lunedì 13 agosto 2018

Parigi

Sapete che ogni tanto vi allieto con i resoconti delle mie vacanze, quindi ecco quella di quest’anno – e quale periodo migliore dell’estate per parlare di vacanze?
Quest’anno sono andata a Parigi. O meglio, sono tornata a Parigi. Erano anni che volevo farlo, penso da quasi dieci anni. È una di quelle città di cui mi sono innamorata per la sua atmosfera, più che per la visita in sé. Certo, visitare la città è stato bellissimo, sono stati bellissimi i musei, guardare fuori dai finestrini della metro quando viaggiava sopra la città, perdersi nelle stradicciole di Montmartre. Eppure quel che ricordo meglio è la sensazione che tutto sia tranquillo, come se mi trovassi in una piccola porzione di spazio dove tutto va bene, una bolla allegra.
Per me Parigi non è la città dell’amore. Non è neanche la città che da qualche anno è tristemente nota per gli attentati (perché sì, mi hanno anche detto: “Vai a Parigi? Sei pazza!”). Per me è la città della primavera. Perché mi dà le stesse sensazioni che mi dà la primavera. Un pomeriggio di primavera, per essere più precisi. Un pomeriggio al parco, con la temperatura perfetta e il tempo che sembra scorrere con regole diverse. Non hai impegni per la serata, non devi andare da nessuna parte e quindi ti fermi nel tuo angolo preferito e, appena prima di ascoltare la musica, o leggere un libro, o fare qualunque cosa tu sia andato lì a fare, respiri una grossa boccata d’aria e ti rilassi.

Un piccolo scorcio della camera.
Già dal trombone e dal lampadario capite che era bellissimo!

Ma passiamo alle cose concrete!
Ho offerto la mia vita a Air BnB, soprattutto dopo aver visto i prezzi di certi appartamenti. Quello che abbiamo scelto era in una buona posizione, non troppo centrale ma vicino alla metropolitana, e anche qui se hai la metro vicino puoi fare quello che ti pare.
Era spettacoloso!, lo abbiamo scelto per quello. Molto bohémien, per calarci meglio nella parte. Era un monolocale ricavato da una soffitta pieno zeppo di cianfrusaglie, mobili antichi, strumenti di ogni sorta appesi alle pareti, quadri e foto antiche, vecchie lampade, e – per qualche motivo – una miriade di specchi (ne ho contati almeno undici). Da lì si vedevano i tetti della città e, complici anche gli strumenti, mi aspettavo di vedere Romeo ‘er mejo del colosseo’ con la banda a suonare jazz sul tetto di fianco.
Musée d'Orsay
Per quanto riguarda i musei,sul sito del Louvre e del Musée d’Orsay ci sono scritti i giorni in cui fare le visite gratuite, ma nel caso non foste così fortunati da capitare da quelle parti proprio in quei giorni è meglio prenotare online direttamente sul sito del museo (anche se dovete registrarvi e tutto, ma non ci vuole molto).
Se siete appassionati di arte o semplicemente meticolosi nelle visite, prendetevi un intero pomeriggio per il Louvre. Accaparratevi una cartina appena entrati e cercate di capirci qualcosa: è immenso e labirintico. Meno impegnativo ma, a mio parere, più suggestivo, è il Musée d’Orsay, i cui soffitti altissimi e la possibilità di passare lungo quelle che una volta erano la struttura della vecchia stazione, rendono la visita più completa e più bella.
Altro museo da visitare assolutamente è il Musée Rodin, soprattutto i giardini. Mi sarebbe piaciuto che le statue all’esterno fossero più curate, ma sembra che la natura prenda facilmente il sopravvento sulle opere. Comunque gironzolare lungo il parco, fra gli alberi e i sentierini, e scoprire le diverse statue è un’esperienza da fare!
Altro luogo da visitare è certamente il cimitero di Père Lachaise, io l'ho trovato meraviglioso. Suggestivo, tranquillo ma nonostante tutto molto solenne (come si conviene a un luogo di culto).



