martedì 21 febbraio 2017

Fra me e me

Non guardo moltissima tv, nella maggior parte dei casi la accendo quando stiro/stendo/attento alla mia massa grassa facendo addominali, quindi non la guardo che per qualche minuto, e nemmeno tutti i giorni. È stato proprio un caso, quindi, che trovassi su La5 un documentario sugli autori irlandesi.
Ovviamente si è parlato anche di Joyce e della tecnica del flusso di coscienza e, anche se non ne so moltissimo, immagino che si possa definire un monologo interiore estremizzato.
Ho iniziato a pensare a questa tecnica e da qui è nato il post.

Prima di tutto, perché un autore dovrebbe usare il monologo interiore?
A mio parere è un modo per far conoscere meglio il protagonista. Questa tecnica esplora i suoi pensieri ma non solo, ci dà una visione del suo carattere per mezzo di molti fattori. Ad esempio il modo in cui parla a sé stesso, un linguaggio che sicuramente è più colloquiale, più svelto di come invece parla con gli altri. L'autore può anche farci capire cosa il personaggio pensa di sé stesso, come si considera, se ha dei problemi o è relativamente in pace con la sua vita. Capiamo di più sulla sua psiche, cosa che può essere utile anche ai fini della trama ma, oltre a questo, arricchisce il personaggio.
Un altro modo in cui il monologo interiore può esserci utile è per spezzare la narrazione, in una scena descrittiva ad esempio. Se usata con ingegno può essere un puntello ad una scena d’azione, in cui alternare azione e pensiero frenetico del personaggio che si trova a rischio. L’arma risulta comunque a doppio taglio, perché spezzare la narrazione troppo spesso può renderla frammentaria, difficile da seguire, quindi penso che sia una tecnica da usare con parsimonia.
Non amo dover lasciare ‘in sospeso’ ogni due minuti ciò che accade per conoscere il pensiero del protagonista, quindi penso che si debba usare solo se necessario.

Una delle cose più interessanti del monologo interiore, cui ho pensato scrivendo questo post, è la sua versatilità. Può essere usato in moltissimi modi e dare quindi il taglio che preferiamo ad un romanzo. Il più classico dei metodi prevede una frase rifinita, un pensiero del protagonista confezionato per renderlo fruibile al lettore, di solito scritto in corsivo o fra virgolette, ma il documentario su Joyce mi ha fatta riflettere.
Il monologo interiore più onesto, se vogliamo, è quello che viene utilizzato in “Finnegan’s wake”, una sfilza di parole, pensieri, canzoni, immagini una dietro l’altra senza un apparente ordine logico, ma che costituiscono in effetti i nostri pensieri. Non esiste, in realtà, un modo concreto per illustrare un ragionamento, e questo significa che un autore può sbizzarrirsi per cercare di metterlo su carta.
Si tratta di un modo estremo, che poco ha a che vedere con la narrativa e molto con la letteratura, a mio parere, quindi ho deciso di restare dell'idea di conciliare un pensiero ad una frase comprensibile da un ipotetico lettore.
Potremmo comunque interrompere la narrazione all'improvviso e scrivere una sorta di mini flusso di coscienza, ignorando le regole grammaticali più elementari per dare l’idea di un pensiero volatile, appena percepito,
sarà chiaro?, forse dovrei cercare qualche esempio sui libri o chi legge non capirà, questo post è confuso lo dovrei rileggere, oddio ma quando mi ci metto? E prima lo finisco e poi lo rileggo o lo rileggo subito? Libri, libri in cui cercare esempi... oddio un sacco dei miei libri sono ancora negli scatoloni, come faccio?
Questo solo per farvi un esempio, e non molto distante dalla realtà.
Un metodo che non interrompe la narrazione è quello di rendere il pensiero del personaggio un personaggio stesso, il che introduce anche un discorso riguardo alla doppia personalità, che l’autore può utilizzare come meglio crede, ovviamente in un romanzo che vi si adatta, o per un personaggio che necessita di questa sfumatura. Ad esempio Gollum nel Signore degli anelli parla con Smeagol, ma altro non è che un monologo interiore. Un altro esempio è quello del protagonista del film “The lady in the van”, adattamento di un’opera teatrale di Alan Bennett, in cui l’autore stesso parla con un altro sé, poiché divide l’uomo dallo scrittore.

