lunedì 29 gennaio 2018

La chiamata dei tre – Stephen King

L’anno scorso ho iniziato a leggere la saga della torre nera di King, soprattutto perché sarebbe uscito il film con Matthew McConaughey e Idris Elba. Il film era carino, ma nulla di che. A posteriori, posso dire che è stato una mezza delusione. Non c’entrava molto con il libro, e adesso che conosco la vera trama mi è sembrato semplicistico e adattato a forza ad un pubblico di ragazzini. Ho sentito dire che non ci sarà un seguito, e che il film ha disatteso le aspettative di molti.
Chissà perché?

Il primo volume della serie, “L’ultimo cavaliere”, è onirico – non ci sono altri modi per descriverlo.
La trama è quasi inesistente, più che leggerla la si intuisce. La storia qui viene vagamente introdotta, i concetti su cui la serie si reggerà vengono esplorati, e conosciamo il protagonista e l’antagonista principali. Non molto per un primo volume, soprattutto se pensiamo che conta anche qualche centinaio di pagine.
Non scrissi una recensione di questo libro perché non sapevo cosa dire. Sinceramente, non lo so nemmeno ora.
L’autore era a conoscenza delle stranezze di questo romanzo, lo scrive in una nota a fine libro, specificando che non è impazzito, e che quello che abbiamo letto non sono farneticazioni ma qualcosa che prima o poi prenderà una forma. Basta avere fede.
Menomale che esiste il seguito, “La chiamata dei tre”. Altrimenti sarebbero state farneticazioni.


Per farla breve: la Torre Nera si erge al centro di svariate dimensioni e il pistolero Roland di Gilead è l’ultimo che può salvarla dalla caduta. Se la torre cadesse sarebbe il caos, il che è proprio quello che vuole Randall Flagg, nemico che compare già in altri universi kinghiani, personificazione del maligno e tutto ciò che di brutto e cattivo riusciamo a immaginare.
In “La chiamata dei tre” passiamo ad uno stile più narrativo, più comprensibile se vogliamo. Vengono introdotti nuovi personaggi, la storia è più raccontata e si incomincia a vedere un senso in ciò che si legge. Nonostante questo rimane un capitolo introduttivo, perché parla essenzialmente di come Roland metta insieme la sua squadra, e da un pistolero si passi a tre pistoleri.
Non posso dire di essere stupita, King riesce a raccontare in un capitolo ciò che gli altri a volte dicono in un paragrafo. Ha senso, ci a messo un intero libro a raccontare quel che di solito leggiamo in un capitolo!
In questo romanzo si conoscono i personaggi che saranno i protagonisti, la storia di come si incontrano e gran parte del loro passato, del vissuto e del carattere che ne deriva.

Mentre leggevo continuavo a pensare che il film dell’anno scorso non assomiglia affatto a questa storia, nemmeno lontanamente, e mi sono ritrovata a sperare che, magari, un giorno, qualcuno ne farà un altro film, che sia però veramente La saga della Torre Nera.
Quindi ho pensato a quali attori sceglierei io per interpretarli (come avrete capito, adoro fare questa cosa).

Roland di Gilead
Mi spiace per Idris Elba, ma dato che nel libro in realtà è specificato che il suo personaggio ha gli occhi chiari e, inoltre, la sua appartenenza alla razza caucasica ha una certa rilevanza per la trama di questo volume, non sceglierei lui per interpretare la mia versione del film.
Io ci vedrei bene Tom Hardy.
Roland è stato presentato come un uomo che ha fatto diventare il suo compito un’ossessione. Morirebbe pur di arrivare alla Torre. Peggio, è disposto a lasciar morire gli altri se questi intralciano il suo cammino, e per altri intendo innocenti, amici, compagni, chiunque. Non ha pensieri che per la sua missione, ma una parte di lui ha paura di cosa succederà quando l’avrà compiuta, se dopo sarà ancora vivo. La sua vita avrà ancora uno scopo? Lui che tipo di uomo sarà diventato? Di quante cose dovrà pentirsi alla fine del suo viaggio? Questo ci fa capire che, nonostante possa sembrare il classico personaggio ‘cazzuto’, che fa il suo figurone dicendo frasi ad effetto (come fa spesso Roland, per la verità) in realtà è un uomo più profondo, che nasconde una finezza particolare.
Tom Hardy ha abbastanza l’aria del pistolero (immagino una versione Eastwoodiana del suo Mad Max), ma l’ho visto anche compiere miracoli del piccolo schermo (“Stuart, a life backwards”) e so che c’è altro in lui, oltre ai grugniti e alla faccia del buono maledetto. Esattamente come Roland.

