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domenica 5 agosto 2018

Il lato oscuro

Dopo tanti mesi (da febbraio mi pare) torno su questi lidi. Si vede che ogni tanto ho bisogno di una pausa dal blog.
Nonostante il precedente post inviti alla lettura, di libri in questo periodo ne ho letti pochissimi. Mi è venuto il blocco del lettore dopo essermi arenata a metà di “Via col vento”, vinta dalla malignità e cocciutaggine della protagonista – non sono sicura che si possa detestare Rossella, forse c’è una legge che lo impedisce e io ero l’unica a non saperlo, perché ho sempre sentito solo parole entusiaste su di lei ma, dopo averla letta, non me ne spiego il motivo. Ancora non mi sono ripresa del tutto, anche se “Ritratto in seppia” della Allende sta aiutando parecchio.
Un po’ per questo, un po’ perché si vede che non era il momento giusto, ho smesso di aggiornare. Non è stato volontario, semplicemente non avevo ispirazione per scrivere i post. Ma non mi andava di forzarli, e quindi eccomi qui dopo tanto, tanto tempo.

Una delle cose che mi è sempre piaciuta dello scrivere è la revisione del testo. Lo so, che tanti autori la detestano, o la vedono con orrore, o forse che la considerano una delle parti più noiose, meno creative, una delle cose legate ai doveri dello scrivere, più che ai piaceri. Eppure a me non è mai pesato particolarmente rileggere, correggere, fare considerazioni su tutti gli aspetti della storia e modificare lì dove necessario, anche grandi porzioni di testo. Mi è sempre piaciuto revisionare, sia sulle mie storie che su quelle altrui, di cui magari mi veniva richiesto un parere o una piccola correzione.
Non ho mai creduto veramente nei corsi di scrittura creativa, perché mi sembra che la scrittura sia qualcosa che non si può insegnare. Nella mia esperienza ciò che serve per migliorare nella scrittura è leggere tantissimo e fare pratica tutte le volte che si può. Inoltre sono convinta che ci voglia quel certo non-so-ché, una sensibilità particolare, un’idea, un modo di mettere le parole una dietro all’altra e riuscire a infondere a ognuna di esse una scintilla, e tutte messe assieme quelle scintille fanno dei fuochi d’artificio. Mica cose che si insegnano a un corso!
Ma per editare ci sono delle regole, mi sono detta. Quindi ho deciso di iscrivermi ad un corso di editoria.
Poi ho scoperto che, di regole, è come se non ce ne fossero.

Ho quasi sempre sentito parlare con sospetto degli editori, di alcuni grandi editori persino con biasimo, di quelli piccoli invece con grande ammirazione. Sono indubbiamente realtà diverse ed operano con modalità molto differenti e a volte, mi viene da pensare, con fini differenti (oltre a quello economico s’intende). Be’ sappiate intanto che non sono passata al lato oscuro, anzi sappiate che non c’è nessun lato oscuro.
Tutti gli insegnanti del corso erano persone che da anni lavorano nel settore e se c’è qualcosa che ho notato con immenso piacere è che tutti – non uno escluso – si sono dimostrati entusiasti del loro lavoro. Così come noi corsisti, impazienti di imparare e capire quello che a volte sembra un mondo popolato da leggi proprie, che i lettori spesso non capiscono e chi aspira a scrivere capisce ancora meno e guarda con diffidenza, quasi le case editrici fossero un ostacolo alla pubblicazione e non il tramite.
Inizialmente devo ammettere che anche io partivo con un’idea dell’editore un po’ falsata. Falsata da ciò che vedo in libreria, dalle catene di distribuzione, dai grandi gruppi editoriali che costringono le piccole realtà a sgomitare per sopravvivere, dai romanzi che cavalcano la cresta dell’onda della moda del momento. Ma non è solo quello, per fortuna, l’editoria. Certo ci sono molte cose che ho capito e con le quali non mi trovo d’accordo, tuttavia non posso chiudere gli occhi davanti a un fatto: chi lavora in ambiente editoriale è, prima di tutto, un lettore appassionato.

Sembra scontato da dire ma vale la pena ricordarlo, ogni tanto.
Sono lettori appassionati i professori che ci hanno tenuto lezioni sull’editing e la correzione di bozze, sulla grafica del libro, sulla filiera della distribuzione, sul marketing e la vendita del prodotto. Lo sono, o non si sarebbero avvicinati a quel mondo, perché è uno di quelli difficili da raggiungere e che non paga così tanto o così in fretta. Così come sono lettori appassionati tutti i corsisti, che se riusciranno a ritagliarsi il loro spazio in quel settore sarà una gran fortuna, perché ho conosciuto persone che desiderano davvero dare il loro contributo per scoprire opere bellissime e farle conoscere a tutti, persone che vorrebbero che tutti quanti capissero quanto è bello prendere in mano un libro e perdervisi.
E l’ho capito che non è così romantico, che si tratta soprattutto di duro lavoro, di leggere tantissimo e trovare pochissimo di veramente bello, di passare tanto tempo a fare ricerche sui più svariati argomenti, e scervellarsi su una parola o una virgola, e di scontrarsi con chi ti dice che non crede in un romanzo che ti ha entusiasmato, e cercare di essere il più empatici possibile con gli autori che ti hanno affidato la loro opera e magari sono un tantino restii ad accogliere suggerimenti, e un sacco di altre cose che abbiamo solo percepito, durante questo corso.
Però, alla fine, dopo tutto questo lavoro, ecco nascere qualcosa di meraviglioso: un libro. Che non è più solo dell’autore, ma è anche degli editor che ci hanno lavorato e hanno passato ore intere a parlare con gli scrittori di questo o quel personaggio o solo di una frase o di un punto. È del grafico che ha impaginato e pensato alla copertina, ai colori, al soggetto, così come del marketing che lo ha lanciato sul mercato e dei librai che lo hanno scelto in mezzo a centinaia di altri.
Ma soprattutto è anche dei lettori, quelli che si perderanno dentro i fuochi d’artificio.

