martedì 6 ottobre 2015

La bambina che salvava i libri – Markus Zusak

Su aNobii ho una lunga wish list che aggiorno spesso, più spesso di quanto non legga i libri che contiene. È come un’Idra di romanzi: ne leggi uno e ne ricrescono due. Comunque sia, spesso mi capita di mettere qualcosa in lista e dimenticarmene per un po’ – un bel po’. Il risultato è che metto lì dei libri ad attendere pacifici il loro turno, poi capita che diventino famosi e tutti li leggano, mentre io, che li ho nella mia lista dei desideri da tanto tempo, ancora non lo faccio.
Ecco cos’è successo con “La bambina che salvava i libri”, di Markus Zusak.
In realtà tutto iniziò in una notte buia e tempestosa… Okay, solo buia. E velata di insonnia. Navigavo su internet e mi capitò di leggere una recensione di “The book thief”. Lo misi wish list e me ne sarei dimenticata presto se, qualche mese dopo, non fossi stata bombardata dalla pubblicità del film tratto dal libro.
Guardai il film. E lo adorai.
Parecchio tempo dopo lessi il libro. E fu allora che lo amai.
 
Prima di tutto permettetemi una piccola digressione sul titolo, che mi ha fatta sclerare non poco.
Titolo originale: The book thief.
Titolo tradotto in italiano: La bambina che salvava i libri.
Titolo del film: Storia di una ladra di libri.
Titolo del libro conseguente al film: Storia di una ladra di libri.
Voglio dire… perché?
Non sarebbe stato molto più semplice chiamarlo “La ladra di libri” sin dall’inizio, e basta? Forse era troppo semplice per gli editori, poco accattivante, o semplicemente sensato. E non sia mai che traducano un titolo in maniera sensata.
 
Scleri a parte, voglio leggere “Il messaggero”, l’altro libro di Zusak, e penso che se potessi leggerei anche la sua lista della spesa (e probabilmente ne farei una recensione). Non ho intenzione di raccontarvi la trama, che forse conoscete già perché avrete letto il libro o visto il film. Questo è uno di quei racconti che va gustato in prima persona quindi questa, più che una recensione, sarà un’ode al libro da parte di una fangirl.
Ci sono tantissime cose che mi sono piaciute di questo romanzo. In primis la sua narratrice, ironica e tagliente nei momenti giusti, poetica e profonda in quelli necessari. Oltre ad essere una narratrice originale, inoltr, La Morte è anche onnisciente, quindi l’autore ha usato un ottimo espediente per raccontare la sua storia in ogni sua piccola minuzia, in ogni sentimento dei protagonisti, anche i più nascosti.
Markus Zusak
Per qualche motivo, è proprio così che lo
immaginavo. Un viso gentile e sorridente.
La divisione che è stata fatta per il romanzo, poi, è molto carina. Ogni parte ha il nome del titolo del libro che in quel momento è più importante per la protagonista. Un’idea che ho trovato divertente.
Ma la cosa che più mi ha rapita di questo libro sono i personaggi. Penso di non essermi mai innamorata di così tanti personaggi in una sola lettura. Chiaramente non figura la protagonista fra i miei preferiti, ma è solo perché i personaggi secondari sono tutti fantastici!
Primo fra tutti Max Vanderburg, il pugile ebreo. Adoro il modo in cui si rapporta con Liesel, come un fratello maggiore che vuole proteggerla – io lo vorrei come fratello maggiore. Tuttavia appare allo stesso tempo fragile e impaurito. Poi i genitori adottivi di Liesel, diversi per carattere e modo di fare, ma ognuno a modo suo forte, determinato, pronto a farsi in quattro per le persone che ama. Infine Rudy Steiner, citato per ultimo ma non per questo meno importante. Amico di Liesel nella buona e nella cattiva sorte, fin da bambino un sognatore e un dongiovanni!
 