Eddie Dean
Questo è il primo personaggio che Roland ‘recupera’ dal nostro mondo per accompagnarlo durante il suo viaggio. Eddie sarà uno dei tre cavalieri e, anche se all’inizio non ne è molto entusiasta, pare abituarsi all’idea, quasi che ci tenga. Nella mia mente ha il viso di Dane Dehaan.
Nominato anche Il Prigioniero a causa della sua dipendenza da eroina, Eddie Dean è il personaggio cui è facile affezionarsi. Non è chiaro il suo carattere, forse per la sua giovane età, ma anche perché rivela molti lati del suo carattere, a volte contraddittori. Può sembrare pericoloso e avventato, ma è l’unico a far davvero ridere il lettore, a commuoverlo e suscitare tenerezza. Detesta Roland per averlo trascinato in quell’avventura, ma allo stesso tempo gli è grato perché lo ha salvato. Da sé stesso, dalla sua vita che non aveva una scopo.
Ho visto Dehaan in un paio di film che mi sono piaciuti moltissimo (“Come un tuono”, “Kill your darlings”), e mi sembra che renda meglio quando deve interpretare un personaggio scomodo, in qualche modo disadattato. Non so se è un complimento…

Odetta Holmes/Detta Walker
Forse uno dei personaggi più complessi di cui abbia mai letto. Preparatevi perché è difficile da seguire.
Giovane ereditiera nei primi anni ’60 in una New York che giudica con severità le donne, mal tollera i neri ma è costretta a trattare con riguardo una ricca donna afroamericana costretta sulla sedia a rotelle. Odetta Walker è una ragazza affascinante, colta, gentile, un’attivista per i diritti dei neri che ha subìto un incidente che l’ha portata a perdere entrambe le gambe. Spinta sulle rotaie della metropolitana, è sopravvissuta per miracolo, ma oltre alla menomazione fisica ne ha avuta una mentale.
Da quell’incidente è ‘nata’ Detta Walker. Detta odia i bianchi, è convinta che loro la maltrattino per partito preso, tutti, nessuno escluso. Pensa – no, è convinta – che la prendano in giro e vogliano persino ucciderla perché lei è nera. È pericolosa, imprevedibile, piena di rabbia, sconsiderata sino alla follia. Non le interessa capire la situazione, non le interessa vivere o morire. Vuole solo mettere i bastoni tra le ruote a Randall e Eddie.
Odetta non sa che Detta esiste. Detta intuisce che c’è qualcun altro nella sua vita, qualcuno di cui deve liberarsi, ma non sa chi o cosa sia. Quale prevarrà, fra le due? La dolce, intelligente Odetta o la folle e pericolosa Detta?
L’unica attrice che vedo bene in quel ruolo è Lupita Nyong’o, bellissima e che ha già dato prova di un grande talento (“12 anni schiavo”).

Dubito che faranno presto un secondo tentativo per il film della Torre Nera ma, nel caso decidessero di farlo e per mero capriccio del destino uno degli attori sia uno di quelli della mia lista, sarò molto orgogliosa e prenderò in considerazione l’idea di lavorare come direttore del casting.
Magari il prossimo film verrà fuori NC17, ma credo che riscuoterebbe maggior successo se assomigliasse un po’ di più all’originale – che non lesina in sangue, parolacce e ossessioni disturbanti.
Aww, che bello!

sabato 20 gennaio 2018

Penna alla mano #7: L’emozione del punto e virgola

Gennaio è inoltrato e scommetto che qualcuno sa già contando quanti giorni mancano alle prossime feste. Intanto però abbiamo ripreso il ritmo, anch’io, e quello che fino a un paio di settimane fa non mi veniva voglia di fare, eccomi qui a farlo: un post della rubrica “Penna alla mano”.

