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lunedì 29 gennaio 2018

La chiamata dei tre – Stephen King

L’anno scorso ho iniziato a leggere la saga della torre nera di King, soprattutto perché sarebbe uscito il film con Matthew McConaughey e Idris Elba. Il film era carino, ma nulla di che. A posteriori, posso dire che è stato una mezza delusione. Non c’entrava molto con il libro, e adesso che conosco la vera trama mi è sembrato semplicistico e adattato a forza ad un pubblico di ragazzini. Ho sentito dire che non ci sarà un seguito, e che il film ha disatteso le aspettative di molti.
Chissà perché?

Il primo volume della serie, “L’ultimo cavaliere”, è onirico – non ci sono altri modi per descriverlo.
La trama è quasi inesistente, più che leggerla la si intuisce. La storia qui viene vagamente introdotta, i concetti su cui la serie si reggerà vengono esplorati, e conosciamo il protagonista e l’antagonista principali. Non molto per un primo volume, soprattutto se pensiamo che conta anche qualche centinaio di pagine.
Non scrissi una recensione di questo libro perché non sapevo cosa dire. Sinceramente, non lo so nemmeno ora.
L’autore era a conoscenza delle stranezze di questo romanzo, lo scrive in una nota a fine libro, specificando che non è impazzito, e che quello che abbiamo letto non sono farneticazioni ma qualcosa che prima o poi prenderà una forma. Basta avere fede.
Menomale che esiste il seguito, “La chiamata dei tre”. Altrimenti sarebbero state farneticazioni.


Per farla breve: la Torre Nera si erge al centro di svariate dimensioni e il pistolero Roland di Gilead è l’ultimo che può salvarla dalla caduta. Se la torre cadesse sarebbe il caos, il che è proprio quello che vuole Randall Flagg, nemico che compare già in altri universi kinghiani, personificazione del maligno e tutto ciò che di brutto e cattivo riusciamo a immaginare.
In “La chiamata dei tre” passiamo ad uno stile più narrativo, più comprensibile se vogliamo. Vengono introdotti nuovi personaggi, la storia è più raccontata e si incomincia a vedere un senso in ciò che si legge. Nonostante questo rimane un capitolo introduttivo, perché parla essenzialmente di come Roland metta insieme la sua squadra, e da un pistolero si passi a tre pistoleri.
Non posso dire di essere stupita, King riesce a raccontare in un capitolo ciò che gli altri a volte dicono in un paragrafo. Ha senso, ci a messo un intero libro a raccontare quel che di solito leggiamo in un capitolo!
In questo romanzo si conoscono i personaggi che saranno i protagonisti, la storia di come si incontrano e gran parte del loro passato, del vissuto e del carattere che ne deriva.

Mentre leggevo continuavo a pensare che il film dell’anno scorso non assomiglia affatto a questa storia, nemmeno lontanamente, e mi sono ritrovata a sperare che, magari, un giorno, qualcuno ne farà un altro film, che sia però veramente La saga della Torre Nera.
Quindi ho pensato a quali attori sceglierei io per interpretarli (come avrete capito, adoro fare questa cosa).

Roland di Gilead
Mi spiace per Idris Elba, ma dato che nel libro in realtà è specificato che il suo personaggio ha gli occhi chiari e, inoltre, la sua appartenenza alla razza caucasica ha una certa rilevanza per la trama di questo volume, non sceglierei lui per interpretare la mia versione del film.
Io ci vedrei bene Tom Hardy.
Roland è stato presentato come un uomo che ha fatto diventare il suo compito un’ossessione. Morirebbe pur di arrivare alla Torre. Peggio, è disposto a lasciar morire gli altri se questi intralciano il suo cammino, e per altri intendo innocenti, amici, compagni, chiunque. Non ha pensieri che per la sua missione, ma una parte di lui ha paura di cosa succederà quando l’avrà compiuta, se dopo sarà ancora vivo. La sua vita avrà ancora uno scopo? Lui che tipo di uomo sarà diventato? Di quante cose dovrà pentirsi alla fine del suo viaggio? Questo ci fa capire che, nonostante possa sembrare il classico personaggio ‘cazzuto’, che fa il suo figurone dicendo frasi ad effetto (come fa spesso Roland, per la verità) in realtà è un uomo più profondo, che nasconde una finezza particolare.
Tom Hardy ha abbastanza l’aria del pistolero (immagino una versione Eastwoodiana del suo Mad Max), ma l’ho visto anche compiere miracoli del piccolo schermo (“Stuart, a life backwards”) e so che c’è altro in lui, oltre ai grugniti e alla faccia del buono maledetto. Esattamente come Roland.

Eddie Dean
Questo è il primo personaggio che Roland ‘recupera’ dal nostro mondo per accompagnarlo durante il suo viaggio. Eddie sarà uno dei tre cavalieri e, anche se all’inizio non ne è molto entusiasta, pare abituarsi all’idea, quasi che ci tenga. Nella mia mente ha il viso di Dane Dehaan.
Nominato anche Il Prigioniero a causa della sua dipendenza da eroina, Eddie Dean è il personaggio cui è facile affezionarsi. Non è chiaro il suo carattere, forse per la sua giovane età, ma anche perché rivela molti lati del suo carattere, a volte contraddittori. Può sembrare pericoloso e avventato, ma è l’unico a far davvero ridere il lettore, a commuoverlo e suscitare tenerezza. Detesta Roland per averlo trascinato in quell’avventura, ma allo stesso tempo gli è grato perché lo ha salvato. Da sé stesso, dalla sua vita che non aveva una scopo.
Ho visto Dehaan in un paio di film che mi sono piaciuti moltissimo (“Come un tuono”, “Kill your darlings”), e mi sembra che renda meglio quando deve interpretare un personaggio scomodo, in qualche modo disadattato. Non so se è un complimento…