Forse ho voluto leggere questo libro perché prometteva di essere una sorta di rifugio per un’amante (feticista?) dei libri come me. Scoprire che esistono persone che amano i libri a tal punto da farne il cardine di un romanzo è sempre bello, soprattutto per una che annusa le pagine dei libri – sniffacarte mi chiamano.
Quando ho aperto “Storia di una ladra di libri” pensavo di sapere a che cosa andavo incontro. Invece ho scoperto qualcosa di nuovo, di inaspettato, una storia che mi ha conquistata forse soprattutto perché, sebbene di libri ce ne siano parecchi nella storia, la cosa più importante rimangono le persone, gli affetti, le loro storie.
Consiglierei a tutti di leggerlo e, in effetti, da qualche giorno a questa parte è quello che sto facendo.
 
Ecco il mio personaggio preferito
in uno dei momenti più belli del film.
 

lunedì 28 settembre 2015

La trama secondo me

Ultimamente per iniziare i post mi affido al dizionario. Il mio preferito, online, è quello dell'enciclopedia Treccani. Non so perché, non vedeteci una presa di posizione, forse è solo perché è uno di quelli che ho conosciuto per primi, quindi è decisamente una scelta affettiva. Comunque sia cercando la parola ‘trama’, Treccani risponde dicendo che si tratta di un insieme di fatti che formano un’opera narrativa.
Detta così, la trama è di una semplicità disarmate. Ci si chiede come mai ogni giorno chi scrive – o chi tenta di scrivere – vi si arrabatti tanto. Peccato che per essere buona una trama debba avere, secondo il mio modesto parere, almeno tre caratteristiche. Deve essere solida, avvincente e deve proseguire in maniera quasi automatica grazie ad un meccanismo di causa-effetto. Lasciamo perdere i modi per scriverla, una trama. Non mi ritengo particolarmente brava in questo campo. Ho portato a termine veramente poche trame, nella pratica, per poter mettere giù un post con obbiettività, ordine e senza perdermi in vaneggiamenti.
Parliamo della trama dal punto di vista del lettore.
 
Come lettrice pretendo molto da una trama. Per prima cosa mi piace il meccanismo di causa-effetto perché in questo modo tutti gli avvenimenti sono collegati.
Ciò che leggo a pagina uno mi porta alla pagina dieci, poi alla cento e così via. Sapere che si tratta di un susseguirsi di situazioni collegate mantiene la mia attenzione alta, ogni scena che leggo acquista importanza di per sé, e non è subordinata a ciò che racconta. In ogni riga potrebbe nascondersi un passaggio fondamentale, che mi porta all'avventura successiva, così che quando leggo tengo l'attenzione ben alta, a prescindere dal fatto di avere di fronte una scena d'avventura, romantica, divertente o drammatica. Non capisco chi non utilizza questo modo di portare avanti una storia, forse perché non amo le storie senza questo particolare modo di scrivere.
Già solo questo maccanismo ha le potenzialità per tenermi incollata al libro. Per considerarlo però un ottimo libro mancano le altre due caratteristiche reputo importantissime.
Le trame che ho trovato più avvincenti sono quelle che lasciano spesso qualcosa in sospeso per riprenderlo più avanti. Adoro infatti avere più di un personaggio che agisce in maniera indipendente, in un romanzo, per poter saltare da un personaggio all’altro e scoprire in contemporanea le vicende di tutti, lasciandole però allo stesso tempo tutte in sospeso.
Questo potrebbe essere un modo per rendere una trama avvincente, ed è il mio preferito (personalmente, mi spinge a continuare una lettura persino alle tre di notte!), ma possono essercene altri mille, di modi per stimolare la curiosità del lettore.
Infine, una trama deve essere solida. Si sente dire spesso, tuttavia credo che pochi sappiano spiegare appieno che cosa significhi. Io non sono una di quelle persone. Per me una trama solida è qualcosa che non si può ‘sfasciare’ facilmente, quindi un insieme di caratteristiche che rendono il nostro libro inoppugnabile. Ogni sentimento dei personaggi, ogni mossa che compiono, ogni pensiero che fanno, deve avere una motivazione ben precisa. Senza motivazioni solide posso in qualsiasi momento distruggere il castello di carta che è la trama togliendo un pezzettino alla base.
Penso che si tratti di un giudizio personale. Forse qualcun altro considera una trama solida qualcosa con caratteristiche molto diverse dalle mie. Mi chiedo, a questo punto, se esista qualcosa di veramente oggettivo nella letteratura.
 