Uno dei tanti argomenti che gravitano attorno alla scrittura, ma di cui non sento parlare molto, è la punteggiatura.
Oltre ad essere un insieme di regole grammaticali, questa ci aiuta a dare un ritmo alla narrazione. Mi affascina il fatto che qualcosa che ha delle regole precise, dove effettivamente esiste un giusto e uno sbagliato, sia così importante per questioni affatto tecniche. La punteggiatura di un romanzo, infatti, aiuta a dare l’andatura giusta alla storia, è strettamente legata allo stile di un autore e queste cose influiscono sul piano emozionale, più che pratico.
La punteggiatura è quella parte di grammatica che per prima veicola le emozioni. Non esistono altri rami di questa disciplina che lo fanno. Conoscere i vocaboli, manipolare la sintassi, usare un vasto numero di termini, ci aiuta a far arrivare il messaggio al lettore, ma nessuna di queste cose suscita di per sé un sentimento.
Proviamo a immaginare come sarebbe leggere una storia senza punteggiatura (o in latino, che è un po’ la stessa cosa!). Come guardare un film senza colonna sonora. Oltre che confuso avremmo un testo privo di pause, di enfasi, di sorprese. Privo di sentimento.

Usati nel modo corretto i segni di interpunzione non solo rendono il testo leggibile, ma anche profondo.
Tuttavia ci sono autori che giocano con la punteggiatura come fosse uno dei loro personaggi. Basti pensare a José Saramago, Gabriel Garcìa Màrquez, James Joyce, tutti autori che hanno piegato al loro volere la grammatica per trarne opere di prestigio. Forse non sempre capite o apprezzate, lo riconosco, ma opere di cui non si può non ammirare il fascino – per quanto contorto.

Quando ho iniziato a scrivere questo post volevo solo parlare degli autori che sperimentano con la punteggiatura, e magari fare qualche esempio. Poi mi sono ritrovata a chiedermi perché, fra tutte le regole grammaticali, sia quella che più modifica la nostra percezione del testo ad essere stravolta agli autori. La più ignorata e, nel contempo, la più essenziale.

Allora ho capito che è questo il motivo. Nulla è più definitivo di un punto a capo, nulla crea più ansia di una serie di virgole ravvicinate. Nulla crea emozioni più contrastanti di un semplice, piccolo punto e virgola.

lunedì 15 gennaio 2018

Il grande romanzo degli anni '00

Negli ultimi mesi non ho letto moltissimi romanzi-mattone, quelli con un sacco di protagonisti che racchiudono ben più di una storia, ma un’intera società. Mi ritrovo a scorrere le mie letture ogni tanto e per qualche motivo guardo a queste epopee con una certa ammirazione.
Molti di questi libri sono piuttosto vecchiotti, oppure sono moderni ma ambientati in epoche passate (un centinaio di anni fa, a volte di più). Quindi mi sono chiesta: è possibile scrivere un romanzo di questo tipo ambientato nella nostra epoca? Parlare dell’uomo di oggi all’uomo di oggi con la stessa sorprendente lucidità con la quale Dostoevskji parlava della famiglia Karamazov? O con gli insegnamenti che Dickens amava mettere sulle labbra ai suoi protagonisti, rendendoli esempio di buone o cattive abitudini dei suoi contemporanei?
In parole povere, si può scrivere il grande romanzo degli anni 2000?

Non ho bisogno di arrivare alla fine del post per dire questo, ma certo che si può! Tutto si può! Soprattutto quando si entra nell’universo della scrittura.
Ma andiamo più nei dettagli…