Due quartieri hanno avuto la mia totale attenzione in questo viaggio: quello latino e Montmartre.
Il primo è il classico quartiere medioevale, è la parte più vecchia della città e prende questo nome perché un tempo era il quartiere abitato dagli studiosi, che parlavano quotidianamente latino. Questa è una delle zone che non hanno subito riqualificazioni urbanistiche e infatti si possono ritrovare strade piccole e tortuose, vecchi palazzi affastellati uno vicino all’altro e un’atmosfera vivace dovuta ai tanti ristoranti e negozi.
Montmartre è più ariosa, ma non per questo più facile da percorrere, infatti sorge su una collina e passeggiare per il quartiere… be’, diciamo che è un esercizio! Se non ricordo male fino alla fine dell’800 era considerata una zona povera, vi sorgevano ancora vigneti, cascine e le baracche dei più poveri. Pian piano però la città si è allargata e anche la collina di Montmartre è stata riqualificata con vere strade e anche lì le cascine sono state sostituite da palazzi.
La più grande e ambiziosa opera è la basilica del Sacré Coeur, sicuramente da visitare. Se avete tempo fermatevi sui gradini ad ascoltare qualcuno dei tanti musicisti che si esibiscono da quelle parti. Prima di arrivare alla basilica c’è una lunga salita piena di negozietti di souvenir e, dopo aver salito tutti i gradini ed essere passati di fianco all’edificio, si accede a delle stradine piene di ristoranti.
Se poi avete voglia di esplorare il quartiere potete andare alla ricerca del “Muro dei ti amo”, in una zona molto più tranquilla, lontana dalle masse di turisti.



Mi sono affezionata a Île de la cité, tanto che ho insistito con Il Fidanzato a fermarci nel parchetto che sta proprio sulla punta dell’isola, al quale si può accedere dal Pont Neuf (mi sono affezionata anche a lui: non sapevo, prima, che ci si potesse affezionare a un ponte).
Ovviamente è stato d’obbligo un salto alla Tour Eiffel, rigorosamente di sera perché è più suggestiva. Altra tappa è stata Notre Dame, ma questa volta non mi sono limitata a visitare l’interno della cattedrale. Se avete la possibilità consiglio caldamente una visita alle torri, dalle quali si ha una vista sulla città molto bella. Inoltre si possono vedere i famosi garogoyle e – è stata una vera sorpresa – accedere al campanile!



Insomma, Parigi è una città da vedere almeno una volta nella vita. La sua storia è scritta in ogni quartiere, edificio, in ogni piazza. Si divide fra gli acciottolati stretti e le casupole dipinte a colori pastello, agli opulenti palazzi barocchi, fino ai boulevard e le piazze napoleoniche, che non descriverei in altro modo se non monumentali.
Non so se ci tornerò ancora, a Parigi, perché ci sono così tanti posti da conoscere, visitare, scoprire. Ma di certo avrà sempre un posto di riguardo fra le mie città preferite, grazie all’atmosfera magica che vi si respira.
Quella, e il fatto che lì ho scoperto il frappuccino e il chai tea latte: Starbucks rulleggia.


domenica 5 agosto 2018

Il lato oscuro

Dopo tanti mesi (da febbraio mi pare) torno su questi lidi. Si vede che ogni tanto ho bisogno di una pausa dal blog.
Nonostante il precedente post inviti alla lettura, di libri in questo periodo ne ho letti pochissimi. Mi è venuto il blocco del lettore dopo essermi arenata a metà di “Via col vento”, vinta dalla malignità e cocciutaggine della protagonista – non sono sicura che si possa detestare Rossella, forse c’è una legge che lo impedisce e io ero l’unica a non saperlo, perché ho sempre sentito solo parole entusiaste su di lei ma, dopo averla letta, non me ne spiego il motivo. Ancora non mi sono ripresa del tutto, anche se “Ritratto in seppia” della Allende sta aiutando parecchio.
Un po’ per questo, un po’ perché si vede che non era il momento giusto, ho smesso di aggiornare. Non è stato volontario, semplicemente non avevo ispirazione per scrivere i post. Ma non mi andava di forzarli, e quindi eccomi qui dopo tanto, tanto tempo.