Odetta Holmes/Detta Walker
Forse uno dei personaggi più complessi di cui abbia mai letto. Preparatevi perché è difficile da seguire.
Giovane ereditiera nei primi anni ’60 in una New York che giudica con severità le donne, mal tollera i neri ma è costretta a trattare con riguardo una ricca donna afroamericana costretta sulla sedia a rotelle. Odetta Walker è una ragazza affascinante, colta, gentile, un’attivista per i diritti dei neri che ha subìto un incidente che l’ha portata a perdere entrambe le gambe. Spinta sulle rotaie della metropolitana, è sopravvissuta per miracolo, ma oltre alla menomazione fisica ne ha avuta una mentale.
Da quell’incidente è ‘nata’ Detta Walker. Detta odia i bianchi, è convinta che loro la maltrattino per partito preso, tutti, nessuno escluso. Pensa – no, è convinta – che la prendano in giro e vogliano persino ucciderla perché lei è nera. È pericolosa, imprevedibile, piena di rabbia, sconsiderata sino alla follia. Non le interessa capire la situazione, non le interessa vivere o morire. Vuole solo mettere i bastoni tra le ruote a Randall e Eddie.
Odetta non sa che Detta esiste. Detta intuisce che c’è qualcun altro nella sua vita, qualcuno di cui deve liberarsi, ma non sa chi o cosa sia. Quale prevarrà, fra le due? La dolce, intelligente Odetta o la folle e pericolosa Detta?
L’unica attrice che vedo bene in quel ruolo è Lupita Nyong’o, bellissima e che ha già dato prova di un grande talento (“12 anni schiavo”).

Dubito che faranno presto un secondo tentativo per il film della Torre Nera ma, nel caso decidessero di farlo e per mero capriccio del destino uno degli attori sia uno di quelli della mia lista, sarò molto orgogliosa e prenderò in considerazione l’idea di lavorare come direttore del casting.
Magari il prossimo film verrà fuori NC17, ma credo che riscuoterebbe maggior successo se assomigliasse un po’ di più all’originale – che non lesina in sangue, parolacce e ossessioni disturbanti.
Aww, che bello!

domenica 22 ottobre 2017

YOU'LL FLOAT TOO

Ieri sera sono andata a vedere IT al cinema.
Ho conosciuto la vecchia miniserie tardi, non l’ho vista come un sacco di gente della mia generazione, appartenente facendosela addosso al buio dopo essere tornati a casa da scuola il pomeriggio. L’ho vista quando ero abbastanza grande da capire che non potevo aspettarmi più di tanto da una serie per la tv, e anche abbastanza grande per capire che l’unica cosa veramente bella era Tim Curry.
Al film darei un 7-, voto di tutto rispetto secondo me, dato che viene da una persona che ha letto e amato l’originale (ed è da ieri sera che ho voglia di rileggerlo).

Un tempo pensavo che le trasposizioni cinematografiche dovessero essere il più fedeli possibile al libro, ma ora non sono della stessa idea.
Un libro può rendere molto più a livello di sensazioni, un film è migliore a un livello immediato. Mentre il libro si insinua sottopelle il film ti colpisce dritto in faccia, è comunque giusto che siano diversi per poter sfruttare al meglio le loro caratteristiche.
Questo non significa che un film possa distruggere un romanzo come e quando vuole, ma deve rispettare l’universo della storia. Ad esempio non mi interessa se ogni scena non riprende esattamente il libro, ma mi infastidisco se un personaggio viene snaturato, eliminato, o una situazione che ne lega altre viene ignorata. In questo IT è stato un film giusto: pur mettendo mano alla storia non ha ‘ucciso’ l’universo che King aveva creato, lo ha semplificato di molto. (C’è solo un dettaglio che non mi è andato giù, attenzione SPOILER: non puoi far morire Henry Bowers, deve comparire da pazzo psicotico nel prossimo!)

Ciò che mi è piaciuto del film è stata la parte più normale e tranquilla, quella che parla dei ragazzini e di come vivono l’estate. Il modo in cui si conoscono, le piccole storielle sentimentali che si vengono a creare, il loro rapporto d’amicizia che si fa più stretto grazie alle avventure cui vanno incontro (e non mi riferisco solo al mostro, ma anche ad esempio alla lotta con i bulli). L’atmosfera più piacevole, quella ricreata meglio, è l’infanzia e l’età strana in cui non sei più bambino ma non sei ancora nemmeno adolescente e più disincantato.
La parte meno riuscita è quella horror. Nulla da dire riguardo all’attore che ha interpretato il clown, inquietante pur con una caratterizzazione diversa da quella di Tim Curry ma, secondo me, voluta. I paragoni sarebbero stati inevitabili e penso che sia stato meglio allontanare le due interpretazioni di IT il più possibile, proprio per rendere il paragone difficile e inutile da fare. Questo Pennywise non è unicamente mostruoso, come quella della miniserie, ma anche a tratti ridicolo in un modo che mette i brividi.
Ciò che non mi è piaciuto è il modo in cui il film tenta di spaventarti: jumpscare, jumpscare ovunque. Credo che con un personaggio del genere, una storia così e degli effetti speciali che non puntavano al realismo, si dovevano usare tecniche più vecchie. Il jumpscare è facile, d’effetto, ma lascia insoddisfatti, non è una paura reale ma una paura d’impatto e inevitabile. La paura vera è quella che non finisce con la fine della scena ma quella che ti accompagna durante tutto il film, che fa salire la tensione poco a poco e la trascina fino alla fine tenendoti con il cuore in gola. Il tipo di paura utilizzata nei vecchi film, dove l’effetto speciale più tecnologico era il sangue finto e quindi si dovevano arrangiare con altri modi.
Un peccato per il film, ma penso che coloro che non hanno letto il libro possano restarne molto soddisfatti. Non lo saranno forse i fanatici di King, però io ad esempio, che accetto di buon grado un compromesso tra film e libro, sono stata abbastanza contenta e l’ho guardato con piacere.

Detto questo (e mi rendo conto che ho scritto più di quanto volessi in realtà) ecco il vero motivo del post. Dato che dovranno fare una seconda parte ho immaginato quali potessero essere gli attori che andranno ad interpretare i protagonisti. Non sono riuscita a basarmi più di tanto sulla fisicità degli attori ragazzini, ho pensato più ai personaggi adulti che dovevano diventare e ho scelto attori che apprezzo.

Bill Denbrough: Ryan Gosling
Ho appena visto “Blade runner 2049” e forse è stato quello il punto. Mi ero ricordata dell’esistenza di Gosling dopo aver visto “Drive” ma soprattutto “Veloce come un tuono”.
Riesco ad immaginarlo come capo della banda dei Perdenti, come quello che più di tutti è rimasto un po’ bambino e, proprio per questo, è la forza del gruppo. L’unico che crede ancora genuinamente nella magia di cui il gruppo è capace, che sa che superando i loro terrori e credendo in loro stessi potranno battere IT.

