto un debole per Tita, il dottor John Brown, va a prendere la ragazza e la porta in casa sua. Lentamente Tita si ristabilisce e, alla notizia che i rivoluzionari hanno razziato la fattoria e reso la madre paraplegica con un colpo alla schiena, decide di tornare a prendersi cura di lei con l’aiuto del dottor Brown, al quale nel frattempo si è affezionata. Nonostante le cure Mama Elena muore pochi mesi dopo e Rosaura, che ha ereditato la fattoria, e Pedro tornano in paese.
   Ricomincia la convivenza di più relazioni e gelosie: John Brown ha chiesto la mano di Tita e lei ha accettato, così Pedro è geloso per lei e Rosaura, che ha avuto un'altra figlia, è gelosa per le attenzioni del marito verso la sorella.
   Poco prima delle nozze Pedro sorprende Tita nella camera scura dove Mamma Elena era solita fare il bagno e i due finalmente fanno l’amore. Dopodiché Tita non se la sente di sposare John Brown e annulla le nozze.
   Passano gli anni e la figlia di Rosaura, Esperanza, cresce e diventa una ragazza intelligente e bella, e si salva dallo stesso destino di Tita di accudire la madre fino alla morte, perché Rosaura muore a seguito di dolori che l’affliggevano da tempo.
   Dopo il matrimonio di Esperanza la fattoria è svuotata: rimangono solo Pedro e Tita. I due fanno l’amore per l’ultima volta nella camera buia e il loro piacere e il loro amore sono tali da «accendere tutti i fiammiferi che portiamo dentro di noi», come una volta il dottor Brown aveva detto a Tita, così che i due raggiungendo il piacere perdono l’anima in quell’estasi e l’intera fattoria viene scossa dai loro corpi che iniziano a scintillare e brillare, come fuochi d’artificio.


Lo stile

   Probabilmente più che la storia in sé è stato lo stile del libro a conquistarmi. Uno stile che definirei tipicamente sudamericano, ma diverso da qualsiasi altro autore sudamericano che io abbia mai letto. Non schietto e in qualche modo semplice come Gabriel Garcìa Marquez, non naturalmente magico come Isabel Allende.
   Definirei questo libro come un sogno: si sviluppa in mezzo alla nebbia calda e umida degli odori della cucina di Tita, e come in un sogno sembra che ogni cosa abbia contorni sfocati. Gli accadimenti magici che avvengono grazie alle sue ricette sono ben accetti anche se esagerati e davvero assurdi, perché la sensazione è proprio quella di essere in un momento magico dove tutto può succedere. Non mi disturba il fatto che ci siano degli spiriti, o che delle lacrime in una torta facciano ricordare l’amore perduto, o ancora che alcuni fatti siano inspiegabili, perché questo è parte del fascino del libro.
   Il modo di pensare e di prendere la vita della scrittrice traspare in queste righe, e ancora devo dire che è un modo che ho ritrovato in tutti i romanzi di autori sudamericani. Forse è per questo che mi ci ritrovo così bene, è un atteggiamento che un popolo intero condivide e che a me è stato passato in parte dai miei genitori (pur mescolato alle tradizioni italiane ed europee). Questo atteggiamento è qualcosa che condivido, anche se non so come spiegarlo a parole. Se avete letto un qualsiasi romanzo di un autore sudamericano potete capirmi: è quella sensazione di vivere in un mondo dove tutto è naturale e semplice, dove i grandi avvenimenti che sconvolgono il nostro mondo hanno, paradossalmente, meno importanza dei piccoli dettagli e delle storie personali che ognuno si porta dietro.