Non so se questo corso cambierà qualcosa per me. Intanto ha cambiato il mio modo di vedere gli editori, e di approcciarmi allo scrivere.
Mi ha fatto capire che un giorno, se invierò un manoscritto a una qualunque redazione e questa lo vorrà pubblicare, avrò già trovato qualcuno a cui il mio lavoro è piaciuto, qualcuno che ci ha creduto. E magari è una sola persona, ma va bene anche così. Perché dopo di me, che ho investito tempo, speranze, e mi sono rimboccata le maniche e mi sono messa in gioco per inviare il mio libro a qualcun altro, c’è stato quel lettore. Quell’unico lettore che lavora in una redazione e ha voluto mettersi in gioco a sua volta, dicendo che il mio romanzo dovrebbe essere letto.
  Ci sarebbe molto da dire ancora su questo argomento – abbastanza da riempirci un libro, tu pensa! – ma l’ultima cosa che mi viene da dire è questa: forse, se gli autori e i lettori che puntano il dito contro le case editrici, perché loro sono il male e si approfittano di tutto e tutti, se si fermassero un attimo a pensarci capirebbero che non è proprio così. E magari un giorno, se noi lettori per primi smettessimo di comprare ai parenti per Natale l’ultimo best seller perché siamo sicuri che leggeranno solo quello, o il libro che va di moda perché “vediamo che dice, per essere così venduto”, o la biografia del calciatore scritta da un ghost writer o chi più ne ha più ne metta, allora forse riusciremmo a ritrovare quell’editoria di qualità che adesso è solo di nicchia, e che tutti ricordano con un’espressione sognante che manco Homer Simpson con la ciambella.

martedì 31 luglio 2018

Per salvarsi


Sui treni, per salvarsi, per fermare la perversa rotazione di quel mondo che li martellava di là dal vetro, e per schivare la paura, e per non farsi risucchiare dalla vertigine della velocità che certo doveva  continuamente bussargli nel cervello quanto meno nella forma di quel mondo che strisciava di là del vetro in forme mai viste prima, meravigliose certo, ma impossibili perché il solo concederglisi per un attimo istantaneamente rimetteva in corso la paura, e di conseguenza quell’ansia densa e informe che cristallizzata in pensiero si rivelava a tutti gli effetti nient’altro che il sordo pensiero della morte – sui treni, per salvarsi, presero l’abitudine di consegnarsi a un gesto meticoloso, una prassi peraltro consigliata dagli stessi medici e da insigni studiosi, una minuscola strategia di difesa, ovvia ma geniale, un piccolo gesto esatto, e splendido.
Sui treni, per salvarsi, leggevano.
Linimento perfetto. La fissa esattezza della scrittura come sutura di un terrore. L’occhio che trova nei minuscoli tornanti dettati dalle righe la nitida scorciatoia per sfuggire all’indistinto flusso di immagini imposto dal finestrino. Vendevano, nelle stazioni, delle apposite lampade, lampade per la lettura. Si reggevano con una mano, descrivevano un intimo cono di luce da fissare sulla pagina aperta. Bisogna immaginarselo. Un treno in corsa furibonda su due lame di ferro, e dentro il treno un angolo di magica immobilità ritagliato minuziosamente dal compasso di una fiammella. La velocità del treno e la fissità del libro illuminato. L’eternamente cangiante multiformità del mondo intorno e l’impietrito microcosmo di un occhio che legge. Come un nòcciolo di silenzio nel cuore di un boato.

Alessandro Baricco, Castelli di rabbia, Milano, RCS Libri, 1997, settima edizione, pg. 245

domenica 7 gennaio 2018

Letture 2017

Ho passato le ultime due settimane a spulciare classifiche di lettura dei blog che seguo, o che qualcuno che seguo segue. Per un mio pallino però ho voluto attendere il nuovo anno prima di stilare la mia classifica: non si sa mai che cosa si può leggere all’ultimo momento, forse un libro che merita una menzione.
Ciò detto, iniziamo!

Quest’anno ho letto trentatré libri e ne ho mollati nove (anche se a me sono parsi di più). Diciassette scritti da uomini, tredici di autrici donne.

Mi tolgo subito il pensiero dei pessimi romanzi, per sproloquiare dopo su quelli più belli.
Fra quelli che ho abbandonato ci sono dei romanzi noiosi, e vabbé quelli capita di trovarli, ma altri li ho lasciati perdere perché erano assolutamente detestabili. E credo che valga la pensa farveli sapere, nel caso i nostri gusti coincidano, in questo modo sarete salvati da una crudele lettura.
Ad esempio (e qui le fans in crinolina nella sala da tè inorridiranno) ho abbandonato Cime tempestose perché tutti i personaggi mi sembravano dei menomati mentali, delle persone detestabili e veramente cattive, cattive nell’animo. Il tipo di persona che agisce apposta per far star male qualcun altro. Non l’ho terminato, è vero, e di solito mi astengo dal commentare quel che non ho finto di leggere perché mi dico sempre che, forse, un giorno riprenderò il romanzo e mi piacerà tantissimo. Ma questo, veramente… no. Nel caso mi balenasse in testa di riprovarci, farò in modo di ricordare la voglia che mi pervadeva di schiaffeggiare la protagonista, di uscire dalla storia e scappare.
Per fortuna ci sono anche dei romanzi che non sono riuscita a finire ma che un giorno vorrei riprendere, come L’ombra dello scorpione. King attende fiducioso ridacchiando sotto i baffi, fra un romanzo storico e un classico moderno, sapendo che non posso resistergli.
Ma passiamo a qualcosa di cui posso parlare con cognizione di causa!
Riesco anche a finire libri che non mi entusiasmano molto, ho le prove. Tuttavia vi sconsiglio la lettura di Il ristorante degli amori ritrovati, che snerva, La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo, godibile ma riesce a rovinare tutto trasmettendo un messaggio che ho odiato, Un figlio di Alejandro Palomas, troppo bislacco per essere preso sul serio.

Quest’anno alcuni libri mi hanno sconvolta (Lolita di Nabokov, Stanza, letto,armadio specchio della Donoghue, Uomini e topi di Steinbeck), di altri mi sono tolta lo sfizio e la curiosità (Annientamento, Cent’anni di solitudine, La scopa del sistema). Ho avuto l’opportunità di ritrovare autori che già conoscevo, con libri di cui non sapevo nulla (La sovrana lettrice di Bennett, Oceano mare di Baricco, La figlia della fortuna della Allende). E ho scoperto nuovi autori, con libri su cui mi ero documentata (Margaret Atwood, Ian McEwan).
Ma soprattutto questo è stato l’anno di alcuni libri, pochi, che ho amato moltissimo. In ordine cronologico, perché scegliere il più bello sarebbe come chiedere a un bambino se preferisce le caramelle o la cioccolata, le vacanza estive o il Natale, la pizza o le patatine! Insomma, impossibile ottenere una risposta che vada bene per ogni giorno.