Ma questo è un altro post. Per ora parliamo solo di trama e, già che ci siamo, vi domando che cosa ne pensate voi. Cos’è che una trama deve avere per essere una trama ben fatta?

martedì 8 settembre 2015

Mansfield park - Jane Austen

Sin da quando lessi “Orgoglio e pregiudizio” per un compito scolastico, ho adorato Jane Austen e i suoi romanzi. Non li ho ancora letti tutti, perché secondo me c’è un momento giusto per leggere i suoi romanzi. Solitamente si piazzano dopo qualche romanzo d’avventura, magari uno o due storici, e un racconto romantico. Allora sì che viene voglia di leggere Jane Austen, immergersi nell’atmosfera dell’Inghilterra di metà ottocento.
Attenzione però! L’Inghilterra di metà ottocento della classe medio alta. Quei salotti dove si passava il tempo a motteggiare allegramente, ad ascoltare musica dal vivo, a giocare a carte o, magari, si sceglieva di uscire all’aperto a fare una passeggiata attorno alla proprietà, per parlare in serenità in qualche parco ben curato e un po’ nascosto con un gentiluomo dal bel portamento inglese.
 
Nonostante questi tipi di letture un po’ idealizzino, a mio parere, l’idea che abbiamo dell’epoca di quel tempo, rendono in maniera molto verosimile se non altro una parte di popolazione, e la natura umana tutta.
L’idealizzazione sta nel fatto che, all’infuori delle piccole società che la Austen crea, unendo due o tre famiglie e pochi altri elementi, pare non esserci nulla. Non un servitore in casa (compaiono molto raramente nella narrazione, appena di sfuggita se non mai, seppure la loro presenza in quegli anni fosse costante nelle case di borghesi e nobili), non un popolano per le vie, né apparentemente uno stato, un popolo, una monarchia o famiglia reale che sia, di cui oggi invece si ama discutere per ogni quisquilia. Sembra quasi che questi nobili vivessero in una bolla di vetro opaco, senza vedere nulla al di fuori di ciò che il racconto della Austen suggerisce, nulla che non abbia a che fare con la trama stessa. Forse era davvero così. Forse i nobili inglesi dell’epoca preferivano davvero essere sordi alla politica, ciechi alla povertà, e semplicemente si chiudevano nei loro palazzi londinesi o nelle loro regge di campagna in estate. Chi lo sa?
Eppure c’è un fondo di verità che aleggia lungo tutta la narrazione. Una delle cose che più preferisco di Jane Austen è la sua capacità di comprendere la natura umana. Quella sì non cambia di molto negli anni, uomini e donne possono essere solari, umili, meschini, sciocchi e un sacco di altre cose belle o brutte, ora come allora. Dei suoi personaggi amo il fatto di riuscire a comprenderli sempre e in toto, senza sforzo o pregiudizio, perché hanno un carattere reale che agisce e reagisce in maniera coerente a sé stesso.
Una sola cosa posso dire di male ai personaggi di Jane Austen: in ogni romanzo che ho letto sin ora c’è un personaggio (spesso femminile) che sembra voler incarnare tutte le qualità positive e allontanare quelle negative. Ho sistematicamente detestato tutti quei personaggi, e mi andava anche bene finché erano personaggi minori o comunque non i principali. Ma poi ho letto “Mansfield Park”. Ho incontrato quella che sembra essere l’eroina preferita della Austen, la più perfetta e la più arrogante nella sua rappresentazione: Fanny Price.
 