Questi sono i modi che conosco io per usare il monologo interiore. Forse ce ne sono altri, nel caso sarei molto curiosa di conoscerli!
E voi, come lettori e/o come scrittori, che ne pensate di questa tecnica? Vi piace o vi infastidisce trovarla in un romanzo? La usate o cercate di evitarla a tutti i costi?


mercoledì 15 febbraio 2017

I miserabili vol. I - Victor Hugo

Avevo la mezza idea di leggere questo romanzo e scrivere una recensione come faccio di solito, poi mi sono fermata. Ho tre volumi di fronte a me e già il primo mi ha dato del filo da torcere. Gli altri due sono più lunghi.
Ho deciso di intervallare la lettura dei volumi con altri libri, che fossero il più lontano possibile dai classici. Non che non abbia apprezzato “I miserabili”, al contrario, ma ho bisogno di respiro fra una miseria e l’altra.


Monsignor Benvenue è Vescovo in una piccola cittadina di campagna. Avrebbe la possibilità di arricchirsi e vivere da nobile, ma preferisce donare tutto ai poveri e tenere per sé solo lo stretto indispensabile. Non c’è persona che egli non perdoni, è benvoluto da tutti e la sua porta è sempre aperta. Le uniche ricchezze che ha sono dei bei candelabri, che usa per far luce all’ora di cena, e delle posate d’argento.
Una sera giunge alla sua porta un uomo stanco e affamato che dice di chiamarsi Jean Valjean. Egli è stato appena liberato dai lavori forzati, cui era stato costretto diciannove anni prima per furto con scasso. La pena si è poi allungata dati i numerosi tentativi di fuga dell’uomo, che voleva tornare dalla sua famiglia. Aveva tentato di rubare per la sorella e i suoi figli, che morivano di fame.
Jean Valjean mangia alla tavola del Monsignore, beve il suo vino e si corica sul letto che gli è stato offerto, stupito dalla bontà dell’uomo. Nel paese infatti nessuno, né l’hotel né la taverna, avevano voluto ospitarlo, nonostante avesse il denaro per pagare. Nella notte, guidato dalla rabbia, Jean Valjean si approfitta dell’ospitalità del Vescovo e ruba i candelieri e l’argenteria ma, quando viene catturato e portato di fronte a Monsignor Benvenue, questi si comporta come se egli avesse fatto dono di quegli oggetti a Jean Valjean. Questi rimane colpito dalla bontà del Vescovo e giura a sé stesso di diventare pio e benevolo come lui.

Fantine è una ragazza bella e giovane, che ha consacrato il suo amore all’uomo sbagliato. Rimasta incinta e abbandonata, Fantine lascia Parigi e decide di tornare alla sua città natale, che nel frattempo ha avuto una rinascita economica grazie ad un uomo che ha investito nelle fabbriche, ha avuto successo e in seguito è stato nominato sindaco.
La ragazza sa che una figlia avuta fuori dal matrimonio le impedirà di trovare lavoro, così decide di lasciare la piccola Cosette ad una coppia, i Thenardier, che hanno una taverna nel paese vicino. In cambio di una grossa quantità di denaro questi accettano, promettendo di trattare bene Cosette.
Il segreto di Fantine viene presto scoperto e lei viene licenziata. Cerca di guadagnarsi da vivere in altri modi, mentre i Thernardier continuano a chiederle denaro. Fantine vende ad un barbiere i suoi bei capelli biondi, poi si fa cavare i denti bianchi, e infine decide di vendere sé stessa e diventa una prostituta.