I miserabili – Victor Hugo
Capolavoro.
Potrei passare ore a parlarne e non avrei detto la metà di ciò che questo libro racchiude. Credo che la sua forza stia nel rendere l’animo umano il vero protagonista, e questo ci fa avvicinare ad ogni personaggio, anche il più malvagio, perché l’autore ci mette nelle condizioni di capirlo. Nemmeno la vicenda storica è più importante dei sentimenti che smuovono i personaggi, infatti questa assume un ruolo centrale per il proseguire della trama ma ciò che importa al lettore è che ne sarà di coloro che sono coinvolti nella vicenda.
Appassionante, preciso eppure vasto come pochi romanzi sanno essere. Non ci sono altre parole per descriverlo e sono costretta a ripetermi: un capolavoro.

Il genio e il golem – Helene Wecker
Decisamente più leggero, sia nello stile che nei contenuti, un romanzo fantasy ambientato nella New York di inizio ‘900.
Una città proiettata nel futuro, che si scrolla di dosso le ultime vestigia del secolo appena passato. Una New York per metà cupa, immersa nell’ombra della notte, e per metà vivace, nuova, cosmopolita, brillante e all’avanguardia. In mezzo a tutto questo due creature opposte e soprannaturali, una nata dal fuoco e figlia del deserto, l’altra nata dal fango freddo e dall’umidità. Una, incatenata e irrequieta, agogna la libertà, l’altra è felice solo quando serve un padrone.
Ogni personaggio in questo libro è come il concetto dello yin e lo yang. Ognuno ha il suo opposto, si trova in situazioni completamente contrarie alla propria natura, situazioni che sarebbero ottime per la propria controparte. Anche il loro spirito è così, sono fortemente legati alla loro natura ma tendono verso il loro opposto.
Ho adorato questo libro avventuroso ma anche dolce, che fa affezionare ai personaggi nonostante i loro difetti.

Paris – Edward Rutherfurd
Letto in un baleno, per quanto la mole lo permettesse, e amato come pochi romanzi fin’ora. Amato talmente tanto, in effetti, che mi sono affrettata a segnarmi il nome dell’autore e procurarmi qualche altro suo romanzo.
Torno a Parigi con uno stile più spensierato, con meno drammi e più voglia di andare avanti. Qui la protagonista è la città, che sembra raccontare la Francia e la sua storia attraverso le persone che vi si muovono, come in un lungo memoriale. Narra la sua storia di città che guarda avanti, alla modernità, di città asserragliata dai tedeschi, di città vissuta da un popolo le cui leggi sociali stanno cambiando. Ricorda i momenti in cui le mura di cinta medievali racchiudevano un mondo più piccolo, e quelli in cui il popolo ha fatto la rivoluzione cambiando per sempre la storia e il viso di quella Parigi che è diventata simbolo della libertà del suo popolo.
L’ho trovato un romanzo pieno di vita, che racconta la storia di una città veramente magica.

Ed ecco le letture di quest’anno. Di certo alcune mi hanno incantata e le ricordo con più piacere di altre, ma tutti i titoli sono stati preziosi, anche quelli che non mi sono piaciuti, perché mi hanno fatta entrare in un mondo ricco di emozioni.

Spero che abbiate trovato spunto per qualche bella lettura, magari che potrete fare quest’anno.

venerdì 14 luglio 2017

Stephen King: 5 cose che ho trovato nei suoi libri


Causa curiosità riguardo a tutti i libri con una trama vagamente surreale ho iniziato a leggere Stephen King. Causa Il Fidanzato ho continuato a leggere King. Causa abilità nel narrare dell’autore, non posso più fare a meno di King.

Da un po’, ormai, mi sembra di essere circondata da lui. Sarà per l’uscita ad Agosto del film tratto dalla Torre Nera, e a Settembre di IT, ma vedo King ovunque. Una delle cose piacevoli dei suoi romanzi è che, in un certo senso, vai incontro all’inaspettato ma consapevole che alcuni fattori saranno sempre lì a sottolineare il suo stile e il suo universo. È come entrare in casa e scoprire che qualcuno ha ridipinto le pareti. Tutto è nuovo ma familiare al tempo stesso.

A questo proposito ci sono alcune cose che tornano nei libri di King, e sebbene sia uno scrittore molto prolifico e io non abbia letto nemmeno la metà dei suoi romanzi, mi pare di aver individuato alcuni temi cari. Cose che ti fanno capire che ti trovi in un suo libro. Se riscontrate tre o più fattori di questi nella vostra vita, attenti: potreste essere personaggi di Stephen King.



Alter ego

In tantissimi romanzi firmati dal Re esiste un personaggio che è insegnante, scrittore, o che ha velleità artistiche tali da spingerlo a scrivere. Mentre leggo di questi non posso fare a meno di pensare che siano una sorta di alter ego dell’autore stesso, che dopo alcuni lavoretti in gioventù divenne insegnante e poté, dopo il successo dei suoi primi romanzi, dedicarsi totalmete all’attività di scrittore.

Si pensi al famosissimo Jack di “Shining”, insegnante frustrato dalla vita e aspirante scrittore. O al protagonista di “Misery”, che si ritrova nei guai proprio a causa dei suoi romanzi ma, grazie a questi, viene anche salvato. Oppure al più recente insegnante Jake Epping, che troviamo in “22/11/’64”, capace di instillare nei giovani di questo o del precedente secolo la stessa passione per la letteratura che prova egli stesso.



Il gemello cattivo

Per non uscire dall’area ‘personaggi’ ce n’è anche un altro che ricorre spesso: l’alcolista. King lo usa in due accezioni, se è un personaggio negativo si tratta spesso di un ubriacone della peggior specie, violento e con episodi psicotici che vanno più o meno a intaccare la trama – mi viene in mente il padre della Beverly in “IT”. Altre volte però all’autore piace far redimere il suo personaggio, come ha fatto ad esempio con il protagonista di “Doctor sleep”.

Anche questi personaggi mi fanno pensare a un alter ego dello scrittore, poiché King non nasconde di aver avuto molti problemi di alcol e droga nel corso della sua vita. Con questi personaggi quasi mi sembra che voglia mettere in guarda i lettori, per dire che è così che si diventa, con quella roba, che lui lo sa e che non c’è nulla di peggio della dipendenza (da alcol, non da carta e penna).