Una delle cose che mi è sempre piaciuta dello scrivere è la revisione del testo. Lo so, che tanti autori la detestano, o la vedono con orrore, o forse che la considerano una delle parti più noiose, meno creative, una delle cose legate ai doveri dello scrivere, più che ai piaceri. Eppure a me non è mai pesato particolarmente rileggere, correggere, fare considerazioni su tutti gli aspetti della storia e modificare lì dove necessario, anche grandi porzioni di testo. Mi è sempre piaciuto revisionare, sia sulle mie storie che su quelle altrui, di cui magari mi veniva richiesto un parere o una piccola correzione.
Non ho mai creduto veramente nei corsi di scrittura creativa, perché mi sembra che la scrittura sia qualcosa che non si può insegnare. Nella mia esperienza ciò che serve per migliorare nella scrittura è leggere tantissimo e fare pratica tutte le volte che si può. Inoltre sono convinta che ci voglia quel certo non-so-ché, una sensibilità particolare, un’idea, un modo di mettere le parole una dietro all’altra e riuscire a infondere a ognuna di esse una scintilla, e tutte messe assieme quelle scintille fanno dei fuochi d’artificio. Mica cose che si insegnano a un corso!
Ma per editare ci sono delle regole, mi sono detta. Quindi ho deciso di iscrivermi ad un corso di editoria.
Poi ho scoperto che, di regole, è come se non ce ne fossero.

Ho quasi sempre sentito parlare con sospetto degli editori, di alcuni grandi editori persino con biasimo, di quelli piccoli invece con grande ammirazione. Sono indubbiamente realtà diverse ed operano con modalità molto differenti e a volte, mi viene da pensare, con fini differenti (oltre a quello economico s’intende). Be’ sappiate intanto che non sono passata al lato oscuro, anzi sappiate che non c’è nessun lato oscuro.
Tutti gli insegnanti del corso erano persone che da anni lavorano nel settore e se c’è qualcosa che ho notato con immenso piacere è che tutti – non uno escluso – si sono dimostrati entusiasti del loro lavoro. Così come noi corsisti, impazienti di imparare e capire quello che a volte sembra un mondo popolato da leggi proprie, che i lettori spesso non capiscono e chi aspira a scrivere capisce ancora meno e guarda con diffidenza, quasi le case editrici fossero un ostacolo alla pubblicazione e non il tramite.
Inizialmente devo ammettere che anche io partivo con un’idea dell’editore un po’ falsata. Falsata da ciò che vedo in libreria, dalle catene di distribuzione, dai grandi gruppi editoriali che costringono le piccole realtà a sgomitare per sopravvivere, dai romanzi che cavalcano la cresta dell’onda della moda del momento. Ma non è solo quello, per fortuna, l’editoria. Certo ci sono molte cose che ho capito e con le quali non mi trovo d’accordo, tuttavia non posso chiudere gli occhi davanti a un fatto: chi lavora in ambiente editoriale è, prima di tutto, un lettore appassionato.