Ben Hanscom: Badley Cooper
Anche questa è una scelta dettata dall’ispirazione, e anche dal fatto di aver visto Bradley Cooper in alcuni film molto belli, a recitare parti complesse.
Penso che sia adatto a portare sullo schermo l’interiorità di uomo che ha una sorta di rivincita sulla vita. Da ragazzino grasso e preso in giro ad architetto benestante e richiesto. Tuttavia rimane un uomo timido, che non ha dimenticato il primo amore della sua vita.

Beverly Marsh: Jessica Chastain
E va bene, questa l’ho scelta perché ha i capelli rossi. Inoltre so che è un’attrice molto capace e può recitare ruoli intensi (vedi “The help” o “Interstellar”).

Richie Tozier: Joseph Gordon-Levitt
Adoro questo attore, lo conosco da anni e ho visto molti dei suoi film, sia commedie che film d’azione. Lo trovo bravo e per qualche motivo riesco ad immaginarlo benissimo a interpretare Richie ‘Boccaccia’ Tozier, lo smaliziato del gruppo, quello che ha sempre la battuta pronta e alleggerisce ogni situazione, ma che è forse il più fedele degli amici di Bill e lo seguirebbe fin nell’inferno – o nelle fogne.

Eddie Kaspbrak: Ben Whishaw
Adoro anche quest’attore, l’ho visto in diversi film e ho sempre trovato impressionante come riesca ad essere versatile. Non penso di poter paragonare nessuno dei ruoli in cui l’ho visto, perché in ogni personaggio in cui si è calato è stato completamente diverso, tanto da non sembrare la stessa persona.
Anche per questo lo ritengo adatto a fare Eddie, il ragazzino ipocondriaco oppresso dalla madre e, poi, un uomo oppresso dalla moglie. Condizionato dalle proprie fisime al punto da farvi ruotare attorno la propria vita, riesce nonostante questo a trovare il coraggio di combattere quando la situazione lo richiede, per l’appunto quasi trasformandosi in un altro.

Mi mancano Stan Uris, Mike Hanlon ed Henry Bowers, per i quali non ho trovato nessuno che mi convincesse e non volevo scegliere attori a caso.

Ammetto di essere curiosa di vedere la seconda parte, ma mi hanno già detto che uscirà nel 2019, quindi aspetterò. Non che sia un problema, è da quando avevo diciassette anni, cioè quando ho visto la versione vecchia, che attendo che ne facciano un remake. Sono paziente. Pazientate con me, e prima o poi galleggerete anche voi.


venerdì 14 luglio 2017

Stephen King: 5 cose che ho trovato nei suoi libri


Causa curiosità riguardo a tutti i libri con una trama vagamente surreale ho iniziato a leggere Stephen King. Causa Il Fidanzato ho continuato a leggere King. Causa abilità nel narrare dell’autore, non posso più fare a meno di King.

Da un po’, ormai, mi sembra di essere circondata da lui. Sarà per l’uscita ad Agosto del film tratto dalla Torre Nera, e a Settembre di IT, ma vedo King ovunque. Una delle cose piacevoli dei suoi romanzi è che, in un certo senso, vai incontro all’inaspettato ma consapevole che alcuni fattori saranno sempre lì a sottolineare il suo stile e il suo universo. È come entrare in casa e scoprire che qualcuno ha ridipinto le pareti. Tutto è nuovo ma familiare al tempo stesso.

A questo proposito ci sono alcune cose che tornano nei libri di King, e sebbene sia uno scrittore molto prolifico e io non abbia letto nemmeno la metà dei suoi romanzi, mi pare di aver individuato alcuni temi cari. Cose che ti fanno capire che ti trovi in un suo libro. Se riscontrate tre o più fattori di questi nella vostra vita, attenti: potreste essere personaggi di Stephen King.



Alter ego

In tantissimi romanzi firmati dal Re esiste un personaggio che è insegnante, scrittore, o che ha velleità artistiche tali da spingerlo a scrivere. Mentre leggo di questi non posso fare a meno di pensare che siano una sorta di alter ego dell’autore stesso, che dopo alcuni lavoretti in gioventù divenne insegnante e poté, dopo il successo dei suoi primi romanzi, dedicarsi totalmete all’attività di scrittore.

Si pensi al famosissimo Jack di “Shining”, insegnante frustrato dalla vita e aspirante scrittore. O al protagonista di “Misery”, che si ritrova nei guai proprio a causa dei suoi romanzi ma, grazie a questi, viene anche salvato. Oppure al più recente insegnante Jake Epping, che troviamo in “22/11/’64”, capace di instillare nei giovani di questo o del precedente secolo la stessa passione per la letteratura che prova egli stesso.



Il gemello cattivo

Per non uscire dall’area ‘personaggi’ ce n’è anche un altro che ricorre spesso: l’alcolista. King lo usa in due accezioni, se è un personaggio negativo si tratta spesso di un ubriacone della peggior specie, violento e con episodi psicotici che vanno più o meno a intaccare la trama – mi viene in mente il padre della Beverly in “IT”. Altre volte però all’autore piace far redimere il suo personaggio, come ha fatto ad esempio con il protagonista di “Doctor sleep”.

Anche questi personaggi mi fanno pensare a un alter ego dello scrittore, poiché King non nasconde di aver avuto molti problemi di alcol e droga nel corso della sua vita. Con questi personaggi quasi mi sembra che voglia mettere in guarda i lettori, per dire che è così che si diventa, con quella roba, che lui lo sa e che non c’è nulla di peggio della dipendenza (da alcol, non da carta e penna).



Casa dolce casa

Stephen King abita nel Maine, uno stato a nord degli Stati Uniti, confinante con il Canada. Non me ne intendo ma a rigor di logica dovrebbe avere un clima rigido, ampi spazi aperti, laghi e viste splendide e tanta neve d’inverno.