Casa dolce casa

Stephen King abita nel Maine, uno stato a nord degli Stati Uniti, confinante con il Canada. Non me ne intendo ma a rigor di logica dovrebbe avere un clima rigido, ampi spazi aperti, laghi e viste splendide e tanta neve d’inverno.

Forse lo usa spesso come ambientazione perché lo conosce, o perché gli piace, forse perché i paesi di provincia creano l’ambientazione perfetta per un romanzo dell’orrore. Posti dove i vicini si conoscono l’un l’altro, dove i poliziotti sono abituati a trattare con una rapina a mano armata, tutt’al più, ma non con un assassino furbo e un paio di mostri e fantasmi. Quelle sono cittadine dove un assassino può nascondersi amalgamandosi con la gente comune, e dove un oscuro segreto può essere celato per molti secoli.

Ora che ci penso, luoghi non molto diversi dalle nostre, di provincie…



Fido

Dato che sono una piccola stalker, seguo le pagine twitter di diversi autori, fra i quali Stephen King. Oltre che fare una campagna di boicottaggio contro Trump ogni tanto consiglia libri ma, soprattutto, mette foto del suo cane Molly (AKA The Thing of Evil) in atteggiamenti più o meno distruttivi.

Ora, da una persona che fa così tante foto al cane che, per inciso, è ben pasciuto e dal pelo brillante, mi aspetto che adori gli animali, in special modo i cani. Rimane però il fatto che ho letto più di un libro di King nel quale il cane finisce male. Ma tanto male. Le scene con cani morti o sofferenti mi distruggono, e di solito colui che infierisce sul povero animale è un personaggio pazzo, guidato da forze malvage, o semplicemente cattivo. Sono giunta alla conclusione che lo faccia per scioccare il lettore, perché quale modo migliore per far capire la tempra di un personaggio e nel contempo farlo odiare, se non fargli uccidere un animale che gli dimostra fiducia?

Insomma, mi sa che è una tecnica. Edgar Allan Poe, lo sapeva anche lui, ma preferiva i gatti.



Il male fatto libro

Fra le tecniche e i concetti più usati da King ci ho trovato qualcosa di diverso dai personaggi e le situazioni che ormai sono un suo cliché nei romanzi dell’orrore. L’interpretazione di un sentimento, di una forza che è in ognuno di noi: il male.

In molti libri il cattivo di King per eccellenza è un personaggio (nella serie della Torre Nera e in “L’ombra dello scorpione” abbiamo Randall Flagg, in “Cose preziose” Leland Gaunt e non dimentichiamo la follia che IT porta a Darry, che può contagiare chiunque), ma mi ha sempre dato l’impressione che il discorso fosse più ampio. Ognuno di questi antagonisti ha qualcosa di soprannaturale che va oltre le magie che compie per sopraffare gli eroi della storia. Possiedono una forza che li muove e una volontà che va oltre quella di uccidere, o mangiare bambini o collezionare anime, ma è la volontà di fare del male. Per il gusto di farlo, perché è giusto che il male esista, perché solo con Il Bene possiamo combatterlo e senza Il Male non esisterebbe Il Bene.

Certo poi King rappresenta il bene come una tartaruga spaziale o una vecchia centenaria, ma tant’è. L’importante è che il Male venga sconfitto, che sia un pagliaccio o un ottimo venditore.

lunedì 6 marzo 2017

Di trilobiti e scarichi otturati

Leggendo “Northanger abbey” mi sono resa conto che la narrativa di genere è sempre stata considerata di bassa qualità, e c’è sempre stata una distinzione fra una narrativa ‘alta’ e una ‘popolare’. Ho cominciato a pensare alle differenze che rendono un libro popolare e me ne sono venuti in mente a bizzeffe.
Un romanzo con caratteristiche che lo includono in un filone letterario è narrativa di genere. Il suo intento spesso non è di denuncia, non sottolinea un problema sociale o politico, si limita a cercare di allietarci – da qui il termine ‘di evasione’. Un romanzo di genere non vuole per forza far passare un messaggio o un ideale, vuole semplicemente intrattenere il lettore, che vi legge un messaggio molto spesso personale.
Poi ho pensato a quali sono le caratteristiche della letteratura definita ‘alta’ e mi sono resa conto che non ci sono criteri, che la letteratura con la L maiuscola raggiunge quello stato inconsapevolmente, senza sapere come né perché è geniale. Che cosa rimarrà della letteratura fra mille anni? Gli uomini del futuro guarderanno alla nostra epoca, leggeranno i nostri capolavori, ma sarà davvero noi che questi capolavori rappresentano?
Penso che la letteratura popolare sia molto più vicina alla persona di quanto non lo sia la letteratura cosiddetta alta. Se dovessi dire che assomiglio ad un libro non citerei mai i lavori di Herman Hesse, Charles Bukowski (grazie al cielo), Franz Kafka. Penso che assomiglierei più a un romanzo di genere perché riflette con semplicità le emozioni che la gente prova a caldo, spontaneamente, che esprime tutti i giorni e senza le paturnie che la letteratura porta con sé e che sono seppellite molto più in profondità in ognuno di noi.
La letteratura rispecchia pensieri e stati d’animo molto criptici, universali certo, ma sui quali durante la vita ci si interroga poche volte. Le persone sono più impegnate a vivere nella normalità, nelle piccole sfide di tutti i giorni, non capita spesso che ci guardiamo dentro per cercare di scandagliare i nostri pensieri più profondi. Quello lo fa un autore quando sta scrivendo Letteratura, ma non è quello che prova quando si alza al mattino e pensa a portare i figli a scuola, a dare da mangiare al gatto, a chiamare l’idraulico perché gli si è intasato lo scarico, a dover fare ginnastica ché sta mettendo su pancia, e poi, ricordiamolo, deve mettersi sotto e scrivere!
Credo che per la maggior parte del tempo siamo più superficiali di quanto non vorremmo, tutti quanti, ma non c’è scritto da nessuna parte che sia un male. Pensate a come sarebbe il mondo se passassimo il nostro tempo a ragionare su questioni filosofiche. Probabilmente saremmo ancora trilobiti perché avremmo usato tutte le nostre energie per pensare invece che per evolverci. Saremmo tutti trilobiti molto saggi.
La letteratura di genere non richiede lo sforzo di comprenderla a tutti i costi, richiede solo di essere letta. E, se proprio devo essere sincera, non è che io comprenda poi così bene la letteratura. Mi sembra di carpirne una particina quando mi sento particolarmente ispirata, ma per il resto mi rimane oscura.
Non voglio sminuire la narrativa popolare con questo post, al contrario vorrei che la sua importanza fosse riconosciuta. La narrativa popolare rappresenta la parte di noi che viene a galla, la letteratura rappresenta quel che c’è in profondità. Ecco perché è giusto che entrambe esistano e che abbiano la stessa importanza.

giovedì 3 dicembre 2015

Caffé su bianco

Parliamo spesso dei libri che ci piacciono, dei nostri autori preferiti, del genere che prediligiamo, di ciò che amiamo in un libro. Ma che ne dite di ciò che non ci piace?
Dalla prima occhiata in libreria alla fine del romanzo, ecco cosa non piace a me.
 