Nella cittadina abita un poliziotto inflessibile, che ha dubbi sul sindaco della città. Quest’ultimo è generoso, coraggioso, aiuta i poveri e anche coloro che non lo hanno in simpatia. Il poliziotto Javert non ha comunque torto, perché il sindaco non è altri che Jean Valjean, che nasconde la sua identità e cerca di adempiere alla promessa fatta a sé stesso.
Scoperta la storia tragica di Fantine il sindaco cerca di aiutarla ma, nel frattempo, viene a sapere che un uomo, arrestato con l’accusa di furto, è da molti creduto Jean Valjean e per questo la sua pena verrà prolungata. Dopo molti dubbi il sindaco decide di salvare l’innocente e rivela la sua vera identità, ma non riesce a salvare Fantine, che muore a causa di un male che la affliggeva da tempo. L’uomo aveva promesso di riportarle la piccola Cosette, che i Thenardier tenevano in uno stato di miseria, ma viene arrestato e condannato all’ergastolo e ai lavori forzati.

Passano diversi anni ma Jean Valjean non si è dato per vinto. Ha la coscienza pulita perché ha fatto ciò che è giusto e sa che la pena è immeritata, inflitta solo perché il suo nome gli porta discredito, anche se la sua anima è cambiata. Non starà quindi alle leggi del mondo in cui vive. Finge la sua morte, recupera del denaro che aveva nascosto tempo prima, e salva Cosette dalla tirannia dei Thenardier.
I due raggiungono Parigi, cercando di lasciarsi alle spalle il loro passato.


Ad essere onesti, non credevo di potermi appassionare così tanto ad un autore che conosco così poco. A scuola non ho studiato Hugo, nonostante sia uno dei più importanti romantici della letteratura, e tutte le informazioni che ho reperito sono frutto di una ricerca su internet, fatta più per curiosità che per necessità. Da quel poco che ho letto però ho capito come mai Hugo si sia avvicinato a certi temi, il perché delle digressioni politiche, e ho anche avuto modo di apprezzare la figura storica che è stato. Ho scoperto che oltre ad essere stato un letterato è stato anche politico, filantropo e una figura di riferimento per gli artisti e per il popolo. Da come ne parlo avrete capito che mi sta simpatico.
Le sue idee sono meglio riflesse in questo romanzo senza troppi giri di parole, idee che potremmo analizzare anche oggi e trovare attuali; forse proprio per questo ho apprezzato il romanzo. I personaggi devono affrontare una società che gli è nemica, devono combatterla e quasi mai ne usciranno vincitori.
Potremmo trovare moltissime analogie fra ciò che succedeva all’epoca in cui si svolge il romanzo e alcune situazioni dei giorni nostri e questo è indice di una scrittura a mio parere molto intelligente, che può diventare universale in quanto tratta un tema che non smetterà mai di esistere. Da non confondere con una scrittura lungimirante, perché la storia e i suoi meccanismi sono strettamente legati alla sua epoca e non volutamente guarda al futuro, al contrario a me sembra che abbia guardato al passato e abbia trovato un punto di incontro – molto infausto, non c’è che dire – che unisce tutte le epoche.

“I miserabili” presenta le ingiustizie di cui il povero, l’ignorante e anche lo sfortunato sono vittima. Racconta come povertà e paura possono rendere un uomo audace al punto da compiere cattive azioni che, se punite, renderanno la persona ancor più rancorosa, se accettate o ignorate, più spavalda e pericolosa.
Hugo non difende queste persone ma condanna la società che li mette nelle condizioni di dover compiere atti estremi per sopravvivere, denuncia poi come questi vengono allontanati dalle persone, di modo che per loro diventi impossibile guadagnarsi da vivere – vedi il protagonista, Jean Valjean. Così si viene a creare un circolo vizioso, in cui coloro che una volta hanno commesso un crimine sono portati a rifarlo, ancora e ancora, e a subire la stessa punizione all’infinito, che sia la condanna penale o morale – o entrambe. Allo stesso modo denuncia lo sfruttamento dei più ingenui e indifesi, condanna la cecità dell’uomo, la sua fame di odio, perché un redento che ha pagato per i suoi errori e cerca di rimediare verrà sempre visto e perseguitato, perché la gente non dimentica la malvagità e la ripaga con altra malvagità, mentre al contrario dimentica in fretta la benevolenza.
Non si pensi però che l’autore difenda a spada tratta questi personaggi, egli riconosce che esiste una fetta di persone malvagie, che nonostante la possibilità di vivere nell’onestà scelgono la via più buia per avidità, o per semplice cattiveria – come i Thernardier – e questi li condanna come le peggiori persone.