Per chi non ha letto Mansfield Park faccio un riassunto (spoiler alert!).
A dieci anni Fanny Price si trasferisce a casa degli zii nella magione di Mansfield Park. Provenendo da una famiglia piuttosto povera e rozza, essere a Mansfield e poter godere di privilegi quali l’educazione scolastica, la conoscenza di persone altolocate, l’adozione di maniere raffinate, è per Fanny una vera fortuna. Nonostante questo rimane sempre relegata ad un ruolo inferiore rispetto ai cugini, perché loro occupano un gradino più alto in società.
Fanny cresce così misurando costantemente la distanza fra sé e la due cugine. Mentre lei studia e si meraviglia di ciò che apprende, loro si annoiano e pensano che l’educazione sia solo un mezzo per apparire intelligenti, mentre Fanny si rende utile in casa loro pensano a passatempi poco faticosi e più ludici, mentre lei rimane nelle retrovie nella società le due cucine non vedono l’ora di lanciarcisi.
In gran segreto Fanny s’innamora del cugino Edmund, che però è interessato ad una nuova vicina che è in visita assieme al fratello. I due nuovi arrivati sono Mr. e Miss Crawford, entrambi viziati e vanesi, egoisti e con poco senno. Edmund inizialmente s’infatua di Miss Crawford ma desiste nel chiedere la sua mano quando si rende conto della natura negativa della ragazza. Mr. Crawford invece è innamorato di Fanny a dispetto del suo rango inferiore e chiede la sua mano. Lei lo rifiuta, scatenando lo sdegno e lo stupore di tutti. Non a torto, però, lo fa, perché pochi mesi dopo aver chiesto la sua mano Mr. Crawford verrà coinvolto in uno scandalo con la più sciocca delle cugine di Fanny, che fra l’altro si era appena sposata.
Infine Fanny, grazie alla sua perseveranza, onestà e umiltà sposa il cugino Edmund.
 
Orbene, ci sono parecchie cose da dire su questo romanzo. Mi ha presa, su questo non c’è dubbio. L’ho letto più velocemente di quanto credessi possibile! Tuttavia ci sono parecchie cose che non ho apprezzato in questo libro, come molte altre invece mi hanno fatta riflettere.
La prima, come già accennavo, è la protagonista. Incarna tutte le qualità che una persona può incarnare, è talmente perfetta da dare la nausea. Inoltre la sua relazione con Edmund è delle più tristi. Forse la Austen intendeva essere ironica, ma se è così allora qualcuno deve dirmelo perché io non l’ho capito. Edmund sposa Fanny, ma non c’è traccia di romanticismo fra i due, per lo meno da parte di lui. Per come l’ho interpretata io, Edmund sposa Fanny perché è quella che più si avvicina al suo ideale di moralità, ma non la ama. Come può amarla? Fanny è grigia, noiosa, prevedibile, fa quel che la gente farebbe se si comportasse sempre bene. Ma non è bello ogni tanto comportarsi male? Invece Fanny ama Edmund dell’amore più ingenuo che può esserci. Non si arrabbia con lui nemmeno quando va contro a tutti i suoi ideali, nemmeno quando si rimangia la parola data perché caduto come uno scemo nelle malie di Miss Crawford. A Edmund, Fanny si asservisce perché è l’uomo che ama.
Non ho capito poi che cosa ci fosse di tanto male in Miss Crawford. Personalmente l’ho trovata più simpatica di Fanny, più naturale e sicuramente meno musona. Certo nel libro viene descritta in maniera negativa, è ricca e quindi viziata, è avida e quindi opportunista. Ma quel che ho visto io invece è una donna furba e sicura di sé, in un’epoca in cui le donne sciocche e insicure erano purtroppo la maggior parte, causa una società che le costringeva al ruolo di grazioso soprammobile. Una donna come Miss Crawford forse ha meno scrupoli, pensa più al profitto, ma per vivere serenamente sono convinta che molte donne dovessero fare così in quell’epoca.
Quindi meno Fanny e più Miss Crawford per tutti! Perché di donne furbe sicure di sé il mondo non avrà mai abbastanza.
 