Forse lo usa spesso come ambientazione perché lo conosce, o perché gli piace, forse perché i paesi di provincia creano l’ambientazione perfetta per un romanzo dell’orrore. Posti dove i vicini si conoscono l’un l’altro, dove i poliziotti sono abituati a trattare con una rapina a mano armata, tutt’al più, ma non con un assassino furbo e un paio di mostri e fantasmi. Quelle sono cittadine dove un assassino può nascondersi amalgamandosi con la gente comune, e dove un oscuro segreto può essere celato per molti secoli.

Ora che ci penso, luoghi non molto diversi dalle nostre, di provincie…



Fido

Dato che sono una piccola stalker, seguo le pagine twitter di diversi autori, fra i quali Stephen King. Oltre che fare una campagna di boicottaggio contro Trump ogni tanto consiglia libri ma, soprattutto, mette foto del suo cane Molly (AKA The Thing of Evil) in atteggiamenti più o meno distruttivi.

Ora, da una persona che fa così tante foto al cane che, per inciso, è ben pasciuto e dal pelo brillante, mi aspetto che adori gli animali, in special modo i cani. Rimane però il fatto che ho letto più di un libro di King nel quale il cane finisce male. Ma tanto male. Le scene con cani morti o sofferenti mi distruggono, e di solito colui che infierisce sul povero animale è un personaggio pazzo, guidato da forze malvage, o semplicemente cattivo. Sono giunta alla conclusione che lo faccia per scioccare il lettore, perché quale modo migliore per far capire la tempra di un personaggio e nel contempo farlo odiare, se non fargli uccidere un animale che gli dimostra fiducia?

Insomma, mi sa che è una tecnica. Edgar Allan Poe, lo sapeva anche lui, ma preferiva i gatti.



Il male fatto libro

Fra le tecniche e i concetti più usati da King ci ho trovato qualcosa di diverso dai personaggi e le situazioni che ormai sono un suo cliché nei romanzi dell’orrore. L’interpretazione di un sentimento, di una forza che è in ognuno di noi: il male.

In molti libri il cattivo di King per eccellenza è un personaggio (nella serie della Torre Nera e in “L’ombra dello scorpione” abbiamo Randall Flagg, in “Cose preziose” Leland Gaunt e non dimentichiamo la follia che IT porta a Darry, che può contagiare chiunque), ma mi ha sempre dato l’impressione che il discorso fosse più ampio. Ognuno di questi antagonisti ha qualcosa di soprannaturale che va oltre le magie che compie per sopraffare gli eroi della storia. Possiedono una forza che li muove e una volontà che va oltre quella di uccidere, o mangiare bambini o collezionare anime, ma è la volontà di fare del male. Per il gusto di farlo, perché è giusto che il male esista, perché solo con Il Bene possiamo combatterlo e senza Il Male non esisterebbe Il Bene.

Certo poi King rappresenta il bene come una tartaruga spaziale o una vecchia centenaria, ma tant’è. L’importante è che il Male venga sconfitto, che sia un pagliaccio o un ottimo venditore.

sabato 6 febbraio 2016

On writing - Stephen King

Il Fidanzato questo Natale mi ha regalato “On writing”, e ha azzeccato tutto ciò che poteva azzeccare. Quale regalo migliore per un lettore, di un libro? E per un estimatore di Stephen King, un romanzo di Stephen King? E per un aspirante autore, un manuale di scrittura? Ecco, “On writing” incarna tutto questo in un paio di centinaia di pagine!
Leggerlo è stato divertente, istruttivo, illuminante, interessante. Uno stile diverso da quello dei romanzi, giustamente, ma non perché si tratta di un manuale ci troviamo davanti ad un testo noioso, prettamente didattico. Leggere “On writing” è stato come prendere fiato per prepararsi ad un’apnea di concentrazione, saltare dal trampolino e rendersi conto che si è atterrati su una collina ricca di aria fresca.
Ho trovato bello il fatto di aggiungere una parte riguardo alla vita dell’autore, perché oltre ad essere spassosa ti fa anche pensare a come tu ti sei avvicinato alla scrittura. Motiva molto, si innesca una catena di ricordi, legati a sogni, speranze, legate al fatto che sì, amo scrivere, ed è proprio quello che farò non appena chiuso questo libro.
Consiglio di leggerlo a chiunque abbia questo sogno nel cassetto, o anche fuori dal cassetto e stia cercando di renderlo reale. Non è tecnico come altri manuali, tuttavia di manuali tecnici che ne sono a bizzeffe. E dato che la scrittura è anche una questione di cuore è bello che ci sia anche un manuale che lo dice chiaro e tondo.
 
Leggere tantissimo, scrivere tantissimo
Può effettivamente sembrare scontato, ma va detto. Se si vuole scrivere non si deve essere lettori pigri, perché dai romanzi altrui si può apprendere moltissimo. Inoltre ci sono autori che ispirano, che danno esempio, e leggerli è il primo passo per poi produrre qualcosa di nostro. Prima di amare la scrittura si deve imparare ad amare la lettura.
Per scrivere un libro, poi, si deve scrivere. Anche questo può sembrare scontato. Quel che consiglia King è di non aspettare l’ispirazione, non sperare che la prima stesura sia perfetta, cominciare a mettere per iscritto una parola dopo l’altra, anche quando non ci convince, anche se non ci sembra il massimo o quando ci siamo spremuti come un limone per dieci misere righe. Continuare, perché prima o poi la storia uscirà da sola, andremo avanti portati dall’entusiasmo, dalla voglia, dalla curiosità. Se invece non scriviamo niente, nulla potrà andare avanti.
 
Scrivere qualcosa che ci piace
Penso che questo consiglio sia seguito un po’ da tutti in maniera automatica. Ovviamente è meglio scrivere di qualcosa che ci appassiona, perché lo faremo con la voglia di arrivare alla fine.
Credo che un autore alla prime armi voglia scrivere perché si è innamorato di un genere o uno stile, e la prima cosa che si fa è voler emulare quel che abbiamo amato. Forse inconsciamente, o forse proprio con l’intenzione di fare un omaggio.
 