Sembra scontato da dire ma vale la pena ricordarlo, ogni tanto.
Sono lettori appassionati i professori che ci hanno tenuto lezioni sull’editing e la correzione di bozze, sulla grafica del libro, sulla filiera della distribuzione, sul marketing e la vendita del prodotto. Lo sono, o non si sarebbero avvicinati a quel mondo, perché è uno di quelli difficili da raggiungere e che non paga così tanto o così in fretta. Così come sono lettori appassionati tutti i corsisti, che se riusciranno a ritagliarsi il loro spazio in quel settore sarà una gran fortuna, perché ho conosciuto persone che desiderano davvero dare il loro contributo per scoprire opere bellissime e farle conoscere a tutti, persone che vorrebbero che tutti quanti capissero quanto è bello prendere in mano un libro e perdervisi.
E l’ho capito che non è così romantico, che si tratta soprattutto di duro lavoro, di leggere tantissimo e trovare pochissimo di veramente bello, di passare tanto tempo a fare ricerche sui più svariati argomenti, e scervellarsi su una parola o una virgola, e di scontrarsi con chi ti dice che non crede in un romanzo che ti ha entusiasmato, e cercare di essere il più empatici possibile con gli autori che ti hanno affidato la loro opera e magari sono un tantino restii ad accogliere suggerimenti, e un sacco di altre cose che abbiamo solo percepito, durante questo corso.
Però, alla fine, dopo tutto questo lavoro, ecco nascere qualcosa di meraviglioso: un libro. Che non è più solo dell’autore, ma è anche degli editor che ci hanno lavorato e hanno passato ore intere a parlare con gli scrittori di questo o quel personaggio o solo di una frase o di un punto. È del grafico che ha impaginato e pensato alla copertina, ai colori, al soggetto, così come del marketing che lo ha lanciato sul mercato e dei librai che lo hanno scelto in mezzo a centinaia di altri.
Ma soprattutto è anche dei lettori, quelli che si perderanno dentro i fuochi d’artificio.

Non so se questo corso cambierà qualcosa per me. Intanto ha cambiato il mio modo di vedere gli editori, e di approcciarmi allo scrivere.
Mi ha fatto capire che un giorno, se invierò un manoscritto a una qualunque redazione e questa lo vorrà pubblicare, avrò già trovato qualcuno a cui il mio lavoro è piaciuto, qualcuno che ci ha creduto. E magari è una sola persona, ma va bene anche così. Perché dopo di me, che ho investito tempo, speranze, e mi sono rimboccata le maniche e mi sono messa in gioco per inviare il mio libro a qualcun altro, c’è stato quel lettore. Quell’unico lettore che lavora in una redazione e ha voluto mettersi in gioco a sua volta, dicendo che il mio romanzo dovrebbe essere letto.
  Ci sarebbe molto da dire ancora su questo argomento – abbastanza da riempirci un libro, tu pensa! – ma l’ultima cosa che mi viene da dire è questa: forse, se gli autori e i lettori che puntano il dito contro le case editrici, perché loro sono il male e si approfittano di tutto e tutti, se si fermassero un attimo a pensarci capirebbero che non è proprio così. E magari un giorno, se noi lettori per primi smettessimo di comprare ai parenti per Natale l’ultimo best seller perché siamo sicuri che leggeranno solo quello, o il libro che va di moda perché “vediamo che dice, per essere così venduto”, o la biografia del calciatore scritta da un ghost writer o chi più ne ha più ne metta, allora forse riusciremmo a ritrovare quell’editoria di qualità che adesso è solo di nicchia, e che tutti ricordano con un’espressione sognante che manco Homer Simpson con la ciambella.

martedì 31 luglio 2018

Per salvarsi


Sui treni, per salvarsi, per fermare la perversa rotazione di quel mondo che li martellava di là dal vetro, e per schivare la paura, e per non farsi risucchiare dalla vertigine della velocità che certo doveva  continuamente bussargli nel cervello quanto meno nella forma di quel mondo che strisciava di là del vetro in forme mai viste prima, meravigliose certo, ma impossibili perché il solo concederglisi per un attimo istantaneamente rimetteva in corso la paura, e di conseguenza quell’ansia densa e informe che cristallizzata in pensiero si rivelava a tutti gli effetti nient’altro che il sordo pensiero della morte – sui treni, per salvarsi, presero l’abitudine di consegnarsi a un gesto meticoloso, una prassi peraltro consigliata dagli stessi medici e da insigni studiosi, una minuscola strategia di difesa, ovvia ma geniale, un piccolo gesto esatto, e splendido.
Sui treni, per salvarsi, leggevano.
Linimento perfetto. La fissa esattezza della scrittura come sutura di un terrore. L’occhio che trova nei minuscoli tornanti dettati dalle righe la nitida scorciatoia per sfuggire all’indistinto flusso di immagini imposto dal finestrino. Vendevano, nelle stazioni, delle apposite lampade, lampade per la lettura. Si reggevano con una mano, descrivevano un intimo cono di luce da fissare sulla pagina aperta. Bisogna immaginarselo. Un treno in corsa furibonda su due lame di ferro, e dentro il treno un angolo di magica immobilità ritagliato minuziosamente dal compasso di una fiammella. La velocità del treno e la fissità del libro illuminato. L’eternamente cangiante multiformità del mondo intorno e l’impietrito microcosmo di un occhio che legge. Come un nòcciolo di silenzio nel cuore di un boato.