Il discorso che sto per aprire è molto più ampio, credo, di quanto questo piccolo blog possa sopportare, ma ci proveremo lo stesso.
Negli ultimi tempi, complici i social network, un nuovo concetto sta prendendo forma, quello dell’importanza del singolo. Nel Rinascimento siamo passati dal considerare Dio il centro dell’universo a considerare l’umanità importante e più capace di quanto non avessimo mai osato immaginare. Oggi andiamo ancor più nel dettaglio e consideriamo il singolo il centro di tutto. La tecnologia ha aiutato molto questo concetto.
Oggi tutti hanno la possibilità di dire ciò che pensano, tutti sono convinti che la loro opinione conti quanto quella di chiunque altro. Di piattaforme per farsi sentire ce ne sono a migliaia e ciò che conta di più non è quello che dici, ma quanto forte lo dici.
Lo so, questa critica proprio da parte di una persona che apre un blog potrebbe sembrare ipocrita, ma vi dirò, non è il fatto che tutti dicano la loro a infastidirmi, sono tutto un altro genere di cose. Ad esempio il fatto che internet abbia molto più successo con le critiche distruttive che costruttive, o il fatto che persone che non se ne intendono di qualcosa pensino effettivamente che la loro opinione sia pari a quella di persone specializzate in un dato settore. Mi disturba il fatto che la gente che viene ascoltata di più è quella che parla con la voce più grossa, invece che quella che dice cose sensate, o il fatto che internet possa distruggere la vita di una persona perché tutti hanno la possibilità di dargli addosso.
Quindi in realtà trovo le nuove tecnologie invenzioni utilissime e potenzialmente meravigliose, ma ovviamente il modo in cui le utilizziamo è umano e loro hanno la possibilità di ingigantire sia le nostre idee più belle che i nostri peggiori comportamenti.

Insomma, tutto ciò per dire: questo è il secolo del singolo, della persona comune che ha il suo momento di gloria, degli ostacoli personali che vengono superati dopo grandi tribolazioni, della realizzazione personale. Le cose si concentrano più sull’interiorità, sulla vita di tutti i giorni, su quanto una persona che ha una vita appartenente banale possa essere speciale, basta prendersi la briga di conoscerla.
Anche nei libri si riflette questo gusto, se così vogliamo chiamarlo, quest’idea che non so se è tutta del nostro secolo, ma che ho sentito espressa più di una volta. Sono evidentemente figlia della mia epoca, perché lo trovo giusto, persino bello. Penso che ognuno di noi sia importante, che tutti siano speciali, se solo ci si prende la briga di andare oltre le apparenze.
Ma allora, di cosa potrebbe parlare il grande romanzo degli anni ’00? Perché anche se mi sembra romantico e così carinooo questa idea di fondo che il 99% dell’umanità sia formato da belle persone (basta scavare un po’ in alcune, ma non sono cattive, magari hanno solo un carattere di merda), un po’ ho la sensazione che siamo diventati egocentrici. La verità è che un grande romanzo non può parlare di una sola persona, per quante piccole gesta eroiche questa compia. Non può per definizione essere Il Romanzo ’00 se non parla della comunità ma del singolo, perché anche se siamo così concentrati su cosa succede a noi, c’è un intero mondo di noi là fuori.
E però di cosa dovrebbe parlare, se questa è la realtà in cui viviamo?

Forse potrebbe parlare di come possiamo migliorare. Potrebbe mettere in luce i modi belli e quelli brutti in cui stiamo usando questa tecnologia che ha travolto le nostre abitudini, il nostro rapportarci con il mondo, con gli amici, con noi stessi. Potrebbe parlare di come sia giusto imparare ad alzare gli occhi per renderci conto che non è importante mostrare cosa facciamo, ma goderci il momento – si fa presto a dirlo, ma quanti di noi lo fanno davvero?
Più andiamo avanti più siamo distanti dalle generazioni che sono nate con internet veloce, illimitato, e portatile, e secondo me è quello che ha veramente cambiato moltissime cose. Io mi ricordo quando internet non ce l’avevano tutti, e chi ce l’aveva ci metteva talmente tanto a far caricare una pagina web che nel frattempo facevi in tempo a prepararti un panino, a fare una partita a carte, a mettere a posto quella cosa che hai rimandato tutto il giorno, e quindi alla fine ti stufavi e andavi (di persona) a chiedere a un amico, o alla bibliotecaria.