I personaggi

   Non so chi sia il vero protagonista di questa storia, se la cucina o l’amore. È la prima volta che mi viene da considerare protagonista qualcosa come l’amore o la cucina e non un personaggio nel senso classico del termine. Il fatto è che nel romanzo la cucina dipende dall’amore e l’amore dalla cucina, ed è grazie a questi due elementi che la storia va avanti, più che grazie ai personaggi.
   Per di più, come al solito (non è una novità) la mia Intolleranza ai Protagonisti mi ha fatto destare un po’ Tita e verso la fine anche Pedro. Invece ho adorato Mamma Elena, la serva Chencha e la sorella maggiore Gertrudis.
   Tita, a mio parere, è fin troppo buona. Il fatto che anche dopo tutto quello che Mamma Elena e Rosaura le hanno fatto lei ancora le aiuti e provi pena per loro è assurdo! La rende uno di quei personaggi forzatamente buoni, una di quelle persone perfette che non provano rabbia contro gli altri e sono invece inclini a perdonare e porgere l’altra guancia. Non che persone del genere non esistano (anche se io personalmente non ne ho mai conosciuta nessuna) ma nei libri i personaggi troppo perfetti mi danno fastidio.
   Inoltre mi ha infastidito il rapporto fra Tita e Rosaura, o meglio, l’atteggiamento che Tita ha con Rosaura e la descrizione del carattere di quest’ultima. Tutti i pregi sono andati a Tita e tutti i difetti a Rosaura, tanto che la sorella maggiore è quella grassa, brutta e cattiva che fa le puzze e ha l’alitosi. Mi sembra un modo davvero esagerato e infantile per rendere un personaggio negativo, e questa sensazione di infantilità viene amplificata dal comportamento di Tita, che le rinfaccia le cose come se fosse un bambina di otto anni.

Tita mentre litiga con Rosaura

   A parte questo la prostituta/soldatessa Gertrudis figlia segreta del Mulatto mi ha conquistata, e anche la pettegola e dolce Chencha.
   La mia preferita fra tutte queste donne, comunque, rimane la più cattiva: Mamma Elena. Perché non si può non rispettare una donna che sa tagliare l’anguria a fette precise solo incidendo la buccia! A parte questo fondamentale punto, Mamma Elena è uno dei personaggi con più sfaccettature che ci sono nella storia. Suppongo che questo sia uno dei punti a favore dei personaggi che sembrano così rigidi e inquadrati: all’improvviso viene mostrato un lato di loro che nessuno conosceva, ed è giusto così, perché nessuno ha una sola sfaccettatura! Per di più Mamma Elena è una madre, e tutte le madri hanno dei segreti, per cui quando scopriamo il suo ognuno di noi - madri o figli - può ben calarsi nella parte di Elena o di Tita. La storia di Mamma Elena e del Mulatto è una delle mie preferite, seguita subito dopo da quella di Gertrudis e del soldato Juan.


In conclusione…

   “Dolce come il cioccolato” (titolo originale “Come l’acqua per il cioccolato”, non so proprio perché l’hanno cambiato!) è uno di quei romanzi da leggere una sola volta nella vita, perché future riletture rovinerebbero il libro.
   Dalle riletture ci aspettiamo molto, siamo davvero pretenziosi: vogliamo che un libro ci emozioni come la prima volta, ma questo non è possibile perché sappiamo come andrà a finire e non c’è più la sorpresa! Non sarà mai come la prima volta!
   “Dolce come il cioccolato” è uno di quei libri che non voglio rovinare con delle riletture, che ci fanno vedere il tutto sotto un luce diversa, la luce della ragione e non quella della passione. Lo voglio conservare nella memoria assieme a tutti i sentimenti che mi ha fatto provare alla prima volta, senza che venga “annacquato” da ragionamenti a posteriori.
   In fondo così accade con la cucina: nessuno potrà mai cucinare nello stesso identico modo le Quaglie ai Petali di Rosa, il Brodo di Coda di Bue o i Peperoni in Salsa di Noci, per cui è meglio gustarli con la maggior attenzione possibile e conservarne il ricordo fino a che non finiamo la nostra scatola di fiammiferi.

lunedì 5 marzo 2012

I take my drawing inability easy

   Ieri notte, essendo io ispirata e allo stesso tempo ossessionata, ho deciso di fare un disegno. Un disegno sulla mia nuova-nuovissima ossessione. Cioè Mika.
   Sì, Mika. Il cantante che non si sente più da almeno due anni, e che io giustamente scopro ora, quando non ha nulla a che vedere con il mondo dei viventi, quando non dà segni di vita o nuovi album, quando giustamente posso crogiolarmi nella speranza di vederlo in concerto fra mesi e mesi. Sì, quel Mika.
   Questo, per essere precisi.