Alessandro Baricco, Castelli di rabbia, Milano, RCS Libri, 1997, settima edizione, pg. 245

sabato 24 febbraio 2018

Fantasy over 18

Vi sarà capitato di leggere, fra le pagine del blog, che una volta leggevo tantissimi libri fantasy, ma adesso fatico moltissimo a trovare un fantasy che susciti il mio interesse. Per un giovane lettore credo sia molto facile avvicinarsi a questo genere, soprattutto qui in Italia. La grande distribuzione vede il fantasy come un genere dedicato ai ragazzi, quindi l’offerta è molto ampia, più ampia di qualunque altro genere per la fascia di età compresa fra i tredici e diciassette o diciotto anni. Forse è proprio questo il motivo per cui, ora che ci penso, non trovo moltissimi romanzi fantasy che mi andrebbe di leggere. Perché sono, a tutti gli effetti, libri per ragazzi che sento di aver già assimilato e che posso leggere con piacere, ma che non mi impegnano e non mi stupiscono più come una volta.
Ciò che prima cercavo in un libro erano avventure gloriose, storie d’amore in sottofondo, un mondo totalmente diverso in cui poter evadere. Ero una ragazzina e non avevo particolare esperienza oltre ai libri per bambini, di cui cominciavo a stancarmi. Ero pronta per romanzi più complessi e il fantasy è un genere che ben si adatta a introdurre un lettore giovane a qualcosa di più articolato.

Ho cominciato così con la Saga dell’Eredità di Paolini, con Il signore degli Anelli, i romanzi di Walter Moers ambientati a Zamonia (“dove tutto è possibile tranne la noia”), e come non citare i già famosi Harry Potter e Abarat. Ce ne sono stati altri sempre su questa scia, ma a differenza di quelli citati non mi hanno lasciato molto – infatti non mi ricordo i titoli. Quando mi sono tutto sommato abituata a vivere in un mondo di maghi, draghi, antiche profezie, e lunghi viaggi per salvare il mondo, mi sono guardata attorno alla ricerca di altri libri e ho scoperto che molti – moltissimi – seguivano lo stesso schema e, per me, non erano più così interessanti.
Però mi manca il fantasy. Mi manca scoprire delle terre incredibili, popolate da esseri misteriosi, dominate da leggi particolari, dalla magia, dalle leggende e dal surreale. Mi manca perdermi in un’avventura in cui può succedere qualsiasi cosa, e nella quale ci si può affezionare a personaggi peculiari.
Per ovviare a questa nostalgia ho provato più volte a leggere i romanzi che hanno preso piede negli ultimi anni, i cosiddetti urban fantasy, ma non sono riuscita ad appassionarmi. Molti hanno amato la serie di Cassandra Clare, “Shadowhunters”, o la saga dei Bambini speciali di Miss Peregrine, che ho letto con molte aspettative. Non mi hanno toccata più di tanto, pur trovando alcuni di questi libri carini, ma non più adatti al mio modo di sentire – infatti sono certa che li avrei adorati se li avessi letti qualche anno fa.
Mi rendo conto di sentire la mancanza di un genere fantasy per adulti, ma non come Trono di Spade, le cui parti migliori sono proprio quelle che di fantasy hanno ben poco. Un fantasy scevro dalle emozioni travolgenti dei suoi protagonisti più giovani, un fantasy in cui non siano protagonisti solamente gli adolescenti, che oltre ad affrontare battaglie per il loro mondo devono affrontare le battaglie dell’età. Vorrei un fantasy in cui i protagonisti siano già maturati, in cui la storia d’amore non sia d’obbligo, dove ci siano dei protagonisti in cui potermi riconoscere e i problemi personali siano altri di quelli soliti – come trovare il coraggio di dichiararsi alla bella elfa o ignorare il mago bulletto di turno.
Ho letto pochissimi romanzi fantasy che mi siano piaciuti, ultimamente, e la cosa un po’ mi rattrista perché sono quelli cui più mi sono appassionata. Non è il genere ad avermi stancata, forse è solo che non riesco più a trovare quello giusto per me. E un po’ penso sia colpa del concetto che abbiamo qui, di cui prima parlavo: i romanzi fantasy sono per ragazzi.
Forse sono io che non riesco più ad avvicinarmi ad un tipo di lettura semplice, a volte scontata ma così travolgente per i giovani lettori (come lo è stata per me). Ma mi chiedo: perché non può esistere un fantasy in cui dimenticare, per una volta, che deve esserci la protagonista atipica, e il protagonista affascinante, e un cattivo tutto sommato belloccio, e un triangolo amoroso, e una serie di tare mentali per la povera coppia? Perché mi sono un po’ stancata di leggere e intuire come andrà a finire, di usare il fantastico come scusa per il romantico.
Solo io sento la mancanza di un fantasy più adulto? O lo sentite anche voi?