In libreria, cercando un bel romanzo da leggere senza richieste particolari, ciò che di sicuro mi fa allontanare dallo scaffale è una copertina trita e ritrita. Non mi attraggono le copertine troppo simili al bestseller del momento, perché in automatico penso ad un romanzo-copia di ciò che è di moda in questo periodo. Quindi scarsa qualità, idee già utilizzate, personaggi ‘predefiniti’ e, in generale, storia scontata che non lascia nulla. Forse mi sbaglio, ma come avrò modo di saperlo se le copertine che mi vengono proposte non hanno nulla di nuovo?
Stessa cosa accade con il titolo. Avevo già parlato dei titoli in un precedente post. Purtroppo vengono tradotti in maniera barbara e seguendo la moda del momento. Un titolo non originale mi allontana decisamente, è l’unica cosa che riesce ad annoiarmi prima di aver aperto un libro.
 
Passiamo quindi all’incipit. Il romanzo prescelto ha superato i rigorosi test estetici iniziali di cui sopra, mi accingo a leggere giusto l’inizio per vedere se mi va. Mi deve catturare in fretta. Su questo, lo ammetto, sono superficiale, lascio perdere senza sforzarmi se non mi interessa da subito. Per piacermi deve avere qualche tratto di originalità, nello stile o nel personaggio che presenta, o anche solo nel contesto in cui vuole portarmi. Magari inizia con un piccolo conflitto che possa subito catturare la mia attenzione. Tanto per capirci, non va bene:
 
Marco viveva in un piccolo appartamento al quarto piano, dal quale la vista era grigia dello smog della grande città. Era un ragazzo tranquillo, lavorava in una caffetteria e aveva un gatto nero che aveva chiamato Luke, con il quale aveva litigato appena prima di uscire di casa. Luke si era arrampicato sull’armadio e ci erano voluti dieci minuti buoni per tirarlo giù. Marco era uscito in ritardo quella mattina, probabilmente la caffetteria aveva già aperto.
 
Non funziona, non mi interessa sapere che Marco è uno qualsiasi che ha un gatto qualsiasi. Sarebbe meglio, magari:
 
L’orologio segnava già le sette meno venti e Luke muoveva la coda ritmicamente da sopra l’armadio. Miagolava ogni tanto, come facendosi beffe del suo padrone che, in ritardo per il lavoro, cercava di riacciuffarlo con mille lusinghe. Aveva provato con la promessa dei croccantini, poi aveva cercato di farlo saltare giù brandendo un piumino per la polvere contro di lui, ma non aveva funzionato. Aveva anche esclamato ‘Luke, io sono tuo padre!’, ma il gatto non era parso impressionato.”.
 
Un po’ meglio, mi sembra. Presenta il personaggio principale dandogli subito un accenno di carattere, fa capire che tipo di vita conduce senza sbandierare che è normale e forse monotona, e mette già un pochino di carne al fuoco facendo notare che avrà un contrattempo arrivando in ritardo al lavoro, e questo potrebbe dare spunti per l’infittirsi della trama. Forse un lettore non analizzerà tutto così a fondo come ho fatto io adesso, ma percepirà queste informazioni inconsciamente.
 
Okay. Marco e il suo gatto mi hanno conquistata, compro il libro e inizio a leggerlo non appena posso (conoscendomi non aspetto neanche di arrivare a casa, probabilmente lo leggerei direttamente in libreria, sull’autobus, in attesa dentro un bar, insomma subito).
Quando ancora il romanzo deve ingranare, presentare i personaggi principali, la situazione in cui si trovano e introdurre il conflitto che porterà avanti la trama, una delle cose che più noto sono gli errori ortografici o di revisione. Forse il libro che ho comprato li ha, ma andando avanti scopro che è un buon romanzo, quindi posso passarci sopra. Purtroppo però non dimenticherò mai che ho trovato questi errori. Se il romanzo è autopubblicato diciamo che posso chiudere un occhio, se invece è pubblicato da una casa editrice continuerò a guardar male tutte le pubblicazioni della CE in questione, ricordando vita natural durante quel romanzo pieno zeppo di errori.
In queste cose sono come un elefante. Non dimentico… mai.
Eccomi, mentre cerco di dimenticare i refusi di un libro.
 
Continuando a leggere, altre cose che mi danno fastidio sono personaggi scontati che non hanno uno sviluppo e una trama inconsistente.
Per i primi se non sono come piacciono a me comincio a dare i primi segni di squilibrio a metà libro. Non apprezzo i personaggi che si presentano in un modo all’inizio del romanzo e, quando questo finisce, non hanno subìto nessuna evoluzione o non si è visto che un solo lato del loro carattere. Non sopporto quelli ‘assoluti’, ossia assolutamente perfetti, simpatici, gentili, affermati, intelligenti e tutte le qualità che si possono immaginare. Così come non amo quelli troppo cattivi, che vogliono conquistare il mondo, non hanno mai amato nessuno, rubano le caramelle ai bambini e vogliono sterminare tutte le creature coccolose sulla faccia della terra.
Ecco, no, personaggi così sono da bollare completamente. Intanto perché non potrebbero mai esistere, e poi perché sono prevedibili e noiosi. Se qualcuno è buono fino all’osso farà sempre la scelta giusta, e se invece è cattivo fino all’osso farà sempre ciò che è peggio. Non c’è divertimento, nei libri, con personaggi del genere.
Riguardo alla trama invece non mi piacciono le trame troppo semplici. Quando un libro presenta un semplice scorrere di eventi senza nessun gioco di intreccio, nessuna azione e reazione, allora quasi certamente non mi piace.
 