Ho sentito dire che Jane Austen considerava “Mansfield Park” uno dei suoi libri più importanti poiché l’educazione – in particolare quella femminile – era al centro della narrazione. Si stupì molto quando venne a malapena notato dai critici, passato quasi sotto silenzio rispetto ad altri suoi precedenti lavori come ad esempio “Orgoglio e pregiudizio”. Credo che fosse un tema più scottante, che ai critici conveniva far passare dietro le quinte piuttosto che sul palcoscenico, perché era un tema che avrebbe suscitato polemica.
Con il messaggio che il romanzo mi ha trasmesso sono del tutto d’accordo. Fanny riesce a raggiungere il suo ideale di felicità grazie alla caparbietà e serietà che ha maturato nel corso degli anni. Queste gli vengono non solo dall’educazione aristocratica, ma anche e forse soprattutto dalla distanza che tiene da essa. La Austen dimostra proprio che coloro che hanno tutto, che sono vezzeggiati e adulati sin dall’infanzia, crescono con una percezione distorta di loro stessi, una percezione troppo alta rispetto a ciò che è la realtà. Mentre chi viene relegato nell’angolo può vedere le cose da un punto di vista più ampio, il cui centro sono le cose che contano, e non sé stessi.
Pienamente d’accordo! Qui la Asuten si è guadagnata il mio pollice alzato.
 
In generale direi che questo romanzo mi è piaciuto, nonostante i suoi lati negativi. Forse proprio per quelli perché, nonostante tutto, mi è piaciuto analizzarlo, trovare le ragioni per cui non sono d’accordo con questa o quella affermazione.
Penso che un romanzo che ci fa ragionare, discutere, che ci spinge all’analisi, anche se considerato un cattivo romanzo, sia sempre meglio di un romanzo che passa sotto silenzio senza stuzzicare nemmeno una corda della nostra voglia di dibattito.

venerdì 28 agosto 2015

Sex on the book

La sessualità e il sesso è argomento largamente dibattuto, oggi come nel passato, da uomini e da donne, e nonostante questo rimane un mistero per tutti. Per chi ha una sessualità rigida e ricca di tabù, certamente lo è, ma anche per chi la vive in maniera più libera, spensierata, malata o serena. Per chi non la vive affatto. E per chi non può fare a meno di viverla.
Essendo in questo blog, vi giro la questione in un’ottica prettamente libraria. Di sesso se ne parla sempre, ma come se ne parla nei libri?
Questo post mi sta interessando più del previsto, tanto che ho fatto qualche ricerca su internet. Sono lieta di non essere incappata in siti porno, ma di aver invece trovato spunti interessanti.
Per prima cosa: è giusto scrivere di sesso e sessualità nei libri?
 
Credo che per andare avanti si debba fare una distinzione doverosa, che molti danno per scontata ma che alcuni non fanno affatto. La sessualità e il sesso sono due cose diverse, seppur correlate. La sessualità è qualcosa che possediamo sin dalla nascita, è la consapevolezza del proprio corpo, un connubio di caratteri e comportamenti. Il sesso invece può essere inteso sia come organo riproduttivo maschile o femminile, che come atto sessuale.
Ora, non sono un dottore, ma mi sembra che stiamo parlando di due cose differenti.
 
Per tornare alla domanda iniziale, io rispondo: sì, è giustissimo parlare di sessualità e sesso nei libri. Non c’è motivo di non farlo, e ci sono invece parecchi motivi per farlo.
Scrivere un libro per parlare di sessualità e spiegarla, ad esempio, a dei bambini, è importante. Penso che libri del genere debbano essere scritti da professionisti, da pediatri e/o psicologi, perché credo che sia giusto che anche i più piccoli siano a conoscenza della sessualità. Intesa soprattutto come affetto, dimostrazione di emozioni, diritto alla propria privacy anche da piccoli e sicuramente un sacco di altre cose che io non so. Se che quando avrò dei figli vorrei avere la possibilità di spiegare loro, nella maniera più corretta ed efficace, tutto ciò che devono sapere per iniziare a vivere la loro sessualità e proteggersi da una sessualità che potrebbe essere pericolosa. Non essendo ferrata in questo campo, penso che dei libri potrebbero aiutarmi molto, quindi c’è bisogno di libri sulla sessualità.
Ho preso ora l’esempio dei bambini, ma potrei prendere come esempio anche un adulto. Ci sono molte persone che hanno problemi con la loro sessualità o con il sesso, e hanno tutto il diritto di informarsi per poter vivere serenamente. Sono anche fermamente convinta che un libro aiuti molto di più che reperire informazioni frammentarie su internet o quelle manipolate in tv – senza contare poi che il 90% di ciò che sentiamo in televisione viene rimosso quindici minuti dopo.
Non c’è invece ragione, penso, di trattare la sessualità come un tabù. Esistono persone che lo fanno tutt’oggi, quindi non penso di fare un’affermazione scontata. I tabù impediscono l’informazione, mitizzano l’argomento stesso che vogliamo nascondere e lo rendono misterioso e curioso, portando spesso alla paura nei suoi confronti o ad un’eccessiva curiosità. Nessuna di queste due cose è positiva.
Quindi è giusto parlarne, informare ed essere consapevoli.
 