   A parte le lamentele, ho fatto un disegno. In realtà riguardandolo non lo vorrei postare, perché anche se alla prima botta (non pensate male! xD) sembra normale, a guardarlo meglio è un po' un alieno e un po' vecchio scheletrico. Ma abbiate pazienza, siate clementi: insomma, non prendo in mano i gessetti da mesi ormai!
   Comunque, eccolo.


   Considerando che non prendo in mano i gessetti da mesi sono alquanto soddisfatta di me. Se continuo a esercitarmi potrei tornare ai fasti di un tempo, in cui i soggetti che disegnavo somigliavano veramente al modello.
   Vabè, anche se fa schifo... relax, take it easy.

15. Esercizio

   Questo è uno dei post che non vedevo l'ora di scrivere, e spero di non rimanerne delusa. L'esercizio dice:
   Apri il primo libro che ti capita fra le mani ad una pagina a caso, inserisci la foto e la prima frase che ti salta agli occhi.

Da "Le Cronache di Narnia - Il viaggio del veliero", di C. S. Lewis

« Nascosto dietro ad un tavolo e attorniato dai segretari, sedeva Sua Sufficenza il governatore delle isole solitarie. Gumpas era un uomo collerico, con i capelli che un tempo dovevano essere stati rossicci ma che erano diventati quasi tutti bianchi. Diede una rapida occhiata agli stranieri che premevano per entrare e tornò alle sue scartoffie, ripetendo meccanicamente: - Non si riceve senza appuntamento, tranne che dalle nove alle dieci la seconda domenica del mese. »

   Perfetto. Quando ho preso in mano "Le Cronache di Narnia" (a occhi chiusi a tentoni davanti alla libreria rischiando di inciampare nel ciarpame della mia stanza) sono impazzita perché speravo proprio che mi capitasse una citazione piena di cose inutili. Adesso mi chiedo che cavolo di foto inserire...
   Cacchio!
   Okay, non lo so, perciò mi limiterò a mettere una foto tratta dal film. A voi!


martedì 21 febbraio 2012

2. La tua citazione preferita - Riflessioni

   Solitamente citazioni poetiche sono quelle che più mi affascinano; ero quindi tentata di inserirne una di Alessandro Baricco per lasciarvi sognanti e imbambolati. Con Baricco si va sempre sul sicuro, per lasciare qualcuno imbambolato.
   Ma poi mi è venuta in mente una frase che mi era piaciuta tanto. La frase che più ho apprezzato e che mi ha fatta riflettere, quella che mi ricordo ogni volta che salta fuori questo libro:
L’eleganza del riccio, di Muriel Barbery
« Io credo che la grammatica sia una via d’accesso alla bellezza. Quando parliamo, quando leggiamo o quando scriviamo, ci rendiamo conto se abbiamo scritto o stiamo leggendo una bella frase. Siamo capaci di riconoscere una bella espressione o uno stile elegante. Ma quando si fa grammatica, si accede a un’altra dimensione della bellezza della lingua. Fare grammatica serve a sezionarla, guardare com’è fatta, vederla nuda, in un certo senso. Ed è una cosa meravigliosa, perché pensiamo: “Ma guarda un po’ che roba, guarda un po’ com’è fatta bene!”, “Quanto è solida, ingegnosa, acuta!”. »

domenica 11 dicembre 2011

Mancanza di budget o di attenzione?

   Il primo film di Harry Potter uscì in quello che sembra l’ormai lontano 2001, con la regia di Chris Columbus. All’epoca avevo dieci anni, e ricordo che andai a vederlo con i miei genitori, e poi insistetti per andare a vederlo di nuovo con un’amica, ma con tutta la loro pazienza i miei me lo proibirono (giustamente, potrei aggiungere oggi, ma allora mi parve un grave abuso di potere da parte loro).
   Non intendo recensire questo film in modo esaustivo, perché non ne sono capace, insomma, non ne so niente di fotografia, luci, angolazione delle riprese e roba varia, quindi questo è un semplice commento da fan di Harry Potter che guarda i film e che, inevitabilmente, si ritrova a cercare le tracce del mondo che la Rowling ha creato.