Non dubito che qualcuno scriverà, prima o poi, questo Grande Romanzo dei Nostri Tempi. E quando uscirà spero che non parli del singolo, ma di tutti.

domenica 7 gennaio 2018

Letture 2017

Ho passato le ultime due settimane a spulciare classifiche di lettura dei blog che seguo, o che qualcuno che seguo segue. Per un mio pallino però ho voluto attendere il nuovo anno prima di stilare la mia classifica: non si sa mai che cosa si può leggere all’ultimo momento, forse un libro che merita una menzione.
Ciò detto, iniziamo!

Quest’anno ho letto trentatré libri e ne ho mollati nove (anche se a me sono parsi di più). Diciassette scritti da uomini, tredici di autrici donne.

Mi tolgo subito il pensiero dei pessimi romanzi, per sproloquiare dopo su quelli più belli.
Fra quelli che ho abbandonato ci sono dei romanzi noiosi, e vabbé quelli capita di trovarli, ma altri li ho lasciati perdere perché erano assolutamente detestabili. E credo che valga la pensa farveli sapere, nel caso i nostri gusti coincidano, in questo modo sarete salvati da una crudele lettura.
Ad esempio (e qui le fans in crinolina nella sala da tè inorridiranno) ho abbandonato Cime tempestose perché tutti i personaggi mi sembravano dei menomati mentali, delle persone detestabili e veramente cattive, cattive nell’animo. Il tipo di persona che agisce apposta per far star male qualcun altro. Non l’ho terminato, è vero, e di solito mi astengo dal commentare quel che non ho finto di leggere perché mi dico sempre che, forse, un giorno riprenderò il romanzo e mi piacerà tantissimo. Ma questo, veramente… no. Nel caso mi balenasse in testa di riprovarci, farò in modo di ricordare la voglia che mi pervadeva di schiaffeggiare la protagonista, di uscire dalla storia e scappare.
Per fortuna ci sono anche dei romanzi che non sono riuscita a finire ma che un giorno vorrei riprendere, come L’ombra dello scorpione. King attende fiducioso ridacchiando sotto i baffi, fra un romanzo storico e un classico moderno, sapendo che non posso resistergli.
Ma passiamo a qualcosa di cui posso parlare con cognizione di causa!
Riesco anche a finire libri che non mi entusiasmano molto, ho le prove. Tuttavia vi sconsiglio la lettura di Il ristorante degli amori ritrovati, che snerva, La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo, godibile ma riesce a rovinare tutto trasmettendo un messaggio che ho odiato, Un figlio di Alejandro Palomas, troppo bislacco per essere preso sul serio.

Quest’anno alcuni libri mi hanno sconvolta (Lolita di Nabokov, Stanza, letto,armadio specchio della Donoghue, Uomini e topi di Steinbeck), di altri mi sono tolta lo sfizio e la curiosità (Annientamento, Cent’anni di solitudine, La scopa del sistema). Ho avuto l’opportunità di ritrovare autori che già conoscevo, con libri di cui non sapevo nulla (La sovrana lettrice di Bennett, Oceano mare di Baricco, La figlia della fortuna della Allende). E ho scoperto nuovi autori, con libri su cui mi ero documentata (Margaret Atwood, Ian McEwan).
Ma soprattutto questo è stato l’anno di alcuni libri, pochi, che ho amato moltissimo. In ordine cronologico, perché scegliere il più bello sarebbe come chiedere a un bambino se preferisce le caramelle o la cioccolata, le vacanza estive o il Natale, la pizza o le patatine! Insomma, impossibile ottenere una risposta che vada bene per ogni giorno.

I miserabili – Victor Hugo
Capolavoro.
Potrei passare ore a parlarne e non avrei detto la metà di ciò che questo libro racchiude. Credo che la sua forza stia nel rendere l’animo umano il vero protagonista, e questo ci fa avvicinare ad ogni personaggio, anche il più malvagio, perché l’autore ci mette nelle condizioni di capirlo. Nemmeno la vicenda storica è più importante dei sentimenti che smuovono i personaggi, infatti questa assume un ruolo centrale per il proseguire della trama ma ciò che importa al lettore è che ne sarà di coloro che sono coinvolti nella vicenda.
Appassionante, preciso eppure vasto come pochi romanzi sanno essere. Non ci sono altre parole per descriverlo e sono costretta a ripetermi: un capolavoro.