E qui termina la mia piccola introduzione, che tanto piccola poi non è, ma che mi sembrava doverosa per mettere in chiaro ciò che penso. Una volta preso atto che considero normale e corretto non nascondere uno degli elementi base della natura umana, passo ad un argomento meno scottante e più leggero, forse persino divertente.
Le scene di sesso nei romanzi.
Altra domanda: che cosa ci aspettiamo da una scena di sesso?
Questa è una cosa a cui non ho mai pensato, onestamente. Forse perché non sono molti i libri in cui trovo scene di sesso. Mi è capitato, certo, ma essendo scene che hanno importanza non in quanto tali ma nell’insieme del romanzo, non mi sono mai soffermata a pensarci troppo.
Facciamo un passo indietro. Perché leggiamo romanzi? Per emozionarci, per perderci in un mondo differente, per volare con la fantasia, per conoscere storie dolci, adrenaliniche, storie che ci potrebbero cambiare la vita. Non è così? Nei nostri libri preferiti le scene divertenti ci fanno ridere, quelle drammatiche ci fanno piangere, quelle più intense ragionare. Ma quindi cosa dovrebbe fare una scena erotica? Farci arrapare?
Ci ho pensato un po’ mentre scrivevo questo post ma non ho trovato la risposta. Forse l’unica soluzione è chiedere all’autore stesso del romanzo. Forse solo allora potremmo capire davvero che cosa dobbiamo aspettarci da una scena di sesso, e non è ancora detto che ci piaccia o che sia scritta bene!
Non mi pronuncio sullo stile. Penso che quella sia una questione di gusti. Per esempio a me non piacciono le scene troppo descrittive, meglio lasciare un po’ di cose all’immaginazione. E non amo i vocaboli troppo volgari, perché sto leggendo un libro e non guardando un film porno. Ecco, per come sono fatta io condirei un po’ tutto con un velo di non detto, di magia, di intuizione, di romanticismo e malinconia. Ma immagino che ci siano lettori di tutti i tipi, cui piace anche un «ma sì, tu buttacelo!», come direbbero alcune mie conoscenze.
 
Vi rigiro quindi tutte le mie domande e sono curiosa di conoscere le risposte. A questo proposito so che Agosto non è il momento migliore per pretendere risposte, ma il post è arrivato adesso e non lo voglio rimandare.
Quindi secondo voi è giusto scrivere di sesso e sessualità? A che cosa servono le scene di sesso nei libri? Secondo voi è meglio uno stile elegante o è preferibile un linguaggio più spinto? Le scene di sesso, se non sono necessarie ai fini della trama o per spiegare il rapporto che si crea fra i personaggi, secondo voi sono utili o potrebbero anche essere eliminate?
Spero di avervi fatto riflettere su un argomento che io trovo curioso e interessante. Spero anche di non avere infastidito nessun bacchettone nei paraggi.

venerdì 7 agosto 2015

Middlesex - Jeffrey Eugenides

Parecchi anni fa vidi questo libro e, pensando che fosse interessante, lo misi in wishlist senza pensarci troppo. Da quel momento sono cambiate moltissime cose e, in questi anni, persino lo stile delle mie letture è cambiato. Si è fatto più aperto alle novità, all’ignoto e all’occorrenza è più impegnato.
Dopo aver terminato la lettura di “Middlesex” posso dire con certezza che, in quel lontano momento in cui lo vidi fra gli scaffali, se lo avessi comprato probabilmente non lo avrei apprezzato, forse non avrei neanche terminato di leggerlo. Non perché la mia mente si sia aperta in questi anni ai misteri del sesso, del genere e della società in cui viviamo (tutti temi del libro), ma proprio perché è stata una lettura un po’ impegnativa e penso che allora non l’avrei retta.
 