Aldilà di queste sopraelencate, che possono essere opinioni, ciò che rende “I miserabili” un libro vicino a chiunque è l’analisi dell’animo umano. Forse la parola analisi non rende bene l’idea, fa pensare ad un processo unicamente scientifico, ma non è solo quello. Hugo studia la persona tramite i suoi personaggi, ne rivela ogni sfumatura, dalla più oscura alla più radiosa. Lo fa in modo così preciso che in un primo momento ci viene da pensare che si tratti sì di una ricerca accademica, la materia trattata però rende l’analisi instabile, imprevedibile, sorprendente – nel bene e nel male.
Questo è quello che rende il libro intramontabile, perché forse oggi la società è diversa e non è diffusa come allora la necessità di rubare perché si ha fame, di ingannare perché si ha paura, di essere malvagi perché non si ha altra scelta. Oggi abbiamo altri mali, ma rimaniamo persone così come Hugo ci ha descritti.

martedì 7 febbraio 2017

Pagemaster

AVVENURA
Tutti i lettori hanno un genere che preferiscono, e anche gli autori. Infatti molto spesso si parla di un autore affermato come «uno scrittore di thriller» o, «un’autrice di libri di fantascienza». Però se ripenso a ciò che ho scritto io e che mi piace scrivere, non saprei collocarmi in un nessun genere. Ho scritto racconti horror, thriller, una storia ambientata in un presente distopico e, una volta, un racconto con ambientazione storica. Amo cambiare genere, così come amo provare nuovi ristoranti e visitare sempre una città diversa.
Mi piace cambiare e non voglio inserirmi in nessuna categoria. Ma mi chiedo, sarà una cosa buona?

Trovare un genere che piace e su cui preferiamo scrivere la maggior parte dei racconti o romanzi che abbiamo in mente ha i suoi vantaggi. Si imparano più in fretta gli stilemi, quali sono e come usarli, quali sono i più apprezzati e quali sono diventati scontati. Si può avere più consapevolezza di ciò che stiamo scrivendo, capire se è un lavoro originale o se ricalca i vecchi classici del genere. Però in questo modo un autore rischia, con il tempo, di ripetersi. Non possiamo pretendere che tutti i romanzi siano meravigliosi se le tematiche, i personaggi, le situazioni – che per forza di cosa devono seguire le linee guida del genere che ha scelto – sono simili fra loro.
Scrivendo questo post ho pensato a quale sarebbe ‘il male minore’: rischiare di ripetersi o non avere una completa visione del genere che si sceglie? Alla fine mi sono arresa perché questa è una di quelle domande che non hanno risposta. O meglio, che hanno quella riposta detestabile che si applica per molti – troppi – casi: dipende.
Dipende da cosa vogliamo come autori.
FANTASY
A meno di non essere dei geni tutti dobbiamo applicarci e impegnarci. Avere un genere di riferimento su cui basarsi e costruire solide fondamenta per la propria scrittura è il modo più sicuro, veloce e semplice per farlo. Se vogliamo diventare il prossimo autore di punta di una casa editrice, allora probabilmente dovremmo trovare un nostro genere, studiarlo a dovere e applicarci quasi esclusivamente a quello per eccellere e ottenere dei risultati. Se non ci interessa poi così tanto pubblicare, o non vogliamo farlo il prima possibile, o ancora siamo una di quelle rarissime persone che scrivono per sé stesse e sono contente così, allora non c’è obbligo di trovare una collocazione. Possiamo permetterci di sperimentare, il che ci dà la possibilità di conoscere un po’ tutto – ma badate, un po’ meno.