domenica 11 febbraio 2018

Dovremmo essere tutti femministi – Chimamanda Ngozi Adichie

Non leggo molti saggi, penso di poter contare su una mano tutti quelli che ho letto sin’ora. Non so come mai, forse perché ho sempre paura che siano noiosi. Mi piacerebbe ogni tanto prendere un libro che non sia di narrativa e potermi immergere, e nel contempo apprendere, riflettere. Ad esempio vorrei leggere delle belle biografie, o studi riguardo ad argomenti che mi interessano, per saperne di più.
Scorrendo la mia wishlist ci sono pochissimi saggi, forse due o tre in tutto. E ora, uno di meno.

Il motivo per cui mi ha incuriosita “Dovremmo essere tutti femministi”, piccolo phamplet della Adichie (di cui ho già in wishlist da tempo immemore “Americanah”), è principalmente che ho sempre visto il femminismo come un movimento sospetto.
Sono curiosa riguardo le opinioni sul femminismo, perché ce ne sono moltissime e la maggior parte sono contrastanti.  La prima cosa che si pensa quando si parla di femminismo sono le prime manifestazioni anni ’60 con le quali le donne hanno cominciato a ribellarsi ad un sistema che le voleva angeli del focolare. Poi vengono alla mente i luoghi comuni sulla feroce femminista-tipo: non si depila, odia tutti gli uomini e non ha un fidanzato, è sempre arrabbiata, e non dimentichiamo che ha forti probabilità di essere lesbica – non è chiaro se essere femminista sia una conseguenza o un risultato dell’orientamento sessuale. Gli esperti ancora dibattono su questo argomento.

Una delle cose che vengono in mente a me, invece, è che il femminismo si fa portatore di battaglie che io non supporto, per questo sono così restia a definirmi femminista, nonostante sia del tutto favorevole all’uguaglianza dei sessi.
Mi sembra che il femminismo voglia che la donna somigli all’uomo, non che la donna abbia pari diritti e opportunità. Come se l’uomo fosse il prototipo ideale che dobbiamo raggiungere. Si fanno i complimenti a una donna dicendo che “ha le palle”, si pensa che la donna di oggi debba essere tosta, forte, non farsi intimidire, fare carriera. Tutte caratteristiche che appartengono alla natura maschile o comportamenti che, fino ad oggi, sono stati tipici dell’uomo.
Altra idea di cui ho sentito parlare invece è l’esatto opposto: gli uomini dovrebbero essere più come le donne. Accettare la loro sensibilità, togliersi dalla testa idee retrograde che vedono l’uomo il pilastro della famiglia, essere sempre ‘dei duri’. Credo che ci sia un fondamento di verità in questo, in quanto esistono moltissimi luoghi comuni anche sugli uomini, ma non è detto che la soluzione sia assomigliare alle donne. Piuttosto gli uomini, come noi donne, dovrebbero battersi per dimostrare che tutti i preconcetti che si hanno sul maschio sono sciocchezze.
Alcuni gruppi che si definiscono femministi dichiarano cose assurde, ad esempio che se l’uomo può andare in giro a torso nudo allora anche le donne dovrebbero poterlo fare. Quello non è femminismo, è solo mancanza di buon senso.