L’epopea della famiglia Stephanides inizia in Grecia negli anni ’20, dove gli innamorati Lefty e Desdemona fuggono per sfuggire alla guerra e ad una vergogna che li perseguiterebbe nel piccolo paese dove abitano. Come molti dell’epoca si recano in America, dove la cugina di Lefty li attende e lì iniziano una nuova vita.
Ancora non è giunto il momento di conoscere bene il nostro protagonista, Cal, che ci narra tutta la vicenda senza tralasciare i momenti più intimi, più drammatici e più divertenti, dalla sua posizione di narratore privilegiato: un narratore onnisciente che conosce tutti i segreti del passato della sua famiglia, anche i più torbidi. Cal racconta ogni cosa molti anni dopo, a fargli compagnia il famoso senno di poi, che lui non esita a mettere sempre in mezzo aggiungendo curiosità alla curiosità stessa.
E così vediamo come i suoi genitori, cugini di secondo grado, si sposano e diventano padre e madre prima di suo fratello maggiore e poi di una bella femminuccia: Calliope Stephanides. Qui inizia ad intromettersi il caso, poiché il vecchio dottore che la visita da neonata non si rende conto di una piccola anomalia fisica, e nemmeno il prete che la battezza e viene irrorato di pipì di bimbo non si chiede come diavolo abbia fatto questa bambina a fargliela dritta in faccia, e persino sua madre, una pudica donna degli anni quaranta, le cambia frettolosamente i  pannolini senza nemmeno guardarla.
Calliope cresce e, da graziosa bambina, diventa una ragazzina molto bella. L’inizio dell’adolescenza porta però con sé i primi problemi. La madre è preoccupata perché Callie non ha le mestruazioni, né un seno evidente, e tutta la sua bellezza si sta lentamente trasformando in goffaggine e lei dà l’impressione di avere qualcosa che non quadra, qualcosa di strano che si intuisce vagamente ma che non vuole venire a galla. Callie stessa è preoccupata, sia per questi motivi sia per ragioni di cuore. È infatti innamorata, ma di una ragazza.
Dopo un incidente Calliope e tutta la sua famiglia scopriranno ciò che non potevano nemmeno immaginare, perché Calliope è anche Cal, un po’ donna e un po’ uomo.
 
Giuro che non ho spoilerato perché siamo consapevoli dell’ermafroditismo di Cal sin dall’inizio del romanzo, quindi potete ancora leggerlo gustandolo appieno.
“Middlesex” è un libro che promette una cosa ma ne dà un’altra. In pratica, se volete leggere un libro che parla di un ermafrodita, non leggetelo. Il lato sessuale della faccenda salta fuori solo alla fine, e non è alla base del romanzo. Ciò che mi ha trasmesso, in realtà, è proprio l’opposto. Neanche il problema più grande, neanche l’ostacolo che pare più insormontabile è tale di fronte a degli affetti saldi e sinceri. Ecco cosa mi ha insegnato questo libro (ed è anche ciò che posso constatare, per fortuna, nella vita).
Lo stile è scorrevole e mi ha stupita. Riesce a parlare in maniera non troppo pesante di argomenti quali la politica, il razzismo, l’odio, così come racconta senza idealizzare né rendere tutto rose e fiori l’amore, l’adolescenza o il matrimonio. Non esiste qualcosa che Eugenides non esprima con accuratezza e analizzando in profondità i sentimenti dell’essere umano. Quelli si ritrovano ad essere i veri protagonisti perché nel romanzo non c’è un vero e proprio centro, un personaggio che è più importante di un altro. Tutti contano allo stesso modo e tutti hanno caratteri e personalità differenti, affrontano prove diverse e riescono a saltare fuori dalla pagina e instaurare un contatto con il lettore. I loro stati d’animo sono gli stessi che possiamo provare noi e riconoscerci in loro, seppur con tutte le differenze del caso, diventa facile.
 
Ripeto, se vi interessa un libro su un ermafrodita non leggete “Middlesex”. Se invece volete leggere un libro che parla di vita in maniera un po’ canzonatoria, ironica e con un senso di malinconia, allora è il libro che fa per voi.