Il discorso mi spinge verso una domanda. So che cosa sto facendo, ma che cosa è mio desiderio fare? Quali sono le mie priorità nella scrittura, che cosa voglio da me stessa come autrice?
Ammetto che mi piacerebbe poter rendere questa passione se non un lavoro che porta guadagno, almeno una parte del mio lavoro, dargli una sede più centrale nella mia vita. Ma non voglio forzarmi, non voglio che diventi una missione, voglio che sia un obiettivo. Darò alla mia scrittura lo spazio e i tempi che gli ci vogliono per maturare. In questo momento è ancora in una fase esplorativa, deve conoscere il mondo e capire qual è il suo posto. Quindi ora va così: sperimento, viaggio, conosco, e forse un giorno mi fermerò sull’isolotto che ho trovato più bello.

HORROR

mercoledì 25 gennaio 2017

Lolita - Vladimir Nabokov

Ci ho messo parecchio a scrivere questa recensione – anche perché non avevo la minima intenzione di scriverla.
Ho letto “Lolita” con un’idea vaga di cosa fosse, per curiosità, per la fama che ha conquistato e consolidato negli anni, prima perché accusato di indecenza, poi perché non è stato possibile radiarlo dalla storia della letteratura come mero fenomeno editoriale. L’ho aperto come si apre un romanzo e non sapevo di avere fra le mani una prova di audacia, una sfida lanciata dall’autore ai lettori.
In una parola, ero impreparata. Questo libro mi ha lasciata senza parole, confusa, incapace di prendere una posizione o argomentare alcunché. Non tutte le storie arrivano per essere ricordate con allegria, commozione, amore, stati d’animo ‘sentimentali’, se vogliamo, che nascondono un senso di felicità e gratitudine per aver scoperto quel libro. Era parecchio tempo però che non mi capitava di trovare una storia che ricorderò con angoscia.
Ma almeno ho scoperto qualcosa di me: per alcune cose mi piace essere impreparata. So che non avrei letto il libro con uguale trasporto se fossi stata ‘avvertita’ della sua complessità. Forse non ne sarei stata colpita così tanto e, forse, questo post che state leggendo, proprio ora, in questo istante, non esisterebbe.

Il romanzo è scritto in prima persona dal protagonista, Humbert, che ci narra la sua vita sin dalla prima infanzia e la giovinezza. Dopo una disavventura amorosa da ragazzo e un matrimonio fallito, nonché problemi psicologici che lo portano per qualche tempo in una clinica psichiatrica, Humbert decide di trasferirsi negli Stati Uniti.
Il protagonista è ben consapevole della sua deviazione, un’attrazione sessuale per bambine e ragazzine, ma è un uomo intelligente, prudente, colto. Cerca alcuni espedienti per soddisfare il suo desiderio ma vi rinuncia quando si rende conto della pericolosità che esso comporta.
Si imbatte in Dolores – Dolly, Lola, Lolita – Haze quando prende una camera in affitto in un paese tranquillo negli USA. A quell’epoca Dolores ha dodici anni e Humbert se ne sente subito attratto. La bambina è capricciosa, furba, lunatica, litigiosa ed esaspera la madre che, quando si rende conto delle simpatie che Humbert nutre per sua figlia, diventa gelosa. L’uomo, per rimanere vicino a Lolita, sposa la madre, ma questa rimane uccisa in un incidente.
Comincia così una fuga per Humbert e Lolita, in macchina lungo tutti gli Stati Uniti per un anno. Viaggiano per giorni, dormono in hotel, visitano mostre e luoghi d’interesse, Humbert farebbe di tutto per compiacere Lolita, che in un paio di giorni si arrende a lui ma continua ad essere la personcina cupa e capricciosa che era in passato. Dopo diversi anni la situazione sfugge di mano. Lolita raggira il protagonista, lo inganna, si prende gioco di lui usando la sua unica debolezza: lei stessa. Un giorno fugge con un altro uomo e Humbert si lancia in una disperata ricerca, per poi cadere in una spirale di follia.
Passano tre anni prima che la ragazza lo contatti per avere dei soldi. Humbert scopre che Lolita è sposata con un giovane reduce di guerra, è incinta e in procinto di trasferirsi fuori dagli Stati Uniti. La ragazza lo accoglie presentandolo come il suo patrigno e gli racconta del suo amante, un commediografo dedito a droga e alcol che ha suppergiù l’età del protagonista, e di come la fuga sia stata premeditata. Si scusa con Humbert per averlo ingannato (dicendo però che «così è la vita»), non si commuove quando lui dice di amarla, si dimostra fredda e con parole spicce lo manda via. Non lo odia per quel che le ha fatto, ammette di non avergli mai nemmeno voluto bene e di averlo usato, così come sembra usare tutti, nella sua vita.
Humbert scappa dalla catapecchia nella quale vive Lolita e va in cerca del suo amante. Lo uccide, constatando che quell’uomo si ricorda appena vagamente della ragazzina, che per lui era invece l’intero universo, e viene arrestato. Scrive le sue memorie in carcere e chiede, nell’ultima pagina, che queste vengano pubblicate solo quando sia lui che Dolores saranno morti, che solo in quelle loro potranno esistere assieme. E, se mai qualcuno avesse avuto qualche dubbio, qui lo ripete: lui sarà sempre innamorato della sua Lolita.