   Il primo e il secondo capitolo (“Il bambino sopravvissuto” e “Vetri che scompaiono”) sono stati stringati in meno di dieci minuti di film, ma credo che questo sia uno dei più sapienti riassunti che io abbia mai visto. In particolare mi è piaciuta moltissimo la recitazione. Ho adorato Fiona Shaw, che interpreta zia Petunia, anche se certo i coniugi Dursley mi sono sembrati un po’ troppo vecchi (credo che non raggiungano i quarant’anni quando la storia ha inizio); e anche la recitazione del giovanissimo Dudley (Harry Melling), proprio un bambino antipatico. Stranamente Richard Griffiths, uno dei miei attori preferiti, non mi è piaciuto molto, era troppo esagerato per i miei gusti.

   A causa di una mia malformazione genetica, probabilmente, adoro guardare i film in lingua originale, e ho notato che quelli che, in italiano, prendevo per dialoghi con parole e modi di dire non più in uso, sono in realtà del tutto veritieri in inglese. Questo nulla toglie al doppiaggio italiano, che credo sia uno dei migliori (soprattutto se paragonato a quello spagnolo, che mi fa crepare dalle risate).

   Per quanto riguarda Daniel Radcfliffe, mi spiace per i fan ma lo boccio su tutta la linea. Almeno in questo primo film. Prego, nessuno tiri fuori la storia che era ancora piccolo, perché qui è pieno di giovani attori e credo che inetto come lui non ci sia nessuno – tranne forse la balbuzie del professor Raptor.

   Una delle cose più belle di questo film sono i set. Il set di Diagon Alley, ad esempio, è meraviglioso! La Gringott, tutta storta, è bellissima. Così come Hogwarts, che ha qualcosa di particolare in ogni inquadratura.
   Purtroppo proprio con l’entrata a Diagon Alley, quando si apre il muro di mattoni, cominciano a esserci pecche negli effetti speciali, perché si vede benissimo che quel muro di mattoni in movimento è falso, così come il passaggio al binario 9¾. Eravamo nel 2001, sì, e gli effetti speciali hanno fatto passi avanti incedibili (se avete avuto la sventura di andare a vedere “Transformers 3” lo saprete di certo), però vorrei ricordare alla gente che nel 2001 è uscito anche “Il signore degli anelli – La compagnia dell’anello”, i cui effetti speciali erano grandiosi.
   Ora, una delle mancanze più grandi di questo film sono gli effetti speciali, che in questa prima produzione sono veramente, veramente pessim- … Meglio dirlo con classe, no? Ebbene sì: fanno cagare! L’apoteosi di questo cattivo utilizzo di Photoshop arriva quando Harry vola per prendere le chiave alata. Se non si nota quello, davvero, avete le fette di salame sugli occhi. Cos'è? Gli mancava il budget?


   Purtroppo devo dire che l’arrivo di nuovi attori, come Rupert Grint (Ron Weasley) e Emma Watson (Hermione Granger), non fanno altro che sminuire ancor più profondamente il povero, povero Radcliffe. In questo film adoro Hermione, è davvero seccante e anche il suo aspetto è azzeccato. Comunque sia credo se dovessi scegliere l’attore secondo me migliore, in questo primo film, parlando dei ragazzi, la scelta sarebbe ardua fra Tom Felton e Rupert Grint. Anche se devo ammettere che, per essere il suo secondo film, Grint ha fatto un lavoro ottimo, quindi questa volta la mia preferenza va a lui! Rosso power (e che nessuno si azzardi a fare una parola sul comunismo)!
   Decisamente i film contribuiscono al mito del Ron deficiente: insomma, lui è l’unico a non rilassarsi quando il Tranello del Diavolo attacca i ragazzi.
   Di questa parte mi spiace molto che non abbiano fatto vedere tutte le prove dei professori: c’era il Tranello della Sprite, le chiavi incantate da Vitious, la scacchiera gigante della McGranitt, e mancano il mostro di Raptor e le pozioni di Piton.
   Durante la scena delle chiavi Harry dice una cosa però che mi lascia da pensare, e cioè: «E’ troppo semplice». Ma certo bello che è troppo semplice! E’ troppo semplice se un segreto segretissimo del mondo magico può essere svelato in una corsa a ostacoli da tre bambini di undici anni! Una piccola mancanza della Rowling.