Infine, parliamo della fine. La fine di un libro è delicata quanto il suo inizio, se non di più. Perché se arriviamo alla fine di un romanzo ci siamo fatti delle aspettative, vogliamo che la storia si concluda in maniera adeguata.
Personalmente sono parecchi i finali che non mi piacciono ma penso di poter riassumere in generale le mie preferenze così: non amo i finali affrettati. Non voglio che nell’ultimo capitolo venga risolto tutto e tanti cari saluti, voglio dire addio ai luoghi e ai personaggi che ho amato con calma, scoprendo tutto ciò che hanno fatto dopo la fine dell’avventura che ci è stata narrata. Ci sono sempre conseguenze alla fine di un romanzo se questo ha narrato una bella storia, e io come lettore voglio conoscerle tutte, vorrei sapere che fine hanno fatto i personaggi, anche quelli meno importanti, e come si sono risolte tutte le magagne della storia.
E mi sento così.
 
Mi sono resa conto di tutte queste piccole preferenze innanzitutto leggendo come se non ci fosse un domani, e poi soprattutto recensendo libri. Così facendo mi sono soffermata ad analizzare parecchi libri in maniera molto più approfondita del semplice “mi è piaciuto” o “non mi è piaciuto”. In questo modo è stato automatico scoprire quali libri erano più interessanti per me e quali non lo erano.
Inizialmente questo post doveva parlare dei generi che mi piacevano di meno. Alla fine però mi sono resa conto che, almeno per me, non è questione di generi. Ho trovato, scavando nella memoria, almeno un libro letto per ogni genere, persino quelli che effettivamente mi attraggono di meno, come i libri di fantascienza o romantici. Ne ho letto e apprezzato diversi in vita mia, quindi ho pensato che non posso completamente bollare nessun genere. Inoltre non c’è nulla, in termini di canone, che proprio detesto in questi generi. Ad esempio non odio la tecnologia né lo spazio o gli alieni che potrei trovare nei romanzi di fantascienza, e non odio di per sé le situazioni romantiche, anzi tutt’altro, ogni tanto mi fa piacere avere qualche scena romantica nella quale potermi crogiolare.
La verità è che vado molto a periodi. Ci sono giorni che smanio per leggere di cavallereschi duelli, altri che vorrei solo immaginare filosofici dibattiti fra pittoreschi personaggi, e altri ancora che vorrei sentirmi nei panni della ragazza corteggiata romanticamente da un tipo misterioso e sexy. Insomma, a periodi è proprio il modo giusto per definire le mie abitudini di lettura.
Giunta a questa conclusione mi sono detta che non è un genere a non piacermi, sono solo dei dettagli, e da qui è nato questo post.
E voi? Che mi dite dei dettagli che vi balzano subito all’occhio e che possono compromettere seriamente un libro? Come una macchia di caffè su un vestito bianco.

venerdì 28 agosto 2015

Sex on the book

La sessualità e il sesso è argomento largamente dibattuto, oggi come nel passato, da uomini e da donne, e nonostante questo rimane un mistero per tutti. Per chi ha una sessualità rigida e ricca di tabù, certamente lo è, ma anche per chi la vive in maniera più libera, spensierata, malata o serena. Per chi non la vive affatto. E per chi non può fare a meno di viverla.
Essendo in questo blog, vi giro la questione in un’ottica prettamente libraria. Di sesso se ne parla sempre, ma come se ne parla nei libri?
Questo post mi sta interessando più del previsto, tanto che ho fatto qualche ricerca su internet. Sono lieta di non essere incappata in siti porno, ma di aver invece trovato spunti interessanti.
Per prima cosa: è giusto scrivere di sesso e sessualità nei libri?
 
Credo che per andare avanti si debba fare una distinzione doverosa, che molti danno per scontata ma che alcuni non fanno affatto. La sessualità e il sesso sono due cose diverse, seppur correlate. La sessualità è qualcosa che possediamo sin dalla nascita, è la consapevolezza del proprio corpo, un connubio di caratteri e comportamenti. Il sesso invece può essere inteso sia come organo riproduttivo maschile o femminile, che come atto sessuale.
Ora, non sono un dottore, ma mi sembra che stiamo parlando di due cose differenti.
 
Per tornare alla domanda iniziale, io rispondo: sì, è giustissimo parlare di sessualità e sesso nei libri. Non c’è motivo di non farlo, e ci sono invece parecchi motivi per farlo.
Scrivere un libro per parlare di sessualità e spiegarla, ad esempio, a dei bambini, è importante. Penso che libri del genere debbano essere scritti da professionisti, da pediatri e/o psicologi, perché credo che sia giusto che anche i più piccoli siano a conoscenza della sessualità. Intesa soprattutto come affetto, dimostrazione di emozioni, diritto alla propria privacy anche da piccoli e sicuramente un sacco di altre cose che io non so. Se che quando avrò dei figli vorrei avere la possibilità di spiegare loro, nella maniera più corretta ed efficace, tutto ciò che devono sapere per iniziare a vivere la loro sessualità e proteggersi da una sessualità che potrebbe essere pericolosa. Non essendo ferrata in questo campo, penso che dei libri potrebbero aiutarmi molto, quindi c’è bisogno di libri sulla sessualità.
Ho preso ora l’esempio dei bambini, ma potrei prendere come esempio anche un adulto. Ci sono molte persone che hanno problemi con la loro sessualità o con il sesso, e hanno tutto il diritto di informarsi per poter vivere serenamente. Sono anche fermamente convinta che un libro aiuti molto di più che reperire informazioni frammentarie su internet o quelle manipolate in tv – senza contare poi che il 90% di ciò che sentiamo in televisione viene rimosso quindici minuti dopo.
Non c’è invece ragione, penso, di trattare la sessualità come un tabù. Esistono persone che lo fanno tutt’oggi, quindi non penso di fare un’affermazione scontata. I tabù impediscono l’informazione, mitizzano l’argomento stesso che vogliamo nascondere e lo rendono misterioso e curioso, portando spesso alla paura nei suoi confronti o ad un’eccessiva curiosità. Nessuna di queste due cose è positiva.
Quindi è giusto parlarne, informare ed essere consapevoli.
 