Prima di iniziare chiarirò una cosa. Questo romanzo mi ha interessata molto ma non mi ha presa più di tanto. L’ho terminato con un quarto di curiosità e uno di aspettativa, il resto era determinazione, pura voglia di finire la lettura non in quanto “Lolita” ma in quando libro. Nonostante questo non posso dire che non mi abbia fatta riflettere e, per alcuni versi, mi abbia turbata.
Il mio primo pensiero, ricordando questa lettura, va allo stile. Forbito, elegante, raffinato. Un po’ verboso a volte, ma credo che questo abbia un duplice scopo. L’autore ha scelto un linguaggio alto per narrare una vicenda turpe, in questo modo le ha conferito sia un’aura di nobiltà che la possibilità di essere presa in considerazione dagli editori – che rifiutarono “Lolita” per anni per lo scandalo che avrebbe creato.
In nessun momento la storia diventa moralmente accettabile, ma lo stile la innalza. La fa passare da mero orrore a opera. Un linguaggio così ricercato, così aulico, come potrebbe mai essere rimpicciolito a volgare denuncia? Non ci passa per la testa neanche per un istante che Nabokov abbia voluto scrivere questo romanzo per condannare la pedofilia, o la società, o ciò che usano di solito condannare gli autori. No, lui ha preso qualcosa di orribile e lo ha ripulito dalla sporcizia, ha reso questo orrore ancora più spaventoso ma gli ha donato anche una bellezza che non possiamo ignorare.

Leggendo “Lolita” sfido chiunque a ritenere la protagonista femminile una vittima. La pensavo così all’inizio ma nel corso della narrazione si rivela una ragazzina malvagia, opportunista, sadica. Mentre Humbert appare alla fine come uno stupido che è stato preso in giro, un uomo impazzito per un amore non ricambiato, che soffre terribilmente.
Sembra impossibile vederla in questa ottica, mai avrei pensato di poterlo fare, ma è così. Ecco perché prima vi parlavo di una sfida dell’autore posta ai lettori. La vicenda dovrebbe ispirare pena per Lolita e disgusto per Humbert, Nabokov ha ribaltato la situazione. Lolita diventa carnefice dell’amore di una persona fino a rovinare la sua esistenza, Humbert diventa sciocca vittima, obnubilata dall’amore e l’ossessione, che nonostante ci faccia sempre un certo ribrezzo, suscita un gran dispiacere.
L’autore è riuscito in questa impresa che a mio parare ha dell’incredibile. Ha preso l’innocenza e l’ha resa crudeltà, ha preso l’orrore e ce lo ha fatto compatire. Forse è per questo che spiazza così tanto. Mette in discussione delle idee radicate, ci fa commuovere per qualcosa che il nostro cervello ci dice che dovremmo ripudiare. Il lettore di “Lolita” scoprirà di simpatizzare per il pedofilo, non per la bambina, e scriverlo a chiare lettere un po’ mi sembra assurdo. Ancora non ho fatto abbastanza per farvi intendere l’esistenza e l’assoluto successo di questo trucco letterario, che io per prima non mi spiego, perciò non mi resta che dirvi, leggetelo.