   Sugli attori più grandi, probabilmente sono di parte. Okay: sono di parte. Il migliore per me è Alan Rickman. Un po’ perché mi piace Piton, un po’ perché lo interpreta egregiamente, credo che sia perfetto. Certo, anche con Piton hanno toppato alla grande con la sua età: in teoria dovrebbe avere, in questa prima parte, trentun anni. Non c’è neanche bisogno che ve lo dica, no?, che Rickman nel 2001 aveva passato quella gloriosa età da molto, molto, molto tempo. Vi basti sapere che è del lontano ’46. Praticamente storia.
   Anche Albus Silente però, interpretato qui da Richard Harris, è grandissimo. Mi ispira proprio quel che dovrebbe ispirare Silente: intelligenza, saggezza, pazienza ma anche quel sottile senso dell’umorismo.

   A parte tutto ci sono alcuni piccoli particolari che mi disturbano.
   Ad esempio: mi sarebbe piaciuto che il Cappello Parlante venisse sentito solo da chi lo indossava, e suppongo che il regista e tutto il suo stormo di assistenti potevano sforzarsi di trovare un modo per farlo (sono lì per quello no?).
   Un particolare che detesto di sicuro è quello delle scale che cambiano. Voglio dire… Perché?! Ci sono già così tante cose fighe, non c'è bisogno di aggiungerne un’altra. Se poi era solo un mero tentativo di far sembrare l’entrata dei ragazzi al terzo piano cosa casuale, be’, anche qui potevano inventarsi di meglio.
   Allo stesso modo ci sono scene che ritengo inutili, ad esempio come mai Harry alla partita di Quiddich si mette in piedi sulla scopa? Non ha senso!

   Un paio di cose che non c’entrano molto direttamente con il film, ma in generale con la storia:
   Uno – come fanno i maghi a stare seduti su delle scope? Voglio dire… per ovvi motivi, non dovrebbero sentire male?
   Due – solo a me viene in mente che tenere un cane a tre teste dentro uno stanzino per un anno intero equivale a una grave violazione dei diritti sugli animali?
   Tre – perché mai un ragazzino miope dovrebbe essere bravo a giocare a Quiddich e, nello specifico, riuscire a vedere una palla piccola come una noce? Senza contare che Harry non cambia i suoi occhiali neanche una volta in sette libri, e probabilmente non li ha mai cambiati!


   A parte questo mi dispiace che alcuni personaggi siano stati tanto bistrattati. Ad esempio Neville: la punizione di Harry, Ron e Draco non era assieme a Hermione, ma assieme a Neville. Così come non esiste Pix, il che mi dispiace moltissimo perché era veramente un bel personaggio ed era uno di quelli che non vedevo l’ora di sapere come fosse. Che delusione quando ho visto che non c’era!
   In quella stessa scena della punizione si vedono due cose orripilanti per quanto fatte male: il centauro Fiorenzo, e quello che sarebbe dovuto essere un irriconoscibile professor Raptor, che per qualche stramba ragione striscia a qualche centimetro da terra come se non avesse corpo solido. Non capisco, è come se non avessero letto il libro con attenzione, per fare certi errori!

   Riguardo ad altri aspetti come la fotografia, il trucco e cose simili, non mi dilungo, perché non so neanche che cosa siano. L’unica cosa che mi faceva un po’ ridere era la colonna sonora, che secondo me si innalzava nei momenti sbagliati. E poi i costumi, che invece erano molto fighi.

   Purtroppo devo dire che questo film non mi è piaciuto molto, sia per la recitazione del protagonista (Santa banana! Il protagonista! Potevano sceglierlo con più cura) che per gli effetti speciali, che sembrano fatti da una scimmia ritardata.