Vocaboli spontanei e vocabolario adatto
La poetica non è qualcosa che appartenga molto a King. Certo è evocativo, ma non è particolarmente poetico, utilizza un linguaggio immediato, conciso, senza fronzoli. Può piacere o non piacere, questa è solo una questione di gusti.
Nella sua esperienza – che direi è vastissima, più di così non possiamo chiedere insomma – consiglia di usare il vocabolario che siamo abituati ad usare tutti i giorni. Solo perché stiamo scrivendo un libro non significa che dobbiamo adottare termini più bassi o più alti di quelli a cui siamo abituati. È giusto cercare le parole più adatte, infatti il dizionario deve essere sempre alla mano, ma non volere a tutti i costi una parola astrusa solo perché è astrusa, o per farci belli agli occhi del lettore. Nessun lettore, leggendo dei vocaboli ricercati, penserà “Ma tu guarda che bravo Pinco Pallo, è così colto!”.
Inoltre dobbiamo ricordarci di utilizzare un vocabolario adatto alla situazione e ai personaggi, perché un contadino nato negli anni ’30 non potrà mai parlare come un ragazzino del ’70.
 
Verosimiglianza
Altrove, non in questo manuale, avevo letto che King consigliava di ascoltare le persone quando parlano fra loro, nei bar, nei negozi, o attingere alla propria esperienza personale quando si deve scrivere un dialogo, per fare sì che sia il più realistico possibile. Infatti uno dei suoi consigli è di rendere i dialoghi veri, perché non c’è nulla di peggio che leggere dei dialoghi terribili in un bel romanzo.
Allo stesso tempo dobbiamo fare attenzione a rendere le azioni dei nostri personaggi verosimili, dare loro le giuste leve per reagire e costruire la trama. Oltre che rispettare la realtà intorno alla quale costruiamo la nostra storia.
 
Non pianificare
Un consiglio che io, onestamente, non credo seguirò, è questo: non pianificare la trama, lasciare che si sviluppi da sola piano piano.
Ora, io scommetto che ci sono autori che sono capacissimi di farlo, ma io non sono uno di quelli (come se fossi un autore, oh! *sbarella*). Ci ho provato, immaginando appunto che le cose sarebbero andate avanti da sole, ma non è stato così. Però immagino che, se si vuole, si può provare questo metodo e vedere che ne esce.
Per me non funziona, ma per voi, chissà…
 
 
Trovare un significato, non partire dal significato
Mi piace che le storie abbiano un significato, un messaggio da passare, e non siano meri racconti. Però è anche vero che ognuno legge nei libri il significato che vuole, quindi voler dare un certo significato ad una storia non è così facile come può sembrare.
Trovo che questo consiglio sia molto azzeccato, per una questione molto semplice. Tutti noi abbiamo opinioni sul mondo che ci circonda, e se vogliamo scrivere un romanzo ci portiamo dietro quel bagaglio di esperienze, idee e appunto opinioni che abbiamo tutti i giorni da quando apriamo gli occhi al mattino. Cercare un significato prima di scrivere un libro è come tentare di bere il latte di cocco senza aver prima rotto il guscio.
Il significato c’è, non è quello il problema, perché diamo significato a tutto nella nostra vita. Ma nella nostra storia dobbiamo scoprirlo man mano, dobbiamo rompere il guscio e tirarlo fuori, perché è sempre stato lì nella nostra mente. Gettarlo nel libro, anche in maniera inconsapevole, è inevitabile.
 
Seconda stesura = prima stesura – 10%
Non c’è molto da dire su questo, mi sembra chiaro. King tende a tagliare, in revisione. Io penso che dipenda da molti fattori e scommetto che ci sono ottimi autori che invece di togliere qualcosa aggiungono testo, alla seconda stesura.
Dobbiamo solo capire che tipo di autori siamo. (Io taglio.)
 
Scrivere perché…
L’ultimo consiglio di questo manuale, al quale viene dedicato un capitolo intero, è quello che può sembrare più ovvio. Oggi però, in un mondo in cui esiste il self-publising (che non nego sia una grande idea e di certo non è nato per caso, ma come tutto ha i suoi risvolti positivi e negativi), è bene ricordarlo.
Non scrivete per rendere il posto un mondo migliore, per i soldi, per dimostrare agli altri qualcosa, perché sembra facile. Scrivete perché amate farlo. Perché tutto di quel processo vi affascina e vi fa sentire bene, perché è ciò a cui pensate con più entusiasmo!
Se si scrive così, allora è la cosa giusta da fare.

mercoledì 28 gennaio 2015

L'occhio del male - Richard Bachman (S. King)

Questo è l’ultimo del malloppone di libri di King che mi sono arrivati a casa ormai almeno sei mesi fa. Ho scelto quelli più interessanti e li ho letti, alternandoli con libri un po’ meno ‘kingheschi’, altrimenti dopo tre sarei collassata. Ma alla fine ce l’ho fatta! Li ho letti tutti e ne sono uscita ancora sana di mente, il che è già una conquista.
Se avessi letto prima “L’occhio del male” Stephen si sarebbe risparmiato molte delle mie battutacce – e anche il mio fidanzato, che prende ogni commento su di lui molto sul personale, manco fosse il suo editore – perché con questo libro si è guadagnato il mio rispetto. Ora la nostra relazione è di amore/odio, un po’ come fratelli, del tipo: «Nessuno può parlare male di Stephen! Solo io!»
 