Il genio e il golem – Helene Wecker
Decisamente più leggero, sia nello stile che nei contenuti, un romanzo fantasy ambientato nella New York di inizio ‘900.
Una città proiettata nel futuro, che si scrolla di dosso le ultime vestigia del secolo appena passato. Una New York per metà cupa, immersa nell’ombra della notte, e per metà vivace, nuova, cosmopolita, brillante e all’avanguardia. In mezzo a tutto questo due creature opposte e soprannaturali, una nata dal fuoco e figlia del deserto, l’altra nata dal fango freddo e dall’umidità. Una, incatenata e irrequieta, agogna la libertà, l’altra è felice solo quando serve un padrone.
Ogni personaggio in questo libro è come il concetto dello yin e lo yang. Ognuno ha il suo opposto, si trova in situazioni completamente contrarie alla propria natura, situazioni che sarebbero ottime per la propria controparte. Anche il loro spirito è così, sono fortemente legati alla loro natura ma tendono verso il loro opposto.
Ho adorato questo libro avventuroso ma anche dolce, che fa affezionare ai personaggi nonostante i loro difetti.

Paris – Edward Rutherfurd
Letto in un baleno, per quanto la mole lo permettesse, e amato come pochi romanzi fin’ora. Amato talmente tanto, in effetti, che mi sono affrettata a segnarmi il nome dell’autore e procurarmi qualche altro suo romanzo.
Torno a Parigi con uno stile più spensierato, con meno drammi e più voglia di andare avanti. Qui la protagonista è la città, che sembra raccontare la Francia e la sua storia attraverso le persone che vi si muovono, come in un lungo memoriale. Narra la sua storia di città che guarda avanti, alla modernità, di città asserragliata dai tedeschi, di città vissuta da un popolo le cui leggi sociali stanno cambiando. Ricorda i momenti in cui le mura di cinta medievali racchiudevano un mondo più piccolo, e quelli in cui il popolo ha fatto la rivoluzione cambiando per sempre la storia e il viso di quella Parigi che è diventata simbolo della libertà del suo popolo.
L’ho trovato un romanzo pieno di vita, che racconta la storia di una città veramente magica.

Ed ecco le letture di quest’anno. Di certo alcune mi hanno incantata e le ricordo con più piacere di altre, ma tutti i titoli sono stati preziosi, anche quelli che non mi sono piaciuti, perché mi hanno fatta entrare in un mondo ricco di emozioni.

Spero che abbiate trovato spunto per qualche bella lettura, magari che potrete fare quest’anno.

venerdì 29 dicembre 2017

Cent’anni di solitudine – Gabriel Garcìa Màrquez

Una premessa: le feste non sono il mio forte.
Non odio il Natale, ma lui assorbe tutte le mie energie e il mio tempo. Faccio l’albero, compro i regali, organizzo, cucino, impacchetto, e quindi non faccio nient’altro a parte l’essenziale per sopravvivere. Insomma, tutto questo per dire che non riesco a stare dietro al blog, quindi auguri di Buon Natale in ritardo a tutti e Buone Feste per tutte quelle che verranno (nel caso non riuscissi ad aggiornare fino a dopo la Befana)!

Ma passiamo alla recensione di oggi, per la quale ci vuole una seconda premessa:
Una volta sottolineavo le citazioni sui libri ma, prendendone molti in prestito alla biblioteca, ho cominciato a scrivermi le citazioni più carine su un quadernino. Ho iniziato a farlo anche con i libri comprati, per non rovinarli. Capita spesso che un libro che mi è piaciuto molto sia foriero di molte citazioni. Almeno, fino ad ora era stato così, adesso c’è un’eccezione.
“Cent’anni di solitudine” di Gabriel Garcìa Màrquez è la mia eccezione.