lunedì 16 gennaio 2017

La vita segreta dei personaggi

Quando mi viene in mente un’idea per una storia, fosse anche solo una frase, me la scrivo per non dimenticarla e, se non continua a ronzarmi in testa, la lascio lì in attesa del suo momento. Dopo la pausa forzata dei precedenti mesi tutto sta ricominciando a girare e anche la mia voglia di scrivere è tornata. Piano piano, in sordina, si è fatta un giro negli angoli più remoti del mio cervello senza farsi notare, ha toccato qualche neurone per far vedere che era ancora viva e, per un po’, ha gironzolato guardando come un osservatore curioso che aria tirava. Quando ha capito che era tornata la calma si è installata nel suo giaciglio e ha cominciato a bombardarmi: la voglia di scrivere si è fatta sentire e ho dovuto rispondere al suo richiamo.
Per prima cosa ho ricercato nella memoria una storia che sentivo di voler raccontare più delle altre e, aiutata dal fedele file word in cui appunto ogni cosa, ho trovato quest’idea che, da diversi anni, attendeva paziente che mi decidessi a riprenderla. Dato che era assolutamente abbozzata ho pensato a cosa mi va di scrivere in questo momento e, in base a quello che mi piace di più, ho cominciato a delineare la trama, l’ambientazione e i personaggi.
Dopo tutta questa pappardella siamo arrivati al punto, l’argomento di cui volevo parlare nel post: i personaggi. (Per qualche motivo sento come il dovere di fare una sorta di introduzione, in alcuni post.) Ho iniziato a pensare alla costruzione dei miei e questo mi ha fatta riflettere su come sia utile e, non solo, necessario, creare più di una facciata da appiccicare sul personaggio per manovrarlo come un pupazzo, ma una vera e propria vita fittizia in cui potrà muoversi libero.

Per capirci meglio, dividiamo i concetti di cui ho appena parlato. Uno è la facciata, quello che serve al lettore per visualizzare il personaggio. Fra questi elementi possiamo mettere il sesso, l’aspetto fisico, la nazionalità, la classe sociale, un accenno sul carattere, e tutto quello che indirizza il nostro personaggio a muoversi in un determinato modo.
Ad esempio posso decidere di presentare:

[…] una signorina di tutto rispetto, Miss Gwendoline Burbridge, che poteva giurare sulla Cattedrale di St. Mary di non aver mai e poi mai ballato un lento con un uomo che non fosse suo padre, il Colonnello. Non era una ragazza bruttina, aveva invece tratti graziosi, gli occhi verdi, le fossette sulle guance e lunghe gambe che nascondeva sotto gonne alla caviglia. Ma lei non si curava di quelle sciocchezze e, ogni volta che se ne presentava l’occasione, ricordava al mondo di tutti gli inviti che aveva rifiutato nelle sale da ballo dai più affascinanti giovani.

Da questo piccolo ritratto possiamo già farci un’idea di com’è Miss Burbridge, e abbiamo in mente che tipo di personaggio sarà e come influenzerà la storia o sarà influenzata da essa. Ad esempio potrebbe essere un’antagonista e, da rigida ragazza quale ci è sembrata, spifferare al Colonello di tutte le volte che suo fratello è uscito di nascosto. Oppure potrebbe essere lei la protagonista, e trovarsi nel bel mezzo di un dilemma che metterà in discussione tutti i suoi ideali.
Il lettore si ritrova con questo personaggio e, che più avanti mostri altre sfaccettature o meno, è come se fosse davanti ad un fatto compiuto. Ma non sarebbe meglio se lettore e autore potessero capirlo? Spiegarsi come mai si comporta in un determinato modo, perché fa certe scelte. Tutto questo è dato dal background del personaggio, che ci fornisce più elementi per comprenderlo e sentirlo più umano, simile a noi, meno prodotto costruito senz’anima.
In questo background dei personaggi io metterei l’infanzia, la famiglia e gli amici, gli incontri, e alcune esperienze che ha vissuto e lo hanno cambiato. Forse non sono elementi utili alla trama, ma il bravo autore saprà inserirli nella narrazione delicatamente. Sono dettagli utili al personaggio e sta all’autore decidere se sono abbastanza importanti da farli conoscere, se vuole rendere il suo personaggio una maschera o un tuttotondo.
Per tornare alla nostra Miss Burbridge:

Gwendoline tolse le forcine dai capelli e rimise tutto in ordine nel mobile da toletta. Si mise a letto e quasi spense la luce, salvo poi fermare la mano a metà gesto e prendere il libricino che Mr. Dolan aveva tanto insistito per consegnarle. Sbuffò piano nel prenderlo fra le mani. Era una di quelle edizioni economiche che si compravano per due spiccioli ed era chiaro che era stata letta molte volte da qualcuno che aveva poca cura per i libri.
In quella lo sguardo della ragazza cadde sulle fotografie che teneva sul comò. Erano tutte di cugini, vecchi zii, nonni, e tutti ostentavano uno sguardo severo. Tranne quella della zia Matilde. Sorrideva all’obbiettivo come aveva sempre sorriso ai suoi nipoti. Era l’unica foto sua, in casa; sua madre aveva fatto gettare via tutte le altre quando la sorella era fuggita con quello “yankee senza vergogna”, più di quindici anni prima.
A volte a Gwendoline mancava ancora. Lei era l’unica a ridere delle marachelle dei nipoti, a imbastire un tè all’ultimo momento, ad accennare passi di danza in mezzo alla strada e ad ascoltare quando nessun altro sembrava disposto a farlo. Non aveva mai visto l’uomo con il quale era scappata, il capitano di un mercantile che era partito da New York, ma sperava che fosse bello. Aveva capito poco di quel che era successo, da bambina, e ora parlarne rendeva sua madre irritabile quindi non ne parlavano mai. La notizia della morte della zia era arrivata con quattro mesi di ritardo, solo pochi anni dopo la sua scomparsa, e sua madre non aveva versato nemmeno una lacrima.
Gwendoline aprì il libro di Mr. Dolan, chiedendosi se ne fosse davvero valsa la pena.

In questo brano già entriamo in contatto con una Miss Burbridge diversa, più umana. Ha una madre molto severa, che non esita a ripudiare la sorella in seguito a uno scandalo. La stessa figura della zia è vista dalla protagonista come una donna libera e allegra, che però ha pagato le conseguenze delle sue scelte. Possiamo solo fare ipotesi, così come farà il lettore, ma forse è per questo che la protagonista ha scelto una strada diversa. Ha guardato il mondo e l’ambiente in cui si trova e ha visto che le ragazze che seguono i loro desideri sono malviste, ne ha avuto una riprova nella sua famiglia, quindi non accetta nemmeno uno ballo.
Il piccolo aneddoto della zia non è legato alla trama ma ci è utile per capire il personaggio, che prima appariva poco attraente. Con un background acquista spessore, non è più solo una facciata. Vedendo cosa c’è dietro alle apparenze comprendiamo il personaggio e, se fosse inserito in una storia, potrebbe anche iniziare a piacerci.

Ecco perché l’autore dovrebbe costruire una vita, seppur fittizia, per i propri personaggi. Non basta una facciata per muoverli come burattini, hanno bisogno di tutta un’esistenza di contorno per muoversi da soli, perché il lettore possa entrare in contatto con loro, vedere che cosa accade dietro le quinte della trama.
Questo è quello che mi propongo di fare per i miei personaggi, perché questo è quello che preferisco trovare in un romanzo. Mi piace pensare che, oltre ciò che leggo nelle pagine, il personaggio abbia una vita propria. Ora, non pensate che stia diventando pazza, so benissimo che i personaggi dei libri non esistono, ma come insegna Silente “solo perché lo stiamo immaginando non significa che non sia reale”.

Quindi niente facciate, più personaggi vivi