Billy Halleck è avvocato in una tranquilla cittadina del New England, dove vive una vita ordinaria. Ha una moglie che fuma troppo, una figlia a cavallo tra infanzia e adolescenza, ed è parecchio sovrappeso. La sua esistenza scorre placida fra amici ipocriti, scorpacciate nei fast food e udienze. Finché non investe una zingara.
La settantenne muore sul colpo ma Billy viene dichiarato non colpevole. La carovana di zingari che si era stabilita ai margini della città si ferma abbastanza da seguire il processo ed è subito lampante come il capo della polizia abbia insabbiato le prove a carico di Billy, e come il giudice lo abbia assolto con leggerezza. Non gli tolgono nemmeno la patente. All’uscita del tribunale Billy viene avvicinato da uno zingaro, che lo tocca su una guancia pronunciando una sola parola: «Dimagra.»
Dimentico presto della faccenda e sollevato dal fatto che il processo sia terminato, Billy va in vacanza con la moglie in montagna e gli ci vogliono quei pochi giorni per notare che sta perdendo peso. Inizialmente non vi fa caso, pensando che sia grazie al moto fatto in vacanza, ma quando torna a casa e ricomincia con gli abitudinari tre pasti colossali al giorno, tutta la famiglia nota che c’è qualcosa che non va. Billy comincia a perdere due chili al giorno e la moglie, preoccupata, lo spinge ad andare dal medico. Il referto è rassicurante, Billy è in ottima forma, perdere qualche chilo gli fa bene, ma  ancora non si spiega la repentina perdita di peso.
In poche settimane passa da cento a novanta chili, fino a raggiungere presto gli ottanta. È allora che gli tornano in mente le parole del vecchio zingaro, dimagra, e si convince di essere stato colpito da una maledizione. La sua sicurezza aumenta quando viene a sapere che il giudice che lo ha assolto si sta velocemente trasformando in una lucertola, mentre il capo della polizia si è riempito di pustole fino a diventare irriconoscibile. Nel frattempo la bilancia segna settanta chili.
Billy racconta alla moglie i suoi dubbi, ma lei lo ritiene pazzo e vuole farlo internare in un ospedale psichiatrico. Decide così di partire da solo alla ricerca degli zingari, per costringere il vecchio a togliere la maledizione che gli ha lanciato.
 
Una piccola curiosità e irritazione riguardo questo libro, nella fattispecie per l’edizione italiana. L’occhio del male, un segno di scongiuro che si usa fare con le mani, non c’entra proprio un bel niente con la storia. Il titolo originale del libro è “Thinner”, che secondo me è molto più d’effetto, incuriosisce, ma soprattutto è pertinente alla storia, poiché sono le parole con cui Billy viene maledetto. A questo punto potevano intitolare il libro ‘dimagra’, perché “L’occhio del male” è uno di quei titoli banali che, almeno sotto ai miei occhi, passano inosservati come una cartaccia lungo la strada.
Titoli a parte, questo libro mi ha presa moltissimo. Inizialmente, immagino, perché era piuttosto bislacco. Insomma, di solito si maledice la gente con diaboliche persecuzioni, mala sorte o cose del genere. Invece qui facciamo dimagrire un obeso, quasi a fargli un favore. A questo punto mi farò maledire anch’io, solo un pochino, solo finché non raggiungo il mio peso forma!
La vicenda però prende subito piede, e King ha fatto in modo di tenere alta l’attenzione del lettore per tutta la narrazione. Inizialmente siamo curiosi di vedere come Billy scoprirà di essere maledetto, come potrà barcamenarsi tra la vita di tutti i giorni, il rapporto con la moglie e la paura di quello che gli sta accadendo. Quando poi decide di partire alla ricerca degli zingari inizia una corsa contro il tempo, contro la maledizione: Billy è talmente debole e magro che la gente si ferma a guardarlo, disgustata, e qualunque sforzo può causargli la morte. È questo senso di impotenza e ineluttabilità che ci spinge a proseguire la lettura, per arrivare ad una fine difficile da immaginare.
 
La locandina del film del 1996.
Oltre ad essere un bellissimo romanzo, “L’occhio del male” offre anche spunto per delle riflessioni. La giustizia, il concatenarsi degli eventi, i disturbi alimentari, ma soprattutto la naturale diffidenza che le persone nutrono nei confronti del diverso, e il disprezzo con il quale lo trattano.
Non credo che King volesse a tutti i costi denunciare qualcosa, scrivendo questo libro, sono anzi abbastanza certa che desiderasse solo scrivere un romanzo avvincente. Ma se un romanzo è scritto bene non ha bisogno di sbandierare ai quattro venti che cosa vuole dimostrare, il pensiero e le riflessioni dell’autore saranno intrinseche alla storia, così ben legati da inviare chiaramente un messaggio.
A me è capitato di pensarci, al diverso, mentre leggevo questo libro. Lo consiglierei a chi è diffidente nei suoi confronti, a chi pensa di conoscerlo e a chi lo tormenta per la sua diversità. Non si sa mai come e quando un diverso, dopo tante vessazioni, decide di reagire, però possiamo star certi di meritarcelo. L'unica domanda è: la nostra maledizione sarà equa?

mercoledì 7 gennaio 2015

Le notti di Salem - Stephen King

   Negli ultimi anni c’è stata una sovrappopolazione di vampiri nei libri, e se alcuni hanno mantenuto una certa fedeltà all’ormai mitico “Dracula” di Bram Stoker, altri si sono trasformati a piacimento degli autori in mammolette che farebbero rivoltare il suddetto Bram nella tomba.
   Ecco perché avevo grandi aspettative per “Le notti di Salem”. Speravo di rivedere quei bei vampiri di una volta, quelli che bevevano sangue umano, erano cattivi nell’animo e si ritraevano di fronte all’aglio. E non sono stata delusa.
 
   Jerusalem’s Lot è una piccola cittadina sonnacchiosa del New England, che non si agita più di tanto quando due nuovi abitanti aprono un negozio di mobili antichi e comprano la vecchia tenuta in cima alla collina, casa Marsten. Nonostante la casa sia stata, in precedenza, sede di orribili delitti, il paese ha altro a cui pensare, soprattutto quando un bambino scompare nel bosco e il fratello di lui muore per cause sconosciute.
   Qui inizia la curiosa infestazione che colpisce ‘Salem’s Lot, i cui abitanti muoiono uno dopo l’altro, solo per poi rialzarsi al calar della notte e mietere altre vittime. Sembra incredibile ma è così e in pochi giorni alcuni degli abitanti, accompagnati dallo scrittore Ben Maers, capiscono che cosa sta succedendo: il Lot è infestato dai vampiri.
   Salvare la città potrebbe essere impossibile ormai, quasi tutti gli abitanti sono stati trasformati e ogni notte se ne aggiunge qualcuno alle schiere maledette. L’unica cosa da fare è cercare coloro che hanno iniziato tutto quanto, i misteriosi uomini trasferitisi a casa Marsten.
 