E qui termina la mia piccola introduzione, che tanto piccola poi non è, ma che mi sembrava doverosa per mettere in chiaro ciò che penso. Una volta preso atto che considero normale e corretto non nascondere uno degli elementi base della natura umana, passo ad un argomento meno scottante e più leggero, forse persino divertente.
Le scene di sesso nei romanzi.
Altra domanda: che cosa ci aspettiamo da una scena di sesso?
Questa è una cosa a cui non ho mai pensato, onestamente. Forse perché non sono molti i libri in cui trovo scene di sesso. Mi è capitato, certo, ma essendo scene che hanno importanza non in quanto tali ma nell’insieme del romanzo, non mi sono mai soffermata a pensarci troppo.
Facciamo un passo indietro. Perché leggiamo romanzi? Per emozionarci, per perderci in un mondo differente, per volare con la fantasia, per conoscere storie dolci, adrenaliniche, storie che ci potrebbero cambiare la vita. Non è così? Nei nostri libri preferiti le scene divertenti ci fanno ridere, quelle drammatiche ci fanno piangere, quelle più intense ragionare. Ma quindi cosa dovrebbe fare una scena erotica? Farci arrapare?
Ci ho pensato un po’ mentre scrivevo questo post ma non ho trovato la risposta. Forse l’unica soluzione è chiedere all’autore stesso del romanzo. Forse solo allora potremmo capire davvero che cosa dobbiamo aspettarci da una scena di sesso, e non è ancora detto che ci piaccia o che sia scritta bene!
Non mi pronuncio sullo stile. Penso che quella sia una questione di gusti. Per esempio a me non piacciono le scene troppo descrittive, meglio lasciare un po’ di cose all’immaginazione. E non amo i vocaboli troppo volgari, perché sto leggendo un libro e non guardando un film porno. Ecco, per come sono fatta io condirei un po’ tutto con un velo di non detto, di magia, di intuizione, di romanticismo e malinconia. Ma immagino che ci siano lettori di tutti i tipi, cui piace anche un «ma sì, tu buttacelo!», come direbbero alcune mie conoscenze.
 
Vi rigiro quindi tutte le mie domande e sono curiosa di conoscere le risposte. A questo proposito so che Agosto non è il momento migliore per pretendere risposte, ma il post è arrivato adesso e non lo voglio rimandare.
Quindi secondo voi è giusto scrivere di sesso e sessualità? A che cosa servono le scene di sesso nei libri? Secondo voi è meglio uno stile elegante o è preferibile un linguaggio più spinto? Le scene di sesso, se non sono necessarie ai fini della trama o per spiegare il rapporto che si crea fra i personaggi, secondo voi sono utili o potrebbero anche essere eliminate?
Spero di avervi fatto riflettere su un argomento che io trovo curioso e interessante. Spero anche di non avere infastidito nessun bacchettone nei paraggi.

lunedì 13 luglio 2015

Un muro di libri

Ci sono molti lettori che amano le sfide di lettura. Ad esempio leggere cento libri in un anno, o leggere almeno un classico al mese, cose così. Io ogni tanto vengo tentata dalle sfide più originali, come leggere libri i cui titoli inizino ognuno con una lettera diversa dell’alfabeto, oppure con copertine colorate a formare poi, impilati, l’arcobaleno. Alla fine però non lo faccio mai.
Perché?
Alcune di queste sfide sono senza dubbio carine e sono, alla fin fine, un pretesto per leggere e basta. Ho deciso che non mi piacciono perché, di nome e di fatto, trasformano la lettura in una gara. Sappiamo tutti che non succede nulla se ‘perdiamo’, al massimo riproveremo in seguito, ma la sola idea di trasformare qualcosa di così personale in una gara che prevede vincitrice la quantità e non la qualità mi disturba profondamente.
Spero di non tirarmi addosso l’odio degli amanti delle sfide, perché questa è solamente un’opinione personale e non tutte le challenges letterarie sono dello stesso tipo. So bene che la sfida è con sé stessi e non serve a dimostrare agli altri che leggiamo tantissimo. O almeno dovrebbe essere così.
Quando la sfida diventa meramente numerica, tuttavia, credo che prenda una piega negativa. Quando un libro viene terminato e messo da parte pensando, “Ecco, meno uno alla meta”, allora mi infastidisce. Perché non dovrebbe essere una gara, se lo consideriamo una gara mettiamo tutti i libri sullo stesso piano, sia quelli leggeri che si leggono in un pomeriggio che quelli che ci fanno riflettere o ci lasciano qualcosa.
Va bene che esistano libri leggeri, lo sostengo ora e l’ho sempre sostenuto, ma devono essere considerati per quello che sono e non usati come ennesimo mattoncino per la nostra sfida di lettura. C’è una sorta di buonismo, spesso, che ci fa mettere tutto alla pari, sulla stessa linea – per rispettare tutti, eh! –, quando invece fare delle differenze in questo caso è giusto. Se non lo facciamo alla fine ci ritroveremo un muro enorme fatto di libri che abbiamo letto e subito dimenticato, ma un muro così traballa, si rompe e cade. Un lettore che legge meno in maniera mirata avrà un muro molto più piccolo, ma resistente e fatto di solide pietre ben posate fra loro, e di ognuna di quelle pietre il lettore conoscerà a memoria la forma, la storia, e sarà un tassello importante nel suo muro perché è stato messo lì per uno scopo preciso, non come uno fra i tanti.
Penso che sia questo il lato negativo delle sfide. Ci si affanna a portarle a termine e in quella si dimentica la cosa più importante: il libro che abbiamo letto ci è piaciuto? Ci ha trasmesso qualcosa? È un libro che consiglierei, è ben scritto e di buona qualità? O è un libro senza pretese, semplice, che chiede solo di essere leggiucchiato in un momento di noia? Vale la pena averlo letto per la sua bellezza, o ci piace averlo letto perché diventa “uno in più”?