Per questo non apprezzo il femminismo, almeno per come lo definiamo oggi. Penso che ci sia bisogno di un femminismo diverso, il tipo di femminismo che ho scoperto nelle parole della Adichie e nel quale mi sono finalmente rispecchiata.
Le donne vengono ancora rese oggetto di ingiustizia nella nostra società, che fra l’altro è quella dove ce la passiamo meglio. Esistono paesi e culture nelle quali le donne vengono maltrattate fisicamente, mentalmente, e tutto ciò non è contro la legge ma, anzi, ne fa parte! In alcuni paesi la donna è inferiore per cultura. Chi dice che ormai il femminismo non ha ragione di esistere ha torto, e la realtà in cui viviamo lo dimostra tutti i giorni.
Credo che sia sempre più voluto, oggi, un femminismo che non parla solo della donna, una sorta di femminismo bisex. Il tipo di femminismo nel quale anche gli uomini possano rispecchiarsi, che anche loro possano abbracciare, perché è giusto che sia così. Noi donne conviviamo con gli uomini, e nessun movimento per salvaguardare i nostri diritti sarà mai completo se non vi includiamo anche l’uomo. Non c’è nessuna crescita se combattiamo solo per i diritti delle donne, se cerchiamo di imporre la supremazia di un genere sull’altro.
Per questo dovremmo essere tutti femministi. Perché così facendo si elimina la distanza che c’è fra noi, si eliminano le discriminazioni e le ingiustizie nei confronti di tutti, e prima di pensare all’uomo o alla donna si pensa alla persona.


Vi lascio alcune delle frasi del libro che più mi hanno colpita e che, spero, possiate trovare interessanti.

Quindi gli uomini governano, nel vero senso della parola, il mondo. La cosa poteva avere senso mille anni fa, quando gli esseri umani vivevano in un mondo in cui la forza fisica era la qualità più importante per sopravvivere. La persona fisicamente piú forte aveva piú probabilità di diventare il capo. E gli uomini di solito sono fisicamente piú forti (è ovvio che esistono molte eccezioni). Oggi viviamo in un mondo profondamente diverso. La persona piú qualificata per comandare non è quella piú forte. È la piú intelligente, la piú perspicace, la piú creativa, la piú innovativa. E non esistono ormoni per queste qualità. Un uomo ha le stesse probabilità di una donna di essere intelligente, innovativo, creativo. Ci siamo evoluti. Ma le nostre idee sul genere non si sono evolute molto.

Facciamo un grave torto ai maschi educandoli come li educhiamo. Soffochiamo la loro umanità. Diamo della virilità una definizione molto ristretta. La virilità è una gabbia piccola e rigida dentro cui rinchiudiamo i maschi.
Insegniamo loro ad aver paura della paura, della debolezza, della vulnerabilità. Insegniamo loro a mascherare chi sono davvero, perché devono essere, per usare un’espressione nigeriana, «uomini duri».

Qualche tempo fa una giovane è stata vittima di uno stupro di gruppo in un’università nigeriana, e la reazione di molti suoi coetanei, sia maschi sia femmine, è stata piú o meno questa: sí, lo stupro è una cosa sbagliata, ma cosa ci faceva una ragazza in una stanza da sola con quattro ragazzi?
Cerchiamo, se possibile, di mettere da parte l’orribile disumanità di questa reazione. A questi nigeriani è stato insegnato a ritenere la donna colpevole per sua stessa natura. E ad aspettarsi cosí poco dagli uomini che vedere l’uomo come una creatura selvaggia priva di autocontrollo per loro è tutto sommato accettabile.