   Vorrei farvi riflettere sulla natura dei vampiri.
   Un po’ perché leggevo questo libro (che sotto Natale è… wow!, lettura consigliata!) ma soprattutto grazie al commento di un piccoletto di otto anni di mia conoscenza, ho cominciato a pensare che quello di King è uno dei libri sui vampiri più realistici che abbia mai letto.
   ‘Sto piccoletto di otto anni di cui vi parlavo, proprio il giorno di Natale salta fuori con un commento molto arguto: «Ma i vampiri sarebbero facili da battere: hanno paura di tutto! Dell’aglio, delle croci, dell’acqua santa, del sole… Sono un po’ sfigati.» E in effetti a pensarci bene è proprio così.
Dalla serie tv del 1979.
   La cosa bella del romanzo di King è che i vampiri, pur rispettando i canoni classici, riescono ad essere un nemico pericoloso ma al tempo stesso che è possibile sconfiggere. Quando un nemico è troppo potente possono succedere due cose: o il protagonista vince grazie ad un escamotage magari anche forzato, oppure perde e basta. In questo caso è preferibile la seconda opzione, che almeno rende la storia verosimile. In altri libri o film sui vampiri ci vengono mostrati questi esseri brutti quanto cattivi – o spaventosamente belli quanto cattivi – che sono duri come la roccia, veloci come il vento, forti come un tirannosauro. Nonostante questo il protagonista trionfa… Be’, ma scherziamo?
   In “Le notti di Salem” il vampiro per eccellenza non riesce ad essere sconfitto perché non riescono a trovarlo di giorno. Di notte cercano di starne ben alla larga ovviamente, ma fanno fatica a trovarlo quando è più vulnerabile perché questo vampiro è più astuto di loro. Sa come non farsi trovare, si nasconde da decine di centinaia di anni.
   Una cosa che non salta fuori mai quando si parla di vampiri è la loro esperienza e quanto dovrebbero essere intelligenti e furbi. Ci troviamo di fronte a creature millenarie in fondo. Per questo i vampiri di “Le notti di Salem” sono i più veri di cui abbia mai letto, e penso che il libro meriti un posto di tutto rispetto affianco a “Dracula” o simili.
   Le vicende umane sono approfondite, ma ho apprezzato il fatto che siano narrate solo quelle dei protagonisti e non quelle dell’intera cittadina, anche se è in effetti tutta Jerusalem’s Lot ad essere infestata. Come sempre il lavoro di King sui personaggi è stato ottimo, tanto che non è stato raro commuovermi in certi passaggi.
 
   In conclusione, non so se sia stato questo libro o mio nipote a fornirmi nuove idee sui vampiri che non avevo mai considerato. Fatto sta che, per un po’, di libri con i vampiri non ne leggerò, perché a pensarci bene è proprio vero. Sono sfigati.

domenica 7 dicembre 2014

Cose preziose - Stephen King

   Fra la pila di libri del caro zio Stephen (me ne mancano ancora due fra quelli che ho scelto di leggere!), questo era uno di quelli che mi incuriosiva di più. La trama era interessante, lo stile era quello incalzante di King e io ero proprio in vena di leggere un bel romanzo horror.
   La delusione, ahimè, si è fatta sentire su più fronti.
 
   La curiosità è forte a Castle Rock, piccolo paesino di provincia del Maine, quando il signor Leland Gaunt arriva in città e apre un nuovo negozio che chiama “Cose preziose”. Per ogni acquirente c’è l’articolo giusto, e il signor Gaunt chiede così poco in cambio! Un prezzo da mercatino delle pulci, e la promessa di fare un piccolo scherzo al vicino. Ma cos’è, in fondo, uno scherzetto, in confronto a quello che il signor Gaunt ha venduto loro? La possibilità di immergersi in un’avventura amorosa con Elvis per Cora Rusk, un magico rimedio per la dolorosa artrite di Polly Chalmers, la promessa di diventare ricchi con un tesoro sepolto per Asso Merrill.
   Gli abitanti di Castle Rock, uno alla volta, cadono nella trappola del signor Gaunt, e molti di loro ricevono anche scherzi di cattivo gusto. Lenzuola sporche di fango, gomme della macchina bucate, fiori e aiuole rovinati. Ognuno di loro imputa lo scherzo ad una persona che trovano particolarmente antipatica, con la quale avevano qualche conto in sospeso o degli screzi passati. In un solo giorno, poi, tutto esplode. Letteralmente.
   Gaunt, grazie a due soci soggiogati con la persuasione, fa piazzare delle bombe lungo tutta la città Nel frattempo tutti coloro che avevano subìto brutti scherzi, accecati dall’odio e dalla paura che qualcuno possa rubare il prezioso oggetto che hanno acquistato da Gaunt, si recano dalla persona tanto odiata con l’intento di ucciderla. Tutti sono stati aizzati contro tutti, la polizia non sa più cosa fare, e persino una tempesta ci si mette a fare interferenza con le onde radio!
   Alla fine è lo sceriffo Alan Pangborn a scoprire che cos’ha intenzione di fare Gaunt. Mentre la città è nel caos e infestata di cadaveri, il commerciante aveva fatto le valige e stava per andarsene con il suo ricavato: le anime di quelli che erano morti, disposti a vendere persino loro stessi per una mera illusione.
   Lo sceriffo fa fuggire Gaunt, costringendolo a lasciar andare le anime dei compaesani, grazie ai suoi trucchi di magia che, incredibilmente, divengono realtà. Leland Gaunt scompare, ma non per sempre. Un altro negozio apre, da qualche altra parte. “Desideri esauditi”. Con un nome così, chi lo sa, potrebbe vendere qualsiasi cosa…
 