mercoledì 10 giugno 2015

BBC's sexiest books

Amo le liste. Faccio una lista appena l’occasione lo richiede: quando vado in vacanza, quando faccio la spesa, quando organizzo un trasloco, quando decido di dare una festa. Mi piace stilare liste e mi piace leggere liste, ma le mie preferite sono – ovviamente – quelle di libri.
Qualche anno fa la BBC aveva scritto una lista dei 100 libri che si devono assolutamente leggere almeno una volta nella vita. Pensavo, fra me e me, che fosse piena di titoloni altisonanti e, dato che non mi ritengo una lettrice fra le più austere e serie, pensavo che ne avrei trovati pochi che avevo già letto. Invece è stata una piacevole sorpresa scoprire che non ci sono solo titoli impegnativi, ma anche molti romanzi moderni, contemporanei, divertenti, e libri per bambini. Questo implica che il mio amore per gli inglesi è aumentato, perché hanno dimostrato ancora una volta di non essere affatto snob come il resto del mondo pensa che siano. E poi li adoro perché punto e stop.
In questa sorta di “Top 100 dei libri più sexy”, che fa molto giornaletto scandalistico, non solo ho trovato molti libri che ho letto e amato, ma anche tanti che mi incuriosiscono, e altri che non mi sono piaciuti oppure che erano troppo pesanti e che ho abbandonato.
Qui c’è la lista completa. In verde ci sono i libri che ho già letto, in rosso quelli che non ho finito di leggere, e in blu quelli che vorrei leggere o che mi incuriosiscono.
 
1 Orgoglio e Pregiudizio – Jane Austen
2 Il Signore degli Anelli – J.R.R. Tolkien
3 Il Profeta – Kahlil Gibran
4 Harry Potter – JK Rowling
5 Se questo è un uomo – Primo Levi
6 La Bibbia
7 Cime Tempestose – Emily Bronte
8 1984 – George Orwell
9 I Promessi Sposi – Alessandro Manzoni
10 La Divina Commedia – Dante Alighieri
11 Piccole Donne – Louisa M Alcott
12 Lessico Familiare – Natalia Ginzburg
13 Comma 22 – Joseph Heller
14. L’opera completa di Shakespeare
15 Il Giardino dei Finzi Contini – Giorgio Bassani
16 Lo Hobbit – JRR Tolkien
17 Il Nome della Rosa – Umberto Eco
18 Il Gattopardo – Tommasi di Lampedusa
19 Il Processo – Franz Kafka
20 Le Affinità Elettive – Goethe
21 Via col Vento – Margaret Mitchell
22 Il Grande Gatsby – F. Scott Fitzgerald
23 Bleak House – Charles Dickens
24 Guerra e Pace – Leo Tolstoy
25 Guida Galattica per Autostoppisti – Douglas Adams
26 Brideshead Revisited – Evelyn Waugh
27 Delitto e Castigo – Fyodor Dostoyevsky
28 Odissea – Omero
29 Alice nel Paese delle Meraviglie – Lewis Carroll
30 L’insostenibile leggerezza dell’essere – Milan Kundera
31 Anna Karenina – Leo Tolstoj
32 David Copperfield – Charles Dickens
33 Le Cronache di Narnia – CS Lewis
34 Emma – Jane Austen
35 Cuore – Edmondo de Amicis
36 La Coscienza di Zeno – Italo Svevo
37 Il Cacciatore di Aquiloni – Khaled Hosseini
38 Il Mandolino del Capitano Corelli – Louis De Berniere
39 Memorie di una Geisha – Arthur Golden
40 Winnie the Pooh – AA Milne
41 La Fattoria degli Animali – George Orwell
42 Il Codice da Vinci – Dan Brown
43 Cento Anni di Solitudine – Gabriel Garcia Marquez
44 Il Barone Rampante – Italo Calvino
45 Gli Indifferenti – Alberto Moravia
46 Memorie di Adriano – Marguerite Yourcenar
47 I Malavoglia – Giovanni Verga
48 Il Fu Mattia Pascal – Luigi Pirandello
49 Il Signore delle Mosche – William Golding
50 Cristo si è fermato ad Eboli – Carlo Levi
51 Vita di Pi – Yann Martel
52 Il Vecchio e il Mare – Ernest Hemingway
53 Don Chisciotte della Mancia – Cervantes
54 I Dolori del Giovane Werther – J. W. Goethe
55 Le Avventure di Pinocchio – Collodi
56 L’ombra del vento – Carlos Ruiz Zafon
57 Siddharta – Hermann Hesse
58 Il mondo nuovo – Aldous Huxley
59 Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte – Mark Haddon
60 L’Amore ai Tempi del Colera – Gabriel Garcia Marquez
61 Uomini e topi – John Steinbeck
62 Lolita – Vladimir Nabokov
63 Il Commissario Maigret – George Simenon
64 Amabili resti – Alice Sebold
65 Il Conte di Monte Cristo – Alexandre Dumas
66 Sulla Strada – Jack Kerouac
67 La luna e i Falò – Cesare Pavese
68 Il Diario di Bridget Jones – Helen Fielding
69 I figli della mezzanotte – Salman Rushdie
70 Moby Dick – Herman Melville
71 Oliver Twist – Charles Dickens
72 Dracula – Bram Stoker
73 Tre Uomini in Barca – Jerome K. Jerome
74 Notes From A Small Island – Bill Bryson
75 Ulisse – James Joyce
76 I Buddenbroock – Thomas Mann
77 Il buio oltre la siepe – Harper Lee
78 Germinale – Emile Zola
79 La fiera delle vanità – William Makepeace Thackeray
80 Possession – AS Byatt
81 A Christmas Carol – Charles Dickens
82 Il Ritratto di Dorian Gray – Oscar Wilde
83 Il Colore Viola – Alice Walker
84 Quel che resta del giorno – Kazuo Ishiguro
85 Madame Bovary – Gustave Flaubert
86 A Fine Balance – Rohinton Mistry
87 Charlotte’s Web – EB White
88 Il Rosso e il Nero – Stendhal
89 Le Avventure di Sherlock Holmes – Sir Arthur Conan Doyle
90 The Faraway Tree Collection – Enid Blyton
91 Cuore di tenebra – Joseph Conrad
92 Il Piccolo Principe – Antoine De Saint-Exupery
93 The Wasp Factory – Iain Banks
94 Niente di nuovo sul fronte occidentale – Remarque
95 Un Uomo – Oriana Fallaci
96 Il Giovane Holden – Salinger
97 I Tre Moschettieri – Alexandre Dumas
98 Amleto– William Shakespeare
99 La fabbrica di cioccolato – Roald Dahl
100 I Miserabili – Victor Hugo

E voi quanti ne avete letti? La BBC sarebbe fiera di voi? Io credo di sì, alla fin fine ci sono in lista libri bellissimi e impossibili da non leggere, e libri talmente famosi che c’è sempre la curiosità di leggere.