I coniugi Buendìa e altre giovani famiglie partono dal loro paese di origine e si inoltrano nella foresta, in cerca di un luogo perfetto per fondare un nuovo villaggio. E proprio vicino a un fiume, quasi del tutto isolato dal resto della Colombia, circondato da alberi e a qualche kilometro dalle case più vicine, nasce Macondo. Il villaggio è ricco di vita, pace, curiosità, e non fa altro che ingrandirsi e fiorire. Esattamente come la famiglia Buendìa, che dà vita a due maschi che vengono chiamati con il nome del padre, e una femmina.
Inizia così la storia della famiglia, famiglia cui lo zingaro Melquìades legge il futuro all’inizio della loro esistenza, consegnandolo alla memoria di un fascio di pergamene che nessuno riesce a decifrare. Molti ci provano nel corso degli anni, ma la storia di Macondo esige attenzione altrove e le vecchie pergamene che celano il futuro dei Buendìa vengono dimenticate.
Il patriarca dei Buendìa impazzisce di saggezza e per questo viene legato ad un albero. Il figlio maggiore torna dopo una fuga di anni solo per essere ucciso in circostanze misteriose, il minore va alla guerra ed entra nella storia della Colombia, ma termina la sua vita modellando pesciolini d’oro nel suo laboratorio. I tanti figli cui hanno dato vita, legittimi o illegittimi che siano, proseguono la stirpe combattendo per i diritti dei lavoratori nel grande sciopero a danni della compagnia bananiera che si insedierà vicino a Macondo, altri combatteranno per un amore ostacolato dalla famiglia, altri ancora verranno dimenticati, assassinati, esiliati. E pian piano la famiglia che un tempo era impetuosa e forte come le rapide di un fiume, si assottiglierà fino a divenire un rigagnolo fangoso.
Perché qualunque cosa accada le cose andranno in un solo modo, come aveva predetto lo zingaro Melquìades, come le pergamene ammuffite hanno profetizzato, come svelano solo dopo cento anni di infruttuosi tentativi di decifrazione: “Il primo della stirpe è legato ad un albero, l’ultimo se lo stanno mangiando le formiche”.

Ci credereste che, con oltre trecento pagine di libro, non ho trovato una sola citazione?
E ci credereste che questo libro, nonostante ciò, mi è piaciuto un sacco?
E ci credereste che anni fa lo avevo abbandonato, insoddisfatta?
Ebbene, ci dovete credere perché è così.

I miei genitori sono sudamericani e, come tutti i bravi sudamericani che ho conosciuto in vita mia (tanti) tengono in gran conto gli scrittori di cui l’america latina può vantarsi, esattamente come gli italiani che ho conosciuto (sempre tanti) sono fieri dei loro nobel per la letteratura. Per questo probabilmente ho sempre avuto il nome di questo autore nelle orecchie, da quando ho imparato a leggere.
Almeno tre degli scrittori che pressoché tutti i sudamericani hanno letto almeno una volta nella vita sono Mario Vergas Llosa, Pablo Neruda e ovviamente Gabriel Garcìa Marquez. È come Dante per il Bel Paese, in qualche modo ne vieni impregnato, che ti piaccia o meno, che tu lo capisca o no. Fa parte di te, perché lui fa parte dell’america latina.
Ci ho messo un po’ per compiere questo passo della cultura sudamericana (che a me sembra quasi un rito di passaggio, una specie di battesimo latino, come bere il pisco o mangiare rocoto relleno), ma meglio tardi che mai, no?

Ho iniziato questa recensione, ma in realtà non so bene cosa dire a proposito di Cent’anni di solitudine. Credo di aver capito perché non sono riuscita a trovare citazioni ‘collezionabili’.
Tutto in questo romanzo sarebbe da citare, perché ogni frase è strettamente legata a quella dopo, come una catena indistruttibile. E quando lo si finisce di leggere si capisce che l’inizio è legato alla fine, che l’inizio è esso stesso una fine e la fine è un inizio.
Troppo complesso da spiegare, dovreste leggerlo. Detesto dirlo, ma non c’è modo di parlarne se non lo si ha letto. Potrei raccontarvelo nei dettagli, ma tutto ciò che esiste di magico e incredibile perderebbe la sua magia e la sua incredibilità, e rimarrebbe ciò che rimane di un’eccellente idea in mano ad un lettore entusiasta: occhi brillanti e spiegazioni sconclusionate.