Leland Gaunt nel film del '93.
Era interpretato da Max Von Sydow
   Considerando che il libro non mi è piaciuto, sono piuttosto soddisfatta di come ho riassunto la trama. Di solito, se il libro non mi piace, il riassunto mi viene freddo e distaccato.
   In questo caso non è così solo perché l’unica cosa che mi è piaciuta di questo libro è la trama. Inizialmente cattura grazie a quell’elemento magico, il fatto che tutti rimangano stregati da Gaunt. Poi si rimane coinvolti nella vicenda e, nostro malgrado, vogliamo sapere come va a finire. La trama è ben costruita, purtroppo il ritmo non è incalzante. Non lo definirei nemmeno lento, sarebbe un insulto alla lentezza: è lumachesco.
   Ho fatto una tale fatica a finirlo! Già vedere quanto tempo ci ho messo è un indizio: quasi due mesi. Quasi due mesi per un libro di seicento pagine. La cosa noiosa di questo romanzo è che ogni singola cosa è descritta sin nei minimi particolari. Come se, raccontando la mia giornata, dicessi: «Oggi mi sono svegliata e sono rimasta nel letto per qualche minuto. Ho aperto gli occhi. Mi sono guardata attorno. Poi mi sono alzata e sono andata in bagno. Mi sono guardata allo specchio (che faccia da schiaffi ragazzi! Non per nulla sono raffreddata).» Insomma, mi sono spiegata? Questa è di gran lunga la pecca più grande del romanzo.
   Un’altra cosa che non mi è piaciuta (l’ultima, giuro) è la fine. Sono felice di constatare che non finisce proprio bene – veritiero – ma non sono altrettanto felice della battaglia finale fra lo sceriffo Pangborn e il signor Gaunt. Negli ultimi, cruciali momenti, Alan Pangborn esegue della vera e propria magia: vede un serpente di cartapesta trasformarsi in un vero serpente, sputa fiamme dalla manica della giacca, e fa fuggire in questo modo Gaunt. Il tutto, senza nemmeno fare una piega, come se sapesse già che il suo innocuo serpente giocattolo, quando lanciato verso il signor Gaunt, diventerà un animale vero. Alan Pangborn è un adulto, lungo tutta la storia non dimostra di credere nella fantasia o cose del genere, quindi perché dovrebbe riuscire a sconfiggere un demone con la magia? In “It” era diverso, si parlava di bambini, con loro la fantasia si spreca! Qui invece non ha senso.
 
   Passiamo alle cose positive. Indubbiamente King è un ottimo scrittore, perché non è da tutti riuscire a descrivere come si vive in un piccolo paese di provincia, tracciandone la storia e introducendo moltissimi personaggi. Soprattutto quest’ultima cosa è lodevole.
   Vi sono moltissimi personaggi che entrano in gioco in “Cose preziose”, e nessuno di questi viene tralasciato. Tutti sono chiari, hanno una personalità che rispetta le loro azioni e i loro pensieri, sono reali.
 
   Il titolo originale del libro è “Needful things”. Una volta tanto sono abbastanza soddisfatta di come è stato tradotto il titolo. Needful significa necessario, indispensabile. Capisco che una traduzione alla lettera non sarebbe stata altrettanto efficace, però cose preziose suona bene.
 
   Per concludere, ovviamente gli amanti di King riterranno questo l’ennesimo capolavoro del Re. Ma gli amanti con un po’ di senso critico potranno perlomeno convenire con me che non si tratta del suo lavoro migliore?

mercoledì 8 ottobre 2014

Doctor Sleep - Stephen King

   Ho finito da poco di leggere “Doctor Sleep”, di Stephen King.
   Non ho molto da dire al riguardo, per la verità, ma solo perché ne ho piene le scatole di Stephen King. Insomma, non di lui in particolare, e nemmeno dei suoi libri (li leggo volentieri, altrimenti non li leggeri nemmeno), ma solo di parlare di lui.
   Passerà del tempo prima che recensisca come si deve un altro dei suoi romanzi, spero che non me ne voglia (ma non credo proprio!).
   La seguente non è una recensione, è una sfilza di cose che mi sono piaciute e non mi sono piaciute di questo libro.
 
 
   Nelle note d’autore alla fine del libro, King dice che dopo aver scritto “Shining”, mentre firmava degli autografi, un suo fan gli ha chiesto che fine avesse fatto Danny Torrence, il bambino protagonista. Questa domanda gli ronzava in testa ogni tanto, ma lui non ci dava troppo peso. Un giorno, improvvisamente, l’ispirazione lo ha colpito e ha partorito “Doctor Sleep”.
   Be’, cominciamo con il dire che, se fosse dipeso da me, non sarebbe mai nato nessun libro. A mio parere “Shining” era bello che concluso, e come potete leggere dalla mia recensione del libro, non è che mi avesse emozionato tanto, per cui non mi chiedevo che fine avessero fatto i personaggi. Mi sembrava scontato che Danny e la mamma avrebbero vissuto una vita pacifica fino alla fine dei loro giorni, tormentandosi ogni tanto per quel che era successo in passato ma vivendo, tutto sommato, felici.
   In fin dei conti però sono abbastanza contenta che il tarlo «Cos’è successo a Danny Torrence» abbia spinto King a scrivere un nuovo libro con lui come protagonista perché, se da bambino mi lasciava indifferente, da adulto Danny mi è piaciuto molto di più.
   Possiamo dire anche che mi sono innamorata di lui, come solo di un personaggio letterario ci si può innamorare. Speravo con tutta me stessa che alla fine del libro Dan avrebbe vissuto una maggica storia d’ammore  nella quale io avrei potuto crogiolarmi (sì, ultimamente voglio leggere storie d’amore, okay? A chi abbia da consigliarne di carine dico, avanti siore e siori!).
   A parte lui anche l’altra protagonista, Abra, mi è piaciuta molto. Una ragazzina di tredici anni risoluta, sensibile, divertente e con un potere enorme. La luccicanza in Abra è mille volte più potente che in Dan. Se lui è una lampadina, Abra è un faro da stadio.
   Proprio questo, a mio parere, rovina un po’ la storia. Nonostante il gruppo del Vero Nodo, che si nutre della luccicanza dei bambini torturandoli e uccidendoli, voglia prendere Abra per cibarsene, diventa subito ovvio che la ragazzina è troppo forte per loro. Non c’è assolutamente storia e, sebbene alla fine del libro King ci faccia salire l’ansia per quello che succederà, non ho mai dubitato nemmeno un secondo che Abra e Dan avrebbero vinto. Abra è troppo potente, è logico che vinca lei. Senza averlo mai fatto riesce a scacciare dalla sua testa una donna molto forte che cerca di frugarle nel cervello, facendole anche del male fisico a distanza di kilometri. Ora ditemi se una così, quando si concentra, non può fare fuori tutti i suoi nemici!
 
   Se qualcuno avesse letto il libro, comunque, e si fosse affezionato talmente ai personaggi da voler leggere qualche altro libro con loro come protagonisti, potremmo semplicemente decidere di andare da Stephen King e, casualmente, chiedergli: «Scusa ma, dopo “Doctor Sleep”, che fin ha fatto Abra?»